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Appunti di storia contemporanea

1799 fu l'anno della fine della Rivoluzione Francese, evento che segna il passaggio definitivo dall'epoca moderna all'epoca contemporanea. Comporta il crollo dell'Ancien Régime, ma porta con sé principi di uguaglianza che instaureranno in molti paesi europei dei principi liberali che ebbero il merito di andare incontro alle richieste della borghesia europea. Questi principi liberali vennero esportati grazie ai governi napoleonidi nelle dominazioni bonapartiste europee, anche se attenuati dal loro carattere militare.

La rivoluzione francese fece sorgere una coscienza nazionale in molti paesi, coscienza che poteva essere preesistente prima della rivoluzione, ma che solo grazie ad essa prese le energie per emergere. Sull'onda politico-letteraria del Romanticismo nacquero una serie di società segrete, aggregazioni con lo scopo di dare sfogo all'opposizione politica borghese che mirava a ribaltare i governi della restaurazione in favore di governi più liberali, nacquero infatti per l'impossibilità di esprimere dissenso nei regimi restaurati. La struttura di queste società era molto rigida e solo i vertici maggiori erano a conoscenza delle finalità ultime.

La Carboneria e i moti del 1820-21

Una delle maggiori società segrete europee fu la Carboneria, nata in Francia e si diffuse presto in Italia meridionale dove fu veicolata fortemente dai seguaci di Murat (governatore del Regno delle Due Sicilie sotto Napoleone). La prima grande prova per le società segrete contro i regimi della restaurazione si ebbe con lo scoppio dei moti del 1820-21. Questi partirono dalla Spagna, dove il re Ferdinando VII si era dimostrato incapace di far fronte alle esigenze del paese. Questa situazione di povertà e disagio aveva insospettito l'esercito che, mal pagato e influenzato dalle società segrete, il 1 gennaio 1820 si ribellò a Cadice proclamando la repubblica richiamandosi alla Costituzione del 1812 che prevedeva una monarchia costituzionale.

Sull'onda spagnola i moti dilagarono in Italia, precisamente nel Regno delle Due Sicilie dove due ufficiali sollevarono le truppe a Nola il 1 luglio 1820. Il successo di questa insurrezione rafforzò il legame fra la carboneria e l'opposizione al regno dei Borboni (murattiani). Presto però ci furono dei contrasti fra i due: i carbonari volevano la piena applicazione della costituzione spagnola del 1812 realizzando così un regime parlamentare che comprimeva il potere esecutivo del re, mentre i murattiani volevano l'affermazione di una monarchia costituzionale.

Queste divisioni favorirono l'Impero Asburgico che, forte dei legami della Santa Alleanza, riuscì a livello internazionale a favorire la nascita di un fronte ostile che fece fermare i moti rivoluzionari. Ferdinando I non riusciva però a placare i rivoluzionari napoletani, così il 23 marzo 1821 gli austriaci entrarono a Napoli e posero fine ai moti, restaurando Ferdinando I al potere.

I moti del 1830-31 e la figura di Giuseppe Mazzini

Nel frattempo però nascevano dei moti rivoluzionari in Piemonte per richiamare una monarchia costituzionale. Di fronte all'insurrezione di Torino il re Vittorio Emanuele I preferisce abdicare in favore di Carlo Alberto che, inizialmente, sembrava sostenere i rivoluzionari. Successivamente cambiò idea e fece reprimere ogni sorta di insurrezione popolare, creando così una forte repressione delle società segrete.

Il fallimento dei moti del 1820-21 dimostra come la struttura eccessivamente rigida delle società segrete era un punto debole per loro; però sempre i moti dimostrarono anche la debolezza dei nuovi regimi conservatori. Nel 1830-31 si assiste ad una nuova serie di moti rivoluzionari in molti paesi europei. In Italia questi moti furono l'evento che portò all'emergere della figura di Giuseppe Mazzini. La sua idea rivoluzionaria si fondava sul ruolo civile e religioso del popolo italiano, così Mazzini si fece promotore della missione del popolo italiano in Europa, capace di potersi liberare da solo dall'oppressione del nemico straniero e ottenere l'indipendenza senza l'intervento esterno, solo grazie ad una rivoluzione popolare dal basso.

Mazzini incentra questa idea nelle società segrete, che avevano il compito di portarsi dietro la popolazione tramite la Giovane Italia e la Giovane Europa, anche se la sua idea politica fu un fallimento. Nei paesi dove i moti rivoluzionari ebbero successo (Francia, Inghilterra e Belgio), la borghesia trionfò insieme ai valori liberali, creando così un nuovo modello liberal-borghese.

Rivoluzioni in Francia, Belgio e Inghilterra

In Francia si vide il tentativo di colpo di stato da parte di Carlo X nel 1830 per restaurare la monarchia divina, ma a seguito di diverse opposizioni e alla sua fuga, al suo posto fu nominato Luigi Filippo d'Orleans come "re dei francesi per volontà della nazione". Invece in Belgio le rivolte iniziarono perché nel regno dei Paesi Bassi (Olanda + Belgio) l'elemento olandese era fortemente maggiore rispetto a quello belga. Così il 25 agosto 1830 scoppiò una rivolta a Bruxelles che si estese poi per tutto il Belgio. Nel 1831 si formò così il Regno del Belgio.

In Inghilterra non si ebbero veri e propri moti rivoluzionari, ma vi fu comunque un forte scontro tra i conservatori (tories) e i liberali (whigs). Tale scontro si risolse con una riforma elettorale del 4 giugno 1832 che allargava il numero degli elettori, permettendo così alla piccola borghesia di partecipare alla vita politica.

Il fallimento dei moti in Russia e Germania

Nei paesi dove invece i moti rivoluzionari fallirono (Russia e Germania) uscirono rafforzate le monarchie conservatrici e ostili alla costituzione liberale.

I moti del 1848 e la crisi economica

Si ebbero ancora altri moti rivoluzionari nel 1848, la cui causa fu indubbiamente la grave crisi economica del 1846-47 che ci fu in Europa per i cattivi raccolti, provocò un aumento generale dei prezzi e la diffusione di miseria, disoccupazione e sommosse in tutti i paesi. Le reazioni dei governi furono diverse.

In Francia si ebbe uno scontro fra la classe borghese e il proletariato urbano, con la prima apparizione del socialismo. Questi scontri portarono allo scoppio della rivoluzione a Parigi il 22 febbraio 1848 e alla consecutiva repubblica proclamata il 24 febbraio 1848.

Rivoluzioni e reazioni in Prussia e Austria

In Prussia scoppiarono dei moti guidati dai liberali che chiedevano maggiori libertà politiche. Lo stesso accadde nell'Impero Asburgico, dove la reazione del governo fu una repressione con morti e feriti, come negli altri paesi.

Le rivolte in Italia e la prima guerra d'indipendenza

Per quanto riguarda l'Italia ci furono rivolte a Venezia e a Milano (17 e 18 marzo 1848) che portarono alla prima guerra d'indipendenza del risorgimento italiano. Questa prima guerra d'indipendenza fu frutto della destabilizzazione delle corti europee e dei sovrani italiani convertiti alle idee liberali, fattori che portarono ad una coalizione di stati contro l'Austria. L'Austria vinse e il Regno di Sardegna perse, evento che causò un forte stop per il partito moderato, così il partito democratico prova a prendere la guida del paese per il processo di risorgimento. Il progetto dei democratici era quello di instaurare delle repubbliche a Venezia, Firenze e Roma, ma queste fallirono una dopo l'altra.

La conclusione della prima guerra d'indipendenza

Questo portò all'abdicazione di Carlo Alberto in favore del nuovo re Vittorio Emanuele II che portò l'Italia all'armistizio di Vignale del 24 marzo 1849. Così si concluse la prima guerra d'indipendenza italiana. Un fattore importante da sottolineare nel comportamento del nuovo re Vittorio Emanuele II fu il mantenimento dello Statuto Albertino, come dimostrazione che la casa dei Savoia riusciva a capire che la modernità e il progresso italiano passavano dall'affermazione del liberalismo politico.

Il ruolo di Torino e l'emergere di Cavour

Negli anni seguenti al 1849, Torino divenne il punto di ritrovo di molti intellettuali liberali italiani che si riunivano per parlare e discutere del progetto risorgimentale del partito moderato. Tra di loro emerse Camillo Benso conte di Cavour, figura predominante nelle tappe dell'unificazione italiana. La decisione di partecipare alla guerra di Crimea (1855), la consecutiva partecipazione al congresso di Parigi (1865) per portare la questione italiana agli occhi del congresso europeo e gli accordi di Plombières (1858) con Napoleone III costituirono i presupposti diplomatici per la seconda guerra d'indipendenza del risorgimento italiano e all'unità del paese.

Accordi e guerre per l'unità d'Italia

Il motivo per cui Napoleone III appoggiò e fece un accordo con Cavour fu quello di cercare di scacciare la dominazione austriaca dall'Italia per instaurare poi quella francese. La vittoria dell'esercito franco-piemontese sull'Impero Asburgico, la volontà dei liberali dell'Italia centrale di far parte del Regno d'Italia e la spedizione dei mille di Garibaldi che sconfisse i Borboni portarono al completamento del risorgimento italiano fra il 1860-61.

Il successo del Risorgimento

Il successo del completamento del Risorgimento fu la combinazione perfetta tra una classe dirigente di rilievo nazionale e una monarchia che aveva accettato i principi liberali. La legislatura del Regno di Sardegna (Statuto Albertino) fu estesa a tutta Italia ("piemontesizzazione").

Territori mancanti e la fine del Risorgimento

C'erano però ancora due territori mancanti per la completa e totale unità del territorio italiano: il Veneto e la Venezia Giulia sotto l'Impero Asburgico, e i territori controllati dallo Stato Pontificio inclusa Roma (protetti dalla Francia). Per quanto riguarda il Veneto, questo fu concesso all'Italia dall'Impero Asburgico a seguito delle sconfitte nella guerra contro la Prussia.

Il 15 settembre 1864 fu siglata la Convenzione di Settembre tra il governo Minghetti e Napoleone III, in cui il Regno d'Italia rinunciava a Roma come capitale (che fu spostata da Torino a Firenze). La liberazione di Roma fu possibile solo a seguito della sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana, siccome privava la chiesa del suo protettore. Il 20 settembre 1870 ci fu la Breccia di Porta Pia, cioè il generale Cadorna che guidò i bersaglieri ad entrare a Roma.

Il 13 maggio 1871 fu votata e approvata la legge delle Guarentigie con cui si separava stato e chiesa, veniva garantita l'extraterritorialità dei palazzi del Vaticano e l'inviolabilità della persona del papa, gli fu assicurato il libero esercizio spirituale e l'indipendenza del clero dal Regno d'Italia.

Nonostante tutto ciò Papa Pio IX continuava a non voler riconoscere nessun accordo, così nel 1874 emise il Non Expedit, il divieto ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana. Nel luglio del 1874 la capitale del Regno d'Italia si trasferì a Roma.

La Destra Storica e la Sinistra Storica

Dopo l'unità d'Italia salì al potere la Destra Storica, partito composto dalle personalità provenienti da famiglie di proprietari terrieri che avevano portato all'unità (vecchia élite piemontese e toscana). L'appellativo di "destra" era dato solo dalla loro collocazione in Parlamento, in realtà si trattava più di un centro moderato il cui scopo era quello di rafforzare la costruzione statale appena raggiunta e di completare l'unificazione territoriale del paese (già detto).

Il 20 marzo 1865 il governo Ricasoli approva la legge di unificazione amministrativa estendendo così le leggi del Regno della Sardegna a tutta l'Italia con un più forte potere centrale grazie all'uso dei prefetti per il controllo delle amministrazioni locali. Quest'ultimi vennero istituiti per far fronte al problema del brigantaggio nel meridione, sviluppato per l'influenza della propaganda clericale e borbonica contro l'unità del paese, per la permanenza dei briganti al sud già precedente all'unità, perché le regioni del sud vedevano i piemontesi come degli "invasori" a causa della piemontesizzazione del paese e perché erano state aumentate le tasse e imposta la coscrizione obbligatoria. Questo fenomeno fu affrontato dalla Destra Storica con una forte repressione e attraverso tribunali speciali, così poté ritenersi concluso nel 1865-66.

La Sinistra Storica e le riforme di Depretis

Dopo aver completato il pareggio di bilancio e l'unificazione geografica e amministrativa del territorio, la Destra Storica iniziò a indebolirsi sempre di più, fino al 1876 in cui il governo Minghetti viene messo in minoranza e sale al potere la Sinistra Storica. Il leader di questo partito era Agostino Depretis, il partito si basava su una base sociale composta da piccoli e medi borghesi delle città, ma anche operai e artigiani del nord. Il programma della Sinistra verteva sul decentramento amministrativo, cambiamento della politica fiscale in modo che fosse adeguata per il popolo italiano, l'istruzione elementare laica, obbligatoria e gratuita e l'allargamento del suffragio.

Questi ultimi due punti vennero messi in atto tramite due riforme. Per l'istruzione elementare venne varata la Legge Coppino il 15 luglio 1877 che stabiliva l'istruzione obbligatoria fino a 9 anni così da contrastare l'analfabetismo; mentre per l'allargamento del suffragio si fece una nuove legge elettorale il 22 gennaio 1882 con un allargamento a tutti i cittadini maschi di 21 anni, con un titolo di studio minimo e che pagassero un'imposta minima di 19,80 lire.

Il riformismo depretisiano si fermò qui, in quanto si aveva il timore che l'allargamento del suffragio potesse favorire l'ascesa del nascente partito socialista. Così nacque la formula del Trasformismo, che rinunciando ad un sistema bipartitico, mirava ad una coalizione centrista con elementi sia di destra che di sinistra, talgiando ovviamente le ali estreme. Questa formula prevedeva obbligatoriamente accordi e compromessi su ogni singola questione, elemento che spiega il successivo immobilismo riformistico di Depretis.

I tentativi coloniali e la Triplice Alleanza

Questa situazione si provò a sbloccare con i primi tentativi coloniali italiani in Africa, provando così ad uscire dall'isolamento diplomatico, che fu però ribadito ancor di più dal protettorato che la Francia instaurò sulla Tunisia, paese che era sempre sembrato all'Italia una propria direttrice espansionistica. Allora l'Italia decise di siglare con la Germania e l'Austria Ungheria il trattato della Triplice Alleanza (20 maggio 1882) per provare un altro tentativo di uscita dall'isolamento diplomatico. Era una trattato di carattere difensivo e avrebbe visto l'intervento degli alleati accanto all'Italia in caso di attacco francese. C'era quindi una forte ostilità antifrancese che l'Italia sottolineò ancor di più con il varo della Tariffa Doganale del 1887, che proteggeva i beni italiani a discapito dei beni importati.

Francesco Crispi e le sue politiche

Dopo Depretis ci fu Francesco Crispi, un grande sostenitore del modello bismarckiano e quindi con un forte sentimento antifrancese, favorì una politica autoritaria e di espansione, ma cercò anche di riformare lo stato dal punto di vista amministrativo. Una delle riforme di Crispi fu il varo del Codice Zanardelli il 17 luglio 1890 il quale prevedeva l'omogeneità penale in tutta Italia e l'abolizione della pena di morte. Il 2 maggio 1889 fu firmato il Trattato di Uccialli dove l'Etiopia riconosceva le conquiste italiane in Eritrea. Il problema di questo trattato risiedeva nell'articolo 17, in quanto nella versione scritta in italiano si stabiliva che l'Italia poteva stabilire una protettorato italiano in Eritrea, mentre nella versione aramaica questo non compariva. Così nel febbraio del 1891 finirono le trattative tra Italia ed Etiopia.

La crisi economica e le dimissioni di Crispi

Dopo un periodo di crisi economica in Italia, il governo Crispi cadde e lasciò il posto al primo governo di Giovanni Giolitti. Questo durò poco a causa di uno scandalo bancario, così ritornò Crispi, il cui secondo governo fu caratterizzato da un'accentuazione autoritaria. Il varo di misure duramente repressive per la libertà di stampa e di associazione portò allo scioglimento del partito socialista nel 1894, elemento che denuncia l'incapacità di Crispi di comprendere che il malcontento era sociale non politico. Inoltre fu ripresa la politica coloniale che però portò solamente ad una sconfitta brutale ad Adua, evento che causò molti tumulti in Italia e portò Crispi alle dimissioni.

La repressione sociale e politica dopo Crispi

Dopo l'uscita di Francesco Crispi dalla scena politica italiana, si assiste ad un periodo di forte instabilità politica. In questo contesto la classe dirigente cercò di reprimere ogni protesta sociale con tentativi anticattolici e antisocialisti. Questa politica repressiva però portò ad un insieme di tumulti che sfociarono negli avvenimenti del maggio 1898. Principalmente a Milano ci fu una protesta per abbassare il prezzo del pane, non riuscendo a calmare la folla il generale Bava Beccaris iniziò a sparare su essa provocando circa cento morti e tanti altri feriti. Questo dimostrava come la classe dirigente era incapace nell'intendere queste proteste come sociali e non politiche.

Oltre questi avvenimenti ci fu anche la nomina del moderato super partes Giuseppe Saracco che non fece calmare gli animi, tanto che il 29 luglio 1900 a Monza l'anarchico Gaetano Bresci assassina il re Umberto I, con l'obiettivo di lavare l'onta dell'onorificenza che il re aveva dato a Bava Beccaris dopo la repressione di Milano. Dopo questi avvenimenti si aprì una nuova stagione per l'Italia.

Giuseppe Zanardelli e Giovanni Giolitti

Dal punto di vista della politica interna ci fu la nomina del nuovo governo di Giuseppe Zanardelli con Giovanni Giolitti come Ministro dell'Interno. Questo fu un governo che intraprese una legislazione sociale per cercare di migliorare le condizioni di vita delle grandi masse, sia quelle operai che quelle contadine del mezzogiorno. Zanardelli purtroppo si ammalò e lasciò il posto a Giolitti, dando vita così all'epoca dell'Italia Giolittiana. Giovanni Giolitti incarnava una forma di liberalismo molto pi&uittart.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher federicazanchetta289 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Guglielmo Marconi di Roma o del prof Ungari Andrea.
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