Storia d'Europa
La ricerca storica europea del lungo Ottocento si confronta attualmente con le grandi trasformazioni. La storia non può infatti rimanere impassibile ai grandi cambiamenti della società, come ad esempio la globalizzazione che annulla i confini politici e comprime spazi, tempi e comunicazioni. È importante chiedersi se questo fenomeno sia duraturo o di passaggio e per farlo dobbiamo attuare una ricerca delle radici del fenomeno in sé.
Storia mondiale e storia globale
Innanzitutto è fondamentale distinguere due concetti:
- Storia mondiale = storia di comparazione fra le civiltà
- Storia globale = analisi delle interazioni fra le civiltà
Esaminare la rete di connessioni e rapporti, dopo gli anni '90, significa eliminare i confini degli Stati Nazionali e sostituirli con un'idea di fluidità degli spazi, che non possono essere definiti a priori ma devono essere costruiti nel tempo. L'alternativa al nazionale è concepire lo spazio come regioni che attraversano i confini politici e si plasmano nel tempo. La New World History si occupa proprio di spezzare le categorie di spazio.
Metafora dello storico-elettricista: cercare le reti sommerse di relazioni e portarle alla luce. S. Subrahmanyan, storico mondiale indiano autore del celebre saggio sul XVI secolo "Dal Tago al Gange", analizza la connessione millenaristica, spostando il baricentro e cercando di capire cosa lega i due spazi. L'Asia era allora controllata da quattro potenze: Portogallo, India, Persia e Islam, in concorrenza ma anche strettamente collegate fra loro dall'ideologia del millenarismo, una convinzione esposta nel libro di Daniele (Bibbia) secondo la quale la storia del mondo si costituisce di una successione di imperi della durata di 1000 anni. L'ultimo si riteneva essere stato l'Impero Romano, di conseguenza si aspettava un nuovo imperatore che inaugurasse una Nuova Epoca. Subrahmanyan si interroga su come questa credenza accomuni popolazioni e regni così lontani fra loro; si ipotizza che fosse stata diffusa con l'avvento degli scambi commerciali o tramite i missionari cattolici. I portoghesi adottano il millenarismo credendo che il loro destino fosse costruire un Impero portoghese cristiano.
Storia connessa degli imperi iberici
Molti sono gli elementi di contatto fra l'Impero Spagnolo e quello Portoghese. La Spagna conquista il Messico e stabilisce le encomiendas, territori affidati dalla Corona spagnola ai coloni, assieme alla popolazione della terra. Mentre i portoghesi prediligono i poli commerciali, le feitorias, e si stabiliscono in Brasile molto più tardi. Il Portogallo tenta di divenire un impero di terra ma ciò viene impedito dalla scarsa demografia. Nel 1580 la storia dei due regni si intreccia con Filippo II: il Portogallo entra a far parte dei domini della Corona Spagnola, tenta di andare contro le altre due potenze di mare (Inghilterra e Olanda), ma fallisce e nel 1640 torna indipendente con una nuova dinastia.
Iberian Empires: infrastruttura ideologica che legittima le conquiste. Uso strumentale della cristianità per giustificare e legittimare le azioni di espansione. In realtà, né spagnoli né portoghesi definivano i loro domini imperi ma Monarchia Cattolica e Monarchia Spagnola, con una vocazione di espansione continua. L'unico vero impero all'epoca era il Sacro Romano Impero, mentre le altre potenze possedevano solamente una vocazione imperiale. Per definizione un impero doveva estendersi cospicuamente, possedere un'idea di sovranità universale, operare una distinzione e una gerarchia delle popolazioni incorporate; non esisteva un'unica unità politica ma bisognava lasciare sopravvivere le differenze e un governo diverso nelle varie aree.
L'Inghilterra
Alla fine del '400 l'isola ospita l'Inghilterra, il Galles, la Scozia e l'Irlanda e solo attraverso un lungo percorso nel 1600 si configurerà la Monarchia. Ben prima i re inglesi si erano dichiarati imperatori nel tentativo, naufragato, di dominare l'intera isola. Il termine imperatore viene dall’imperium romano che passa per la definizione di comando a quella di territorio sul quale Roma estendeva il suo controllo. Dopo l’impero carolingio l’imperium indica il potere esercitato senza controllo nei vari territori indipendenti. La parola impero costituisce l’apice del linguaggio di potere.
Al termine della Guerra delle Due Rose, nel periodo che segue la morte di Edoardo VIII, l'Inghilterra diventa sovrana del Galles e sente urgente la risoluzione della questione scozzese: Edoardo VI avverte la vocazione imperiale. Dopo lo scisma dalla Chiesa cattolica, Edoardo preme per evolvere l’anglicanesimo con l’obiettivo di costruire un’unica monarchia protestante su tutta l’isola, che si contrapponga a Roma e alla Spagna cattolica. La Gran Bretagna è l’elemento continuamente richiamato: unione per il commercio grazie al fondamentale determinismo geografico, appello alla complementarietà naturale fra Inghilterra e Scozia, nello spazio insulare che le rende staccate e diverse dagli altri Stati europei.
Inizialmente l’espansione oltremare europea ebbe luogo senza la partecipazione inglese, che soltanto verso la metà del ‘500 riuscì a organizzare spedizioni vere e proprie che avrebbero poi portato alla creazione dell'impero commerciale e coloniale. L’impero fu un’invenzione concepita tramite pamphlet che sostenevano un’unica monarchia.
Le prime colonie britanniche
John Elliott "Imperi dell’Atlantico" indica che gli europei dovettero scontrarsi con una difficilissima espansione che si compì in tre fasi: occupazione simbolica, occupazione fisica e occupazione vera e propria.
Presa di possesso simbolica: ossessione per i nomi. Gli spagnoli ribattezzarono le terre con nomi religiosi, della famiglia reale oppure descrittivi (Nuova Spagna/Nuova Siviglia), avendo così l’impressione di trovare una copia della madrepatria. Questi nomi però non durarono e cedettero il passo a nomi nuovi creati da un mescolanza con la lingua dei nativi; al contrario, gli inglesi imposero i propri nomi grazie a comunità d’insediamento che puntavano a creare un’Europa migliore. Gli inglesi furono i primi a insediarsi in grande stile e a non accontentarsi di fondare singole basi commerciali.
Gli inglesi capirono presto di dover attaccare il monopolio spagnolo, la pirateria, finanziata privatamente, divenne una strategia di guerra mascherata. Consentiva la partenza di moltissime ciurme corsare che portavano grandi ricchezze in patria (la pirateria moderna inizia nel XVI secolo quando inglesi, francesi e olandesi, volendo ridurre il predominio assoluto degli spagnoli nelle Americhe e sull'Atlantico, finanziarono vascelli corsari affinché saccheggiassero i loro mercantili).
Alla morte di Elisabetta I, gli inglesi tentarono una prima occupazione del Nord America, avvantaggiati dal fatto che le regioni costiere erano scarsamente popolate. Sfruttarono la pace con la Spagna e nel 1607 il Parlamento affidò una chart a un gruppo di mercanti, incaricandoli di esercitare in Virginia il monopolio commerciale. Dopo i primi anni difficili, il gruppo divenne una vera e propria compagnia o società per azioni, nella quale gli azionisti si limitavano a finanziare le imprese, senza parteciparvi. Nella colonia valeva il diritto inglese e l’amministrazione copiava le istituzioni della madrepatria con la quale i legami commerciali e sociali erano strettissimi. La Virginia era un’Inghilterra migliore ma non diversa.
La colonia crebbe imponente grazie a moltissimi immigrati, spesso servants, che coltivavano tabacco: piantatori (in inglese plantations era simile a colony = insediamenti nuovi), esercitavano controllo sul territorio. Mentre gli spagnoli si definivano conquistatori oppure popolatori e innestando un sistema di encomiendas, esercitavano controllo sulle popolazioni. I successi del tabacco portarono però a una grave crisi: la richiesta sempre maggiore di prodotto comportava un'estensione del terreno da coltivare e gli indiani, stufi dello sfruttamento, cercarono di cacciare gli intrusi europei. Dopo questo tentativo gli inglesi si sentirono legittimati a procedere senza scrupoli verso i nativi, considerati selvaggi. Il massacro dei nativi decretò la fine della Virginia Company.
Capitava spesso che gruppi locali o della stessa regione, in particolare dell’Inghilterra orientale, si stabilissero assieme nella nuova patria, in luoghi circoscritti che presto divenivano cittadine. La maggioranza degli immigrati facevano parte della classe media e contadina e presto nelle colonie nacquero delle élite sociali e politiche. Alcune comunità autonome poi unite alle nuove colonie (Connecticut, Rhode Island, Maine ecc.) furono il risultato di movimenti migratori volontari o forzati; per la prima volta l’iniziativa dell’espansione dipendeva dalla periferia dell’impero. Oltre alle storiche 13 colonie, meno conosciute ma forse più importanti furono le isole caraibiche, soprattutto le Barbados, cuore economico inglese. Gli inglesi vedevano nei Caraibi rapidi guadagni e la prospettiva di una crescita sociale: più della metà degli emigrati britannici era diretta su queste isole. Dopo la crisi del tabacco vennero riconvertite alla piantagione di canne da zucchero: lavoro intenso e campi molto estesi richiesero la manodopera schiavile proveniente dall’Africa (il 40% della tratta confluiva nelle isole), che generò un reddito importantissimo. Gli inglesi costruirono insediamenti unici che nessun’altra potenza europea poté eguagliare.
Al vertice di ogni colonia un governatore rappresentava il monarca britannico: potere legislativo, esecutivo e giudiziario, suprema autorità nominata dal re. I governatori provenivano generalmente dal ceto dirigente britannico e si avvalevano della cooperazione delle élite coloniali. L’istituzione suprema era l’assemblea consiliare, il Council, con membri della classe dirigente nominati dal Board of Trade. All’inizio del ‘700 i Parlamenti coloniali desideravano ampliare i diritti di partecipazione, guardando al Parlamento inglese il cui potere era enormemente cresciuto; rivendicavano libertà di parola, immunità dei deputati e il diritto di controllare le proprie elezioni. La distanza geografica cominciò a imporsi nella mentalità dei coloni, soprattutto fra gli immigrati non inglesi; l’Inghilterra diventò sempre più un paese lontano o persino straniero.
Globalizzazione dei mercati e EIC
Asia: i portoghesi via mare arrivarono in India nel 1498 grazie all’aiuto dei sultani locali e nel 1502, portando 21 navi da guerra, inaugurarono l’Estado da India, vastissimo commercio di spezie. La presenza degli europei divenne fittissima: danesi, olandesi, inglesi e portoghesi investivano nei business asiatici grazie alle compagnie mercantili orientali del ‘600.
Dal tardo Medioevo il grande commercio divenne quello navale; inizialmente significava alti profitti ma anche elevati rischi. Le navi mercantili appartenevano a navigatori che andavano in mare in prima persona. Inizialmente le compagnie erano regolate ma nel corso dell’età moderna nacquero le Joint stock company, società per azioni capaci di finanziare imprese commerciali di ampio respiro, in cui gli affari erano condotti assieme e i guadagni divisi in quote. Le compagnie commerciali dovevano avere autorizzazioni reali e possedevano concessioni importanti: il monopolio, la riduzione dei dazi e del fisco, la difesa armata e di conseguenza il diritto di guerra. Lo Stato delegava le compagnie alla conquista e al controllo dei territori, concedendo il diritto di battere moneta, l’amministrazione della giustizia e la rappresentanza della diplomazia.
La British East India Company (EIC), 1600-1874, ricevette la prima patente dalla regina Elisabetta I, autorizzava il monopolio asiatico e concedeva un esercito privato: compagnia-stato. Ebbe particolare importanza nello sviluppo dell’impero grazie alla creazione di basi in India. Moltissimi furono i viaggi della compagnia, dal 1601 quando a Malacca catturò una nave portoghese carica di merci. Il 10° viaggio nel 1612/13 segnò la svolta, l’India autorizzò i commerci e gli inglesi stabilirono delle factory (basi commerciali) a Surat e nella baia del Bengala. L’unico problema era la comunicazione: in India si parlavano persiano, arabo, hindustani e portoghese, gli inglesi dovettero servirsi di interpreti. Dopo un tentativo fallito in Giappone, la EIC riuscì a stringere accordi con l’impero safavide che voleva liberarsi dai portoghesi. Il monopolio aveva inizialmente una durata limitata e doveva essere rinnovato pagando, fino al 1657 quando Cromwell accordò alla Compagnia un brevetto trasformandola in una vera e propria società per azioni con enormi privilegi (levare truppe, condurre guerre, costruire fortezze, stipulare contratti).
La Compagnia venne travolta dagli sconvolgimenti politici e nel 1698 i principali concorrenti si unirono nella New East India Company, autorizzata dallo Stato che in cambio di un prestito di 2 milioni di sterline le riconosceva il monopolio del commercio con l’India. Dal punto di vista organizzativo la nuova società era la prosecuzione della compagnia originaria alla quale partecipavano ora i concorrenti e i critici del passato. Al vertice la Court of Directors si riuniva una volta alla settimana, eleggendo ogni anno un presidente diverso. A incidere sul destino della compagnia erano i partiti politici: dipendeva dallo Stato che le accordava le concessioni per determinati periodi.
Gli inglesi stabilirono tre Presidenze in India: Madras, Bombay e Calcutta, tutte e tre fortificate, piene di edifici ricchissimi e con un esercito stabile; e 23 basi minori. Il commercio prevedeva spezie, porcellane, il blu indaco di origine vegetale e tessuti, di cui venne poi vietata l’importazione con il proibizionismo del ‘700. La guerra dei sette anni rappresentò la svolta politica ed economica per l’India; nel 1756 la EIC estese il proprio dominio e nel 1765 con il Trattato di Allahabad ricevette la concessione per la riscossione delle tasse nel Bengala: nuovo sistema fiscale che garantì entrate importantissime alla EIC.
Differenze e presupposti della colonizzazione inglese
La Spagna intraprese un imperialismo cattolico, mentre l’Inghilterra avviò la sua colonizzazione, un secolo più tardi, basandosi su un’economia commerciale. L’isola inglese, essendo sovrappopolata, aveva bisogno di conquistare e accedere a nuove terre. Entrambe le nazioni partirono con una forte tradizione mercantile, una volontà di espansionismo e una storia precedente di colonialismo interno. Videro l’espansione come mezzo per poter esportare un seme di civiltà alle popolazioni che consideravano inferiori. Gli inglesi in America decisero di riconoscere alla Spagna solo le terre già occupate. Non esistono due colonialismi distinti, tuttavia esistono delle condizioni strutturali di partenza che resero distinte le due imprese coloniali:
- Gli spagnoli d’oltreoceano non venivano considerati coloni, ma veri e propri cittadini spagnoli; le nuove terre non erano colonie ma vicereami. Gli inglesi colonizzarono zone più rurali con lo scopo di creare un’Inghilterra migliore e superiore. Le comunità d’insediamento inglesi erano prettamente europee, vedendosi come migliori non esitarono a sterminare gli indigeni.
- Gli spagnoli consideravano il loro dominio portato dalla fede; operarono una cristianizzazione dei territori e degli indios; motivazione assente nel protestantesimo inglese. Le popolazioni indigene rifiutarono di collaborare con gli inglesi: gli indios non vennero mai convertiti, ma scacciati o sterminati.
- Un tratto che accomunò le due nazioni fu il continuo flusso migratorio dalla madrepatria, fino all’arrivo degli schiavi. Nel Brasile portoghese si formò una mescolanza fra le popolazioni bianche e nere, mentre nelle colonie Britanniche fu diverso: la segregazione diede origine alla separazione e alla creazione di due diverse culture.
- I territori spagnoli erano fondati sul principio di dipendenza dalla madrepatria, mentre le colonie britanniche sulla proprietà. Lontananza fra le due diverse nazioni: in Spagna le spedizioni di espansione dovevano avere il via libera dalla Corona, mentre in Inghilterra l’iniziativa era più libera.
Colley "Britons. Forging the Nation": attua un rovesciamento della prospettiva, alludendo a vicende di uomini ridotti in cattività, che raggruppa attraverso testimonianze. I prigionieri non erano schiavi, ma sudditi inglesi, uomini e donne, fatti prigionieri nel 1600, dei quali oltre a conoscere le vicende, abbiamo anche testimonianze di parenti che pagarono il riscatto per i propri cari.
Tangeri (1662), cacciata degli inglesi da parte degli ottomani, non fu un fatto isolato, ma mostrò chiaramente la vulnerabilità delle colonie inglesi: incertezze dell’espansione inglese, e soprattutto, la mancanza di un piano preordinato, fatto invece di scelte casuali. Nelle lettere che ci sono pervenute possiamo leggere i sentimenti dei soldati che furono fatti prigionieri.
Per tutto il tardo ‘600 gli inglesi cercarono di insediarsi nel Mediterraneo, ma non fu semplice e ci furono molte sconfitte: 8000 soldati imprigionati fra cui molti mai riscattati. Queste storie vennero trasformate in messaggi di propaganda e gli stessi inglesi misero in luce valori di libertà (anche religiosa), per giustificare i propri orizzonti conquistatori. L’Inghilterra era ancora molto lontana dal divenire la potenza militare che era destinata a essere. Da questo fallimento, possiamo ricavare un dato prezioso: un paese come l’Inghilterra, non ancora... (testo troncato).
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