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Storia delle religioni del mediterraneo – Auschwitz

Appunti di Storia delle religioni del mediterraneoAuschwitz. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Auschwitz e gli intellettuali, Gli intellettuali di fronte allo sterminio degli ebrei (1940-1950, la situazione europea nel periodo della prima guerra mondiale), ecc.

Esame di Storia delle religioni del mediterraneo docente Prof. O. Di Grazia

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Anders descrive la situazione dell’uomo che nel suo contatto del mondo è ostacolato

dai suoi limiti; un essere che non è posto da se stesso, e ciò provoca un sentimento di

vergogna, in cui l’intellettuale va alla ricerca di uno “spirito di fuga”. In

“Learsi”(Istraele al contrario) attraverso una metafora letteraria racconta la situazione

di un giovane straniero che non accettato per soggiornare in un hotel, vagherà per

esso con l’intenzione di superare i limiti del razzismo istaurando rapporti con gli altri

pensionanti, ma in seguito sarà cacciato e considerato un intruso. Il privilegio che ne

deriva è che egli non possedeva una camera, ma l’intero hotel, ma in realtà ciò sarà

soltanto un’ appartenenza illusoria, perché come sostiene Anders ciò che serve per

non essere straniero sono “la parte e il tutto”.

Durante gli anni della guerra Anders visiterà una mostra tecnica di Los Angeles in

cui verrà colto da un nuovo sentimento: “vergogna prometeica”(Prometeo non è stato

liberato dalle catene dalla tecnica moderna che ha reso ancora più duro il suo

supplizio). Gli uomini del XX secolo sono “utopisti invertiti” non capaci più di

prevedere una realtà che sono perfettamente in grado di produrre. La tecnica ha illuso

l’uomo di divenire potente e di raggiungere la felicità, ma la realtà si è capovolta; egli

è obsoleto dinanzi alla tecnica che è divenuto il nuovo soggetto della storia e

minaccia di distruggere l’umanità. Il Novecento è posto sotto il segno delle catastrofi.

Egli spesso nelle sue riflessioni pone in rapporto i due disastri che hanno

caratterizzato la II guerra: Auschwitz e Hiroshima sottolineando che lo sterminio

determina soltanto il primo passo della distruzione che si presenta in altre forme

come la bomba atomica che fu un crimine contro i principi dei suoi ideatori,

divenendo un processo continuo il cui vero colpevole è la tecnica. Guerre senza

scontri e lotte ma solo azioni fredde e meccaniche in cui le vittime non hanno

possibilità di resistenza e di lottare (come chi usa l’insetticida per uccidere le mosche)

e in cui i carnefici compiono solo il loro dovere, dovere che scaturisce da un gesto

“ben fatto” che manda avanti un macchina della morte perfetta.

Le vere vittime della guerra sono gli uomini, anche se Auschwitz e Hiroshima sono il

prodotto delle scelte umane.

Alla fine della guerra Anders iniziò una corrispondenza con Cluade Eatherly (uno dei

piloti che aveva partecipato all’operazione della bomba atomica) incuriosito dalla

notizia che egli aveva più volte tentato il suicido. L’intellettuale ebreo capi da quelle

lettere che i suoi tentativi di morte erano il prodotto della sua presa di coscienza

dinanzi a ciò che aveva fatto; egli era ridiventato uomo. Anders capì come questi

carnefici (egli analizzò anche il caso di Eichmann dalle riflessioni della moglie

Arendt) personificavano “l’innocenza” del male.

4) L’imperativo categorico di Adorno.

Di origine ebrea e italiana porrà numerose riflessioni incentrate principalmente

sull’antisemitismo e sul fascismo. Il suo aforisma “Scrivere una poesia dopo

Auschwitz è un atto di barberie” rappresenterà il suo pensiero principale in cui

sostiene che non può esistere cultura dopo la Shoah, dove la rottura della civiltà non

può trasformare l’orrore in creazione poetica. Questa aforisma rappresenterà una

sorta di “provocazione” per gli autori del dopoguerra, in particolare degli esuli che

elaboreranno il loro ricordo attraverso i versi. Adorno ritornerà in una Germania in

rovine, dopo la caduta del nazismo e li vivrà la sua condizione di outsider.

La riflessione di Adorno legata a Auschwitz vedrà una sua prima spiegazione

razionale nell’involuzione del progresso: la Shoah non è come i crimini che hanno

caratterizzato il passato; essa è il prodotto della società industrializzata che ne suoi

risvolti inumani e regressivi ha realizzato una ricaduta nella barbarie la cui

testimonianza è l’eliminazione tecnica, metodica e amministrativa di una

popolazione. Nel corso della storia il razionalismo (la conquista della ragione) aveva

determinato con l’Illuminismo il declino dell’Ancien Regime, un passo importante

per raggiungere il progresso e il miglioramento dell’uomo. Ma con il Nazismo il

razionalismo si è piegato al dominio per condurre la storia a un involuzione verso il

passato. Adorno e Horkhiemer svolsero un importante riflessione riguardo

l’antisemitismo basato sulle ricerche della scuola di Francoforte e di tre filosofi

(Marx, Freud e Weber). Essi sostenevano che l’antisemitismo era il prodotto di un

sistema capitalistico(che soprattutto gli ebrei avevano sostenuto durante la loro

emancipazione) che aveva portato alla negazione e alienazione dei rapporti sociali,

quindi andava ben oltre un antico pregiudizio religioso. Sulla scia dei lavori di Freud

essi notarono come da un punto di vista psicologico l’antisemitismo deriva da

un’energia libidinale repressa che assale la massa moderna e che si esprime attraverso

un azione distruttiva, di cui gli ebrei rappresentano il “capo espiatorio”, di cui

storicamente hanno sempre svolto questo ruolo. Adorno e Horkheimer affermano una

rivolta della natura contro una civiltà che l’aveva sottomessa per far trionfare la

tecnica. Un ticket mentality, ciò che aveva realizzato l’ideologia nazista sulla massa,

conformandola e dominandola, in cui l’alterità non era più tollerata.

5) Scrivere poesie dopo Auschwitz: Paul Celan.

Tra i tanti autori che contraddiranno l’aforisma di Adorno, Paul Celan rappresenta di

sicuro il poeta per eccellenza di Auschwitz. Di origine rumeno Celan era

l’anagramma del suo vero nome, Ancel. Egli sopravissuto all’orrore dello sterminio

sente il bisogno di esprimere il suo dolore attraverso l’uso del verso, componendo

nella lingua della “morte”(il tedesco) realizzando una lingua universale e personale

allo stesso tempo, con l’intento di farne un’altra lingua,capace di testimoniare

un’assenza. La lingua, che rimane l’unico valore al quale aggrapparsi in un mondo di

macerie. Il poeta triste della lingua teutonica (così si definiva) non si definì mai

tedesco, e rivendicò le sue origini europee - orientali come il segno di non

appartenenza alla Germania. La ricerca della verità del reale, il lutto e la memoria

sono le parole chiavi che caratterizzano la poesia di Celan, di cui la più significativa e

distinta per una intensa bellezza è “todesfuge”( fuga della morte che in origine era

intitolata “tango della morte”che indicava l’orchestra di musicisti ebrei, costretta a

suonare dei tanghi nei momenti che segnavano il destino di quel popolo ) in cui l’uso

di metafore e simboli (quali il “latte negro”,le “tombe nell’aria”) rappresentavano e

descrivevano l’atroce significato della morte da un lato e la macchia nera che aveva

“inquinato” la bellezza(riferendosi soprattutto a Goethe) della storia della Germania

dall’altro. La poesia di Celan porta con se le ferite del tempo e diviene testimonianza

di un orrore che per essere compresa (paragonandola a un messaggio nella bottiglia

che non si sa se troverà un destinatario) deve lasciare spazio alla “preghiera

spontanea dell’anima”. Adorno avrà molta stima del poeta rumeno, ma tra i due non

ci sarà mai un incontro diretto, ma solo una breve corrispondenza. Il motivo

principale del loro mancato incontro sarà descritto da Celan nella “Conversazione

della montagna”,in cui egli rifiuta la “sfida”(vista dal poeta) di Adorno che vuole

rivendicare la superiorità della filosofia nei confronti della poesia. Grande influenza

riceverà la poesia di Celan da Heidegger, in cui il poeta accetterà un colloquio che

avrà un peso nella storia, dato che sarà tra un tedesco e un ebreo. Celan non si

considerava ebreo, la sua ebraicità si legava all’esperienza vissuta, ma in realtà egli

era ateo( dopo Autchwitz non si può più credere in Dio) anche se il suo ateismo si

caricava di una forte dimensione spirituale, in cui vedeva una visione di Dio

annientato insieme al popolo ebraico. Egli credeva in una trasformazione della

società legata soprattutto a una rivoluzione che doveva partire dall’individuo,

chiudendo nella poesia un filo di speranza, che però nonostante tutto, lo portò ad

uccidersi nel fiume della Senna nel 1970.

Intellettuali ad Auschwitz: Jean Améry (il suo vero nome era Hans Mayer) e

Primo Levi.

Non si sa se Amèry e Levi si siano mai incontrati a Auschwitz, ma non solo la loro

esperienza, ma anche le loro biografie e la loro morte li accomuna: entrambi affermati

scrittori nel dopoguerra, appartenenti alla stessa generazione e arrestati e deportati per il

loro impegno nella Resistenza, ed entrambi morti suicidi (Amery si ucciderà in una

camera d’albergo, Levi si toglierà la vita nel suo appartamento a Torino dinanzi lo

stupore di quel gesto che nessuno si aspettava. Un gesto che sicuramente deriva dalla

ferita di quel campo,insanabile).

Le loro opere non si ponevano il solo obiettivo di raccontare l’orrore della Shoah ma

soprattutto, il loro intento era quello di produrre una riflessione sulla condizione

dell’essere umano e su quello che era stato capace di fare(i campi di sterminio non

mettevano in discussione l’idea di progresso, ma conducevano a ripensare l’immagine

dell’uomo). Levi userà la scrittura come terapia(diverrà un suo bisogno scrivere) mentre

Amery inizierà a scrivere solo dopo 20 anni dall’avvenimento in occasione del processo

di Francoforte.

La domanda principale a cui cercheranno di dare una risposta sarà: “perché i campi di

sterminio?” Essi sono stati creati dagli uomini ma sarà impossibile dare una spiegazione

razionale a ciò. Nonostante Amery e Levi rappresentassero gli intellettuali “scettico-

umanistici” (coloro che non si affidano né alla provvidenza, né alle ragioni politiche per

dare una motivazione illusoria, quindi essi riescono a penetrare nella vera essenza dello

sterminio) non riusciranno a spiegare e comprendere l’orrore della Shoah, anche perché

comprendere significa giustificare e ciò non è possibile. Auschwitz non deve però

essere dimenticato, lo sterminio non può ridursi a riempire una pagina dei libri di storia

ma il vero scopo dei sopravvissuti attraverso il loro ricordo è la memoria collettiva. La

testimonianza non deve morire con i sopravvissuti(anche se Levi nella sua ultima opera

“I sommersi e i salvati” ritiene che i veri testimoni solo coloro che sono morti in quei

campi) ma rimanere in vita attraverso ogni generazione. Levi ammette di essere

sopravvissuto grazie alla sua passione per la chimica che nel campo lo sottrarrà al


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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle religioni del mediterraneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Di Grazia Ottavio.

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