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Auschwitz e gli intellettuali

1) Gli intellettuali di fronte allo sterminio degli ebrei (1940-1950, la situazione

europea nel periodo della prima guerra mondiale).

Auschwitz ha assunto nel panorama culturale Europeo, che ha vissuto il dramma

della seconda guerra mondiale, un posto sicuramente secondario, se non nullo

nella maggior parte dei casi. Sono quattro gli “schieramenti” che hanno

caratterizzato la reazione politica, sociale e culturale dell’orrore dello sterminio:

Le “muse arruolate” (i collaborazionisti), coloro che corrispondono agli ultimi

tra i quali si possa trovare una riflessione su Auschwitz; coloro che hanno

permesso il dramma da un punto di vista pratico, che hanno partecipato

attivamente a favore delle ideologie naziste. Ma perché? Spesso essi hanno agiti

seguendo una scelta di opportunismo, ma talvolta sono stati costretti dal senso del

dovere a piegarsi all’autorità e al comando. Ricordiamo che il Nazismo è stato

nella storia uno dei più terribili sistemi totalitari con a capo Adolf Hitler, spesso

ammirato e sostenuto nel suo progetto politico dagli intellettuali del tempo. Il

Nazismo divenne negli anni della guerra l’unica soluzione per liberarsi dalla crisi

del mondo caratterizzando un euforia patriottica che fece una sorta di “lavaggio

del cervello” alla mentalità europea, senza rendersi conto della rottura che stava

avvenendo con la civiltà.

I “salvati” (gli esuli), coloro che sono riusciti a sopravvivere a quelle torture che

avevano come principale obiettivo la “scomparsa” definitiva di tutti coloro che

non erano degni di essere considerati razza ariana( la razza superiore). Gli esuli

che sono stati i principali testimoni dell’orrore,che li ha visti partecipi nel cuore

dello sterminio nazista. Tra i principale nomi ricordiamo Primo Levi, Jean Améry,

Robert Antelme che non si sono mai conosciuti di persona ma hanno condiviso un

dolore universale. Le loro opere,però, non sono mai divenute il prodotto di una

riflessione collettiva perché ognuna di esse era legata a un percorso soggettivo

della memoria (le loro opere erano troppo soggettive e non trovavano quasi mai

interlocutori attenti e ricettivi). Essi rappresentavano i segnalatori inascoltati di

un incendio che nessuno si preoccupava di spegnere.

I chierici, disimpegnati e quasi sempre “ciechi” nel contesto della guerra. La

cultura occidentale si pose in una posizione di completa chiusura e falsa

indifferenza, molto spesso danno maggiore rilevanza a eventi come la Rivoluzione

Spagnola e ponendo l’accento soprattutto su quel che era il Nazismo piuttosto su

quello che aveva creato il Nazismo. L’intellettuale Sartre nel suo saggio

pubblicato nel dopoguerra da una posizione marginale a Auschwitz; ciò sta a

testimoniare come la cultura europea diviene incapace di riconoscere una rottura

con la civiltà, ma soprattutto di riconoscere la realtà, rifiutando di portare lo

sguardo su quel evento mostruoso che egli stesso aveva partorito.( “Gli ebrei

d’Europa sono stati assassinati per soddisfare un odio paranoico […] non per una

ragione politica o per ottenere un qualsiasi vantaggio”).

Infine ci sono i “segnalatori d’incendio”( gli intellettuali in esilio), i soli, al di

fuori delle vittime , a pensare e vedere Auschwitz. Essi si formarono nella

Repubblica di Weimar e furono esiliati con l’ascesa al potere di Hitler, divenendo

marginali nel contesto sociale fino a divenire una minoranza di apolidi sfuggiti al

massacro che si stava consumando in Europa.

La Germania era a conoscenza del progetto di sterminio avanzato da Hitler, ma

nonostante ciò non vi si verificò nessuna reazione forte che potesse ribaltare il

destino degli Ebrei; Thomas Mann e Karl Jaspers rappresentarono un’eccezione

tedesca. Essi posero l’accento sull’onore della Germania che fu macchiato da

questo evento con il tentativo di diffondere sentimenti quale l’”orrore, la vergogna

e il pentimento”che potessero scuotere le coscienze tedesche, ma con l’avvento

della Repubblica federale regime nazista e popolo tedesco saranno dissociati.

Inoltre con l’avvento del comunismo che divenne il nuovo nemico da combattere

per il totalitarismo, l’elaborazione di un passato non aveva più spazio.

Ma come reagirono gli Ebrei a questo evento che li vedeva protagonisti, purtroppo

senza volerlo?

Agli occhi di molti ebrei, il nazismo non rappresentò un evento nuovo ma solo

una pagina in più terrificante della storia ebraica, dopo la diaspora(dal greco

“dispersione” che li costrinse ad abbandonare il paese natale, la Palestina, per

disperdesi nel resto del mondo). Molti ebrei si schierarono a favore del Nazismo,

con l’intento si “salvarsi”, anche se questa tattica non ebbe un esito positivo, anzi

quest’ultimi divennero oggetto di critiche. Altri vissero il dramma del Nazismo

come una possibilità di ritornare in Palestina. Inoltre si verificò una differenza tra

l’intellighenzia (la classe intellettuale dominante) ebraico- polacca (e fu

completamente soffocata dallo stalinismo in Unione Sovietica e smembrata in

Polonia) e quella ebraico- tedesca (che ebbe modo di avvertire il “campanello

d’allarme”che poi avrebbe prodotto lo sterminio, attraverso l’azione di

discriminazione e persecuzione che si attivò in Germania.)

Pensare a Auschwitz non era facile, ormai la storia, un tempo omogenea, tesa

verso il progresso e la provvidenza, era stata spezzata, anche se si ritrovò una

fiducia soprattutto nel diritto( con la dichiarazione dei diritti umani) nella ragione

e nel progresso.

2) Totalitarismo e genocidio: Hannah Arendt

Hannah Arendt , ebrea, dovette lasciare la Germania Hitleriana per “rifugiarsi” in

America e vivere la condizione che unì tutti gli ebrei a partire dagli anni Trenta:

quelli di essere apolidi, cioè di vivere senza stato e diritti. Ella testimonierà la

condizione di chi un posto nel mondo non lo avrà più, inoltre, conierà il termine di

“acosmia” legandosi al concetto del filosofo Heidegger di “demondificazione”. La

condizione vissuta dagli ebrei assunse anche un aspetto privilegiato. Infatti essi

fecero del proprio mondo l’intera patria , ponendosi, così, in una posizione di rilievo

da cui poter osservare l’intero sistema degli stati nazionali che con la crisi che

attraversò l’Europa, erano divenuti una prigione di popoli in cui gli ebrei apolidi

erano “liberi”.

Fondamentale era per gli ebrei il proprio riconoscimento come “paria consapevoli”,

attraverso il quale essi dovevano superare gli orientamenti di “assimilazione” e

“sionismo” nati dall’emancipazione. H. Arendt esprimerà questi due concetti nelle

sue opere; da un lato ella traccia un bilancio critico dell’assimilazione ebraica in

Germania (intesa come quel processo per cui un individuo o un g

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/06 Storia delle religioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle religioni del mediterraneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Di Grazia Ottavio.
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