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0. IL PROFILO MILITARE DELLA I REPUBBLICA.

1. Inserita nella Nato l’Italia ha rinunciato a perseguire l’autosufficienza difensiva, mantenendo l’autonomia nei settori nel settore delle forze

convenzionali di terra e di sicurezza interna e delegando, mediante la concessione di basi e l’allineamento diplomatico, ad altri la tutela della

sicurezza internazionale. Imposta da una minoranza l’adesione alla Nato è stata per motivazioni diverse accettata nel temo dalle diverse forze

politiche, per manifesto anticomunismo dl MSI nel 1951, dal PSI nel 1963 ed in nome della stabilità internazionale - come forma di legittimazione

a governare - dal PCI nel 1975-77.

2. Rispetto agli alleati l’Italia ha avuto la più bassa incidenza di spese militari. Dal 3,7 al 1,1% con una media del 1,9% per un volume

complessivo di 700 mila miliardi le lire; il minor costo economico è stato compensato da un più largo ricorso al servizio di leva militare (la cui

incidenza è lentamente scesa dal 70 al 58%) da circa 11 milioni di cittadini, con un tasso oscillante tra il 55-75% degli idonei. La ferma fu ridotta

da 18 a 12 mensilità per ridurre le dimensioni dell’esercito in favore d’altri corpi. Le Forze Armate italiane non furono smantellate dopo la WWII,

conservando dunque una stretta continuità sociologica istituzionale ed anche tecnico-burocratica con il passato liberale e fascista giungendo

grazie al riarmo statunitense (1950-54) alle dimensioni medie dell’anteguerra. Gli effettivi saranno ridotti sino a 250.000 unità, mentre le forze

previste in caso di mobilitazione (400mila) sono inferiori alla Svizzera e di poco superiori agli effettivi di pace della Germania. Ulteriore fattore di

continuità col passato è rappresentato dalla preminenza dell’Esercito che continuò ad essere, sino alla caduta del blocco sovietico, l’assetto più

rispondente alle esigenze strategiche italiane, restringendo la propria vulnerabilità alla frontiera nord-orientale (Tito) grazie al sostegno della VI

flotta americana di stanza nelle acque italiane (che rendeva dunque superfluo un impegno italiano nel settore della Marina). Dal 1975 Marina ed

Aviazione furono relativamente potenziate a spese dell’Esercito. La fine della minaccia sovietica ha reso strategicamente obsoleto l’assetto attuale

e la risposta italiana si è sostanziata in una pura riduzione quantitativa dei militari di leva, che poco incidevano sul bilancio della Difesa, mentre si

assisteva ad un aumento delle spese derivante dall’aumento dell’incidenza del personale di carriera. L’Italia è dunque intenzionata a mantenere una

politica estera di basso profilo, e la richiesta di un seggio permanente in sede al Cds dell’Onu sembra rientrare nella tradizione presenzialista della

diplomazia italiana.

3. La via italiana al reclutamento differisce dal contesto europeo in quanto:

- è istituto socialmente radicato ed accettato (scarso utilizzo dell’istituto dell’obiezione di coscienza, radicato invece in Spagna)

- mancanza di due condizioni sociali determinanti la futura (ormai contemporanea e consolidata) affermazione del reclutamento dei volontari in

sostituzione del servizio di leva e che sono:

a) l’assenza di mobilità dei giovani nel mondo del lavoro ( componente essenziale delle dinamiche di mercato del modello anglosassone)

b) l’assenza di veti sindacali alle agevolazioni per il reimpiego civile quando i militari abbiano raggiunto gli obiettivi limiti di età per servire nei

reparti d’azione (peculiarità italiana resta invece il cursus honorum dei militari di carriera sino al pensionamento)

- un'altra differenza (e dunque ostacolo all’evoluzione del reclutamento volontario) è costituito dall’alternativa in termini di stabilità dell’impiego

e prestigio sociale offerto dai corpi di Polizia.

La soluzione italiana resta essere (parliamo del 1994) quella dell’aumento delle paghe di concerto con la prospettiva della garanzia pensionistica.

4. Partiamo da un dato: l’Italia ha il più alto numero di poliziotti per abitante (1 ogni 186) ed i costi hanno nel 1994 della polizia hanno superato

quelli delle Forze Armate (dove però i soli Carabinieri costano il 90% delle spese dell’Esercito, con il 55% degli effettivi): questo dato deriva da

diverse considerazioni che considereremo

- eredità del terrorismo politico italiano degli anni settanta

- percezione dell’opinione pubblica che vede nella Polizia e nei servizi segreti civili il vero esercito della I Repubblica

In sostanza : l’idea del primato della sicurezza interna su quella esterna, del ministero degli Interni su quello della difesa, della Polizia sui

Carabinieri e di questi sull’Esercito, dei servizi civili su quelli militari era radicata nella tradizione di governo democristiana (Scelba, Segni,

Cossiga, Scalfaro) ma anche nella cultura comunista. Era un’idea derivata dall’esperienza della guerra civile, ma anche dalla guerra virtuale del

dopoguerra che condusse alla democrazia bloccata e al consociativismo.

I. LA SICUREZZA IN EUROPA

IL TRATTATO DI PACE

I progetti di pace dell’Italia furono preparati dal Consiglio delle 5 potenze nelle sessioni di Londra (sett. -ott. 1945) e Parigi (apr- mag. e giu.- lug.

1946) infine esaminati dalla conferenza dei 21 di Parigi (lug.- ott. 1946). All’Italia in quanto paese sconfitto non venne riconosciuta autorità

negoziale, nondimeno le posizioni dei diplomatici italiani (recuperare la piena sovranità evitando controlli sulle clausole militari) differiva dalle

posizioni dei militari (conservare le forze esistenze e beneficiare di un eventuale aiuto americano per la ricostruzione dell’apparato).

I memoranda italiani : De Gasperi, alla vigilia della Conferenza delle 5 grandi potenze, chiese al Comitato di Difesa - Gen. Cadorna, Amm. De

Courten e capo S.M. Trezzani – di proporre un controprogetto da inoltrare agli Alleati in 3 distinti memoranda:

Esercito: 236mila uomini ( 5 divisioni mobili, 11 Brigate miste e vasta coperture terrestre e marittima )

Marina: 100 mila tonnellate di naviglio moderno, in pratica le 63 unità esistenti (incrociatori, caccia, torpediniere, corvette e sommergibili)

Aeronautica: 358 aerei da combattimento ( 196 caccia, 96 ricognizione e bombardamento leggero e 64 idroaviazione), più una riserva del 40%.

Le limitazioni militari generali: La Francia impose una smilitarizzazione della frontiera occidentale per 20 km, smilitarizzazione ottenuta anche per

la frontiera orientale su richiesta sovietica (che si andava a sommare alla minore capacità difensiva già compromessa dal confine

geostrategicamente favorevole alla Jugoslavia). Erano vietate la costruzione di nuove basi aeree o navali, lo sviluppo di quelle esistenze, l’acquisto

o la produzione di armamento atomico, missili e artiglierie dalla gittata superiore ai 30 km. Era previsto mediante accordo con le potenze Alleate o

previa autorizzazione del cds dell’Onu una rinegoziazione delle clausole militari. Non fu posta all’Italia la rinuncia alla coscrizione obbligatoria ed

il reclutamento di volontari con ferma minima di 12 anni, mentre fu abolita l’istruzione premilitare e postmilitare [era in pratica consentito

l’addestramento al personale attivo delle forze Armate].

I livelli di forze consentiti:

Esercito: 185mila uomini più 65mila Carabinieri (con la facoltà di trasferire sino a 10.000 da un settore all’altro) sempre nel rispetto della

limitazione di 250 mila uomini; La Francia impose il limite di 200 carri armati medi.

Aeronautica: 25 mila uomini, 200 aerei da caccia e ricognizione armati, 150 aerei da trasporto, addestramento, salvataggio, etc. Erano vietati aerei

da bombardamento e missili.

Marina: ridotta a 25 mila uomini, più 2,5mila da inserire nella forza di sminamento delle acquee europee; 67 mila tonnellate di naviglio operativo

con la possibilità di modificare a decorrere dal ! gennaio 1950 il naviglio obsoleto; insieme a 48 mila tonnellate di 2 navi da battaglia obsolete; 3

navi da battaglia, 5 incrociatori, 8 esploratori e caccia, 6 torpediniere, 8 sommergibili e un centinaio circa tra unità minori ed ausiliari sarebbero

dovute essere cedute al nemico a titolo di bottino di guerra. [ Grazie alla collaborazione con le potenze alleate, gli Italiani ottennero di mutare il

1

titolo della consegna in riparazione per le navi affondate, gli angloamericani rinunciarono alla loro quota, in nome della collaborazione italiana in

regime armistiziale e la Francia dimezzò le sue riparazioni; solo l’Urss, 1nave scuola, 2 incrociatori e la corazzata Giulio cesare, non accolse il

ricorso di De Gasperi).

Il 31 luglio 1947 il parlamento italiano ratificò il Trattato di pace con 362 voti a favore, 68 contrari e 80 astenuti.

Il superamento delle limitazioni militari: la domanda di ammissione dell’Italia all’Onu non sarà accettata prima del 1955 (a causa del veto

sovietico) ma sarà grazie al principio di non discriminazione sancito nel negoziato sulla Ced e con l’avvio del Programma degli aiuti militari nel

quadro della Nato che si creeranno le condizioni politiche ed il quadro giuridico necessario alla revisione e al superamento dei limiti ex Trattato di

Pace: sarà una nota tripartita (dopo il Consiglio atlantico di Ottawa) del 26 settembre 1951 a rendere note la disponibilità anglo-franco-americane

di una revisione delle restrizioni militari. Con nota dell’8 dicembre 1951 l’Italia chiese ai paesi firmatari la revisione delle clausole militari (l’India

e l’Etiopia posero delle condizioni soddisfatte dall’Italia, i paesi del blocco sovietico posero condizioni non superabili); il governo italiano, a

decorrere dall’8 febbraio 1952 considererà le clausole militari decadute, con approvazione posteriore del servizio del Contenzioso diplomatico.

IL PATTO ATLANTICO.

Il memorandum Stone (Commissione alleata di controllo) caldeggiava il mantenimento di 5 Divisioni alleate non più come forze di occupazione,

ma come forze di assistenza; mentre uno studio (Caldron) del febbraio 1946 prevedeva in caso di aggressione sovietica un arretramento della linea

difensiva lungo la penisola fino alla difesa ad oltranza delle isole maggiori, che avrebbero costituito le basi per la controffensiva. Da parte italiana

(amb. Quadroni) c’era il timore di vedere l’Italia occupata per lungo periodo dalle forze Alleate ed il suo territorio nazionale usato come suolo

strategico su cui impiantare basi navali ed aeree. Le forze di occupazione si ritirarono dal territorio italiano (ai sensi dell’art. 73 del Trattato di

pace, 90 giorni dopo la ratifica dell’accordo datato 31 luglio 1947) il 1 settembre del 1947; nonostante gli avvisi precauzionali di De Gasperi

risulta da un documento del Nsc (national security council) che, in caso di guerra civile in Italia, non era previsto nessun impegno militare

americano. Furono firmati (in giugno e settembre) accordi bilaterali tra l’Italia e gli Usa e tra l’Italia e la Gran Bretagna.

L’Italia cercava insistentemente l’appoggio statunitense in ambito economico quanto in quello militare, nell’elaborazione di una comune strategia

di difesa. Analizziamo i due aspetti: 1. adesione al Fmi, alla Banca Internazionale per la ricostruzione e richiesta di 940 milioni di dollari come

prestito alle Export-Import Bank, per non parlare della rinuncia americana alle riparazioni di guerra. Piena adesione alla dottrina Truman del 12

marzo, piena adesione al piano Marshall del giugno 1947, ratificato dall’Italia nel luglio 1948, stipulazione di Trattati di amicizia, commercio,

collaborazione e cooperazione economica. 2. L’iniziale distacco italo-britannico in relazione all’adesione italiana al progetto a 5 del Patto di

Bruxelles ( 17 marzo del 1948) non era dovuto alla divergenza di vedute circa la sicurezza internazionale, ma era imputabile al desiderio italiano di

partecipare al sistema unico di mutua difesa in cui la presenza statunitense avesse garantito la sicurezza territoriale italiana ( la risoluzione

Vandenberg e le parole del ministro degli esteri canadese erano confortanti per l’Italia nel giungo del 1948). Fu in questo periodo ( in realtà tra

novembre e dicembre) che si frantumò il blocco neutralista dei cattolici della Dc. oramai la questione dibattuta verteva sull’apertura al Wu

(mozione Rossetti) oppure sulla piena convergenza verso il piano di mutua difesa patrocinato dagli Usa (Baget-Bozzo, ma influì anche la

preferenza del Papa Pio XII).

Diverse furono le tesi avanzate dalle alte autorità italiane in merito alla difesa dei confini nazionali/progetti di difesa collettivi: tesi Trezzani,

ovvero difesa avanzata a Nord Est: sistema unico di difesa italo-americano nella regione dell’Austria e di Trieste; viaggio di Marras a Washington:

la richiesta in pratica era l’assunzione da parte degli Usa di impegni precisi per la difesa dell’Italia; la risposta americana fu negativa: l’Italia

avrebbe aderito al Wu, avrebbe dovuto allestire 10 divisioni di standard americano ( mentre Marras aveva quantificato in 3 Divisioni motorizzate,

1 corazzata e 1 alpina il contributo italiano immediato), l’Italia avrebbe autonomamente consolidato e presidiato il confine nord-orientale; anche le

richieste di sostegno/collaborazione/istruzione vengono respinte. L’Inghilterra sollecitava l’adesione italiana al Wu, obiettivo inglese era inglobare

l’Italia in un sistema di sicurezza dove il Mediterraneo era inteso come zona di influenza britannica, ma finalmente l’8 marzo, senza aver

partecipato alla stesura dell’accordo, giunse al Governo italiano il testo del Patto Atlantico (che fu presentato prima della firma, che spetta al

Governo, mentre la ratifica spetta al Parlamento) verso cui furono mosse diverse critiche (trattativa segreta, non partecipazione ai lavori, la non-

automaticità della mutua difesa, la questione minaccia-aggressione, etc) ma che fu approvato il 4 aprile e ratificato il 1 agosto 1948.

LA CED.

Il Piano di difesa a medio termine approvato il 1 aprile 1950 a l’Aja in vist del 1954 (anno di massimo pericolo) prevedeva [i c.d. force goals,

irrealizzabili se non a costo di un massiccio cambio di rotta nella politica degli investimenti, sottraendo dunque fondamentale credito alla

ricostruzione; già il 18 dicembre del 1951 i force goals vennero dimezzati, compatibilmente con le esigenze economiche dei paesi; questa

riduzione dei force goals prospettò un cambiamento radicale nei progetti americani ed il passaggio dell’arma nucleare da strumento politico di

dissuasione a potenza di fuoco tattica] una di forze convenzionali da 25 a 90 Divisioni [delle quali 60 esclusivamente locali] e da 400 a 9 mila aerei

per spostare la linea difensiva dal Reno al confine intertedesco,mentre sul fronte francese le Divisioni sarebbero passate da 12 a 52, mentre sul

fronte italiano le Divisioni sarebbero state 16 e 1/3 e 900 aerei: sforzo bellico il cui onere sarebbe gravato in buona parte sulle capacità economiche

europee, poiché il Congresso americano aderì all’iniziativa dell’One package , approvato l’8 settembre, cumulando aiuti del Piano Marshall

all’applicazione della dottrina Truman.

La risposta francese ad una ricostituzione de facto dell’esercito tedesco si sostanziò in un progetto votato il 24 ottobre 1950 dalle Camere: il piano

Pleven, ovvero la Comunità europea di difesa, una strategia che ebbe come finalità (mai realizzata) l’inquadramento di piccoli contingenti tedeschi

in un esercito sovranazionale. L’atteggiamento italiano a riguardo seguì l’evoluzione del pensiero americano, in principio contrario (si sarebbe

costituito un costoso doppione della NATO in Europa) ma in seguito favorevole. Riarmo tedesco e organizzazione della Ced costituirono due

momenti separati di trattative (volontà di uscire dall’empasse), trattativa (quella della Ced) patrocinata dai federalisti europei (Spinelli e

Calamandrei in testa) che a S. Margherita Ligure redassero un progetto di “SuperStato Europeo”. Pacciardi espose a De Gasperi le perplessità

italiane : dubbi sull’efficacia di integrazione ad un livello inferiore delle Divisioni (si parlava di integrazione di raggruppamenti), dubbi sulla

legittimità costituzionale di un modello che avrebbe previsto lo stanziamento di truppe fuori confine e dubbi sugli effetti positivi di questo

stanziamento sul sistema difensivo interno. Truman (10 luglio 1951) promettendo uno strong support al progetto Ced aprì gli Italiani, divisi, i

favorevoli, tra soluzione modesta (Ced come Commissario sovranazionale) e soluzione ambiziosa (costituzione di federazione parziale, con

esercito, bilancio e strategie di difesa comuni). Le perplessità italiane al caso passarono però in secondo piano (nonostante abbia giocato un ruolo

determinante in senso sfavorevole la non soluzione della questione di Trieste): il progetto fallì per il mancato appoggio francese (il governo

italiano aveva subordinato la sua adesione problematica alla Ced ai risultati, negativi, del voto francese). Il 1954 sarà l’anno dell’evoluzione di

questa situazione: il 23 ottobre (Accordi di Parigi) sancirono l’adesione italiana e

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Scienze politiche e sociali SPS/03 Storia delle istituzioni politiche

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