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Della Camera dei Pari

Art. 24: Potere legislativo: già il fondamentale art. 15, introduceva il concetto fondamentale: il potere

legislativo è esercito collettivamente dal re, dalla Camera dei Pari e dalla Camera dei deputati. Qui Luigi

sentiva il bisogno di ribadire che la Camera dei pari ricopre una parte essenziale della potestà legislativa.

Art. 25-26: sessioni parlamentari: la Camera è convocata dal re contemporaneamente alla Camera dei

deputati. Le due sessioni cominciano e terminano insieme. Se riunita senza convocazione del re o fuori

sessione saranno illecite e nulle. Chiaramente Luigi non intendeva servirsi dei pari per usurpare le

prerogative degli eletti. Tutte le riserve sopra discusse, fanno riferimento a poteri personali del re, in

genere da esercitarsi attraverso il ministero. Logicamente non si tratterebbe di una scelta saggia, a meno di

non fare riferimento all'evidente difficoltà di fare accettare la esistenza stessa di un'assemblea non elettiva.

Art. 27-31 - Nomina: La nomina dei pari appartiene al re, benché sin da ora si stabilisca come i membri della

famiglia reale ed i principi di sangue sono pari per diritto di nascita. I principi, tuttavia, non possono

partecipare alle sedute che per ordine del re dato sessione per sessione. Evidentemente, per controllare la

Camera Luigi intendeva servirsi di senatori meno esposti. E, infatti, il numero dei pari è illimitato, ciò che

consentiva al sovrano di mutare le maggioranze a piacimento. Il fatto della ereditarietà, tuttavia, si

trasformò nella pietra dello scandalo, tanto da essere uno dei pochi capitoli sostanziali cancellati dopo la

rivoluzione di luglio, che pure conservò la non-elettività della Camera alta. D

Art. 33: Crimini speciali: la Camera dei pari conosce dei crimini di alto tradimento ed attentato alla sicurezza

dello Stato, che saranno definiti dalle legge. Un modo indiretto per dire che i deputati eletti non ne

sarebbero stati informati, se non a volontà del re.

Art. 34: Inviolabilità dei deputati: nessun pari può essere arrestato che per ordine della Camera, che lo

giudica in materia di legge criminale. Si tratta di un ulteriore privilegio, che poco sarebbe costato estendere

ai deputati elettivi, almeno per l'intero termine del mandato.

Della Camera dei deputati dei dipartimenti

Art. 35-36 & 41: Costituzione dei collegi elettorali: la Camera sarà composta dai deputati eletti nei collegi

elettorali, ripartiti fra i dipartimenti secondo la distribuzione degli anni precedenti. Tali disposizioni sono

integrate da pesanti cautele: anzitutto i collegi sono presieduti da presidenti nominati dal re: ciò che,

ovviamente, rafforzava l'influenza della corte, tanto più che il presidente diveniva, ipso facto, membro del

collegio: ciò che gli permetteva di dare col proprio voto il buon esempio. In secondo luogo, la fissazione del

numero di deputati nei dipartimenti, tendeva a favorire le campagne, affette da forte emigrazione ma più

fedeli alla corona dei grandi centri urbani di immigrazione. In terzo luogo l'organizzazione [dei collegi

elettorali] sarà stabilita dalla legge: ciò che lasciava un varco enorme all'intervento del ministero. Unalegge

decisamente governativa, in quanto consentiva un diretto controllo dei collegi, da parte dei prefetti e delle

autorità locali.

Art. 37: Sessioni elettorali: i deputati saranno eletti per cinque anni, e in maniera che la Camera sia

rinnovata ogni anno per un quinto.

Art. 38: Elettorato passivo: gli eletti dovevano avere almeno 40 anni e pagare imposte dirette per almeno

1'000 franchi. Nel caso in cui in un dipartimento non vi fossero almeno 50 soggetti rispondenti ai criteri, la

lista si sarebbe estesa verso il basso, sino a raggiungere il numero di 50. Il rischio di vedere eletti dei

30

sovversivi era ulteriormente ridotto dall'obbligo di eleggere almeno metà dei deputati fra soggetti residenti

nel dipartimento.

Art. 40: Elettorato attivo: gli elettori dovevano avere almeno 30 anni e pagare imposte dirette per almeno

300 franchi. Una disposizione decisamente normale per l'epoca, i cui effetti sulla fedeltà della Camera

potrebbero essersi rivelati addirittura controproducenti per la corona, tenuto conto che la sua 'base

elettorale' era concentrata nelle province e nelle campagne, per loro natura più povere.

Art. 43-46: lavori parlamentari: le sedute sono pubbliche; la camera si divide in due commissioni, che

discutono i progetti di legge, o i successivi emendamenti, tutti presentati dal re; ovvero gli emendamenti

presentati da deputati e già acconsentiti dal re. Dopodiché il voto è a maggioranza della camera, come da

art. 17-18. Come sempre Luigi inserì una serie di tutele: la Camera votava non uno ma cinque candidati alla

propria presidenza, e della cinquina il re determinava il prescelto; basta che appena cinque deputati (una

miseria) ne facciano richiesta, e la camera si costituisce in comitato segreto (comité secret).

Art. 48: Imposizioni fiscali: nessuna imposta può essere stabilita o raccolta, senza previo consenso delle due

camere, le relative proposte non possono essere discusse dalla Camera dei pari se, prima, non sono state

approvate dalla Camera dei deputati; non solo: l'imposta fondiaria non può essere votata che per un anno.

Le imposte dirette possono esserlo per più anni. Come si vede, la codecisione in materia fiscale costituisce

la base delle prerogative parlamentari.

Art. 50: Sessioni parlamentari: il re convoca ogni anno le due Camere. Un uso del tutto normale per l'epoca.

Oggi, al contrario, il parlamento italiano siede in 'sessione permanente', una espressione che, all'epoca,

evocava l'orrore della rivoluzione. In pratica, regolare la durata delle sessioni consentiva al sovrano di

interrompere, a suo piacimento, una discussione sgradita e, eventualmente, poteva dichiararla

'incostituzionale'.

Art. 52: Inviolabilità dei deputati: alcuna costrizione corporale, persecuzione giudiziaria o arresto può

essere effettuato nei confronti di un deputato in base alla legge criminale, salvo che venga colto in

flagrante. Due tutele apparentemente solide, ma limitate alla durata delle sessioni delle Camere o, al

massimo, alle settimane precedenti e successive.

Dei ministri

Art. 55-56: Messa in stato di accusa dei Ministri del Re: la Camera dei deputati ha il diritto di accusare i

ministri e di tradurli davanti alla Camera dei Pari, la quale sola ha il diritto di giudicarli. Le uniche fattispecie

di reato per cui possano essere posti in stato d’ accusa sono tradimento e concussione che saranno

specificati da leggi particolari da definire. Tale vaga formulazione della Carta non era destinata ad essere

sviluppata, infatti nessuna legge venne mai approvata né nessun processo venne istruito.

Dell’ ordine giudiziario

Art. 57: Potere giudiziario: ogni giustizia emana dal re. Essa viene amministrata in suo nome da giudici che

egli nomina e che egli istituisce. Dunque, l'intero potere giudiziario appartiene al monarca, il quale, però,

non ne risponde. Non perché non ne rispondano i giudici, ma perché non ne risponde nessuno. Qui il

sovrano 'gioca' con la Separazione dei poteri, spendendo Montesquieu contro i liberali. Infatti, nulla è

previsto in materia di relazione gerarchica fra il sovrano ed i giudici. Ad esempio, non si dice se i giudici

siano responsabili di fronte alla legge od al monarca: si intuisce, piuttosto, che colui dal quale 'ogni giustizia

emana' abbia piuttosto mano libera. 31

Art. 58: Inamovibilità: i giudici nominati dal re sono inamovibili. Anche tale previsione sembra assai più

mirata ad evitare intromissioni del parlamento che del sovrano. Infatti, se il sovrano non è impedito di

trasmettere ordini, scema assai anche la sua eventuale necessità di rimuovere.

Art. 62: Giudice naturale: nessuno potrà essere sottratto al suo giudice naturale, in conseguenza, non

potranno essere create delle commissioni e dei tribunali straordinari. Tale previsione costituisce l'unica

vera garanzia, moderna e solida, offerta dalla Carta.

Art 66: Abolizione della confisca: La pena della confisca dei beni è abolita e non potrà essere ristabilita, a

rafforzare l’ inviolabilità di tutte le proprietà. Tale articolo discende, direttamente, dalla annosa questione

dei beni nazionali, ovvero le requisizioni di massa che la Rivoluzione aveva operato ai danni dei propri

nemici politici, a cominciare dalla Chiesa e dai nobili.

Art. 68: Il Codice civile e le leggi attualmente esistenti che non siano contrarie alla carte vengono

mantenute in vigore. Alcune delle innovazioni in materia di amministrazione e diritto civile introdotte dal

codice napoleonico vengono quindi mantenute ed implementate nel nuovo ordine istituzionale.

Diritti particolari garantiti dallo stato

Art 69: Militari: ufficiali e soldati in servizio, in pensione e le vedove conserveranno gradi, onori e pensioni.

Art 74: Giuramento del re: il re ed i suoi successori giureranno, nella solennità del loro sacro, di osservare

fedelmente la presente Carta costituzionale. Da notare il 'giureranno', tanto che Luigi firma ma non giura. 32

Costituzione francese del 1830

Nel 1824, alla morte del fratello Luigi XVIII, divenne re Carlo X, il quale divenne fin da subito impopolare a

seguito di alcune decisioni che prese, tra le quali, l’ abolizione della guardia nazionale composta da

esponenti della borghesia, il ripristino della censura, e l’ approvazione della Legge del miliardo agli emigrati.

Il 25 Luglio del 1830, a seguito di alcune concessioni liberali, il sovrano emanò le cos’ dette “ordinanze di

Saint-Cloud”, che prevedevano lo scioglimento delle camere, l’ entrata in vigore di una nuova legge

elettorale e l’ inasprimento della censura; tale pubblicazione scatenò una sollevazione popolare a Parigi che

culminò nelle “Tre gloriose giornate”, guidate da esponenti dell’ alta e media borghesia parigina, che

costrinsero il sovrano ad abdicare a favore del nipote Enrico d’Artais sotto la tutela del cugino Luigi Filippo

d’Orleans. Accadde però che lo stesso Duca d’Orleans rivendicò a se la corona, una decisine che i legittimisti

non accettarono mai, provocando così una frattura all’ interno dell’ opinione pubblica filo-monarchica, con

conseguenze decisive sulla definitiva affermazione del principio repubblicano in Francia. Temendo una

ulteriore rivolta repubblicana, in poco tempo Luigi Filippo fece approvare una nuova costituzione, i cui

meccanismi non di discostarono malto da quella precedentemente concessa, i presupposti ideologici però

avevano assunto forme e toni completamente diversi.

La nuova Carta costituzionale, concessa e flessibile, era una modifica della carta del 1814 approvata dai due

rami del Parlamento nell’ Agosto 1830. Essa abbandonò il criterio censitario per lo status di elettore, ed

impostò uno stato laico, ed assicurò libertà di stampa indicando che la censura non potesse essere mai più

ristabilita. Il re era il Capo di stato, che oltre al potere di emanare ordinanze, deteneva l’ iniziativa legislativa

insieme alle due camere. Ogni proposta di legge, di qualunque iniziativa, non poteva più essere ripresentata

nella stessa sessione dopo essere stata respinta da almeno uno dei tre poteri (Re, Camera dei Deputati,

Camera dei Pari ). Ogni assemblea dei Pari che si riunisca al di fuori della sessione della camera dei deputati

è ritenuta illecita, i deputati sono eletti per cinque anni ed il requisito per potersi candidare attiene solo al

compimento dei 30 anni. Il sistema giudiziario non è più elettivo ma di nomina regia, e vige il divieto di

creazione di Tribunali speciali tranne che per la Corte di giustizia come previsto dalle disposizioni

costituzionali; il funzionamento della magistratura ordinaria si basa sui principi del giudice naturale. Nel

1831 viene realizzato un emendamento costituzionale che andò a modificare la disciplina della Camera dei

Pari: inizialmente i senatori erano di nomina vitalizia o ereditaria, con tale modifica, divenne invece di

nomina esclusivamente vitalizia. 33

Statuto fondamentale del Regno di Sicilia del 1848

Il moto siciliano fu il primo a scoppiare in un anno colmo di rivoluzioni e rivolte popolari, avviando

quell'ondata di moti rivoluzionari che sconvolse l'Europa e che viene definita “primavera dei popoli”. La

rivoluzione siciliana portò alla proclamazione di un "nuovo" Regno di Sicilia indipendente, che sopravvisse

fino al maggio del 1849. Nel 1812 la Sicilia aveva ottenuto la costituzione da Ferdinando III, di ispirazione

inglese, era una costituzione alquanto liberale per quei tempi, che tuttavia il sovrano, dopo il Congresso di

Vienna. Abolì definitivamente, e la Sicilia fu così aggregata a Napoli con la promulgazione dell’ Atto di

fondazine del Regno del Regno delle due Sicilie del 1848. Palermo perse così il proprio ruolo di capitale, e a

partire dal 1820, scoppiarono numerose rivolte popolari, sobillate dagli stessi baroni, che vennero però

aspramente sedate. Nel Gennaio 1848, dopo i moti del Cilento, scoppiano a Palermo altri moti

insurrezionali che portano alla formazione di un governo rivoluzionario con a capo Ruggero Settimo,

pretore (sindaco) della città, con l’ obbiettivo di fare pressione su Ferdinando II, succeduto al padre nel

1830, affinché applicasse la costituzione del 1812. Il sovrano però, eludendo la richiesta, concesse il 10

febbraio 1848, la Costituzione del Regno delle due Sicilie, in base alla quale, la Sicilia divenne in pratica una

provincia del regno, poiché la sede del Parlamento venne spostata a Napoli. I siciliani non accettarono

questa imposizione, tanto da organizzare elezioni autonome per la formazione del Parlamento sulla base

della Costituzione del 1812, che una volta riunitosi elaborò il testo di una nova carta, quella del 10 Luglio

1848, che a differenza della precedente, non era concessa, bensì elaborata dal Parlamento: la nuova carta

dichiarò la Sicilia stato indipendente. La corona venne offerta al secondogenito di Carlo Alberto di Savoia, il

quale però declinò l’ offerta. In mancanza di un re la Costituzione entrò comunque in vigore, e le

prerogative regie furono svolte da un consiglio di reggenza

La monarchia borbonica viene dichiarata definitivamente decaduta. Come accaduto in Grecia, dove fu

chiamato un re tedesco, e in Belgio, dove il re chiamato era tedesco, il governo dell'isola, venne affidato a

un re non siciliano, ma da ricercare tra gli italiani, così che il 10 luglio 1848 il parlamento elegge re di Sicilia

il figlio di Carlo Alberto di Savoia, Alberto Amedeo di Savoia, cui viene indicato il nome di Alberto Amedeo I

di Sicilia, che però, impegnato come generale nella prima guerra d'indipendenza la rifiuta. Questa mossa

metterà in crisi il futuro dello Stato indipendente e da quel momento in poi l'esecutivo si reggerà come un

governo costituzionale. Lo statuto includeva i principi della democrazia rappresentativa e della centralità

del Parlamento siciliano nel governo dello Stato, dando vita ad uno degli ordinamenti più democratici e

garantisti che la storia costituzionale avesse mai visto.

Statuto fondamentale del Regno di Sicilia del 10 Luglio 1848

Titolo I - Religione, indipendenza, sovranità:

Art.1: La religione dello Stato è la cattolica, apostolica romana. Quando il re non vorrà professarla sarà ipso

facto decaduto.

Art.2: La Sicilia sarà sempre Stato indipendente. Il re dei Siciliani non potrà regnare o governare su nessun

altro paese. Ciò avvenendo sarà decaduto ipso facto. La sola accettazione di un altro principato o governo

lo farà anche incorrere ipso facto nella decadenza. Questo articolo è volto a scongiurare una nova unione

con il Regno di Napoli.

Art.3: La sovranità risiede nella università dei cittadini siciliani: nessuna classe o individuo può attribuirsene

l'esercizio. Il poteri dello Stato sono delegati e distinti secondo il presente statuto. 34

Titolo II - Potere legisativo

Art.4: Il potere di far leggi, interpretarle e derogare ad esse appartiene esclusivamente al parlamento.

Art.5: Il parlamento composto da rappresentanti del popolo, è diviso in due camere, dette l'una dei

deputati, e l'altra dei senatori.

Titolo II

Capo I - Elezioni e rappresentanza

Art.6: Tutti i cittadini che abbiano compiuti gli anni 21, e che sappiano leggere e scrivere, sono elettori nel

luogo del proprio domicilio, o dove abitano da tre mesi.

Art.7: Non sono elettori: i soldati delle truppe di terra e di mare; i regolari; i condannati per delitti, durante

la pena; i condannati per delitti di furto, frode, calunnia o falsa testimonianza sino a due anni dopo

l'espiazione della pena; i condannati per misfatti, sino alla riabilitazione.

Art.8: Possono essere deputati, purché abbiano compiuti gli anni 25: i professori delle università, dei licei e

dei collegi; i membri dell'istituto d'incoraggiamento, delle società e delle commissioni economiche del

regno; i membri delle accademie letterarie, scientifiche ed artistiche del regno; i dottori e licenziati in

qualunque facoltà; coloro che dall'esercizio d'una professione scientifica ricavano un emolumento di once

18 annuali; i commercianti con case e stabilimenti di commercio; i professori di arti liberali; i proprietari

d'una rendita perpetua o vitalizia di once diciotto annuali.

Art.9: Possono essere senatori, purché abbiano compiuti gli anni trentacinque: i già presidenti e vice-

presidenti della camera dei deputati; coloro che per due legislature sono stati deputati; i già ministri,

ambasciatori e plenipotenziari costituzionali; i già direttori di ministero costituzionale; il giudice della

monarchia, i vescovi, arcivescovi, archimandrita di Messina, abate di Santa Lucia, siciliani; e tutti coloro che

soddisfano i requisiti per essere deputati.

Art.10: Non possono essere deputati né senatori: i ministri o direttori di ministero in esercizio; i magistrati

e gli impiegati dell'ordine giudiziario in esercizio; i funzionari e gl'impiegati dei ministeri e d'ogni ramo

d'amministrazione dello Stato; gli ufficiali e soldati delle truppe di terra e di mare; coloro che hanno cariche

ed uffici di corte e gli impiegati di casa reale; coloro che godono pensioni amovibili dal potere esecutivo; i

regolari; gli analfabeti; i debitori morosi dello Stato o dei Comuni; gli accusati per misfatti, finché non

tornino in libertà assoluta; i condannati per delitti durante la pena; i condannati per delitti di furto, frode,

falsità, calunnia o falsa testimonianza fino a due anni dopo la espiazione della pena; i condannati per

misfatti sino alla riabilitazione. Le incompatibilità previste dai paragrafi 1, 2, 3, 4, 5, e 8 non avranno vigore

nel solo caso che l'impiegato o funzionario eletto a rappresentante nell'una o nell'altra camera rinunzi al

suo ufficio pria di sedere in parlamento.

Art.13: L'ufficio dei deputati durerà per due anni; quello dei senatori per sei. Gli uni e gli altri potranno

essere rieletti.

Art.14: I deputati e i senatori, durante il loro ufficio e per due anni dopo, non potranno accettare benefizi,

cappellanie, cariche o impieghi, il cui conferimento appartiene al potere esecutivo. Potranno essere eletti

ministri, restando sospesi dalla funzione di deputato o senatore, durante tale carica. Questo articolo

rappresenta il tentativo di demarcare la fortemente un confine fra il potere legislativo e quello esecutivo. 35

Art.17: I membri del parlamento sono inviolabili per tutto ciò che avranno detto, scritto o votato

nell'esercizio delle loro funzioni. Qualunque magistrato attenti a tale inviolabilità sarà destituito ed esiliato

dal regno per anni dieci. Il re non potrà mai fargli grazia. Nessun senatore o deputato, durante la sessione e

per un mese antecedente e susseguente, potrà essere arrestato senza permesso della camera cui

appartiene, tranne il caso di flagranza.

Art.18: I membri del parlamento rappresentano l'intera Sicilia, non i comuni o distretti particolari dai quali

sono eletti.

Titolo II

Capo II – Del Parlamento

Art.19: Il parlamento si riunirà di diritto in Palermo il 12 di gennaio di ogni anno. Alla solenne apertura, che

avrà luogo nella chiesa di S. Domenico, il re interverrà personalmente o per mezzo di un suo delegato. Potrà

il re, al bisogno, straordinariamente convocarlo.

Art.20: La carriera dei deputati è legalmente costituita con la presenza di sessanta, e quella dei senatori con

trenta componenti. Le deliberazioni saranno prese a maggioranza assoluta. Il presidente avrà voto nel solo

caso di parità.

Art.21: Ciascuna Camera verifica i poteri dei suoi membri, e ne giudica.

Art.25: Ciascuna camera avrà un regolamento per l'esercizio delle sue funzioni.

Art.26: L'iniziativa della legge appartiene ad ambe le camere. Ogni camera ha il diritto di assentire,

dissentire o proporre modificazioni alla legge votata dall'altra camera. Nessun progetto sarà legge ove non

sia consentito da ambe le camere.

Art.27: Nel caso che le due camere siano d'accordo in alcuni punti e discordi in altri dello stesso progetto di

legge, potranno deputare un numero eguale de' rispettivi membri perché sedendo insieme procurino

conciliare le differenze, e ridurre le camere alla conformità dei voti. Il nuovo progetto sarà recato alla

discussione delle camere. Una proposta definitivamente rigettata non può riprodursi che alla nuova

sessione.

Art.28: Le leggi relative alle entrate e spese dello Stato, ed al quantitativo dell'esercito e dell'armata,

dovranno iniziarsi esclusivamente nella camera dei deputati. La camera de' senatori avrà solamente il

diritto di assentire o dissentire, senza farvi modificazioni.

Art.29: Ciascuno de' membri del parlamento ha diritto di proporre leggi. Ogni cittadino ha facoltà di

presentare in suo nome, ma solo in iscritto, petizioni e progetti per mezzo de' componenti la camera. I

ministri possono presentare e discutere progetti di legge.

Art.30: La legge fatta dal parlamento sarà nello spazio di trenta giorni promulgata dal re, o con apposite

osservazioni rimandata al parlamento. Quante volte nella sessione immediata a quella in cui la legge fu

fatta, il parlamento vi persista, il re fra quindici giorni dovrà necessariamente promulgarla.

Art.31: Appartiene a ciascuna camera il diritto di fare rimostranze e indirizzi per qualunque atto del potere

esecutivo.

Art.33: La camera de' deputati si rinnoverà per intero, quella dei senatori per terzo, in ogni biennio. Le

camere non possono essere disciolte, né sospese dal re. 36

Titolo III – Potere esecutivo

Art.34: Il potere esecutivo sarà esercitato dal re per mezzo dei ministri responsabili, ed eletti da lui.

Titolo III

Capo I - Del Re

Art.35: La persona del re è inviolabile.

Art.36: I poteri conferiti al re dalla costituzione si trasmettono per successione. La sola discendenza del

primo re potrà regnare in Sicilia, morendo egli senza discendenti maschi, o pure estinta la di costoro linea

discendenza maschile, la nazione sceglierà la novella dinastia. La successione al reame di Sicilia sarà sempre

regolata con ordine di primogenitura agnatizia tra i discendenti maschi del re con diritto di

rappresentazione; in modo che i figli del primogenito predefunto escluderanno lo zio secondogenito

vivente, e così di seguito. Sono perpetuamente ed in tutti i casi escluse le femmine, ed i loro discendenti

anche maschi. Morto un re senza discendenti maschi, succederà il fratello secondogenito, ed in difetto i di

costui discendenti maschi, collo stesso ordine di primogenitura agnatizia. Estinta la di costui linea maschile,

succederà quella del terzogenito, e così di seguito; ben inteso però che in ogni caso di successione

collaterale, dovrà sempre darsi la preferenza alla linea ingressa e di qualità più prossima all'ultimo defunto

re.

Art.37: Tutte le questioni di successione saranno decise dal parlamento.

Art.38: In mancanza di legittimi successori nell'ordine come sopra stabilito, la nazione eleggerà il nuovo re.

Art.41: L'istruzione del re minore sarà regolata dal parlamento. La Maggiore età del re è fissata a 18 anni

compiti: appena giuntovi, presterà il giuramento nei modi e colle condizioni prescritte nell'articolo

precedente.

Art.42: L'incapacità del re per difetto intellettuale sarà giudicata dal parlamento e dichiarata con un

decreto.

Art.43: Nei casi di minor età, imbecillità del re o vacanza di trono, appartiene al parlamento istituire la

reggenza.

Art.47: Il re e tutti i successibili al trono non potranno contrarre matrimonio senza il consenso del

parlamento.

Art.48: Come qualunque cittadino, nei negozi civili, il re è sottoposto alle leggi di privato diritto. La lista

civile è immune da ogni azione.

Art.49: I principi e le principesse sono sottoposti alla regola di privato diritto, come tutti i Siciliani.

Articolo 50 Il re non potrà per qualsiasi cagione allontanarsi dal regno senza il consenso del parlamento, il

quale non potrà accordarlo che per un termine fisso. Il re che abbandonasse il regno senza un tale consenso

o prolungasse la sua dimora fuori dell'isola al di là del termine prefisso, non avrà più diritto a regnare: il suo

successore, ove ne abbia, salirà al trono, o la nazione eleggerà il nuovo re.

Art.51: Non potrà il re esercitare alcuno dei poteri delegati a lui dalla costituzione senza consultare il

consiglio dei ministri. 37

Art.52: Nessun ordine del re sarà eseguito se non sottoscritto da un ministro.

Art.53: Il re rappresenterà la Sicilia nei rapporti colle altre potenze.

Art.54: Egli ha il diritto di coniare monete, conformandosi alla legge, facendovi imprimere la sua effige da

un lato, dall'altro lo stemma della Sicilia.

Art.58: Conferirà il comando e tutti i gradi militari delle forze di terra e di mare giusta la legge: salvo quel

che è stabilito per la guardia nazionale.

Art.59: Eleggerà gli ambasciatori e gli altri agenti diplomatici.

Art.60: Provvederà le magistrature e tutte le cariche ed uffici amministrativi dello stato, secondo le leggi

particolari.

.

Art.65: Il re nell'istituzione degli uffici di corte non potrà stabilire condizioni di classi o di ceti, né categorie

dentro le quali abbiano a conferirsi.

Art.66: Il re non ha altri poteri al di là di quelli conferitigli dallo statuto. Egli si intitolerà Re dei Siciliani per la

costituzione del Regno.

Titolo III

Capo I – Dei Ministri

Art.67: Al re solo appartiene la elezione o revocazione dei ministri.

Art.68: I ministri sono responsabili. Essi potranno esser processati e puniti ne' casi e modi stabiliti

dall'apposita legge. Potrà il parlamento domandar conto dei loro atti, sottoporli a giudizio e punirli. Il re non

potrà loro far grazia attenuando, commutando o condonando la pena.

Art.69: L'ordine del re, verbale o iscritto, non potrà in alcun caso sottrarre il ministro dalla responsabilità.

Titolo IV – Potere giudiziario

Art.71: Il potere giudiziario sarà esercitato dai magistrati istituiti dalla legge ed eletti dal re. La legge non

costituirà che soli magistrati e giurisdizioni ordinarie, così civili, che criminali, salvo le giurisdizioni

ecclesiastiche secondo la disciplina della chiesa di Sicilia, e le giurisdizioni militari per i reati e le persone

militari, e per le altre da leggi speciali espressamente sottoposte allo statuto penale militare e salvo i giudizi

per giurati nelle materie in cui saranno stabiliti dal parlamento. Il giudizio per giurati è stabilito in tutte le

materie criminali, e pei delitti politici o commessi per mezzo della stampa. Per tali delitti al solo giurì

appartiene pronunziare anche pei danni ed interessi. Nessun cittadino potrà ricusarsi di esser giudice nei

giudizi di fatto.

Art.72: Il potere giudiziario nell'esercizio, delle sue funzioni sarà indipendente. I giudici saranno sottoposti a

giudizio secondo i termini della legge, e senza bisogno di autorizzazione. La udienze dei magistrati

dell'ordine giudiziario sono pubbliche.

Art.73: L'alta corte del parlamento è composta dalla camera dei deputati, che accusa, e da quella dei

senatori che giudica. 38

Art.74: Sono giudicabili dall'alta corte del parlamento, per tutti i fatti relativi all'esercizio delle loro funzioni,

i ministri ed i magistrati supremi dello Stato, secondo la legge che ne stabilisce le forme e le classi.

Titolo VI – Dei siciliani e dei loro diritti

Art.82: La qualità di Siciliani si acquista e si perde nei modi prescritti dalle leggi civili. La naturalizzazione

non potrà concedersi che in virtù della legge.

Art.83: I Siciliani sono tutti uguali innanzi alla legge. Essi soli e senza altra distinzione che il merito e la

capacità, sono ammessi agli uffici, a benefici ed alle pensioni di qualunque natura e grado.

Art.84: Un solo ordine nazionale di merito sarà stabilito come semplice designazione alla pubblica stima.

Non vi sarà ammessa alcuna precedenza e privilegio. Nessun altro ordine precedente è riconosciuto.

Art.85: Nessun cittadino potrà essere giudicato se non in vigore di una legge promulgata pria del fatto che

dà luogo al procedimento, e per un regolare giudizio reso dal magistrato competente.

Art.86: Il domicilio del cittadino è inviolabile. L'autorità pubblica non potrà penetrarvi per investigazioni,

che nei casi stabiliti e con le forme ordinate dalla legge.

Art.87: Nessun cittadino può essere arrestato fuori i casi stabiliti e senza le forme ordinate dalla legge.

Ciascuno ha il diritto di resistenza contro ogni pubblico ufficiale che volesse arrestarlo, o con vie di fatto o

minacce usargli violenza.

Art.88: La parola e la stampa sono libere. I reati commessi per mezzo della parola e della stampa saranno

puniti secondo la legge.

Art.91: I cittadini hanno diritto di adunarsi pacificamente e senza armi, per privata o pubblica utilità, senza

permesso alcuno, salvo l'applicazione delle leggi penali pei reati che si commettessero per l'abuso di questo

diritto.

Art.92: Niuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica, ne' casi e coi modi

stabiliti dalla legge e mediante giusto precedente compenso.

Art.93: Tutto ciò che non è proibito da una legge è permesso. Le leggi che restringono il libero esercizio dei

diritti del cittadino non si estendono al di là dei tempi e dei casi in esse espressi. 39

Statuto del Regno di Sardegna del 1848

Alla fine della guerra di successine spagnola (1701-1713), il Regno di Sardegna, da secoli appartenente ai

possedimenti della corona spagnola, doveva essere integrato nei possedimenti dell’ Impero asburgico. Tra il

1718 ed il 1720, con le conferenze di Londra e dell’ Aia, il regno venne però ceduto ai Savoia, già detentori

del Principato di Piemonte ed altri territori continentali, grazie al quale la casata poté reclamare il titolo

monarchico a lungo inseguito, così Vittorio Amedeo II divenne il XVII re di Sardegna. I Savoia stentarono

però da sempre ad accettare anche solo alcuni aspetti più pratici delle idee del nuovo secolo, in special

modo i valori dell’ illuminismo, rimanendo ancorati ad una gestione dell’ amministrazione dei propri

territori continentali a modelli rigidamente conservatori. Nel 1799, dopo che le armate napoleoniche, si

erano impossessate dell'Italia settentrionale, l'intera corte dei Savoia dovette riparare a Cagliari, ed il Regno

di Sardegna in tale periodo coincise con i confini dell'isola. Con la fine dell'epopea napoleonica e il

Congresso di Vienna, i Savoia, rientrati a Torino, ottennero la Repubblica di Genova, senza un plebiscito che

sancisse tale annessione. Gli interessi della casa regnante erano sempre più rivolti alla Lombardia e all'Italia

settentrionale, ma ancora senza collegamenti con le nascenti richieste di liberazione e di unità nazionale

italiana. Nel 1838, il re Carlo Alberto infine abolì il sistema feudale, il riscatto monetario dei territori

sottratti all'aristocrazia e all'alto clero fu però fatto gravare, sotto forma di tributi, sulle popolazioni; con il

ricavato, molte famiglie aristocratiche poterono addirittura ricomprare in proprietà piena una larga parte

dei terreni feudali.

In seguito ai moti promossi dalle classi borghesi nelle principali città del Regno di Sardegna, Carlo Alberto

prese una serie di provvedimenti di stampo liberale: nel 1837 emanò un codice civile, cui seguì un codice

penale nel 1839; nel 1847 riformò la disciplina della censura, permettendo la pubblicazione di giornali

politici, rifiutando tuttavia in maniera netta l'idea di concedere una Costituzione. In seguito allo scoppio dei

moti siciliani nel 1848,fu inevitabile seguire l’ esempio di Ferdinando II, ed il sovrano fu costretto a

concedere una Costituzione, i cui principi redatti in fretta e furia vennero proclamati al popolo l'8 febbraio

1848. In questo modo, Carlo Alberto aveva tranquillizzato tanto i liberali quanto i democratici. ll Consiglio di

Conferenza, incaricato di redigere lo Statuto, ebbe come principale obiettivo quello di individuare, tra i

modelli costituzionali europei, quello maggiormente congeniale al Regno di Sardegna, e che producesse il

minor cambiamento possibile all'interno degli assetti istituzionali. Questo modello venne individuato nella

Costituzione orleanista del 1830 e in quella belga del 1831. Pochi giorni dopo, la Rivoluzione spazzava via da

Parigi sia la monarchia che la Costituzione; la sommossa parigina, che portò poi al potere Luigi Napoleone

Bonaparte, eccitò gli animi anche in Italia e fece balenare nella mente dei liberali più accesi e rivoluzionari

l'idea di una Repubblica tale che quindi la promessa delle “basi” di Carlo Alberto sembrava ormai troppo

limitata. Tuttavia ciò non mutò le posizioni del Re che il 4 marzo promulgò lo Statuto. Il primo ministero

costituzionale fu il Governo Balbo che duro in carica solo pochi mesi, poiché dopo l’ apertura delle ostilità

contro l’ Austria, che portarono alla Prima guerra d’Indipendenza, dette le dimissioni in seguito al voto di

sfiducia dato dalla Camera sulla questione lombarda. Immediatamente dopo la sua entrata in vigore lo

Statuto operò seguendo il modello del governo parlamentare ma ciò non significò che il ruolo della

istituzione monarchica non mantenesse il suo alterno peso nelle decisioni di governo. In linea di principio si

ammette che la forma di governo superasse lo schema iniziale della monarchia costituzionale e si risolvesse

rapidamente in parlamentare. Infatti pur permanendo la nomina regia dei ministri si affermò in via di

consuetudine il principio della fiducia data al governo dalla camera elettiva. Il potere di decisione politica

passò quindi dal re al governo e quest’ultimo era posto in grado di operare con la collaborazione della

maggioranza parlamentare che lo appoggiava. Nel corso della sua applicazione, lo statuto subì tre

cambiamenti nella forma di governo:

 Monarchico rappresentativa: presenza del re, con lo statuto che regola gli organi dello stato e la

Camera dei deputati è elettiva.

 Monarchia costituzionale pura: presenza del re, con lo statuto che regola gli organi dello stato, ed il re è

a capo del governo e del parlamento. 40

 Monarchia parlamentare: presenza del re che regola gli organi dello stato ed il governo necessita della

fiducia parlamentare.

Statuto del Regno d Sardegna del 4 marzo 1848

Lo statuto corrisponde a ciò che si definisce una costituzione breve: si limita ad enunciare i diritti (che sono

per lo più libertà dallo Stato) e ad individuare la forma di governo, ma non si pone il fine di raggiungere

obiettivi di convivenza, né di prefigurare i rapporti dei consociati (Stato-comunità) tra di loro e tra questi e

lo Stato-apparato. Riconosce il principio di eguaglianza da art.24, ma si limita ad affermare un' eguaglianza

formale. Riconosce formalmente la libertà individuale nell’ art.26, l'inviolabilità del domicilio art.27, la

libertà di stampa art.28, la libertà di riunione art.32, ma le riserve di legge ivi previste si risolvono nel ben

più blando e meno garantista principio di legalità, mentre è sconosciuto l'istituto della riserva di

giurisdizione: in definitiva, il vero cardine del sistema dei diritti statutari è costituito dal diritto di proprietà

art.29. Per quanto riguardava la libertà religiosa il Regno di Sardegna era, come da art.1, uno Stato

confessionale. La religione, si scrisse, è quella Cattolica, Apostolica e Romana, e gli altri culti esistenti erano

unicamente tollerati, come sotto Vittorio Amedeo II. Tale prospettiva muta ben presto e verrà

l'emancipazione prima dei Valdesi e poi degli Ebrei con il riconoscimento dei loro diritti civili e politici, infine

con l'abolizione dei “privilegi” ecclesiastici a partire dal 2 marzo successivo con un decreto regio che

cacciava i Gesuiti dallo Stato. Una legge di poco posteriore ( Legge Sineo del giugno del 1848) aggiungeva

che la differenza di culto non formava eccezione al godimento dei diritti civili e politici e all'ammissibilità

alle cariche civili e militari.

Del Re e del Governo

Art.1: La religione cattolica apostolica romana è la sola religione di stato. Gli altri culti esistenti sono

tollerati conformemente alla legge. Il primo articolo connota uno stato di tipo confessionale.

Art.2: Lo stato è retto da un governo monarchico rappresentativo ed il trono è ereditario secondo legge

salica. Questo non significava che non dovesse rispettare le leggi (come previsto dal suo giuramento

all'articolo 22), ma solo che non poteva essere oggetto di sanzioni penali.

Art.4: La persona del Re è sacra ed inviolabile.

Art.5: Al re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è il capo supremo dello stato: comanda tutte le forze di

terra e di mare; dichiara guerra e firma i trattati di pace, di alleanza e di commercio, dandone nota alle

camere posto che l’ interesse e la sicurezza dello stato lo permettano, dadovi opportune comunicazioni. I

trattati che impongano oneri fiscali o variazioni di territorio dello stato non avranno effetto se non dopo

aver ottenuto l’ assenso delle camere.

Art.7: Il re solo sanziona le leggi e le promulga.

Art.8: Il re può far grazia e commutare le pene.

Art.10: Il potere di iniziativa legislativa appartiene al re e a ciascuna delle due camere. Ogni leggi che

imponga tributi, di approvazione dei bilanci e dei conti dello stato deve essere prima presentata alla

Camera dei Deputati.

Art.22: Il re salendo al trono, presta in presenza delle Camere riunite il giuramento di osservare lealmente il

presente statuto. 41

Dei diritti e dei doveri dei cittadini

Art.24: Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado sono eguali dinanzi alla legge.

Art.25: Essi contribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi ai carichi dello stato.

Art.26: La libertà individuale è garantita. Nessuno può essere arrestato o tradotto in giudizio se non nei casi

previsti della legge, nelle forme che essa prescrive.

Art.27: Il domicilio è inviolabile. Nessuna visita domiciliare può avere luogo se non in forza della legge e

nelle forme che essa prescrive.

Art.28: La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi. Tuttavia la bibbia, i catechismi, i libri

liturgici e di preghiere non potranno essere stampati senza il preventivo permesso del Vescovo.

Art.30: Nessun tributo può essere imposto o riscosso se non è stato consentito dalle camere e sanzionato

dal re.

Art.31: Il debito pubblico è garantito.

Del Senato

Art.33: Il senato è composto da memebri a vita nominati dal Re, in un numero non limitato, aventi l’ età di

40 anni compiuti che facciano parte delle seguenti categorie: arcivescovi e vescovi dello stato, presidenti

della Camera dei deputati, deputati che abbiano portato a compimento 3 legislature o sei anni di servizio,

ministri, ambasciatori etc.

Art.34: I principi della famiglia reale fanno di pien diritto parte del senato. Essi seggono immediatamente

dopo il presidente. Il diritto di voto in seno all’ istituzione viene acquisito con i 25 anni di età.

Art.36: Il Senato è costituito in Alta Corte di giustizia con decreto del re per giudicare dei crimini di alto

tradimento e attentato alla sicurezza dello stato, oltre che per giudicare i Ministri messi sotto stato di

accusa dalla camera dei deputati.

Art.37: Al di fuori del caso di flagranza di reato, nessun senatore può essere arrestato se non in forza di un

ordine del Senato. Esso è competente in materia giudiziaria solo per giudicare i reati imputati ai suoi

membri.

Della Camera dei Deputati

Art. 39: La camera elettiva è composta di Deputati scelti dai collegi elettorali conformemente alla legge.

Art.40: Nessun deputato può essere ammesso alla Camera, se non è suddito del re, non ha compiuto l’ età

di 30 anni, non gode di diritti civili e politici, e non riunisce in se gli altri requisiti voluti dalla legge.

Art.42: I deputati sono eletti per cinque anni, il loro mandato cessa di pieno diritto alla fine di questo

termine.

Art.43: I presidenti, i vice-presidenti e i segretari della camera dei deputati sono da essa stessa nominati in

proprio seno al principio di ogni sessione per tutta la sua durata. 42

Art.45: Nessun deputato può essere arrestato, eccetto che caso di flagranza di reato, nel tempo della

sessione, ne tradotto in giudizio in materia criminale, senza il previo consenso della camera.

Disposizioni comuni alle due camere

Art.48: Le sessioni del senato e della camera dei deputati cominciano e finiscono nello stesso arco di

tempo. Al di fuori di queste disposizioni, ogni riunione ed atto di entrambe le camere sono nulli.

Art.55: Ogni proposta di legge deve essere da prima esaminata dalle giunte che saranno nominate da

ciascuna camera.

Art.61: Sia il senato che la camera, determinano per mezzo di regolamenti interni, il modo secondo il quale

si debbano esercitare le funzioni attribuitegli dallo statuto.

Art.62: La lingua italiana è la lingua ufficiale delle camere. E’ però facoltativo l’ uso del francese per i

memebri che appartengono a paesi in cui questa è in uso.

Art.63: Le votazioni si fanno per alzata e seduta o per scrutinio segreto. Quest’ ultimo mezzo sarà sempre

impiegato per la votazione del complesso di una legge.

Dei Ministri

Art.65: Il re nomina e revoca i ministri a proprio piacimento.

Art.66: I ministri non hanno voto deliberatario nell’ una o nell’ altra camera se non quando ne siano

membri. Essi hanno sempre diritto all’ ingresso, e debbono essere sempre sentiti quando lo richiedano.

Art.67: I ministri sono responsabili dei propri atti: le leggi e gli atti del governo non hanno vigore se non

sono controfirmati dal ministro competente.

Dell’ ordine giudiziario

Art.73: L’ interpretazione delle leggi, in modo per tutti obbligatorio, spetta esclusivamente al potere

legisativo. 43

I diritti dei cittadini nelle carte ottriate italiane del 1848

Viste le conseguenze dei moti siciliani del 1848, gli altri stati italiani seguirono l’ esempio di Ferdinando II,

concedendo a loro volta delle carte costituzionali:

 Leopoldo II di Asburgo Lorena, discendente di Maria Teresa d’Austria, Granduca di Toscana, Concesse

una costituzione il 15 febbraio 1848.

 Carlo Alberto di Savoia concesse lo Statuto fondamentale del Regno di Sardegna, detto Statuto

albertino il 4 Marzo 1848.

 Papa Pio IX concesse lo statuto fondamentale dello Stato della Chiesa il 14 Marzo 1848.

In Italia, durante l’ età della restaurazione apertasi con il congresso di Vienna, tutti gli stati che avevano

vissuto la propria breve esperienza repubblicana tornarono ad essere governati in maniera assolutistica, in

quanto non avevano una Costituzione che disciplinasse sia i rapporti di potere; con la promulgazione di

queste carte, concesse dai sovrani per scongiurare il verificarsi di moti popolari, visto il clima di forte

tensione in cui versava la penisola italica, non portarono però ad una reale redistribuzione degli equilibri in

senso liberale, ma si limitarono a inquadrare in una cornice costituzionale i poteri che sovrani già

detenevano, fungendo quindi solo da mera consacrazione legale; questo determinò così il passaggio verso

modelli di monarchia costituzionale. Nonostante l’ instaurazione di un regime liberale, ancor prima di uno

liberal-democratico, non fosse possibile a causa della refrattarietà dei vari sovrani verso un apertura così

progressista, le carte che furono concesse portarono tuttavia alla luce, alcune garanzie rispetto il

godimento delle libertà individuali che fino a quel momento erano rimaste in mano alla discrezionalità del

potere regio, che in un sistema di assolutismo di potere poteva far si che fossero garantite o meno.

Costituzione del Regno delle due Sicilie

I fatti di Palermo del 12 Gennaio 1848, rappresentarono il primo evento chiave in un anno colmo di

rivoluzioni e rivolte popolari, avviando quell'ondata di moti rivoluzionari che sconvolse l'Europa e che viene

definita “primavera dei popoli”. L’ accendersi della rivoluzione siciliana, che portò all’ abbattimento della

monarchia borbonica nell’ isola e alla creazione di un Comitato generale Rivoluzionario, provocarono un

analoga insurrezione a Napoli, che costrinse Ferdinando I delle due Sicilie a concedere una costituzione,

resa pubblica l’ 11 Febbraio 1848. La carta rappresentò però solo il tentativo di placare gli animi popolari in

attesa che la situazione nella penisola mutasse a favore dell’ ennesima svolta autoritaria per ripristinare l’

assolutismo; ciò avvenne in occasione della condanna da parte di Papa Pio IX della prima guerra d’

Indipendenza, un occasione che Ferdinando I colse per dichiarare lo stato d’ assedio della città di Napoli, far

rientrare il contingente napoletano spedito per supportare l’ esercito piemontese contro l’ Austria, e

mettere così in atto una feroce repressione; egli aveva così ottenuto il risultato di allineare la propria

politica estera alla potenza sua tradizionale alleata, l'Impero austriaco. In fondo, la politica reazionaria di

quest'ultima meglio soddisfaceva la cultura assolutistica del monarca, e soprattutto, avrebbe reso più facili

le circostanza per potersi dedicare, finalmente, alla repressione della rivoluzione siciliana che aveva minato

l’ integrità del proprio regno.

Disposizioni generali

Art.3: L'unica religione dello Stato sarà sempre la cristiana cattolica apostolica romana, senza che possa mai

essere permesso l'esercizio di alcun'altra religione.

Art.22: I cittadini sono tutti eguali davanti alla legge, qualunque sia il loro stato o condizione. 44

Art.23: La capacità di esser chiamato a cariche pubbliche si appartiene indistintamente a tutti i cittadini

senza altro titolo che quello del loro merito personale.

Art.24: La libertà individuale è garantita. Nessuno può essere arrestato se non in forza di un atto emanato

in conformità delle leggi dell'autorità competente, eccetto il caso di flagranza, o quasi flagranza. In caso di

arresto per misura di prevenzione l’imputato dovrà consegnarsi all'autorità competente fra lo spazio

improrogabile delle ventiquattro ore, e manifestarsi al medesimo i motivi del suo arresto.

Art.25: Niuno può essere tradotto suo malgrado innanzi ad un giudice diverso da quello che la legge

determina: ne' altre pene possono essere applicate ai colpevoli se non quelle stabilite dalle leggi.

Art.26: La proprietà de' cittadini è inviolabile. II pieno esercizio non può essere ristretto se non da una legge

per ragione di pubblico interesse. Niuno può essere astretto a cederla, se non per cagione di utilità pubblica

riconosciuta, e previa sempre la indennità corrispondente a norma delle leggi.

Art.27: La proprietà letteraria è del pari garantita ed inviolabile.

Art.28: Il domicilio dei cittadini è inviolabile, salvo il caso in cui la stessa legge autorizzi le visite domiciliari,

le quali non possono allora praticarsi che ne' modi prescritti dalla legge medesima.

Art.29: Il segreto delle lettere è inviolabile. La responsabilità degli agenti della posta, per la violazione del

segreto delle lettere, sarà determinata da una legge.

Art.30: La stampa sarà libera, e solo soggetta ad una legge repressiva, da pubblicarsi per tutto ciò che può

offendere la religione, la morale, l'ordine pubblico, il re, la famiglia, i sovrani esteri e le loro famiglie, non

che l'onore e l'interesse dei particolari. Sulle stesse norme, a garantire preventivamente la moralità dei

pubblici spettacoli, verrà emanata una legge apposita; e fino a che questa non sarà sanzionata, si

osserveranno su tale obbietto i regolamenti in vigore. La stampa sarà soggetta a legge preventiva per le

opere che riguardano materie di religione trattate ex professo.

Art.31: II passato rimane coperto d'un velo impenetrabile, ogni condanna sinora profferita per politiche

imputazioni è cancellata, ed ogni procedimento per avvenimenti successi sinora viene vietato.

Statuto del Granducato di Toscana

Alla morte del padre nel 1824 Leopoldo II assunse il potere e subito dimostrò di voler essere un sovrano

indipendente, appoggiato in questo dal ministro Fossombroni, seppe sventare una manovra

dell'ambasciatore austriaco per influenzare l'inesperto granduca; Dal punto di vista politico, il governo di

Leopoldo II fu in quegli anni il più mite e tollerante negli stati italiani: la censura, non ebbe molte occasioni

di operare e molti esponenti della cultura italiana del tempo, perseguitati o che non trovavano l'ambiente

ideale in patria, poterono trovare asilo in Toscana, come accadde a Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni,

Guglielmo Pepe, Niccolò Tommaseo. La situazione in Toscana, dove il 17 febbraio 1848 Leopoldo II aveva

concesso uno Statuto ispirato alla Costituzione francese del 1830, divenne più turbolenta quando il

Granduca fu costretto dalla pressione popolare a formare un ministero democratico, capeggiato da

Giuseppe Montanelli e Francesco Domenico Guerrazzi, capo dei repubblicani livornesi. La situazione gli

sfuggi però presto di mano quando alla notizia del decreto del governo romano del 16 gennaio 1849, per l’

elezione di una costituente romana, Guerrazzi propose anch’egli un progetto di legge per eleggere alcuni

deputati toscani da inviare alla Costituente nazionale. Preoccupato da una possibile svolta repubblicana

sulla scia mazziniana, il Granduca riparò a Gaeta, richiedendo in suo soccorso un corpo di spedizione

austriaco per restaurare l’ ordine, che muovendosi da Siena non tardò a giungere. Occupate le principale

città toscane senza problemi, con la sola eccezione dell’ accanita resistenza livornese, gli austriaci

entrarono a Firenze il 25 maggio e completarono i giorni successivi l’occupazione dell’intera Toscana,

rientrata nell’orbita dell’Impero asburgico. Il Granduca ritornò invece a Firenze due mesi dopo, nel Luglio

1849 e sospese lo Statuto, formalmente abrogato solo nel 1852. Lo statuto, facendo la sua comparsa sulla

45

scena toscana, inserì il Granducato nel novero degli Stati ordinati secondo i criteri della “nuovissima”

monarchia costituzionale, che nella penisola italiana poteva essere vantato solo dal Regno delle due Sicilie.

Lo Statuto del 1848 segnava il punto d’incontro tra le aspettative di chi voleva una carta “indigena”, basata

sulle comunità locali ed espressione delle peculiarità storiche e amministrative toscane, e quelle di coloro

che invece aspiravano ad una carta modellata sullo schema del liberalismo classico, da decenni in

circolazione a livello europeo.

Titolo I - Diritto pubblico dei toscani

Art.1-2: La religione cattolica apostolica romana è la sola dello stato, gli altri culti ora esistenti sono

permessi conformemente alle leggi. I toscani, qualunque sia il culto da loro professato sono tutti eguali al

cospetto della legge, contribuiscono indistintamente agli aggravi dello stato in proporzione dei loro averi, e

sono tutti egualmente ammissibili agli impieghi civili e militari.

Art.3: Nessun impedimento alla libertà personale può essere posto, se non nei casi e nelle forme previsti

dalla legge.

Art.4: Nessuno potrà essere chiamato ad altro foro, che a quello espressamente determinato dalla legge.

Non potranno perciò esistere commissioni o tribunali straordinari sotto qualsivoglia denominazione.

Art.5: La stampa è libera, ma soggetta ad una legge repressiva. Le opere che tratteranno materia religiosa

saranno soggetta a censura preventiva.

Art.6: La libertà del commercio e dell’ industria sono principi fondamentali del diritto economico dello

stato.

Art.8-9: tutte le proprietà sono inviolabili salvo nel caso di esproprio per causa di pubblica utilità

comprovata legalmente e previa indennità, compresa la proprietà intellettuale.

Statuto fondamentale del governo temporale degli stati della chiesa

Nel 1848 i moti insurrezionali che colpirono l’Europa intera, ebbero pesanti ricadute anche nello Stato

Pontificio, dove fin dal 1846, l’elezione al pontificato di Papa Pio IX e le timide riforme da lui introdotte

avevano suscitato le speranza dei liberali italiani. A seguito di tali eventi, Papa Pio IX concesse la

costituzione (formalmente denominata "Statuto Fondamentale pel Governo Temporale degli Stati della

Chiesa"), seguendo l'esempio del sovrano delle Due Sicilie. Lo statuto ebbe però vita breve: l'apertura

pontificia alle istanze liberali e la progressiva laicizzazione dei vertici di governo dello Stato Pontificio che

avrebbe allontanato il papa dall'influenza della curia romana e permesso di curare più attentamente

l'amministrazione come un "sovrano", lo spinsero a intraprendere numerose riforme che per certi versi lo

resero inviso alla fazione più conservatrice. Contemporaneamente il suo appoggio, dato e quindi ritirato, a

Carlo Alberto nel corso della prima guerra di indipendenza italiana provocò moti a Roma, fino ad

determinare la fuga del Pontefice a Gaeta il 24 novembre 1848; nelle settimane successive, dopo l’uccisione

del primo ministro pontificio, il Conte Rossi, la proclamazione della Repubblica romana fece di fatto

decadere dello Statuto papalino dalla pratica di governo. Dopo la sconfitta militare della Repubblica

romana, ad opera delle truppe francesi, il papa rientrò a Roma il 12 aprile 1850. Lo Statuto non venne

formalmente abrogato, ma fu ignorato dal pontefice, che procedette alla riorganizzazione dello Stato su

altre basi. Fatta salva la conservazione di due prerogative assolutistiche: la dichiarazione della religione

cattolica come religione di stato, ed il potere di censura ecclesiastica preventiva su tutte le pubblicazioni in

materia di religione, lo Statuto accolse e recepì le libertà fondamentali del cittadino: 46

Art.4: Non saranno istituiti tribunali o commissioni straordinarie, in materia tanto civile quanto criminale,

ogni imputato a giudizio sarà giudicato dal tribunale competente determinato dalla legge, innanzi al quale

tutti saranno eguali. Questo articolo rappresenta una garanzia con un chiaro riferimento all’ inquisizione.

Art.6: Nessun impedimento alla libertà personale può essere posto se non nei casi e nelle forme prescritte

dalla legge. Nessuno può essere arrestato se non in forza di un atto emanato da un autorità competente,

con l’ eccezione della flagranza di reato.

Art.8: Tutte le proprietà sia dei privati, che dei corpi mortali, sia delle pubbliche istituzioni, contribuiscono

egualmente ed indistintamente agli aggravi dello stato, chiunque ne sia il possessore.

Art. 9: Il diritto di proprietà è in egual modo inviolabile, compreso quello di proprietà intellettuale, con l’

eccezione delle espropriazioni per causa di pubblica utilità riconosciuta, e previo compenso stabilito dalla

legge.

Art.11 L’attuale preventiva censura governativa o politica per la stampa è abolita, e saranno a questa

:

sostituite misure repressive da determinarsi con apposita legge. Nulla è innovato quanto alla censura

ecclesiastica stabilita dalle canoniche disposizioni, fino a che il Sommo Pontefice nella sua Apostolica

autorità non provenga con altri regolamenti. Il permesso della censura ecclesiastica in nessun caso toglie o

diminuisce la responsabilità politica e civile di coloro, i quali a forma delle leggi sono garanti delle

pubblicazioni per mezzo della stampa.

:

Art.12 I pubblici spettacoli sono regolati con misure preventive stabilite dalle leggi. Le composizioni teatrali

prima di essere rappresentate sono perciò soggette alla censura. 47

Atto costituzionale di Gaeta per la Sicilia

Re Ferdinando, mentre si profilava la sconfitta piemontese nella prima guerra d’indipendenza contro gli

austriaci, non stava, di certo, con le mani in mano: soffocò l’insurrezione napoletana e incaricò il generale

Carlo Filangieri, di fare altrettanto con quella siciliana. Mentre i borbonici si apprestarono alla riconquista

dell’ isola prendendo una dopo l’ altra le città più importanti, l’azione del generale e dei suoi soldati sui

messinesi fu tale che l’ammiraglio inglese Parker e quello francese Baudin imposero, letteralmente, al

Filangieri, pena il loro intervento militare, un armistizio fino al 29 marzo 1849. il 28 febbraio 1849 fu inviato

al Parlamento siciliano il soprannominato «atto di Gaeta», redatto da Ferdinando II, dove egli dettava le

condizioni che avrebbe imposto alla Sicilia. Nonostante qualche indulgenza, come l’amnistia dei siciliani

(tranne che per i capi) e una parvenza di democrazia (sarebbe stata governata da un viceré assistito da un

consiglio di ministri e da un Parlamento separato da quello di Napoli), l’atto di per se disegnava una

situazione che non era certo quella di indipendenza e autonomia a cui i siciliani avevano sempre aspirato.

Tra la scelta di accettare l’offerta (previa immediata e completa resa degli insorti) o rifiutare e combattere,

il Parlamento scelse quest’ultima. Si costituì subito un ministero di coalizione, venne mobilitata la guardia

nazionale e si decretò la chiamata alle armi dei Siciliani tra i diciotto e i trent’ anni: ancora sotto la tregua,

un contingente della marina borbonica si profilò all’ orizzonte del porto di Palermo dando inizio alle ostilità.

La chiamata alle armi dei siciliani non sortì i risultati sperati. Nonostante la dura ed eroica resistenza, il

numero superiore di soldati borbonici, tutti esperti professionisti e ben armati, piegò la passione dei

siciliani. Nel periodo successivo le elezioni volute da Ferdinando II, portarono ad una nova composizione

delle camere tutt’ altro che favorevole alla volontà dei Borbone, le nuove camere svolsero una modesta

attività, tuttavia era chiaro che i deputati desideravano una modifica della Costituzione in senso più

liberale, in conformità a quanto era stato previsto dal programma per l’attuazione dello Statuto. Nel

febbraio 1849 ci fu la definitiva crisi istituzionale, causata dalle rivendicazioni parlamentari sulla fiducia dei

ministri del re: essi ritennero che il ministero dovesse necessariamente avere la fiducia della maggioranza

della camera dei Deputati. Il re dichiarò che i deputati avevano violato in modo palese la Costituzione. I

contrasti non si appianarono e il conflitto tra governo e deputati fu risolto da Ferdinando II che sciolse la

camera e indisse nuove elezioni che non ebbero mai luogo, inaugurando una politica fortemente

assolutista. La Costituzione, ritenuta ormai, da gran parte del popolo, come fonte di disordini, fu sospesa

ma non abrogata: così fallì il primo esperimento costituzionale italiano del 1848.

Atto costituzionale di Gaeta del 28 febbraio 1849

Disposizioni generali

Art.1: La religione sarà unicamente, e ad esclusione di qualunque altra, la cattolica apostolica romana.

Art.2: La libertà individuale sarà garantita, nessuno potrà essere arrestato o processato se non nelle forme

e nei casi previsti dalla legge.

Art.3: Nessuno potrà essere costretto a cedere la sua proprietà se non a causa di pubblica utilità e previa

indennità.

Art.4: I siciliani hanno il diritto di pubblicare e far stampare le loro opinioni, conformandosi alle disposizioni

che debbono gli abusi di queste libertà. Il re riserba a se nella pienezza dei suoi poteri di emanare siffatte

disposizioni con una legge speciale.

Art.5: La Sicilia, continuando a far parte integrante del Regno delle due Sicilie, sarà retta da una monarchia

costituzionale articolata dalla divisine dei poteri che segue.

Del potere esecutivo 48

Art.6: Il potere esecutivo appartiene esclusivamente al re. La sua persona è sacra ed inviolabile.

Art.7: Il re rappresenta la nazione presso le potenze estere. Egli ha il diritto di dichiarare la guerra e di

concludere qualsiasi trattato di pace, alleanza, e commercio con le potenze estere.

Art.8-12: Esercita collettivamente con il parlamento, sanzionando e promulgando le leggi, facendo i

regolamenti e le ordinanze necessarie all’ esecuzione delle leggi e per la sicurezza dello stato. Proroga e

scioglie il parlamento; è comandante in capo di tutte le forze armate; sovrintende al commercio interno ed

esterno della Sicilia e a tutte le spese ed istruzioni pubbliche,

Art.15: Esercita secondo i concordati la legalità apostolica.

Art.17: Allorché il re non vorrà risiedere in Sicilia, sarà rappresentato da un viceré, con le attribuzioni ed i

poteri a lui riservati.

Art.18: Vi saranno in Sicilia sufficienti ministri a coprire i dipartimenti: di Giustizia, dell’ interno, delle

finanze, dei lavori pubblici, del commercio e dell’ agricoltura. Degli affari ecclesiastici, dell’ istruzione

pubblica e della polizia. Le questioni militari ed internazionali che possano presentarsi, saranno curate in

nome del re, sia dal re stesso che da uno dei suoi ministri.

Art.19: Risiederà presso il re un ministro per gli affari di Sicilia.

Art.20: I ministri comporranno un consiglio privato , al quale è possibile, secondo arbitrio del re, aggiungere

uno i più consiglieri di stato.

Art.26: L’ordine giudiziario sarà indipendente. I magistrati collegiati saranno inamovibili dopo tre anni di

lodevole esercizio, a partire dalla data della loro elezione definitiva.

Del Parlamento

Art.33: Il parlamento di Sicilia sarà composto di due camere, una detta dei Pari, l’ altra detta dei Comuni.

Art.34: La sua durata sarà di quattro anni dal giorno della sua convocazione. Alla fine dei quattro anni

cesserà di diritto.

Art.37: Il Parlamento eserciterà collettivamente col re la potestà legislativa. Essa avrà il diritto di imporre

nove tasse di ogni specie, e di alterare quelle stabilite. Le imposizioni dirette si votano annualmente nelle

camere legislative, quelle indirette possono avere la durata di più anni.

Della camera dei Pari

Art.45-46: I pari saranno nominati dal re, fra tutti gli i cittadini che abbiano compiuto 40 anni. Il loro

numero sarà illimitato.

Art.47: La Camera dei Pari, con ordinanza reale, si costituisce in Alta Corte di giustizia, per deliberare in

merito ai reati di alto tradimento e d attentato alla sicurezza dello stato, di cui possono essere imputati

tutti i componenti di entrambe le camere. Il magistrato che riveste il ruolo di pubblico ministero sarà

destinato dal re. 49

Degli elettori

Art.53: I rappresentanti di un distretto nella Camera dei comuni saranno eletti da tutti coloro che

possederanno nello stesso distretto una rendita vitalizia di almeno diciotto once l’ anno. Questo precetto è

stato inserito con la volontà di includere nell’ elettorato attivo solo i possidenti di proprietà terriere che

avrebbero visto con sfavore eventuali svolte liberali che avrebbero potuto minacciare i loro averi.

Art.54: Dal possesso dell’ anzidetta rendita e dall’ obbligo di giustificarla sono esentati soltanto delle

università per l’ elezione dei rappresentanti delle stesse.

Degli eleggibili

Art.55: Potranno rappresentare un distretto soltanto coloro che

Art.56: I funzionari pubblici non potranno essere eletti rappresentanti nei distretti e nei comuni compresi

nell’ ambito della loro giurisdizione. Tali concessioni si intendono come mai avvenute sino a quando la

Sicilia non rientri immediatamente sotto l’ autorità del legittimo sovrano. 50

Costituzione della Repubblica romana del 1849

Le vicende che portarono alla proclamazione della Repubblica Romana ebbero inizio nel gennaio 1848,

quando giunse notizia dell'insurrezione di Palermo contro i Borboni di Napoli; dopodiché gli eventi si

susseguirono incalzanti: la rivoluzione a Parigi si trasformò nell'instaurazione della Seconda Repubblica; il 4

marzo Carlo Alberto concesse ai suoi sudditi lo Statuto Albertino; il 14 marzo Pio IX concesse lo Statuto; il

13 marzo ci fu un'insurrezione a Vienna che portò alla caduta di Metternich; il 17 marzo una grande

manifestazione popolare a Venezia impose al governatore la liberazione dei detenuti politici, infine il 18

marzo iniziarono le cinque giornate di Milano. La conseguente dichiarazione di guerra all’ Austria da parte

del Regno di Sardegna e del Granducato di Toscana, dettero inizio alla Prima guerra d’ indipendenza, a cui

avrebbero preso parte anche volontari e milizie provenienti sia dallo stato pontificio che dal Regno delle

due Sicilie. Pio IX aveva cominciato a sconfessare gli entusiasmi patriottici dei mesi precedenti, e con

l'Allocuzione al concistoro del 29 aprile 1848 condannò la guerra all'Austria, trovandosi nell'insostenibile

imbarazzo di combattere una grande potenza cattolica, in una guerra la cui vittoria avrebbe beneficiato

solo il Regno di Sardegna. Dopo aver inizialmente appoggiato le istanze patriottiche che si levavano anche

dai suoi possedimenti, a seguito degli iniziali successi delle truppe piemontesi, gli austriaci, comandati dal

Generale Radetzky, riuscirono a rovesciare il fronte e dirigersi verso Milano, dove poco tempo dopo Carlo

Alberto, vista la disfatta del proprio esercito nella battaglia di Custoza fu costretto a firmare l’ armistizio di

Vigevano. La delusione di molti patrioti fu cocente, ed a peggiorare ulteriormente la situazione fu Il papa,

dopo aver inizialmente appoggiato le istanze patriottiche che si levavano anche dai suoi possedimenti, si

era ritirato dalla guerra contro l’Austria. La situazione in città si era fatta tesa e quando, in novembre, il

ministro Pellegrino Rossi venne assassinato, il pontefice ebbe la dimostrazione di non poter più controllare

Roma e si rifugiò, sotto la protezione di re Ferdinando II, nella fortezza di Gaeta.

Roma era senza il papa, e serviva un governo. Vennero allora indette elezioni per l’Assemblea costituente,

che si tennero nel gennaio del 1849. Tra gli eletti figuravano i nomi illustri, tra gli altri, di Giuseppe Mazzini

e di Giuseppe Garibaldi. Il primo atto dell’Assemblea fu l’emanazione di un decreto nel quale si dichiarava

decaduto il potere temporale dei pontefici, nonostante al papa venissero assicurate «tutte le guarentigie

necessarie per l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale». Era nata la Repubblica romana.

Intanto la situazione in Italia e in Europa evidenziava un netto riflusso dell’ondata rivoluzionaria. L’esercito

borbonico poneva fine all’esperienza indipendentista siciliana. Poco prima Carlo Alberto, a Novara, aveva

subito una sconfitta che aveva chiuso definitivamente la partita della Prima guerra d’indipendenza,

costringendolo all’esilio in Portogallo. Gli austriaci liquidavano la ribellione lombarda soffocando nel sangue

gli ultimi focolai di rivolta e a Firenze Leopoldo II riprese il controllo del Granducato, aiutato dalle armi

austriache. Resisteva soltanto Venezia. Il papa, da Gaeta, aveva nel frattempo inviato un appello alle

potenze cattoliche affinché, per mezzo dei loro eserciti, lo reinsediassero nei suoi domini legittimi.

All’appello risposero l’Austria, la Spagna, il Regno delle Due Sicilie e, soprattutto, la Francia repubblicana di

Luigi Napoleone Bonaparte. In tempi diversi gli eserciti delle quattro potenze invasero i territori dello Stato

romano. A difendere la Repubblica erano intanto accorsi migliaia di volontari, mentre il governo era stato

affidato a un triumvirato plenipotenziario composto da Aurelio Saffi, Carlo Armellini e Giuseppe Mazzini. La

resistenza che la Repubblica seppe opporre agli invasori fu molto più tenace di quanto questi si

aspettassero, ma alla fine le truppe francesi mossero alla conquista di Roma, e la Repubblica si arrese.

L’aspetto più rilevante dell’ esperienza della Repubblica romana rimane indiscutibilmente la Costituzione

che venne prodotta in tali circostanze. La Costituzione della Repubblica Romana fu approvata il 3 luglio

1849, mentre l'esercito francese assediava Roma per riportare Pio IX sul trono. L'elaborazione della carta

costituzionale fu opera di una commissione apposita, che diede forma ad uno dei documenti costituzionali

più democratici e laici per i tempi in cui fu scritto. L'innovazione più importante e significativa è quella che

sopprime la condizione privilegiata della religione cattolica come religione di Stato, e afferma il principio

per cui la fede religiosa è irrilevante per l'esercizio dei diritti civili e politici. Il testo è costituito da otto

paragrafi di principi fondamentali e da sessantanove articoli raggruppati sotto otto titoli più alcune

disposizioni contingenti contenute negli articoli 65-69. Si tratta, dunque, di un testo breve, di principi e

norme di carattere generale, formulati per lo più in modo limpido e con termini semplici. 51

Costituzione della Repubblica Romana del 3 Luglio 1849

Principi fondamentali

I: La sovranità è per diritto eterno del popolo, e il popolo romano è costituito in Repubblica democratica. Il

principio repubblicano è racchiuso nel paradigma istitutivo della sovranità popolare che va a sostituire la

sovranità regia.

II: Il regime democratico ha per regola l’ eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà,

ne privilegia di casta o nascita. E’ questo, un chiaro richiamo ai principi del liberalismo, che richiamano

formalmente la tradizione liberale francese attraverso la rievocazione dello storico slogan, e

pragmaticamente con la rimozione di qualsiasi forma di Aristocrazia o classe privilegiata.

III: La repubblica con le sue leggi ed istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni materiali e

morali di tutti i cittadini.

IV: La repubblica guarda a tutti i popoli come fratelli. Rispetta ogni nazionalità propugnando l’ idea di

nazionalità italiana. Questa istanza rappresenta il tentativo da parte di Mazzini di poter allargare questa

carta a tutta l’ Italia.

V-VI: I municipi hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità

generale dello stato. La ripartizione territoriale della repubblica avviene secondo la più equa distribuzione

possibile degli interessi locali in armonia con quelli dello stato. Questi due principi, istituiscono una

generale indicazione della gerarchia delle fonti del diritto, affiancata da un principio di tendenza federalista.

VII: L’ esercizio dei diritti politici e civili non dipende dalla credenza religiosa. Ciò rappresenta l'innovazione

più importante e significativa, quella che sopprime la condizione privilegiata della religione cattolica come

religione di Stato, donando a quest’ ultimo un carattere laico.

VIII: Il capo della chiesa cattolica avrà dalla repubblica tutte le garanzie necessarie per l’ esercizio

indipendente del potere spirituale. Questa istanza rappresentò una garanzia per il Papa affinché potesse

continuare ad esercitare in piena libertà ed autonomia le proprie prerogative in ambito spirituale.

Titolo I – Dei diritti e dei doveri dei cittadini

Art.1: Sono cittadini della repubblica: gli originari della repubblica, e tutti coloro che hanno acquisito la

cittadinanza per effetto delle precedenti leggi, gli italiana con domicilio di 6 mesi, gli straniero con il

domicilio di 10 anni, i naturalizzati con decreto del potere legisativo.

Art.2: Si perde la cittadinanza per: naturalizzazione in un paese straniero, per l’ abbandono della patria in

caso di guerra o dichiarato pericolo, per accettazione di titoli conferiti da potenze straniere, per condanna

giudiziale, e per accettazione di cariche e gradi presso servizi militari stranieri.

Art.3: Le persone e le proprietà sono inviolabili.

Art.4: Nessuno può essere arrestato se non in caso di flagranza di reato o per mandato giudiziale, ne può

essere distolto dai propri giudici naturali. Nessuna corrente o commissione eccezionale può essere

costituita sotto qualsiasi titolo o nome. Nessuno può essere incarcerato per debiti.

Art.5: Le pene di morte e confisca sono proscritte. 52

Art.6: Il domicilio è sacro: non è permesso penetrarvi che nei casi e modi determinati dalla legge.

Art.7: La manifestazione del pensiero è libera; la legge ne punisce l’ abuso senza alcuna censura preventiva.

Questo punto rappresenta un altro momento di sviluppo in senso liberale, garantendo la massima libertà di

espressione senza clausole coercitive che ne impediscano il pieno esercizio.

Art.11: L’associazione senza scopo di armi o delitto è libera.

Titolo II – Dell’ ordinamento politico

Art.15: Ogni potere viene dal popolo. Si esercita dall’ Assemblea, dal Consolato, dall’ ordine giudiziario.

Questo precetto indica una chiara volontà di dar vita ad un ordinamento molto democratico per i canoni

dell’ epoca, richiamando una divisione dei poteri tripartita, la cui legittimazione è da ricercarsi nel popolo,

esprimendo quindi una formula che va a istituire una vera e propria sovranità popolare, al contrario delle

carte dell’ epoca che invece facevano riferimento alla sovranità regia, seppur circoscritta dai precetti

costituzionali.

Titolo III – Dell’ Assemblea

Art.16: L’ Assemblea è costituita dai rappresentanti del popolo. L’ organizzazione del potere legisativo,

viene dunque assegnata ad una assemblea monocamerale, i cui rappresentanti potranno accedervi solo ed

esclusivamente attraverso il consenso popolare. Eliminando il meccanismo delle nomine, questo articolo,

insieme al successivo, rappresenta nella sua concretezza la massima espressione della volontà democratica

dei costituenti.

Art.17: Ogni cittadino che goda di diritti civili e politici a 21 è elettore, a 21 può essere eleggibile. Viene

dunque rimosso qualsiasi criterio di accesso sia per l’ elettorato attivo che per quello passivo. Aprendo

quindi ad un reale ed effettivo suffragio universale, le partecipazione popolare al voto diviene il principale

meccanismo con cui si realizza la sovranità.

Art.21-24: L’ Assemblea si rinnova ogni 3 anni; è indissolubilmente permanente; qualunque seduta che si

riunisca con meno della metà più uno dei suoi rappresentanti non ha valore legale.

Art.26-27: I rappresentanti del popolo sono inviolabili per le opinioni emesse nell’ Assemblea; ogni arresto

o perquisizione contro un rappresentante è vietato senza il permesso dell’ assemblea, salvo in caso di

flagranza di delitto.

Art.28: Ciascun rappresentante del popolo riceve un indennizzo cui non può rinunciare. Questo precetto è

stato introdotto per far si che anche gli appartenenti alle classi sociali meno abbienti potessero essere eletti

senza dover contemporaneamente provvedere oltre al lavoro di rappresentante, anche alla propria

sussistenza.

Art.30-31: L’ iniziativa legislativa appartiene all’ Assemblea ed al Consolato. Nessuna proposta ha forza di

legge se non dopo essere adottata con due deliberazioni consecutive.

Titolo IV – Del Consolato e del ministero

Art.33-34: I consoli sono tre; essi vengono nominati dall’ assemblea a maggioranza di due terzi dei suffragi;

debbono essere cittadini della Repubblica che abbiano compiuto 30 anni. L’ ufficio dei consoli dura tre anni,

ogni anni anno uno dei tre viene rinnovato. 53

Art.35-37: Il consolato nomina e revoca i ministri che presiederanno i sette ministeri, promulga le leggi, e

sovrintendono le relazioni internazionali.

Art.38: Gli atti dei consoli, finché non siano contrassegnati dal ministro incaricato dell’ esecuzione, restano

senza effetto, eccetto che per gli atti di nomina e revoca dei ministri.

Art.43-44: I ministri e i consoli sono responsabili, essi possono essere posti in stato di accusa su richiesta di

dieci rappresentanti. Questo punto rappresenta un’ importante innovazione rispetto l’ organizzazione del

potere esecutivo così come impostato nelle carte concesse dai vari sovrani, introducendo la responsabilità

sia per i consoli che per i ministri nell’ esercizio delle loro funzioni, che seppur presente in altre carte era

disciplinata da un iter esposto alla volontà regia o dei rappresentanti da lui nominati.

Titolo VI – Del potere giudiziario

Art.49: I giudici nell’ esercizio delle loro funzioni non dipendono da nessun altro potere dello stato. Altro

precetto in contro tendenza con i principi della monarchia costituzionale, secondo i quali la giustizia è

amministrata in nome del re.

Art.50: I giudici sono nominati dal consolati e dal consiglio dei ministri; sono inamovibili e non possono

essere assolti ne traslocati che con proprio consenso.

Art.55: I consoli e i ministri messi in stato di accusa saranno giudicati da un tribunale supremo di giustizia.

Titolo VIII – Della revisione della costituzione

Art.63-64: Qualunque riforma costituzionale può essere posta in essere nell’ ultimo anno di legislatura da

un terzo almeno dei rappresentanti. L’ assemblea delibera per due volte sulla domanda all’ intervallo di due

mesi, con necessaria maggioranza di due terzi. A seguito della delibera verranno eletti i memebri

costituenti. Questi due articoli istituiscono un apposito iter da eseguire per emendare la costituzione,

donando quindi alla carta una rigidità che la pone al riparo dalle modifiche con legge ordinaria. 54

La genesi dello Stato autocratico in Italia la legislazione degli anni 1925-1928

La crisi economica del dopoguerra, la disoccupazione e l'inflazione crescenti, la smobilitazione dell'esercito

(che restituì alla vita civile migliaia di persone), i conflitti sociali e gli scioperi nelle fabbriche del nord,

l'avanzata del partito socialista divenuto il primo partito alle elezioni del 1919, crearono, negli anni 1919-

1922, le condizioni per un grave indebolimento delle strutture statali e per un crescente timore da parte dei

ceti agrari e industriali di una rivoluzione comunista in Italia sul modello di quella in corso in Russia. In

questa situazione fluida, Mussolini, ex dirigente del PSI colse l'occasione e, abbandonando rapidamente il

programma socialista e repubblicano, si pose al servizio proprio della causa antisocialista; le milizie fasciste,

appoggiate dai ceti possidenti e da buona parte dell'apparato statale che vedevano in lui il restauratore

dell'ordine, lanciarono una violenta offensiva contro i sindacati e i partiti di ispirazione socialista. In un

clima di forti tensioni e violenze, la marcia su Roma del 28 ottobre 1922, grazie al rifiuto del re Vittorio

Emanuele III di firmare il decreto di stato d'assedio, sancì l’ ascesa del fascismo al potere, con la

conseguente nomina di Mussolini a Presidente del Consiglio. Enfatizzando la cosiddetta rivoluzione fascista,

da fondare sulla cesura con lo stato liberale, egli governò in larga misura utilizzando istituzioni prefasciste:

lo Statuto albertino rimase in vigore, sia pur modificato in molte parti, la Corona ed il Senato regio rimasero

in vita, anche se depotenziati. La legislazione del ventennio fascista non sostituì quella precedente, ma la

integrò, modificando quanto era necessario a valorizzare gli elementi autoritari in essa esistenti o

addirittura facendo rivivere istituti postunitari, abbandonati dalla successiva impostazione liberale. A

conferma di ciò, nel presentare alla Camera e al Senato, nel 1925-28, le leggi di difesa dello stato, Alfredo

Rocco poteva dimostrare il loro legame con la legislazione prefascista, e illustrare l’ elemento di continuità

statuaria. Ciò fu possibile perché il regime precedente era tutt’ altro che liberale: aveva una struttura

autoritaria, temperata da istituti liberali che furono facili da cancellare, giustapporvi nuovi istituti, più

autenticamente fascisti. A tale continuità istituzionale si affianca la continuità del personale tecnico-tecnico

politico: basti pensare ad Alberto de Stefani, ministro delle finanze fino al 1925, ad Alfredo Rocco ministro

della Giustizia nel periodo 1925-32, ad Alberto Beneduce, artefice della riforma economica resa necessaria

dalla grande crisi mondiale del 1929-36.

La strategia legislativa del fascismo è caratterizzata dalla sua volontà di estensione non a tutti gli ambiti

dell’azine statale, ma concentrandosi solo su alcuni punti essenziali: la stampa, l’associazionismo politico e

sindacale, le elezioni locali e nazionali, i poteri del governo e del suo capo, la fedeltà dei funzionari pubblici,

l’ autonomia della politica locale. Gli elementi debolezza strutturale dell’ ordinamento italiano prefascista,

dimostrano dunque quanto sia facile modificare un regime politico, se l’ edificio su cui si innesta favorisce

tali modifiche consentendo di realizzarla con pochi interventi ben scelti. Questa concentrazione di

interventi si rivolse dapprima con la conquista dello stato da parte del movimento fascista; poi con la

conquista del movimento fascista da parte dello stato; infine con la conquista della società civile da parte

dello stato “fascistizzato”.

Le leggi “fascistissime”

Le leggi eccezionali del fascismo, identificano una serie di norme giuridiche, emanate tra il 1925 e il 1928,

che iniziarono la trasformazione di fatto dell'ordinamento giuridico del Regno d'Italia nel regime fascista,

ossia in uno Stato autoritario dalla forte componente ideologica, di tipo nazionalista, centralista, statalista,

corporativista ed imperialista. Il compimento, ancorché parziale, di tale processo sarebbe avvenuto, però,

soltanto nel 1939 quando, pur senza mutare direttamente gli articoli interessati dello Statuto del Regno, la

Camera dei deputati sarà soppressa e sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, la cui

composizione e la portata reale dei poteri ne escluderanno i caratteri di effettiva titolarità della

rappresentanza nazionale e di co-titolarità condivisa con il Capo dello Stato e con il Senato del potere

legislativo. 55

R.D.L 28 ottobre 1925 - Governatorato di Roma: con questo decreto regio, avviene la definitiva

trasformazione del comune di Roma in Governatorato. Il governo fascista intendeva in questo modo

portare in secondo piano gli interessi locali della città, rispetto alla sua funzione di rappresentanza

nazionale ed alla sua “missione imperiale”. Veniva in particolare sottolineato l’aspetto finanziario del

provvedimento, ossia la necessità di ripianare il grave dissesto economico del Comune di Roma; veniva

anche ribadita la volontà del governo di “ripudiare” l’uniformità con la quale, fin dalla costituzione del

Regno, veniva disciplinata l’attività di tutti i comuni. Quella elaborata dal fascismo in questo primo decreto,

era una soluzione del tutto originale per la Capitale, dalla cui lettura si evince che il Governatorato di Roma

era una persona giuridica ed aveva una propria amministrazione che ne rappresentava gli interessi. Il

Governatorato esercitava tutte le funzioni attribuite al Comune, ed era composto da un Governatore, due

vicegovernatori, dieci Rettori, ottanta Consultori e il Magistrato di Roma. Al Governatore, nominato con

decreto reale su proposta del Ministero dell’ interno, venivano attribuiti tutti i poteri spettanti al sindaco,

alla Giunta ed al Consiglio comunale. Il vertice esecutivo dell’amministrazione locale era dunque alle dirette

dipendenze del potere centrale. Nonostante la solennità proclamata, il Governatorato non fu però mai

effettivamente realizzato. Troppo articolata la sua organizzazione, troppo farraginosi alcuni passaggi

previsti e non rispondente al concetto fascista della determinazione e della più rapida esecuzione.

Legge 24 dicembre 1925 - Capo del governo primo ministro segretario di Stato: fu il titolo assunto dal capo

del governo del Regno d'Italia in sostituzione del titolo di presidente del Consiglio dei ministri

precedentemente utilizzato. Utilizzando ad hoc la flessibilità dello statuto, la legge poneva fine al principio,

proprio dello stato parlamentare, secondo cui il governo e il suo capo rispondono verso il parlamento, della

cui fiducia devono godere. Il capo del governo, quindi, era responsabile esclusivamente nei confronti del

Re; Vittorio Emanuele III fece valere questa responsabilità una sola volta nel 1943 quando sostituì Benito

Mussolini con Pietro Badoglio.

 Art.2 della legge proseguiva stabilendo che, i ministri segretari di Stato sono nominati e revocati dal Re,

su proposta del capo del governo primo ministro. Essi sono responsabili verso il Re e verso il capo del

governo di tutti gli atti e i provvedimenti dei loro Ministeri.

 Art.3 della legge stabiliva che il capo del governo primo ministro dirige e coordina l'opera dei ministri,

decide sulle divergenze che possono sorgere tra di essi, convoca il Consiglio dei ministri e lo presiede.

 Art.4 della legge stabiliva che con regio decreto può essere affidata al capo del governo la direzione di

uno o più ministeri. In tal caso con suo decreto egli può delegare al sottosegretario di Stato parte delle

attribuzioni del ministro. Di tale possibilità Mussolini fece ampio uso, assumendo la titolarità dei

ministeri più importanti: nella seconda metà del 1933 era titolare di ben sette dicasteri su quattordici.

 Art.6 della legge stabiliva che nessun oggetto può essere messo all'ordine del giorno di una delle due

Camere, senza l’adesione del capo del governo. In altri termini, veniva assicurato al capo del governo il

controllo sull'ordine del giorno dei lavori parlamentari, in netto contrasto con il principio di

indipendenza del potere legislativo dall'esecutivo e, quindi, di separazione dei poteri.

Il capo del governo primo ministro segretario di Stato era presidente di diritto del Gran Consiglio del

Fascismo e del Consiglio Nazionale delle Corporazioni. Si trovava in seconda posizione nell'ordine delle

cariche del Regno d'Italia. Nel 1938 gli venne attribuito il grado militare di primo maresciallo dell'Impero,

appositamente istituito e condiviso con il Re.

Legge 31 gennaio 1926 - Facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche: senza efficaci garanzie

d'intervento da parte delle assemblee legislative, oltre ad ampliare le potestà normative che già lo Statuto

concedeva al governo, cambiò anche la disciplina del decreto legge: la convertibilità del decreto in legge fu

prolungata da 60 giorni a 2 anni, e nel caso in cui il la conversine non avvenisse da parte del parlamento,

esso decadeva ma non gli effetti già prodotti. Questa legge declassò inoltre a regolamento, cioè ad atto

normativo di secondo livello nella gerarchia della fonti di produzione del diritto, alcuni settori della pubblica

amministrazione che prima erano di competenza parlamentare, come il funzionamento delle

amministrazioni dello stato. 56

Legge 3 Aprile 1926 – Disciplina giuridica dei rapporti di lavoro e la Carta del lavoro: la nuova normativa

proibì lo sciopero e stabilì che soltanto i sindacati "legalmente riconosciuti", cioè quelli fascisti che già

detenevano praticamente il monopolio della rappresentanza sindacale dopo la conclusione del Patto, fra la

Confindustria e le corporazioni fasciste, potevano stipulare contratti collettivi. La regolamentazione e la

disciplina dei rapporti di lavoro istituita dalla nuova legge, riconobbe tre distinti livelli all’interno della sua

logica: il sindacato, come associazione dei lavoratori, le corporazioni, in quanto organo statale con facoltà di

produrre norme sulla materia in questione; la magistratura del lavoro, una sezione della Corte d’appello,

legittimata a risolvere i constasti in materia di lavoro. La nuova ricetta che avrebbe dovuto, tra l'altro,

consentire di eliminare la lotta di classe con la sua conflittualità sociale ed il danno da essa recante allo

sviluppo economico, era quindi il corporativismo: lavoratori e datori di lavoro furono associati all'interno di

un'ampia gamma di corporazioni, corrispondenti alle varie attività economiche, poste sotto il controllo del

governo, che nel 1928 saranno riunite nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni, andando a sostituire la

Camera dei deputati.

L’ insieme di questi principi economico-sociali, fondati sulla dottrina del corporativismo, sull’etica del

sindacalismo fascista e sulla politica economica fascista, furono raccolti in quello che diverrà uno dei

documenti fondamentali del fascismo stesso: La carta del lavoro del 21 Aprile 1927. Redatto da

Costamagna e Rocco, ed approvato dal Gran Consiglio del fascismo, il documento era rivolto al Parlamento

affinché legiferasse in materia di lavoro al fine di realizzare il corporativismo come sistema predominante

nei rapporti di produzione in sostituzione del liberalismo, così da abolire la lotta di classe. Ispirate dalla

Carta del Carnaro e dalle esperienze del sindacalismo rivoluzionario, le tematiche della Carta del Lavoro

portano riferimento alla grandezza della Nazione, all'elevazione del lavoro in tutte le sue manifestazioni e

del sindacato a istituzione pubblica, collaborazione tra le forze produttrici della Nazione, pari dignità tra

lavoratore e datore di lavoro, intervento dello Stato nei rapporti di lavoro e nelle attività economiche,

miglioramento delle condizioni fisiche, economiche, culturali e spirituali dei lavoratori attraverso una

legislazione sociale moderna. La Carta del Lavoro pone quindi le basi per le riforme sociali realizzate dal

fascismo: gli istituti assicurativi a tutela dei lavoratori, i mezzi di sostentamento per la vecchiaia, le

indennità di disoccupazione, le garanzie in caso di malattie, le ferie pagate, il massimo di otto ore

lavorative, ecc. Essa acquisì valore giuridico solo nel 1941, quando fu inserita tra i principi generali

dell'ordinamento giuridico, con valore non precettivo ma interpretativo delle leggi vigenti. Nel 1942 la Carta

del Lavoro venne inserita come premessa e prefazione del codice civile, a coronamento di tutto l'edificio

giuridico e politico dello Stato.

Legge 25 Novembre 1926 –Tribunale speciale per la sicurezza dello stato: esso fu un organo speciale del

regime fascista italiano, competente a giudicare i reati contro la sicurezza dello Stato e del regime. Durante

il regime fascista il Tribunale speciale ebbe il potere di diffidare, ammonire e condannare gli imputati

politici ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico e la sicurezza del regime stesso. Con la stessa legge di

istituzione del tribunale venne reintrodotta la pena di morte per alcuni reati a carattere politico.

Quest’organo operava secondo le norme del Codice Penale per l'Esercito sulla procedura penale in tempo

di guerra. Contro le sue sentenze non era possibile alcun ricorso o altra impugnazione. La pena di morte era

inoltre valida per i reati di attentato alla vita del Capo del Governo e della famiglia reale; la pena di morte

verrà formalmente introdotta come condanna penale solo nel 1930 con il Codice Rocco. L’aspetto più

rilevante del Tribunale, rimaneva dunque la sua competenza a emettere giudizi per le accuse di reati politici

e d’opinione, con la sola eccezione di Azione cattolica, il cui riconoscimento era stato garantito dall’ art.43

del concordato del 1929, a patto che essa svolgesse la propria attività fuori di ogni partito, alla dipendenza

della Chiesa e per diffondere i principi cattolici.

Un reato particolarmente diffuso era quello del “fuoriuscitismo”, cioè l’attività politica svolta all'estero dai

fuoriusciti, contro il governo o le istituzioni fasciste. Non potendo essere portati davanti al Tribunale, le

condanne venivano erogate per contumacia, a cui seguiva la revoca della cittadinanza ed il sequestro dei

beni di famiglia. Un'altra particolarità che rendeva particolarmente efficace l’operato di quest’organo di

giustizia è l’impossibilità di ricorso e impugnativa delle sentenze emesse. 57

Legge 9 Dicembre 1928 – Ordinamento del Gran Consiglio del fascismo: con questo atto normativo

avviene la costituzionalizzazione del Gran Consiglio del fascismo, che da organo politico diviene

ufficialmente un organo costituzionale del Regno d’Italia, divenendo l'elemento di raccordo tra Stato e

partito fascista. Presieduto anch’esso dal Capo del governo primo ministro segretario di Stato, aveva

importanti funzioni consultive (non vincolanti), e due funzioni deliberative: sugli statuti, gli ordinamenti e le

direttive politiche del PNF, e sulla lista dei deputati da sottoporre al corpo elettorale (legata alla riforma

elettorale del 1928), con la quale era investito della facoltà di preparare il “listone” unico di 400 memebri

che veniva poi sottoposto al vaglio elettorale. Al di là delle sue prerogative, la costituzionalizzazione del

Gran Consiglio del fascismo in quanto principale organo di coordinamento del PNF, fu l’atto attraverso cui il

regime cercò di dare un'originale risposta alle aspirazioni totalitarie di Mussolini. 58

La questione romana e la legge delle guarentigie

La politica ecclesiastica dello Stato italiano nella seconda metà del 1800 secolo si radicò nella svolta laica

dei provvedimenti presi in materia dal Regno di Sardegna, che a partire dal 1848 aveva già emanato una

serie di leggi restrittive nei confronti degli enti ecclesiastici e dei religiosi. La controversia che fu dibattuta

durante il Risorgimento relativamente al ruolo di Roma, sede del potere temporale del Papa ma, al tempo

stesso, capitale d'Italia, nota come “questione romana” era ormai una tematica divenuta essenziale da

affrontare per mantenere l’integrità e la coesione del Regno. La proclamazione del Regno d'Italia nel 1861

acuì la frattura fra il neonato Stato e la Santa Sede, frattura che negli anni 1866-1867 culminò nella

emanazione delle cosiddette leggi eversive, con cui sostanzialmente fu disposta la soppressione di ordini,

corporazioni e congregazioni religiose regolari e secolari, con conseguente spoliazione dei beni; La

preoccupazione del pontefice non migliorò certo con l’ intervento di Cavour alla Camera, al quale dichiarò

che Roma “è la necessaria capitale d'Italia, che senza che Roma sia riunita all'Italia come sua capitale, l'Italia

non potrebbe avere un assetto definitivo”. Roma era tuttavia protetta dalla Francia di Napoleone III che

era, al contempo, il principale alleato e protettore del giovane Regno d'Italia. Il 15 settembre 1864 la

Francia e l'Italia stipularono una convenzione con la quale l'Italia si impegnava a non attaccare i territori del

Santo Padre; in cambio la Francia ritirava le proprie truppe dai medesimi territori. In mancanza del

consenso francese, le uniche azioni volte alla conquista dell'Urbe furono condotte da Garibaldi, e si

conclusero con le tragiche giornate dell'Aspromonte e di Mentana. La "questione romana", comunque, non

si limitava al solo problema dell'annessione territoriale di Roma, ma chiamava in causa il complesso tema

delle relazioni tra Chiesa cattolica e Regno d'Italia, già gravemente compromesse dalla permanente

opposizione al Risorgimento, manifestata da Pio IX a partire dal 1849. L'insistenza papale nell'affermare

l'autonomia e l'indipendenza dello Stato della Chiesa ebbe come conseguenze, un forte incremento

dell'anticlericalismo; la proibizione per i cattolici di partecipare alla vita politica nazionale, sancita dal “Non

expedit” nel 1868, acuì ulteriormente la spaccatura che di si era già realizzata nel paese, e a cui

prevedibilmente seguì una ancor maggiore laicizzazione della politica di governo;

Nel decennio 1860-70 le posizioni reciproche si irrigidirono sempre più: da un lato gli anticlericali

chiedevano l'annessione allo Stato dei territori (il Lazio e la città di Roma) che ancora facevano parte dello

Stato Pontificio; dall'altro il papa Pio IX si opponeva fermamente, perché la sopravvivenza di un territorio

sovrano era l'unica garanzia di indipendenza della Chiesa. La situazione era di importanza che andava ben

oltre i confini italiani. Nel 1870 l'Italia, sfruttando una serie di congiunture internazionali, soprattutto le

vicende francesi, con la guerra franco-prussiana, la caduta del Secondo Impero e la proclamazione della

Terza Repubblica, diede luogo alla presa di Roma: le truppe dei bersaglieri di Vittorio Emanuele II

occuparono tutto il territorio urbano tranne la città Leonina (monte Vaticano e Castel Sant'Angelo). Un

Regio Decreto di poco successivo, nel sancire l'annessione delle province romane al Regno d'Italia, rinviò

esplicitamente ad una apposita legge la determinazione delle condizioni per garantire l'indipendenza del

Pontefice "anche con franchigie territoriali". Il provvedimento giunse l'anno successivo, con la legge 214 del

13 Maggio 1871 che fu detta delle guarentigie per lo scopo che si prefiggeva.

Legge delle guarentigie

La legge 214 del 13 maggio 1871 fu ispirata dalla politica di Cavour e della Destra, partiva da un punto base:

lo Stato Pontificio era considerato estinto per debellatio; lo Stato italiano conquistatore, ne aveva di

conseguenza automaticamente assorbito popolazione e territorio, ossia gli elementi sostanziali costitutivi

dell'ex stato papale e si era sostituito completamente alla sovranità del Papa. Lo scopo della norma era

quindi quello di garantire rendite, immunità e privilegi al Sommo Pontefice; con essa lo Stato tentò anche di

regolamentare i rapporti con la Chiesa. Di fatto fu un tentativo non riuscito di mediazione, e scontentò sia

quella parte dell'opinione pubblica più evidentemente schierata in posizioni anti-papiste, che trovava il

provvedimento troppo morbido, sia la Santa Sede e con essa il mondo cattolico. La legge si articolava in due

titoli ben distinti: 59

Titolo I - Prerogative del Sommo Pontefice e della Santa Sede: rappresenta il tentativo di garantire una

certa indipendenza al papa nella sua persona, nelle attività sue e degli organi che lo coadiuvano nel

governo centrale della Chiesa:

Art.1-2: La persona del Sommo pontefice è sacra ed inviolabile; l’attentano contro la sua persona, o

qualsiasi provocazione a commetterlo sono puniti con le stesse pene stabilite per i reati contro la persona

del re. Il codice penale del Regno di Sardegna, poi esteso al resto del Regno d’Italia dopo l’unificazione,

prevedeva la pena di morte in caso di regicidio o attentato contro la persona del re; la pena di morte sarà

definitivamente abolita dal Codice Zanardelli del 1889, tranne per alcuni reati militari e appunto il regicidio.

Art.3: Il governo italiano rende al sommo pontefice nel territorio del regno gli onori sovrani; mantenendo le

preminenze riconosciute ai sovrani cattolici; anche in questo caso si realizza il tentativo di equiparare la

figura del pontefice a quella del sovrano con tutte le prerogative e garanzie spettanti allo stesso.

Art.4: A favore della Santa sede è erogata dallo stato italiano la dotazione annua di 3.225.00, al fine di

provvedere sia al trattamento personale del pontefice e ai vari bisogni ecclesiastici della santa sede; tale

dotazione sarà registrata nel debito pubblico in forma di rendita perpetua e inalienabile nel nome della

Santa sede che resterà esente da ogni specie di tassa. Questo caso rappresenta il tentativo di garantire una

rendita economica che era venuta meno con l’ annessione dei territori precedentemente appartenenti allo

stato pontificio.

Art.5: Il Sommo pontefice oltre alla dotazione stabilita, continua a godere dei palazzi del lateranense e del

Vaticano e della villa di Castel Gandolfo con tutte le sue attinenze. Le suddette proprietà sono inalienabili

ed esenti da ogni tassa o peso e da espropriazione per causa di pubblica utilità.

Art.6: Durante la vacanza della sede pontificia nessuna autorità giudiziaria o politica, potrà porre

impedimento o limitazione alla libertà dei cardinali.

Art.7-8: Nessun pubblico ufficiale potrà esercitare atti del proprio ufficio, procedere a visite, perquisizioni e

sequestri negli uffici e congregazioni pontificie rivestite di attribuzioni meramente spirituali. Questi precetti

vengono proposti come ulteriori garanzie rispetto al libero esercizio di tutti gli uffici del pontificato, nel

merito delle attribuzioni meramente spirituali.

Art.9: Al sommo pontefice veniva garantita la piena libertà di compiere tutte le funzioni del suo ministero

spirituale, scongiurando così qualsiasi intrusine del governo italiano negli affari spirituali.

Art.10: Gli ecclesiastici che partecipano a Roma all’ emanazione di atti per conto del ministero della Santa

sede, non possono essere per alcuna ragione essere sottoposti ad alcuna azione da parte dell’ autorità

giudiziaria. Veniva dunque concessa la totale immunità a tutti gli ecclesiastici che erano investiti di funzioni

ufficiali da parte del suddetto ministero.

Art.11: Gli inviati degli altri governi presso la Santa sede godevano di tutte le prerogative ed immunità che

spettano ai diplomatici secondo il diritto internazionale.

Art.12: Stabilisce la libertà assoluta per la corrispondenza del Pontefice scongiurando qualsiasi ingerenza

italiana.

Art.13: Nella città di Roma, i seminari, le accademie, i collegi tutti gli altri istituti cattolici fondati per l’

educazione degli ecclesiastici, continueranno a dipendere unicamente dalla Santa sede, senza alcun

ingerenza da parte delle autorità scolastiche del Regno. Venne quindi garantita l’autonomia dell’

insegnamento e della formazione, senza obbligo di conformarsi ai programmi statali. 60


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GregM

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche, internazionali e dell'amministrazione
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GregM di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle istituzioni politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Rossi Cinzia.

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