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sempre fu vista come il sostrato filosofico alla teologia e dottrina cristiana. L’architettura del cosmo tolemaico-

aristotelica era quella descritta anche nella Bibbia e non si poteva andare contro la “parola di Dio”.

• Come si ovviò a tale problema?

Paracelso e gli alchimisti si concentrarono su quegli argomenti che non erano stati trattati da Aristotele e dai

filosofi classici così fu più facile introdurre metodi innovativi senza provare la risposta degli aristotelici cosa

che in astronomia non fu ovviamente possibile. Galileo tentò una conciliazione tra scienza e fede cattolica ma

finì per affidare alla scienza il ruolo di unica guida nell’indagine della natura fino alla ben nota abiura.

Timoroso delle ripercussioni su Galileo, Cartesio evitò di pubblicare il suo libro Le Monde in cui sosteneva la

tesi copernicana. In ogni caso Galileo ovviò al problema della censura grazie alla fitta rete di rapporti epistolari

intessuta nei vari anni. Inoltre la pubblicazione delle opere scientifiche continuò liberamente in Olanda, va

inoltre sottolineato che sono davvero poche le opere scientifiche che compaiono nell’Indice dei Libri Proibiti.

• Quale opera scardinò la Genesi?

L’Origine della specie di Darwin (1859) nonostante il tentativo iniziale della Chiesa di limitarne la diffusione

ottenne sempre più successo della comunità scientifica sino a divenire la teoria più accreditata. La teoria

darwiniana prevede l’estinzione di migliaia di specie nei secoli a causa di mutamenti casuali e direzionati

dall’ambiente circostante. Inoltre cancella totalmente il creazionismo della Genesi a favore dell’evoluzionismo.

Fu la prima opera non divulgativa ad ottenere successo anche tra persone non acculturate. Darwin si limitò ai

dibattiti scientifici e non entrò mai in discorsi religiosi sebbene la sua teoria difficilmente non sfoci nell’ateismo.

• Cos’è il museo? Quando nasce?

Per i Greci il museo era un luogo sacro dedicato alle muse ma anche luogo di insegnamento ed edificio per la

conservazione di oggetti preziosi. Solo coi Romani a tale uso venne affiancato quello di conservazione di

reperti antichi; i patrizi romani sono infatti noti per la loro attività di collezionismo. In epoca medievale, a

seguito delle crociate, le chiese iniziarono ad esporre reperti senza alcun interesse scientifico ma solo per

attirare pellegrini ed offerte. Grazie invece alla riscoperta dell’età classica, senza mediazione da parte di

chiesa o scolastica, gli intellettuali si dotarono di studiolo. Lo studiolo, una sorta di antenato del museo, nel

tardo medioevo divenne uno spazio laico, luogo di collezionismo, in cui l’umanista conduceva ricerche e studi

senza interferenze alcune.

• Quando l’attività scientifica si trasferì nel museo e perché?

In epoca Rinascimentale, a seguito della scoperta dell’America, si conobbero numerose specie viventi nuove

e fu necessario estendere la ricerca scientifica. Si individuò, così, il museo come tale luogo e il giardino

botanico per la ricerca naturalistica. Ciò che veniva coltivato nel giardino botanico veniva classificato come

reperto e conservato nel museo.

Il botanica bolognese Aldrovandi realizzò il giardino botanico più esteso mai conosciuto in cui non solo

venivano coltivate migliaia si specie ma attraverso studio e ricerca venivano scoperti legami sconosciuti del

regno vegetale. Inoltre Aldrovandi ricorse all’aiuto di artisti abili che rappresentassero fedelmente ciò che

veniva osservato e tali disegni venivano catalogati al pari di qualsiasi reperto vegetale. Ancora una volta

emerge l’importanza della rappresentazione nel lavoro dei naturalisti.

• Come cambia l’attività del museo?

L’attenzione per la disposizione dei reperti nelle sale museali in modo tale da rispecchiare l’ordine naturale,

fece del museo un vero centro di studio e ricerca. Inoltre promosse lo sviluppo di nuove tecniche di

conservazione dei reperti. Sebbene, in minima parte, ci si avvalesse ancora della mediazione libresca, il

museo contribuì alla diffusione di una nuova pratica scientifica.

I gesuiti fondarono nel 1622 a Vienna un museo naturalistico che venne destinato anche alla didattica; piano

piano i musei furono inglobati da università e collegi.

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• Che visione sottolinea Leibniz dei musei?

Il museo rende un servizio pubblico e non un’attività fine a se stessa bensì inserita nella società. Nei musei

bisognerebbe promuovere un insegnamento innovativo e non noioso che accompagni alla cultura

l’insegnamento. Le parole di Leibniz invitano ad un mescolamento di rappresentazione teatrali, collezione e

intrattenimento.

In ogni caso il Buonanni è esemplare infatti pubblicò un’opera in cui a digressioni sull’origine delle conchiglie

vengono affiancate immagini molto curiose realizzate con esse che non hanno altra funzione se non quella di

incuriosire il lettore.

• Quale fu l’esigenza dei musei sempre più specializzazioni?

Data l’alta specializzazione dei musei fu necessario migliorare il sistema di classificazione dei reperti e delle

specie e ne nacquero differenti tra i quali quello linneano. Il problema era classificare specie particolari,

esempio il corallo poteva essere considerato un animale o una pianta in base a differenti sistemi. La

classificazione dei minerali, inoltre, era stata quasi completamente tralasciata ma grazie allo sviluppo della

chimica venne ripresa e specializzata. Inoltre i fossili non vennero più considerati solo “pietre” ma vere e

proprie testimonianze di specie estinti e testimonianza delle ere geologiche.

• Cosa porta al declino del museo?

L’interesse per collezioni eclettiche favorita anche dall’espansione di nuovi metodi di conservazione come

imbalsamazione e conservazione sotto spirito. Nacquero vere e proprie sale per stupire lo spettatore e si finì

per diminuire la qualità dell’esposizione. Il museo aprì anche le porte al pubblico andando a perdere l’attività

didattica e di ricerca ma piuttosto alla divulgazione.

Presto nacquero enormi musei naturalistici, complessi edifici che offuscarono i piccoli musei nati in seno alle

università; inoltre le piccole realtà erano destinate a soccombere in quanto non avevano il capitale necessario

per aggiornare le collezioni e competere con le grandi realtà. Per esempio, in Svezia venne realizzato per

commemorare il bicentenario dalla nascita di Linneo, un edificio scientifico senza precendenti nella storia del

paese ma che assunse presto il ruolo di intrattenere con mostre, spettacoli e negozi. Quindi la qualità del

museo andò scemando fino a preferirne il rendimento economico.

Altro caso è quello del Deutsche Museum favorito dall’accordo tra scienza e colossi industriali, ma le realtà

moderne non riescono a stare al passo con un avanzamento tecnologico troppo rapido.

Fortunatamente esistono ancora musei disinteressati al profitto.

• In che modo cambiò la ricerca scientifica grazie alle accademie?

Prima delle accademie del 17° secolo la scienza progredì grazie al contributo individuale di menti differenti

grazie alle accademie il sapere e la ricerca vennero coordinati in un complesso omogeneo che crebbe grazie

alla collettività.

Le prime accademie nacquero sulla falsa riga dell’Accademia Platonica di Ficino quindi come luoghi di

incontro e discussione su argomenti disparati, in particolare l’Accademia dei Lincei accoglieva l’incontro di

scienziati che discutevano in merito a scoperte avvenute altrove o nuove pubblicazioni, senza alcun

coordinamento. Successivamente con l’Accademia del Cimento (la prima accademia moderna) fu un centro di

ricerca e cooperazione che nacque con l’intento di continuare l’opera di Galileo. Nacque un nuovo modo di

fare scienza, in modo unito, valorizzando l’esperimento (anche a discapito della matematica, quindi visione

differente da quella galileiana) e il ruolo dello strumento scientifico come parte stessa della ricerca fino far

della scienza sperimentale un’attività autonoma (e superiore a quelle umanistiche) riconosciuta dell’autorità

politica fiorentina (l’Accademia nacque per volontà dei sovrani). Inoltre le accademie pubblicarono i primi

periodici scientifici.

• A quale esigenze risposero le accademie? Quali problemi comportarono?

Un lavoro coordinato collegiale e ottenere un sostegno nella costruzione di laboratori sempre più

all’avanguardia. Ma furono anche artefici di una standardizzazione del sapere e ad un suo “livellamento”: è

più difficile che emergano menti geniali in un contesto tale. Furono numerose le accuse mosse dai filosofi

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(come Diderot e Rosseau) alle accademie accusate di imprigionare il talento nella speranza di un’armonia

delle scienze utopica. Marat, mosso anche da motivi personali, denuncia l’Accademia delle Scienze di essere

una corporazione chiusa di uomini invidiosi che si impossessano di invenzioni brillanti. Il matematico

d’Alembert, di riconosciuta erudizione quindi sprovvisto di moventi personali, si propone a favore di una

ricerca libera e disinteressata che possa condurre alla verità solo nella solitudine e tranquillità di una vita

senza interferenze di lusso e denaro.

In ogni caso sono diversi i casi di intervento da parte delle accademie a sfavore di novità scientifiche: l’opera

di Newton venne respinta dall’Accademia delle Scienze francese, stessa sorte agli studi di Franklin

sull’elettricità; così caduta la monarchia francese venne destituita sebbene dopo la Rivoluzione venne

ricostituita.

A inizio Ottocento Babbage denuncia che moltissimi membri della Royal Society di Londra ottennero titoli

accademici senza nemmeno aver conferito risultati in ambito scientifico bensì civile o militare. Presto le

accademie tornarono ad essere luoghi di incontro e non più di ricerca.

• In che modo le università furono il centro della cultura?

Le accademie furono fondamentali per la standardizzazione della scienza, ma furono le università a rivestire il

ruolo privilegiato come centro di espansione di una cultura coerente al pensiero dominante che non

incoraggiò i naturalisti a esplorare teorie poco ortodosse. Ciò non toglie il fatto che teatri anatomici, dissezioni

pubbliche e giardini botanici nacquero in seno alle università.

• Come rimase stagnante l’insegnamento scientifico nelle università?

Le scienze naturali facevano parte della filosofia naturale quindi all’interno delle cosiddette arti liberali

(suddivise in trivio e quadrivio) propedeutiche alla teologia. Fino alla fine del 16° secolo i libri studiati e

commentati erano per lo più risalenti all’età classica. E nell’università non consentivano la formazione di un

curriculum scientifico.

• Quando venne rivoluzionato l’insegnamento?

Nel Settecento i piccoli atenei iniziarono a promuovere lo sviluppo delle scienze. Partendo dalla medicina,

Boerhaave contribuì a formare una nuova generazione di medici. Il suo metodo consisteva nella diagnosi e

nello studio chimico della cura e contribuì in questo modo anche allo sviluppo della chimica.

Il primo grande progresso lo compì l’università di Leida in cui vennero realizzati nuovi testi di fisica e

realizzato un nuovo laboratorio in cui vennero tenute lezioni. Inoltre venne messo in discussione

l’insegnamento tradizionale sollevando dubbi sulla lettura delle “autorità” che dovevano utilizzare solo come

sintesi allo studio pratico. L’avanzamento scientifico inoltre necessitava di nuovi manuali.

• Quale cambiamento apportò l’Università di Uppsala?

Tale università venne riformata in favore delle materie scientifiche. Vennero reclutati scienziati (con attenzione

alle teorie più recenti) come professori per ricerche in campo pratico ed economico.

• Quale innovazione apportarono gli stati alla ricerca?

In Italia le piccole realtà contribuirono a un importante miglioramento grazie a importanti scienziati che

combinarono ricerca e insegnamento. In Francia Napoleone arrestò il dominio della teologia e filosofia a

favore di una laicizzazione della cultura. Napoleone comprese il valore delle scienze per migliorare le scuole

militari, vennero così istituite facoltà di scienze autorizzate a rilasciare un diploma di abilitazione, inoltre il

metodo di insegnamento si basava su lezioni pratiche tenute all’interno dei laboratori.

• Quale fu la novità del metodo tedesco? 10

Il decentramento della ricerca nelle piccole università che però a fatica poterono competere con grandi poli

universitari più stantii nel metodo.

Per accedere all’insegnamento era necessario avere conseguito risultati importanti nell’ambito delle scienze.

Inoltre per assicurarsi ricercatori migliori le università offrivano cattedra e crearono laboratori e centri di ricerca

sperimentale. Presto tutti i paesi europei adottarono il metodo tedesco ma ciò non deve indurre a pensare che

ci fu una standardizzazione tra le varie università.

• Come cambiò la ricerca in America?

Associazioni filantropiche e industrie stanziarono grandi soldi per la ricerca; la dipendenza della ricerca alla

politica rende necessarie al ricercatore abilità manageriali e amministrative. Inoltre in questo modo la ricerca

non è più totalmente disinteressata e pone allo scienziato pressioni dovute a scadenze temporali e necessità

di ottenere risultati significativi.

La creazione di istituti di ricerca, laboratori, ospedali fece sì che gli interessi di ricerca andassero a collimare,

tra industria e università, facendo sì che la ricerca sia stata nuovamente, in parte, riassorbita da queste ultime.

• Quando iniziò la parcellizzazione della scienza?

Nel periodo della rivoluzione scientifica erano poche le discipline ad avere un carattere istituzionale definito,

per esempio fisica e chimica rientravano nella filosofia naturale. Solo dalla seconda metà del diciannovesimo

secolo iniziò la settorializzazione.

In epoca rinascimentale l’aumento delle specie naturali conosciute iniziò a suscitare scetticismo verso la

cultura libresca e la nascita di scienze occulte, come alchimia e astrologia, sono il tentativo di trovare una

nuova interpretazione alternativa all’aristotelismo.

• Quale innovazione metodologica introdusse Aldrovandi?

Quando si rese conto di non riuscire a ordinare tutti i reperti naturali nel suo museo tramite categoria

generiche avvertì la necessità di un’innovazione istituzionale portando alla nascita di una nuova disciplina

autonoma. All’Università di Bologna istituì un nuovo insegnamento: storia naturale, non più guidata da

ragionamento e studio aristotelico bensì su osservazione ed accumulazione empirica.

• In cosa consiste l’unitarietà aristotelica?

Aristotele contemplava la ricomposizione del sapere sotto un’unica filosofia prima, la metafisica. Ma

l’esigenza di un sapere onnicomprensivo portò all’elaborazione di un sistema molto complesso che tenesse

conto dell’intera ricchezza naturale.

Aldrovandi non trovò una sintesi valida, alternativa a tale metodo, bensì si limitò a prendere atto della

diversità.

• Come colse Francesco Bacone le conseguenze del nuovo assetto disciplinare?

Egli invitava ad un’analisi critica validata dall’esperienza che permettesse una composizione delle storie

naturali di fenomeni differenti. Conseguenza di ciò fu la divisione del lavoro, i cui risultati diventano il prodotto

di scienziati differenti.

• Quali sono le obbiezioni di Cartesio?

La semplicità del metodo cartesiano permette di essere adeguato a tutte le scienze. Il meccanicismo può

condurre ad una conoscenza adeguata e onnicomprensiva. Per esempio, nel Discorso sul Metodo descrive

solo sfruttando le semplici categorie di estensioni, figura, movimento e leggi meccaniche per spiegare la

circolazione sanguigna. 11

• Quali università adottarono per prime il metodo settoriale?

L’Accademia delle Scienze di Parigi istituì per prima classi disciplinari differenti realizzando anche laboratori

differenti favorendo la specializzazione della ricerca e degli scienziati.

Ma non tutte accolsero questa novità; solo dal diciannovesimo secolo in poi la specializzazione proseguì

rapidissima.

Ma le università non sono l’unico fattore che portò alla specializzazione; l’esigenza economica di migliorare il

sistema di estrazione portò alla fondazione di scuole e collegi minerari che stimolarono la specializzazione.

• Quali problemi comporta una ricerca settorializzata?

Lo scambio interdisciplinare tra scienziati di classi differenti è molto difficile. La selezione rigida portò la

ricerca scientifica sempre più fuori dalla cultura e dalla società. La qualità del lavoro dei ricercatori rispetta

standard qualitativi sempre più alti e il pubblico poteva approcciarsi alla scienza solo attraverso la

divulgazione. Via via la scienza influenzò sempre meno la cultura e società del tempo.

Comte auspicava la nascita di una società nuova basata su razionalità scientifica per questo la

specializzazione è un problema serio.

Filosofi e scienziati, tra cui Schrödinger, sostengono il valore unitario della scienza che ad opera di

settorializzazione e meccanicismo si è fatta sempre più “chiusa” verso l’oggettività. Nonostante ciò, la

settorializzazione ha finito per favorire la comunicazione tra scienziati e l’interconnessione tra discipline

differenti.

• A chi dovevano far fronte gli scienziati rinascimentali per affermarsi con i politici?

Da un lato, la classe degli umanisti che godevano del prestigio da parte dei sovrani e dall’altra una schiera di

teologi contrari allo studio autonomo della natura.

Le nuove scoperte geografiche e le guerre portarono ai sovrani l’esigenza di innovare scienza e tecnica e gli

scienziati dovettero conquistarsi la fiducia di questi. Ma fu solo con la Rivoluzione francese che uno stato si

accorse in modo efficace dell’utilità della scienza (anche nell’amministrazione e nella politica).

• Per riuscire in questo su cosa puntarono gli scienziati?

L’attenzione per le ricadute pratiche dei loro studi teorici; inoltre la cultura scientifica offriva un approccio laico

capace di estromettere la teologia dalla cultura e dalla politica. Per valutare le abilità degli alchimisti, molti di

questi vennero convocati a corte e grazie a conoscenze e abilità retoriche riuscirono ad affermare le proprie

capacità presso i sovrani dell’epoca.

La situazione divenne paradossale quando si trovano sovrani che finanziano la creazione di accademie e

università dall’altro sostengono discipline applicative separate da quelle del metodo cartesiano e baconiano

come l’alchimia con la speranza del primato che avrebbe garantito una scoperta in tali settori. Solo la

rivoluzione francese andò ad abbattere l’ostilità verso il metodo scientifico, in precedenza vi sono diversi

scienziati, come Keplero, Newton che si occupano ancora di discipline come astrologia o alchimia. Un

esempio eclatante è quello di Mesmer che a metà Settecento divenne celebre per la scoperta del fluido

magnetico dal cui squilibrio derivano tutte le malattie. Grazie a terapie molto suggestive, avvalendosi anche di

musicisti e di un forte carisma il lavoro di Mesmer divenne molto noto anche presso i sovrani europei. Il caso

è emblematico perché permise alla scienza di uscire dalle accademie e diventare qualcosa alla portata di

chiunque (almeno questa è la suggestione): mentre i criteri tradizionali di scientificità appaiono oscuri e

limitanti, la scienza di Mesmer colpisce l’opinione pubblica e i cittadini.

• Come cambiò tutto questo con la rivoluzione francese?

Nel Comitato di Salute Pubblica vi erano due scienziati andando organizzando corsi scientifici su cannoni e

polvere da sparo. Venne decisa la creazione di una scuola per studiare come sfruttare l’invenzione dei fratelli

Montgolfier a livello militare. 12

L’impulso rivoluzionario modificò radicalmente la medicina: il malato divenne oggetto subendo una de-

personalizzazione; la follia divenne una patologia e non una punizione divina.

L’avversione per la Chiesa si intensificò: venne decisa la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici; Lavoisier

affermò che la chiesa ha sempre “osteggiato qualsiasi innovazione”.

La Rivoluzione aveva fatto della scienza il fondamento dell’istruzione e della conoscenza valorizzando il

primato ontologico contro metafisica e superstizione; gli scienziati rivendicarono il proprio sapere sulla

superiorità degli altri.

• Come valorizzò il contributo delle scienze Napoleone?

Napoleone comprese l’utilità strategica delle scienze. Egli considerava lo scienziato come un tecnocrate e

considerò sempre con sospetto quelle scienze che potessero avere un risvolto filosofico. Il lavoro scientifico

doveva essere subordinato alle decisioni dell’imperatore.

• Quale rivoluzione sostiene Comte?

Fondatore del positivismo, volle affidare alla scienza il compito di riformare la società e riorganizzarla in favore

di una nuova società positiva. Comte alla scomparsa del sistema feudale accusa un governo politico incapace

di soddisfare l’inclinazione dell’uomo per ordine e società organizzata.

Gli scienziati avevano il compito di elevare la politica al rango di arte: la produzione industriale non poteva

essere affidata ad empirici bensì a studiosi dall’elevata capacità teorica; abbandonare lo studio circoscritto e

tornare nello spirito del cartesianesimo.

Questo però comportava una perdita dei privilegi acquistati in nome di una visione chiaramente utopistica.

• Quale rapporto incorre tra scienziati e politici nel 20° secolo?

I politici guardavano la scienza con ammirazione e timore e dopo la realizzazione della bomba atomica ci si

rese conto dell’impossibilità di contenere, o tantomeno arrestare, il progresso scientifico, anche perché gli

scienziati sarebbero potuti emigrare.

La grande limitazione della scienza è oggettiva e impersonale quasi come se lo scienziato non avesse

responsabilità e al riparo da critiche etiche. Ma si iniziò a richiedere agli scienziati di operare scelte politiche

ed etiche preventive (il senatore Johnson invitava a prendersi le proprie responsabilità etiche)… è ormai

impossibile separare scienza e politica il rapporto è sempre più stretto, articolato ed imprescindibile

• Cosa significa “tecnologia”? Come nacque la collaborazione tra artisti e scienziati.

Deriva da “tecnica” termine utilizzato dal 19° secolo per indicare macchine congegni propri della produzione

industriale. Ma prima della Rivoluzione Industriale, 1750, la tecnica era propria del mondo di corporazioni

delle arti e dei mestieri.

Nel tempo la separazione tra arte, scienza e artigiano sfumò, in particolar modo nel Cinquecento con la

scoperta della prospettiva lineare il pregiudizio platonico secondo cui l’arte non è compatibile con la ricerca

filosofica venne scalfito.

• Perché vi era titubanza nella pubblicazione delle invenzioni?

Il sistema dei brevetti era regolato la leggi inadeguati e gli artigiani temevano di perdere la propria fonte di

guadagno; Bacone era consapevole della difficoltà di pubblicare segreti e scoperte a la loro pubblicazione era

necessaria al progresso tecnico. Anche Cartesio valorizzava la tecnica e le arti la cui unione doveva portare

ad un nuovo progresso scientifico e nei suoi progetti vi era la realizzazione di una scuola di arti e mestieri in

cui potesse esservi una collaborazione tra scienziati, tecnici e inventori. Solo la riforma illuminata di

D’Alembert e Diderot con l’Enciclopedia permise una vera rivoluzione nel settore delle arti e dei mestieri.

Essendo due seguaci di Bacone volevano imporre la praticità come canone del sapere e pubblicarono

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migliaia di tavole illustrative di laboratori, macchinari e strumenti. Ma contro tale progresso scientifico si

schierano filosofi come Rousseau che teme la perdita dell’integrità morale dell’uomo.

• Quale disciplina offrì nel settecento tra tecnici e teorici?

Un chimico accademico di educazione letteraria, Hellot, era stato chiamato a dirigere la manifattura di

porcellana. La difficoltà che nacque fu l’accordare la nozioni teoriche alle tecniche pratiche consuete ai tecnici,

e viceversa. Ma la chimica settecentesca offrì il punto di incontro tra le visioni opposte di scienziati e tecnici.

• Come cambiò l’insegnamento con Lavoisier?

La sua idea era di riformare l’istruzione a favore delle materie scientifiche; non venne accolta ma l’importanza

della scienza era orami chiara alla Rivoluzione e si spiega il successo dell’Ecolè Polytechnique ove vennero

convocati a collaborare scienziati teorici, artisti e ingegnere.

• Quale importanza ebbe la macchina a vapore?

Grazie alla macchina a vapore gli imprenditori poterono costruire i propri impianti non più vicino a corsi

d’acqua o giacimenti di carbone lontanissimi dai mercati.

Watt, studiò la teoria del calore e riuscì a produrre una macchina “universale”, versatile che a differenza di

quella di Newcomen sfruttava al massimo il calore e non era solo in grado di risolvere le esigenze delle

miniere della Cornovaglia.

• Che rapportò si instaurò tra scienza e industria?

La tecnologia è scienza applicata e interessa ovviamente l’industria che sovvenziona cospicui fondi

trasformando la ricerca disinteressata in un processo di convergenza di tecnici ed ingegneri. Così le ricerche

sono più improntate a ciò che possa condurre a guadagno economico piuttosto che al sapere teorico e

disinteressato. Nel progetto Manhattan District collaborarono 250.000 uomini tra politici, scienziati, militari e

burocrati… ciò rende consapevoli del legame sempre più stretto tra tecnologia e industria.

Si pensi al fatto che la ricerca odierna non può prescindere assolutamente da computer potentissimi in grado

di gestire una quantità esorbitante di dati.

• Quale filosofia giustificherebbe lo sfruttamento delle risorse naturali?

La concezione baconiana di una natura a disposizione dell’essere umano per migliorare le sue condizioni di

vita.

• Che rapportò si instaurò tra scienziati e imprenditori?

La rivoluzione industriale della prima metà del diciannovesimo secolo modificò radicalmente il rapporto tra

scienza e tecnologia. Lo stanziamento di ingenti capitali, lo sviluppo del commercio favorirono la crescita di

scienza e tecnica.

Sebbene per capitalisti e imprenditori la scienza fosse un semplice strumento per realizzare profitti, la

collaborazione con gli scienziati divenne molto proficua.

Già dal diciottesimo secolo in Francia i chimici rivestirono il titolo di consulenti industriali con l’intento di

migliorare il prodotto finale.

• Quale rapporto tra scienza e industria denuncia il caso Leblanc?

Nel 1775 l’Accademia delle Scienze di Parigi bandì un premio per chi fosse riuscito in grado di trovare un

metodo economico per produrre la soda. Leblanc brevettò un metodo per ricavarla dal sale marino, il duca

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d’Orleans finanziò la costruzione di una fabbrica che avesse potuto sfruttare il brevetto. Ma quando il duca

venne ghigliottinato ne venne ordinato lo smantellamento perché la commissione incaricata (per fronteggiare

la scarsità di soda sul mercato) non comprese l’innovazione del brevetto. Il rapporto tra scienza e industria è

molto controversa.

• Come progredì la chimica?

La chimica applicata progredì molto più velocemente di quella teorica. La caratteristica dell’industria chimica è

quella di produrre materiale utile a differenti industrie oltre a produrre sinteticamente quei prodotti naturali che

andavano diminuendo.

Tra le cause della sconfitta della Francia nella Guerra dei Sette Anni vi è la scarsa efficienza della produzione

di polvere da sparo.

• Quali cambiamenti apportò Lavoisier?

Istituì all’Accademia delle Scienze un premio sull’origine e la natura del salnitro, attraverso un questionario

realizzò un’inchiesta interna per chiarire i metodi di produzione nelle diverse industrie. Escogitò anche una

riforma sui metodi tecnici importando l’uso idi aereometro e bilancia idrostatica. Incoraggiò la chimica pura in

vista della produzione di polvere da sparo e collaborò con altri colleghi per sperimentare nuove soluzioni, ma

un incidente che costò la vita ad un collega rese consapevoli che la differenza fra ricerche condotte in ambito

accademico e applicazione industriale su larga scala originarono enormi problemi.

Per superare il nepotismo creò corsi di formazione obbligatori stabilendo un insegnamento teorico

(matematica e chimica) e uno pratico riguardante tecniche relative alla produzione di polvere.

Lo sviluppo industriale realizzato da Lavoisier costituì l’esempio più avanzato di sinergia tra scienza e

manifattura.

• Come cambiò la manifattura con la rivoluzione industriale del diciannovesimo secolo?

Ure afferma che il termine “manifattura” sia inadeguato per indicare un sistema produttivo ormai basato

sull’automatismo rendendo inutile l’intervento umano che si limita al mero controllo. Marx si schiera contro

l’ingenuità di Ure mostrando quando fossero terribile le conseguenze del capitalismo derivante dalla

macchina. Inoltre Ure sottolinea che l’industria necessita della scienza pratica e non di quella accademica, i

primi passi verso la tecnologia moderna.

• Che rapporto c’è tra inventori e industriali?

Nonostante la genialità degli inventori i brevetti per poter essere pienamente sfruttati necessitavano di grandi

fondi e il successo di Edison è dovuto in parte alla sua collaborazione con l’industria che credette nel suo

genio.

Gli industriali sempre più convinti del valore economico che avevano le invenzioni finanziarono laboratori di

ricerca in cui gli scienziati potevano liberamente lavorare e continuare a pubblicare i loro risultati.

Ma lavorare nell’industria è davvero molto stressante: la ricerca non più disinteressata, la segretezza, i grandi

costi per questo gli scienziati preferirono il lavoro nelle università, e limitando l’industria all’acquisto dei diritti di

sfruttamento dei brevetti.

• Come era considerato lo scienziato a fine Rinascimento?

Nel libro Piazza Universale di tutte le professioni del mondo Garzoni non considera nemmeno la figura

professionale dello scienziato perché essa non esiste. Descrive in modo molto scarso l’esistenza di

matematici, meccanici, astronomi e da questo emerge la forte influenza classica che ancora dominava.

Per chi i occupa di scienza manca un sbocco professionale garantito e un curriculum definito, era più facile

guadagnarsi da vivere da astrologi che astronomi.

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Agricola, considerato il padre della metallurgia, si occupa di filologia ed è in contatto con medici umanisti;

Galileo insegnò matematica a Firenze alla condizione di affiancare al suo titolo quello di “filosofo” conferendo

alla matematica il rango autorevole di filosofia naturale. In Gran Bretagna nel Seicento compare il titolo di

“natural philosopher” che è una semplice inversione di “philosophus naturalis” aristotelico ma ciò comportò

anche un’attribuzione differente rispetto a quella galileiana al termine “filosofo”.

• Durante il secolo dei Lumi?

Le scienze non garantivano introiti né sussidi statali, tuttavia era ancora in voga la committenza. La

Rivoluzione sollevò il valore della scienza a verità oggettiva con un ruolo più alto rispetto a materie

umanistiche inoltre d’Alembert fece trasparire le potenzialità economiche. Il curriculum dello scienziato

assunse un ruolo più importante e definito nel mondo accademico. Ma ciò che rese davvero nota l’importanza

dello scienziato fu il ruolo politico che rivestì nella Rivoluzione.

Si tentò un’unificazione a favore di una meta-scienza che potesse presentare le varie dottrine scientifiche

come un’unica scienza unitaria.

• Cosa comprese Pascal circa il ruolo dello scienziato?

Gli scienziati non possono diventare “autori” perché gli argomenti che trattano sono impersonali e l’autorità

(retaggio della classicità) è del tutto inutile. Analogamente Einstein parla di una ricerca scevra da desideri,

passioni sentimenti e svincolata dall’etica. Lo scienziato abbandona il mondo dell’opinione a favore di una

verità che non conosce individualità. I membri del Cimento ricercavano proprio ad una ricerca priva di

speculazione metafisica e di ipotesi fantasiose atte a spiegare fenomeni che ancora non trovavano

spiegazione. Le spiegazioni dettagliate non lasciano spazio a dubbio o inventiva.

Nella pubblicazione dei Saggi l’autore rimane talvolta sconosciuto anche per il fatto che era frutto del lavoro di

diversi studiosi: una ricerca impersonale di cui lo scienziato è solo partecipe non il solo ed unico protagonista.

Lo scienziato moderno si vede sempre parte di un’equipe e difficilmente gli articoli pubblicati sono frutto del

lavoro di un solo uomo contrariamente ai manuali didattici pubblicati.

• Qual era lo spirito dei Congressi e a quale intenzioni rispondevano?

I primi Congressi nati a fine Settecento rispondevano a due esigenze: rafforzare lo spirito cosmopolita e

collaborativo della scienza, definire, inoltre, i confini di un determinato ambito disciplinare.

Il linguaggio scientifico, matematico, incentrato su parametri logici e oggettivi offrì il giusto collante per

instaurare una rete internazionale che potesse superare i limiti culturali nazionali.

L’avversione nei confronti dei limiti imposti da accademie ed università venne superata attraverso la nuova

forma di aggregazione eterogenea del congresso.

• Quali furono i primi congressi?

Il primo si tenne a Parigi nel 1798 per discutere gli standard di misura, la Convenzione già da alcuni anni

aveva deciso per l’adozione del sistema metrico decimale basato. Questo venne accolto difficilmente nelle

zone rurali in cui venne considerato un metodo truffaldino per estorcere maggiori tasse sui raccolti.

Gli scienziati sottolinearono come il metro nasceva da un’oggettiva osservazione della natura (deriva dalla

misura del meridiano terrestre), ciò era indiscutibile: per la prima volta la vita quotidiana di una nazione veniva

rivoluzionata da una decisione presa da un ristretto numero di scienziati; infatti l’anno seguente venne decisa

l’adozione del sistema metrico decimale.

I delegati stranieri non parteciparono solo come osservatori ma anche in commissioni per deliberare sui vari

sistemi di misura.

L’idea del congresso venne accolta anche dai tedeschi e ne vennero, negli anni successivi, organizzati alcuni

in Germania come Monaco, Berlino.

Nella seconda metà dell’Ottocento i Congressi furono sempre più numerosi tra i più importanti quello di

chimica a Karlsruhe con l’obiettivo di unificare gli standard di tale disciplina. Il caso fu notevole in quanto al

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

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