Caravaggio: il pittore maledetto
Michelangelo Merisi detto Caravaggio, secondo varie fonti, sarebbe uscito dalla povertà soltanto grazie al lavoro assiduo. In realtà il padre, Fermo Merisi, era un modesto architetto: la famiglia di Caravaggio, dunque, apparteneva ad una agiata nobiltà locale. Al suo arrivo a Roma nel 1592, poté contare sull’appoggio dello zio-tutore e del ricavato delle vendite di alcuni terreni di famiglia. La sua iniziazione alla pittura avvenne all’età di 13 anni a Milano presso il maestro bergamasco Simone Peterzano.
Temperamento violento e stravagante
Tutte le fonti sembrano d’accordo nell’attribuire al Caravaggio un animo violento e stravagante. Nel 1606 il pittore arriva addirittura ad uccidere un certo Ranuccio Tommasoni da Terni a causa di un litigio durante un incontro di pallacorda. Rimase egli stesso ferito e fuggì da Roma, per recarsi nei feudi laziali dei Colonna, mentre gli viene imputata la condanna a morte. Dopo la convalescenza presso i Colonna, fugge a Napoli e poi a Malta, dove viene imprigionato, probabilmente in seguito al mandato di cattura emesso da Roma. Nel 1608, evaso dal carcere, comincia a vagare tra varie città della Sicilia, per poi recarsi a Napoli nel 1609, dove subisce un’aggressione e viene nuovamente arrestato. Ottenuto il perdono papale nel 1610, Caravaggio si reca a Port’Ercole per le questioni burocratiche necessarie al rilascio: rilasciato, muore sulla spiaggia alla ricerca del vascello che doveva riportarlo a Roma. Gli ultimi burrascosi quattro anni di Caravaggio sono causa del suo comportamento che i biografi del tempo imputavano alla bizzarria del suo carattere. In realtà il suo comportamento è dovuto, durante gli anni in Sicilia, al continuo timore di poter essere scoperto e imprigionato. Il profondo mutamento dell’artista si percepisce persino nella fisionomia di due suoi autoritratti, ovvero il giovanile “Bacchino” e il Golia (“David con la testa di Golia”) del 1609. L’artista, inoltre, aveva vissuto già in tenera età l’incubo della morte, quando perse il padre e i nonni, nel 1577, a causa della peste.
Precocità
Caravaggio nacque a Milano nel 1571, quasi certamente il 29 settembre, giorno di San Michele Arcangelo. Lasciò la sua terra alla fine del 1592 e cominciò a dipingere i capolavori della giovinezza a soli ventidue anni.
Ateismo
Lo stereotipo del pittore maledetto vuole che Caravaggio avesse un rapporto emblematico con la religione e che fosse ateo. In realtà, documenti dimostrano che Caravaggio si comunicava e che nel 1608, a Malta, entrò nei Fratres Milites, accettando la regola agostiniana. La “Decollazione di San Giovanni” è firmato “Michelangelo”. Il suo ateismo è stato anche dedotto, ingiustamente, dal suo gusto per le figure umili per le scene sacre e dal suo andare contro l’iconografia ufficiale: il pittore, infatti, preferiva aderire al dettato della Bibbia o alle iconografie della pittura paleocristiana.
Le pretese devianze sessuali
La presunta omosessualità di Caravaggio, altro stereotipo del “pittore maledetto”, è stata alimentata anche dall’aspetto femmineo di molti dei personaggi ritratti. In realtà si tratta di scelte iconografiche anche regolari per l’epoca. I dipinti così interpretati sono quelli del periodo romano e giovanile, ovvero “Fanciullo con canestra di frutta”, “il suonatore di liuto”, “il concerto”, “il Bacco”, “Riposo nella fuga in Egitto”, “Cena in Emmaus” e il “San Giovannino”. Questi sono dipinti di commissione privata, dunque presentano un diverso formato e una tonalità più lieve rispetto alle più drammatiche opere di chiesa.
Le commissioni private
Il “San Giovannino” (1600), nonostante sia uno dei più tardi del primo periodo, è il più adatto a esemplificare le divergenze degli studiosi. Nonostante qualche critico riconosca nel dipinto un’immagine pagana, non ci sono dubbi che il personaggio raffigurato sia San Giovanni Battista; l’ariete compare in un altro San Giovanni del Caravaggio, inoltre siede su un mantello rosso e su una pelle di cammello, attributi tradizionali del Battista. La gamba sollevata indicherebbe resurrezione, vittoria o trionfo. La resurrezione trionfa sulla morte, qui simboleggiata dal tronco d’albero secco. La simbologia cristologica è rafforzata dai pampini che emergono dall’oscurità in alto a destra. Gli stessi dettagli si riscontrano nel Giovanni Battista del 1610 (Galleria Borghese); non possono essere casuali. L’ariete, inoltre, è noto animale simbolico cristologico: il fatto che San Giovanni lo abbraccia allude alla parentela tra Cristo e il santo (erano cugini) e all’amore tra Cristo e l’umanità. L’ardore del sentimento è sottolineato, oltre che dal manto rosso, anche dalla fiamma che arde la legna in basso a sinistra. La luce che avvolge il santo è simbolo di grazia e salvezza: vince le tenebre del peccato. Il sorriso non è scanzonato, ma comunica una “cristiana letizia”.
La cena in Emmaus
(1600) Questo dipinto raffigura il momento in cui i discepoli riconoscono il Cristo risorto quando questi benedice il pane, istituendo il sacramento dell’Eucarestia. Colpisce la sapiente disposizione degli oggetti sulla tavola, ma anche la disposizione delle figure nello spazio. L’apostolo, nel momento in cui riconosce il Signore, mima con le braccia il gesto della croce. Il Cristo non è raffigurato con un volto maturo, come vorrebbe l’episodio biblico, ma col volto androgino e giovanile, come nelle immagini paleocristiane del Buon Pastore. La giovinezza, inoltre, è simbolo della vita eterna che Cristo dona ai fedeli. Nel suo volto si realizza quell’unione dei contrari che danno origine alla perfetta armonia. Per quanto riguarda la tavola, il pane simboleggia il corpo del redentore, il vino invece il sangue: la tradizione iconografica vuole che, accanto al vino e al pane della mensa-altare, ci sia un animale morto allusivo al sacrificio di Cristo, in questo caso il pollo. La canestra di frutta, spinta in primo piano come ogni elemento di forte significato, va letta in chiave allegorica: uva e melagrane sono emblemi del martirio di Cristo, mentre i pomi alludono sia ai frutti di grazia, sia al peccato originale. La frutta e i fiori, frequenti nei dipinti giovanili di Caravaggio, sono sempre allegorie: il riferimento scritturistico risiede nel Cantico dei Cantici.
Riposo nella fuga in Egitto
Nel dipinto del 1599 “Riposo nella fuga in Egitto”, Giuseppe tiene nella mano uno spartito, recentemente decifrato: si tratta di un mottetto fiammingo in cui viene musicato un passo del Cantico dei Cantici. I primi sei versi sono dedicati alla Sposa, quindi alla Madonna, gli altri quattro sono rivolti dalla Sposa allo Sposo. La musica è suonata dall’angelo ed è accompagnata dalla diffusione della luce, dalle finissime gradazioni. Nel dipinto, Giuseppe ha un viso segnato dal tempo, mentre gli altri personaggi hanno lineamenti dolci e levigati: è un contrasto, questo, che il Caravaggio ripete spesso, e richiama quell’opposizione tra luce e ombra che caratterizzano il suo stile pittorico. Le figure umane sono scabre e consunte, quelle divine portano la grazia e la luce dell’eternità.
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Storia dell'arte moderna - Caravaggio
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