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FASCISMO, FASCISMI

Enzo Collotti,

1. Per una definizione generale del fascismo

La definizione del fascismo come fenomeno internazionale è vecchia quanto il

fascismo stesso: essa trovò immediata applicazione nelle analisi della Terza

Internazionale (Clara Zetkin, 1923) ma fu comune anche a storici e sociologi di

tradizione socialdemocratica (da Carl Landauer a Otto Bauer).

A partire da questi, una lunga tradizione di studi ha analizzato le esperienze dei

fascismi cosiddetti classici (fascismo italiano e nazionalsocialismo tedesco)

all’interno della categoria generale del fascismo.

È esigenza precisa dello storico individuare il fascismo nei suoi tratti

caratterizzanti, ricomponendo un quadro internazionale unitario ma non

indifferenziato, attraverso lo studio delle molteplici esperienze specifiche ma

riconducibili a fattori e matrici nelle grandi linee comuni. È esigenza dello

storico, quindi, dare unità concettuale a esperienze storiche determinate.

Nel 1963 uno studioso tedesco-occidentale, Ernst Nolte, ebbe il merito di

affrontare l’esperienza storica del fascismo come momento caratterizzante

Der

della storia d’Europa tra le due guerre mondiali, con un libro intitolato

Faschismus in seiner Epoche (nel quale affrontò le esperienze italiana, tedesca

dell’Action française).

e il movimento Successivamente, Nolte dedicò molti altri

lavori ai movimenti fascisti comparsi in Europa tra il 1918 e il 1945. Il più

grande limite dei suoi lavori è stata però la pretesa di interpretare il fascismo

esclusivamente attraverso le opere e le costruzioni ideologiche dei suoi

sostenitori. Per questo Nolte interpreta il fascismo come filiazione per contrasto

dal bolscevismo; per questo relativizza i crimini del nazionalsocialismo (in

particolare lo sterminio degli ebrei) considerandoli una risposta ai crimini del

bolscevismo, sino al limite di adombrare l’aggressione nazista all’Unione

Sovietica alla stregua di una guerra preventiva. Al di là di questi errori, Nolte

aveva però capito che bisognava orientare lo studio del fascismo in un’ottica

non nazionale ma europea: questo spunto rimane tuttora valido.

Un tentativo analogo è stato a distanza di un decennio ripreso sulla base di

presupposti molto diversi da un altro studioso tedesco-occidentale, Kühnl, nel

Due forme di dominio borghese: liberalismo e fascismo.

lavoro dal titolo Kühnl

Führerprinzip

individua alcuni punti comuni ai regimi e ai movimenti fascisti: il o

principio del capo; il partito unico e l’esistenza di una milizia di partito;

l’ideologia elitaria e razziale; il corporativismo inteso come ampio intervento

nello Stato nella regolamentazione dell’economia senza che risulti intaccato il

principio della proprietà privata.

Non sono state (e non sono) poche però le reticenze e le avversioni dirette ad

accettare una definizione del fascismo che uscisse dal limite dell’esperienza

nazionale italiana, a partire da quelle di Renzo De Felice in Italia e di Bracher in

Germania. (Intervista sul fascismo,

Nel De Felice 1975) diventa ossessiva la

preoccupazione di allontanare dal fascismo italiano il peso della responsabilità

dei gravi crimini di cui si è macchiato il nazismo, a costo di rischiare una sorta

di caricatura del fascismo buono al confronto di quello cattivo. La visione

riduttiva e giustificazionista del regime fascista cui egli è pervenuto ha reso

sempre più incerta la collocazione stessa del fascismo rispetto alla storia

d’Italia, quasi che alla dittatura fascista non si dovesse attribuire più alcun

carattere periodizzante nella storia dell’Italia unita. Espunto dalla storia d’Italia,

ridotto quasi a invenzione dell’antifascismo, il fascismo rischia poi di essere

espunto anche dalla storia d’Europa: l’accentuazione della centralità

dell’antisemitismo nel nazionalsocialismo in Germania serve al De Felice per

marcare ulteriormente la distanza del fascismo italiano dal nazismo, per

allontanare definitivamente ogni connotato di affinità tra i due regimi, per

sostenere in via concettuale una autonomia della linea politica dei due regimi

smentita dai fatti.

Il fascismo, dal rango di regime e sistema politico con connotati determinanti e

carattere periodizzante nella storia d’Italia, scade a mero accidente o incidente

della storia, in una scadente versione della crociana teoria della parentesi.

Storiograficamente inconsistente e scorretta, questa versione defeliciana del

fascismo risulta funzionale solo alla polemica contro l’antifascismo.

Die deutsche Diktatur,

Anche Bracher (con del 1969) mette in discussione la

possibilità di adoperare la categoria generale di fascismo. Il concetto di

fascismo coprirebbe l’esperienza italiana ma non quella tedesca (che rispetto

alla prima conosce l’elemento dello sterminio razziale, inteso come il prodotto

arbitrario più aberrante di un potere dispotico, cieco e irrazionale). Soltanto

sotto la categoria del totalitarismo (inteso come negazione della libertà e fine

del pluralismo democratico) si possono accomunare il fascismo italiano e il

nazionalsocialismo tedesco (insieme allo stalinismo sovietico). Francamente

non si capisce perché le esperienze del fascismo italiano e del nazionalismo

tedesco, non comparabili sotto il profilo di un unico concetto di fascismo, lo

diventerebbero dilatando la comparazione a una terza entità, che presenta

percorsi storici e dati sociologi completamente diversi.

Dalla ricerca empirica emergono anche altri elementi peculiari dei fascismi:

1. la loro caratteristica di raccogliere il consenso essenzialmente tra i ceti

medi, urbani e rurali, a seconda dei contesti sociali e nazionali, uniti dalla

crisi della prima guerra mondiale e dalla conseguente perdita di

sicurezza, di status e dalla crisi di fiducia dei vecchi ceti medi anche in

relazione all’affacciarsi di un nuovo ceto medio figlio della guerra, della

burocratizzazione della terziarizzazione cresciute sulla mobilitazione per

la guerra;

2. un’ideologia contraria allo Stato liberale, contraria alle prospettive di

regimi democratici, al pluralismo politico e sociale e, infine, contraria al

socialismo e al bolscevismo.

Il fascismo nasce da una frattura più profonda

in Paesi come l’Italia, la Germania e l’Austria,

che hanno conosciuto già prima della guerra La cesura è meno profonda dove

processi di politicizzazione e di prima dei regimi non si affermarono

democratizzazione di una certa profondità

(Italia giolittiana o Repubblica di Weimar e processi di politicizzazione

prima repubblica austriaca). Questo stesso democratica e di mobilitazione delle

processo di politicizzazione spiega come in masse ma governi d’élite o

questi Paesi anche il fascismo assuma le oligarchici di tipo nazionalistico o

caratteristiche di mobilitazione di massa. clericale (spesso attraverso figure

La dittatura fascista e nazista assunse i suoi autoritarie e militari come

caratteri più definiti dove si affermò dopo aver l’ammiraglio Horthy o il maresciallo

portato a compimento la distruzione di sistemi Pilsudsky, il generale Antonescu o

democratici nati su processi di larga

politicizzazione. Più capillare era stata la monsignor Tiso, il generalissimo

mobilitazione democratica, più radicale Franco o il maresciallo Pétain).

doveva esserne l’estirpazione ad opera del

fascismo. La vittoria del fascismo consistette

in questi casi anche nella sua capacità di La dittatura in questi casi assunse

impadronirsi esso stesso degli strumenti che quindi prevalentemente i caratteri

avevano attivato la mobilitazione delle masse, del regime autoritario o della

arrivando al potere con il consenso (in dittatura militare.

qualunque modo manipolato) delle masse.

3. Nell’era della società di massa, regimi fascisti veri e propri e regimi

autoritari gravitanti verso di essi sono regimi dittatoriali e oligarchici che

hanno comunque bisogno di attivare e organizzare il consenso

attorno alla piramide dirigente.

Questo processo avviene in misura e con modalità diverse:

l’organizzazione delle masse è più ferrea, produce la militarizzazione e il

controllo sociale capillare nelle società industrializzate, a forte

concentrazione urbana, anche perché tende a modellare l’organizzazione

della società secondo gli schemi e le gerarchie di un sistema aziendale.

Lo stesso processo si affida viceversa maggiormente a forme più

tradizionali di controllo sociale (forza della religione, integrazione dei miti

e delle antiche gerarchie sociali) laddove non si sono create le condizioni

di sviluppo di moderni movimenti di massa.

Il fascismo va studiato anche in relazione ai movimenti che non hanno

instaurato direttamente regimi o che sono andati al potere soltanto in

coincidenza con le occupazioni militari della Germania nel corso della

seconda guerra mondiale.

Nell’area dell’Europa orientale e sud-orientale i movimenti nazionalisti e

paramilitari di ispirazione fascista (le Croci frecciate in Ungheria, la Guardia di

Ustaša

ferro in Romania o gli in Croazia) rappresentarono il supporto di massa

organizzato delle dittature militari o autoritarie in essi insediate.

L’esperienza di questi Paesi (al di là dell’analisi specifica di ciascun contesto

nazionale) è sintomo del processo di fascistizzazione che vive l’Europa tra le

due guerre .

1

2. Le vie nazionali al fascismo

[Italia]

Primo ad arrivare al potere tra i movimenti ascrivibili alla categoria del

fascismo, il partito nazionale fascista ha conferito la sua impronta allo

sviluppo delle istituzioni e della società italiana dal 28 ottobre 1922 al 25 luglio

1943.

Ma la storia del fascismo in Italia non è racchiudibile solo all’interno di queste

date: l’avvento al potere nel 1922 fu l’esito di una lunga incubazione e il

fascismo sopravvisse anche dopo il 25 luglio 1943 al suo crollo istituzionale

(con tendenze alla nazificazione nel corso dell’occupazione tedesca dopo

l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando il fascismo si adeguò con sempre

maggiore passività all’aspetto puramente repressivo e intimidatorio della

gestione della potenza d’occupazione. La Repubblica sociale va considerata

come una rivelazione o conferma di tendenze di fondo del fascismo, cui i

compromessi istituzionali che avevano accompagnato il regime del ventennio

non avevano consentito di esprimersi compiutamente).

Rispetto al rapporto con la storia d’Italia si può affermare (con Giorgio

Candeloro) che il fascismo abbia con la storia precedente e con quella

successiva dell’Italia «un rapporto di continuità e di rottura».

Dall’Italia liberale il fascismo ha ereditato alcune istituzioni (esercito,

burocrazia, monarchia) e alcune tendenze di politica estera ma anche una

prassi di governo essenzialmente autoritaria, che poi esso ha fortemente

accentuato.

D’altra parte il fascismo ha rotto una tradizione di parlamentarismo liberale e

ha soppresso completamente le garanzie di libertà che lo Statuto albertino, sia

pure con vari limiti, aveva stabilito. Il fascismo soppresse completamente la

libertà sindacale e le libere organizzazioni dei lavoratori sostituendole con una

forma di sindacalismo di Stato.

1 Lo stesso processo di unificazione che si voleva realizzare con il Nuovo Ordine Europeo ( che di fatto

fu un processo di nazificazione) non può essere considerato alla stregua di un regime di occupazione

militare praticato con il terrore e lo sfruttamento. L’occupazione militare fu possibile perché si radicava su

un terreno già largamente compenetrato dal fascismo. L’occupazione fu una potente leva di unificazione

di esperienze diverse, ma già in buona parte predisposte a recepire la lezione degli Stati totalitari.

Premessa: il fascismo vive un dualismo di potere con la monarchia nel campo

costituzionale e un compromesso con la Chiesa cattolica nel campo della

gestione del consenso. Questi sono i limiti che si frappongono in maniera

stabile, istituzionale, all’esercizio di un potere assoluto da parte del regime

fascista.

Prima fase (tra l’avvento al potere nell’ottobre 1922 e l’uccisione di Matteotti

nel giugno 1924): è caratterizzata dalla cosiddetta politica di alleanze del

fascismo; è una fase moderata soprattutto per ragioni interne. Il fascismo

misura la sua forza nei confronti delle altre aggregazioni politiche esistenti e si

pone come centro di aggregazione in alternativa ai vecchi schieramenti

dell’Italia giolittiana e del periodo immediatamente posteriore alla Prima guerra

mondiale. È una fase di normalizzazione, nella quale il fascismo occupa il

potere con l’inserimento nelle leve decisive di uomini di emanazione diretta del

movimento fascista o di esponenti del liberalismo moderato che, mentre

assolvono ad una funzione di rassicurazione verso l’esterno, sono i veri garanti

della compatibilità dei fascisti con l’ordinamento costituzionale esistente.

È vero che già nel 1922 entra in funzione il Gran Consiglio del fascismo, primo

anello nel processo di integrazione tra Stato e partito e prima consistente

riforma dell’esecutivo (il Gran Consiglio usurpa i poteri del governo

anticipandone le decisioni), ma è anche vero che ci troviamo ancora in una

situazione fluida, in cui l’esigenza di concentrazione di tutte le forze nazionali

prevale rispetto alla volontà di avocare il potere assoluto agli uomini del partito

fascista.

Il consenso dell’esercito, di uomini dell’industria e della finanza, oltre che dei

centri dell’apparato dello Stato, prefigura le componenti del blocco di potere

che si salda intorno al fascismo. Significativo della tattica delle alleanze è il

progetto di riforma della legge elettorale, la legge Acerbo, che introduce il

premio di maggioranza per il raggruppamento che conquista la maggioranza

relativa.

Seconda fase: fu soltanto dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e la reazione

delle opposizioni (quella aventiniana, che contava sulla dissociazione della

monarchia dal fascismo; e quella comunista, allora nettamente minoritaria) che

il fascismo accelerò i tempi delle trasformazioni istituzionali. Tra il 1924 e il

1926 si realizzò il maggior numero di provvedimenti destinati a scardinare il

vecchio ordinamento liberale e a creare le premesse di un sistema

completamente diverso.

In questa nuova fase il fascismo non solo liquida gli istituti dello Stato liberale

che rappresentavano un ostacolo all’esercizio del suo monopolio del potere, ma

pone mano direttamente alla creazione dei nuovi istituti dello Stato fascista.

Nell’ambito di questo processo di fascistizzazione (con le leggi

“fascistissime” tra il 1925 e il 1926) il comune denominatore è rappresentato

dal rafforzamento sotto ogni profilo del potere esecutivo. All’esaltazione del

ruolo del capo del governo come somma di poteri dell’esecutivo e insieme

espressione del potere fascista si accompagnarono le norme tendenti al

rafforzamento complessivo dei poteri dell’esecutivo (in primo luogo

l’abilitazione del governo a emanare norme legislative attraverso la

decretazione d’urgenza, a ulteriore scadimento della funzione parlamentare,

degradata a funzione meramente consultiva e, dopo la riforma elettorale del

1928, meramente decorativa). L’ascesa del potere esecutivo significò anche la

fine della libertà di associazione e della pluralità dei partiti politici, l’incremento

del peso politico del partito fascista come partito unico e partito di Stato, anche

attraverso la valorizzazione di organismi come il Gran Consiglio del fascismo,

che nel 1928 sarebbe stato consacrato come supremo organo costituzionale,

ossia come vertice dell’organizzazione dello Stato. In questa riforma

dell’organizzazione dello Stato importante fu anche la fine delle autonomie

locali (abolizione delle amministrazioni elettive, nomina dall’alto delle

amministrazioni, accentuazione dei poteri dell’esecutivo attraverso

l’esaltazione dei compiti dei prefetti, rappresentanti periferici

dell’amministrazione centrale).

Il secondo campo che venne investito dalla raffica di misure legislative che

sconvolse il quadro giuridico-costituzionale fu quello della sfera di libertà dei

cittadini: se già il governo si era arrogato il diritto di privare della cittadinanza

uomini dell’antifascismo costretti all’emigrazione, la manomissione dei diritti di

libertà divenne totale con l’emanazione delle nuove leggi di massima

sicurezza, che oltre a creare nuovi strumenti per la repressione di attività non

conformi all’orientamento del governo fascista (la creazione dell’istituto del

confino, la creazione dell’Ovra), rappresentava una sintesi di tutti i divieti che si

frapponevano all’esercizio dei diritti di libertà (dalla libertà di associazione a

quella di espressione e di stampa). Si trattò di un insieme di provvedimenti che

non incise solo sotto il profilo istituzionale; ebbe eguale importanza sulla

coscienza e sulla cultura politica collettiva, contribuendo in maniera definitiva

ad un’opera di profonda corruzione morale della popolazione italiana.

Emblematica in questa fase fu la creazione del Tribunale speciale per la difesa

dello Stato, che inserì una giurisdizione eccezionale in un sistema giudiziario

ormai già inquinato nella sua autonomia e che assolse a una funzione di

intimidazione permanente.

Infine, il fascismo affrontò in questa fase il problema dell’organizzazione dei

lavoratori, primo aspetto di quella che potremmo definire una politica di massa.

Il problema per il fascismo era duplice: spezzare definitivamente l’esistenza di

un sindacalismo

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.oggionni3 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof De Bernardi Paola.
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