Fedone – Platone
Fonte: http://www.filosofico.net/fedone.html
Presentazione
Il Fedone è un dialogo giovanile di Platone, in cui si affronta la ricerca della vera causa: Platone si rende conto che i sofisti e Anassagora avevano torto e si imbatte così nella dottrina delle idee. È un'opera che si può in qualche misura affiancare al Menone perché Platone anche qui si sofferma a lungo sull'anamnesis, la reminescenza.
Anche nel "Fedone", dialogo ambientato nel periodo dopo la condanna e prima della sua morte, Socrate parla con due Pitagorici (Fedone e Echecrate) a riguardo della preesistenza dell'anima: egli li porta a capire la questione servendosi di esempi: tira in ballo la scienza dell'uomo e quella della lira, che sono evidentemente diverse tra loro; Socrate afferma che agli innamorati, nel momento in cui vedono una lira o un vestito che il loro amato è solito usare, succede quanto segue: riconoscono la lira e nel pensiero colgono l'idea del ragazzo a cui appartiene la lira: la reminescenza consiste proprio in questo, riuscire a ricordarsi cose tramite vari "agganci", aspetti che stimolano il ricordo.
Nel "Menone" Socrate parla con uno schiavo privo di cultura e gli pone una serie di domande mirate e legate al teorema di Pitagora; chiaramente lo schiavo non lo conosce, ma Socrate ponendogli solo domande specifiche lo porta alla soluzione: è un tipico caso di maieutica. L'unica spiegazione possibile è che lo schiavo si ricordi di un qualcosa che già conosceva, ma aveva dimenticato: dato che non l'ha conosciuto nell'attuale vita significa che l'ha conosciuto in un'altra dimensione (l'altopiano dell'iperuranio). Tale dimenticanza è legata al momento dell'incarnazione: nella sua vita terrena l'uomo può avere momenti in cui ricorda. L'apprendimento è quindi interpretato come il recupero di conoscenze acquisite dall'anima prima di incarnarsi in un corpo, ma dimenticate al momento della nascita e rimaste latenti in essa.
Si definisce giustamente Platone "INNATISTA", perché sostiene che quando nasciamo sono già presenti in noi alcuni elementi di conoscenza. Lo schiavo il teorema ce l'aveva già nella sua mente, si trattava solo di ricordarglielo. Quali sono dunque le vie per ricordare? Un modo, come nel Menone, è avere qualcuno che ci aiuti (Socrate), un altro (più impegnativo) è usare bene la propria esperienza (come nel caso di Pitagora, che per primo si ricordò con la sua esperienza del teorema che gli viene attribuito: in realtà lui non l'ha inventato, se l'è solo ricordato per primo).
Oltre a sostenere la preesistenza dell'anima, Platone era anche convinto della sua immortalità e della sua eternità: l'anima è viva per definizione e un corpo è vivo o morto a seconda che abbia o meno un'anima; l'anima, quindi, dà e toglie la vita. È un qualcosa che partecipa all'idea di vita e che di conseguenza non può partecipare a quella di morte, come il numero 3 partecipa all'idea di dispari e non può partecipare a quella di pari. Per Platone ciò che può corrompere l'anima è l'ingiustizia; essa però non può distruggerla: se l'ingiustizia, che è il suo male peggiore, non è in grado di annientarla, è chiaro che neanche i mali minori ce la faranno.
L'anima, essendo increata, è anche eterna ed immutabile. Per Platone vivere significa prepararsi alla morte perché il distacco dell'anima dal corpo va preparato moralmente: bisogna liberarsi dalle passioni legate al corpo superandole (un po' come era per i Pitagorici e per gli Orfici: occorreva purificarsi). Dal punto di visto gnosologico, l'anima disincarnata coglie facilmente le idee nell'Iperuranio perché in fin dei conti per Platone è solo in assenza del corpo che essa è veramente libera e da sola corrisponde all'essere intellegibile (è costituita dallo stesso materiale di cui son fatte le idee); il corpo invece corrisponde all'essere sensibile, tant'è che è corruttibile ed impedisce all'anima di cogliere il vero essere, che non è il nostro mondo, bensì quello delle idee (di cui il nostro è solo una pallida copia).
In Platone compare la frase "omoiosis teo", che significa ottenere un tale perfezionamento da diventare tutt'uno con la divinità ed è ovvio che non lo si può diventare con il corpo, ma solo con l'anima. Una differenza interessante tra l'anima intesa da Platone e l'anima intesa dai cristiani è che per Platone l'anima è eterna, è sempre esistita e sempre esisterà, per i cristiani è perenne, ossia viene creata e poi esisterà per sempre, ma non è sempre esistita.
Va poi ricordato che Platone aveva identificato diversi livelli di conoscenza, i cui 2 più importanti sono quello della conoscenza sensibile (doxa), basato su un sapere sensibile, instabile e dettato dalle opinioni, e della conoscenza intellegibile (episteme), sicura, certa e basata su cause vere e proprie. A noi viene da pensare che la differenza tra la doxa e l'episteme ad esempio quando osserviamo un libro consista nel conoscerlo meglio o peggio; pensiamo che guardandolo si abbia una conoscenza sensibile e superficiale, mentre esaminandolo da un punto di vista geometrico se ne abbia una intellettuale. Platone invece è convinto che ad ogni livello di conoscenza corrisponda un oggetto preciso: non è che cogliamo il libro prima con i sensi e poi con l'intelletto.
Per Platone dopo che esaminiamo attentamente il libro in modo sensibile, esso ci rievoca con le sue forme geometriche l'idea di parallelepipedo, che è totalmente differente dal libro stesso. Infatti il libro partecipa all'idea di parallelepipedo, cioè la imita, ma non lo è: quando in matematica si dimostra su un parallelepipedo disegnato, in realtà si dimostra sull'idea stessa di parallelepipedo: le regole di dimostrazione valgono per tutti i parallelepipedi perché in realtà vanno riferite solo all'idea del parallelepipedo; d'altronde le misure che risultano dalla dimostrazione non potranno mai essere esattamente compatibili con quelle del nostro disegno: lo sono esclusivamente con quelle dell'idea (quando noi diciamo di disegnare un triangolo rettangolo, diciamo un'assurdità perché è impossibile che un angolo risulti esattamente di 90°: in realtà esiste solo l'idea di triangolo rettangolo).
Di conseguenza ci sono anche 2 soggetti conoscitivi: a conoscere il libro è la sfera del sensibile (il corpo), mentre a conoscere il parallelepipedo è la sfera dell'intellegibile (l'anima). Tutto questo dimostra che vi è una stretta parentela tra l'anima e le idee, che non a caso Platone dice essere costituite dello stesso materiale metafisico ed entrambe eterne: vale a dire che sono immutabili.
La dottrina delle idee
Che cos'è la dottrina delle idee? La parola "idea", innanzitutto, deriva dalla radice greca "id-" che è a sua volta riconducibile al verbo "orao", vedere: è quindi qualcosa che si può vedere ma non con gli occhi, bensì con l'intelletto; la percezione degli oggetti sensibili risveglia il ricordo delle idee dell'iperuranio, le quali permettono di misurare l'inferiorità e la deficienza degli oggetti sensibili rispetto ad esse.
Così qualunque oggetto sensibile possa essere detto bello, non coincide mai con l'idea della bellezza nella sua perfezione ed immutabilità. L'idea di bellezza, per esempio, è il modello ed il criterio in base al quale possiamo denominare belli determinati oggetti: infatti è perché già possediamo l'idea di bellezza che possiamo designare belli questi altri oggetti.
Nei primi dialoghi Platone aveva presentato l'indagine di Socrate proiettata alla ricerca di definizioni, ossia di risposte corrette alla domanda: "Che cos'è x?" (dove x sta per bello, giusto...). Per Platone la risposta a questa domanda consiste nel rintracciare l'idea in questione (per esempio l'idea di bellezza, di giustizia...). L'idea è dunque un "universale": ciò significa che i molteplici oggetti sensibili, dei quali l'idea si predica, dicendoli per esempio belli o giusti, sono casi o esempi particolari rispetto all'idea: un
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