Il concetto di azione nella religione secondo De Martino
Lunedì 28-01-08. Alla base della religione c'è essenzialmente l'idea del fare, dell'azione. Nel primo capitolo abbiamo già parlato della potenza dell'energia del fare e quest'azione per De Martino può svolgersi sia dietro un profilo pratico (ad esempio la tecnica agricola per poter coltivare), sia dietro un profilo religioso, ma l'energia è la stessa, la stessa fatica umana.
Alla base della religione c'è un lavoro umano che da un punto di vista economico si traduce nell'attività agricola, da un punto di vista religioso si traduce nella protezione mitico rituale della presenza. Sono entrambe tecniche per proteggere la presenza fisica, con l'agricoltura che consente il nutrimento e quindi la vita fisica dell'individuo, la pratica rituale consente la vita esistenziale dell'individuo. Nel primo caso si evita la perdita della presenza fisica con la mancanza del nutrimento, nel secondo caso si evita la perdita della presenza esistenziale, di perdersi nel mondo come presenza. Alla base c'è però questo stesso aspetto profondamente umano dell'azione umana.
La religione come potenza tecnica
Nel primo capitolo ci sono aspetti che trovate anche nel capitolo de "Le messe del dolore" sulla crisi della presenza De Martino dedica molta attenzione. Gli dedica molti passi. Dice che sulla linea dell'impiego pratico dell'agire dell'uomo, quindi sulla linea dell'impiego della potenza tecnica, sul lavoro si trova la religione, ma su due piani diversi anche se paralleli. È una potenza tecnica volta non al comando dell'uomo sulla natura ma sulla presenza. Da notare l'aspetto tutto laico di questo concetto, umanistico; per De Martino la religione, ciò che è sacro non ha un'autonomia formale, se c'è qualcosa di essenziale di autonomo è proprio questo agire, questa potenza del fare, quest'energia morale.
L'espressione "tecnica" non è casuale, ma sta proprio ad indicare questo agire pratico anche nel campo religioso e questa è la cosa più difficile da cogliere perché è un ragionamento che De Martino non spiega in modo chiaro, lo fa tra le righe.
La potenza oltrepassante
Un altro fondamentale concetto è la potenza (potenza morale, potenza del fare, potenza tecnica). De Martino parla anche di potenza oltrepassante, un'espressione che può disorientare, eppure è usato in modo molto preciso. Uso tale concetto quando ad esempio parla del folklore in Lucania, di sblocco emotivo dell'ebetudine stuporosa. Abbiamo visto come queste lamentatici passino dalla fissità a dei modi di agire coordinati, dal silenzio a un furore, un'azione comunque regolata.
In De Martino troviamo una vicenda di oltrepassamento, di passaggio, per lui è in atto una potenza dell'esserci che consente di andare oltre e trascendere la situazione critica in cui la presenza è posta al rischio di non esserci, di perdersi. È quindi in atto una potenza oltrepassante che consente di trascendere, oltrepassare.
La crisi della presenza
Una di queste situazioni di rischio in cui la presenza può restare fissata, polarizzata, prigioniera è la morte di un proprio caro, una situazione di crisi e crollo esistenziale. È in atto la presenza dell'esserci che tenta di oltrepassare questa crisi, lo smarrimento. De Martino chiama questo rischio di smarrirsi: "Restare abbracciato a ciò che non è più." Di restare quindi passivi, di perdersi senza riuscire a reagire e si è agiti, non si è soggetti ma subalterni come oggetti.
Quando è in atto la presenza, quando è in atto la potenza oltrepassante, secondo De Martino si afferma il diritto dei vivi, il diritto a vivere nonostante la morte naturale, nonostante lo scandalo della morte di un proprio caro, il diritto di vivere nella crisi dei sopravvissuti. È un punto su cui insiste molto. Il diritto di non morire in ciò che muore, di non passare in ciò che trapassa, il diritto di oltrepassare, il diritto di affermare la potenza oltrepassante cioè la presenza.
In questa caso quindi la crisi della presenza è un blocco della presenza oltrepassante, è un crollo esistenziale, una miseria psicologica, un caso di terrore dell'azione e di inerzia, di evasione dall'azione. L'immobilità diviene terrore, una situazione in cui la presenza si immobilizza e paralizza negando e evadendo dalla storia. Per De Martino questo arresto della presenza oltrepassante equivale alla morte.
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