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Economia e management

Università di Bologna, campus di Forlì

Storia economica

Primo parziale, esame del 04/10/2020

Introduzione

La storia economica nasce intorno alla metà del XIX secolo, quando inizia ad essere insegnata nelle università in Germania; qui sorge la Scuola Storica Tedesca, grazie ad importanti economisti che avviano delle ricerche, come Roscher, Hildebrand e Knies. La loro caratteristica è l’utilizzo del metodo induttivo, il quale per lo studio dei fenomeni parte dal basso, cioè analizza prima i fatti e poi ne ricerca le irregolarità; tale metodo è contrapposto a quello deduttivo, il quale parte dal modello, dalla teoria e poi interpreta i fatti economici.

Il metodo deduttivo è proprio dell’economia politica inglese e poi della corrente neoclassica, cioè i marginalisti dell’800. Si crea così una contrapposizione e si sviluppa un dibattito tra gli storici economici e la corrente neoclassica: i primi ritengono che la forma dà forma alla forma, cioè non esistono leggi valide universalmente, ma leggi adattate alle diverse circostanze storiche, attraverso ricerche analitiche, più circoscritte ma ugualmente significative; i neoclassici invece pretendono di applicare la teoria economica ai fatti economici, cioè la forma determina la materia. Tra ‘800 e ‘900 la storia economica si diffonde anche in Italia e, al di fuori dell’Europa, negli Stati Uniti d’America.

La storia economica acquisisce un grande successo nel secondo dopoguerra, grazie all’arrivo della scuola francese delle Annales, e tra esponenti più importanti ci sono Bloch, Febvre, Braudel; essa predilige la storia totale, uno studio delle strutture sul lungo periodo, e i settori di studio. C’è inoltre una grande diffusione del marxismo, i cui punti cardini sono il metodo dialettico, il primato della struttura economica, la distinzione nelle categorie di modi di produzione e rapporti di produzione, e la lotta di classe. In questo periodo c’è anche l’influenza del pensiero di Keynes, grande economista che ispira le politiche economiche dei governanti e le ricerche in ambito storico-economico, attraverso le sue categorie macro-economiche e la tematica dello sviluppo economico.

Crisi e rinascita della storia economica

Negli anni ’70-’80 la storia economica entra in crisi, sia a causa del crollo di marxismo e keynesismo, sia per l’emergere di altre correnti che la mettono in disparte, come la Cliometria, la quale determina una separazione rispetto alle altre scienze sociali e pretende di applicare i metodi quantitativi alla storia economica e la metodologia neo-classica allo studio del passato. La storia economica si riafferma dopo la grande recessione del 2007-2008, che è preceduta dal relativo successo della new institutional history, la quale si pone come obiettivo principale di capire a cosa servono le innovazioni istituzionali, ovvero a ridurre i costi di transazione, e della storia d’impresa, quando si ricomincia a riflettere sugli aspetti precedenti.

Il ruolo della storia economica

Nella sua opera Carlo Cipolla si rivolge alla storia economica come “schizofrenica”; tale termine si riferisce al fatto che è una materia continuamente scissa tra la storia, cioè una disciplina umanistica, e l’economia, cioè nata come scienza sociale ma avvicinatasi successivamente alle scienze esatte. Gli storici dell’economia si riferiscono sostanzialmente alla struttura economica che fa riferimento al modo di vivere delle popolazioni, quindi si occupano di cosa si produce, ossia risorse e tecnologia (che influenzano lo sviluppo economico), come si produce, quindi l’organizzazione del lavoro, e come si distribuisce quanto prodotto, cioè le forme di circolazione del prodotto.

Tuttavia separare gli aspetti economici da quelli più ampiamente culturali e sociali è un grave errore, in quanto non esiste l’homo economicus, ma è solo un’astrazione usata dagli economisti classici, i quali ritengono che i fatti siano andati sempre nello stesso modo; al contrario, i comportamenti dell’individuo non possono essere ricondotti a una piena razionalità, mero calcolo utilitaristico, perché sollecitati da emozioni che influenzano il modo di fare.

Implicazioni didattiche e responsabilità delle business schools

Noemi Ammirati si può dire che la storia non è acqua, nel senso che essa lascia tracce profonde anche se l’uomo non ne ha consapevolezza, soprattutto un economista, perché appunto non percepisce come il tempo passato influenzi i fatti del presente. Florence Noiville, giornalista di Le Monde, scrive un libro dove spiega che si è laureata in economia ma se ne è pentita; questo perché la crisi del 2007-2008 mette in luce alcune certezze, e interrompe una lunga crescita economica con caratteristiche di fondo, sollevando dubbi in molti operatori interni.

Tale crisi evidenzia come l’insegnamento nelle scuole di economia aziendale di tecniche avulse dal contesto sia estremamente dannoso, proprio perché esse non sono neutre quindi una volta applicate alla realtà possono produrre danni, e i tecnici privi di spessore civile sono pericolosi; per questo occorre reintrodurre vere forme di sapere. Per come strutturano i loro curricula, le business schools aziendali hanno una grande responsabilità per il venire meno di un comportamento finanziario responsabile: nel cancellare i corsi di storia si sono preoccupate solo di andare incontro alle esigenze immediate e alle richieste dei mercati finanziari, dimenticando alcune delle responsabilità di fondo, come imporre a tutti gli studenti di frequentare dei corsi di storia economica o di storia della finanza, che offrono lezioni di grande valore; solo una prospettiva ampia può aiutare a individuare le tendenze di lungo periodo e distinguere tra ciò che è durevole e ciò che è invece effimero e passeggero. Tale questione viene presa in considerazione da Kaufman, il quale per la preoccupazione per l’eclissi della storia, finanzia una cattedra di storia della finanza alla Stern School of Business della New York University.

Lo studio della storia e il suo valore

Lo studio della storia obbliga ad elaborare modelli di spiegazione complessi, in grado di tener conto di una pluralità di fattori, chiarendo il modo in cui passato, presente e futuro sono collegati tra loro: il passato fissa le condizioni iniziali di quanto accade oggi e avverrà domani; il presente è, come dice Robinson, la frontiera del tempo, si sposta di continuo in avanti con un passato che si prolunga alle sue spalle; il futuro non è conoscibile con sicurezza, perché rimane il rischio e l’incertezza, anche se sulla base delle lezioni del passato si possono fare congetture o ipotesi. Hobsbawm, nella sua opera Il secolo breve, scrive “la storia fornisce l’orientamento e chiunque affronta il futuro senza di essa non solo è cieco ma è anche pericoloso, soprattutto in un’epoca come la nostra di alta tecnologia”.

Parole chiave e concetti di base

Parole chiave di questo argomento sono innanzitutto le istituzioni (e gli istituti) che, intese come regole, formali e informali, sono uno strumento che guida e disciplina i nostri comportamenti e i rapporti sociali, creando delle regolarità nella vita di ognuno di noi, contribuendo a ridurre il tasso di incertezza; esse rappresentano, come dice North, dei “vincoli di natura culturale che non solo legano il passato al presente e al futuro, ma offrono una chiave interpretativa del processo storico”. Esse sono diverse dagli istituti, che sono invece organismi, pubblici o privati, creati per raggiungere determinati fini e dotati di regole e strutture relativamente stabili.

Crescita e sviluppo economico

La crescita è intesa e misurabile in termini quantitativi, e produce effetti produttivi sul sviluppo economico, col quale non si sovrappone; lo sviluppo economico fa riferimento agli stili di vita e al benessere delle popolazioni, quindi non è solo aumento della ricchezza ma anche degli standard di vita. Il reddito è un concetto inadeguato per analizzare l’effettiva qualità della vita di un individuo; inoltre, il rapporto tra crescita e miglioramento del tenore di vita non è così scontato e immediato come invece si è ritenuto a lungo.

Fattori dello sviluppo economico sono i fattori fisici, come l’ambiente, le risorse naturali, il clima, la tecnologia, le istituzioni sociali, ossia le forme di organizzazione economica, sociale e politica, il sistema legale e persino la religione. Famosa è la curva ad U rovesciata di Simon Kuznets (1955) che mostra un ottimismo incondizionato sugli effetti della crescita economica ma non considera il rapporto con lo sviluppo economico; essa indica all’inizio le economie in via di sviluppo, sul picco il punto di svolta del reddito, e infine le economie sviluppate. La crescita viene vista come un’alta marea che solleva in alto tutti i battelli, ma storicamente non succede così.

Indice di sviluppo umano e curve di sviluppo

L’indice di sviluppo umano (HDI) è un indicatore di sviluppo macroeconomico messo a punto nel 1990 sulla scia della riflessione dell’economista indiano Amartya Sen. A partire dal 1993 è utilizzato, accanto al PIL (prodotto interno lordo), dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per valutare la qualità della vita nei Paesi membri; oltre al reddito considera la speranza di vita alla nascita, il grado di alfabetizzazione di un paese, le condizioni sanitarie delle popolazioni.

L’economista Cameron realizza una curva logistica, rappresentando la legge di evoluzione di una popolazione, e in genere di una specie vivente, e la utilizza per descrivere le fasi di sviluppo e crescita economica succedutesi a partire dal Basso Medioevo in Europa; essa quindi sintetizza il movimento della demografia, il cui andamento è parallelo ai processi di crescita e sviluppo economico: quando la curva sale, l'economia è in grado di sostenere l'aumento della popolazione; la curva non sale però all'infinito, incontra degli ostacoli e si appiattisce, riprendendosi poi nella fase successiva.

Cameron individua quattro fasi che segnano la storia dell’economia europea: la prima, databile intorno al XII secolo, è interrotta dalla diffusione della peste nera della metà del ‘300; la seconda si avvia alla metà del ‘400, in coincidenza con l’avvio dell’espansione europea; la terza risale all’incirca alla metà del ‘700 e coincide con l’avvio della rivoluzione industriale inglese e la sua successiva diffusione sul continente europeo; la quarta parte alla metà del ‘900, dopo le due guerre mondiali, e si protrae fino alla crisi del 2008.

Globalizzazione e impatti economici

Le quattro logistiche di cui parlano Cameron e Neal si sovrappongono in parte con i processi di globalizzazione che hanno caratterizzato la dinamica della storia economica dell’Occidente sul lungo periodo; la globalizzazione è un processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più interdipendenti, in virtù dello scambio di beni e servizi e del movimento di capitale e tecnologia. Vengono individuate tre globalizzazioni: la prima è quella post-colombiana che, preparata dalle innovazioni istituzionali basso-medievali e influenzata dalla Spagna, ha come conseguenza la formazione di grandi imperi coloniali; la seconda è quella ottocentesca, che avviene sotto l’egida dell’Inghilterra, la prima nazione industriale, con l’affermazione del liberismo economico e l’esaltazione del mercato, e si protrae fino alla I Guerra Mondiale; la terza è quella tardo novecentesca, guidata dagli USA e avviata in seguito alla fine della Guerra Fredda, ha come fondamento soprattutto internet e la tecnologia.

L’interrogativo è fino a che livello la globalizzazione riesce ad incidere dal punto di vista economico e se questo contribuisce nel problema della divisione delle classi sociali; i populismi nascono dalla crescente distribuzione iniqua del reddito nel corso degli anni.

Le radici dell'Europa e della sua economia

Il punto di partenza della curva logistica coincide coi secoli XII-XIII, perché è in quest’epoca che si profila un’area che presenta alcuni tratti comuni e viene perciò chiamata, anche dai contemporanei, Europa; essa è un’area sotto assedio a causa delle popolazioni barbariche a nord e sud. Nonostante inizi ad avere una certa identità, a parte qualche tentativo di unificazione avvenuto nel corso del tempo, come con Carlo Magno, Napoleone e Hitler, è sempre stata molto frammentata e divisa in popoli molto diversi tra loro. I tratti unificanti, al di là della frammentazione politica, sono unità religiosa e uniformità nell’organizzazione economica e sociale, quindi signoria terriera e le città; la signoria terriera, articolata in pars dominica e pars massaricia, organizza la produzione agricola utilizzando prevalentemente il lavoro servile.

Inizia a profilarsi, seppure in modo ancora embrionale, la costruzione di un’economia di mercato, che corrisponde ad un tipo di circolazione del prodotto imperniato sullo scambio di merci, valutate sulla base di un prezzo, vale a dire in base ad una espressione monetaria; comincia quindi ad emergere un’economia monetaria, considerata antenata del capitalismo. Inoltre, la creazione di una economia di mercato viene sorretta dall’introduzione di alcune innovazioni istituzionali.

La metafora della "mano invisibile" di Smith

Questo sistema viene visto da Smith con la metafora della “mano invisibile”, in quanto corrisponde ad un meccanismo impersonale e tendenzialmente efficiente, che determinando l’incontro tra domanda e offerta le equilibra attraverso il meccanismo dei prezzi; sulla base di questa definizione sembrerebbe che il mercato sia un meccanismo in grado di autoregolamentarsi, di creare una situazione di equilibrio e in grado di agire in una sorta di vuoto pneumatico, un meccanismo naturale. In realtà è un’istituzione emersa gradatamente nel corso della plurisecolare storia economica dell’Europa con il concorso, l’aiuto di altre istituzioni che lo fanno emergere; l’analisi del passato dimostra infatti che da solo esso può fallire, in particolare a causa del fenomeno della deflazione, seguito dalla caduta dei prezzi dovuta ad un eccesso di offerta rispetto alla domanda. Il mercato è quindi un’istituzione storica, non un meccanismo naturale.

Prima logistica: la rinascita economica dell'Europa

La prima logistica coincide col periodo della rinascita economica dell’Europa, la quale a ridosso dell’anno 1000 è un’area sotto assedio, che ha conosciuto una relativa decadenza dopo la caduta dell’impero romano, ma a partire dal XII-XIII secolo mostra segni di decisa ripresa; si avvia quindi la prima logistica, una fase di crescita e sviluppo economico, che determina una fuoriuscita dell’Europa dallo stato di marginalità in cui si era trovata nel corso dei secoli precedenti.

Un’altra caratteristica della prima logistica è quella di preparare alla prima globalizzazione, conosciuta come post-colombiana; essa ha le proprie radici nei fermenti delle modificazioni dell’economia europea durante questo periodo, in cui l’Europa dimostra nuovamente vitalità, ponendosi a confronto con due civiltà assai più sviluppate, quella cinese e quella araba. È a partire da questo periodo che si pongono le premesse, soprattutto in termini di innovazioni degli istituti, costi di transazione (costi di uso del mercato), riduzione delle incertezze, per il successivo slancio europeo e di alcuni paesi in particolare a livello globale.

Il circuito virtuoso del XII-XIII secolo

Alla vigilia della grande trasformazione del XII-XIII secolo il grande storico e disista appartenente alla scuola delle Annales Le Goff scrive “l’Europa si presentava ancora come un mondo di foreste intervallato da scarse radure dove sorgevano comunità isolate, con scarsi rapporti reciproci”; il paesaggio tipico di questi secoli è raramente costellato di centri urbani, gran parte dei quali abbandonati, ha un grande numero di boschi e foreste, le persone hanno una scarsa cultura e gli scambi avvengono prevalentemente in natura. A partire da questi due secoli si avvia una sorta di circuito virtuoso, tale appunto da avviare la prima logistica.

Gli elementi di questo circolo virtuoso che lo determinano sono quattro, tutti legati l’uno con l’altro: il primo riguarda la ripresa demografica dell’Europa la quale, secondo alcune stime, attorno al XI secolo contava appena 40 milioni di abitanti, e nel giro di pochi secoli arriva a circa 70 milioni; l’aumento della popolazione pretende un sensibile aumento della produzione agricola, dovuto ovviamente alla necessità di sfamare più bocche, e questo stimola una serie di innovazioni nell’ambito del settore primario, che continuerà ad essere il settore più importante; ciò agisce sulla ripresa del commercio, degli scambi a breve, media e lunga distanza, determinando così in pochi anni una nuova geografia economica dell’Europa, la quale fa riferimento ad una serie di poli di sviluppo urbano, commerciale, ossia quei punti dove è più vivace l’attività economica; a sua volta, questa ripresa dei traffici ha un effetto positivo sull’aumento della popolazione urbana, grazie al quale vengono create nuove città e rifondate quelle che erano state abbandonate, e l’economia urbana assume nuove forme di organizzazione, in particolare del lavoro.

Quindi, l’aumento della popolazione determina una domanda dei beni agricoli, che stimola innovazioni di tipo tecnico e organizzativo nell’ambito del settore primario; dove avviene un aumento della produzione, i boschi e le foreste cominciano a diradarsi, i campi vengono messi a coltura, i terreni iniziano ad essere bonificati. L’aumento delle superfici coltivate determina uno sviluppo della produzione agricola e della produttività dei terreni; sono innovazioni necessarie per sostenere la crescente domanda da parte delle popolazioni che continuano ad abitare in campagna, ma soprattutto da parte di quelle che abitano in città.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ammiratinoemi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Fornasari Massimo.
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