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Storia della pace: parte prima – Il problema della pace

Introduzione

Oggi il problema della pace è un elemento identitario collettivo, perché, anche se il mondo non è vicino ad aver risolto il problema della guerra (due guerre mondiali e incubo nucleare), ciò che consideriamo politicamente corretto si avvicina molto all’idea di pace. Nel 2003, con lo scoppio della guerra in Iraq (seconda guerra del golfo), milioni di persone e più di 30.000 ONG si sono mosse in nome della pace e della solidarietà internazionale. Inoltre, sono state numerose ed accanite le discussioni sulla definizione delle operazioni di intervento: se si trattasse di generici interventi militari o di interventi di pace (peacekeeping). Di conseguenza, la questione Pace è diventata talmente nevralgica che le operazioni militari sono accettate solo se fatte a scopi pacifici.

La questione è sottoposta a grandi schieramenti di valore e il dibattito si divide su “come” essere a favore della pace, dunque si distinguono due grandi posizioni assolute e radicali:

  • Pacifisti: sottolineano l’urgenza della pace e la superiorità morale della non violenza, come unica arma contro la dura insensibilità dei guerrafondai.
  • Anti-pacifisti: anche definiti realisti, credono che la guerra sia inevitabile, dunque l’unico modo per ottenere la pace sia prepararsi a difendersi, dato che il timore di una forte difesa indurrà il nemico a rinunciare all’attacco.

La contrapposizione è radicale ed eterna, dato che pretende di trasformare tali categorie in una contrapposizione antica, da sempre in atto (eterna), tra utopisti e realisti, anche queste, due categorie eterne ed immutabili. Da una parte (utopisti) un’opzione pacifista che risalirebbe alle tradizioni religiose più antiche, da Buddha a Gesù Cristo, da Erasmo da Rotterdam a William Penn e che attraverso il Mahatma Gandhi arriverebbe ad oggi; dall’altra una simmetrica e contraria pulsione militarista che da Sparta ai generali prussiani avrebbe portato al complesso militare industriale di cui parlò il presidente Eisenhower.

Allo stesso modo si dividono gli studiosi: da un lato coloro che sostengono il ruolo decisivo del pacifismo nel sensibilizzare l’opinione pubblica e contribuire a prevenire la guerra, e grazie al quale l’umanità si sarebbe salvata dal disastro nucleare; dall’altro coloro che credono nell’assenza totale di incidenza dei movimenti per la pace nelle decisioni (es. la crisi degli euromissili non è stata fermata dalla proteste pacifiste e i missili sono stati installati comunque) per cui i politici sarebbero, fortunatamente, stati realisti (difesa).

Dal punto di vista scientifico quindi, sembra che non si possa studiare la storia di questi problemi, senza prima aver compiuto una scelta di valore, pro o contro il pacifismo. Così che il recente ed autorevole profilo di «storia della pace» di Cortright Peace. A History of Movements and Ideas si apre con queste parole: “Questo libro è una replica alle accuse contro il pacifismo. È un tentativo di rettifica – un’opportunità per la causa della pace di avere il suo giorno di successo in tribunale”, con le quali lo stesso autore opera uno schieramento di campo. Nello studio scientifico questo non è mai positivo, ma ci fa comprendere la necessità di compiere tale scelta come cittadini. Tuttavia l’obiettivo della storia è comprendere il pacifismo in modo critico, senza per forza compiere una scelta.

Secondo Bloch, forse il fondatore della storiografia di oggi, in questo quadro, il contributo della ricerca storica non è certo quello di sciogliere il dilemma etico, civile e politico della pace e della guerra, ma porlo in termini più fondati e consapevoli. Allora, diventa cruciale comprendere, senza assumere opzioni precostituite e formulare giudizi di condanna o di assoluzione (nel nostro caso, degli sforzi di costruzione della pace o delle ripetute rivendicazioni dell’ineluttabilità della guerra).

La storia dunque ci permette di ricostruire il senso del lungo cammino percorso dagli esseri umani, di verificare e correggere i miti e le stereotipizzazioni, e permette attraverso il mondo di ieri, di orientarsi in quello di oggi. Ad esempio, la ricerca storica dimostra l’inesistenza delle eterne “categorie dello spirito”, infatti la pace e l’idea di pace come problema, non è sempre esistita, anzi è un concetto molto moderno, contrariamente a quanto si pensa. Come sostiene anche Maine, giurista inglese, attorno alla metà dell’Ottocento è la guerra ad essere sempre esistita, così come l’aspirazione alla pace (volontà) e l’idea della superiorità di un comportamento non aggressivo, sono presenti in tradizioni antichissime e diverse (cinese, indiana, ebraica, pellerossa, africana).

Così pure antichissimo è lo sforzo dell’umanità di ridurre al minimo, ove possibile, l’incidenza distruttiva dei conflitti, di prevenirli con patti e accordi, di fissare regole condivise per il loro svolgimento (i patti per sostituire i conflitti armati e lo ius in bello di Grozio per stabilire delle regole in guerra). Alla nascita del cristianesimo, oltre duemila anni fa, risale anche l’idea che possa esistere il dovere di rinunciare a combattere sulla base della responsabilità individuale, e quindi il rifiuto di una partecipazione alla guerra dettato dalla coscienza. Tuttavia si trattava di un rifiuto totale, anche verso qualsiasi tipo di difesa o coercizione, in un atteggiamento di autoesclusione da un mondo irrecuperabile e naturalmente sconvolto da guerre.

Che la guerra fosse inevitabile, come frutto della natura umana peccatrice, è stata un’idea dominante fino al Settecento, solo nel mondo contemporaneo la pace è non solo un’aspirazione ma un problema politico ritenuto concretamente risolvibile, un ideale realizzabile e necessario, per cui Kant scrive “Per la pace perpetua” in cui afferma la realizzabilità politica della pace, in un progetto di abolizione della guerra. Nell’illuminismo europeo uno degli obiettivi di una società più giusta è quello di un’abolizione della guerra e della realizzabilità di una pace «perpetua».

Con l’età della Restaurazione si passò dai progetti filosofici alla mobilitazione dei cittadini con la nascita delle prime associazioni per la pace. Durante la Belle Époque nasce il pacifismo come “partito della pace” contrapposto al militarismo e con il Novecento assistiamo alla nascita delle prime organizzazioni internazionali esclusivamente dedicate al mantenimento della pace.

Pace e ricerca storica

Il problema della guerra è stato trattato in tutti gli ambiti e da molti autori, esplorandolo da punti di vista diversi: filosofia, sociologia, economia, diritto, psicologia, antropologia, scienza politica, studi strategici; ed anche la storia ha una tradizione lunghissima in materia che comincia dagli stessi albori della storiografia con Erodoto e Tucidide. La pace ha invece trovato solo molto recentemente i suoi studiosi, nell’ambito della Peace Research:

  • Nel 1957 nasce presso l’università del Michigan il «Journal for Conflict Resolution» animato dai coniugi Kenneth ed Elise Boulding;
  • Nel 1959 il sociologo Johann Galtung fonda l’International Peace Research Institute (IPRI) di Oslo;
  • Nel 1963: nasce in Svezia la Peace Research Society;
  • Nel 1965 nasce l’International Peace Research Association a Groningen in Olanda e si sviluppa il Japanese Peace Research Group;
  • Nel 1968 viene fondato il «Journal of Peace Research», la rivista promossa dall’IPRI.

Anche la ricerca storica inizia ad interessarsi di pace e nel 1966 a New York viene approvata ufficialmente la nascita di una Conference (poi Council) of Peace Research in History (CPRH) associata con l’istituzione degli storici americani, che segna la nascita ufficiale della Peace history.

Tale ritardo ha due ragioni:

  • La difficoltà ad abbandonare una diffusa idea di pace (come non guerra) che rende quasi impossibile pensarla come oggetto di ricerca;
  • Il fatto che sembra comunque necessario per studiare la pace abbracciare un atteggiamento partecipe e militante.

L’idea di pace come non guerra

La pace, nella sua accezione più generale, viene definita come “assenza di un conflitto” e quasi tutti i vocabolari, in qualsiasi lingua, dicono che lo stato di pace è quello di un popolo che non è in guerra; quindi guerra e pace sono due termini in antitesi, come moto e quiete, ma è la pace che viene definita per mezzo della guerra, non viceversa. Quindi guerra è il termine forte e pace quello debole. Anche Hobbes, nel De Cive definisce la pace come il tempo restante dalla guerra; Aron, in Paix et Guerre, come sospensione tra una guerra e l’altra; infine, Bouthaul (La pace. Tra storia e utopia) è ancora più cinico, definendola come condizione di un gruppo umano sovrano il cui indice di mortalità non contiene una sezione di omicidi collettivi, organizzati e guidati.

Bobbio ci spiega il perché di questa concezione: guerra e pace sono come altre coppie di termini opposti in cui ve n’è uno forte ed uno debole. Il termine forte è quello che incide maggiormente sulla nostra vita, in maniera decisiva. Quindi dato che la guerra è sempre stata la condizione più frequente, la pace si definisce in negativo, come termine debole.

Il primo filosofo a cercare di dimostrare che questa idea fosse sbagliata è stato Kant. Egli sottolinea che tale definizione della pace come non guerra, indica esclusivamente una tregua, in cui la guerra è sempre possibile e durante la quale i paesi si preparano al successivo conflitto (anche la coscienza comune ha chiamato guerra fredda e non pace, l’assenza di guerra seguita al 1945); per pensare la pace come perpetua, è necessario definirla come un’altra condizione particolare di impossibilità della guerra.

Il filosofo Manin (francese) ha osservato che in qualche modo il ragionamento di Bobbio potrebbe essere addirittura rovesciato, dato che la coscienza comune percepisce pace e guerra non come due forme possibili ed equivalenti dei rapporti tra gli uomini, con un eguale statuto, ma semmai privilegia la pace, che finisce per rappresentare il fine (il cui mezzo è la guerra), e non solo l’opposto, della guerra. Tutti gli uomini desiderano la felicità e, di conseguenza, tutti desiderano la pace. Anche le politiche di potenza più radicali trascinano gli uomini in guerra allo scopo di ottenere la pace: non si vince per uccidere, ma si uccide per vincere. Lo stesso massimo teorico della guerra, von Clausewitz, ha osservato che essa non era che un mezzo.

Anche dal punto di vista etimologico il ragionamento, e la definizione di pace come non guerra è errato:

  • Il termine sanscrito çānti (shanti) deriva dalla radice çām che originariamente aveva il significato di spegnere il fuoco, la collera, la febbre, dunque il calore provocato dalle potenze demoniche. Nella tradizione yoga è passato a indicare la tranquillità, la pace dell’anima, l’assenza di passioni, la consolazione delle sofferenze.
  • Shalôm viene dall’accadico salamu che significa essere sano, integro, completo. Rinvia dunque a benessere, abbondanza, fertilità, alleanza. Nello shalôm rientra anche la sfera della giustizia sociale, la protezione delle vedove, degli orfani e di altri emarginati sociali, la lotta all’oppressione e ad altre forme di sfruttamento, la protezione della vita e della proprietà, l’esigenza di un trattamento umano verso i dipendenti e gli schiavi.
  • Eirene deriva dal verbo eiro, impegnarsi, mantenere la parola data.
  • Analogamente, pax viene da pangere, che significa fissare, piantare, conficcare, chiodare, stabilire solidamente, e quindi impegnarsi a, promettere, concludere un patto.
  • Anche nella tradizione delle culture africane pace significa ordine, armonia, equilibrio, non semplicemente il contrario della guerra.

Dall’etimologia emergono dunque valori positivi, quali tranquillità e consolazione, durata e stabilità, il riferimento ai patti (e quindi al diritto), l’etica, la giustizia. Modificare il senso comune di pace è stata una delle aspirazioni principali che hanno animato i movimenti per la pace: ottenere la pace come ordine, definito positivamente, nei rapporti tra stati, là dove essa era esistita soltanto intesa negativamente come mera assenza di guerra e recuperare i significati perduti e dimenticati dei termini antichi.

Però, l’idea di pace che viene dal senso comune è quella che la maggioranza degli esseri umani e degli studiosi ha condiviso, e probabilmente in parte ancora condivide. Per questo l’umanità ha riflettuto sulla pace partendo dalla guerra e se la pace è mera “assenza di guerra”, è difficile fare di un’“assenza” la protagonista di uno studio.

Origine ed evoluzione degli studi sulla storia della pace: l’atteggiamento partecipe militante

L’origine e l’evoluzione degli studi sulla “storia della pace” è strettamente legata con lo sviluppo della cultura pacifista. La messa in discussione del concetto di pace è moderna e dovuta allo sviluppo della coscienza pacifista (partendo dal concetto kantiano). Dunque è chiaro che si tratterà di una storiografia basata su valori pacifisti, fatta da militanti pacifisti (studiosi), principalmente dilettanti che dopo la Grande Guerra avviarono una ricerca storica che aveva per oggetto le idee e i movimenti per la pace. Tuttavia alcuni di loro erano studiosi professionisti come Curti, uno dei principali storici americani (ha insegnato allo Smith College, alla Columbia University e a Madison). Tuttavia, il loro imprinting pacifista è evidente.

Gli studi sulla pace nel clima della Guerra Fredda incontrarono ancora enormi difficoltà. La fase decisiva per il nascere della odierna «storia della pace» fu così quella dei primi anni Sessanta con l’esplosione dei movimenti di protesta antinucleare e la nascita della peace research.

Nell’autunno del 1963, due storici quaccheri, Frederick Tolles e Edwin Bronner, mandarono un invito a tutti gli storici «interessati al peace research» su un incontro da tenere nel corso del congresso annuale dell’American Historical Association previsto a Filadelfia. Il 29 dicembre 1963, sotto la presidenza di Merle Curti, una cinquantina di storici si riunirono (non a caso, tra l’altro, proprio in una vicina meeting house quacchera) dichiarandosi d’accordo sulla «necessità di una ricerca storica orientata a trovare vie per la pace» e sull’«opportunità di organizzarsi per raggiungere lo scopo» e venne formato un comitato permanente (è quindi chiaro l’imprinting pacifista dato il fine di favorire il pacifismo).

Nel giugno 1964 il comitato lancia un appello perché gli storici si uniscano allo scopo «di incoraggiare il tipo di ricerca sulla storia della guerra, della pace, della violenza e dei conflitti» che possa «chiarire le cause della pace internazionale e le difficoltà nel crearla» (anche l’appello ha forte connotazione, con scopo attivo e fattivo, non solo di conoscenza) cui aderiscono cento studiosi. Tuttavia tale gruppo resta effettivamente militante.

Wittner, uno dei protagonisti della peace history americana, ricorda così la nascita di questo movimento: “Davvero mi chiedevo se ci potesse essere qualcosa di più importante che svelare la relazione misteriosa tra le forze della guerra e della pace. Altri sentivano lo stesso, e cominciarono a produrre i primi studi del movimento della pace dagli anni trenta. […] Attraverso libri, saggi, congressi, e lunghe discussioni, tentavamo qualcosa che purtroppo nel mondo della ricerca è ancora raro (e decisamente controverso): applicare energie intellettuali per sbarazzare l’umanità da uno dei suoi più mortali flagelli, la guerra moderna.” (L.S. Wittner, Rebels against War (1984), pp. VII-VIII).

Il gruppo ha uno sviluppo abbastanza rapido e nel dicembre 1966 durante il nuovo congresso a New York viene approvata ufficialmente la nascita di una Conference (poi Council) of Peace Research in History (CPRH) associata con l’istituzione degli storici americani e viene organizzata anche una prima joint session tra AHA e CPRH dedicata al tema How Wars End. Nel 1969 il «Journal of Peace Research» pubblica gli atti dell’iniziativa e nel 1969 la CPRH promuove le prime bibliografie e avvia la Garland Library of War and Peace, una collana di 350 “classici” scritti da attivisti della pace o critici della guerra (anche qui si nota l’impronta pacifista).

Nel 1972: nasce la rivista del CPRH «Peace & Change» che nel suo primo numero dichiara l’intenzione di pubblicare «saggi di documentazione e di interpretazione» ma «cercando i mezzi per raggiungere una società di pace, umanità e giustizia» (l’intento è la promozione di un cambiamento). Cominciarono ad apparire una serie di documentate ricerche:

  • Nel 1968 Peter Brock avvia una monumentale storia del pacifismo (trilogia);
  • Nel 1969 Lawrence S. Wittner pubblica il primo profilo del pacifismo americano nel secondo dopoguerra (prima della trilogia sulla bomba atomica);
  • Nel 1971 Charles Chatfield pubblica una seconda fondamentale opera di riferimento sul pacifismo americano dall’inizio della prima guerra mondiale all’inizio della seconda;
  • Nel 1975 un altro studioso americano, Roger Chickering, pubblica una ricerca sul movimento per la pace tedesco centrata sul suo rapporto con la società.

Data la seconda ondata di pacifismo degli anni ottanta, dovuta alla crisi degli euromissili che sembra avere in Europa importanti conseguenze politiche, gli studi sul pacifismo hanno contestualmente subito una nuova accelerazione, godendo del contributo anche di sociologi e politologi.

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.chialant di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della pace e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Moro Renato.
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