STORIA DELLA COLONNA INFAME
Il finale dei Promessi Sposi ha uno stretto legame con il modo in cui la ‘’Storia della colonna infame’’ entra in
relazione con il romanzo stesso. Per quanto riguarda la conclusione del romanzo, sappiamo che si iscrive nella
categoria del lieto fine (in senso generale), Renzo e Lucia possono sposarsi e Renzo vende i suoi territori al
Nuovo Marchese (sostituto di don Rodrigo), così da potersi trasferire nel bergamasco dove aveva vissuto
quando era ricercato.
Renzo, dopo qualche difficoltà iniziale, iniziare a fare fortuna assieme al cugino Bortolo diventando proprietario
di un filatoio. Con Lucia mettono al mondo numerosi figli, quindi famiglia numerosa insieme alla mamma
Agnese e dopo tutto questo racconto, Manzoni getta un ultimo sguardo sui due, descrivendo un Renzo che nel
corso degli anni ama raccontare le disavventure vissute e anche ciò che ha imparato grazie a queste.
(personale insegnamento)
‘’Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva
imparate, per governarsi meglio in avvenire. - Ho imparato, - diceva, - a non mettermi ne’ tumulti: ho
imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar
troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente
che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel
che possa nascere -. E cent’altre cose. (spiegazione moralista e razionalista degli eventi accaduti; la vita è
regolata da un meccanismo di causa-effetto, ha imparato una dottrina basata sul buon senso per cui si
possono evitare i guai comportandosi in modo cauta)
Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in
confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra
ogni volta, - e io, - disse un giorno al suo moralista, - cosa volete che abbia imparato? Io non sono
andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, - aggiunse,
soavemente sorridendo, - che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
(A Lucia questa dottrina sembra insufficienza perché non spiega tutto ciò che è accaduto, perché nonostante
non abbia cercato guai tramite atteggiamenti, questi sono arrivati lo stesso. Lucia vuole far riflettere lo stesso
Renzo, per cui secondo la sua ottica il razionalismo di Renzo non basta a spiegare il male del mondo. Non
sempre è possibile ripararsi dal male, perché l’uomo è sempre in balia di cose che vanno contro la loro volontà,
come il male che è insito nella natura. Lucia conosce bene le sacre scritture dove il Male arriva anche a chi fa
sempre del bene, le persone buone. Questa obiezione mette sicuramente in difficoltà Renzo).
Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai
vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non
basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li
raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente,
c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. (Arrivano alla
conclusione che i guai quando vengono bisogna accettarli con fede in Dio, cercando di raddolcire l’animo
pensando che i guai possano essere utili per una vita migliore, quella ultraterrena. La Provvidenza esiste
nell’aldilà. Manzoni vuole sottolineare che no sempre esiste un lieto fine e che quando esiste, bisogna
comunque ricordare gli eventi maligni che hanno portato a questo)
La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, (fa riferimento al ritrovamento
dal manoscritto che Manzoni riscrisse) e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo
riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.’’ (CAP XXXVIII)
Subito dopo non si trova la canonica parola ‘’Fine’’, il lettore voltando la pagina troverà l’appendice dove
troviamo ‘’Storia della colonna infame’’. Il finale quindi è composito, costituito da romanzo e da quello che c’è
scritto nell’appendice storica. Quindi se il lettore vuole capire il vero significato di questo romanzo, deve
leggere anche l’ultima parte. STORIA DELLA COLONNA INFAME
Molti lettori si aspettavano nella quarantana, rispetto alla ventisettana, un seguito rispetto alla storia tra Renzo
e Lucia. La decisione suscitò molto scalpore e quasi delusione.
In Storia della colonna infame si parla solo di fatti storici, riguardanti i processi verso gli untori nella Milano del
1630. Ricostruzione che avviene tramite la documentazione degli atti processuali, come fece nei capitoli XXXI
e XXXII dei Promessi Sposi quando parla solo ed esclusivamente della peste. Manzoni cerca comunque di
dare una forma letteraria, utilizzando espedienti e artifici retorici. Si discosta così dal romanzo di invenzione,
dove gli eventi tragici possono convivere con quelli positivi e decide di scrivere un saggio storico (o meglio,
inaugura il racconto inchiesta, dove si raccontano fatti realmente accaduti con intento di denuncia sociale,
facendo trasparire il punto di vista critico), nel quale convivono solo elementi negativi perché non c’è alcun tipo
di lieto fine.
L’idea di dedicare una puntuale descrizione sui processi nei confronti degli untori, Manzoni l’aveva già ai tempi
del Fermo e Lucia nel quale, infatti, voleva inserire un intero capitolo dedicato; però si rende conto che questa
pausa dal racconto avrebbe allungato di troppo il romanzo, perciò decide di dedicargli un’appendice: nel 1824
compone l’appendice storica sulla colonna infame che non pubblicherà nella ventisettana. Questa appendice
storica (la I redazione della Storia della colonna infame) è stata elaborata secondo un taglio omogeneo quello
del romanzo, dove manteneva l’intreccio sta storia inventata e reale, la seconda invece no. Quando la
rielabora, decide di pubblicarla nella quarantana intitolandola Storia della colonna infame; è composta da un
introduzione e a seguire 7 capitoli: I capitoli 1,3,4,5 dedicate al processo contro
• Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, principali
imputati del 1630;
Il capitolo 6 è incentrato su Giovanni Gaetano de
• Padilla;
il capitolo 2 mostra una digressione sulla
• giurisprudenza del 1660;
il capitolo 7 tratta la storia della storiografia relativa
• al processo (fino a Pietro Verri nessuno ebbe il
coraggio di descrivere la vicenda denunciano
l’innocenza di coloro che erano stati imputati).
INTRODUZIONE PARTE I
Ai giudici che, in Milano, nel 1630, condannarono a supplizi atrocissimi alcuni accusati d’aver
propagata la peste con certi ritrovati sciocchi non men che orribili, parve d’aver fatto una cosa
talmente degna di memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretata, in aggiunta de’
supplizi, la demolizion della casa d’uno di quegli sventurati, decretaron di più, che in quello spazio
s’innalzasse una colonna, la quale dovesse chiamarsi infame, con un’iscrizione che tramandasse ai
posteri la notizia dell’attentato e della pena. E in ciò non s’ingannarono: quel giudizio fu veramente
memorabile. (Manzoni inizia con una nota ironica, tragicamente ironica; ai giudici che pronunciarono le
sentenze sembrò di aver compiuto un memorabile atto di giustizia, degno di essere ricordato negli anni e
Manzoni dice che si, fu memorabile, ma in senso negativo. come esempio di come la giustizia non deve essere
amministrata. I giudici aggiunsero un’ulteriore pena alla sentenza degli imputati più importanti, in particolare a
Mora, il quale secondo loro si era macchiato dei peccati più gravi, la cui casa venne distrutta e proprio lì
venisse eretta a vita una colonna detta ‘infame’ la quale portava un’iscrizione la
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