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impedire il favorire di tendenze disgregatrici dell’unita politica e amministrativa

statale.

Il 27 gennaio 1944 con regio decreto legge, fu istituito un alto commissario in

Sardegna con carattere temporaneo e col compito di sovrintendere e dirigere

nell’isola tutte le amministrazioni statali, civili, militari, gli enti e gli istituti di diritto

pubblico sottoposti a tutela e vigilanza dello stato.

Il 31 gennaio fu nominato commissario per la Sardegna il Generale Pinna,

accolto positivamente dall’isola dagli alleati, dal re e da Badoglio rappresentando per

i partiti una soluzione super partes: questo spiega perché il suo mandato duro 5 anni.

Quest’organo monocratico innovatore fu considerato come uno strumento

preparatorio dell’Autonomia Regionale.

In Sicilia fu previsto un mese dopo un alto commissario ma con la previsione

di un organo consultivo per appagare l’aspirazione all’autonomia e consolidare la

posizione dell’alto commissario vincolando cosi alla sua azione di governo uomini

rappresentativi dell’isola. Ma il governo per entrambe le isole avevano respinto sia la

previsione del commissario come organo collegiale, sia l’attribuzione a esso della

facoltà di voto deliberativo nelle riunioni del Consiglio dei Ministri, sia l’istituzione

di un ufficio centrale per la Sicilia e la Sardegna.

Nel 9 marzo del 44 con un RDL furono modificate le competenze dell’alto

commissario in Sardegna: tra le modifiche più importanti abbiamo l’eliminazione

della facoltà di direzione e l’introduzione della facoltà di intervenire, senza voto

deliberativo nel Consiglio dei Ministri. Tuttavia pinna rispetto al commissario

Siciliano che duro solo un anno, conservo la carica altocommissariale anche sulle

autorità militari potendo esercitare in caso di necessità tutte le attribuzioni del

governo centrale, riferendole poi ai ministri competenti.

Al fianco del commissario fu istituita una giunta di 6 membri, nominata per

decreto dal capo del governo, col compito di assistere l’alto commissario. Fu un

compromesso tra l’esigenza di mantenere il commissario come organo individuale e

la richiesta delle due isole di ottenere l’istituzione di un organo collegiale

rappresentativo della regione con incarico basato molto sulla personalità dei titolari e

sulla capacità delle popolazioni interessate di far leva su questi strumenti per

innovare il rapporto fra stato e comunità Regionale.

Le forze politiche sarde valutarono negativamente tali modifiche e il PSD’Az

denuncio il carattere di organo periferico burocratico statale del commmissario.

Inoltre le tensioni nell’isola aumentarono a causa dell’esclusione delle personalità

sarde dal secondo governo Badoglio.

A Cagliari in una riunione delle autorità locali fu proposta al governo una

giunta per esaminare i problemi dell’isola e chiese al governo di poter rafforzare la

collaborazione politica e la partecipazione dei partiti all’amministrazione della

Regione, attribuendo alla giunta compiti consultivi e potestà normative e

organizzative e di attribuire al commissario il potere di sospendere gli atti normativi

nazionali in contrasto con la situazione isolana.

Dopo modifiche tale proposta fu accettata dal governo firmando Badoglio il 22

settembre il decreto costitutivo. La giunta consultiva si riunì a Sassari il 30 settembre

insieme ai 3 prefetti , i componenti della Giunta Regionale (6 + uno sostitutivo) e i

comitati provinciali di liberazione.

Il 28 ottobre nella riunione l’alto commissario comunicò la necessità di affidare

ad alcuni organi consultori l’incarico di formulare le proposte per un opportuno

decentramento regionale da sottoporre al Consiglio dei Ministri. Furono nominati

Sale e Segni. Un esperimento di autonomia.

Nell’autunno del ‘44 in Sicilia fu istituita una Consulta Regionale di 24

membri. In Sardegna il commissario Pinna s’incaricò di predisporre le proposte per

riformare le attribuzioni dell’organo alto-commissariale e consultivo presentando al

Governo schemi di decreto relativi alla riforma dell’alto commissario e all’istituzione

di una consulta Regionale. L’11 dicembre la giunta sarda coi prefetti provinciali

discusse questi provvedimenti.

I socialisti e i comunisti spinsero per dare carattere democratico e

autonomistico a questi istituti conferendo poteri deliberanti a una consulta di 18

membri trasferendogli le competenze alto-commissariali. Gli altri partiti erano

contrari considerando l’opposizione del Governo a un’istituzione di organo collegiale

con cosi ampi poteri.

Accettarono però (insieme al Governo) l’istituzione di una consulta di 18

membri scelti dalle organizzazioni politiche, il Governo con un decreto

luogotenenziale nella fine del ‘44 volle iniziare un esperimento di autonomia

nell’isola: furono ampliati i poteri alto-commissariali, istituita la Consulta Regionale

e definiti gli interventi di sviluppo nell’isola dei vari settori strategici.

La consulta doveva esaminare i problemi isolani, formulare proposte per

l’ordinamento regionale e assistere l’alto commissario nell’esercizio delle sue

funzioni, pronunciandosi sui problemi posti al suo esame. 18 membri nominati tra i

quali spuntavano esperti nominati dal Presidente del Consiglio dei Ministri, sentito il

Consiglio stesso e su indicazione dell’alto commissario.

L’isola espresse soddisfazione considerando tale istituzione una tappa verso un

più incisivo potere autonomistico.

La consulta s’insediò piuttosto tardi per la difficoltà del commissario di

nominare i suoi componenti cercando di conciliare, con il limitato numero di posti

disponibili, le esigenze politiche, economiche e territoriali. Il 9 aprile fece la sua

scelta assegnando i 18 posti. Prevalevano gli esponenti del mondo forense (9): scarsa

la rappresentatività del mondo agricolo e industriale. L’alto commissario però un

mese prima aveva chiesto al governo di elevare a 24 il numero dei membri della

consulta, con esito negativo da parte del Governo, vista la tardiva richiesta a esso

pervenuta. Ma Pinna ribadì tale richiesta sostenendo che l’aumento era determinato

da un riconoscimento egalitario della Sardegna rispetto alle altre regioni, per

l’apporto effettivo di preziose risorse e di elementi di produzione alla economia

nazionale.

Grazie al suo intervento, il Governo, emanando un decreto nell’agosto del 45,

portò a 24 il numero dei membri della Consulta di estrazione politica e portando

successivamente a 7 i componenti di diritto.

Per l’alto commissario, l’istituto consultivo era vitale e forte abbastanza da

svilupparsi e diventare l’organo regionale direttivo di tutta la vita amministrativa

economica della Sardegna. Pinna era cosi convinto di tale importanza che la consulta

aveva assunto, da rassegnare le dimissioni (respinte). L’opinione pubblica considerò

la Consulta quale primo passo verso l’autonomia.

La Consulta organizzò il proprio lavoro in sei commissioni: la VI si occupò

dello studio dell’Ordinamento Regionale. Solo il 25 agosto si svolse la prima

riunione. La discussione evidenziò la debolezza e l’arretratezza dell’elaborazione

autonomistica dei consultori e la contrapposizione tra l’idea federalista del PSD’Az e

la contrarietà degli altri esponenti politici. Fu nominato il sardista Soggiu quale

responsabile dell’elaborazione del progetto autonomistico, vicenda che si evolverà in

numerosi ritardi a causa dei quali la commissione si sarebbe riunita solo un anno

dopo. Su tali ritardi pesavano l’insufficiente livello di elaborazione autonomistica, sui

problemi del mondo politico riguardo la configurazione dell’autonomia e le difficoltà

oggettive legate ad una situazione di incertezza economica alla quale le forze

politiche dovevano dare una risposta immediata ed efficace. Tali problemi portarono

sul secondo piano il problema del nuovo ordinamento statale (dal ‘43 al ‘46).

Autonomisti e anti autonomisti.

Il PSD’Az, alla caduta del fascismo, perse consensi a vantaggio della DC e del

PCI, sia per la pochezza della questione del rapporto dell’Italia ad una mera questione

economica e locale di fronte all’assunzione di responsabilità nella lotta di liberazione,

sia per un restringimento della sua base sociale e per aver privilegiato gli interessi del

ceto proletario in una fase di lotta di massa per la conquista della terra. Infatti, la sua

proposta istituzionale fu sconfitta.

Il federalismo fu respinto sin dalle prime fasi del confronto politico. Fu Emilio

Lussu ad avanzare tale proposta vedendola come un’autonomia regionale e comunale

come pietra angolare del nuovo Stato Regionale Federale.

Fallirono anche a sinistra le idee e le proposte di una repubblica socialista

federativa.

Il primo progetto di Statuto si deve al sardista Gonario Pinna. Il progetto

presentato agli organismi dirigenti del PSD’Az nell’estate del ‘45 ( rapporto stato

regione, ordinamento della regione, ordinamento degli interni) poggiava su un

impianto federale e attribuiva poteri incisivi alla regione volendo riconoscere alla

regione poteri amministrativi ed economici e potestà legislativa ed esecutiva.

Il progetto, infatti, individuava l’esercizio delle funzioni sovrane dello stato,

demandando il resto alla regione. La forte personalità giuridica della regione era

evidenziata anche dai meccanismi individuali di partecipazione alla vita politica

nazionale, come ilo diritto di prendere parte alla formazione dello Statuto nazionale.

Il PSD’Az incaricò una commissione nel settembre del ‘45 di redigere uno

schema di Statuto da sottoporre al congresso Regionale. Anche l’avvocato Oggiano

presentò un progetto di Statuto basato su incisivi poteri regionali. 2 progetti sardisti di

Statuto, caratterizzati da potestà regionale assai ampia.

Il progetto Pinna, formazione repubblicana e azionista, prevedeva

l’inquadramento della Sardegna in una repubblica federale basata su principi di

democrazia, uguaglianza partecipazione e programmazione.

Il progetto Oggiano, più snello e leggero, si avvertiva il travaglio interno tra

autonomisti e separatisti, clima culturale angusto alimentato da esperienze interne

all’isola e mirate a una comunità Regionale separata dallo stato.

Il progetto definitivo approvato dal direttorio generale del PSD’Az il 10

gennaio ‘46 riprendeva le prime 2 parti dello schema di Pinna adattandole al progetto

di Oggiano fondato su un attenuamento dei rapporti dello Stato rafforzando

l’autonomia dell’impianto Regionale come l’assenza di limiti alla potestà legislativa.

Scomparsi inoltre gli istituti espressi dal mondo sindacale e produttivo.

Rispondeva quindi alle esigenze economiche e amministrative della Sardegna,

conservando i vincoli giuridici, finanziari e morali basilari per la partecipazione della

comunità regionale alla vita e al destino della comunità nazionale. Prevedeva il

riconoscimento della personalità giuridica della Sardegna, come persona di diritto

interno e titolare di una piena competenza sul proprio demanio e sull’esplicazione di

poteri normati ed esecutivi propri dell’autogoverno.

Il progetto non fu esposto (come voleva il PSD’Az) all’intera consulta

Regionale dall’avvocato Pinna per la contrarietà delle altre forze politiche, ma fu

sottoposto alla commmisione competente sollecitando il PSD’Az a consegnare la

documentazione utilizzata per la predisposizione del progetto rinviando la riunione

della commissione preposta per l’ordinamento regionale alla settimana successiva

alla consegna. La commissione tardò a riunirsi poiché i sardisti non avevano

ottemperato alle richieste fatte dalla commissione. Randaccio ottenne un termine

ultimo di consegna al 15 marzo da parte dei sardisti.

Il 7 aprile Venturino Castaldi propose un nuovo schema di progetto per

l’autonomia della Sardegna, sulle basi dello Statuto valdostano, di quello Siciliano e

del progetto sardista. Si basava sul fatto che i vantaggi autonomistici previsti nella

bozza sardista venissero assicurati evitando conflitti costituzionali troppo gravi,

lasciando allo Stato il peso degli oneri maggiori e obbligandolo ad aiutare l’isola.

Tale progetto ottenne l’appoggio e l’approvazione della DC sarda e fu

sostenuto dai delegati sardi al primo congresso nazionale del partito. La sua

concezione autonomistica si basava sull’impostazione regionalistica nazionale. Ossia

un sistema binario di rapporti funzionali e organizzativi fra lo stato e la regione e si

prevedevano 3 forme di competenza regionale che graduavano la limitazione

dell’esercizio dei poteri legislativi da parte della regione: potestà esclusiva, potestà

limitata, competenza regolamentare. La parte finanziaria era legata a un sistema di

ripartizione e integrazione statale.

Finalmente la commissione si riunì il 23 aprile, ma vista l’assenza

dell’avvocato Pinna la riunione slittò al 6 maggio. Vista l’assenza in quella data del

sardista, la commissione iniziò comunque i lavori dichiarando che il PSD’Az si

sarebbe limitato a rispondere ad eventuali osservazioni. Si determinarono due

posizioni nella consulta: un autonomismo moderato condiviso dalla maggioranza dei

partiti e un’autonomia radicale e federalista sostenuta dal PSD’Az.

Gli altri partiti temevano di essere esautorati dal governo per le preoccupanti

spinte autonomistiche del PSD’Az tanto che la commissione presieduta da Contu,

approvò un ordine del giorno dove venivano ribadite le prerogative dell’organo

consultivo regionale

Secondo i consultori lo Statuto non doveva essere concesso dall’alto per

decreto, ma doveva essere il risultato dall’autonoma elaborazione dell’organismo

preposto a questo compito e rappresentativo della comunità Regionale.

L’impreparazione della classe politica Regionale a confrontarsi con lo stato

Regionale sulle proprie prerogative, l’incapacità di porsi in posizioni preliminari di

autonomia e il persistere di una concezione garantistica volta a difendersi piuttosto

che riformare complicarono notevolmente il dibattito.

Purtoppo, infatti, l’autonomia era considerata come una mera limitazione

esterna e negativa dello stato, come un nuovo centro di potere che rifiutava

interferenze esterne e che non si ergeva a garante dell’autogoverno interno e non

come strumento di democrazia diffusa a tutti i livelli dell’ordinamento rappresentanti

degli interessi locali. Che si faceva promotrice essa stessa di autonomia attraverso la

modalità dell’autogoverno.

Prevaleva la concezione più radicale, come strumento contro l’arretratezza,

condito da un’incapacità della politica sarda di porre con forza il proprio diritto a far

parte del ceto politico dominante per ottenere un’autonomia forte come contropartita

e la disunione del ceto politico sardo (conflittualità interna). Estrazione culturale e

politica dei protagonisti limitata. Prevalevano i giuristi ma scarseggiavano gli esperti

costituzionalisti e amministrativi. Assenti gli economisti.

Rifiuto quindi dell’idea federalista del PSD’Az.

Il PCI sardo fu combattuto da Spano per portarlo sulla linea nazionale di

Togliatti. La linea era un’autonomia dell’isola, nel quadro dell’unità nazionele, sulla

base di una profonda democratizzazione amministrativa, politica e sociale di tutta la

vita isolana. Elaborazione gramsciana. Il congresso Regionale del 45, infatti, si

basava su un regionalismo moderato basato sulla reiezione del federalismo, sulla

devoluzione alle regioni solo di limitati poteri.

Ostilità e diffidenza verso il PSD’Az.

Il Partito Socialista aveva un’impostazione simile, caratterizzata dalla cautela

nei confronti dell’autonomia definendola come mero decentramento amministrativo.

Per loro erano più importanti il recupero della tradizione prefascista e le battaglie per

l’emancipazione della classe operaia.

Il Partito Liberale, composto di personalità borghesi e intellettuali, ripropose la

linea nazionale, una linea confusa tra impegno regionalistico, tiepido regionalismo, e

posizioni anti regionalistiche:

Bruno demoliva l’istituto dell’ente regione; Marcello rinviava la scelta

amministrativa dopo la decisione sulla questione istituzionale; Randaccio

autonomismo più ampio impostato e simile al rivendicazionismo e ripartizionismo

del Siciliano la Loggia; Cocco Ortu favorevole a un decentramento Regionale e a una

linea di liberismo economico.

Il clima elettorale acuì i contrasti tra le forze politiche e la possibilità di un

fronte autonomistico unitario ne fece le spese.

Si affermò, infatti, soltanto un autonomismo nettamente economicistico, perché

non si volle disegnare un’autonomia forte culturalmente, motivata, specificatamente

sarda e non basata essenzialmente sull’arretratezza economica. Tuttavia quasi tutti i

partiti furono “obbligati” a inserire nei loro programmi elettorali, una rivendicazione

di autonomia.

Comunque il respingimento della tesi federale comportò anche l’annaquamento

di una concezione di autonomia integrale, mentre, l’affannosa ricerca dei temini reali

della questione finanziaria e doganale, non forni risposte soddisfacenti e contribuì a

ritardare l’evoluzione del partito.

Lo stesso Lussu che propose l’obbligo dell’insegnamento della lingua sarda a

livello primario, condivise l’opinione generale che non si poteva frantumare l’unità

culturale del popolo italiano e che l’isola non era in grado di sobbarcarsi gli oneri

economici derivanti da tali competenze. Il dibattito preparatorio dello Statuto fu


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Exxodus

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
Università: Cagliari - Unica
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle istituzioni politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cagliari - Unica o del prof Cardia Maria Laura.

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