Che materia stai cercando?

Storia delle religioni - la visione della religione

Appunti sul seminario di Enrico Montanari, in cui viene spiegata la visione della religione secondo De Martino. Il seminario del professor Montanari mette in luce gli aspetti delle Messe del Dolore, esamina il concetto della potenza morale e tecnica. Si continua poi con un esempio pratico del De Martino riferito al lamento funebre che consente ad una... Vedi di più

Esame di Storia delle religioni docente Prof. E. Montanari

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

In questo caso il trapasso è misurato, tutto passa e trapassa secondo codici culturali significativi e

questa seconda morte ridischiude il diritto dei vivi.

La seconda morte si traduce col tema della cara memoria del morto in quest’immagine troviamo

la rappresentazione secondo cultura della morte.

Questa potenza mette in atto le forze operative umane che sono delle potenze tecniche, un

lavoro umano che consente all’uomo di esserci nel mondo, nonostante le catastrofi che lo posso

scuotere e far smarrire, indebolirlo come centro operativo di scelta, come ciò che può e ha la

potenza di fare ed essere soggetto protagonista.

Il lavoro umano è messo in atto dalla religione che non trascende l’uomo, ma è ciò che consente

all’uomo di essere; la religione è il lavoro umano. Questo concetto continuamente ripreso non

solo nel capitolo dedicato alle messe del dolore.

Il capitolo sesto è quello riguardante le messe del dolore, illustra perfettamente il concetto di

potenza oltrepassante di cui abbiamo parlato fino adesso. È un capitolo che De Martino aveva

già pubblicato sulla rivista di Pettazzoni “Studi e materiali di storia delle religioni”.

Le messe del dolore stanno ad indicare un parallelo con la mietitura dei campi. Dove prende tale

espressione? È presa da una tragedia di Eschilo “Agamennone”, dove il personaggio di

Clitemnestra pronuncia la frase: “Fin troppa ne abbiamo mietuta di messe del dolore”. Abbiamo

qui un confronto tra la mietitura come operazione agricola e il dolore della morte.

Questa espressione torna anche in un’altra tragedia di Eschilo “I persiani”, in cui il personaggio

di Dario fa un confronto tra la colpa dei persiani e l’immagine di una spiga di grano detta: “delle

colpe e della punizione”. C’è un confronto tra il dolore della morte della catastrofe militare dei

persiani e l’immagine metaforica, simbolica e poetica della spiga.

La “Ubris” persiana e la spiga.

E torna l’immagine delle messe del dolore dove parla di messe di infiniti pianti.

Interessante è il confronto continuo che De Martino ci tiene a sottolineare tra l’esperienza della

morte e la vicenda stagionale del raccolto. La documentazione del mondo antico ci mostra un

nesso tra il pianto rituale e la passione e il martirio vegetale, la morte vegetale della pianta che

viene coltivata e raccolta, recisa.

Per esempio nell’antico Egitto troviamo delle offerte di carattere agricolo (cereali) al defunto;

vediamo come nei simulacri che vengono offerti al defunto ci sono delle forme che evocano il

covone, il fascio di spighe. L’immagine simbolica del raccolto è l’immagine che viene usata nelle

rappresentazioni funerarie; dal punto di vista iconografico i temi del lamento funebre, del

cordoglio hanno a che fare con il raccolto, con la passione vegetale.

Nel I secolo d.C. in Egitto alcune fonti ci illustrano come al momento di mietere il grano, le

piante delle prime spighe tagliate vengono sottoposte a delle forme rituali di lamento funebre,

ad esempio si battono il petto come fanno le lamentatrici nel canto funebre.

Si usano forme rituali di lamento simili a quelle del cordoglio per un defunto nella mietitura.

In un ultimo documento utile da portare in esempio, troviamo in un anello del periodo tardo

noico la figura di un uomo che scuote un albero di frutti, accanto a questa figura c’è una donna

che è una lamentarice funebre. Quindi l’immagine dell’uomo che raccoglie e avvia l’operazione

agricola del raccolto è posta affianco a quella di una donna che avvia invece un lamento.

Lo stesso “uomo agricolo” è raffigurato in forme caratteristiche della lamentazione dal momento

in cui è visto che piega le ginocchia e volta la testa (come abbiamo visto fanno parte dei gesti

rituali della lamentazione).

De Martino collega spesso la vicenda del raccolto e il lamento funebre. In varie epoche e

situazione c’è un collegamento fra e due realtà; quindi il concetto di messa del dolore mette

insieme il dolore della morte ma colto anche dal punto di vista stagionale, della pianta.

Un esempio molto interessante è quello che De Martino trae da una documentazione

folkloristica della Palestina.

Vediamo come ad opera dei mietitori durante un raccolto la cosiddetta tecnica rituale

dell’ultimo covone raccolto durante la mietitura. Questo ultimo fascio, questo covone rituale

viene rappresentato in forme prescritte dalla tradizione e denominato “Il vecchio”.

Sottoposto ad una serie di pratiche rituali che sono quasi le stesse a cui viene sottoposto il corpo

del defunto, per cui il covone viene praticamente inumato, si rende al covone un lamento

funebre. I mietitori cantano dei testi, dei moduli verbali che sono molto simili a quelli che

abbiamo già incontrato.

Ad esempio troviamo “A Maromeo, me sventurata”, schemi verbali che troviamo nel lamento

funebre. Quindi si pensa la morte del raccolto con la stessa disciplina culturale a disposizione

per fronteggiare l’evento luttuoso.

Avviene nel raccolto ponendo tutta l’attenzione su quell’ultimo covone, in cui si concentra la

passione vegetale dell’intero raccolto.

Questa tecnica consente di concentrare e condensare simbolicamente la responsabilità umana

della morte del raccolto, procurata infatti proprio dagli uomini, concentrata in un unico punto,

l’ultimo. Per questo si parla di concentrazione e condensazione.

L’uomo in questa raffigurazione della morte del raccolto non è responsabile della morte

dell’intero raccolto ma di un unico covone su cui si interviene ritualmente.

De Martino afferma che avviene uno spostamento.

Per cui la responsabilità della morte dell’intero raccolto viene spostata in unico punto che è

quasi una mascherazione della responsabilità effettiva. È una sacra simulatio (simulazione sacra).

Qualcosa che non è ma si fa come se lo fosse.

De Martino la chiama anche “Pia fraus” (frode pia), che per quanto pia è pur sempre una frode.

Per cui si finge nelle forme prescritte che l’uomo non è responsabile della morte dell’intera

vegetazione ma solo di una parte di essa, un covone.

È un rituale complesso e vario; a volte il rituale viene fatto là dove la mietitura assume l’aspetto

di una battuta di caccia.

Per cui si immagine un animale, mentre si compie il raccolto, che attraversa le messe e che i

mietitori pensano in circolazione nel raccolto, tra le spighe.

Si fa come se il raccolto morisse per colpa di quell’animale che calpesta il raccolto; si sposta così

la responsabilità della morte del raccolto su un animale immaginario. È un mascheramento, un

chiaro occultamento.

A mascherare la responsabilità è un animale che si immagina correre per i campi e che alla fine

si blocca. Nella battuta di caccia questo animale quindi si trova fissato sull’ultimo covone o si

blocca quando viene mimato da uno dei mietitori, non tutti, uno soltanto che si prende la

responsabilità e che comincia ad agire copiando l’animale, copiando il suo comportamento.

È una forma rappresentativa mascherata della responsabilità umana, dell’agire umano.

Attraverso questa pia fraus la responsabilità viene a cadere su un operatore, o meglio

sull’animale che rappresenta.

Questo è un modo per liberare il lavoro umano da quella responsabilità mortificante che può

provocare l’essere il procuratore della morte vegetale. L’agire umano non può essere mortificato

da questa responsabilità, non può morire in ciò che muore né passare in ciò che passa.

Non può morire quindi col raccolto che muore tagliato. Ma deve anzi essere liberato, questo

agire umano deve essere scagionato da questo senso di responsabilità, non può procurare un

crollo esistenziale.

Attraverso questa pratica si ritualizza la morte del raccolto attraverso gli strumenti del

cordoglio, già analizzati nel lamento, qui in altre forme.

C’è quindi una protezione rituale della produzione agricola, c’è tutta un’apparecchiatura tecnica

per una mietitura protetta umanisticamente. È necessario proteggere il lavoro umano per non

paralizzare l’operazione agricola, per non cadere in forme di immobilità e inerzia che si

oppongono al fare, alla potenza come fare.


PAGINE

9

PESO

89.31 KB

AUTORE

ninja13

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti sul seminario di Enrico Montanari, in cui viene spiegata la visione della religione secondo De Martino. Il seminario del professor Montanari mette in luce gli aspetti delle Messe del Dolore, esamina il concetto della potenza morale e tecnica. Si continua poi con un esempio pratico del De Martino riferito al lamento funebre che consente ad una vedova il diritto di risposarsi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze storico-religiose
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle religioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Montanari Enrico.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia delle religioni

Storia delle religioni - il problema della distraibilità delle lamentatrici
Appunto