1848, Statuto Albertino e nascita del ministero della pubblica istruzione
Il Consiglio superiore della Pubblica Istruzione fu istituito nel Regno di Sardegna nel 1848, che si trovava sotto la guida di Carlo Alberto, come organo consultivo regio, e, in seguito alla promulgazione dello statuto Albertino, governativo. Compito del Ministero della Pubblica Istruzione era di occuparsi di tutto ciò che riguardava la scuola.
Veniva confermato dalla Legge Casati del 1859 quale organo dell'amministrazione centrale della pubblica istruzione del Regno di Sardegna e, dal 1861, del Regno d'Italia. Nel 1848 iniziarono anche le Guerre di indipendenza, periodo in cui si crearono le premesse che porteranno all’unificazione d’Italia.
1859, La legge Casati
La legge Casati – così viene comunemente chiamato, dal nome dell’allora ministro dell’Istruzione pubblica Gabrio Casati – fu varata nel 1859 nel Regno di Sardegna, ed è la “legge madre della scuola italiana” in quanto è la prima che definisce tutti gli aspetti della scuola.
Recepita integralmente nel 1861 dal neo-nato Stato italiano, rimase in vigore fino alla riforma Gentile del 1923, ma era destinata a connotare ben più a lungo la scuola italiana. Con i suoi 380 articoli, la legge conferiva un assetto organico all’intero sistema scolastico definendone cicli, curricula, materie di insegnamento, programmi, personale, apparato amministrativo.
La scuola elementare era divisa in due cicli biennali, di cui il primo obbligatorio e gratuito. Il termine “elementare” venne molto discusso, molti avrebbero voluto chiamarla scuola primaria, ma questo avrebbe implicato l’esistenza di una sc. Secondaria. Il termine elementare indica il fatto che questa scuola doveva dare tutti gli elementi fondamentali del sapere (leggere, scrivere → insegnare la lingua italiana alla popolazione analfabeta, la cui unica lingua era il dialetto; l’italiano era quasi una lingua straniera che conosceva solo un’élite limitata, e far di conto → importantissimo, con l’introduzione del SMD era importante formare i bambini che avrebbero poi trasmesso il sapere ai genitori).
Venivano utilizzate molte poesie da imparare a memoria che aiutavano a pronunciare bene le parole e a “portarsi da galantuomo” perché richiamavano spesso i buoni sentimenti e valori. Oggi si parla di scuola primaria perché è orientata ad un percorso più lungo. Casati affida la scuola elementare ai Comuni i quali dovevano mettere a disposizione spazi, materiali, pagare gli insegnanti e occuparsi della loro formazione. Tutti i comuni erano obbligati a istituire il grado inferiore. I Comuni però non avendo risorse a disposizione, cercano di pagare il meno possibile: le donne erano meno pagate dei maschi, per questo i Comuni preferivano l’assunzione di queste. Nonostante si trovassero in queste condizioni le donne videro in questo mestiere un modo per avere una formazione culturale e riscattarsi.
Le donne potevano insegnare in classi femminili e maschili, gli uomini solo in quelle maschili in quanto, per almeno 1 ora al giorno venivano svolti i lavori donneschi per preparare madri e mogli.
Il percorso separato di ginnasio e istruzione tecnica
Dopo le elementari il percorso formativo si biforcava, con una scelta senza alternative, tra un ginnasio quinquennale (che trovava il suo naturale compimento in un liceo di tre anni e consente l’accesso all’università) e un’istruzione tecnica (non consente l’accesso all’università).
Le scuole normali per la formazione dei maestri
La legge istituiva anche le scuole normali della durata di 3 anni (2 anni per chi vuole insegnare nel grado inferiore, +1 per chi vuole insegnare nel grado superiore) per la preparazione dei maestri: questo corso di formazione forniva le conoscenze essenziali e vi si accedeva a 15 anni per le ragazze e a 16 per i ragazzi che avevano passato una prova di ammissione che verificava le conoscenze dei contenuti della scuola elementare. Questi ragazzi/e potevano anche aver fatto fino al 4 anno elementare e poi non aver fatto più nulla.
Una riforma per “fare gli italiani”
Nel 1861 venne proclamato il Regno d’Italia, ma nacquero problemi, tra i quali quello di un elevato tasso di analfabeti (75%). Una situazione di questo tipo avrebbe richiesto che il governo tenesse conto di queste differenze, anche tra il nord e il Sud del paese, invece questi problemi vennero tenuti di poco conto a causa delle enormi spese che hanno portato le guerre d’indipendenza.
La riforma Gentile voleva rispondere in primo luogo alla necessità di “fare gli italiani” ovvero di favorire quel processo di italianizzazione che permettesse la formazione di un ceto medio “quella gran classe che rimane tra il popolo e coloro che stanno alla testa del paese” in grado di dare stabilità sociale a paese. La scuola rappresentava lo strumento fondamentale di quest’opera di nazionalizzazione e l’educazione linguistica si poneva, non a caso, come una costante preoccupazione del legislatore.
Una scarsa attenzione all’educazione primaria
Per quanto istituisse l’obbligo, la legge infatti non prevedeva sanzioni che ne garantissero il rispetto (introdotte solo con la legge Coppino nel 1877) mentre, pur in un disegno di rigida centralizzazione, lasciava l’istruzione primaria ai Comuni che si rivelarono molto spesso incapaci di far fronte alle spese necessarie per garantire lo svolgimento delle lezioni (nelle classi anche 80 bambini).
Va ricordato che il tasso di analfabetismo era nel 1861 del 75% con punte superiori all’85% nel Mezzogiorno. Anche lo scarso interesse per la formazione dei maestri e l’esiguità dei loro stipendi testimoniano ancora il sostanziale disinteresse che, al di là delle buone intenzioni, il nuovo Stato riservava l’educazione primaria.
Visto che i bambini non riuscivano a raggiungere gli obiettivi richiesti, Casati decide di dividere il 1o anno in due, facendo sì che la scuola diventasse quinquennale, anche se terminava comunque con una classe 4a.
Le aule
Elementi fondamentali che dovevano esserci in aula: crocifisso come simbolo della fede, quadro del re come simbolo di Unità e quadro rappresentante il SMD.
La religione cattolica come materia d’insegnamento
La legge Casati prevedeva la religione cattolica nella scuola elementare, nella scuola secondaria non era presente: c’era però la figura del direttore spirituale come figura simbolica.
1886, Legge tutela del lavoro minorile e delle donne
La legge Casati portò a timidi risultati: essa infatti aveva espresso l’obbligo scolastico, ma mancavano altre leggi che evitassero lo sfruttamento minorile. Intorno alla seconda metà dell’Ottocento anche in Italia, con lo sviluppo industriale, il fenomeno della partecipazione dei fanciulli al mondo del lavoro assunse rilevanti proporzioni: Si impiegavano bambini di età inferiore ai 7 anni, soprattutto perché costavano meno di un terzo del salario dell’adulto e le famiglie lo accettavano, in quanto consentiva loro di incrementare, seppure in quantità minima, l’esiguo reddito familiare ed arginare, sia pure lievemente, la miseria.
Risale ad epoca anteriore all’Unità d’Italia la prima legge di tutela del lavoro minorile: la legge Sarda del 1859, con la quale fu vietato di adibire i fanciulli di età inferiore ai 10 anni al lavoro nelle miniere (poco considerate). Le prime norme italiane di tutela del lavoro minorile furono le leggi del 1886, 1902 e del 1907, che riconobbero la legittimità dell’intervento statale nel campo del lavoro minorile e femminile e stabilirono che i problemi del lavoro e della produzione non potevano ignorare le esigenze scolastiche, l’analfabetismo e la salute del lavoratore e fissarono il limite minimo di età per l’occupazione dei fanciulli a 9 anni (inferiore perfino a quello già previsto dalla legge Sarda in 10 anni) e fu stabilito in 8 ore giornaliere l’orario di lavoro per i fanciulli inferiori agli anni 12.
1871, Religione cattolica e legge delle guarentigie (rottura rapporti stato - chiesa)
Quanto all’istruzione, la legge Casati aveva sottratto gli istituti scolastici dalla dipendenza organica delle autorità ecclesiastiche, ma aveva mantenuto il carattere obbligatorio dell’insegnamento della religione cattolica. Gentile aveva affermato che: «[…] al fanciullo italiano deve essere insegnata la religione cattolica, nello stesso modo che gli si insegna la lingua degli scrittori italiani».
Con la legge Coppino (1877) tale insegnamento è eliminato dalle scuole secondarie, e perde la natura obbligatoria nelle scuole elementari. Tra le disposizioni più specificamente rilevanti in tema di libertà religiosa può senz’altro segnalarsi l’art. 2 (ultimo comma) della legge delle Guarentigie (1871), secondo cui «la discussione in materia religiosa è pienamente libera». Se pure riferita alla religione cattolica, la norma è interpretata in modo da ricomprendervi tutti i culti.
Otto giorni dopo la presa di Roma, il 29 settembre 1870, il ministro della Pubblica Istruzione Cesare Correnti emanava una circolare stando alla quale i genitori degli alunni erano tenuti a fare esplicita domanda perché i loro figli potessero partecipare all’insegnamento religioso, che era così reso «facoltativo». In questa occasione si ruppero i rapporti tra stato e chiesa e il papa venne dichiarato prigioniero dello Stato italiano → verso la laicità dell’ambiente scolastico e dello stato.
1877, Legge Coppino
La Legge Coppino porta il nome del ministro che la emanò, cioè Michele Coppino. Tale legge fu emanata nel 1877, stabiliva norme circa l’obbligatorietà della scuola elementare gratuita, fissando ammende per i responsabili dell’inadempienza e portando a cinque le classi della scuola elementare.
Nel ’77 vi fu il primo governo della sinistra storica infatti essa si inserisce nel programma di riforme della Sinistra al potere (il Depretis, fa dell’istruzione elementare gratuita, obbligatoria, laica, uno dei punti fondamentali del nuovo governo) che poneva in primo piano le esigenze della scuola, in particolare di quella primaria, “chiamata ad assolvere il compito d’integrazione delle masse popolari nelle strutture dello Stato borghese”.
Relativamente alla gratuità della scuola elementare il Coppino volle evitare differenze ed umiliazioni che si sarebbero create tra gli alunni, considerando l’inutilità di una tassa scolastica di cui avrebbero tratto vantaggio solo i comuni più ricchi, non i poveri, in cui c’erano le maggiori difficoltà. Un altro punto qualificante della legge è l’abolizione dell’insegnamento religioso, sostituito dallo studio delle “prime nozioni dei doveri dell’uomo e del cittadino”, cioè dall’insegnamento dei diritti e dei doveri del cittadino.
Quindi venne introdotta una nuova morale di stampo positivista, basata sulla fede nelle verità scientifiche e nelle istituzioni civili, sull’amore della famiglia e della Patria, sulla “retta intelligenza del vero, del buono e del bello”.
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