Le migrazioni italiane
Di cosa ci occupiamo?
La grande migrazione (fine '800 - inizio '900) o facciamo risalire l'emigrazione fino alle origini dell'uomo? La mobilità è una caratteristica dell'uomo (L'uomo nomade, J. Attali). Le migrazioni sono considerate una grande emergenza nel mondo contemporaneo. La "paura dell'invasione" è un fenomeno vecchissimo: addirittura dall'Impero Romano, le invasioni barbariche sono grandi migrazioni di popoli.
Punti di vista sulla migrazione
Dipende dai punti di vista: quando ci si occupa dell'arrivo, la migrazione è un fenomeno naturale, fisiologico, che fa parte della normale vita di tutte le società del mondo, a seconda del loro sviluppo. (In cammino, Livi Bacci). Nei paesi di partenza, la migrazione è vista come un fenomeno patologico, non fisiologico: è un segnale di arretratezza e povertà.
Funzione delle migrazioni
Le migrazioni hanno svolto la funzione fondamentale del popolamento del pianeta, dell'evoluzione tanto biologica quanto sociale, politica e culturale. La mobilità è una prerogativa dell'essere umano: secondo Darwin è questa una delle ragioni fondamentali che ha contribuito all'affermazione della nostra specie sulle altre (attenzione alla deriva razzista!). Si parla di capacità adattiva del migrante in quanto uomo (fitness): per l'uomo la capacità di adattamento al nuovo ambiente è un elemento centrale dell'interazione uomo-uomo.
Migrazioni di massa
La migrazione diventa di massa tra '800 e '900, nel momento in cui si rafforzano gli stati nazionali: ci si pongono problemi sulla politica migratoria. Finché gli stati erano in formazione, era più facile muoversi: si dipendeva direttamente dalla struttura gerarchica del lavoro. Prima degli stati nazionali, servitù della gleba (la mobilità umana era decisa dai proprietari terrieri). La mobilità c'era eccome: l'ancien regime non era affatto statico, come ci immaginiamo.
Contaminazione culturale
Pensiamo i contadini come immobili (mercanti sul lungo raggio, stagionali sul corto e basso), ma non è così: ci sono mestieri che portano le persone a spostarsi di migliaia di chilometri (dall'entroterra di Genova fino alla provincia di Kiev). C'era una continua contaminazione linguistica e culturale, fondamentali tanto per la società di origine quanto per la società ospite. Non erano migrazioni definitive.
Nascita della società di massa
Quando si rafforzano e centralizzano gli stati nazionali con le strutture di controllo e coercitive, nasce anche la società di massa. L'atto di nascita della società di massa è la Prima Guerra Mondiale, ma c'è una lunga gestazione dalla seconda metà dell'800. L'apparato statale si preoccupa di conoscere (anagrafe) e controllare i suoi cittadini: in ancien regime, i sudditi hanno solo doveri, dopo (anche se non democratica) c'è un obbligo del coinvolgimento dei cittadini nella vita politica e sociale del paese.
Politiche migratorie
Le masse andavano coinvolte per forza, ponendosi il problema degli strumenti di mobilitazione e controllo, oltre che di conoscenza delle masse (voto: quale voto?). Controllo del consenso, la mobilità è talvolta una forma di dissenso, difficile da controllare e identificare. Bisogna controllare e organizzare gli spostamenti (ad es., manodopera): dagli antichi nullaosta, si arriva al passaporto (di solito con una destinazione precisa). Il passaporto è una delle forme che hanno gli stati per controllare le migrazioni. Le quote migratorie servono a tranquillizzare i cittadini, i flussi ovviamente non le rispettano: gli stati nazionali sono abitualmente messi in crisi dalle migrazioni.
Investimenti e migrazioni
Chi investiva nell'acciaio e nelle navi era favorevole all'emigrazione massiccia, mentre chi era legato all'agricoltura la vedeva con terrore: diminuivano le braccia, si alzano i salari. Politiche pro-emigrazione e anti-migrazione sia nei paesi di arrivo che in quelli di partenza.
Percezione delle migrazioni
A partire dall'800, le migrazioni sono percepite come invasioni (L'invasione, Louis Bertrand: l'arrivo degli emigrati italiani a Marsiglia come una terribile invasione di gentaglia.). L'impatto demografico degli italiani in Francia è stato fortissimo: è quella che ha ricevuto il maggior numero di migranti italiani, anche la letteratura se ne occupava. Bertrand li descrive come passionali, ubriaconi, dediti alla tratta delle bianche e al maltrattamento dei bambini... è un romanzo con tutte le peggiori caratteristiche xenofobe: i casi che vengono citati nel romanzo hanno avuto degli esempi reali.
Età classica e migrazioni
Storia delle migrazioni internazionali, Paola Corti; www.alteritalie.it Nell'età classica, il riferimento è a Genesi ed Esodo. I lavoratori stranieri dell'antica Grecia, residenti privi di diritti politici: gli era concesso il solo esercizio della sua attività professionale. Ambrosini ha sottolineato come l'asimmetricità sia un carattere tipico di tutte le migrazioni: ad esempio, l'integrazione subalterna, ossia le badanti finché stanno in casa nostra sono "integratissime". Il problema sorge quando si esce dal sommerso, si vede l'impatto demografico: l'integrazione dev'essere subalterna, rimanere nascosta dentro le case. Il termine diaspora ha iniziato ad essere usato negli ultimi 15 anni, anche per quella italiana.
Medioevo e Rinascimento
Medioevo e Rinascimento sono i periodi dei grandi commerci e delle grandi scoperte internazionali. Gli scambi commerciali sono un tutt'uno con la popolazione (i Lomellini arrivavano fino ad isole marocchine per il corallo). L'invasione ottomana è il periodo in cui nasce il concetto del rifugiato, una forma di migrazione difficilmente rifiutabile. È in questo periodo che nascono le colonie greche e albanesi nel sud Italia che ancora oggi esistono.
Migrazioni britanniche
C'è un fenomeno tipicamente britannico, il life-cycle-servants: più della metà dei giovani (60% tra i 15 e i 24 anni) inglesi andavano a lavorare a servizio fuori da casa propria, tra il XVI e il XIX secolo. È una migrazione professionale, soprattutto per lavori agricoli negli uomini e domestici per le donne.
Migrazioni nell'ancien regime
Sempre nell'ancien regime abbiamo le migrazioni circolari, di artigiani, commercianti e agricoltori: sono migrazioni che contribuiscono a determinare le basi del sistema capitalista. Studiosi inglesi hanno individuato nei movimenti migratori professionali di ancien regime uno degli elementi che hanno contribuito a determinare la partenza della prima rivoluzione industriale inglese (1750). La grande urbanizzazione porta ad un ampliamento del raggio di spostamento.
Guerre di religione e migrazioni
Le guerre di religione determinano spostamenti legati all'intolleranza religiosa (ad es., guerra dei Trent'anni, che è stata paragonata al periodo tra le due GM).
Il movimento coatto
Il movimento coatto per eccellenza è lo schiavismo, ma ci sono anche i coolies, i migranti a contratto. Sono contratti di semi-schiavitù fatte a popolazioni asiatiche (tra i 12 e i 37 milioni), limitato all'interno dell'Asia ma con propaggini significative ovunque. Si parla di migranti che sostituiscono gli schiavi, soprattutto in USA e Perù: bastava trasportarli, non bisognava comprarli. Il viaggio veniva pagato dal datore di lavoro, e loro lavoravano (almeno 8 anni) per ripagarlo. In Perù gli schiavi non riuscivano ad abituarsi all'altitudine andina né alla raccolta del guano: la soluzione cinese andava bene, che introdussero la raccolta del riso sulla costa pacifica.
Industrializzazione e migrazioni
L'industrializzazione è uno dei momenti centrali di esplosione dei fenomeni migratori. Si parla di Grande Emigrazione tra il 1876 e il 1914. Il 1876 è il primo rilevamento statistico sui movimenti migratori in Italia. C'erano anche stagionali tra i due emisferi, che facevano sei mesi in Sud America e sei in Italia. Nel 1976 l'Italia ha un saldo migratorio "attivo": più immigrati che emigrati.
Modelli migratori
I movimenti migratori sono strettamente connessi con i mutamenti sociali, da entrambi i lati. Ad esempio, le migrazioni di massa sono rese possibili dalla macchina a vapore. L'Italia non sarebbe la stessa se non avesse prodotto 28-30 milioni (era il numero di abitanti italiani nel 1861) di migranti. I discendenti degli emigrati italiani all'estero sono circa 60 milioni. Il dato è molto relativo, perché si contano le uscite (si contano più volte alcuni migranti). La percentuale di ritorno dall'America è il 33%. Lo spostamento non è uno, sono moltissimi.
Modelli di interpretazione
Modelli di interpretazione possibili dei movimenti migratori. La scelta dei modelli di analisi non è una scelta neutra. Ci sono tre ondate della Grande Emigrazione:
- Fine dell'età napoleonica, vengono smobilitati gli eserciti, c'è un difficile reinserimento nel mondo del lavoro. È una possibile causa scatenante.
- Emigrazione politica legata ai moti anti-restaurazione, repressi dalla Santa Alleanza ('20 e '30 dell'800), con il picco del 1848.
- Terza ondata che arriva fino alla Prima Guerra Mondiale, è la Grande Emigrazione per eccellenza e ha carattere economico, anche se è strettamente connessa all'emigrazione politica della seconda ondata (socialisti massimalisti, anarchici, sindacalisti...). Arriva addirittura fino alla crisi del '29, anche se la guerra è una battuta d'arresto importante. 50 milioni di europei.
Il caso italiano
Scendendo al caso italiano, vengono individuate le migrazioni pre e post unitarie. In quelle pre ci sono le migrazioni dell'ancien regime. Si ha una cesura forte nel corso del Cinquecento, con i commerci internazionali, i cambiamenti nell'artigianato e nel mondo agricolo, che intensificano i movimenti migratori. Ci sono anche movimenti all'interno del futuro stato italiano. Un'altra cesura, alla fine del Settecento, è legata all'urbanizzazione e al cambiamento nell'organizzazione del lavoro nella campagne che favorisce mobilità all'interno della penisola. I movimenti migratori hanno però una rilevanza relativa: servono per sottolineare che anche l'Italia pre-unitaria era mobile, ma non è ancora un fenomeno di massa.
L'Italia unita
Nell'Italia unita, ci sono tre fasi:
- Italia liberale, fino alla Prima Guerra Mondiale (coincide con quella europea, anche se in Europa si distinguono due ondate, una prima al nord e una seconda mediterranea).
- Tra le due guerre mondiali: la Prima Guerra Mondiale è un primo momento di riduzione dei movimenti migratori (non ci può essere uno stop completo). Nel periodo tra le due guerre la riduzione dei movimenti migratori è dovuta alle politiche nazionali sull'emigrazione: durante il Fascismo era considerata un fenomeno da nascondere, non poteva entrare all'interno della propaganda di regime, che incentivava l'aumento demografico. Ci sono migrazioni coatte all'interno dell'Italia, nelle zone di recente bonifica (Agro Pontino, Sardegna). Formalmente non si tollerava la migrazione verso l'estero, considerato una sorta di tradimento (già dai movimenti nazionalisti). Contemporaneamente, c'è una forte attenzione nei confronti degli italiani all'estero, che acquisiscono questo status durante il fascismo (non sono più emigrati). La rivalutazione degli italiani all'estero è una sorta di terza sponda della politica coloniale (è un tema ancora caro alla destra, vd. Tremaglia): devono essere una sponda per la propaganda di regime, per costruire vincoli con i paesi ospitanti. Mussolini diceva che dovunque c'è un italiano, là c'è un pezzo di patria. Improvvisamente, gli italiani all'estero sono oggetto di attenzione, una scossa di autostima. C'è un rallentamento delle uscite, ma una fortissima incentivazione nei confronti delle comunità ormai stabilite all'estero (aiuti economici, testate giornalistiche, rete diplomatiche e politiche, sedi di partito... prima ancora del consolidamento del fascismo; nel '23 ci sono già i Fasci Italiani all'estero). È una fase che caratterizza molto i movimenti migratori. Dopo la crisi del '29, gli stati iniziano a porre delle barriere alle migrazioni ed iniziano ad essere selettivi.
- Il secondo dopoguerra è una fase di grande slancio e di rinnovato interesse nelle politiche migratorie: i migranti vengono messi a bilancio (250.000 espatri necessari; ogni espatrio significa un posto di lavoro e delle entrate in valuta pregiata con le rimesse). Si arriva fino alla metà degli anni '70, non sono solo migrazioni economiche, ma anche politiche: espatriano i fascisti, ma anche i delusi della Resistenza.
Le migrazioni a cavallo tra le preunitarie e le unitarie sono difficili da individuare, ma ci sono state eccome. I modelli migratori sono spesso basati sul pauperismo, l'assenza di mezzi economici, prospettive e alternative. Si pensa a una situazione nella quale non c'è possibilità di scelta.
Macro-modelli
Si usano termini della scuola di sociologia di Chicago. Danno un'idea di obbligo, costrizione.
- Push: fattori che contribuiscono all'espulsione di massa (crisi agrarie ed esplosione demografica contemporanea, repressione politica e religiosa..).
- Pull: fattori di attrazione delle grandi masse. (vd. Nuovo Mondo, il film). In parte sono reali, in parte sono di propaganda. Andamento del mercato di lavoro, politiche migratorie.
La combinazione dei fattori di push e pull è data dalla risultanza della misurazione quantitativa delle differenze (differenze salariali, garanzie contrattuali, dinamismo del mercato del lavoro, divario tecnologico, possibilità di risparmio, andamento demografico...). I macromodelli hanno un'impostazione di carattere idraulico, è un movimento tra vasi comunicanti, ci si sposta dal pieno verso il vuoto. Spesso si fa riferimento a metafore idrauliche (ondate, flussi...). Dà un'idea di massa anonima.
Questi macromodelli hanno il pregio di definire un quadro, sono una valida cornice. Se non ci fosse neanche un elemento push o nessun elemento pull, i movimenti migratori sarebbero ininfluenti. Il difetto è che non si riesce a dipingere la tela, che sarebbe fatta di flussi in cui non si riesce a individuare quasi nulla. Da vent'anni si usano altri modelli, basati sulla scelta di emigrare o il diritto alla mobilità: si entra nel dettaglio e si analizza la scelta individuale che è all'origine del processo migratorio. Bisogna tenere conto dei progetti del migrante, la scelta è responsabile e consapevole. Le regioni più depresse avevano più difficoltà a fornire le infrastrutture per il movimento migratorio (porti, ferrovie, amministrazione pubblica): le regioni più ricche emigrano prima. La diffusione dell'informazione è un altro fattore importante, ci vuole un sistema che faccia circolare queste informazioni che determinano la scelta di migrazione.
Protagonisti e agenti di trasformazione
A questo punto ci si può concentrare sui protagonisti dell'evento, facendoli diventare agenti di trasformazioni sociali, quali essi sono sia in uscita che in entrata. Alla base della scelta i macrofattori push e pull svolgono un ruolo, ma non sono determinanti: se fosse matematico, partirebbero tutti, invece non è mai così. Quindi partire è comunque una scelta. Gli elementi sono condizione necessaria ma non sufficiente per innescare la scelta di attivare un progetto migratorio: dietro la partenza c'è sempre un progetto.
Superare i macromodelli ha significato andare oltre all'ottica dell'integrazione (meglio gli studi storici di quelli sociologici): si studiano le migrazioni non solo per la percentuale di adattamento alla società ospite, ma anche ai processi di trasformazione innescati in questi paesi. Il migrante non si è solo adattato e mimetizzato, ma ha anche innescato un processo di trasformazione.
Analisi diversificate e transnazionalismo
Si fanno delle analisi diversificate per paesi di destinazione, tipologia di fonti utilizzate, selettiva (genere, classe, professioni, politica...), catene migratorie (o network). È un termine che si usa dagli anni '50: si intende risalire ai primi migranti, i primi che stabiliscono una piccola base, da cui parte una catena che rifornisce di uomini. La catena prevedeva un movimento unidirezionale (al massimo andata e ritorno, non di più), si studiava la comunità all'estero risalendo nelle diverse generazioni per cercare di capire la cause dei primi migranti per poi ricostruire i viaggi di tutti gli altri. È un modello che poi è entrato in crisi, ma faceva largo uso di fonti non istituzionali. Si è passati dalla catena alla regnatela fino al network: sono categorie utilizzate soprattutto in sociologia e poi entrate nel linguaggio storiografico.
L'analisi attuale è attraverso il concetto di rete, i movimenti hanno diversi punti di arrivo e ripartenza, è una rete che funziona attraverso rapporti interpersonali. La rete dà il concetto flessibile rispetto al concetto rigido di catena. La fase seguente è quella del transnazionalismo: è strettamente legato alla globalizzazione, si usa il termine di transmigranti (migranti che conservano nel proprio paese d'origine e nel paese ospite interessi, relazioni, legami sociali e politici.. e li mantengono in vita muovendosi tra i diversi paesi. Hanno intenzionalmente una doppia appartenenza, è una condizione esistenziale permanente e scelta, talvolta strategica).
Sono movimenti migratori in netta e costante contrapposizione alle politiche migratorie dei diversi stati e al concetto stesso di frontiera. I movimenti migratori infrangono costantemente le frontiere, e addirittura il concetto stesso di frontiera. Alcuni confini sono permeabili per loro natura (USA – Messico, USA – Canada, regione del Plata). I centri di maggior permeabilità hanno spesso punti di contatto dati dai movimenti migratori: tra Argentina, Uruguay e Brasile c'erano punti di contatto con i migranti che si muovevano verso gli USA. Ci si spostava tranquillamente tra l
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