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Il ritorno alla democrazia tra moderatismo, autonomismo e separatismo

La lunga stagione del regime fascista pesò negativamente nel processo di fondazione repubblicana e autonomistica. La carica autonomistica del primo dopoguerra era rappresentata dal movimento dei combattenti nato nel 1919 e divenuto PSD’Az nel 1921, e aveva colmato il vuoto lasciato dalle altre forze politiche nel rapporto tra stato-regione rivendicando una soluzione ai problemi isolani. L’autonomia, infatti, era lo strumento per la rinascita dell’isola e che chiamava le masse popolari a lottare per essa.

Quindi un partito la cui impostazione politica si basava non più sulla rimozione delle condizioni del sottosviluppo mediante speciali interventi economici e legislativi, ma sull’autonomia e su una fitta rete di cooperative. E ciò si traduceva con un nuovo ordine istituzionale basato sul protagonismo delle unità di base, i comuni, e sulle regioni come entità storiche e culturali volute liberamente dalle comunità locali.

L'avvento del fascismo

L’avvento del fascismo portò la rottura dell’unità del PSD’Az e la caduta delle prospettive di autonomia. Dato che la borghesia si era già avvicinata al fascismo, vedendo in esso uno strumento per riportare la regione nell’“ordine istituzionale antico”, il fascismo di Mussolini cercò di fagocitare il PSD’Az nel PNF, essendo il PSD’Az pericoloso in quanto attecchito radicalmente nelle campagne e forte. Accadde nel 1923 e i fautori della fusione credettero di poter trasformare il fascismo in autonomismo.

Ma questa fusione portò alla de-strutturazione della classe politica locale e alla distruzione di quei gruppi che esprimevano una capacità di organizzazione istituzionale che consentì al regime di consolidare la propria egemonia. Si estese anche in Sardegna nel 1925 il centralismo del regime fascista il quale ridusse i già limitati ambiti di autonomia dell’ordinamento isolano provocando una cesura netta rispetto al primo dopoguerra.

Dopo la caduta del fascismo

Dopo la caduta del fascismo, la Sardegna isolata oscillò tra due poli: la tensione separatistica alimentata dal capitano Emilio Lussu, e il moderatismo della vita politica. Fu proprio la spinta separatistica a determinare l’istituzione delle regioni speciali e fu la capacità di operare una pressione all’esterno che portò a forme maggiori o minori di autonomia. In Sardegna nel binomio autonomismo-separatismo, prevalse il primo e la tensione autonomistica si rivolse più all’integrazione che alla separazione.

Sul finire del '44, con l’attenuarsi dell’isolamento e con l’emanazione da parte del Governo dei provvedimenti speciali per le due isole, l’aspirazione indipendentista iniziò a diminuire, non captando a sé il disagio popolare, né a essere maggioritaria nello stesso PSD’Az, fortemente avversata anche da Lussu che la considerò un corpo estraneo allo stesso partito. La maggiore debolezza rispetto alla Sicilia fu la marginalità del separatismo sardo dovuta a ragioni storiche e sociali ma sostanzialmente riconducibili alla diversità della struttura agraria.

La resistenza e le riforme istituzionali

Fondamentale da tenere a mente, è l’assenza di un movimento di resistenza a livello popolare, e quindi dei fermenti autonomistici e di riforme istituzionali. Anzi, in Sardegna, si ebbe la persistenza del sistema di rapporti politici e sociali costruito nel fascismo, data l’assenza del movimento della resistenza: vent’anni di fascismo incisero a fondo nella coscienza politica di massa alimentano il clientelismo e l’apatia.

I comitati di liberazione in Sardegna sorsero elitariamente più che altro come organi di collaborazione e consultazione dei prefetti quindi già organi di un centralismo statale. L’antifascismo sardo quindi era caratterizzato sia da una scarsa rappresentatività, sia da una profonda debolezza che caratterizzarono la stesura dello Statuto e le prime proposte dell’Autonomia Regionale. Anche se loro stessi furono i fautori delle proposte di autonomia avanzate nel 1943. I CNL regionali e locali spinsero verso questa strada.

Nel 1944 a Oristano i CLN provinciali chiesero all’alto commissario di costituire una commissione consultiva Regionale, quale organismo transitorio verso un Consiglio Regionale su base elettiva.

La regione sixth e l'istituto alto-commissariale

Alle forti tensioni autonomistiche sarde, il governo rispose (decentramento burocratico) istituendo un alto commissario per la Sardegna. Proprio per contrastare le tendenze eversive. Tanto che si era istituito un commissario Regionale italiano come referente di quello alleato. Il governo, infatti, non poté sottovalutare la peculiarità della situazione delle due grandi isole e le spinte autonomistiche pur lasciando impregiudicato l’assetto prefascista accentrato.

Il piano alleato sulla Sardegna del 1943 definiva gli ambiti di competenza delle autorità alleate e italiane e generali, e prevedeva un’organizzazione regionale analoga a quella delle altre ripartizioni regionali con quartiere regionale e comandi provinciali. Ma in Sardegna, a differenza della Sicilia, non fu prevista alcuna forma di governo militare né emanato alcun proclama.

Considerata la posizione strategica della Sardegna, il generale Bulonois organizzò il 29 settembre il primo quartier generale trattando col comando militare della Sardegna il trasferimento della guarnigione italiana dalla Corsica alla Sardegna e trattare con l’autorità amministrativa isolana, prevedendo il rapporto fra un commissario Regionale alleato e un commissario civile italiano.

L’alto commissario fu istituito come intervento nel mezzogiorno per far sentire alle popolazioni locali la solidarietà della nazione attraverso un decentramento amministrativo. Il 27 dicembre del '43 il governo discusse la nomina di alti commissari in Sicilia e in Sardegna realizzando il collegamento con le autorità alleate e assumendo temporaneamente i poteri dell’amministrazione centrale per finalità essenzialmente logistiche. Tuttavia il governo vigilò sull’utilizzo di tale potere per impedire il favorire di tendenze disgregatrici dell’unità politica e amministrativa statale.

Il 27 gennaio 1944 con regio decreto legge, fu istituito un alto commissario in Sardegna con carattere temporaneo e col compito di sovrintendere e dirigere nell’isola tutte le amministrazioni statali, civili, militari, gli enti e gli istituti di diritto pubblico sottoposti a tutela e vigilanza dello stato.

Il 31 gennaio fu nominato commissario per la Sardegna il Generale Pinna, accolto positivamente dall’isola, dagli alleati, dal re e da Badoglio rappresentando per i partiti una soluzione super partes: questo spiega perché il suo mandato durò 5 anni. Quest’organo monocratico innovatore fu considerato come uno strumento preparatorio dell’Autonomia Regionale.

In Sicilia fu previsto un mese dopo un alto commissario ma con la previsione di un organo consultivo per appagare l’aspirazione all’autonomia e consolidare la posizione dell’alto commissario vincolando così alla sua azione di governo uomini rappresentativi dell’isola. Ma il governo per entrambe le isole avevano respinto sia la previsione del commissario come organo collegiale, sia l’attribuzione a esso della facoltà di voto deliberativo nelle riunioni del Consiglio dei Ministri, sia l’istituzione di un ufficio centrale per la Sicilia e la Sardegna.

Nel 9 marzo del '44 con un RDL furono modificate le competenze dell’alto commissario in Sardegna: tra le modifiche più importanti abbiamo l’eliminazione della facoltà di direzione e l’introduzione della facoltà di intervenire, senza voto deliberativo nel Consiglio dei Ministri. Tuttavia Pinna rispetto al commissario Siciliano che durò solo un anno, conservò la carica altocommissariale anche sulle autorità militari potendo esercitare in caso di necessità tutte le attribuzioni del governo centrale, riferendole poi ai ministri competenti.

Al fianco del commissario fu istituita una giunta di 6 membri, nominata per decreto dal capo del governo, col compito di assistere l’alto commissario. Fu un compromesso tra l’esigenza di mantenere il commissario come organo individuale e la richiesta delle due isole di ottenere l’istituzione di un organo collegiale rappresentativo della regione con incarico basato molto sulla personalità dei titolari e sulla capacità delle popolazioni interessate di far leva su questi strumenti per innovare il rapporto fra stato e comunità Regionale.

Le forze politiche sarde valutarono negativamente tali modifiche e il PSD’Az denunciò il carattere di organo periferico burocratico statale del commissario. Inoltre le tensioni nell’isola aumentarono a causa dell’esclusione delle personalità sarde dal secondo governo Badoglio.

A Cagliari in una riunione delle autorità locali fu proposta al governo una giunta per esaminare i problemi dell’isola e chiese al governo di poter rafforzare la collaborazione politica e la partecipazione dei partiti all’amministrazione della Regione, attribuendo alla giunta compiti consultivi e potestà normative e organizzative e di attribuire al commissario il potere di sospendere gli atti normativi nazionali in contrasto con la situazione isolana.

Dopo modifiche tale proposta fu accettata dal governo firmando Badoglio il 22 settembre il decreto costitutivo. La giunta consultiva si riunì a Sassari il 30 settembre insieme ai 3 prefetti, i componenti della Giunta Regionale (6 + uno sostitutivo) e i comitati provinciali di liberazione.

Il 28 ottobre nella riunione l’alto commissario comunicò la necessità di affidare ad alcuni organi consultori l’incarico di formulare le proposte per un opportuno decentramento regionale da sottoporre al Consiglio dei Ministri. Furono nominati Sale e Segni. Un esperimento di autonomia.

Nell’autunno del '44 in Sicilia fu istituita una Consulta Regionale di 24 membri. In Sardegna il commissario Pinna s’incaricò di predisporre le pr...

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Scienze politiche e sociali SPS/03 Storia delle istituzioni politiche

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