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423-450 circa. Ravenna, cosiddetto ‘Mausoleo di Galla Placidia

Galla Placidia esercita il potere al posto del figlio fino al 450, anno della sua morte.

In questo mausoleo non venne mai sepolta : le sue spoglie sono a Roma. Non è quindi un sepolcro, ma un oratorio dedicato a San Lorenzo e

vicino a Santa Croce (che non esiste più).

È forte il contrasto tra l’esterno sobrio fatto di laterizi e l’interno decorato a mosaico e marmi nella parte bassa. La pianta è a croce greca.

I colori dominanti sono : l’oro, il blu e il verde.

La lunetta davanti all’ingresso rappresenta Lorenzo con la graticola simbolo del suo martirio. A sinistra c’è un mobiletto contenente i quattro

vangeli.

Un'altra lunetta è dedicata al “Buon Pastore” : un Cristo giovane tra le pecore. Non è simmetrico e le pose sono complesse. Troviamo le

sfumature come in Santa Maria Maggiore a Roma.

Ci sono anche immagini naturalistiche come le colombe che bevono dalle tazze.

Ci sono anche scene astratte a scopo solo decorativo.

Il Mausoleo di Galla Placidia risalente alla prima metà del V secolo, dopo il 426, si trova a Ravenna.

L'edificio, in origine situato accanto all'esonartece della chiesa di Santa Croce, ora perduto, era probabilmente un oratorio dedicato ai santi Nazario

e Celso. Secondo la tradizione l'Augusta Galla Placidia, reggente dell'Impero Romano d'Occidente per il figlio Valentiniano III, avrebbe fatto

costruire per sé, per il marito Costanzo III e per il fratello Onorio questo sacello funebre. Meno probabilmenete fu mausoleo di Galla Placidia,

poiché le fonti riportano come essa morì e fu sepolta a Roma (450 d.C.). Oggi le sue spoglie si trovano presso la chiesa di San Vitale (di circa un

secolo più tarda).

La pianta del piccolo edificio è a croce latina, poiché il braccio longitudinale dell'ingresso è leggermente più lungo degli altri; guardando però nel

complesso il mausoleo si ha la sensazione di centralità, come se fosse a croce greca (vedi foto). Esternamente ha un paramento in semplice

laterizio con la parte centrale, a base quadrata, più alta ed i bracci più bassi con tetto a due spioventi; l'unica decorazione concessa all'esterno è

costituita dalle arcate cieche apparentemente prive dello zoccolo di base (l'edificio è interrato per circa un metro e mezzo), che movimentano le

pareti. Tale scelta è dovuta al significato di bellezza interiore predicata dal Vangelo, secondo cui bisogna superare le barriere dell'apparenza che

inganna. Anche qui come in altri monumenti ravennati, la subsidenza ha abbassato di molto la struttura originaria, che oggi appare con il soffitto

dei bracci a meno di due metri dal suolo, ma che anticamente si trovavano ben più in quota. L'interno invece è decorato sfarzosamente da un ciclo

di mosaici che, sebbene periodicamente restaurato di secolo in secolo, oggi si presenta integro. Poiché Galla Placidia soggiornava

frequentemente a Costantinopoli, si potrebbe ritenere che l'artista incaricato di questi mosaici fosse bizantino. Forse è più corretto pensare ad una

partecipazione di maestranze di diversa provenienza, perché la naturalistica volumetria delle figure di San Lorenzo e del Buon Pastore, raffigurato

sopra l'ingresso del sacello ne denunciano l'ambito decisamente romano-occidentale, più che un ambito bizantino-orientale caratterizzato,

quest'ultimo, da figure ieratiche e dai volumi privi di consistenza. Alla fine dei bracci si trovano tre sarcofagi.

La cupola centrale domina lo spazio interno, essa è affincata sui lati da quattro lunette ed altre tre lunette si trovano alle estremità dei bracci,

mentre le volte a botte dei bracci sono coperte da un tappeto stilizzato di fiori a sfondo azzurro.

La cupola è dominata dalla Croce in una volta di stelle su sfondo azzurro, mentre alle quattro estremità si trovano i simboli degli evangelisti. Le

lunette della cupola presentano coppie di santi e di apostoli, con le braccia alzate in adorazione verso il centro ideale dell'edificio, la Croce. Al

centro si aprono le finestre, coperte con lastre translucide di alabastro, ed anche la luce rivestiva un ruolo simbolico di rappresentazione di Dio.

Spiccano le lunette nord e sud, con San Lorenzo e con il celebre Buon Pastore, cioè Cristo, raffigurato imberbe seduto su una roccia e circondato

da pecore che si rivolgono tutte verso di lui.

La rappresentazione, ricca di colori, mostra ancora l'abilità di rendere il volume e la disposizione realistica nello spazio dei corpi, con figure in

primo e in secondo piano, secondo uno stile ancora legato all'arte antica. Non mancano i richiami ai simboli cristiani, come le colombe che bevono

alla fonte (simbolo delle anime cristiane che si abbeverano alla grazia divina), i cervi tra tralci di arbusti (derivati da un passo dei Salmi come un

cervo cerca l'acqua, così l'anima cerca Dio). Il tema dell'acqua stesso simboleggiava il refrigerio dell'oltretomba, che per gli antichi era un luogo

"fresco".

Ravenna, Battistero ‘degli ortodossi’

Inizi del V secolo, cupola aggiunta dal vescovo Neone nel 458

Edificio iniziato nel V secolo, all’esterno è semplice, di forma ottagonale e di mattoni.

Nella cupola ci sono stucchi e mosaici. È stato effettuato qualche restauro.

Al centro è rappresentato il battesimo di Cristo nelle acque del Giordano.

Si diramano pi i 12 apostoli e una corona di martiri contenuti in architetture con nicchie.

Il Battistero Neoniano, detto anche degli Ortodossi, è un battistero presente a Ravenna risalente al V secolo e prende il nome dal vescovo

Neone che ne ha fatto proseguire la costruzione dopo il suo predecessore Orso. L'appellativo degli ortodossi va invece inteso secondo il

significato dell'epoca, che intendeva i cristiani della "retta" dottrina in contrapposizione all'eresia ariana.

Con il passaggio della sede vescovile da Classe a Ravenna alla fine del IV secolo, venne iniziata una nuova cattedrale, la Cattedrale Ursiana (dal

nome del vescovo Urso), della quale sopravvivono pochi resti inglobati nell'attuale duomo di Ravenna.

Il Battistero venne avviato nei primissimi anni del V secolo e terminato verso il 450 circa. Neone, nel 458 circa, vi intervenne con importanti opere

strutturali, e in particolare con la costruzione della cupola che venne decorata con ricchi mosaici ancora oggi visibili.

Per via della subsidenza tipica di Ravenna oggi è interrato di circa 2 metri; in pianta presenta la forma ottagonale, secondo la numerologia che

associava l'otto con la resurrezione, essendo la somma di sette, il tempo, più uno, Dio. Esternamente ha un semplice rivestimento in laterizio, nel

quale le absidiole sono del X secolo, mentre le lesene e arcate cieche risalgono alla costruzione originaria e furono riprese da modelli settentrionali

(cfr. la Basilica di Costantino a Treviri o la Basilica di San Simpliciano a Milano).

Una vecchia tradizione, priva di fondamento storico, vuole che l'edificio fosse costruito sopra il calidarium delle antiche terme romane.

Il soffitto, originariamente piano, venne sostituito da una cupola (alleggerita da tubi fittili) su iniziativa di Neone, il quale fece provvedere anche alla

decorazione a mosaico. Anche le pareti vennero decorate all'epoca e presentano al piano inferiore archi ciechi su colonnine, al cui interno sono

poste lastre di porfido e marmo verde all'interno di riquadri geometrici; l'archivolto è occupato da mosaici; nel registro superiore si ripresentano gli

stessi archetti, ma che contengono a loro volta tre archetti minori ciascuno, con quello centrale che è occupato da una finestra, mentre i due

laterali sono decorati da stucchi dei sedici profeti maggiori e minori (uno sciagurato restauro dei primi del Novecento credendo che si trattasse di

aggiunte posteriori li rimosse, ma ci si accorse poi con rammarico che erano invece originali del V secolo, per cui oggi se ne ammira solo delle

ricostruzioni); al di sopra degli archetti si trovano affreschi con tralci di vite, pavoni ed altri simboli. Il capolavoro più importante qui custodito è però

il mosaico del soffitto, dove entro tre anelli concentici sono rappresentati vari soggetti:

1. L'anello esterno, a fondo azzurro, presenta una serie di finte architetture tripartite, con una nicchia o esedra al centro di ciascuna,

affiancata da due strutture portate da quattro colonne ai lati, che creano un effetto di alternanza tra concavo e convesso; queste specie di

"quinte teatrali" si trovano nell'arte romana, per esempio già negli affreschi di Pompei; al centro delle nicchie si trovano altari per la messa

o troni vuoti con le insegne di Cristo (l'etimasia).

2. La seconda fascia è la più interessante e presenta i dodici apostoli su sfondo azzurro, con le vesti (toga e pallio) alternate nei colori bianco

e oro, e con in mano delle corone da offrire al Cristo. Le immagini presentano ancora un notevole consistenza plastica e un senso di

movimento, che testimoniano gli ininterrotti rapporti con l'ambiente romano; contemporaneamente indice di rapporti con il mondo bizantino

sono la vivace policromia, la monumentalità e la ieraticità delle figure. Gli apostoli sono intervallati da candelabre e dal cerchio superiore

pendono drappi bianchi che visti dal basso formano la forma di una corolla di un fiore.

3. Nel tondo centrale, su sfondo oro, si trova la scena del Battesimo di Gesù con San Giovanni Battista nell'atto di somministrare il

sacramento al Cristo immerso fino alla vita nel Giordano; del fiume compare anche una personificazione a destra, sottolineata dalla scritta

Iordann, mentre sopra il Cristo svetta la colomba dello Spirito Santo. Purtroppo i volti di Gesù e del Battista furono rifatti nel XVIII secolo,

per cui la parte centrale, dai contorni ben visibili, della scena non è più quella originale.

Il battistero è molto simile, anche come datazione, ad una chiesa di Salonicco, dedicata a San Giorgio, già mausoleo del tetrarca Galerio.

500-515 circa. Ravenna, Battistero ‘degli Ariani’

Teodorico, re degli ostrogoti, sconfigge Odoacre e, con l’appoggio degli imperatori d’oriente, si insedia a Ravenna nel 493

Odoacre su consiglio dell’imperatore di Costantinopoli regna su Teodorico.

 Il Battistero degli Ariani si trova nelle vicinanze della Cattedrale degli Ariani (oggi Chiesa dello Spirito Santo). E' stato così chiamato per

distinguerlo dal Battistero Neoniano.

 Fu fatto costruire dal re goto Teodorico, ariano, tra il 493 e il 526 d.C., per il suo popolo. In

seguito, con la condanna della chiesa ariana, fu adattato ad oratorio del culto cattolico

nella seconda metà del VI sec..

 L'edificio è a forma ottagonale e su lati alterni presenta quattro piccole absidi o nicchioni. Come altri monumenti ravennati, risulta interrato;

infatti il piano originale si trova a m. 2,30 dal piano stradale.

 All'interno, la cupola musiva presenta un medaglione

centrale con la scena del Battesimo di Cristo. Il Salvatore,

giovane e nudo, è immerso nelle acque del Giordano

mentre una colomba lo irrora con un effluvio di acqua.

 Alla destra di chi guarda sta il Battista: vestito di una pelle

maculata, con una mano lo benedice, mentre con l'altra

tiene un bastone ricurvo, simbolo del deserto.

 Alla sinistra è raffigurato, come un'antica divinità marina, il fiume Giordano: un'austera figura

di anziano, seduto, nudo fino alla cintola, che tiene in mano una canna palustre ed ha sul

capo due rosse chele di granchio.

 Attorno al medaglione, nella fascia circolare, è raffigurato il corteo degli Apostoli che, da opposte direzioni,

guidati da S. Pietro e da S. Paolo, avanzano verso una grande croce gemmata (simbolo della sovranità di

Cristo) posta su un trono (segno dell'autorità dell'Imperatore).

 S. Pietro, a destra del trono, porta le chiavi del Paradiso; S. Paolo, a sinistra, tiene due rotoli che indicano la

Bibbia.

 Gli Apostoli sono separati l'uno dall'altro da fusti di palme da datteri, ricche di frutti,

simboli del martirio per le opere sante compiute. Dieci di essi recano nelle mani la

corona del martirio e della gloria.

Il Battistero degli Ariani si trova a Ravenna e fu fatto costruire all'epoca di Teodorico, nella prima metà del VI secolo.

Essendo di religione ariana, decise di far convivere pacificamente i goti (ariani appunto) ed i latini ("ortodossi", nel senso di seguaci della dottrina

canonica), sebbene le due etnie venissero tenute separate. Questa scelta comportò quartieri seprati e doppi edifici di culto in città.

Vicino al Palazzo di Teodorico il re fece costruire una basilica per ariani (l'attuale chiesa di Santo Spirito, della quale rimane poco dell'epoca di

Teodorico), e un battistero, oggi detto degli Ariani per distinguerlo dal più antico di circa un secolo Battistero Neoniano (degli Ortodossi).

Esternamente si presenta come un edificio in laterizi a pianta ottagonale con alcune absidiole e aperture ad arco nel registro superiore. Lungo il

perimetro esterno correva un deambulatorio che si interrompeva soltanto in corrispondenza dell'abside orientale.

All'interno presenta come decorazione solo il mosaico sulla cupola, oltre alla fonte battesimale stessa.

Rispetto ai precedenti mosaici dell'altro battistero, la superificie è più piccola, quindi gli anelli concentrici sono solo due, con una decorazione

[1]

simile all'altro (dodici apostoli in atto di offrire corone e stoffe divisi da palme al posto delle candelabre, trono vuoto dell'etimasia, Battesimo di

Cristo con San Giovanni Battista, la personificazione del Giordano e la colomba dello Spirito Santo.

La rappresentazione è però semplificata, con figure più statiche e ripetitive nell'aspetto, con abiti più semplici (solo la toga bianca), i volumi

appiattiti e calligrafici (le pieghe sembrano solo disegnate). Spicca inoltre l'affermazione ormai dominante del fondo oro, che si stava imponendo in

tutto il mondo Mediterraneo come veicolo per rappresentazioni più astratte e simboliche, inondate da una luce ultraterrena.

La similarietà con i mosaici neoniani e la mancanza di temi legati all'arianesimo ha fatto pensare che i mosaicisti del battistero fossero cristiani

ortodossi, essendo le popolazioni ostrogote dedite prevalentemente alla oreficeria come forma artistica.

Ravenna, Basilica del Cristo Salvatore, 505 circa

(poi Sant’Apollinare nuovo)

Moltiplicazione dei pani e dei pesci su fondo oro -> Simmetria, Cristo di fronte con sguardo fisso.

Ultima cena-> Cristo e i 12 apostoli sono sdraiati su triclini.

Cristo tra due angeli e pecore ->

Sant’Apollinare nuovo.

Il Palazzo di Teodorico (505 circa)

con restauri del tempo del vescovo Agnello (560 circa)

mosaico della fascia bassa censurato quando a Ravenna si insediò un rappresentante dell impero romano d’oriente.

Corteo dei martiri

restauro del vescovo agnello (560 circa)

Corteo delle vergini

restauro del vescovo agnello (560 circa)

Basilica di Sant'Apollinare Nuovo

La Basilica di Sant'Apollinare Nuovo si trova nella città romagnola di Ravenna, fatta erigere per volere di Teodorico nel 505 d.C. per il culto

ariano della sua gente, successivamente consacrata a quello cattolico (VI secolo).

Vicino al palazzo venne edificata la chiesa di Sant'Apollinare Nuovo (inizio del VI secolo), usata probabilmente come chiesa palatina dedicata al

Salvatore.

Con la conquista della città da parte dei bizantini (540) iniziò un programma di restaurazione dell'ortodossia cattolica che comportò la

cancellazione o la trasformazione dei precedenti edifici legati ai goti e all'arianesimo. Emblematica fu la situazione di sant'Apollinare Nuovo, dove

era presente nella fascia sopra gli archi che dividono le navate un ciclo di mosaici con temi legati alla religione ariana, che fu, su iniziativa del

vescovo Agnello cancellata e ridecorata. Si salvarono solo gli ordini più alti della decorazione (con le Storie di Cristo e con i santi e profeti), mentre

nella fascia più bassa, quella più grande e più vicina all'osservatore, si pocedette a una vera e propria ridecorazione che salvò solo le ultime scene

con le vedute del Porto di Classe e del Palatium di Teodorico, sebbene epurate di tutti i ritratti, che probabilmente appartenevano a Teodorico

stesso ed alla sua corte. In quell'occasione venne anche reintitolata a San Martino di Tours, santo famoso per la lotta all'eresia, e solo in seguito la

denominazione è stata assegnata al primo vescovo di Ravenna Sant'Apollinare.

Si tratta di un edificio a tre navate, privo di quadriportico e preceduto dal solo nartece, che, in area ravennate, viene più propriamente chiamato

àrdica (dall'adattamento bizantino nàrtheka del termine greco classico nàrthex, nartece).

Esternamente si presenta con una facciata a capanna, realizzata in laterizio. Nella parte superiore si trova, esattamente al centro, una grande e

larga bifora in marmo, sormontata da altre due piccolissime aperture, l'una a fianco dell'altra. Il nartece presenta un tetto spiovente, che dalla

facciata scende verso le colonne portanti. Queste sono in marmo bianco e creano un notevole contrasto con la scurezza dell'edificio vero e

proprio. Nella parte anteriore sinistra rispetto alla Basilica, si innalza verso il cielo un campanile dalla pianta circolare, anch'esso in mattoni.

La navata centrale, larga il doppio di quelle laterali, termina con un'abside semicircolare, ed è delimitata da dodici coppie di colonne poste una di

fronte all'altra che sorreggono archi a tutto sesto dotati di pulvino.

Come tutte le chiese di Ravenna dei periodi imperiale (fino al 476), ostrogotico (fino al 540) e giustinianeo (dal 540 in poi), anche Sant'Apollinare

Nuovo è decorata con meravigliosi e coloratissimi mosaici. Tuttavia essi non risalgono alla stessa epoca: alcuni sono teodoriciani, altri risalgono

alla ridecorazione voluta dal vescovo Agnello, quando l'edificio venne riconsacrato al culto cristiano cattolico.

Le pareti della navata centrale sono divise in tre fasce ben distinte dalle decorazioni musive.

La fascia più alta è decorata da una serie di riquadri intervallati dal motivo allegorico di un padiglione con due colombe. I riquadri presentano

scene della vita di Cristo e sono particolarmente curati nei dettagli, anche se in antico si trovavano ancora più in alto (per via della subsidenza) e

quindi la loro lettura fosse tutto sommato limitata. Alcune scene permettono di evidenziare alcune evoluzioni dell'arte del mosaico nell'epoca di

Teodorico. La scena del Cristo che divide le pecore dai capretti ricorda quella del Buon Pastore del Mausoleo di Galla Placidia, ma le differenze

sono notevoli (è passato poco meno di un secolo): le figure non sono più disposte in uno spazio in profondità, ma appaiono schiacciate l'una

sull'altra, con molte semplificazioni (alcuni animali non hanno nemmeno le zampe). La rigida frontalità e la perdita del senso del volume nel Cristo

e negli angeli imprime un innegabile senso ieratico. Nella scena dell'Ultima cena Cristo e gli apostoli sono raffigurati similmente alle raffigurazioni

romane paloecristiane, e le proporzioni gerarchiche (Cristo più grande della altre figure) rientrano nel filone dell'arte tardo-antica "provinciale" e

"plebea".

La fascia mediana ha riquadri tra le finestre che incorniciano solide figure di Santi e Profeti dalle vesti ombreggiate e morbidamente panneggiate.

Essi, nonostante l'indefinito fondo oro, si dispongono su un piano prospettico.

La fascia inferiore, la più grande, è anche quella maggiormente manomessa. Sulla parete di destra (guardando verso l'altare), è raffigurato il

famoso Palazzo di Teodorico, riconoscibile dalla scritta latina PALATIUM (Palazzo) nella parte bassa del timpano. Gli edifici interni rappresentati

sono mostrati in prospettiva ribaltata. Ciò significa che quello che si vede corrisponde a tre lati del peristilio, schiacciati su un unico piano. Tra una

colonna e l'altra sono tesi dei drappeggi bianchi e decorati in oro, che coprono le ombre di antiche figure umane rimaste dopo che una parte del

mosaico fu condannata alla distruzione: per una sorta di damnatio memoriae tutte le figure umane (quasi certamente Teodorico stesso e membri

della sua corte) vennero cancellate e si notano ancora le ampie parti di colore leggermente diverso (a riprova di una ricostruzione avvenuta in un

momento diverso) e le incontrovertibili tracce sulle colonne bianche, dove spuntano qua e là delle mani.

Le colonne che sorreggono gli archi del palazzo sono candide e slanciate (nella realtà dovevano essere in marmo) e terminanti con capitelli in

tipico stile corinzio. Sopra gli archi, che, riportano motivi di angeli che tendono festoni floreali, si trova una lunga teoria di archetti bassi protetti da

parapetti, e sormontati dal tetto in tegole. Questo doveva probabilmente essere un lungo terrazzo coperto.

Al di là del Palazzo si notano alcuni edifici basilicali o a pianta centrale che hanno la funzione di rappresentare, sinteticamente e simbolicamente,

la città di Ravenna.

Sulla parete di fronte è raffigurato invece il Porto di Classe, che in quel tempo era il più grande di tutto l'Adriatico, nonché un delle principali sedi

della flotta imperiale romana. Sulla sinistra, i tasselli del mosaico compongono la figura di tre imbarcazioni allineate verticalmente, che sostano

sull'acqua azzurra e calma del porto, in un'insolita prospettiva "a volo d'uccello", che ne risalta l'ampiezza. Da ambedue le parti esse sono protette

da una coppia di late torri in pietra. Continuando verso destra, si possono osservare le late e possenti mura merlate cittadine, all'interno delle quali

si intravedono vari edifici notevolmente stilizzati: un anfiteatro, un portico, una basilica, una costruzione civile a pianta centrale coperta da un tetto

conico. Sopra la porta d'ingresso alla città, sull'estrema destra, si leggono le parole latine: CIVI CLASSIS (Città di Classe).

Le contrapposte processioni di Santi Martiri e Sante Vergini, sempre nel registro inferiore, furono eseguite nel periodo di dominazione bizantina

(quando Ravenna era un Esarcato dipendente da Costantinopoli) ed evidenziano alcuni dei caratteri dell'arte propria dell'Impero d'Oriente quali: la

ripetitività dei gesti, la preziosità degli abiti, la mancanza di volume (con il conseguente appiattimento o bidimensionalità delle figure). E ancora:

l'assoluta frontalità, la fissità degli sguardi, la quasi monocromia degli sfondi (un abbacinante oro), l'impiego degli elementi vegetali a scopo

puramente riempitivo e ornamentale, la mancanza di un piano d'appoggio per le figure che, pertanto, appaiono sospese come fluttuanti nello

spazio.

Roma a queste date diventa soprattutto sede del potere papale.

La Basilica dei “ S. Cosma e Damiano ” nel 526-30 fu realizzata recuperando edifici classici nel foro romano, fu restaurata sotto Papa Urbano

Barberini

(XVII secolo ).

Grande mosaico del catino absidale, Papa Felice IV, S. Cosma e Damiano accompagnati da S. Pietro e S. Paolo, Sant’Isidoro.

Al centra vi è Cristo in gloria sospeso su un cielo di nubi, vestito con una tunica dorata.

S. Cosma, S. Paolo – ( spada ) uomo stempiato con lunga barba nera, S. Damiano, S. Pietro – ( chiavi ) uomo con capelli e barba bianchi

Plasticità

Pecore (Gregge di Dio, popolo di fedeli ) – rifacimenti in epoca barocca fino a tutto il panneggio di S. Cosma

Papa committente offre la chiesa, integralmente restaurata, in particolare la parte attorno al Cristo che fu rifatta.

Simmetria, resa solenne e impassibile dei volti, capacità plastica, volumetrica, realistica, naturalistica.

Resa smaterializzata più forte in oriente e a Ravenna piuttosto che a Roma.

526: muore Teodorico e gli succede la figlia, Amalasunta, reggente per il proprio figlio,di soli cinque anni.

Il marito di Amalasunta, Teodato, deciso a prendere il potere, fa eliminare la moglie nel 535.

L’assassinio fornì il pretesto a Giustiniano, imperatore a Costantinopoli, per riannettere direttamente l’Italia all’impero.

La CAMPAGNA MILITARE (Guerra greco-gotica), diretta dai generali Belisario e Narsete, si concluse con la riconquista di Ravenna (540)

e poi del resto d’Italia.

. Chiesa di San Vitale, 547,

completamente in stile bizantino, edificio a pianta centrale, archi rampanti – contrafforti che reggono e sostengono le pareti. Pianta ottagonale,

abside affiancato da due campanili, portico angolare. All’interno si prova un senso di spaesamento perché non c’è un punto privilegiato, gli archi

sono slanciati ed altissimi.

Segue il modello di “ San Sofia ” a Costantinopoli, catino absidale – Cristo in trono sul mondo con angeli che accompagnano il vescovo di

Ravenna Ecclesio, committente a destra, e San Vitale a sinistra.

Cristo, giovane e sbarbato siede sul mondo ed ha ai lati due angeli perfettamente simmetrici che introducono i due personaggi che si presentano a

Cristo.

Ai lati dell’altare maggiore troviamo due grandi mosaici.

1- imperatore Giustiniano ed il suo seguito – 547-550, l’imperatore Giustiniano è al centro in posizione frontale, alla destra troviamo il

nuovo vescovo Massimiano. Il vescovo è realizzato più realisticamente perché era conosciuto, tra l’imperatore ed il vescovo vi è il

banchiere Giuliano l’Argentario finanziatore della basilica, alla sinistra i soldati rappresentano la forza militare. Le figure sono perfettamente

piatte senza terza dimensione e senza profondità. Il Vasari li definì come: “ personaggi che si pestano i piedi ”. l’imperatore al centro

detiene la maschera del potere e l’aureola simboleggia la sua sacralità. Siamo di fronte ad un grande gioiello di un preziosità estrema data

dall’oro dello sfondo senza particolari.

2- imperatrice Teodora accompagnata dalle dame di corte – sulla sinistra è presente un’allusione architettonica di una porta, ma nessuno

sembra dirigersi verso di essa. Le dame sembrano pezzi di stoffa dove nessuna forma del corpo emerge. La forma dei volti è sempre la

stessa. È sempre la stessa forma del volto che si ripete, non c’è ombreggiatura.

Sant’Apollinare in classe ( consacrata nel 547 ).

Originariamente conservava le reliquie del patrono di Ravenna, poi spostate a Sant’Apollinare nuovo. La decorazione absidale presenta un

percorso verso la perdita di contatto con la realtà.

Al centro troviamo Sant’Apollinare con pecorelle simmetriche a destra e sinistra.

La croce centrale sul fondo rappresenta la trasfigurazione del Cristo.

Le tre pecore rappresentano Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre apostoli che assistono alla trasfigurazione.

I profeti Elia e Mosè sono tra le nuvole.

In cima, che emerge dalle nubi, c’è la mano di Dio.

Il successo a Ravenna di Giustiniano è effimero.

Nel 568 l’Italia viene invasa dai Longobardi, che importano un modo tutto nuovo – appiattimento completo della tradizione artistica.

Tutto ciò che sarà ispirato all’antico sarà nostalgia, e lo studio dell’antico come archeologia.

Se la tradizione classica non muore del tutto, si deve a Costantinopoli; dove la memoria dell’antico non si era mai persa del tutto.

Sopravvivenza dello stile classico nell’età di Giustiniano

L’Avorio ‘Barberini’

Prima metà del VI secolo.

Paris, Musée du Louvre

L’Avorio Barberini consiste in 5 tavolette assemblate risalenti al IV secolo.

L’imperatore vittorioso a cavallo è Giustiniano.

Il cavallo è impennato e quindi in movimento.

In questa rappresentazione allegorica troviamo il naturalismo che rievoca la tradizione classica.

La figura femminile con frutta che regge il piede dell’imperatore è l’allegoria della terra soggiogata dall’imperatore.

La figura femminile in volo su di un globo è l’allegoria della vittoria.

L’uomo dietro con la lancia riconosciamo che è un barbaro dal copricapo, dai pantaloni e dalla barba.

Rappresenta il trionfo dell’imperatore sui barbari.

La fascia orizzontale superiore, contiene l’immagine di Cristo al centro con ai lati due angeli.

Alla sinistra dell’imperatore ci sono due generali che lo onorano ( quello di destra è andato perduto ).

Nella fascia inferiore troviamo le parti del mondo che rendono omaggio all’imperatore.

L’Asia è rappresentata con la tigre e l’Africa con l’elefante.

A sinistra di questi sono rappresentate le provincie.

Ritorno ad un naturalismo anticheggiante.

L’opera è preziosissima: originariamente conteneva pietre preziose della Scandinavia e dell’Ungheria.

L’ARTE DEI LONGOBARDI

I Longobardi in Italia: 568-774

568: Alboino, re dei Longobardi, una popolazione d’origine scandinava che conquista l’Italia e vi costituisce un regno suddiviso

• in ducati e con capitale a Pavia.

I Longobardi domineranno l’Italia per due secoli, fino alla sconfitta del re Desiderio da parte di Carlo Magno, nel 774.

La popolazione nomade non ha un’arte monumentale; si concentra principalmente sull’oreficeria.

Le fibule sono senza icone: senza visi e/o personaggi.

Questi reperti sono emersi grazie agli scavi nelle necropoli.

Spesso troviamo allusione a rappresentazioni stilizzate di animali ( aquila e pesci son incastonati “ pietre rosse ” )– tecnica del castone.

Reticolato di fili dorati con all’interno pietre colorate o smalti.

Fibule di Aregonda, regina dei franchi, 575.

Anche i franchi usavano le stesse tecniche.

Oreficeria anglosassone 600-620 ca.

Anche gli anglosassoni realizzano pezzi di oreficeria di migliore qualità con soggetti sempre astratti. Uso di motivi a nastro, serpeggianti su fibule,

ecc. ecc….linea che corre su foglio d’oro o pagina come per la decorazione libraria.

Vangeli miniati irlandesi del 700.

CARPET PAGE –> decorazione astratta come tappeti.

Arte che non deve nulla alla tradizione antica.

Libro di Kells, 800 ca.

Figurazione umana e Madonna col bambino.

Astratto, stilizzato, linee e campiture di colore, bidimensionale, parti accostate.

Sono presenti i simboli dei 4 evangelisti.

Il carattere medioevale non distingue tra figurazione e decorazione.

Vangelo miniato.

Cornici e figure si fondono grazie all’usa delle stesse forme e degli stessi colori.

Con l’arrivo dei longobardi l’arte fa un enorme passo indietro.

La scultura viene quasi dimenticata, tanto che si perdono le conoscenze e le abilità tecniche.

La pittura sopravvive .

Solo da dodicesimo secolo si ricomincerà a parlare di scultura.

Col tempo anche i longobardi iniziano a confrontarsi con la tradizione che li circondava ovunque all’interno delle città.

Lamina di Agilulfo, 591-615

Visiera si un elmo ( i buchini servivano per fissarla all’elmo ).

La raffigurazione ha una resa infantile.

Agilulfo è seduto sul trono al centro con due soldati ai lati.

I due “ gnomi ” con cartelli rappresentano le vittorie alate. Sul cartello si trova la scritta VICTORIA che funge da didascalia, fumetto.

I paggi all’estrema destra e sinistra portano corone e attributi del re.

Per realizzarlo hanno prei spunto dall’arte antica romana.

Progressivo avvicinamento tra conquistatori e conquistati.

Conversione al cattolicesimo del longobardi.

Prima la popolazione era legata a culti pagani, anche se la religione ufficiale era quella ariana.

La regina Teodolinda, moglie di Agilulfo e il Papa Gregorio Magno, sono figure molto importanti per questo periodo.

Teodolinda, principessa e regina dal 589 -627 corrispondeva con Gregorio Magno.

Fondatrice del duomo di Monza ( residenza estiva longobarda ) venne venerata come “ santa evangelizzatrice ” perché convertì i longobardi.

Duomo di Monza

Dedicato a san Giovanni Battista.

Il tesoro è formato da oggetti legati a Teodolinda pieni di dubbi e misteri.

Non si sa se la provenienza sia longobarda o doni realizzati a Roma per i longobardi.

Coperta di Vangelo donata da Gregorio Magno a Teodolinda

590-600ca, oggetto troppo raffinato per essere longobardo perché decorato ( in particolare la croce ) da pietre preziose e cammei.

Impaginato molto preciso e geometrico.

Facciata – rilievo di età romanica in marmo XII secolo

La scena rappresenta il battesimo di Cristo e l’omaggio di Teodolinda del tesoro al santo. Questo consiste in coppe, calici, croci e un piatto con

una gallina e sette pulcini d’oro e pietre preziose. Quest’ultima resta un’opera d’arte misteriosa.

Questo testimonia che non si perde la memoria della regina.

1444 – cappella affrescata nel duomo con storie della regina Teodolinda. Una biografia realizzata dai fratelli Zavattari. I personaggi sono vestiti

come Visconti.

“ Historia longobadorum ” – opera storica scritta da Paolo Diacono ( longobardo ), un intellettuale presente alla corte di Carlo Magno di

Acquisgrana. Racconta dell’ascesa alla sconfitta.

Altare del duca Ratchis, Cividale del Friuli 740 ca, pietra

Scultura in pietra e parte di un altare monolitico. Cividale del friuli è un ducato ed una delle prime città conquistate.

Il fronte principale presenta l’immagine del Cristo in gloria benedicente ( benedizione alla greca: anulare, pollice e mignolo, allusione alla trinità )

all’interno di una mandorla.

La mandorla è una sorta di alone di gloria, luminoso.

L’aureola è crociata ( a rappresentare i bracci della croce ) e al di sopra scende la mano di Dio. Ai lati di Cristo stanno due angeli serafini o

cherubini ( hanno tre paia di ali ).

Non ci sono proporzioni e senso classico. È schematico quasi infantile. La mano benedicente del Cristo è ruotata.

Non ci sono elementi naturalistici ma accostati. Le pieghe del panneggio sono astratte e le linee formano un gioco senza senso. Le orecchie sono

frontali e storte.

Nelle facciate laterali troviamo l’adorazione dei magi e la visitazione.

In questi bassorilievi troviamo la volontà di riempire lo sfondo con decorazioni piuttosto che lasciarlo libero.

Es: i fiori sul cielo e sotto il trono della Vergine Maria.

Questo tipo di arte ha bisogno di una didascalia ( posto al di sopra della cornice che racchiude l’immagine ) che può essere formata da scritte e

simboli.

Es: Maria è più grande ed ha una croce sulla fronte.

Non esiste più l’idea della figura umana come bellezza del mondo.

I piedi sono piccoli e le braccia forzatamente allungate.

Tempietto di Cividale ( cappella palatina 730-740 ca )

( cappella del palazzo dei duchi )

Sopra l’ingrasso è posta una lunetta con una finestra che divide 6 figure di sante. Le statue sono di stucco modellato.

Maggior ricongiungimento con l’arte tardo antica: le figure sono slanciate, l’aspetto è aulico, solenne e severo.

Gli abiti presentano solchi paralleli, piatti e decorativi.

Attenzione più sofisticata all’arte classica – l’uso dello stucco è molto importante tanto da sostituire la scultura in pietra. Le figure sono frontali con i

grandi occhi sbarrati. Anche la chiesa di Malles presentava decorazioni in Stucco.

In 200 anni di storia longobarda si passa dalla prima produzione di oreficeria alla produzione di figure lontanissime dalla tradizione precedente,

fino all’avvicinamento dei modelli della tradizione tardo antica – rinascenza Liut Prandea ( re dei longobardi ).

L’ARTE DEI FRANCHI PRIMA DI CARLO MAGNO, OREFICERIE

I franchi verranno chiamati dal Papa in Italia per cacciare via i longobardi nel 774.

I franchi ed i longobardi avevano una cultura artistica molto simile. Stessa tecnica manifatturiera.

Evangeliario di Gundoino

Questo è il più antico vangelo prodotto in Francia. La pagina di apertura presenta Cristo in trono circondato da angeli. I 4 cerchi attorno

contengono i simboli degli evangelisti. La tecnica è povera ed i colori sono il rosso, il nero ed il verde.

Perdita di senso della forma ed assemblaggio di elementi. La totale bidimensionalità è data dai lineamenti disegnati con un tratto.

La politica di Carlo Magno lo spingerà a cercare una nuova forma artistica. Il suo scopo era di diventare un nuovo grande imperatore romano.

ARTE CAROLINGIA

L’Europa e il Mediterraneo nell’VIII secolo

Alla morte di Maometto (632) gli arabi iniziano una rapidissima e inarrestabile espansione. Sotto il regno dei primi due califfi (632-644) occupano

Siria, Persia, Palestina, Cipro, Cappadocia, Egitto…; nei decenni successivi tutto il Nordafrica. Nel 711 invadono la Spagna, sconfiggendo i

Visigoti. A bloccarne l’espansione saranno le vittorie dei Franchi a Poitiers nel 732, guidati dal re Carlo Martello, e dell’imperatore bizantino Leone

III, negli stessi anni, in Medio Oriente.

In Italia, la rinnovata bellicosità del re longobardo Astolfo, che nel 751 strappa Ravenna ai Bizantini, induce papa Stefano II, che teme per Roma, a

cercare l’aiuto dei Franchi. Re Pipino il breve (figlio di Carlo Martello) scende in Italia, riconquista Ravenna e la dona al papa con gli altri territori

tolti ai Longobardi: è la nascita dello Stato della Chiesa (756).

Nel 768 a Pipino succede il figlio, Carlo Magno, che porta a termine la missione antilongobarda, fino alla resa dell’ultimo re, Desiderio: 774. Il

regno longobardo scompare in Italia settentrionale (sopravvivono però i ducati di Spoleto e di Benevento, eliminati solo nell’XI secolo dai

Normanni).

A Costantinopoli l’imperatore Leone III impone l’iconoclastia: nel 730 proibisce la rappresentazione in qualsiasi forma di Dio, della Madonna e dei

santi, in base al principio per cui il divino non è rappresentabile e l’adorazione dei fedeli deve rivolgersi direttamente a Dio e non alle sue immagini.

Il culto delle immagini verrà reintrodotto dall’imperatrice Irene (787), ma nuovamente proibito dall’815 al 843.

Coperta di vangelo 760-770

Questa coperta di vangelo è molto elegante, data da una tradizione orafa molto decorativa e antinaturalistica dei barbari. Carlo Magno. Durante

gli anni di governo si sviluppano i codici miniati. Si copiano codici antichi e le miniature sopravvivono meglio a differenza di affreschi e mosaici.

Abbiamo una discreta raccolta di avori e pochi oggetti in bronzo. La scultura non è più praticata perché è difficile ricominciare dopo anni che non si

faceva più.

La statuario è avvertita come simbolo della tradizione pagana.

Per Carlo Magno è forte l’esigenza di recuperare statue. Tornando da Ravenna si porta dietro una scultura di uomo a cavallo che mette al centro

della corte ad Acquisgrana. Ci perviene un’unica scultura di imperatore a cavallo a tutto tondo conservata oggi al Louvre di Parigi ( h=30cm ).


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in beni culturali
SSD:
Docente: Galli Aldo
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher summerit di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Galli Aldo.

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