Storia delle relazioni internazionali
Era necessario stabilire quale fosse il campo di indagine rispetto anche a quella che era stata per diversi secoli la sua antenata, cioè la storia diplomatica, ma anche di distinguere la storia delle relazioni internazionali dalla teoria delle relazioni internazionali: sono diverse non solo per questioni di carattere metodologico, ma anche per motivi di carattere accademico: la storia delle relazioni internazionali è una disciplina di carattere storico, mentre la teoria delle relazioni internazionali è una disciplina che rientra nell’ambito accademico della scienza della politica. Mentre il sapere storico corrisponde per certi versi all’esistenza stessa dell’umanità, da quando l’uomo ha iniziato a leggere e a scrivere, ma anche prima con i graffiti, raccontando la storia della propria comunità e dei rapporti di quelle con cui entrava in contatto o in conflitto, lo studio delle relazioni internazionali, sia dal punto di vista storico che teorico, come aspetto della vita sociale e politica che ha una sua autonomia, ha assunto evidenza come tipo particolare di conoscenza soltanto da pochi decenni.
Il passaggio dalla storia diplomatica a quella delle relazioni internazionali avviene più o meno contemporaneamente e non casualmente nel primo dopoguerra e ancora di più, la coscienza che le relazioni internazionali condizionano la vita dei popoli, delle comunità e degli individui, e quindi il loro studio è un sapere con delle caratteristiche autonome, è diventato evidente negli ultimi decenni, da quando il termine “globalizzazione” è diventato un termine comune del discorso politico ma non solo. L'utilizzo su ampia scala, anche nel linguaggio comune, del termine “globalizzazione” definisce una dimensione internazionale, globalizzata della vita dei popoli e degli stessi individui, anche se le relazioni internazionali non sono un fenomeno circoscritto soltanto ad epoche più recenti. Se pensiamo all’etimo stesso del concetto, “relazioni internazionali” → inter-nationes (natio-nationes in latino vuol dire “genti, popoli), evidentemente da quando esiste nel mondo una pluralità di soggetti, di popoli, di genti, di nazioni nel senso latino del termine, questi soggetti, popoli, genti hanno interagito tra di loro, hanno avuto delle relazioni, anche se talvolta di queste relazioni noi sappiamo poco o nulla.
Le relazioni tra i gruppi che occupavano il globo sin dalle epoche più antiche erano inevitabili, benché nelle epoche più antiche fossero evidentemente rese molto difficili dall’assenza o dalla difficoltà delle vie di comunicazione dell’epoca: infatti le relazioni tra i popoli si intensificano con lo sviluppo delle vie di comunicazione, carovaniere dei popoli nomadi, il sistema stradale dell’impero romano o le comunicazioni marittime. Non è un caso che da quando esistono le tracce dell’esistenza sulla terra di comunità organizzate, si ha notizia di migrazione di popoli, di scontri per il controllo di determinate risorse, di guerre di conquista, di esplorazioni geografiche, di commerci che sono tutte manifestazioni relazionali, di relazioni tra i popoli, quindi di relazioni internazionali.
Queste notizie, nelle epoche più antiche, erano spesso oggetto di narrazioni, leggende, tradizioni e quelle che hanno lasciato traccia sono, soprattutto all’inizio, poeti e scrittori (Omero), oppure geografi o storici (Erodoto) e infine storici in senso proprio (Tucidide). Nelle opere di tutti questi autori si trovano continui intrecci tra aspetti di politica interna e aspetti di relazioni internazionali: le relazioni internazionali non assumono mai un aspetto autonomo, definito, specifico, però nell’ambito delle opere di questi autori, pur sempre in questo intreccio, possiamo trovare delle caratteristiche specifiche con cui ogni autore tratta gli aspetti internazionali della propria opera (ad esempio Erodoto è a cavallo tra la geografia e la storia; Tucidide è a cavallo tra la storia e la scienza politica).
Differenza tra storia e teoria delle relazioni internazionali
La teoria delle relazioni internazionali appartiene alla scienza della politica, è una scienza sociale e come tutte le altre scienze sociali, la teoria delle relazioni internazionali è mossa soprattutto dall’obiettivo di definire, di capire le costanti, le categorie, le leggi scientifiche che contraddistinguono le relazioni internazionali. Come in tutte le scienze sociali resta aperta la questione di sapere fino a che punto le categorie utilizzate abbiano il valore di leggi scientifiche (quello che caratterizza in teoria una scienza e le leggi scientifiche è l’esistenza di un rapporto diretto tra la causa e l’effetto, cioè l’idea che nel ripetersi di determinate circostanze, a una causa di un determinato tipo e sempre uguale come tipo di forza, corrisponde un effetto dello stesso tipo). Questo è sempre vero per le scienze dure, mentre per le scienze sociali la cosa è più dubbia, prima di tutto perché le scienze sociali si basano sull’azione dell’uomo e immaginare che l’azione dell’uomo si ripeta sempre uguali è difficile da immaginare.
Sorge il problema di determinare se le categorie utilizzate per le scienze sociali abbiano il valore di leggi scientifiche, siano cioè delle proposizioni caratterizzate da un’elevata capacità non solo di spiegazione ma anche di previsione. Questo bisogno di capire se si tratti di leggi scientifiche o soltanto delle categorie di interpretazione, è ancora più avvertito nell’ambito della teoria delle relazioni internazionali, proprio per la rapidità del cambiamento degli attori (individui o istituzioni, stati) del sistema internazionale (lo scenario su cui agiscono gli attori). Nel sistema internazionale cambiano spesso gli attori, gli scenari, appaiono spesso fenomeni nuovi e vi sono spesso delle azioni impreviste.
I due percorsi di lavoro, quello dello storico e del teorico delle relazioni internazionali, non vanno intesi come percorsi contrapposti, perché ciascuno ha bisogno dell’altro: i teorici delle relazioni internazionali non possono che trarre dalla storia i casi concreti su cui poi costruiscono le categorie che utilizzano; gli storici partono dai fatti storici, poi però utilizzano delle categorie di interpretazioni nell’analisi di questi fatti.
Si arriva alla storia delle relazioni internazionali attraverso un lungo percorso che parte dalla storia diplomatica e quando si ha coscienza dell’autonomia dei fatti internazionali come oggetto dell’azione umana e questo avviene quando si avverte il fatto che ogni problema storico acquista, se guardato da un punto di vista internazionale, un aspetto diverso (ad esempio: il processo di unificazione italiana, che si compie nel decennio cavouriano è interpretato e studiato in modo diverso se lo si considera semplicemente come risultato dell’opera del conte di Cavour, di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi o invece lo si analizza come un momento del cambiamento dell’assetto europeo, in cui il Piemonte sabaudo dovrà interagire con altri attori del sistema internazionale dell’epoca, prima di tutto la Francia di Napoleone III e l’impero asburgico o l'Inghilterra). Esiste però una realtà internazionale che richiede di essere guardata come qualcosa che accompagna e che condiziona spesso le vicende interne di ogni nazione/comunità (questo fu un dibattito molto acceso tra gli storici soprattutto a fine Ottocento); il dibattito si poneva in questi termini: se la politica interna determinava quella estera di uno stato o viceversa.
L’ordine internazionale è il sistema di regole, talvolta scritte e definite, talvolta invece indefinite ed implicite, che definisce un particolare sistema internazionale in una particolare fase storica.
Dalla storia diplomatica alla storia delle relazioni internazionali
Si arriva alla nascita della storia delle relazioni internazionali come disciplina attraverso un’evoluzione piuttosto lunga, che dura circa 5 secoli: un’evoluzione sia del sistema politico che sul piano storiografico: la storiografia evolve in parallelo con i cambiamenti che avvengono nella storia stessa. Il passaggio dalla storia diplomatica alla storia delle relazioni internazionali segue un cambiamento storico che dura 5 secoli: dal Quattrocento, quando in Europa nascono e si sviluppano gli stati moderni fino alla Prima guerra mondiale, che segna tutta una serie di cambiamenti fondamentali a livello storico politico, ma anche a livello sociale ed economico. Tutti questi cambiamenti saranno recepiti anche dalla storiografia, cioè dal modo di fare storia. Non casualmente il passaggio a livello storiografico dalla storia diplomatica alla storia delle relazioni internazionali avviene negli anni Venti del Novecento.
Lo stato moderno è una creazione europea a partire dal XIV secolo, inizialmente in Inghilterra, Francia e Spagna, quando viene posto fine al particolarismo feudale, cioè alla suddivisione dei poteri che aveva caratterizzato mille anni di vita nel continente europeo dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente; il potere si dissolse nelle mani di una serie di particolarismi a livello locale nonostante la presenza di popoli che tentarono di imporre in determinati territori una sorta di apparato statale (ad esempio i Franchi o i Longobardi), anche se furono tentativi effimeri. Dal fallimento di questi tentativi rimase il particolarismo feudale: aree ristrette di territorio in cui un signore può assumere titoli di vario genere, che amministra il potere. Ci sono delle entità sovranazionali, come l’imperatore (es. Carlo Magno), il Papa, che talvolta hanno un potere su determinate aree e delegano parte del potere su altre aree ad altri signori (lotta per le investiture).
Questa situazione di particolarismo feudale dura fino al XIV secolo in Inghilterra, Francia e Spagna, dove un signore più potente degli altri sconfigge o costringe gli altri signori a scendere a patti con lui, a riconoscere il suo potere di monarca e assumere sulla sua persona almeno tre poteri principali, senza dei quali non si ha stato: amministrare la legge e la giustizia, riscuotere le tasse per creare un apparato burocratico amministrativo, fare la guerra e di difendere i propri confini. Lo stato moderno nasce così e viene chiamato anche “Stato-Nazione”: la nazione viene prima dello stato (Natio: comunità); lo stato è un apparato burocratico amministrativo che si forma nel XIII-XIV, quando nel territorio dove coesiste una o più nazioni, si crea uno stato. Esistono tuttora stati che comprendono più nazioni, ad esempio: Svizzera, Spagna, Regno Unito. Viceversa esistono delle nazioni che non hanno uno stato: Catalani, Curdi.
La storia diplomatica
La storia diplomatica nasce in seguito alla diplomazia: la diplomazia nasce nell’Italia della seconda metà del Quattrocento, che è una nazione ma non è propriamente uno stato: sul territorio della nazione ha una pluralità di stati e continuerà ad averla fino al 1861, diventando uno degli ultimi stati moderni a crearsi. Nell’Italia della seconda metà del Quattrocento troviamo 5 stati principali: lo Stato Pontificio, la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano, la Signoria dei Medici in Toscana e il Regno di Napoli. Questi stati, nel corso della prima metà del Quattrocento, si combattono tra di loro fino a che, nel 1454, con la Pace di Lodi riescono a creare una momentanea (dura solo 40 anni) situazione di pace e di equilibrio tra di loro.
[Il concetto di equilibrio è fondamentale nella storia delle relazioni internazionali; nasce nel Settecento, il secolo dell’Illuminismo, che dal punto di vista filosofico ha varie declinazioni, una delle quali è il cosiddetto “Meccanicismo”, l’ala più radicale dell’Illuminismo. Il Meccanicismo interpreta il mondo come una sorta di grande macchina, è una visione molto materialistica. Quando prevede l’esistenza di Dio, lo vede come il grande meccanico, il grande regolatore dell’universo. Non è un caso che in questo frangente culturale nasca il concetto di equilibrio applicato alla storia delle relazioni internazionali, in cui il sistema internazionale viene visto come una bilancia a due piatti. In quest’ottica il sistema internazionale funziona bene, è regolato ed è in pace se i piatti della bilancia sono in equilibrio, cioè se si evita che un attore prenda il sopravvento sugli altri. Se un attore tenta di prendere il sopravvento sugli altri, gli altri si devono alleare per riportare l’equilibrio.]
Il sistema degli stati regionali italiani dalla Pace di Lodi al 1494 resta in pace soprattutto grazie all’opera di Lorenzo de Medici, che verrà chiamato “l’ago della bilancia”. Nel 1492 Lorenzo de Medici muore e il sistema salta; nel giro di due anni cala in Italia il re di Francia, Carlo VIII e inizia la guerra tra Francesi e Spagnoli che diventerà una guerra europea e inizierà un periodo di guerra che durerà un secolo e mezzo. Questa situazione di equilibrio tra i principali stati italiani è tenuta in equilibrio anche proprio perché nasce la diplomazia, l’esigenza di inviare prima delle missioni temporanee, degli ambasciatori temporanei, poi delle rappresentanze permanenti di uno stato in un altro con due scopi principali: per tenere i contatti e le relazioni e il compito di riferire in patria su quello che accadeva negli stati in cui ci si trovava (trame politiche, commerci, finanze).
La prima missione permanente di cui si ha conoscenza fu quella stabilita a Genova nel 1455 dal duca Francesco Sforza, signore di Milano. Nel 1460, il Duca di Savoia inviò un rappresentante a Roma presso la corte Pontificia. Nel 1496 la Repubblica di Venezia accreditò presso la corte inglese due mercanti che risiedevano a Londra. Non sorprende che in queste funzioni, molto spesso, ogni signore utilizzasse per questi scopi gli esponenti più in vista da un punto di vista culturale del proprio regno: grandi letterati (Ariosto, Machiavelli), nobili o appartenenti all’alto clero. Questa prassi diplomatica venne seguita nel giro di pochi decenni dagli altri stati europei che si andavano gradualmente formando e si trasformò nella nascita di quello che viene chiamato corpo diplomatico, cioè l’insieme degli ambasciatori che risiedono in modo permanente presso i governi dove vengono accreditati.
Durante le proprie missioni, questi diplomatici redigevano dei rapporti, che inviavano in patria circa la propria esperienza. Questi rapporti erano spesso un genere letterario. In queste relazioni si distinsero soprattutto gli ambasciatori della Repubblica di Venezia, le cui relazioni sono dei veri e propri rendiconti di problemi politico-economico-sociali dei paesi presso i quali erano stati accreditati. Queste relazioni, oltre ad essere un genere letterario, cominciano ad essere una fonte storica (a partire dal Settecento). Così nasce la storia diplomatica: una storia delle relazioni tra i popoli che però ha come fonte principale se non esclusiva le relazioni diplomatiche.
Già nel Cinquecento, con la nascita dell’Umanesimo, si aveva una prima evoluzione del concetto di storia: ponendo al centro dei propri interessi l’uomo si abbandona la concezione religiosa e provvidenzialistica della storia che vedeva l’intervento di Dio in ogni azione umana e si comincia a ritenere la storia come opera esclusiva dell’uomo. Le relazioni diplomatiche hanno però un limite intrinseco: sono ricche di informazione, ma soprattutto per la prima età moderna (1400, 1500, 1600) gli autori erano spesso dei letterati e in quanto tali erano attenti non solo alla sostanza di quello che scrivevano, ma anche alla forma: a volte il tentativo di fare la bella pagina prevaleva sui contenuti, tralasciando dettagli importanti dal punto di vista politico perché erano più interessati alla dimensione artistica delle loro relazioni.
Anche quando erano nutriti di un profondo pensiero politico, è evidente che erano uomini del Cinquecento, quindi potevano avere una conoscenza limitata di ciò che parlavano: scrivevano di ciò che vedevano con i propri occhi o di ciò che veniva raccontato da qualcuno. In ogni caso appartenevano ad un’élite, quindi parlavano di ciò che accadeva nel proprio ambiente sociale di riferimento, non si interessavano alla vita degli uomini comuni, ma solo alla vita di corte.
Nei decenni successivi, si apre un periodo di guerre continue sul territorio europeo, quindi cambia l’assetto del sistema degli stati europei e anche il modo di concepire la vita e la politica internazionale: si apre una lotta per l’egemonia in Europa tra Francia e la Spagna e poi con l’impero asburgico. Questa lotta viene complicata dalla riforma protestante del 1517: non diventa solo una lotta politica, ma anche religiosa con il grande scisma nella cristianità d’Occidente tra Cattolici e Protestanti.
Contemporaneamente, quelle strutture statali nate nei decenni precedenti, rafforzano la propria struttura amministrativa, politica, fiscale proprio perché sono perennemente in guerra. Il periodo più duro delle guerre di religione si trova nella Guerra dei Trent’Anni tra il 1618 e il 1648, che si conclude con i trattati di Westfalia. Con questa pace si cerca di creare un nuovo equilibrio e di creare un nuovo ordine internazionale, perché l’ordine internazionale finisce con una guerra e si crea con una pace. Il nuovo ordine internazionale prese il nome di IUS PUBLICUM AEUROPEUM e sostanzialmente (oltre alle guerre napoleoniche e il Congresso di Vienna) ressero fino alla Prima guerra mondiale; ci si accordò su due regole principali:
- Cuius regio eius religio: I sudditi di un determinato territorio seguono la religione del sovrano.
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