Storia delle istituzioni politiche | lezione 1
Introduzione al corso
Quali sono le istituzioni politiche e quali sono state nella storia? Come sono variate nel tempo? Qual è il rapporto tra le dottrine e le istituzioni? Si tratta di due ambiti intrecciati tra di loro, in modo particolare in riferimento al concetto di Stato.
Che cos’è un’istituzione politica e che cos’è oggi lo Stato? Cosa è stato storicamente lo Stato? Lo Stato risponde al bisogno di sicurezza degli esseri umani, una continuità che ci permette di vivere assieme in nome della convivenza civile: è il participio passato del verbo “essere, stare”.
Molte discipline si sono occupate dello Stato come oggetto di studio: ma dal punto di vista storico che cosa è lo Stato?
Approccio storico-politico alle istituzioni
Il tema del corso sarà il processo di formazione dello Stato moderno nel contesto europeo e occidentale: si tratta dunque di un corso monografico.
Attenzione al rapporto tra gli uomini e le istituzioni: perché gli uomini (singoli e/o in gruppo) si comportano in modo differente quando si trovano all’interno di istituzioni? Gli orientamenti politici e dottrinali variano a seconda della nostra posizione all’interno delle istituzioni politiche.
Titolo del corso: “Stato e potere nell’occidente europeo”
Il potere si esercita sempre nelle società umane e il modello di esercizio del potere più semplice ed efficace è la coercizione (comando-obbedienza), si trova in ambito militare ma anche in quello religioso. L’esercizio di potere vale per tutte le società, anche per quelle definite dagli antropologi come “società senza Stato” dove vi sono relazioni di potere che non sono di tipo statale.
Vi sono moltissime definizione del termine “Stato”. Quella più generica è stata scritta nel Dizionario di Politica (curato da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino) formulata da Pierangelo Schiera: Stato come forma storicamente determinata di organizzazione del potere.
Dunque, si tratta di un’organizzazione del potere, che chiamiamo “Stato”, relativa ad un preciso periodo storico, non eterna. Nonostante ciò, alcuni storici del diritto trattano lo Stato come un’entità anacronica, cioè collocata fuori dal tempo storico. Infatti, gli Stati sono quelle entità politiche che hanno dominato il mondo da 5000 anni.
Se consideriamo lo Stato come forma storicamente determinata, bisogna capire quando gli Stati nascono e quando muoiono. Si è cominciato a parlare di crisi dello Stato già a partire dalla fine dell’Ottocento (antiparlamentarismo e crisi dello Stato moderno).
La crisi dello Stato
La crisi dello Stato veniva associata a 2 processi simultanei: la statalizzazione della società e la socializzazione dello Stato. Nell’Ottocento infatti si parlava di separazione tra Stato e società (teoria liberale). I confini oggi non sono più nazionali, la sovranità non è più quella degli Stati nazionali. Quando parliamo di Stato, parliamo di geometrie diverse nel tempo. Lo Stato non è una realtà monolitica, ma ha a che fare con molti rapporti di potere.
La formazione dello Stato moderno è un processo di lunga durata: questo concetto di lunga durata è stato principalmente utilizzato per la storia sociale. Le origini dello Stato si fanno risalire all’epoca medievale: gli Stati nascono in Occidente nell’età moderna (dalla caduta di Costantinopoli nel 1453 o la scoperta dell’America, fino alla Rivoluzione francese o al Congresso di Vienna del 1815), con riferimento a Carlo VII di Francia, la dinastia dei Tudor nel Regno Unito e il matrimonio di Ferdinando e Isabella in Spagna.
Lo Stato moderno nasce dalla crisi dei due maggiori poteri che si contendono la guida della cristianità in Europa: il potere del Papa e il potere dell’Imperatore. Dietro la nascita di questi Stati vi è la Chiesa e la nascita del diritto canonico. Alle spalle del concetto di “istituzione” c’è il diritto canonico. Carl Schmitt sosteneva infatti che tutti i concetti politici non sono altro che concetti teologici secolarizzati.
Anche il feudalesimo gioca un ruolo fondamentale nella formazione dello Stato, nonostante spesso si associ il feudalesimo all’anarchia e alla disgregazione. In realtà però, l’elemento feudale è stato fondamentale per organizzare il potere all’interno degli Stati (fedeltà come elemento centrale nel rapporto feudale tra il signore e il suo vassallo).
Attenzione particolare alle regioni e ai territori di confine, che hanno avuto generalmente una storia un po’ diversa da quella dei singoli Stati. Le zone di confine sono sempre molto incerte per l’affermazione del potere degli Stati. Una cosa è guardare agli eventi della storia degli Stati dal “centro” (dall’apparato del potere), un’altra cosa è guardarli dalla “periferia”: un esempio è la Catalogna.
Ai confini, le relazioni tra gli individui sono molto più sfumate, infatti storicamente i confini degli Stati sono stati molto variabili nel tempo. Infatti, anche il territorio dello Stato è un prodotto storico. Tutte le nozioni che riguardano lo Stato sono dunque storicamente determinate.
Attenzione ai concetti storici – il termine “giurisdizione”
Il termine “giurisdizione” significa “organizzazione e giustizia” e nello Stato questo compito compete ad un organo autonomo e indipendente, la Magistratura, e ciò rappresenta un esito storico. Per noi, questo concetto di “giurisdizione” fa riferimento alla dottrina della separazione dei poteri classica di Montesquieu. Il termine giurisdizione (dal latino iurisdictio, a sua volta derivato da ius dicere), in diritto, viene utilizzato con diversi significati tra loro connessi. Il termine latino significa “dire la legge”; nel Medioevo il diritto (ius) era un ordinamento di carattere universale, infatti con iurisdictio non si faceva riferimento alla divisione dei poteri, ma a una sfera unica di governo. Due passaggi fondamentali sono stati la rinascita del diritto e la nascita delle università.
Ci sono diversi tipi di giustizia: quella civile (Codice Civile) deriva dal Codice civile napoleonico.
Storia delle istituzioni politiche | lezione 2
La definizione dello Stato
Pierre Bourdieu (1930 – 2002): la definizione di Weber e la “forza simbolica” È stato un sociologo, antropologo, filosofo e accademico francese. Teorizzatore del concetto di campo in sociologia e in antropologia, ha condotto studi dal carattere storico e critico riguardanti la società francese. La “noblesse d’Etat” corrisponde al corpo per eccellenza dello Stato, ai detentori delle competenze più importanti, cioè ai nobili più vicini al monarca.
Alla definizione di Stato data da Max Weber (<< Lo Stato detiene il monopolio della forza coercitiva legittima: dunque il potere appartiene ad un’autorità legittima >>), Bourdieu aggiunge l’elemento di carattere culturale, la forza simbolica dello Stato: noi infatti siamo calati in queste entità (gli Stati) che consideriamo:
- Naturali
- Universali: rappresentano il “tutto”
- Neutrali: perseguono l’interesse generale, il “bene comune”
Lo Stato è un oggetto quasi impensabile, che si presenta nella vita concreta in modi diversi a seconda dell’epoca storica. Ad esempio, il Parlamento rappresenta ancora lo Stato, se si ipotizza che vi sia una crisi delle sue funzioni tradizionali? Bourdieu sostiene che noi pensiamo lo stato attraverso categorie storiche e politiche create dallo Stato stesso (elemento simbolico).
Una prima definizione generica dice che lo Stato è una forma storicamente determinata di organizzazione di potere.
Luigi Blanco: definizione di Stato dettagliata e processuale
Il prof. Blanco definisce lo Stato moderno come un plurisecolare processo comune all’esperienza politica europea (nonostante tempi e modi differenti), tendenzialmente orientato all’accentramento e alla monopolizzazione del potere politico (sia all’interno sia all’esterno), che ha convissuto durante l’intero suo svolgimento con un pluralismo di poteri a fondamento corporativo-territoriale, prima di approdare nel XIX secolo allo Stato nazionale.
- Definizione dettagliata e processuale: lo Stato viene visto come un processo e non come un mero oggetto.
- Processo a due facce: da una parte vi è la centralizzazione del potere (apparato pubblico di potere); dall’altra, vi è un pluralismo di poteri a base corporativo-territoriale (importanza della società e dell’organizzazione della società).
La separazione tra Stato e società però è un costrutto teorico del liberalismo, che concepiva lo Stato come un freno agli sviluppi economici: per questo, con riferimento all’Antico Regime non si può effettuare una separazione né tra diritto pubblico e privato, né tra Stato e società (economia).
- La società dell’Antico Regime è organizzata in ordini e ceti (cellule corporative), i quali sono i detentori dei diritti (NO diritti individuali). Ad esempio, oggi concepiamo “la libertà” al singolare cioè come un diritto unico che appartiene a tutti gli individui; nell’Antico Regime invece si parlava di “le libertà” al plurale, che rappresentano cioè privilegi concessi ai ceti, ai quali un individuo appartiene e quindi la propria identità e libertà deriva dall’appartenenza a un ordine corporativo.
- Noi adoperiamo il termine “stato” sia per indicare l’organizzazione (regime) politica, sia per indicare il modo in cui una persona “sta” (condizione, fortuna, qualità). Quest’ultima accezione era quella utilizzata nel medioevo e nell’Antico Regime, in riferimento ad esempio alle assemblee di Stati come gli Stati generali (Francia), le Cortes (Spagna), il Parliament (UK), il Reichstag (Germania), …
Bisogna fare attenzione ai due processi simultanei già menzionati: centralizzazione e pluralismo di poteri a base corporativo-territoriale. Il carattere corporativo rimanda agli ordini, ai ceti, agli Stati; l’elemento territoriale è importante perché il territorio è un elemento dell’ordine corporativo della società, i territori hanno cioè fondamento corporativo.
Lo Stato centralizzatore deve quindi fare i conti con un pluralismo di poteri: da una parte c’è il polo monocratico (re), dall’altra c’è il polo consociativo-rappresentativo (regno). Le crisi e i conflitti derivano dalle divergenze tra questi due poli, cioè dalla dialettica tra re e regno.
L’Età moderna conosceva una concezione della rappresentanza del potere e della partecipazione (consenso) attraverso i differenti ceti. Per questi motivi, non ci si può fermare solo allo studio dell’apparato istituzionale di uno Stato, ma bisogna guardare anche alle istituzioni rappresentative del regno.
Ci sono molti punti di vista differenti per lo studio della formazione degli Stati:
- Storiografico: le principali interpretazioni fornite dagli storici
- Attenzione ai concetti
- Attenzione alla geopolitica e all’elemento territoriale: elementi dinastici e guerre
- Attenzione genetica: da quando un problema viene percepito come tale per la prima volta
- Attenzione comparativa
Storia delle istituzioni politiche | lezione 3
Lo Stato: caratteri ed evoluzione
Perché ci sia una forma di Stato secondo la teoria classica, ci devono essere tre elementi:
- Potere organizzato dotato di sovranità, potere esclusivo non soggetto ad altri (anche le città-stato, i comuni medioevali), sono entità superiorem non reconoscentes. Un detentore di questo potere sovrano.
- Un popolo (termine soggetto alla determinazione storica: il termine che oggi utilizziamo come “popolo” è un concetto nato nell’800) o meglio una popolazione, e quindi i sudditi o i cittadini che compongono la società, una società di individui portatori di diritti. È l’entità su cui viene esercitato il potere.
- Il territorio (termine soggetto a determinazione storica, varia in rapporto a tante variabili). Come viene costruito storicamente il territorio? Si passa da una concezione patrimoniale del territorio (l’opera di Macchiavelli, sebbene non fosse un fautore dei regimi principeschi, ma scrisse Il Principe, egli era fautore della Repubblica la concezione del territorio è patrimoniale: il territorio è il patrimonio del principe, ma quali sono gli elementi che permettono al principe di acquisire e conservare il territorio/il principato? Il principe deve esercitare determinate virtù) c’è un’altra concezione che è di carattere istituzionale, il patrimonio non è più del principe ma è indisponibile al principe (= indisponibilità del domaine royale ovvero indisponibilità del demanio). Da una concezione patrimoniale a una concezione impersonale e istituzionale e infine un cenno a una concezione produttiva di territorio (l’autore di riferimento è Michel Foucault che ha scritto un saggio letto al Collège de France dove teneva la cattedra di Storia dei Sistemi, per una lezione sulla Governabilità: in questa lezione critica la concezione di Machiavelli perché secondo lui il territorio diventa produttivo e bisogna saperlo sfruttare e utilizzare economicamente. È un territorio che cambia con l’attività degli uomini).
Questi tre elementi costitutivi sono tutti necessari ma cambiano storicamente e quindi bisogna capire come questi elementi evolvono.
Lo stato è complesso e la storiografia si è adoperata per decostruire questo oggetto complesso, e lo fa a partire dall’analisi di questi tre elementi e dalla loro evoluzione.
Cosa è per noi oggi il territorio? Il territorio è una produzione storica, noi ancora oggi produciamo luoghi, spazi di convivenza, periferie urbane. Non esistono più le città murate del Medioevo, le mura sono saltate e rimangono un solo ricordo storico. Entro le mura delle città si esercita la vita politica. Quando vengono aperte le mura? Le mura cittadine cadono nell’800 per esigenze di igiene pubblica, di industrializzazione, di nuova espansione urbana (es: Milano = un centro urbano ridotto con intorno a corona i cosiddetti corpi santi dove crescono l’artigianato e l’industria).
Le città sono importanti per l’Italia perché sono la nostra cifra identitaria (es: la repubblica marinara di Veneto si espande sulla terraferma) (es: Stati regionali: Stati che a partire da una città dominante riescono a costruire dei domini interessanti, già a partire dagli anni ‘70 dell’800, come ad esempio Venezia e Firenze). Nella città si esprime una bella fetta di potere e ciò varia da regione a regione (es: in Italia per alcuni periodi certe città sono state sovrane e indipendenti, liberandosi dai potere universali dell’imperatore e della Chiesa da questo scontro nasceranno i particolarismi statuali).
Il processo di formazione dello stato affonda le sue radici nel Medioevo. Il territorio è eterogeneo. Di solito pensiamo agli Stati moderni come enti che trattano il territorio come omogeneo (es: in Francia i rivoluzionari non vogliono che esistano più delle province dotate di certi privilegi e quindi vogliono il territorio dello Stato diviso in modo geometrico). Oggi il territorio non è più un impedimento fisico, ci sono mezzi di trasporto e vie di comunicazione. Bisogna cercare di decostruire questo oggetto impensabile che è lo Stato.
Sabino Cassese, giurista amministrativista che è arrivato anche alla corte Costituzionale, ha scritto un pamphlet intitolato “Territori e potere” pubblicato nel 2016 e qui si pone il problema:
- Che fine fanno oggi i territori? Che ruolo hanno i territori nella vita degli Stati? Quando si parla di territori inoltre si parla anche di confini (la sovranità dello Stato si esercita entro i confini del territorio). I confini non hanno effetti duraturi ma sono piccoli espedienti rispetto a un problema che ha dimensioni immense che riguardano la geopolitica, la fame, …. Attualmente i confini vengono intesi come linee confinarie ma un tempo si parlava di confini zonari: ciò dimostra che i concetti mutano in rapporto alla volontà politica e ai mezzi di controllo del territorio e ai mezzi di comunicazione. + In questo saggio di Cassese ci si pone il problema della deterritorializzazione. Tutto ciò incide o no oggi sulla vita degli Stati? Sì, incide. Ci interroghiamo su ciò perché noi facciamo storia, ma lo facciamo guardando anche al presente.
- I territori sono dunque finiti: ma perché? De Benedictis: Introduzione che guarda ai regionalismi, cioè proiezioni identitarie di piccoli stati (es: San Marino, Lussemburgo, Repubblica Elvetica, … sono retaggi storici sopravvissuti sino ad oggi) noi abbiamo tante forme di organizzazione del potere ma quella vincente è lo Stato che è la cifra della modernità occidentale secondo Reinhardt. Le cose non cambiano mai improvvisamente, i processi sono lenti e per produrre effetti ci vuole tempo.
- Se i territori saltano chi è oggi che governa il mondo? Se non ci sono più gli Stati territoriali, chi detiene il potere? Si va a interrogare il potere economico globale, ovvero quelle istituzioni che regolano il potere mondiale, come il FMI, …etc. Da ciò deriva che gli imperi sono un oggetto sempre più attuale.
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