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Storia dell'arte medievale - Gentile da Fabriano e il Gotico Internazionale

Appunti di Storia dell'arte medievale in cui potrete trovare tutto il necessario per addentrarvi nello sfaccettato percorso artistico di Gentile da Fabriano, simbolo della cultura cortese italiana del primo 400. Gentile sarà in Lombardia, in Toscana, a Roma e in altri centri italiani, dove lascerà una profonda eco per la pittura successiva locale.
Il percorso qui proposto non è... Vedi di più

Esame di Storia dell'arte medievale docente Prof. M. Rossi

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la preparazione vischiosa dove si stende la foglia d’oro, il bolo armeno. Quindi

non abbiamo parte di pittura e parte dell’oro, bisogna risarcirla di una pittura

più ricca. Per tanti anni è stata attribuita ad artisti lombardi, Toesca la

confrontava con la Barbavara. Poi invece de Marchi la ha attribuita a Gentile

qualche anno prima di quella di Berlino, il volto è perfettamente avvicinabile a

quella di Berlino, come il panneggio di santa Chiara a quello di santa Caterina.

Oltretutto a Pavia esisteva ( non c’è più ) un monastero di Clarisse fondato

dalla madre di Galeazzo, cioè Bianca di Savoia. Si chiama monastero

dell’annunciazione o di santa Chiara.

Lo fonda nel 1380, nell’ 87 fa testamento e ci sono tantissimi beni che vengono

dotati ( terre fruttiferi e i proventi vanno ad aiutare il monastero ) e per cui un

monastero ricchissimo e bellissimo dal punto di vista della decorazione. Dona

di volta in volta anche delle opere e qui vuole essere sepolta, avvisa la madre

badessa e suo figlio fa fare una tomba meravigliosa scolpita da Giacomo da

Campione, ora a Milano. Lascia un castello e opere tra le quali ci potrebbe

essere la nostra anconetta. Attenzione allo sfumato, all’oro e cultura lombarda,

vediamo l’embrione della sua futura arte.

Dopo la morte di Galeazzo tante categorie di persone che qui gravitavano

vanno a Venezia. Per esemmpio Chiavello, o dal Verme condottiero visconteo

( non avevano idee partigiane, subito vanno via ). Michelino nel 1410 si trova a

Venezia. Poi un lombardo che diventa poi architetto della Ca d’oro di Venezia,

momento di gloria della vincita della Serenissima. I documenti che ci

testimoniano Gentile a Venezia sono due: il primo è del 1414 quando prende

contatti con Pandolfo Malatesta a Brescia ed evidentemente nei primi anni non

si trasferisce li, ma lavora per il broletto, andrà nel 1416. Può essere che tra il

1403-4 si trovi in laguna, ma è sicuro perché si ha stimoli da Venezia, ma anche

stimoli per i veneziani.si trova all’interno di una cronaca 500esca di cui

abbiamo una copia più tarda, è di una famiglia di mercanti di Lucca di nome

Amadi che fanno fortuna a Venezia. Viene tracciata la storia della famiglia fino

al 500 e per la parte più antica si desumono le notizie del 400 utilizzando

memorie di Angelo, membro nato nel 1425 perciò molto vicino ai fatti che

interessano a noi. Qui è citato il documento che fa riferimento a Gentile tratto

da un quadernetto di conti del mercante Francesco Amadi. Sono citati due

lavori che Francesco ha commissionato ad un maestro Niccolò e a Gentile. Il

primo dipinge in una sorta di edicola esterna. Immagine importantissima per

Venezia perché ne nascerà santa Maria dei Miracoli. È un affresco che diventa

miracoloso e ne sarà punto di partenza. Niccolò è importante per la storia della

pittura veneziana a cavallo 400/ 500 che è Niccolò di Pietro, suo zio è Lorenzo

Veneziano ( lo abbiamo citato a Pavia e c’è un anconetta a Brera ). È un segno

forte che Gentile arrivato in laguna si lega ad uno dei personaggi più calati nel

contesto veneziano, probabilmente con un contratto di società. Lui era come

uno straniero in quella città e non era facile entrare in questi strati della

società. Amadi lo paga per l’anconetta che è con l’affresco della Madonna dei

miracoli. Il committente è interessante nel contesto mercantile, è ricordato

anche per questioni di tipo politico ( la Serenissima si fidava delle sue doti ),

viaggia molto come tutti i mercanti ed è inviato per operazioni diplomatiche

( una ne è ricordata, dal conte del Tirolo, Federico 4 ). È ricchissimo e famoso,

sappiamo molte cose per il suo testamento e dell’inventario del suo lussuoso

palazzo ( la casa aveva oggetti prezioso ed era tappezzata da dipinti ). Gentile

poi si iscrive alla scuola di san Cristoforo dei Mercanti, cioè lui è riusciti a

penetrare il contesto sociale veneziano, è accettato e qui abbiamo orafi, pittori,

artigiani, mercanti ecc, qui si esercita in libertà la propria arte. Bisognava in

molte città iscriversi per istituzionalizzare la presenza di una persona in città,

bisognava passare per forza dalla corte.

Abbiamo poi fonti, una di Bartolomeo Facio. Sia per Gentile che per Pisanello

( associati da Bartolomeo ) abbiamo un’attività svolta a palazzo ducale ( sala

del maggior consiglio ) per le storie delle lotta della Serenissima contro

Federico Barbarossa. Dice che dipinge una tempesta.

Poi la fonte di Francesco Sansovino che ricorda come nella chiesa di santa Sofia

( chiesa che da il nome alla contrada in cui abitava Gentile come sappiamo

dall’iscrizione alla confraternita di san Cristoforo ) ci fosse una pala dipinta da

Gentile. È quasi certo che vedesse un nome, ci fosse una firma. Dice

pochissimo: san Paolo primo eremita e sant’Antonio abate che fu maestro lui

dei maestri Bellini. Per nostra fortuna dietro due tavolette che sono a lui

attribuite con certezza c’è un’iscrizione che ricorda la provenienza da santa

Sofia ( ora nella collezione Berengson ) e la famiglia che commissiona, i Santei.

All’interno del soggiorno veneziano fino al 1414 si colloca anche i documenti

che dicono di Gentile a Foligno ( 1411-1412 ): sono molto precisi. Dicono che

lavora a palazzo Trinci con una gruppo di artisti. Come mai torna in centro

Italia? Può essere che lui da dei modelli, dei cartoni e poi il gruppo lavora.

Infatti la sua mano non c’è e poi possiamo dire che lui a Venezia crea una sua

bottega ( dove vediamo anche Jacopo Bellini ) che diventa anche un’impresa.

Getta la luce anche sul metodo organizzativo delle botteghe del tempo.

Fondamentale quindi per i veneziani, ma anche per Gentile stesso. Si innesta in

una cultura che è ancora legata al bizantinismo, ne rimane in tutto il trecento.

Arrivano le novità di Giotto, ma sono sempre filtrati dalla permanenza delle

tecniche e delle iconografie bizantine. Gentile ne sente il fascino, deve

modificarsi per essere accettato in questo contesto differente. Lo vediamo

accettare tutta una serie di elementi di cultura bizantino-veneziano. Questo si

vede soprattutto nel polittico di valle Romita ( Pinacoteca ) e in misura ancora

maggiore è la Madonnina della Galleria nazionale dell’Umbria a Perugia. Per il

grado ancora più forte rispetto al polittico di valle romita di adesione veneziana

deve essere a rigore di logica ( non abbiamo documentazioni ) collegata a

monte del polittico: Gentile viene in laguna, apprende le differenza nelle pale

d’altare, nell’oreficerie bizantine a san Marco, si appropria e sperimenta e nella

madonna di Perugia il salto è forte ( nel polittico di valle romita c’è più

coerenza e gestione delle sperimentazioni ).

Vasari nelle Vite ricorda come opera di Gentile una tavola in san Domenico a

Perugia, molto bella dice Vasari e definito che è un pittore tardogotica questa è

un’attestazione buona. Ci dice che vede una Madonna col bambino con quattro

angeli in basso che suonano diversi strumenti, al lato due parti con santi. Ci

dice quindi che è un trittico quindi, ma le altre due tavole non ci sono

pervenute.

L’altra opera è di Pellegrino di Giovanni che copia la Madonna di Gentile o

qualcuno gli ha chiesto di copiare l’artista. Torniamo all’altra opera, non è ben

conservata, è stata decurtata e in origine aveva una forma a polilobo, molto

veneziana, tipica di tutti i polittici trecenteschi veneziani e che Gentile prima

non ha mai usato. Ora è diventata più centinata perché fa più rinascimento.

È alta 97 cm e larga 70, doveva raggiungere un metro e mezzo con le altre

tavole e con la cornice.

Manto della Vergine chiuso da un gioiello, lontano da quelli viscontei, ma più

orientali come a Venezia si usano. È sul trono traforato con archetti gotici che

somigliano alle cornici dei polittici veneziani, ma che Gentile abbellisce con

vegetazione ( idea sua che combina la madonna dell’umiltà e del trono ). Maria

nell’ortus conclusus. Da qui deriveranno tanti esempi veneziani, è

un’iconografia che avrà successo. Da lei una musica con angeli che suonano e

cantano.

Un dettaglio che non si vede è la parte di lavoro sull’oro, perché il tutto è

rovinato. Abbiamo due angeli, graniti nell’oro, che incoronano Maria. Sotto la

preparazione dell’oro si vede questo color minio che è il bolo che fa emergere

gli angeli. Un altro dettaglio è che da grande tecnico usa una preparazione

bruna, tipica della pittura veneziana sulla quale si mettono sopra le luci, il

colore via via si schiarisce sui punti di massima luce. In questo modo omaggia

la cultura veneziana, una cultura legata essenzialmente al mondo bizantino e

allo stesso tempo rende più facile il mercato in questa città avvicinandosi ai

gusti locali. Un segno distintivo dei grandi artisti è la capacità di

sperimentazione e dell’innovazione tecnica, Gentile ne è un esempio. I

Veneziani lavoravano in bottega e poi imballati li mandavano via mare o via

terra in altre regioni, qui nelle Marche. A volte c’era committenza altrimenti

c’era un vero e proprio mercato di opere.

Arriva a Perugia nel primo decennio del 400, Gentile non è ancora tornato a

Fabriano e vediamo come condiziona gli artisti che gravitano intorno all’area

perugina: - Madonna dell’umiltà e angeli realizzata su tavola da Nicola di

Guardiagrele che si firma sopra. È documentato nelle vesti di pittore solo per

quest’opera. È abruzzese, ma chiaramente gravita anche in Umbria. È modesto

pittore, ma famoso e conosciuto orafo in Abruzzo. Immediatamente copia i due

angeli graniti, sono proprio identici. Ora la tavola si trova agli uffizi. Anche la

cornice è realizzata dal pittore e qui abbiamo la sua firma.

- La prova del nove poi della presenza della madonnina di Gentile a Perugia

[ Immagine 9 ] è un’opera di Pellegrino di Giovanni, artista perugino, nato nel

1397 e morto nel 1435. Negli anni 30 è il pittore più importante di Perugia. È un

artista di grande interesse che spesso è la figura, prima dell’uscita dei

documenti di Foligno, che si chiama per gli affreschi di palazzo Trinci.

È datata 1428, si trovava un tempo nella cappella degli apostoli in san

Domenico a Perugia commissionata da un committente mercante ( Nicola di

Giovanni ). Il trono è abitato dalla verzura, le posture sono uguali, gli angeli in

graniti e dipinti. Quindi senza negare le proprie prerogative artistiche, non si

può equivocare che sia un riferimento a Gentile.

- Poi abbiamo Pietro di Domenico da Montepulciano, lavora molto in zona

marchigiana. In realtà non è chiaro da dove prevenga perché è itinerante.

Importante è vedere l’opera fatta per l’eremo dei camaldolesi a Napoli dove ci

sono gli stessi angeli graniti con lo steso disegno. Vediamo però anche

riferimenti culturali molto differenti, ma quel motivo fa scalpore e viene

recepito da tutti come un marchio al quale non si poteva fare a meno.

Torniamo a Venezia, polittico di valle Romita [ Immagine 10 ].

Fatta non per Venezia, ma per le Marche, segno che anche Gentile come i

pittori veneziani lavora su un mercato ampio. In questo caso è per Chiavello

Chiavelli, prominente cittadino fabrianese.

È per l’eremo di santa Maria di val di Sasso presso Fabriano. Questo eremo era

stato acquistato nel 1405 da Chiavello da monache benedettine e vi insedia dei

francescani dell’osservanza di Trinci, grande seguito in Italia. Restaura poi il

piccolo eremo. Entro la sua morte ( 1412 ) è fatto il polittico he va nell’altare

maggiore, viene visto nel 1553 da Flavio Biondo, umanista che parla di Gentile.

Dice che vede dipinta su tavola un’opera di Gentile “ che tra le altre abbiamo

preferito “.

La vede nel 1453 con la cornice originaria, completa, doveva essere ancora più

bella. Il polittico rimane l’ fino all’800 quando avviene la soppressione

dell’eremo dell’ordine e nel 1811 arrivano a Brera le quattro tavole laterali e

poi la centrale del registro inferiore. In realtà arrivano con la tavola unica

centrale e i due santi laterali ( ora 4 tavole ), ma prima erano 2 tavole

addossate alla cornice. Sono appese a Brera in ordina sparso fino ad inizio 900

quando arrivano anche le tavole minori con i santi. Erano rimaste tra i beni dei

discendenti di chi aveva stilato gli inventari di valle Romita e si erano questi

tenuti le tavole piccole. Corrado Ricci fa acquistare le tavole per Brera, grande

storico dell’arte del 900. Nel 1925 le membra sono riunite come noi ora le

vediamo creando una cornica neogotica che non ospita un pezzo che sappiamo

essere esistito e cioè una crocifissione che dalle descrizioni antiche che

sappiamo che era collocata sulla cima del polittico ed era stata venduta e non

in Italia. Viene ritrovata a Londra e la Pinacoteca riesce ad acquistarla.

Questa tavoletta ha sofferto di più, attraverso il mercato e le puliture invasive,

probabilmente anglosassoni.

Iconografia: al centro c’è l’incoronazione di Maria ( prevista per una chiesa

dedicata a Maria ): iconografia veneziana che a Milano non viene utilizzata

( con troni architettonici ), qui è su nubi da cui partono dei raggi, sotto

angioletti che poggiano i piedi su un cielo stellato con carattere tolemaico

( stelle, sole, luna, firma, terreno etereo realizzato sull’oro con le lacche

colorate  vero e proprio pezzo di oreficeria ). I manti hanno degli inni mariani e

passi del Vangelo che sono leggibili. L’oro è totalmente granito, lavorato in ogni

punto e tanta parte delle figure sono realizzate direttamente sull’oro. La veste

di Cristo era tutta in foglia d’argento, ma si è annerita.

Si sono resi conto alcuni studioso che recupera dal breviario romano la messa

dedicata all’assunzione di Maria, cultura veneziana: ‘ sei esaltata genitrice di

Dio sopra i cori degli angeli celesti; in questo etereo talamo in cui il re dei re

siede su un trono di stelle ‘.

Lateralmente san Gerolamo con il modellino dell’eremo, san Francesco a destra

perché i francescani officiavano nella chiesa, speculare a Francesco è san

Domenico per invocare la

“ concordia ordinum “ e la Maddalena con il vaso degli unguenti.

Sopra: uccisione di san Pietro martire ( curiosa iconografia non a predella, ma

in alto e questo è innovativo ), san Giovanni Battista nel deserto, san Francesco

che riceve le stimmate, un francescano che legge ( forse sant’Antonio da

Padova ), e la crocifissione.

Resta difficile da capire che rapporto ci sia tra queste figure e quelle sotto, se

sono storie di predella devono essere legate e invece qui non si collegano.

Qualcuno ha messo in evidenza che Giovanni è nel deserto proprio come farà

l’eremita san Gerolamo, come le stimmate possano fare riferimento alla

caritas, all’amore della Maddalena. Non si sa, sono ipotesi e non troppo

evidenti.

Abbiamo alcune e poche opere veneziani, tra le quali è il polittico di santa Sofia

a Venezia. Frammento di una Madonna con bambino su fondo oro in cui il

bambino sembra lasciarsi andare verso il basso, evidentemente si muoveva

verso il committente che doveva essere in basso.

Giunge in Pinacoteca da una collezione formatasi a Ferrare nell’800,

Vendeghini-balda.

Chiesa di sant’Orsola, dove c’è anche una copia 800esca della Madonna in un

inginocchiatoio. Ciò ci fa pensare venisse da lì. È grande, perciò pala d’altare.

Per quanto ammalorata, stilisticamente si avvicina al polittico di valle Romita e

quindi si dovrebbe collocare nei primi decenni del 400.

Altri due frammenti: - san Paolo eremita si conserva in una collezione privata di

san Francisco e misura 18 di altezza e 21 di larghezza. – gli altri sono molto

rovinati: due piccoli apostoli

( 20 cm ca ), san Bartolomeo e forse san Matteo e sono alla Pinacoteca

nazionale di Bologna.

Sono delle stessa tipologia, ma meglio conservati, dei santi Giacomo e Pietro

che sono conservati nella collezione Berengson di villa Itatti a Settiniano. Dietro

c’è una scritta: frammenti che erano nella cappella dell’altare nostro Sandei in

santa Sofia, l’ho fatta restaurare nell’anno 1610…

Praticamente un membro di casa Sandei l’ha fatta restaurare ( la pala d’altare )

perché i tarli si stavano mangiando la cornice, ha staccato i pilastrini ed

evidentemente hanno iniziato a circolare nelle collezioni. Ecco perché i

pilastrini sono così rovinati. Sono stati trovati nel 2004 da Daniele Benati nei

depositi della Pinacoteca nazionale di Bologna e ha capito che erano della

stessa famiglia di quelli di Beregson e un altro pezzo avvicinato da Christiansen

che lavora al Metropolitan in una collezione privata a san Francisco collegandoli

al polittico di casa Sandei. Stesso polittico che viene ricordato da Sansovino

senza fare riferimento ai Sandei, ma alla chiesa di santa Sofia. Doveva essere

un grande polittico ed è probabile che la parte centrale fosse occupata dalla

scena dell’incontro tra san Paolo eremita e sant’Antonio abate ( nel 500

Savoldo, soggetto caro a Venezia ).

[ Rispetto ai primi lavori di Gentile ora abbiamo una gamma cromatica

squillante, prima ( guarda Madonnina di Pavia ) abbiamo colori molto delicati, le

vesti quasi sempre verde olivastro. Questo perché la cultura veneziana si

innesta sulla sua pittura ].

I Sandei erano mercanti di origine lucchese come gli altri committenti

dell’anconetta dispersa di Gentile. Hanno fatto fortuna a Venezia con Enrico

che commerciava la seta e aveva ottenuto la cittadinanza veneziana.

Quest’Enrico aveva finanziato il recupero dell’indipendenza di Lucca e aveva

chiesto che due dei suoi figli rimanessero a Lucca e gli altri due a Venezia. Uno

di questi due è Francesco e sarà committente di Gentile in laguna. I figli

comunque sposano figlie di patrizi veneziani, era un uomo quindi

estremamente ricco. Francesco è anche benefattore della Certosa del Montello,

salì la scala sociale e col denaro, come molti, divenne nobile.

Provò a collegare alla pala di Sandei, Christiansen, la Madonnina del

Metropolitan come parte centrale di un polittico, ma ad evidenza con le altre

fonti non c’è collegamento.

È una Madonna col bambino su un trono che riflette quello di Perugia, schienale

circolare, con architettura veneziana e vegetazione che vi abita, angeli

musicanti ai lati e angeli che cantano in basso. Non si sa nulla della sua

provenienza, ma doveva avere dei laterali perché il bimbo ha lo sguardo fuori

campo come stesse benedicendo qualcuno sottostante. È stato grattato perfino

l’oro, è molto rovinato. Ci sono due schiere di studiosi, una con Christiansen

che vede la dipendenza della Madonna di Perugia e sottolinea l’incontro con

Michelino da Besozzo, poi con Andrea de Marchi e prima Luciano Bellosi vede

come i panneggi fossero troppo volumetrici, soprattutto nella zona delle

ginocchia. Questo lascia ipotizzare una datazione posteriore, addirittura al

periodo fiorentino dell’inizio del 400. A noi manca molto anche del periodo di

Brescia, quindi non abbiamo tutti gli elementi. Il bimbo erculeo è simile alla

Madonna di Ferrara.

L’eco in laguna di Gentile

Da grande artista Gentile recepisce la cultura di Venezia facendone una nuova.

Anche dopo la sua morte l’eco non si conclude, le sue opere sono fortemente

presenti, ma ovviamente l’impatto è ancora più forte quando lui è in vita.

Abbiamo la sua bottega con giovani che da lui imparano e poi Gentile instaura

un rapporto di società con artisti più anziani, si trasforma però un rapporto

quasi osmotico, si arricchiscono a vicenda e in particolari questi artisti quasi si

trasformano e perpetueranno la sua pittura. Prima di entrare nel cuore della

bottega partiamo da artisti che risentono della sua pittura: Zanino di Pietro 

collezione Martello di Firenze, vergine col bambino tra un santo cavaliere, san

Francesco e san Girolamo. Non ne conosciamo la provenienza. Zanino è

veneziano, ma molto tempo lo passa a Bologna e infatti le figure sono

pungenti, aspre, come la cultura bolognese insegna. Questo artista si modifica

in maniera gentilesca, anche se alcuni connotati bolognesi ( carica delle

espressioni, certe durezze proprie ).

Altro esempio è Jacobello del Fiore, documentato a Venezia dal 1400 al 1439, è

erede di una bottega che ebbe importanza nel 300 a Venezia guidata dal padre

Francesco. Passiamo dallo stampo bizantino alla cultura di Gentile. Ne sono

dimostrazione le 8 tavole ( fatte per la chiesa parrocchiale di Fermo ) che

rappresentano storie di santa Lucia che dovevano collocarsi al lati di un

centrale che non abbiamo più, probabilmente anche una statua e non per forza

una tavola dipinta, sono ante che chiudevano. Abbiamo la scena del rogo della

santa dove emergono gli elementi tradizionali veneziani ( certe durezze, le

montagne stilizzate ), ma i panneggi, l’eleganza, l’oro e le posture sono

diverse, gentilesche. Siamo negli anni 20 del 400 quando Gentile è già partito

da Venezia, ma la eco rimane.

Ci sono 4 storie, 4 tavole, 3 agli Uffizi e una al Poldi Pezzoli. Un complesso che

doveva prevedere 8 storie con forse centralmente una grande pala o una

statua. Un caso emblematico per capire il rapporto di società che instaura

Gentile, un po’ come succede poi con Leonardo.

Le scene derivano dal libro canonica della vita di Benedetto. Abbiamo la vita di

san Benedetto, sono monotematiche e quindi devono provenire da un

monastero benedettino. Il primo miracolo del vaglio recuperato, Benedetto che

fa penitenza ( il demonio in forma di merlo, si deve buttare sui rovi per

mortificazione della carne ), la scena del veleno e poi guarisce un frate

indemoniato. Le ambientazioni sono veneziani con le terrazze di legno sopra i

tetti, tipico della città. Dovrebbero mancare quattro storie della vita del santo

per concludere la vicenda.

La prospettiva è già nata con Brunelleschi, ma che qui rimane intuitiva che

vuole far vedere anche dove non si dovrebbe vedere. Vediamo dei cassettoni

con degli inserti metallici, delle borchie vere. Il paggio che porta il veleno a san

Benedetto ( lo vogliono avvelenare perché la regola era troppo pesante ) è

vestito in modo particolare, è tipica dell’epoca la veste con le frappe ( pezzi di

tessuto ritagliato ), ma i colori sono araldici e si rifanno a quei colori ( rosso,

verde e blu ) che sono della casata italiana signorile dei Gonzaga, i marmi

marezzati, le architetture del tempo.

Nella demolizione del demonio abbiamo una pala d’altare non moderna, ma

tipica del 300 veneziano, con la cornice d’oro descritta nei minimi particolari,

siamo in uno spaccato di chiesa.

Il disegno e le idee narrative così raffinati, intelligenti sono nelle corde di

Gentile. Quello che stona è la pittura, molta magra, asciutta, non si rifa alla sua

pittura. L’idea più geniale è di Longhi che confronta la pittura di queste tavole

con quella di Niccolò di Pietro. De Marchi conferma l’attribuzione a Niccolò. Nel

1408 il rapporto c’è con Gentile, magari è in società. De Marchi dice che le

quattro tavole sono fatte a quattro mani, di Gentile è il disegno, l’esecuzione è

affidata a Niccolò, a rigor di logica si riesce solo così a dar ragione a questi

dipinti.

Confronto tra il san Bartolomeo di Richmond e Benedetto bimbo che fa il suo

primo miracolo. Gli inserti un metallo li ritroviamo anche nel manico del coltello

di san Bartolomeo, dimostrazione che forse in questa bottega era in uso questo

elemento ed è quella di Niccolò. Le influenza boeme ( maestro Teodorico ),

influenze emiliani che con le storie di san Benedetto spariscono ( e questi sono

tipici del disegno di Niccolò ).

Resta aperto il problema della provenienza: le 4 tavole hanno due provenienze,

due da una collezione milanese e due da una veronese. Di una sola conosciamo

la provenienza un po’ più antica e si ricorda che fu acquistata in un villaggio nei

dintorni di Mantova. L’ipotesi di alcuni studiosi, e si cerca di andare avanti sulla

pista documentaria, è che possa venire da uno dei grandi monasteri del

settentrione, san Benedetto al Polirone. È sempre stato negli anni dei Gonzaga

un luogo con cui la famiglia ha dei forti legami, particolarmente alla fine degli

anni 10 quando alla guida del monastero arriva Guido Gonzaga, fratello del

marchese di Mantova.

L’altra Verona con san Benedetto in monte o il sacello in san Zeno che

potevano benissimo tenere un’opera del genere. È curioso però che ( per

quanto riguarda i legami con i Gonzaga ) per distinguersi lo facessero proprio

con un personaggio negativo, quello che da il veleno.

L’altro problema della committenza dei Gonzaga è che Guido arriva nel 1419 e

queste tavole si datano nei primi anni 10 per cui è un po’ problematico.

Artista veneziano, Michele Gianbono documentato dagli anni 20, ma non è

detto che non lavorasse anche prima. La sua formazione è legata alla cultura

lagunare, ma nel quale la cultura di Gentile agisce in una maniera fortissima. A

Pavia abbiamo la Veronica.

Madonnina, collezione provata di Firenze, nei panneggi ricorda Gentile oltre che

Michelino. Gentile qui probabilmente è già morto, è stata datata negli anni 30

del 400.

Monumento di cortesia Serego a Verona in santa Anastasia.

Le opere che più hanno influenzato Venezia sono gli affreschi di palazzo ducale

( sala del maggior consiglio ). Come dice Facio Gentile era conosciuto

soprattutto per opere murarie e noi non le abbiamo a parte qualcosa del

broletto di Brescia. Ricostruiamo l’aspetto e diciamo che per certo sono del

nostro artista. Abbiamo un disegno di Pisanello in un modo però non chiaro e lo

stesso Facio nella vita di Pisanello dice che anche lui ci ha lavorato per un’altra

di queste storie. Non è chiaro se la tempesta fosse di palazzo ducale,

sembrerebbe di si, ma non si sa. Ricorda poi che già questi affreschi si stanno

distruggendo perché l’intonaco cede. Sotto il profilo dei documenti si ipotizza

che si è lavorato in due mandate ( una con Gentile e poi con Pisanello agli inizi

degli anni 20 ) e si è giunti alla conclusione che invece è stata realizzata

all’inizio degli anni 10 del 400 tutta.

Si inizia quando il governo veneziano prende dei provvedimenti per restaurare

la decorazione che Guariento nel 300 ( anni 60 ) aveva realizzato in questa

sala ( solito problema dell’umidità ). Contestualmente parte poi un

aggiornamento decorativo di affreschi. Gli anni sono quelli del dogado di

Michele Steno, doge dal 1400 al 1413 ( anni d’oro della Repubblica che porta

alla conquista dell’entroterra ). Aveva fatto, prima dei restauri, realizzare dai

dalle Masegne un podiolo, una sorta di balcone che dava sul molo e nel 1426 fa

rifare il soffitto con la sua impresa personale con delle stelle ( loro simbolo ) e

nel 1409 partono i restauri ed è qui che deve iniziare l’affresco della registro

inferiore della sala. Devono finire nel 1415 e va bene perché sappiamo che nel

16 già Gentile lega con Pandolfo. In questo anno il maggior consiglio,

l’istituzione che si riunisce nella sala, stanzia una somma molto alta ( 1000

ducati ) per far costruire una nuova scala di marmo per consentire un accesso

sontuoso a chi volesse visitare la decorazione della sala del maggior consiglio

( non si dice di Gentile, ma un ciclo doveva essere stato completato ).

La Lombardia per la grande stagione del Gotico internazionale che ha

conosciuto ne resta saldamente e a lungo legata e solo dopo gli anni 50 con

Vincenzo Foppa apre la regione alla rivoluzione rinascimentale.

Milano è sempre stata dedita alle armi, da qui arrivano anche la maggior parte

del numero di orafi di Pandolfo III Malatesta, abbiamo molti nomi, ma non le

opere.

Orafi sono anche molti bresciani e cremonesi.

Il problema è che sono fondibili e quindi quando si aveva bisogno di pagare con

urgenza venivano fusi senza tanti problemi. Vincenzo ( di Michele Silli ) da

Piacenza, è ampiamente documentato a Brescia, fa un po’ da garante degli

orafi attivi di Pandolfo. Un pezzo, la croce dei Pisani, è del 1411 e si conserva

presso il museo della cattedrale di Lucca, visibilmente imparentata con la

cultura milanese della prima metà del 400. Abbiamo anche una forte parentela

con Venezia ed è perfettamente all’interno del movimento del gotico

internazionale del Nord.

A Brescia c’è attivo un scriptorium per Pandolfo e all’interno abbiamo due

copisti ( scriptores ) di Fidenza ( Borgo san Donnino, come prima si chiamava )

e sono Giovanni de Burgo e Donnino di Borgo san Donnino ( de Civitate Dei,

miniatura del libro di sant’Agostino ). Quest’ultimo lavora fino all’inizio del

1417. In quest’anno i documenti bresciani dicono che questo scrittore se ne va

( recessit ) e rispunta nel gennaio del 1417 a Mantova retta da Carlo Malatesta

( fratello di Pandolfo ). Questi scritti venivano rilegati dal Carmine di Brescia. Il

gusto è quello antiquario in piena concordia con la cultura umanista

( Seneca, Petrarca, Aristotele e poi si parla poi di un libro francigeno ).

Don Jacopo da Imola non era stato identificato con nessun miniatore, ma ci

sono probabilità. È un chierico della città di Imola. L’unico codice che

sopravvive è quest’opera che si trova a Rimini

( biblioteca gambalunghiana ) e arriva quasi sicuramento qui con Sigismondo

Pandolfo, che sarà committente di Piero della Francesca. C’è uno stemma sotto,

quello dei Malatesta, con due P

( princeps, Pandolfo ). In fondo c’è una nota relativa allo scriptor: è stata fatta

per me, Donnino Parmense, di borgo san Donnino, allora scrittore del grande

eroe Pandolfo, signore di Bergamo, Brescia ecc. il fatto che dica signore di

Bergamo la colloca entro il 1417 quando la perde.

È un testo del De civitate dei di Agostino, tre piccole miniature con decorazioni

fitomorfe, dei putti che si arrampicano, l’ingresso alla città di Dio e di Dite. Le

bordure sono particolare, con drolerie e dettagli fantastici. Il maestro che le

realizza è sicuramente padano e la cultura si collega alla cultura emiliana del

primo 400, ma con maggior morbidezza che lo ha fatto avvicinare agli affreschi

della cappella di santa Caterina alla sagra di Carpi. Di solito si è scartata per

mancanza di documenti, ma in realtà c’è un documento che potrebbe essere

collegata a lui.

È inviata nel 1413 da Bologna al signore di Lucca, Paolo Guinici ( una sorta di

corrispondente di Pandolfo come committente ) e parla di un Don Giacomo

miniatore che è in procinto parte per Lucca e molto famoso a Bologna. La

lettera dice che con grande fatica lo ha convinto a mandarlo a Lucca perché a

Bologna aveva un beneficio ( quindi un introito fisso che veniva dal suo officio )

e poi lavorava per una miniatura di Giovanni 23, un antipapa ( Baldassarre

Cossa ).

Ci muoviamo verso Fabriano. Siamo nel 1419, c’è una lettera con la quale

Gentile chiede un salvacondotto per attraversare le pericolose terre dei Visconti

per raggiungere il papa a Firenze. Forse ci va, ma decide di tornare a Fabriano.

Lo sappiamo perché nel marzo e nell’aprile 1420 inoltra due suppliche

identiche a Tommaso Chiavelli, figlio di Chiavello Chiavelli.

È una richiesta formale al signore di Fabriano di essere esonerato dalle tasse

del comune di Fabriano per vivere e morire a Fabriano per esercitare la sua arte

di grande livello per la città e per Tommaso Chiavelli. Nel giro di pochi mesi,

non sappiamo cosa succede, ma se ne va e lo troviamo a Firenze.

Evidentemente deve andare a Roma con il papa ( Martino V ), ma ci va solo nel

1425, resta infatti per 5 anni a Firenze. [ Immagine 11 e 12 ].

Lo stato di conservazione è buono, quello delle tavole che si conservano una

( stimmate di san Francesco ) a Mamiano di Traversetolo alla fondazione

Magnani-Rocca ( Parma ) e l’altra a Los Angeles, Jean Paul Getty Museum

( incoronazione della Vergine ). Era parte di un insieme, uno stendardo bifronte

con una cornice che non abbiamo più, probabilmente era cuspidata e aveva

anche con un bastone perché era per le processioni. Ce ne parla una fonte di

uno zibaldone di Vincenzo Liberati di Fabriano ( 1834 ) che ricorda che ne

seminario di Fabriano due quadri da cavalletto proprio con questi soggetti,

ceduti in dono dai padri francescani ai padri filippini e ora soppressi anche

quelli filippini sono finiti nel seminario. Poi ovviamente sono finiti nel

commercio che ebbe grande fortuna nell’800. Venivano dalla chiesa di san

Francesco di Fabriano, forse per una confraternita, ma per adesso non sono

stati trovati documenti che attestino il fatto. L’incoronazione è realizzata tutta

sull’oro, tranne il volto, le mani di Maria e quelle degli angeli.

Lacca porpora stesa sull’oro e poi graffita per ricavare ornamenti vegetali,

lavorazione delle vesti degli angeli che sembrano en ronde-bosse. Più povera la

scena del santo, ma altrettanto importante. L’ambientazione è quella del

monte dell’Averna e la Porziuncola sullo sfondo, chiesina molto semplice e un

affresco in stile bizantino-duecentesco ( tempo in cui avviene il miracolo delle

stimmate ). Lo sfondo è oro, ma non è mai stato così atmosferico e riflette la

luce sul tetto della Porzionucola, dove abbiamo il Cristo serafino. Il testo dei

fioretti che racconta l’accaduto dice

‘ tutto il monte parea che fosse infiammata di luce splendidissima che

illuminava tutti i monti e le valli intorno come se fosse il sole ‘. Ecco come alla

lettera si trasforma in pittura. Anche il saio che solitamente è quasi cinereo

diventa quasi oro, pieno di luce.

Gentile sperimenta nella faccia inferiore, quella del santo. È una novità

assoluta, studio della luce, del rapporto tra luce e volume, nell’analisi della

pittura che deve avere maturato a Brescia e che ancora deve trovare risposta.

Potrebbe essere che sia venuto in contatto con la cultura franco-fiammingo,

arriva per esempio il maestro del maresciallo Boucicaut. La tavola della Vergne

siamo sicuramente invece in linea con la solita pittura di Gentile. Nell’altra

abbiamo piccoli tocchi affiancati per dare volume, che diventa più saldo e lo

diventerò ancora di più a Firenze.

Il dettaglio dell’erba che viene colpita dalla luce con tocchi di oro e verde più

tenera per dare l’idea della luce che bagna il terreno e proietta l’ombra.

Si rinsaldano a Fabriano i legami con la cultura da Marche e Umbria che erano

state già colonizzate dalla più giovanile Madonnina di Perugia. Le ripercussioni

sono più forti e l’ultimo caso è quello di un pittore poco conosciuto, non

abbiamo documenti che attestino l’incontro dei due, ma la cosa è chiara. Costui

è Arcangelo di Cola da Camerino. È documentato nelle Marche, in Umbria e a

Firenze, è anche a Roma dal 1416 a 1429, non si sa se sia morto o si sia

spostato, ma non abbiamo più documenti successivi. Fa dei percorsi così

paralleli a Gentile che non si può non notare. Nel 1420 si trasferisce a Firenze,

nel 1422 a Roma, poi ancora Firenze e poi Camerino ( Marche ). Ad evidenza

riesce a farsi largo nelle committenze dell’epoca pur non essendo del luogo ( a

Firenze non era facile farsi largo tra le maestranze fiorentino ).

Abbiamo un dittico che si trova a Pittsburgh in Pennsylvania ( Freak art Museum

), una Madonna con gli angeli in cui si legge il richiamo gentilesco

nell’eleganza, delicatezza e nella lavorazione degli ori e si sente precocemente

qualcosa di fiorentino e poi una crocifissione che è sicuramente sua in cui i

debiti della sua formazione marchigiana sono molto evidente ( trecento

riminese, cultura giottesca, soprattutto col maestro di Campodonico ). Ha una

caratteristica particolare: pittura opalescente, è solo sua, il bianco è quasi

argenteo, quasi di madreperla.

Poi un anconetta dove non si perde la caratterizzazione coloristica, ma è calata

già nella cultura fiorentina, la Madonna e il bambino, le stimmate di san

Francesco, sant’Antonio abate e san Bartolomeo, il crocifisso e san Cristoforo.

Si trova ad Urbino, Galleria nazionale delle Marche.

Si sente Gentile, ma è già il Gentile di Firenze che mantiene l’innata eleganza,

ma con più volumetria e spazialità.

Gentile a Firenze

Ci arriva nell’autunno del 1420 e si ferma lì invece che seguire il papa. Lo

vediamo subito in contatto con il committente dell’Adorazione dei Magi. Si

muove nel 1425  Siena, Orvieto, Roma. Realizza tre grandi polittici ( oltre le

opere di cavaletto ): il polittico Quaratesi, dell’intercessione e per Pala Strozzi.

Interagisce con tutte le novità del Rinascimento fiorentino senza essere

travolto Segna con forza l’ambiente fiorentino con un eco che si sente il tutto il

400. [ Immagine 13 e 14 ].

Nel 1420 e fino al 22 affitta una casa presso la parrocchia di santa Maria degli

Ughi, è ora Palazzo Strozzi. Paga l’affitto a Palla di messer Francesco Strozzi, di

famiglia molto potente di mercanti ora a Firenze. È cugino di Palla Onofri

Strozzi, omonimo. C’è una parentesi in cui vive nella zona di Santa Trinita e poi

torna nella prima casa. Nel novembre 1422 si iscrive all’Arte dei medici e degli

speziali che da sempre riunisce i pittori e i maestri, oltre ai medici, speziali e

altre categorie. Con l’iscrizione si poteva liberamente dipingere in città. Prima

rimane nel privato, ma con lo stanziamento si iscrive. Sappiamo qualcosa della

sua bottega da un documento molto particolare che getta una luce anche sul

funzionamento della bottega generale di Gentile. È dell’aprile del 1425, è una

relazione con la quale si accoglie la richiesta di scarcerazione presentata da

Jacopo di Piero da Venezia ( Jacopo Bellini ), suo discepolo, che era stato

multato e incarcerato per aver preso a pugni un fiorentino che aveva lanciato

dei sassi nel cortile della bottega di Gentile. Gli atti giuridici sono molto utili sia

nel Medioevo che nell’arte moderna ( per esempio Caravaggio, Gentileschi ).

Spiega perché deve essere scagionato: un tale Bernardo lancia delle pietre,

c’erano lì sculture e pitture della massima importanza ( poteva essere una pala

che stava realizzando e che metteva ad asciugare nel cortile ), le sculture

potevano essere gessi e modelli per provare i panneggi sulle figure, per

l’articolazione del corpo con il tessuto, usati per impostare i movimenti.

Jacopo non inizia subito male, ma Bernardo reagisce male e poi si finisce a

botte.

[ arriva nel 1420 in cui già tutto è avvenuto, il recupero dell’antico come forma

e mentalità è avvenuto completamente nella scultura e sta per avvenire nella

pittura, la prospettiva è stata inventata, ma forse i committenti non se ne sono

ancora accorti, è in sottotono e incompresa come arte. Insomma c’è ancora

una linea gotico internazionale con aperture verso il Nord e cultura giottesca,

guarda Ghiberti, padre del Gotico internazionale fiorentino e con aperture più

meridionali con un maestro che lavora a Valencia e Toledo ( Baleari, Barcellona

con sede tardo gotica europea ). L’uomo, centro dell’universo, misura lo spazio

poi con un tono scientifico. Abbiamo Brunelleschi all’inizio del 400 che inventa

la prospettiva, primo ventennio.

Firenze è una città che in questo momento repubblica amministrato da grandi

umanisti e che viene sorretta nell’espansione economica da grandi famiglie

mercantili come i Medici, Strozzi, Brancacci. I Medici hanno una vicenda

particolare, come Cosimo che viene esiliato e che tornato viene fatto Signore di

Firenze e così si chiude la fase aurea del Rinascimento, con le signorie bisogna

scendere a compromessi. Le corporazioni ( le Arti maggiori ) sono gestite dal

popolo e dai grandi produttori dell’epoca. Le famiglie di mercanti fanno a gara

per essere committenti con i migliori pittori, vediamo l’inizio della civiltà del

Rinascimento. Vediamo queste punte e l’alternativa gotica. Nel primo

venticinquennio la linea gotica è quella che per la committenza vince, anche se

di solito ce se ne dimentica perché per noi la Firenze del primo 400 è

rinascimentale. Nel 1401 ( stessi anni in cui Michelino dipinge la Madonnina di

Siena e ancora non esiste il polittico di valle Romita ) viene indetto un concorso

dall’Arte della Lana per scegliere l’artista per la seconda porta di bronza per il

battistero di Firenze. Celeberrimo confronto è con Ghiberti e Brunelleschi per il

sacrificio di Isacco.

Brunelleschi è anche scultore e orafo per formazione, oltre che architettonico.

Fa una formella per il battistero del duomo ed è molto moderno, nel pathos,

nell’idea del far vedere che l’angelo si blocca, non si sa se sta arrivando, nelle

citazioni dall’antico, nel nervosismo dei movimenti, nessun panneggio è

tardogotico a parte qualche ricasco nella veste di Abramo, superfice molto

scabra.

Lo mettiamo a confronto con Ghiberti dove abbiamo anche citazioni dall’antico

come lo spinario, ma capacità di comporre, tecnica, i panneggi sono eleganti,

gotici, sereni ( è uno dei più grandi fonditori, ecco perché vince la sua linea,

scelgono lui che garantisce maggior serenità, equilibrio e qualità alta ). È

l’artista che più di tutti riesce a dialogare con il nord dell’Italia, con quel gotico

internazionale nel vero senso della parola, rapporti con Emilia, Pesaro, Bologna

ecc.

Intanto si comincia a fare l’ospedale degli Innocenti e dopo poco la sacrestia

vecchia dei Medici.

Nella piazza dell’Annunziata di Firenze serve per i bambini abbandonati e

ri-immetterli nella società e il razionalismo di Brunelleschi è geniale con il

modulo geometrico uguale ( come succedeva nell’antico ) e si rifa all’interno la

stessa piazza esterna.

Abbiamo poi Masaccio: Brunelleschi, Donatello e lui sono la triade fiorentina.

Entra in contatto con loro quando sono più grandi, muore a 28 anni. All’inizio è

diverso, prima dell’incontro, trittico di san Giovenale a Cascia, 21 anni. Non

osserva tanto la pittura antica, ma studia Giotto e mette insieme la cultura di

Donatello, Brunelleschi con la cultura giottesca e ne esce la sua pittura

( panneggi tesi, non morbidi, pulito, chiaro, scabro ). Mette mano alla cappella

Brancacci nella parte alta. Questi sono imparentati con gli Strozzi. Per la prima

volta corpi nudi con un senso di dignità che non si vedeva da tanto tempo.

Nel 1417 in scultura Donatello: predella del san Giorgio per i corazzai fuori dalla

loggia di Orsanmichele, dove si riunivano le Arti. Ogni Arte commissiona

diverse decorazioni. È già completamente rinascimentale, c’è un modello

antico da cui prende la concentrazione psicologica e la postura, per il resto è

moderno. Si ha l’uso dello stiacciato e il primo manifesto prospettivo con un

unico punto di fuga centrale.

Nanni di Banco nel 1412-16realizza la scultura ( e disegna la nicchia ) e la

predella per gli scultori con i 4 santi coronati loro patroni ( sono stati

martirizzati per essersi rifiutati di scolpire degli idoli ). È della generazione di

Donatello e recupera una romanitas, ma con qualche concessione tardogotica

che invece non troviamo in Donatello. Qui ci sono panneggi più fluidi, morbidi,

più ampi. Per la stessa sede il san Giovanni Battista per i lavoratori della Lana

da Ghiberti ed tutta un’altra storia. Ha un eleganza straordinaria, con mantello

fluido, senso saldo della postura che è molto diverso dagli esempi nordici, ma

tutto inquadrato in questo sistema elegante. Citazioni da Giovanni Pisano,

doveva essere facile capire per i fiorentini.

Reliquario di san Jacopo a Pistoia, pezzo molto discusso, datato nel 1407 e ha

subito dei rimaneggiamenti. Con ogni probabilità realizzato su progetto di

Ghiberti e poi finito dalla bottega ( anche Donatello passa come nettatore ). Da

l’idea delle aperture nordiche nelle architetture, negli angeli. Anche Facio ne

parla, si ricorda di lui soprattutto e poi di Donatello.

In pittura le voci tardogotiche sono quelle di Gherando Starnina, Masolino da

Panicale e Don Lorenzo Monaco. Il primo è la fonte della cultura spagnola a

Firenze. Fino a trent’anni fa si chiamava maestro del bambino vispo, poi si è

scoperto il nome. Questo perché di soliti i bimbi avevano questa espressione

pungente, molto movimentata.

Abbiamo una Madonna dell’umiltà, qui a Milano, che vede un tipo di pittura

fortemente imparentata con quella catalana. Nel 1387 è documentato a Firenze

e poi dal 1393 al 1401 lo è a Toledo e poi a Valencia, si muove sulle rotte dei

mercanti fiorentini. Torna a Firenze ed è documentato fino al 1409 mettendo

insieme le due culture ( la gamma cromatica, color corallo, volto simmetrico,

punte rigide nella definizione dei panneggi, effetto vispo delle espressioni

vengono dalla Spagna ).

Masolino punta su una volumetria particolare, semplicità, ma eleganza, altro

protagonista è Lorenzo Monaco, chiamato così perché monaco camaldolese.

Dalla stimoli che riceve da Ghiberti intraprende una strada di gotico

internazionale in modo totalmente personale. Il lusso è affidato alla gamma

cromatica non tanto dal l’uso prezioso dell’oro che comunque è presente.

L’ambientazione è molto semplice, è giottesca. Anche la capanna è color

corallo che fa riferimento a quelle architetture un po’ sintetiche che corredano

le opere di Maso di Banco, allievo grande di Giotto. Quest’opera si trova agli

Uffizi. Affida alla figure allungate ed eleganti questo effetto di tardogotico.

Anche Starnina è una chiave di volta. La sua gamma acidula, ampia, pungente

è stimolo. È la gamma cromatica che ha negli occhi Beato Angelico quando

inizia a dipingere.

Poi a Oxford abbiamo una annunciazione piena di elementi iberici, alla

Starnina, con attenzione ad una complessa spazialità, una gamma cromatica

strana con effetto di blu piombo all’interno della loggia dove abbiamo

l’annunciazione. È rimasta per molto anonima, ma Carlo Volpe, che riesce a

capire la qualità nel dipingere in Paolo Uccello che si forma nel gotico

internazionale. Opera dei primi anni 20 in cui la cultura di Monaco, Starnina,

Nicola da Camerino interagiscono in lui e con la sua stranezza che si vedrà in

tutto il suo operare successivo ].

Veniamo a Gentile appena trasferito a Firenze. Gioiello al museo nazionale di

san Matteo a Pisa, dipinto devozionale dipinto sia sul recto che sul verso dove

abbiamo una finta incrostazione marmorea e davanti Madonna con il bambino.

Era a Pisa già nell’800 perché qui la vede Giovan Battista cavalcasselle che la

descrive e ricorda che proviene dalla pia casa di misericordia di Pisa. Con ogni

probabilità è a Pisa sin dall’inizio o dipinta per qualcuno che con la città aveva

un rapporto. In un recente restauro ci si è accorti che di lato presenta segni di

cerniere, elementi metallici per aprire e chiudere l’immagine che doveva far

parte di un altarolo. Siamo dentro ad un profilo che non è tipico di Gentile,

abbiamo ora una tavola rettangolare, nata per essere così, questa è una

tipologia in uso in Toscana e a Firenze, al Nord abbiamo cornici più gotiche,

flamboyant. Lui quando arriva in un posto in un senso tecnico sperimenta le

cose locali ed è tipico di tutti i grandi. Abbiamo una Madonna dell’umiltà su un

cuscino. Percepiamo lo spessore in oro. Il pavimento è da solo un capolavoro

con un motivo ad opus pavonaceum, con lacca e oro. Se si osserva sul retro c’è

una sorta di nicchia, è tondeggiante. Dietro un tendaggio appeso alla cornice e

crea delle piccole anse facendo muovere il tessuto, anche questo su oro con

lacca a colore con motivo di rose e trifogli. Sia nell’aureola e nel bordo del

drappo dove c’è sopra Gesù ci sono caratteri ufici, arabeggianti ( arabo

antico ), qualcuno ha provato anche a leggerli, perché sono verosimili. Ci da un

senso del committente molto raffinato e non è strano trovarlo a Pisa che era

città a stretto contatto con il mediterraneo e queste terre. La postura è rigido,

non è un errore di rappresentazione, ma allusione alla sua morte in croce. La

Vergine infatti ha posa di adorazione, preghiera, ma il volto è concentrato, non

sereno. Sono tutti elementi ci fanno pensare al committente: raffinato, attento

alle questioni teologiche, colto. Lo sfondo è splendido con inserti di marmi

realizzati dallo stesso gentile e fanno pensare alle finte sculture che c’erano a

Brescia, dovevano essere molto belle.

Il livello sembra quasi da pittore fiammingo nei dettagli delle bordure, i panni

intessuti da piccoli fili d’oro, poi la tecnica puntinista di Gentile e la sua

capacità di modulare le superfici. All’inizio degli anni 20 del 400 quando arriva

a Firenze è arcivescovo di Pisa Alamanno Adimari che è fiorentino ed è un uomo

( con gli eredi ) con cui Gentile ha rapporti perché ne decorerà la tomba a

Roma, ora in santa Maria Nova, la decorazione è perduta. Muore questo nel

1422, costituisce un antequem di quest’opera, ma basterebbe lo stile, è lo

stesso dello stendardo di Fabriano. Alamanno è comunque una persona di un

certo interesse per noi, era in contatto con Pandolfo e Trinci. Lo studio della

luce è un fattore forte e c’è una vera e propria escalation nella sperimentazione

luministica fino ad arrivare al primo notturno della storia dell’arte italiana nella

predella della pala Strozzi.

L’adorazione dei Magi, Uffizi [ Immagine 15 ]

La cornucopia della sua arte, c’è tutto Gentile e la sua sperimentazione

( Christiansen ), è lo stendardo del gotico internazionale italiano. È l’esito di

uno che gioca alla pari con gli artisti toscani e che diventerà una delle opere

più famose di Firenze al tempo.

È un’opera di grandi dimensioni ( 3 metri in h e larga 282 cm ), è

commissionata da Palla di Nofri Strozzi, non è figura arcinota come Giovanni de

medici, ma è un colto umanista, sa il greco ( In anni in cui non tutti i colti

possiedono questa lingua ), non abbiamo molti dati sul di lui. È per la cappella

che il padre di Palla ha fondato nella chiesa fiorentina di santa Trinita, chiesa

vallombrosana.

1372, 1462 ( date di Palla ). È un ricchissimo mercante di tessuti come tanti

fiorentini, di panni e lana che lo resero ricchissimo come lo diventò suo padre,

ma contemporaneamente è un umanista. Sono imparentati con i Brancacci e

come tanti mercanti illuminati è un politico. È spesso utilizzato come

ambasciatore dalla repubblica fiorentina. Intesse legami forti con tanti umanisti

e lui si dedica allo studio del greco copiando manoscritti e acquistandolo con

intermediari di libri antichi. Mette insieme una biblioteca notevole che vorrebbe

lasciare alla città di Firenze, si interessa negli anni 20 del 400 dello studium

fiorentino ( chiama da Bologna il Filelfo per insegnare o un altro per lo studio

del greco ). È legato alla sua città fino agli anni 30, nel 34 Cosimo de medici

rimette piede a Firenze e nel cambiamento che si verifica in quel momento,

finta immagine di primus inter pares, ma è signore, Palla viene esiliato come

altri. Sceglie come luogo fino alla sua morte Padova, non poteva scegliere di

meglio per lo studio della cultura antica. Fa testamento nel 1447 e decide di

essere sepolto a Firenze in quella cappella di santa Trinita. Capiamo anche

perché Padova diventa la porta del Rinascimento del Nord Italia, con gli agganci

toscani.

Commissione la pala di Gentile per la cappella funebre di santa Trinita della

quale sono state aggettate le fondamento ne momento in cui era vivo il padre

di Palla che muore nel 1418 e lascia al figlio l’onere di completare i lavori della

cappella. Ora la cappella è svuotata delle opere e non ha lo stesso effetto di

lusso che prima aveva. Il luogo è molto particolare, svolge la funzione di

cappella funebre con tomba ad arcosolio con la tomba di Onofrio, sacrestia di

santa Trinita e cappella notturna per la preghiera dei vallombrosani e quindi

dotata di stagli lignei intagliati. Un vano dove c’era la pala, un secondo vano

dove c’era la grande deposizione del convento di san Marco ( Beato Angelico )

e i dettagli delle cuspidi sono di Lorenzo Monaco, poi c’è una cripta ( gli

ambienti sono 3 ). È un ambiente protorinascimentale, qualcosa di vicino al

Michelozzo, innovativa, ma non di punta come la sagrestia vecchia del

Brunelleschi.

A disegnare tutto questo è Ghiberti che abbiamo nei documenti che sono

chiamati

“ carte Strozzi “. Esecutore della parte di muratura e delle parti scolpite è uno

scalpellino che è Pippo di Giovanni che lavorò alla realizzazione dello scalone

monumentale degli appartenenti di Martino V a Firenze ( il papa ci resta un

po’ ). Gli artisti scelti sono assolutamente di primo piano. Il sarcofago viene

‘pagato a Pietro di Niccolò Lamberti, progettato e disegnato sempre da Ghiberti

e infine ancora a lui in collaborazione con Gentile è attribuito il disegno della

cornice della pala.

Se guardiamo bene è piuttosto semplice, sintetica, di Gentile L’idea di riempire

gli strafori con elementi floreali tutti diversi. Alla pala nei dettagli minori

devono aver collaborato altri artisti. Le carte fanno riferimento alla fine dei

lavori, la data che c’è sulla pala, il saldo della pala e da qui sappiamo che a

ritirare i soldi a volte è un artista, garzone, Michele di Ungheria ( si pensa

Michele Pannonio che lavorerà con gli Este a Ferrara, non siamo certi, ma la

cultura potrebbe essere una giusta pista ). Arduino da Baiso già nominato nei

documenti bresciani presso Pandolfo e prima ancora nel 1414 presso Paolo

Guinigi, signore di Lucca, stesso giro che fa il miniatore del de civitate dei,

evidentemente sono i luoghi di spicco della committenza di quegli anni. Da

Brescia segue Gentile perché lo troviamo nelle carte per i lavori per il coro e

dettagli d’intaglio. Altri nomi: Ventura di Moro dipinge gli stemmi degli Strozzi e

Bastiano di Giovanni che è un battiloro, fornisce le foglie da usare.

L’opera è firmata tra predella e pala, opus Gentilis de Fabriano, 1423, mese di

maggio ( indica la fine dei lavori ovviamente ). Non è un polittico, ma pala a

campo unico come saranno quelle dei Rinascimento, si individuano tre campi

grazie agli archi che scendono dalla cuspidi. Gli archetti individuano i tre snodi

del viaggio dei Magi nella parte alta della pala.

Cominciando da sinistra abbiamo i Magi che avvistano la stella, realizzati in oro

perché inondati di luce. Poi il corteo che va da Erode. Jacopo da Varazze dice

che quando si arriva da Erode la stella non si avvista più. A Betlemme si ha poi

una luce forte sul terreno e le punte degli alberi diventano anche queste d’oro.

Nel centro il corteo distratto e variopinto, solo i tre si sono accorti dell’epifania.

Avviene l’adorazione con la presenza dei ritratti degli Strozzi che saranno i

modelli di quella raffigurazione che anche i Medici avranno in pittura

( criptoritratto nell’adorazione ).

Non si ha affermazione di pretese reale della commissione, ma per far notare in

un ottica più umanistica la cultura e la saggezza dei tre che davvero si

accorgono di qualcosa, prototipi degli studiosi di teologia e di cose sacre.

Le cuspidi sono decorate da tre clipei, centrale il Cristo pantocratore, poi

l’angelo annunciante e la Vergine annunciata. Sdraiati ( come nei pergami dei

Pisani ) sul bordo degli archi dei profeti che dialogano notevolmente con quello

che c’è al di sotto: Ezechiele e Michea che regge un cartiglio nel quale è scritto

il versetto 4:1 e sotto il monte altissimo dove avvitano la stella ( legame tra

versetto e immagine ). Mosè con i dieci comandamenti e poi Cristo ( legame tra

il pantocratore e il primo comandamento ), poi Davide e sopra Betlemme Baruc

e Isaia ( si fa riferimento all’annunciazione di Cristo ). Nella predella le scene

della natività, la fuga in Egitto più lunga e la presentazione al tempio. Rinascita

della natura nel omento in cui nasce il Cristo, racconta Jacopo da Varazze di

una nuova straordinaria primavera. Non solo dietro la capanna nasce la natura

rigogliosa, ma invade anche l’architettura con dettagli straordinari.

Ricorda il soggetto le processioni del 6 gennaio care a Milano e Firenze ( c’è

qualcosa nel saggio di Christiansen ). C’è legame con la poesia e la letteratura,

tanti richiami umanistici, come gli umanisti descrivevano le opere per goderne

nei minimi dettagli. Ci sono ghepardi che sono elementi tipici del gotico

internazionale lombardo e del nord Europa. Deliziose le descrizioni dei fiori,

della ricchezza naturale. Il falcone dei re, ricordo della caccia. Le scimmie. Le

barde dei cavalli, le selle in oro e i dettagli ad incastro sulla tavola. Il levriero

col bellissimo collare, come erano quelli dei signori, sicuramente ne ha visti

negli anni di Galeazzo. Le due nutrici con dietro la capanna dove la luce si

riverbera. I tessuti sono straordinari. Con l’oro si usa la lacca per dare spessore

all’oro e per dare differenza con l’oro rilevato, in pastiglia.

Michele d’Ungheria è nella bottega di Gentile. Negli anni 40, 50 a Ferrara lavora

un pittore tra gotico e rinascimento che fa l’opera, la musa Talia che ornava

insieme ad opere di Tura lo studiolo di Belfiore voluto da Lionello d’Este

completato per volere del fratello Borso d’Este. È di sicuro di Michele Pannonio

che gravita nelle bottega di Gentile all’epoca della permanenza fiorentina

( Pannonia  Ungheria ). L’opera si conserva a Budapest. Sembra quasi lavorato

nel metallo.

Come la permanenza fiorentina incide nel percorso di Gentile modificando

molto della sua concezione della forma senza mai tradire la propria poetica.

Il polittico Quaratesi è anticipato da un gruppo di dipinti che stanno tra la pala

Strozzi e il polittico Quaratesi ( 1425 ). Abbiamo due opere identiche che si

conservano una alla Pinacoteca Vaticana e una in una collezione privata. Si è

sempre pensato che il primo fosse l’originale e l’altro una copia, in anni più

recenti si è capito che non è un problema di originale e copia, ma di modello di

bottega, repliche. C’è si la mano di Gentile che quella della sua bottega in

entrambi. Vediamo una luce che arriva da Dio padre direttamente sul ventre di

Maria, devozione per l’Annunziata di Firenze. Si creano repliche di affreschi a

cui i fiorentini erano molto devoti. Per esempio con Donatello, Ghiberti e

Brunelleschi scultore la pittura in serie va in quegli anni a Firenze, si usa la

terracotta e lo stucco con i quali si rifanno pezzi di devozione per la

committenza. La qualità è comunque alta anche se è una serie. Lo stato di

conservazione della prima è peggiore rispetto alla seconda. Gentile si inserisce

all’interno di un circuito di opere seriali, li riconosciamo la sua capacità

manageriale. La tenda, il tappeto e i chiavistelli sono precisi nella descrizione.

La prospettiva non è quella di Masaccio, ma rispetto al primo Gentile le

proporzioni sono regolate ed è anche più poetica, si possono vedere cose che

non si vedrebbero con un solo punto di fuga. Poi abbiamo due tavole che si

collocano tra la Pala Strozzi e il polittico Quaratesi: è la Madonna con il bambino

della National Gallery di Washington. Doveva avere dei laterali che noi non

conosciamo. È su fondo oro e c’è grande semplicità nell’idea dell’insieme, tipico

toscano. Il manto è scarlatto, rosso rubino, molto carico e allusivo alla passione

di Cristo, lascia uscire da una spaccatura il braccio con un abito quasi

completamente stampigliato come quello dello stendardo di Fabriano.

Il rosso invece da l’effetto di un velluto molto pesante. Il bimbo ha una tonaca

blu-viola molto denso. Nel polittico di Valle Romita vediamo già queste

sperimentazioni coloristiche, qui però abbiamo un raggiungimento

all’acquisizione del volume che diventa sempre più visibile fino ad esplodere

nel polittico Quaratesi. Ai lati di Maria ci sono angeli graniti sull’oro, tipica di

Gentile e tecnica desunta dalle conoscenze sue orafe.

Abbiamo poi ancora una tavola, centrale di un’opera più ampia con la Madonna

in trono, inginocchiati san Lorenzo con la graticola ( fiorentino e devozione

soprattutto a Firenze ) e san Giuliano Ospedaliere con l’abito da cavaliere e

spada a destra. Si trova alla Freak collection di New York. Le dimensioni sono da

pala da chiesa e non da pala di devozione. È un’opera che si colloca totalmente

in linea con le opere toscane. Sotto le iscrizioni in latino dei santi. L’idea del

trono coperto completamente da un drappo d’onore tra il minio e l’arancio

ricorda Lorenzo Monaco. È un colore che usa molto poco e adesso inizia ad

usarli fino al polittico Quaratesi in cui la gamma del gotico internazionale

fiorentino prende il sopravvento. Lo scorcio ben riuscito di san Giuliano

inginocchiato reso con una collocazione nello spazio piuttosto inedito pe

Gentile. Nordico

( francese ) è l’elemento del manto che cade rosso/aranciato con le pieghe che

scivolano su Gesù come nella miniatura francese. La cornice è in parte rifatta,

ma è tipica fiorentina.

Il polittico Quaratesi [ Immagine 14 ]

Ci restano tutte le storie della predella e il registro principale, proviene dalla

chiesa di san Niccolò oltr’Arno, dall’altare maggiore ( Firenze ). Nel corso

dell’800 è stato smembrato e ora si conserva in diversi musei.

La tavola centrale vede la Vergine in tono completamente rivestito da un

drappo d’onore che diventa una specie di tenda. L’abito è di un azzurro che più

fiorentino di così non si può avere, è lo stesso che troviamo in Beato Angelico.

In un clipeo si affaccia un Cristo Pantocratore e benedicente, al di sotto del

clipeo degli angeli con cartigli e in alto figure più stilizzate, ma comunque

angeliche. Questa si conserva alla National Gallery di Londra dove è esposta in

successione ai reali d’Inghilterra. Le altre quattro tavole sono agli Uffizi ( 2

metri e circa larghe 57cm ). Da sinistra verso destra: Maddalena con il vaso

d’unguenti in mano, in alto nella zona del fastigio i due angeli negli spazi che si

ricavano negli spigoli e nel clipeo un angelo annunciante che fa il palio con la

Vergine annunciata del san Giorgio all’estrema destra. Poi san Nicola, alla

destra della Vergine. Sopra Nicola il piviale totalmente decorato con un gioco di

mimesi e nel clipeo san Bernardo, unico riferimento che abbiamo per collegarci

al committente di quest’opera. Poi san Giovanni Battista patrono della città di

Firenze, solita veste con peli di cammelli e indica co un gesto che per un uomo

come Gentile è un riferimento alla prospettiva, è uno scorcio raffinatissimo,

indica in veste di precursore la figura di Gesù, nel clipeo san Domenico che si

sporge con l’idea di trasformare il clipeo in una finestra. Ultimo san Giorgio con

l’armatura. Tutti i santi poggiano su un tappeto molto raffinato, la Vergine no

perché probabilmente probabilmente era su uno scalino più alto, con la cornice

si risarciva la figura maestosa di Maria, ma non è possibile vederlo. La predella

è forse la cosa più scioccante con le storie di san Nicola, santo dedicatario della

Chiesa. Misurano all’incirca 35 cm e sono quadrate. Sono rovinatissime,

laddove sopravvive qualcosa di più si vedono le rotture che erano gli appoggi di

una cornice decorata.

La prima a sinistra la nascita di san Nicola, poi l’elemosina di san Nicola ( 3

palle d’oro che vengono lanciate in una casa con tre donne che potranno

sposarsi ), salvezza dal naufragio del vascello, sicuramente legata all’attività

alla famiglia committente ( mercanti ), miracoli con i fanciulli ( racconti di

Jacopo da Varazze ).

Queste si trovano nelle pinacoteca vaticana. L’ultima invece si trova a

Washington ( National Gallery ) e vede il pellegrinaggio alla tomba di san

Nicola.

Il polittico nasce per questa chiesa che si colloca sotto san Miniato al monte in

una zona che è serrata da una parte dalla torre di san Miniato e l’altra il portale

di san Giorgio. Viene commissionata dalla famiglia dei Quaratesi che era nel

corso del 300 e 400 una facoltosa famiglia di mercanti originari di Quarate, colli

sopra Firenze. Avevano scelto come luogo di residenza proprio questa zona

dell’Oltr’Arno. La chiesa fino al primo decennio del 400 era molto piccola e

sacrificata, dal secondo decennio le cose cambiano perché passa

all’arcivescovato di Firenze diventano una parrocchia e si rendono necessarie le

trasformazioni ( chiesa ad aula unica dotata ad oriente di tre cappelle ). Si

chiedono più volte aiuto finanziario ai parrocchiani per portare avanti i lavori e

ripagando con la concessione di giuspatronati ( delle cappelle che si stanno

costruendo o spazi minori per sepoltura ). Una di queste cappelle viene

concessa nel 1418 a Bernardo di castello Quaratesi, non sappiamo tanto di lui

anche se possediamo diverse copie del suo testamento, ma non sappiamo

della personalità. Sappiamo che doveva avere un ruolo piuttosto importante

quando a Firenze c’era Martino V papa, amministra la carica di confaloniere di

giustizia ( 1419 ). Relativamente al suo rapporto con la chiesa: atto di

concessione della cappella di destra alla maggiore e ricorda che avrebbe

dovuto portare a termine l’edificazione della cappella una volta completata

l’opera di muratura avrebbe dovuto ornarla con suppellettili, stemmi di

famiglia, i paramenti per la celebrazione della messa, una rendita ( per pagare

il cappellano che celebrava ). Doveva poi essere realizzata una tavola con

predella, una finestra con una vetrata e due sepolture, una maschile sopra su

sostegni e una femminile terranea ( lastra pavimentale ). Ad amministrare il

tutto doveva essere il figlio naturale, un certo Paolo. Abbiamo anche i codicilli,

cose che si aggiungevano al testamento, serie di notizie. Nel 1421 per le

concessioni generose il prevosto della chiesa decide di dare a lui la cappella

maggiore. Si qualifica come innovatore, restauratore e benefattore. Sceglierà la

sepoltura terranea e chiederà nei codicilli del 1422 di fa dotare entro tre anni

l’altare maggiore della chiesa ( la sua cappella

funebre ) di una pala d’altare nella quale ci sia anche san Bernardo ( omonimo

santo ). Nel 1423 prima di morire aggiunge un codicillo che gli serve a

diseredare questo figlio naturale per altri esecutori testamentari. Con questo

codicillo finisce la storia documentata del polittico. È stato infatti fatto in tre

anni, anno di datazione 1425.

La descrizione più interessante è di Vasari: ‘ alla porta per la famiglia dei

Quaratesi fece la tavola che di quante cose ho visto di mano di costui a me

senza dubbio pare la migliore ( vede l’evoluzione ) perché oltre alla nostra

donna e molti santi tutti ben fatti, la predella di storie della vita di san Niccolò

non può essere più bella né meglio fatta di quella che l’è ‘.

Non si parla prima di questo polittico e poi altra problematica è la presenza

anche un altro dipinto in questa chiesa, è un polittico con una forma molto

particolare, privo di predella, documentato in questa chiesa solo dalla metà

dell’800. Scena dell’intercessione, chiarito nel corso dell’ultima mostra e ultimi

lavori del 2006. L’altro problema è che quest’opera è stata restaurata

dall’opificio delle pietre dure di Firenze, prima era un’opera totalmente

illeggibile a causa di un incendio che rovinò moltissimo l’opera. Si è potuto

rimettere mano ad un tentativo di rilettura e attribuzione. Centralmente sul

globo terracqueo poggiano i piedi Maria e Gesù, al di sopra è Dio padre con la

colomba dello Spirito Santo. Mostrano le piaghe delle stimmate e il seno che ha

allattato Cristo e intercedono i fedeli nei confronti di Dio. L’idea della doppia

intercessione è una credenza molto diffusa nel Medioevo per un testo attribuito

a san Bernardo di Chiaravalle che è lo speculum humane salvationis ( invocare

Cristo e Maria ). È un tema funerario che ha a che fare con il giudizio

universale.

San Ludovico di Tolosa con il manto con i gigli di Francia perché figlio destinato

a succedergli al trono di Napoli, poi si collega più facilmente alla tematica

funebre è la resurrezione di Lazzaro.

Santi Cosma e Damiano , santi medici e san Giuliano Ospitaliere che ha a che

vedere con le istituzioni assistenziali dove venivano somministrate delle cure.

Ci sono delle animule sotto, figurine in bianco, leggerissime, anime dei defunti

schizzate sul polittico. Sono in una sorta di quinta teatrale con una strada di

Firenze. Poi san Bernardo per l’ipotetico testo.

Non abbiamo la certezza che sia di questa chiesa, ma la Bernacchioni avanza

l’ipotesi che venga da una cappella della chiesa, alla sinistra della maggiore

che era dedicata a san Ludovico da Tolosa.

Non si capisce perché Vasari non lo guardi, o non c’era o era estasiato dall’altro

più grande.

Concessa ne 1420 ad una famiglia di mercati di seta in rapporto sia con i

Quaratesi che con gli Strozzi, è la famiglia Banchi. Una fonte

tardo-cinquecentesca ricorda una pala d’altare con molti santi, non è una

descrizione fantastica, ma qualcosa ci può dire.

L’altra ipotesi è di Cecilia Frosinini che cerca di dare ragione alla presenza degli

altri santi che hanno a che fare con le istituzioni caritative e ospedali. Rapporti

con la fondazione di san Salvatore al monte della chiesa ( Ludovico è

francescano ), dedicato al salvatore. Aveva dei legami profondi con i santi

Cosma e Damiano, nasceva su un oratorio a loro dedicato in origine e

mantenne per molto uno spizio per frati infermi oltre ad avere rapporti con una

fondazione di carità, la fondazione di san Giuliano nella zona di san Niccolò.

Cerca di render ragione degli aspetti iconografici che sono particolari.

Nel polittico di san Niccolò vediamo come ci sia dentro tutto il nostro Gentile,

ma vediamo come il san Ludovico riprende dai toscani e la resurrezione di

Lazzaro e un omaggio a Masaccio.

Prima di passare a Siena, Orvieto e Roma vediamo altri esempi che si

avvicinano alle sperimentazioni gentilesche.

Un livello più basso di appropriazione solo iconografica, tavola di predella di un

polittico che è smembrato e diviso per il mondo di Bicci di Lorenzo e il socio

Stefano de Antonio nel 1433 per il monastero benedettino di san Niccolò di

Cafaggio. Anche le altre tavole recuperano il polittico Quaretesi. È così

smaccata la riproduzione che si è pensato che la committenza avesse chiesto

di riprodurre la tavola del polittico Quaratesi per un’altra chiesa dedicata a san

Niccolò.

Un livello leggermente superiore dell’appropriazione della cultura di Gentile lo

si vede in una tavoletta di predella nella chiesa di santa Trinita di patronato dei

Ravinghieri. È realizzata da Giovanni di Francesco Toscani che è attivo dagli

anni 90 del 300 e muore nel 1430. Pur avendo ricevuto una formazione tardo

giottesca riesce ad individuare la novità gentilesca e reagisce anche alla novità

di Masaccio. In tempi anche veloci reagisce alle novità della Pala Strozzi, non è

una reazione solo iconografica, ma anche alla pittura molto sensibile, delicata,

raffinata e orafa.

Anche Beato Angelico è ben disposto alla cultura gentilesca perché è molto più

anziano di Masaccio e si forma nella bottega di don Lorenzo Monaco. È il

tabernacolo dei vinaioli con ante parte da inserire in un gigantesco tabernacolo

di marmo che oggi si trova al museo di san Marco commissionato dalle Arti dei

rigattieri, vinaioli e sarti per la loro postazione in mercato vecchio. È scolpito su

disegno di Ghiberti. Nelle ante abbiamo santi.

Nella predella le storie di san Marco perché protettore dell’arte dei vinaioli.

Nella tavola del miracolo della grandine di san Marco evidentemente Beato

diventa sensibile alla descrizione della natura, anche in tempesta, tipica della

cultura di Gentile e che emerge con forza nel polittico Quaratesi ( ma un punto

di forza anche a Venezia ). Il martirio di san Marco: ( vescovo di Alessandria

d’Egitto fu sottoposto a gravi torture prima di morire e anche dopo, nel

momento in cui i pagani tentarono di profanare il corpo morto all’improvviso si

scatena una grandinata ( storia sempre raccontata da Jacopo da Varazze ).

Nella Firenze di quegli anni si può vedere ciò solo con Gentile, sappiamo che i

fiorentini non sono molto avvezzi alla descrizione della natura, cavallo di

battaglia invece di Gentile.

Sicuro anche Masaccio lo guarda: la Madonna del solletico, con grande

semplicità crea un’opera di grande raffinatezza. La Madonna fa il solletico al

bimbo sotto la gola. Riflette chiaramente

( madonnina di Pisa ), senza tradire la sua poetica di rigore e semplicità, all’uso

dell’oro, a quell’effetto trasparenza e raffinatezza che Gentile difende. Non ci

sono elementi esornativi, ma attenzione forte alla luce, al modo in cui si

riverbera l’oro sui capelli del bambino. Nonostante alla sua politica austera

guarda al virtuosismo gentilesco.

Poi più che un recupero abbiamo un percorso corrispettivo a quello di Gentile:

Masolino da Panicale, socio di Masaccio anche se formato totalmente nella

cultura del gotico internazionale. Si trova al museo arcivescovile di arte sacra

di Firenze, faceva parte di un trittico per santa Maria Maggiore di Firenze a

partire dal 1423. Masolino ne desume quella grande morbidezza e quell’uso

dell’oro, però è interessate vedere come entrambi sono stati influenzati dalla

cultura del tempo, negli stessi anni reagiscono agli stessi stimoli ( guarda solo


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia dell'arte medievale in cui potrete trovare tutto il necessario per addentrarvi nello sfaccettato percorso artistico di Gentile da Fabriano, simbolo della cultura cortese italiana del primo 400. Gentile sarà in Lombardia, in Toscana, a Roma e in altri centri italiani, dove lascerà una profonda eco per la pittura successiva locale.
Il percorso qui proposto non è puramente storico/artistico, ma anche critico/letterario. Troverete quindi la vicenda storica dell'artista con la presentazione delle sue opere, accostata alla vicenda critica portata avanti dagli storici dell'arte che nel tempo si sono interessati a questo fantastico personaggio, riportandolo ad una giusta dignità stilistica e artistica, dalla prima formazione alla maturità. Sono presenti infine diverse immagini per aiutare visivamente il percorso.
Il percorso critico viene affrontato seguendo le tracce dello storico dell'arte Andrea de Marchi che ci ha pubblicato una monografia, per ora la più esaustiva possibile, dell'autore.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:

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