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Fallirono anche a sinistra le idee e le proposte di una repubblica socialista

federativa.

Il primo progetto di Statuto si deve al sardista Gonario Pinna. Il progetto

presentato agli organismi dirigenti del PSD’Az nell’estate del ‘45 ( rapporto stato

regione, ordinamento della regione, ordinamento degli interni) poggiava su un

impianto federale e attribuiva poteri incisivi alla regione volendo riconoscere alla

regione poteri amministrativi ed economici e potestà legislativa ed esecutiva.

Il progetto, infatti, individuava l’esercizio delle funzioni sovrane dello stato,

demandando il resto alla regione. La forte personalità giuridica della regione era

evidenziata anche dai meccanismi individuali di partecipazione alla vita politica

nazionale, come ilo diritto di prendere parte alla formazione dello Statuto nazionale.

Il PSD’Az incaricò una commissione nel settembre del ‘45 di redigere uno

schema di Statuto da sottoporre al congresso Regionale. Anche l’avvocato Oggiano

presentò un progetto di Statuto basato su incisivi poteri regionali. 2 progetti sardisti di

Statuto, caratterizzati da potestà regionale assai ampia.

Il progetto Pinna, formazione repubblicana e azionista, prevedeva

l’inquadramento della Sardegna in una repubblica federale basata su principi di

democrazia, uguaglianza partecipazione e programmazione.

Il progetto Oggiano, più snello e leggero, si avvertiva il travaglio interno tra

autonomisti e separatisti, clima culturale angusto alimentato da esperienze interne

all’isola e mirate a una comunità Regionale separata dallo stato.

Il progetto definitivo approvato dal direttorio generale del PSD’Az il 10

gennaio ‘46 riprendeva le prime 2 parti dello schema di Pinna adattandole al progetto

di Oggiano fondato su un attenuamento dei rapporti dello Stato rafforzando

l’autonomia dell’impianto Regionale come l’assenza di limiti alla potestà legislativa.

Scomparsi inoltre gli istituti espressi dal mondo sindacale e produttivo.

Rispondeva quindi alle esigenze economiche e amministrative della Sardegna,

conservando i vincoli giuridici, finanziari e morali basilari per la partecipazione della

comunità regionale alla vita e al destino della comunità nazionale. Prevedeva il

riconoscimento della personalità giuridica della Sardegna, come persona di diritto

interno e titolare di una piena competenza sul proprio demanio e sull’esplicazione di

poteri normati ed esecutivi propri dell’autogoverno.

Il progetto non fu esposto (come voleva il PSD’Az) all’intera consulta

Regionale dall’avvocato Pinna per la contrarietà delle altre forze politiche, ma fu

sottoposto alla commmisione competente sollecitando il PSD’Az a consegnare la

documentazione utilizzata per la predisposizione del progetto rinviando la riunione

della commissione preposta per l’ordinamento regionale alla settimana successiva

alla consegna. La commissione tardò a riunirsi poiché i sardisti non avevano

ottemperato alle richieste fatte dalla commissione. Randaccio ottenne un termine

ultimo di consegna al 15 marzo da parte dei sardisti.

Il 7 aprile Venturino Castaldi propose un nuovo schema di progetto per

l’autonomia della Sardegna, sulle basi dello Statuto valdostano, di quello Siciliano e

del progetto sardista. Si basava sul fatto che i vantaggi autonomistici previsti nella

bozza sardista venissero assicurati evitando conflitti costituzionali troppo gravi,

lasciando allo Stato il peso degli oneri maggiori e obbligandolo ad aiutare l’isola.

Tale progetto ottenne l’appoggio e l’approvazione della DC sarda e fu

sostenuto dai delegati sardi al primo congresso nazionale del partito. La sua

concezione autonomistica si basava sull’impostazione regionalistica nazionale. Ossia

un sistema binario di rapporti funzionali e organizzativi fra lo stato e la regione e si

prevedevano 3 forme di competenza regionale che graduavano la limitazione

dell’esercizio dei poteri legislativi da parte della regione: potestà esclusiva, potestà

limitata, competenza regolamentare. La parte finanziaria era legata a un sistema di

ripartizione e integrazione statale.

Finalmente la commissione si riunì il 23 aprile, ma vista l’assenza

dell’avvocato Pinna la riunione slittò al 6 maggio. Vista l’assenza in quella data del

sardista, la commissione iniziò comunque i lavori dichiarando che il PSD’Az si

sarebbe limitato a rispondere ad eventuali osservazioni. Si determinarono due

posizioni nella consulta: un autonomismo moderato condiviso dalla maggioranza dei

partiti e un’autonomia radicale e federalista sostenuta dal PSD’Az.

Gli altri partiti temevano di essere esautorati dal governo per le preoccupanti

spinte autonomistiche del PSD’Az tanto che la commissione presieduta da Contu,

approvò un ordine del giorno dove venivano ribadite le prerogative dell’organo

consultivo regionale

Secondo i consultori lo Statuto non doveva essere concesso dall’alto per

decreto, ma doveva essere il risultato dall’autonoma elaborazione dell’organismo

preposto a questo compito e rappresentativo della comunità Regionale.

L’impreparazione della classe politica Regionale a confrontarsi con lo stato

Regionale sulle proprie prerogative, l’incapacità di porsi in posizioni preliminari di

autonomia e il persistere di una concezione garantistica volta a difendersi piuttosto

che riformare complicarono notevolmente il dibattito.

Purtoppo, infatti, l’autonomia era considerata come una mera limitazione

esterna e negativa dello stato, come un nuovo centro di potere che rifiutava

interferenze esterne e che non si ergeva a garante dell’autogoverno interno e non

come strumento di democrazia diffusa a tutti i livelli dell’ordinamento rappresentanti

degli interessi locali. Che si faceva promotrice essa stessa di autonomia attraverso la

modalità dell’autogoverno.

Prevaleva la concezione più radicale, come strumento contro l’arretratezza,

condito da un’incapacità della politica sarda di porre con forza il proprio diritto a far

parte del ceto politico dominante per ottenere un’autonomia forte come contropartita

e la disunione del ceto politico sardo (conflittualità interna). Estrazione culturale e

politica dei protagonisti limitata. Prevalevano i giuristi ma scarseggiavano gli esperti

costituzionalisti e amministrativi. Assenti gli economisti.

Rifiuto quindi dell’idea federalista del PSD’Az.

Il PCI sardo fu combattuto da Spano per portarlo sulla linea nazionale di

Togliatti. La linea era un’autonomia dell’isola, nel quadro dell’unità nazionele, sulla

base di una profonda democratizzazione amministrativa, politica e sociale di tutta la

vita isolana. Elaborazione gramsciana. Il congresso Regionale del 45, infatti, si

basava su un regionalismo moderato basato sulla reiezione del federalismo, sulla

devoluzione alle regioni solo di limitati poteri.

Ostilità e diffidenza verso il PSD’Az.

Il Partito Socialista aveva un’impostazione simile, caratterizzata dalla cautela

nei confronti dell’autonomia definendola come mero decentramento amministrativo.

Per loro erano più importanti il recupero della tradizione prefascista e le battaglie per

l’emancipazione della classe operaia.

Il Partito Liberale, composto di personalità borghesi e intellettuali, ripropose la

linea nazionale, una linea confusa tra impegno regionalistico, tiepido regionalismo, e

posizioni anti regionalistiche:

Bruno demoliva l’istituto dell’ente regione; Marcello rinviava la scelta

amministrativa dopo la decisione sulla questione istituzionale; Randaccio

autonomismo più ampio impostato e simile al rivendicazionismo e ripartizionismo

del Siciliano la Loggia; Cocco Ortu favorevole a un decentramento Regionale e a una

linea di liberismo economico.

Il clima elettorale acuì i contrasti tra le forze politiche e la possibilità di un

fronte autonomistico unitario ne fece le spese.

Si affermò, infatti, soltanto un autonomismo nettamente economicistico, perché

non si volle disegnare un’autonomia forte culturalmente, motivata, specificatamente

sarda e non basata essenzialmente sull’arretratezza economica. Tuttavia quasi tutti i

partiti furono “obbligati” a inserire nei loro programmi elettorali, una rivendicazione

di autonomia.

Comunque il respingimento della tesi federale comportò anche l’annaquamento

di una concezione di autonomia integrale, mentre, l’affannosa ricerca dei temini reali

della questione finanziaria e doganale, non forni risposte soddisfacenti e contribuì a

ritardare l’evoluzione del partito.

Lo stesso Lussu che propose l’obbligo dell’insegnamento della lingua sarda a

livello primario, condivise l’opinione generale che non si poteva frantumare l’unità

culturale del popolo italiano e che l’isola non era in grado di sobbarcarsi gli oneri

economici derivanti da tali competenze. Il dibattito preparatorio dello Statuto fu

dominato da una visione economicistica, protrattasi per lungo tempo anche in età

repubblicana. La redazione del progetto di Statuto

La riunione della consulta Regionale del 9 maggio sancì la resa dei conti con

l’iniziativa di estendere alla Sardegna l’autonomia concessa alla Sicilia. I consultori

sardi furono compatti nell’accusare Lussu di comportamento antidemocratico e

centralistico. Egli, infatti, aveva ritenuto di optare per il male minore, ossia

l’autonomia sia pure per decreto, cogliendo l’attimo irripetibile offerto e superando i

vincoli della questione di principio.

I consultori pero votarono a larga maggioranza l’ordine del giorno di

Randaccio, sostenendo che la Sardegna dovesse godere diritti uguali a quelli previsti

per la Sicilia, ma riaffermando che l’isola intendeva ottenere la propria carta

autonomistica dall’assemblea costituente e nei termini fissati dall’organismo

competente, la consulta sarda. Anche l’alto commissario agì in sintonia con tale linea

ma riprese pure la vecchia richiesta di modificare il sistema di nomina dell’Alto

Commissario e della Consulta.

La Consulta doveva essere eletta con voto segreto e col sistema proporzionale

dagli elettori iscritti al collegio elettorale delle tre province sarde e che essa a sua

volta eleggesse un presidente, dotato degli stessi poteri dell’Alto Commissario che

dava quindi una più piena autonomia, lontana dalla cautela romana nella definizione

dei poteri regionali. Uniche innovazioni furono l’ampliamento numerico della

consulta a 32 membri basato sul principio di proporzionalità.

Dopo l’elezione dell’assemblea costituente fu ricostituita la consulta su base

proporzionale.

L’Assemblea Costituente continuò la discussione sul regionalismo speciale e la

sottocommissione preposta al coordinamento dello Statuto Siciliano alla costituzione

discusse la possibilità di coordinare anche lo Statuto sardo, valdostano e trentino.

Dato che la Sardegna non aveva ancora un progetto proprio di Statuto, due

rappresentanti sardi, Lussu e Laconi proposero di innovare la procedura per la

realizzazione dello Statuto conferendo al gruppo elettorale sardo la competenza di

redigerlo. Secco no da parte dei costituenti invocando la giustificazione che la

sottocommissione non aveva il mandato di elaborare un progetto di Statuto per la

Sardegna.

Il 7 dicembre fu nominata la seconda consulta e rieletta la commissione per lo

studio dell’ordinamento Regionale. Si riunì il 3 dicembre e incaricò due gruppi di

lavoro di presentare per la riunione successiva le linee direttive sugli aspetti finanziari

e costituzionali dell’autonomia.

Le proposte dei due gruppi di lavoro furono discusse il 30 e 31 dicembre

insieme ai deputati sardi della costituente. Lo schema predisposto da Sailis

inquadrava l’autonomia sarda in ambito statuale unitario. La proposizione teneva

conto dello Statuto Regionale. I maggiori dissensi riguardavano i poteri della regione

a causa dei timori manifestati dalle sinistre sulla possibilità che forze conservatrici

utilizzassero la competenza primaria per impedire l’applicazione nell’isola della

riforma agraria e industriale.

Per il coordinatore, il lavoro si svolse verso un sistema finanziario speciale, più

favorevole, basato sulla solidarietà interregionale. Un’autonomia finanziaria integrale

era stata respinta a maggioranze. La DC proponeva l’integrazione statale al bilancio

Regionale e la collaborazione stato regione per la fissazione delle aliquote e dei

contingenti annui di gettito da far gravare sulla Sardegna.

Fu respinta l’impostazione sardista sull’indipendenza doganale e della zona

franca, preferendo adottare un sistema misto centralizzato e contemperamento con la

richiesta di diversi privilegi.

Nonostante la necessità di costituire un fronte unico autonomistico di tutti i

partiti, gli esponenti sardi dei vari schieramenti mostrarono come fossero notevoli le

divergenze soprattutto sui poteri attribuire ala regione, sulla figura del rappresentante

del governo e sull’ente intermedio. Sfumate, invece, le loro posizioni circa gli aspetti

economici e finanziari del progetto. Per il progetto la raccomandazione dei costituenti

sardi era di seguire le indicazioni e i limiti della costituente evitando esagerazione e

mostrando una volontà di autocensura determinata dalla nuova situazione politica

nazionale.

L’ordinamento Regionale, presentato dal comitato di redazione alla

commissione, stabilì che le forme di autonomia speciale dovessero essere limitate a

poche regioni e prevedesse la legislazione Regionale esclusiva, concorrente e

integrativa. Le sinistre continuarono a opposti alla potestà legislativa esclusiva.

Laconi denunciò un’impronta federale portatrice di svantaggi per la regione e lesiva

dell’unita statale.

Gli altri esponenti sardi rifiutarono tale posizione e l’esigenza di salvare la

potestà esclusiva comportò la riduzione delle materie previste nel progetto originario,

e solo 5 giunsero in assemblea. Seguendo l’invito del Randaccio, nella seduta del 9

gennaio fu predisposto un progetto di Statuto discusso il 25 febbraio a Cagliari e a

marzo a Sassari.

Il progetto esaltava il ruolo della provincia, conservandola quale ente

autarchico e attribuendole funzioni politiche pregnanti. Altra questione spinosa fu la

scelta del capoluogo sardo. La scelta fu rinviata alla prima assemblea Regionale.

Con il mantenimento della provincia come ente di decentramento

amministrativo, la Sardegna anticipò dunque la scelta adottata più tardi

dall’Assemblea Costituente.

I deputati sardi durante la discussione a Montecitorio del progetto,

esaminarono e votarono articolo per articolo, adattando il teso alla formulazione del

progetto costituzionale attenuandone la portata autonomistica. La commissione

procedette a un’ulteriore elaborazione, ribadendo cosi il proprio ruolo e la propria

liberta di giudizio rispetto al parere della deputazione sarda. Il progetto che la

consulta esaminò in aprile recava differenze formali e sostanziali rispetto a quello

approvato nelle riunioni di Montecitorio.

Detto ciò, i consultori approvarono un testo che riprendeva largamente quello

della deputazione sarda, il progetto coordinato e revisionato dalla commissione il 4 e

25 aprile fu approvato definitivamente dalla consulta il 29 aprile e trasmesso il 9

maggio al Presidente del Consiglio e da questi al Presidente dell’Assemblea

Costituente.

Nella relazione di accompagnamento dello Statuto di Sailis si evincevano i

compromessi raggiunti sulla competenza legislativa Regionale sul regime fiscale e

doganale e sull’ordinamento interno. Assicurando la potestà d’imperio alla regione

derivante dalla sovranità originaria dello stato si escludeva cosi un qualsiasi principio

federalistico. Il compromesso lascio tutti insoddisfatti.

L’approvazione dello Statuto

L’esclusione della sinistra dal governo De Gasperi, influì sulla scelta del

regionalismo impedendo l’alleanza tra i vari gruppi politici antiregionalisti (sinistra e

destra). Per la sinistra le autonomie locali diventavano la garanzia contro ogni

possibili restaurazioni conservatrici aprendo nuove prospettive di lotta politica.

Dal punto di vista governativo, l’ordinamento regionale forte avrebbe

comportato per i partiti di governo la rinuncia di una quota di potere a favore delle

regioni. L’ente regione poteva, infatti, fungere da referente della volontà di riforme

sociali e soprattutto della riforma agraria cara al mezzogiorno.

In questo clima di diffidenza verso il regionalismo, il 21 luglio una mozione

chiedeva al Governo di approvare lo Statuto Sardo con procedura analoga a quello

Siciliano entro l’anno. Ma prevalendo le obiezioni di ordine formale del governo, il

progetto fu rinviato all’esame della commissione dell’Assemblea Costituente.

Ancora una volta, però, i sardi si erano presentati divisi al confronto con lo

stato. L’organizzazione della mobilitazione autonomistica finiva col ricadere sui

sardi, sui comunisti e sui socialisti: mentre le posizioni espresse dalla DC pro

autonomia erano assai caute, i liberali i socialdemocratici e i qualunquisti non

parteciparono.

La sottocommissione degli ordinamenti regionali, presieduta da Perassi si

insedio il 24 agosto invitando 2 rappresentanti regionali ai propri lavori. Furono eletti

allo scopo Sailis e Soggiu.


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Exxodus

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
Università: Cagliari - Unica
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle istituzioni politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cagliari - Unica o del prof Cardia Maria Laura.

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