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Essere

Pensare l'essere per Heidegger è una richiesta che ha senso solo all'interno del discorso di filosofia della storia - il pensiero

occidentale avrebbe voltato le spalle all'essere dedicandosi alla manipolazione degli enti. Inoltre è richiesta che manifesta una

esigenza che da ultimo appare piuttosto religiosa che teoretica, giacchè il pensiero dell'essere avrebbe la funzione di ridurre le

pretese egemoniche della soggettività, dell'umanismo e della tecnica, e di porre le basi per una rinnovata pietà.

Essere-nel-mondo

L'uomo non è un che cosa, ma un chi, una esistenza; il suo modo di essere costitutivo è di essere-nel-mondo, non come la

parte del tutto o come l'acqua nel bicchiere, ma come apertura a esso, cioè in quanto vi abita e ne ha cura, in quanto è

familiare con esso. Il mondo a cui il Da-sein si apre, non è l'insieme o la somma delle cose semplicemente-presenti in esso,

ma è la significatività di ciò con cui si ha a che fare (tà pràgmata), cioè delle cose-a-nostra-disposizione, che servono a

qualcosa e rinviano a esso.

Contesa tra Mondo e Terra (ovvero tra il tessuto irriducibile di rimandi di senso e la materialità)

L'esser-opera dell'opera, la sua natura artistica, si riflette piuttosto, per Heidegger, nella sua capacità di disporre un Mondo

(ovvero un tessuto irriducibile di rimandi di senso), mantenendone aperta l'esposizione, senza contrarne il significato in un

messaggio chiuso e definitivo. L'opera è tuttavia anche materialità, oltre che esprimersi come veicolo di forme: questa

materialità Heidegger la individua nella capacità dell'opera di "porre qui" la Terra, ovvero di manifestare nell'aperto del Mondo

ciò che sempre si sottrae e custodisce il senso ritirandosi in sé stesso(la Terra, appunto, ovvero l'elemento più direttamente

materiale, presente nell'opera). In questo senso nell'opera d'arte è all'opera una lotta, una contesa, che è anche frutto di reciproca

appartenenza, fra Mondo e Terra, che l'artista sa riunire nella semplicità e nell'intimità della loro relazione, in cui si storicizza

la verità. L'arte è quindi, per Heidegger, in primo luogo il determinarsi della verità nell'opera, il frutto di questa lotta; ma

anche, allo stesso tempo, la salvaguardia della verità, configurata in quest'opera e che subisce il continuo divenire, che è

proprio del movimento della verità (pensata come alētheia, svelamento).

Maurice Merleau-Ponty

Fenomenologia della percezione (Sull'esperienza pre-discorsiva * 1945)

Merlau-Ponty in questa opera teorizza il ritorno alle cose stesse, ad una dimensione originaria dell'esperienza. Questa si

dischiude attraverso la percezione, intesa come il fulcro di una soggettività non separata dalla sfera del corporeo e non isolata

dalla dimensione intersoggettiva. L'opera descrive la percezione vissuta come totalità strutturata e formata che fonda lo stesso

pensiero; quest'ultimo per dar conto dei propri presupposti, deve tornare alla percezione formatrice in cui il mondo si rivela

come il senso di tutti i sensi, lo stile di tutti gli stili. Il tentativo è di evitare sia la riduzione idealistica del mondo a

proiezione della coscienza, sia la riduzione positivistica dell'esistenza parte di un meccanismo oggettivo e cosa del mondo,

praticando la fenomenologia, studio delle essenza, del definirle - essendo loro collocate nell'esistenza, filosofia che si lascia

praticare ancor prima di esser giunta ad un'intera coscienza filosofica.

Coscienza filosofica

L'assoluta svincolata certezza di me per me (in quanto sono coscienza, cioè in quanto qualche cosa ha senso per me, io non

sono qui, né là, né X, né Y, non mi distinguo in nulla da un'altra coscienza in quanto siamo tutti presenze immediate al

mondo. Le coscienze comunicano perché pre-personali; la comunicazione tra loro è postulata dalla definizione stessa di

coscienza, senso o verità.

Intenzionalità

L'intenzionalità non è comprensibile se non in funzione della riduzione: ogni coscienza è coscienza di qualche cosa. Husserl

distingue in intenzionalità d'atto - quella volontaria, e l'intenzionalità fungente l'unità naturale e anti-predicativa del mondo e

della nostra vita, dei nostri desideri (pulsioni). Tramite queste il mondo si pronuncia instancabilmente a noi e non può essere

reso più chiaro dall'analisi filosofica - che può solo ricollocarlo sotto il nostro sguardo, la nostra constatazione.

Mondo

Il mondo è per definizione unico, in quanto sistema della verità. Il mondo è ciò stesso che noi rappresentiamo, non come

uomini o soggetti empirici, ma nella misura in cui siamo tutti una sola luce e partecipiamo all'Uno senza dividerlo. E poiché

anche noi siamo al mondo, poiché anche le nostre riflessioni prendono posto nel flusso temporale che cercano di captare, non

vi è pensiero che abbracci tutto il nostro pensiero - dunque il mondo.

L'Altro

Gli altri sono accessibili, al massimo sono nascosti nell'ombra creata dalla stessa unica luce. Occorre che io sia la mia

esteriorità e che il corpo dell'altro sia lui stesso - definiti nella loro situazione inerente, non liberati. Occorre dunque che la mia

esistenza non si riduca mai alla coscienza che io ho di esistere.

Riduzione fenomenologica (Eugen Fink: stupore di fronte al mondo)

La riduzione fenomenologica non ci mette in presenza di una coscienza pura e di un mondo a essa correlato di significati

trasparenti, ma ci fa attingere una coscienza sempre definita dal corpo come rapporto originario con il mondo e dalla situazione

storica come rapporto originario intersoggettivo. Dunque, è il ritorno ad una coscienza trascendentale di fronte alla quale il

mondo si dispiega in una trasparenza assoluta, da parte a parte animato da una serie di appercezioni che il filosofo avrebbe il

compito di ricostruire a partire dal loro risultato. Il più grande insegnamento della riduzione è l'impossibilità di una riduzione

completa.

Storia

Tutte le visioni della Storia sono vere a condizione che non le si isoli, che si raggiunga l'unico nucleo di significato

esistenziale che si esplicita in ogni prospettiva. Il pensatore non pensa mai se non a partire da ciò che egli è, dunque tutte le

fondazioni delle dottrine (economiche, psicologiche, sociali..) sono necessariamente vere. Questa è la genesi del senso di

Husserl. E poiché siamo al mondo noi siamo condannati al senso e non possiamo fare nulla né dire nulla che non assuma un

nome nella Storia.

Emmanuel Lévinas

Sviluppando il tema husserliano dell'oltrepassamento dell'oggettività in direzione della coscienza costituente, Lévinas giunge

ad affermare la necessità di superare anche questa per accedere a una relazione più originaria del rapporto di intenzionalità. In

questo sviluppo della fenomenologia (simile ad Heidegger ma differente per il primato accordato al punto di vista etico, non

ontologico). La filosofia di Lévinas muove da una contestazione della tradizione ontologica del pensiero occidentale come

ricerca di una teoria generale dell'essere, dominata dal principio di totalità. La totalità, in quanto negazione dell'alterità, è

infatti fonte di egemonia, egoismo e violenza. Alla totalità va opposto il principio dell'alterità, il quale non può essere colto

dalla ragione, che tende piuttosto a identificare - quindi negare le differenze. Esso si manifesta originariamente solo nel

rapporto etico, cioè in un rapporto in cui l'alterità dell'altro uomo sia radicalmente riconosciuta e rispettata. Questa relazione,

che precede e fonda l'uso della ragione e del linguaggio - rompe la continuità dell'essere, introducendo una dimensione di

infinità e di trascendenza, nei limiti della quale soltanto riacquista senso l'idea di Dio. L'etica è l'unica via attraverso la quale

si può dare senso alla soggettività. Secondo Lévinas, il soggetto come identità piena e forte deve sì perdersi, ma solo per farsi

soggetto all'altro uomo; e nella responsabilità inalienabile di fronte a lui consiste la sua identità. Per la sua storia di vita la

filosofia di Lévinas tenderà a giustificare il suo essere a sé stesso, e l'appartenenza religiosa vedrà l'attuarsi di una teologia

negativa.

Discontinuità

Perché si abbia l'avvenire bisogna far esplodere il tempo. La discontinuità non menoma il tempo, lo porta avanti, con

l'irrompere del nuovo nell'esistenza. La morte per Lévinas è discontinuità: passaggio dall'essere presente al l'avvenire, se

adesso è il possibile la morte non è mi adesso. Il tempo insorge dopo che il presente è esploso: l'assolutamente altro dalla

morte deve avvenire! Il faccia a faccia con gli altri è ciò che fa saltare il presente, governato dal sé.

Femminilità

La femminilità non è differenza specifica ma transpecifica, non si può contrapporre al maschile perché è mistero, si sottrae al

logos nella sua transpecificità. La sessualità infine non può essere ragione ultima di scelta come per Freud: per Lévinas l'Altro

non è mai oggetto e il suo mistero, dell'Altro, ci preoccupa perché minaccia la nostra padronanza del sé su sé stesso.

Inconscio

L'inconscio per Lévinas è un buco nella coscienza perché è fuori dalle sue dinamiche.

L'Altro e l'Altri

L'Altro non è definibile in positivo, come la divinità si sottrae alla determinazione se non per negazione. Irrompendo, l'Altro,

mette in crisi la logica, non è ciò che viene a noi in confronto ma è il volto che crea discontinuità e, dunque, avvenire. L'Altri

è l'assunzione della nostra esperienza, di ciò che è irriducibile alla nostra esperienza. Nell'Altri non c'è interpretazione da parte

del sé né gestione: è l'accettazione. Lévinas si oppone alla dottrina del solipsismo (l'evidenza assoluta, ma anche invalicabile,

dell'io individuale).

Solitudine e esperienza sociale

La solitudine è assenza di tempo, è assumersi in sé come condizione stessa dell'esistere. L'essere preso in sé stesso come

opposto all'esperienza sociale ma è una contrapposizione che sta dentro il principio di identità. La società è intesa come medio

tra la solitudine e l'esperienza sociale. Il saltare della solitudine del sé porta all'avvenire.

Sofferenza e morte

Il dolore e la morte sono i medi attraverso cui avviene l'uscita dall'esistenza: sono la perdita (precipitare) della coscienza. Se il

sé è potenza sofferenza e morte sono lì ad attestarne l'impotenza. La sofferenza è oggetto che incombe e non essendo più di

fronte al singolo non può essere governata. La morte è l'abdicazione del sé al suo potere - quindi non il nulla ma il venir meno

del sé, il ni-ente, il precipitare.

Storia

La Storia per Lévinas è un luogo di ordinamento a posteriori.

Traccia

Per Lévinas la traccia non rimanda mai nella pienezza a ciò che è stato, richiama piuttosto uno scarto che con l'intelligenza

cerchiamo di ridimensionare. Salta l'orizzonte fenomenologico nel darsi della traccia, che procede dall'assolutamente assente. E

non essendoci intenzione non ha referente concettuale di riferimento. Un esempio di traccia come determinazione negativa è il

ricordo: il passato è dunque ingestibile perché indefinibile. In noi il passato agisce, nella traccia sprofonda nell'eternità, in una

logica abissale in cui la diacronia del tempo si perde. La traccia non è un segno, il segno rimanda in quanto appartenente alla

fenomenologia che determina in positivo le cose: la traccia è invece l'esatto contrario, il non-darsi della presenza. La traccia è

non esistenza, è l'assolutamente altro da noi. Ma mi visita e come il volto mi obbliga a confrontarmi con essa in un rapporto

diseguale.

Volto

Il volto per Lévinas è qualcosa che si dà nell'assoluta nudità, escludendo la forma è essere vuotezza. Il volto si sottrae al logos

(non ha senso) e alla logica manifestativa dove la forma si dà nella pienezza, nella bellezza (ma non il farsi avanti nell'eros di

Platone). Implica un rapporto squilibrato, è venuto ad apparire e ha rotto la logica della giustizia dell'equilibrio. Apparendo

sconvolge la logica dell'apparizione e ci costringe ad uscire dai meccanismi comprensibili della nostra esperienza, perché prima

di tutto esige una risposta.

Jacques Deridda

La différance (1968, in Margini della filosofia del 1972)

La différance è il gioco differenziale che è all'origine di ogni significazione e che in sé è inaudito, come inaudita è la a

che in questa parola sostituisce la e dell'espressione francese. Con ciò Derrida intende mostrare la possibilità di

eccedere il logocentrismo. Il carattere inaudito della a allude infatti al lavoro silente e decostruttivo della scrittura,

nonché a un'alterità eccentrica rispetto al sistema del logos, definibile come inconscio: il logos stesso non è che la

traccia di questa alterità. La terminazione in -ance è propria delle parole che formate sul participio presente restano

in sospeso tra attivo e passivo. Dunque la différance è il luogo medio origine di ogni differenza, il gioco che le rende

possibili. Più che un concetto questa parola indica l'operazione dell'originarsi dei significati, il gioco che li produce

e che porta a vedere la lingua come un tessuto di differenze. La différance resta un non-concetto, ai limiti della

teologia negativa. Ogni possibilità di pensare il tempo presuppone l'originarietà della différance. Il punto essenziale

non è nei termini ma nel loro movimento che ne riconosce la non-autosufficienza: l'essere (verbo) non è un ente, ma

richiama il primato del Dasein sull'essere. Non abbiamo a che fare con degli enti ma con degli utilizzabili. Ma non è

la scoperta del principio assoluto del movimento, è il passaggio errante continuo della différance, la posizione

intermedia. Per Derrida l'assenza cui la traccia di Lèvinas rimanda è ancora dentro la metafisica. Presupposti teorici

della nozione sono l'idea saussuriana della significazione e la nozione heideggeriana di differenza ontologica.

Decostruzione (fenomenologia dell'assenza)

Critica al logocentrismo, contestazione del privilegio accordato dalla tradizione metafisica alla presenza e alla voce

come incarnazione del logos e come medio espressivo capace di rendere disponibile l'essere per un soggetto finito. In

tale accezione la decostruzione acquisisce una portata critica contro lo stesso Heidegger in cui Derrida ravvisa un

perdurante atteggiamento logocentrico, per il legame prioritario che si stabilisce tra l'essere e la parola, ciò comporta

implicitamente una determinazione dell'essere come presenza.


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AUTORE

luca d.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Dizionario di Filosofia contemporanea utile per la materia Storia della filosofia, in cui vengono delineati in breve il pensiero di: Edmund Husserl, Martin Heidegger, Maurice Merleau-Ponty, Emmanuel Lévinas, Jacques Deridda, Paul Ricoeur, la crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Storiche Prof.

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