C a r a v a
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o 1571 - 1610
Michelangelo Merisi detto Caravaggio ( ), secondo varie fonti, sarebbe
uscito dalla povertà soltanto grazie al lavoro assiduo. In realtà il padre, Fermo Merisi,
era un modesto architetto: la famiglia di Caravaggio, dunque, apparteneva ad una agiata
nobiltà locale. Al suo arrivo a Roma nel 1592, poté contare sull’appoggio dello zio-tutore e
del ricavato delle vendite di alcuni terreni di famiglia.
La sua iniziazione alla pittura avvenne all’età di 13 anni a Milano presso il maestro
bergamasco Simone Peterzano.
T e m
p e r a m
e n t o v i o l e n
t o e s t r a v a g
a
n t e . Tutte le fonti
sembrano d’accordo nell’attribuire al Caravaggio un animo violento e stravagante. Nel
1606 il pittore arriva addirittura ad uccidere un certo Ranuccio Tommasoni da Terni a
causa di un litigio durante un incontro di pallacorda. Rimase egli stesso ferito e fuggì da
Roma, per recarsi nei feudi laziali dei Colonna, mentre gli viene imputata la condanna a
morte. Dopo la convalescenza presso i Colonna, fugge a Napoli e poi a Malta, dove viene
imprigionato, probabilmente in seguito al mandato di cattura emesso da Roma. Nel 1608,
evaso dal carcere, comincia a vagare tra varie città della Sicilia, per poi recarsi a Napoli nel
1609, dove subisce un’aggressione e viene nuovamente arrestato. Ottenuto il perdono
papale nel 1610, Caravaggio si reca a Port’Ercole per le questioni burocratiche
necessarie al rilascio: rilasciato, muore sulla spiaggia alla ricerca del vascello che doveva
riportarlo a Roma. Gli ultimi burrascosi quattro anni di Caravaggio sono causa del suo
comportamento che i biografi del tempo imputavano alla bizzarria del suo carattere. In
realtà il suo comportamento è dovuto, durante gli anni in Sicilia, al continuo timore di
poter essere scoperto e imprigionato. Il profondo mutamento dell’artista si percepisce
persino nella fisionomia di due suoi autoritratti, ovvero il giovanile “Bacchino” e il Golia
(“David con la testa di Golia”) del 1609. L’artista, inoltre, aveva vissuto già in tenera
età l’incubo della morte, quando perse il padre e i nonni, nel 1577, a causa della peste.
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P r e c o
c i
t a . Caravaggio nacque a Milano nel 1571, quasi certamente il 29
settembre, giorno di San Michele Arcangelo. Lasciò la sua terra alla fine del 1592 e
cominciò a dipingere i capolavori della giovinezza a soli ventidue anni.
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L a t e
i s m
o . Lo stereotipo del pittore maledetto vuole che Caravaggio avesse un
rapporto emblematico con la religione e che fosse ateo. In realtà, documenti dimostrano
che Caravaggio si comunicava e che nel 1608, a Malta, entrò nei Fratres Milites,
F(rà)
accettando la regola agostiniana. La “Decollazione di San Giovanni” è firmato “
Michelangelo ”. Il suo ateismo è stato anche dedotto, ingiustamente, dal suo gusto per le
figure umili per le scene sacre e dal suo andare contro l’iconografia ufficiale: il pittore,
infatti, preferiva aderire al dettato della Bibbia o alle iconografie della pittura
paleocristiana. 1
L e p
r e t e
s e d e v i a n z e s e
s s u a l i . La presunta omosessualità di
Caravaggio, altro stereotipo del “pittore maledetto”, è stata alimentata anche dall’aspetto
femmineo di molti dei personaggi ritratti. In realtà si tratta di scelte iconografiche anche
regolari per l’epoca. I dipinti così interpretati sono quelli del periodo romano e giovanile,
ovvero “Fanciullo con canestra di frutta”, “il suonatore di liuto”, “il concerto”, “il
Bacco”, “Riposo nella fuga in Egitto”, “Cena in Emmaus” e il “San Giovannino”.
Questi sono dipinti di commissione privata, dunque presentano un diverso formato e una
tonalità più lieve rispetto alle più drammatiche opere di chiesa.
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Il “San Giovannino” (1600), nonostante sia uno dei più tardi del primo periodo, è il più
adatto a esemplificare le divergenze degli studiosi. Nonostante qualche critico riconosca
nel dipinto un’immagine pagana, non ci sono dubbi che il
personaggio raffigurato sia San Giovanni Battista; l’ariete compare
in un altro San Giovanni del Caravaggio, inoltre siede su un
mantello rosso e su una pelle di cammello, attributi tradizionali del
Battista. La gamba sollevata indicherebbe resurrezione, vittoria o
trionfo. La resurrezione trionfa sulla morte, qui simboleggiata dal
tronco d’albero secco. La simbologia cristologica è rafforzata dai
pampini che emergono dall’oscurità in alto a destra. Gli stessi
dettagli si riscontrano nel Giovanni Battista del 1610 (Galleria
Borghese); non possono essere casuali. L’ariete, inoltre, è noto
animale simbolico cristologico: il fatto che San Giovanni lo abbracci
allude alla parentela tra Cristo e il santo (erano cugini) e all’amore tra Cristo e l’umanità.
L’ardore del sentimento è sottolineato, oltre che dal manto rosso, anche dalla fiamma che
arde la legna in basso a sinistra. La luce che avvolge il santo è simbolo di grazia e
salvazione: vince le tenebre del peccato. Il sorriso non è scanzonato, ma comunica una
“cristiana letizia”.
L a c e n a i n E m
m
a u s . (1600) Questo dipinto raffigura il momento in cui i
discepoli riconoscono il Cristo risorto quando questi benedice il pane, istituendo il
sacramento dell’Eucarestia. Colpisce la sapiente disposizione degli oggetti sulla tavola, ma
anche la disposizione delle figure nello spazio.
L’apostolo, nel momento in cui riconosce il Signore,
mima con le braccia il gesto della croce. Il Cristo non
è raffigurato con un volto maturo, come vorrebbe
l’episodio biblico, ma col volto androgino e giovanile,
come nelle immagini paleocristiane del Buon Pastore.
La giovinezza, inoltre, è simbolo della vita eterna che
Cristo dona ai fedeli. Nel suo volto si realizza
quell’unione dei contrari che danno origine alla
perfetta armonia. Per quanto riguarda la tavola, il
pane simboleggia il corpo del redentore, il vino invece il sangue: la tradizione iconografica
vuole che, accanto al vino e al pane della mensa-altare, ci sia un animale morto allusivo al
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sacrificio di Cristo, in questo caso il pollo. La canestra di frutta, spinta in primo piano come
ogni elemento di forte significato, va letta in chiave allegorica: uva e melagrane sono
emblemi del martirio di Cristo, mentre i pomi alludono sia ai frutti di grazia, sia al peccato
originale. La frutta e i fiori, frequenti nei dipinti giovanili di Caravaggio, sono sempre
allegorie: il riferimento scritturistico risiede nel Cantico dei Cantici.
R
i p o
s o n e l l a f
u g a i n E
g i t t o . Nel dipinto del 1599 “Riposo nella fuga
in Egitto”, Giuseppe tiene nella mano uno spartito, recentemente decifrato: si tratta di un
mottetto fiammingo in cui viene musicato un passo del Cantico dei Cantici. I primi sei versi
sono dedicati alla Sposa, quindi alla
Madonna, gli altri quattro sono rivolti dalla
Sposa allo Sposo. La musica è suonata
dall’angelo ed è accompagnata dalla
diffusione della luce, dalle finissime
gradazioni. Nel dipinto, Giuseppe ha un
viso segnato dal tempo, mentre gli altri
personaggi hanno lineamenti dolci e
levigati: è un contrasto, questo, che il
Caravaggio ripete spesso, e richiama
quell’opposizione tra luce e ombra che
caratterizzano il suo stile pittorico. Le
figure umane sono scabre e consunte,
quelle divine portano la grazia e la luce
dell’eterni
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Storia dell'arte moderna - Caravaggio
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Storia dell'arte moderna - Caravaggio e alcune opere
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Caravaggio, Storia dell'arte moderna
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