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Storia del processo penale Appunti scolastici Premium

Appunti completi ed ordinati, presi durante tutte le lezioni di storia del processo penale tenute dal prof. Miletti nell'anno accademico 2017/2018.
Tra i temi trattati:
gli ordinamenti barbarici ed ecclesiastici, il processo romano-canonico, l'inquisizione, l'età moderna, i grandi tribunali, il processo ad modum belli, l'illuminismo e i codici del XIX secolo.

Esame di Storia del processo penale docente Prof. M. Miletti

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ESTRATTO DOCUMENTO

natura del potere è la stessa, cambia la quantità. Il potere di fare leggi è ampio quanto la

iurisdictio, così Bartolo abbina la sovranità al potere giurisdizionale: per l’uomo colto medievale,

giudicare assorbe il legiferare. Il processo assorbe tutte le altre manifestazioni del diritto. Niccolò

Cusano, nel De Concordantia Catholica (1438) afferma che non tutti quelli che hanno la

iurisdictio posseggono anche la potestas condendi legem (il potere legislativo), ma tutti quelli

che hanno il potere legislativo posseggono la iurisdictio. Questa frase è il solco tra medioevo ed

età moderna. All’epoca di Cusano, l’Europa si stava avviando agli stati nazionali, mentre

Bartolo viveva in un’Italia fatta di piccole comunità: nello stato, rispetto al piccolo comune, c’è

un sovrano che produce leggi e che pretende di avere il controllo su coloro che sono chiamati

ad applicarle; la iurisdictio, che nel medioevo era il potere, diviene nell’età moderna una

funzione del potere. Lo stato moderno nasce infatti con un’ideale di accentramento, per

respingere le forze centrifughe di comuni, chiese e feudi; questo accentramento si verifica

anche nella giustizia: la giustizia regia combatte contro la giustizia ecclesiastica, feudale e

comunale. Lo stato moderno cerca di imporre il primato della giustizia regia, ma nella realtà

non vi riesce, poiché l’età moderna è l’età dei particolarismi. Secondo Cavanna, il passaggio

da medioevo a età moderna si può riassumere in questa formula: dal pluralismo al

particolarismo. La storiografia cattolica vede il medioevo come un tentativo di armonizzazione

delle differenze; secondo Cavanna, il quadro unitario costruito nel medioevo va in frantumi da

un punto di vista politico, religioso e “testuale”: tre pilastri crollano, ciascuno per proprio conto.

Il particolarismo si esprime nella cd. Moltiplicazione soggettiva: per gli storici del diritto,

l’appartenenza al ceto non è solo un dato sociologico, ma anche giuridico, poiché vi era un

sistema fatto di sottosistemi. Questo particolarismo era sia formale che procedurale, poiché vi

erano norme e giurisdizioni straordinarie in ottemperanza ai ceti (mercanti, chierici, feudatari

etc.). La giurisdizione regia non abroga quelle particolari, ma coesiste. Federico II di Svevia fu

più volte scomunicato perché, oltre ad avere una politica molto aggressiva nei riguardi della

Chiesa, sfidò il primato della iurisdictio quando, in qualità di re di Sicilia, pubblicò una raccolta

di costituzioni (costituzioni di Melfi, 1231), mostrandosi molto più ardito rispetto ai suoi

predecessori. In una di queste costituzioni (Constitutio non sine grandi) si pronunciò sulla

dicotomia tra iurisdictio e ius condendi legem. Egli cita una legge dell’Impero Romano che

aveva trasmesso il potere di far leggi dal popolo al princeps.

Federico II di Svevia si serve poi della metafora della trinità, sostenendo che in questo modo

l’imperatore sia padre, figlio e ministro della giustizia. Si tratta di un’anticipazione, seppur in una

prospettiva differente, del pensiero di Cusano. Non c’è giustizia senza forza e non c’è forza

senza giustizia.

Il medioevo si basava sul culto dell’universalismo: tutto ciò finisce traumaticamente all’alba

dell’età moderna, poiché dall’impero si staccano gli stati, in particolare Francia e Spagna;

l’Inghilterra era già autonoma, mentre Italia e Germania erano frazionate in piccoli stati. Crolla

anche l’universalismo religioso perché nel XVI secolo si creano molteplici scissioni, come quella

luterana: non vi è più un’unica chiesa e questo ha una forte incidenza nella storia del diritto.

Crolla anche il pilastro “testuale” poiché all’inizio dell’età moderna si fa strada un approccio

alle fonti letterarie e giuridiche, completamente diverso da quello medievale. Si tratta di un

metodo critico-contestativo, che prende il nome di umanesimo giuridico e che si sviluppa nel

più generale contesto dell’umanesimo. Si riafferma la filosofia di Protagora, che vede l’uomo

come misura di tutte le cose; i giuristi cambiano metodo: nascono il metodo storico e quello

sistematico. Questi due filoni si incardinano nell’umanesimo giuridico, al di fuori del quale vi è

invece forma di resistenza che prende il nome di mos italicus, per differenziarlo dall’umanesimo

giuridico stesso che invece prende il nome di mos gallicus.

Il metodo storico-filologico: la componente storica si basa sull’idea che il diritto

giustinianeo debba essere contestualizzato; questa storicizzazione indebolisce la forza cogente

del della norma e la sua portata vincolante: storicizzare il diritto giustinianeo significa sottolineare

la sua applicabilità ad una società passata. La filologia invece mirava a disvelare l’autenticità

dei testi, minando quindi alla credibilità stessa delle fonti e rendendo più accettabile che un

monarca potesse produrre delle leggi.

Il metodo sistematico: il giurista è per sua stessa natura sistematico; in principio non

esisteva l’abrogazione, ciò che veniva dopo era cumulativo rispetto alle norme precedenti,

pertanto era compito del giurista stabilire un sistema tra le norme preesistenti e quelle aggiunte.

Il metodo sistematico intende il diritto romano come “pietra grezza” da risistemare in ossequio

alle nuove esigenze.

Le istiutiones di Giustiniano erano organizzate in personae, res e actiones, pertanto si trattava di

una tripartizione già consona agli ideali dell’umanesimo, che considerava l’uomo in una

posizione centrale. In realtà questa tripartizione era originariamente di Gaio, ma il suo testo fu

rinvenuto in un secondo momento; la tripartizione gaiano-giustinianea è particolarmente

consona ad una società dinamica e pre-capitalista come quella moderna: l’uomo si arricchisce

e difende ciò che ha ottenuto attraverso le actiones. Gli umanisti scoprirono che il processo

romano-canonico, così come ricostruito nel medioevo, era molto differente da quello prescritto

dalle fonti giustinianee. Questo portò ad una riscoperta del processo accusatorio.

Gli esponenti del mos italicus, tradizionalisti, si basavano su una scelta anche religiosa, ma

preminentemente politica: il mos gallicus avrebbe comportato una messa in discussione del

textus giustinianeo, fino ad allora unico supporto normativo. I tradizionalisti ritenevano che

l’Italia, così frammentata, non avrebbe potuto rinunciare al testo giustinianeo, perché non vi

era un potere politico in grado di porre in essere delle norme, come ad esempio in Francia che

aveva già conosciuto il modello dello stato nazionale. Inoltre, la Francia era più libera

dall’ipoteca della Chiesa, avendo scelto di seguire il gallicanesimo. Paradossalmente il mos

italicus è la fucina in cui emerge il concetto di tribunale regio, che designa il modo di

amministrare la giustizia in una società più complessa come quella moderna.

O T T A VA L E ZI ON E (0 8 /1 1 /2 0 1 7 )

I grandi tribunali costituiscono un fenomeno centrale dello stato moderno; l’attuale frattura tra

politica e magistratura è frutto delle basi gettate in età moderna. Per l’uomo colto medievale,

la iurisdictio si ricollegava al concetto di potere, Baldo aveva sostenuto che la differenza tra

statuto e sentenza fosse meramente quantitativa (lo statuto vincola più soggetti, la sentenza

solo colui al quale è indirizzata). Il princeps ha in mente di accentrare il potere nelle sue mani

contro le forze centrifughe, per comandare deve emanare regole di carattere generale: la

società non deve più essere una società di gruppi, ma una società di atomi. Il sovrano non si

limita ad emanare norme, per attuare la voluntas principis occorrono delle magistrature: a

partire dal XIV secolo e fino al XVIII secolo, quasi ovunque l’Europa si popola di grandi tribunali;

i sovrani recuperano vecchi meccanismi di giustizia e li riassettano come “braccia e corpo del

principe”. I sovrani erano quasi sempre di origine nobile: il nobile era colui che combatteva e

che non aveva competenze giuridiche, pertanto aveva bisogno di organismi giudicanti

composti da esperti. Il requisito in virtù del quale si diventava giudici nei grandi tribunali era la

experientia: una novità rispetto al requisito richiesto nel tardo medioevo, l’honor; nell’età

moderna, ricoprire una carica pubblica non è più un onore, ma una virtù. Nell’alto medioevo si

riteneva che la carica fosse un beneficio feudale, mentre il sovrano moderno ha altre esigenze

(respingere le autonomie) e per questo ha bisogno di officiali esperti, dotati di virtus. Si inizia a

parlare di licentia ed exercitium. Questo passaggio da honor a virtus si verifica anche in ambito

militare, a causa della tecnicizzazione delle armi. I giudici dei grandi tribunali venivano

selezionati attraverso la captazione mediata: l’organismo convoca i futuri membri dall’interno,

attraverso la mediazione del sovrano. Questi tribunali erano gabinetti di giustizia, in Francia

furono fondati numerosi grandi tribunali che presero il nome di “parlamenti”. La differenza tra

parlamento francese e parlamento inglese è che, mentre quest’ultimo era un’assemblea

rappresentativa, quello francese era un tribunale che coadiuvava il sovrano nella formazione

delle leggi. Furono particolarmente importanti il senato di Torino, il senato di Milano, la Sacra

Rota Romana, il Sacro regio Consilio di Napoli e il parlamento di Parigi. L’espressione “grande

tribunale” indica una giurisdizione di vertice che, a differenza della nostra cassazione, concorre

con una pluralità di giurisdizioni. Nell’età moderna la giurisdizione si divideva in regia, feudale,

ecclesiastica e comunale.

Si distinguono due tipologie di grande tribunale: il senato e la rota.

Il senato, a differenza di quello romano, è una vera e propria magistratura di cui fanno parte

giudici tecnici e stabili nel tempo, mentre la rota – dall’espressione rota rotat – era composta

da giudici pro tempore, spesso non tecnici. La differenza era non solo nella composizione, ma

anche nella produzione di sentenze; i tribunali di età moderna producevano infatti letteratura,

le sentenze prendevano il nome di decisiones, pubblicate in veri e propri repertori

giurisprudenziali, contenenti i casi che il giudice selezionava a suo piacimento. Si trattava di testi

pubblicati privatamente, su iniziativa del singolo giudice, poiché il tribunale di appartenenza

non aveva nessun interesse nel rendere ufficiali e vincolanti le decisiones. Gli studiosi distinguono

le decisiones che provengono dai senati, da quelle che provengono dalle rote.

Le decisioni dei senati sarebbero, secondo alcuni studiosi, equiparabili al report

• anglosassone; nella tradizione di common law, le law reports erano catalogazioni

vincolanti dei precedenti giurisprudenziali. Gli studiosi hanno ravvisato una somiglianza

tra law reports e decisiones dei senati, che “riportavano” la discussione in camera di

consiglio. Mentre però i tribunali inglesi danno ampio spazio al fatto, nelle decisiones il

fatto passa in secondo piano e prevale lo sproloquio giurisprudenziale.

Le decisiones della rota erano in realtà delle bozze, ovvero degli schemi di sentenza. Le

• parti ricevevano la decisione e potevano accettare oppure fare delle obiezioni; era uno

strumento di economia endoprocessuale, una sorta di sanatoria in itinere per evitare

impugnazioni. La rota romana era il tribunale più importante perché aveva una

competenza interna (stato pontificio) ed una competenza sovranazionale, nelle materie

di fede, che però con la riforma protestante vide ridursi notevolmente il suo potere, pur

preservando la sua competenza su quella parte d’Europa ancora cristiana.

Le raccolte di decisioni erano il vincolo con il quale i tribunali cercavano di imporre la propria

giurisprudenza. In età moderna il divario tra civil law e common law era molto più sfumato, i due

sistemi erano molto vicini a causa dei grandi tribunali, che promuovevano l’idea per la quale il

precedente potesse fungere da regola. Nessun giurista dei grandi tribunali avrebbe messo in

discussione il primato del princeps nel legiferare, tuttavia egli non poteva prevedere tutto:

potevano esserci delle lacune (omissis) e contraddizioni. La lacuna e il caso dubbio sono quelle

circostanze in cui il tribunale arriva ad asserire la forza di legge della propria decisione.

Naturalmente, il concetto di dubbio ed omissione è molto vago e si presta a molteplici

interpretazioni.

Il revirement è un cambiamento di opinione. Il grande tribunale esprime il suo parere

affermando la forza di legge del proprio precedente. Tuttavia, il giudice non ha nessun interesse

nel vincolarsi definitivamente a quel precedente. Il mutamento di parere trova diverse

argomentazioni: alcune vagamente antropologiche, come la mutevolezza dell’animo umano,

altre più politiche, ad esempio si sostiene che il mutamento di pontefice si accompagni ad un

mutamento di orientamento.

I grandi tribunali non assolvono completamente il ruolo a cui erano stati preposti poiché, a

causa della velleità di produrre diritto, si ritrovarono in contrasto con la volontà del principe;

l’elemento d’intesa era la costruzione dello stato, la divergenza era nella produzione normativa.

Questo conflitto si crea quando nasce la giurisprudenza, poiché il formarsi di una giurisprudenza

prelude alla pretesa che questa vincoli i giudici successivi. Le due parole chiave di questo attrito

sono iurisdictio e interpretatio: iurisdictio, da sempre campo d’azione della magistratura, diviene

un punto d’attrito quando si pretende di effettuare il salto logico dal caso specifico ai casi

analoghi, corrodendo il potere di chi decide per tutti. L’interpretazione ha invece una valenza

differente da quella odierna. Il giurista medievale e moderno avevano un potere creativo

poiché, nel mare magnum di fonti caotiche e convergenti, andava letteralmente a creare la

legge.

Il senato godeva del potere di interinazione, ovvero un vaglio nei riguardi della novella regia: i

magistrati si avvalevano della facoltà di non applicare la norma. Questo potere apparteneva

anche al parlamento di Parigi, che poteva o non poteva registrare la norma del re di Francia.

Questo potere di interinazione secondo alcuni studiosi deriverebbe da “interim”, altri studiosi

rifiutano l’ipotesi della sospensione ed identificano l’etimologia in “enter”: una sorta di

“semaforo verde” che il tribunale concedeva alla norma aveva un ruolo di completamento

rispetto alla volontà del principe. Il sovrano, nell’età moderna, è al debutto della sua funzione

di legislatore ed è probabile che i tribunali volessero portare avanti il potere delle magistrature

medievali, integrando la voluntas principis. Tutto il lavorio dei giuristi si basa sull’interpretazione,

attraverso la quale individuano due “difetti” della norma del principe, tali da giustificare la non

registrazione.

Subreptio: il principe non ha tenuto conto di una circostanza che invece

avrebbe dovuto considerare;

Obreptio: il principe ha tenuto conto di una circostanza che invece non

sussisteva.

Tutto il gioco si muove sul crinale tra medioevo ed età moderna: i grandi tribunali avevano

collaudato per secoli i loro parametri di giudizio, i tribunali moderni utilizzano gli stessi strumenti

per conseguire un preciso interesse: partecipare alla produzione normativa.

Gino Gorla, negli anni ’60-’70 del XX secolo, cercò di trovare i motivi per i quali civil law e

common law non fossero così lontani e, per fare ciò, analizzò il fenomeno dei grandi tribunali e

in particolare la loro connotazione giurisprudenziale. Secondo Gorla, i grandi tribunali avevano

realizzato una doppia unificazione: una interna (il grande tribunale inizia a cementare le proprie

posizioni attraverso i precedenti, la giurisprudenza diviene un collante tra le fonti) e una esterna,

tra gli stati: le decisiones avevano una circolazione straordinaria tra gli stati e creavano un

comune sentire che assomigliava al diritto comune medievale, con la differenza che non si

trattava più di dottrina, ma di giurisprudenza.

N O NA L E ZI O N E (1 5 /1 1 / 2 0 1 7 )

Il termine inquisizione designa sia il processo inquisitorio, sia due tribunali che hanno avuto una

grande storia nell’età medievale moderna, ovvero un fenomeno di giustizia che ha segnato

l’epoca ben oltre i confini religiosi. L’inquisizione romana è di nascita incerta, forse attorno al XII

secolo, ma le prime notizie sulla sua organizzazione si hanno a partire dal XIII secolo, periodo in

cui emergono le caratteristiche acquisite del processo romano-canonico: i papi di quel periodo

iniziarono a non fidarsi più del modo in cui le eresie venivano combattute dai vescovi locali e

iniziarono ad inviare dei propri delegati, creando una sovrapposizione tra inquisizione vescovile

e inquisizione delegata. Innocenzo III stabilisce che contro gli eretici si possa agire de oficio, de

plano e sine strepito iudicii, ovvero senza eccessiva pubblicità; in quel periodo le eresie erano

all’ordine del giorno, basti pensare alle stesse dottrine contrarie allo sfarzo della Chiesa. La

Chiesa, per combattere il mostro a nove teste, penetra nel contesto sociale e si serve di delatori,

testimoni che restano segreti; un’altra caratteristica del processo inquisitorio è la tortura: un po’

alla volta, all’interno della Chiesa, ci si specializza nel fare l’inquisizione. Molto spesso si trattava

di dominicani, vero braccio armato del papa. Tuttavia, esiste una storiografia cattolica che

rivaluta l’inquisizione, sostenendo che non fosse truce e torbida come descritta dagli storici.

Guiraud, negli anni ’20 del ‘900 scrisse la voce “inquisizione” nel dizionario apologetico della

fede cristiana, andando ad esaminare le tipiche accuse rivolte all’inquisizione romana: tortura,

eccessiva severità, parzialità del giudice. Egli ritiene che si tratti di accuse fondate, ma che si

potrebbero rivolgere anche agli altri tribunali dell’epoca, inoltre le attività dell’inquisizione

romana non sarebbero state così violente; analizzando la figura di Bernardo Gui, l’autore

osserva come solo tre dei processi si fossero conclusi con la condanna a morte. In realtà,

l’inquisizione romana non condannava a morte, ma consegnava il confesso e convitto al

mondo laico, in una sorta di abbandono al braccio secolare. Guiraud osserva inoltre che fu

Federico II, nella sua legislazione laica, ad introdurre il principio per il quale l’eretico dovesse

essere condannato al rogo. Le idee eretiche infatti potevano mettere in discussione anche il

potere laico, ammettere il diverso avrebbe costituito un elemento di disordine, pertanto anche

un sovrano laico poteva avere un interesse in tal senso. Per quanto concerne la tortura, i

manuali degli inquisitori prevedevano una sorta di regolamentazione di questo istituto. Alla fine

del XIV secolo uno dei più grandi inquisitori, Eymerich scrisse Directorium, un’opera che serviva

a dirigere ed indirizzare gli inquisitori: egli consiglia di infliggere la tortura solo in presenza di due

indizi forti e veementi, come ad esempio una testimonianza grave unita alla pessima

reputazione dell’inquisito. (Iudicia ad torquendum)

Altro interessante aspetto fu certamente la stregoneria, incardinata nella dimensione magico-

superstiziosa e misogina; tuttavia, secondo molti studiosi, l’inquisizione romana avrebbe abituato

a distinguere il comportamento pittoresco da quello ereticale con dei veri e propri studi

antropologici. Fu preminentemente un fenomeno nord-europeo, in particolare in età moderna.

Alcuni canonisti hanno dimostrato che tali processi si moltiplicarono in Italia quando si capì che

non sarebbe stata la terra di conquista del protestantesimo. Negli anni del concilio di Trento

(1545-1563) la Chiesa diede ordine agli inquisitori di essere sempre vigili. Anche con specifico

riguardo ai processi di stregoneria, si sviluppo la manualistica, si pensi ad esempio al Malleus

Maleficarum (1487) di Sprenger e Kramer. Tale opera è interessante perché utilizza raffinate

tecniche psicologiche e spiega all’aspirante inquisitore come si avvince l’intelletto

dell’imputato, ponendo domande suggestive: questo è un problema aperto nei codici penali,

che impongono al magistrato inquirente di non porre domande suggestive. Lo psicanalista

Armando Verdiglione ripubblicò quest’opera nel tardo ‘900 come esempio di tecniche

suggestive. L’inquisizione romana ha visto una sua rifondazione con l’istituzione dell’inquisizione

spagnola.

Alla fine del XV secolo, la spagna aveva realizzato un’unificazione politica tra l’Aragona e la

Castiglia, grazie al matrimonio tra Ferdinando ed Isabella: proprio nell’anno in cui Cristoforo

Colombo sbarcò a El Salvador, la Spagna completò la riconquista dagli arabi determinando la

caduta di Granada (1492); nella Spagna premoderna gli ebrei, cacciati dalla terra promessa,

avevano trovato più tolleranza presso gli arabi, pertanto vi era una convivenza forzata tra

cristiani, arabi ed ebrei. Per questo, i due regnanti chiesero al papa di istituire una sezione

dell’inquisizione romana in Spagna e papa Sisto IV, nel 1478, emanò una bolla che prevedeva

la nomina congiunta degli inquisitori spagnoli. Questa bolla istituì i primi inquisitori, tra cui lo stesso

Torquemada, dominicano. A questo punto, i reali di Spagna si accorsero che l’inquisizione

potesse essere oggetto di una vera e propria strumentalizzazione politica: verso Roma, ma

anche verso l’interno della Spagna, nei riguardi dei marranos, dei moriscos e dei conversos,

rispettivamente gli ebrei, gli arabi e coloro che avevano tradito il cristianesimo divenendo ebrei

o musulmani. È ovvio che, in anni che si annunciavano turbolenti, la Spagna aveva tutto

l’interesse nel definirsi come paladina della cristianità, infatti il re spagnolo avrebbe preso

l’epiteto di re cristianissimo. La Spagna era organizzata in tanti consigli, ma nel 1480 fu istituito il

Consejo de la Suprema Inquisición, noto anche come la Suprema. Parte degli spagnoli temeva

tuttavia che gli ebrei emigrassero dalla Spagna per non subire persecuzioni, cagionando un

danno economico.

Nel 1542, papa Paolo III della famiglia Farnese decise di ripristinare l’inquisizione creando la

congregazione del santo uffizio.

L’inquisizione spagnola mirava a riconquistare l’eretico alla causa del cattolicesimo, ragion per

cui l’operazione andava condotta in forme plateali e visibili dalla comunità; la cerimonia tipica

era l’Autodafè, che in genere culminava con il rogo, inteso come purificazione rispetto alla

natura immonda dell’eresia. Bennassar sostiene che l’inquisizione spagnola partì con modi e

toni violenti, per poi divenire più tenue nel corso del tempo; alcune garanzie scattarono in tema

di tortura che, secondo la manualistica, doveva essere svolta in modo da preservare la vita e

la lucidità dell’inquisito (Peña). Inoltre, l’inquisito doveva essere torturato con severità

proporzionale all’accusa; vi era poi la possibilità di purgatio nel caso in cui si fosse riusciti a

resistere alla tortura. Nel corso del XVI secolo le pronunce della Suprema diventarono

appellabili, gli interrogatori venivano disciplinati dai manuali e furono precisate le circostanze

attenuanti e aggravanti. Già dal codice penale napoleonico si prevedono elementi esterni che

non incidono sulla configurazione del reato, ma sulla quantificazione della pena; al legislatore

contemporaneo queste circostanze sovvengono in ispirazione alla politica criminale dei sistemi

inquisitori moderni che per primi crearono un’incubatrice delle circostanze di reato. Il tipico

epilogo era l’autodafè, ma la quantità di abiure aumentò esponenzialmente, poiché in molti

prendevano le distanze dalla propria eresia. Secondo Bennassar, la chiave di lettura

dell’inquisizione è fornita dallo stesso Peña.

Lo scopo del processo e della condanna a morte non è salvare

l’anima del reo, ma procurare il bene pubblico, affinché gli altri ne

siano terrorizzati (=ut alii terreantur).

Queste parole designano uno scopo general-preventivo; il terrore collettivo non deve essere

generato solo dalla condanna a morte, ma anche dal processo in quanto tale. Nel regno di

Napoli, confinante con lo stato pontificio, l’influenza della Chiesa era fortissima, infatti i vescovi

erano delegati a svolgere l’inquisizione romana e si cercarono alcune garanzie nel diritto

naturale, come ad esempio la citazione in giudizio. L’inquisizione spagnola venne però rifiutata

nel mezzogiorno: varie regioni della penisola italiana caddero sotto il dominio spagnola e nel

regno di Napoli ci furono delle rivolte pubbliche contro i viceré che cercavano di imporre

l’inquisizione spagnola. Questa opposizione vide un’alleanza da parte di forze eterogenee,

quali la nobiltà e il clero, che nel 1547 proibirono a Don Pedro de Toledo di importare

l’inquisizione nel regno di Napoli. I giuristi temevano che anche nel mezzogiorno, come in

Spagna, la monarchia utilizzasse l’inquisizione per tenere sotto controllo tutto l’apparato di

giustizia, poiché i giudici nominati dal re di Spagna avrebbero esercitato un controllo sui normali

giudici che, con l’inquisizione romana, godevano di una certa autonomia (infatti, gli atti

dell’inquisizione romana erano considerati atti stranieri e richiedevano un regium exequatur,

mentre gli atti dell’inquisizione spagnola sarebbero stati direttamente efficaci). Inoltre, i nobili

erano contrari all’inquisizione spagnola, che prevedeva la confisca ex oficio dei beni di coloro

i quali fossero stati semplicemente sottoposti a processo. Questo avrebbe esposto i nobili al

rischio di vedere i propri beni confiscati sulla base di un semplice sospetto.

D E CI MA LE Z I ON E (2 3 / 1 1 / 2 0 17 )

Molte delle regole processuali non venivano osservate nella prassi, poiché si preferiva un

processo sbrigativo e sommario, come ad esempio quello ad modum belli. Questo processo

partiva dal presupposto che, durante le guerre, fosse possibile applicare delle regole non

ordinarie. Le origini di questo processo sono medievali, perché si soleva sottoporre le norme

sovrane ad una sorta di dilazione interpretativa, andando a costituire una vera e propria

forzatura. Roberto D’Angiò – prima metà del XIV secolo – emanò le Quattro regole arbitrarie –

ovvero delle istruzioni che consentivano ai funzionari di utilizzare l’arbitrio, inteso come ampia

discrezionalità; in particolare, si prevedeva la possibilità di agire ex oficio e torturare i latrones,

condannandoli “tenendo davanti agli occhi solo la verità”. Nel XVI secolo queste lettere

vennero riutilizzate per imbastire il processo ad modum belli: era l’epoca della controriforma e

della pirateria nordafricana, finanziata – secondo alcuni studiosi – dalle potenze nordeuropee.

Il regno di Napoli aveva la necessità di approvvigionarsi di grani provenienti dalla Puglia, ma

attraversare il mare era impossibile, così come risultava complesso il percorso via terra, poiché

l’appennino era caratterizzato da fenomeni di banditismo interno, finanziato a sua volta dallo

stato pontificio e dai feudatari. Le pragmatiche – così venivano definite le leggi spagnole – per

rispondere a questo fenomeno, posero in essere delle soluzioni sintetiche per processare i banditi

di strada. Il primo elemento eccezionale era costituito dalla praeventio, ovvero un premio per

chi avesse catturato il bandito; vi era poi la forgiudica, un vero e proprio bando di cattura per

il bandito latitante, che vide il termine ridursi da un anno a dieci giorni. Il processo si svolgeva

senza garanzie: non vi erano né difensori né citazioni formali, di solito si concludeva con la

condanna a morte irrogata a poche ore di distanza. Il viceré Ossuna, nel 1584, scrisse:

L’illuminismo – dal punto di vista culturale – fu il prodotto incidentale della rivoluzione scientifica,

un fenomeno di totale messa in discussione del pensiero aristotelico-scolastico, che aveva

influenzato tutti gli uomini colti, giuristi inclusi, ad esempio nel campo delle prove, che erano

assunte e valutate secondo criteri aristotelici. La conoscenza si articolava infatti in scienza

(intesa come verità autoevidente) e le opinioni; vi erano pertanto dei fatti di cui si poteva

Per combattere degnamente contro questi nemici della patria,

ci siamo accorti che il procedere per la via giuridica suole

causare impedimento alla pronta esecuzione della giustizia, da

questo nasce poco timore dei delinquenti, li quali converrebbe

che si atterrissero e si astenessero dal delinquere, non solo per

l’imposizione delle pene, ma per la forma del processo.

provare la realtà scientifica e, in mancanza di questi, si poteva ricorrere al probabilismo

aristotelico. Quest’ultimo si basava sulla probatio dei saggi, che con la loro auctoritas

condizionavano la conoscenza degli altri. Era quindi un meccanismo formalistico-aprioristico.

La rivoluzione scientifica sosteneva invece che bisognasse fare tabula rasa dell’esistente,

perché le loro teorie non erano conciliabili con le precedenti. Occorre conoscere la realtà

empiricamente e, solo successivamente, ricavarne una legge a posteriori. Questa natura

sperimentale della conoscenza doveva valere anche per il diritto: con la rivoluzione scientifica

il concetto di probabilismo cambia segno: dallo staticismo aristotelico si passa ad un vero e

proprio dinamismo, in virtù del quale la conoscenza non può aspirare alla certezza. La

rivoluzione scientifica alimenta l’illuminismo, orientato alla non accettazione dello status quo e

al tentativo di misurare quantitativamente la realtà. Si inizia a parlare di misurabilità dei

fenomeni sociali, ad esempio con le statistiche sulle carceri, che evidenziano il rischio di

recidiva.

L’illuminismo si sviluppa su questi pilastri e, dall’inizio del XVII e per tutto il XVIII, si propone con i

lumi della ragione di rischiarare l’oscurità del passato, soprattutto in ambito penale. La leva su

cui agisce l’illuminismo è la ragione, una ragione figlia della rivoluzione scientifica: critica,

empirica, valutativa.

La prima fase dell’illuminismo è quella moderata, che va dalla fine del XVII secolo agli anni ’30

del ‘700; seguì l’illuminismo maturo, dagli anni ’30 agli anni ’80; vi fu poi, a partire dagli anni ’80,

quello radicale che sfociò nella rivoluzione Francese. L’illuminismo moderato propone degli

aggiustamenti alla realtà delle cose; questa prima fase fu quella maggiormente incidente sul

diritto e sulla prassi. Una delle battaglie dell’illuminismo in generale fu contro la visione astratta

e formale dei magistrati, formati su manuali vecchi. Si propone, ad esempio, di modificare le

magistrature di commercio. Questo porta, nel 1739, alla nascita del supremo magistrato di

commercio nel regno di Napoli. L’illuminismo maturo vede il suo paradigma in Montesquieu

che, nel 1748, scrisse Lo spirito delle Leggi (esprit des lois); egli era un nobile, politicamente

conservatore, che aveva operato come magistrato ed effettuato numerosi viaggi in oriente;

secondo Montesquieu, il potere si conforma in tre grandi modelli: quello oligarchico, quello

monarchico e quello repubblicano. Egli ritiene che il migliore di questi modelli sia quello

monarchico. La forma di governo nasce dalle condizioni ambientali della società; le leggi

esprimono una profonda realtà antropologica, che lo studioso deve scorgere nella sostanza.

Le forme di governo dovrebbero bilanciare i poteri, in una sorta di principio di separazione,

destinato a costituire il cardine del costituzionalismo. Occorre ripartire il potere tra coloro che

producono leggi, coloro che hanno il dovere di eseguire le leggi e coloro che eseguono le leggi

civili. La differenza tra potere esecutivo e giudiziario è che il primo si muove nella sfera dello ius

gentium, pertanto può prendere decisioni anche oltre la dimensione giuridica, mentre il potere

giudiziario può agire seguendo le leggi civili e non oltre quei confini. Non a caso, l’autore

definisce il potere giudiziario come “esecutivo delle leggi civili”. Egli tuttavia non nega che la

magistratura abbia un suo peso politico, specialmente nelle monarchie; il processo giusti è un

processo lento, perché il giudice deve ponderare saggiamente i dati normativi in suo possesso.

Inoltre, in quanto estimatore della cultura anglosassone, valorizza il ruolo di giudice come

creatore: egli non ritiene di privare il giudice del suo spazio, ma esige che questo stesso spazio

sia ben definito da leggi. Tra i pensatori le differenze sono profonde, ma gli aspetti processuali

che gli illuministi desiderano modificare sono simili: divieto di interpretazione, abolizione del

modello inquisitorio, principio del giudice naturale, abolizione della prova legale e della tortura,

legalità e introduzione della giuria. Con “divieto di interpretazione” si intendeva l’interpretazione

creativa, poiché in un ordinamento non costituzionalizzato era inevitabile che la regola si

facesse concretamente nel processo, mentre con il sistema codificato il giudice deve applicare

una specifica norma secondo una graduazione offerta dalla costituzione. Montesquieu sostiene

che la misura dell’interpretazione dipenda dalla forma di governo: quando a governare è il

singolo, i limiti sono inesistenti; in una forma monarchica, la legge è promulgata dal sovrano ed

applicata dal giudice; in democrazia, i limiti risultano invece molto stringenti.

Gli illuministi ritenevano che l’inquisizione coincidesse con l’oscurità delle fonti ed una pericolosa

sovrapposizione tra inquirente e giudicante e si prestava all’accusa segreta, mentre si riteneva

che l’accusatorio sarebbe stato un riequilibrio tra stato e suddito. Era opinione consolidata che

l’accusatorio fosse tipico dei popoli liberi: Giambattista Vico affermò che, quando i cittadini

avevano amore per la patria e per le istituzioni, non vi erano accuse segrete, poiché si era

disposti a rischiare. Nell’antico regime era inoltre possibile che il potere politico istituisse

magistrature straordinarie, ad hoc, come quelle con cui si processarono i rivoluzionari francesi:

secondo gli illuministi, il giudice deve essere precostituito per legge. La prova legale era il

processo su cui si reggeva il processo d’antico regime: confessione, testimonianza e documenti

chiarissimi valevano come prova piena. L’illuminismo ritiene invece che il processo non sia

accertamento di una verità statica, ma di quella processuale; pertanto, al posto della prova

legale, si propone il principio del libero convincimento.

La tortura, caratteristica acquisita del processo romano-canonico; già con Thomasius e la sua

opera “sulla tortura da proscrivere dai tribunali cristiani”, si era affermato che in un tribunale

cristiano non potesse essere utilizzata la tortura, in quanto trattamento disumano e contrario alla

morale cristiana. Beccaria ritiene che questa motivazione umanitaria non sia sufficiente e ne

propone una utilitaristica: la tortura è inutile, poiché il colpevole che resiste viene assolto, mentre

l’innocente rischia di cedere e confessare ciò che non ha commesso. Beccaria, con queste

argomentazioni, si riaggancia all’utilitarismo inglese. Egli fu molto critico anche nei riguardi delle

misure cautelari che, così come la tortura, anticipano le pene. Quanto al libero convincimento,

questo era un contraltare rispetto alla prova legale; già nel XVI secolo si riteneva che il giudice,

qualora non fosse totalmente convinto sulla strada da intraprendere, potesse ricorre ad un

intimo convincimento, da cui sarebbe scaturita una pena extra ordinem. Si trattava di una

libertà fondata però sulla legge, il cui contraltare era l’obbligo di motivazione della sentenza,

nonché il suo iter logico comprensivo di precisi riferimenti normativi. In realtà, di tutte queste

istanze, gli illuministi non ottennero molto immediatamente: alcune di queste furono centrali a

partire dall’età napoleonica.

U N D I CE S I MA LE Z I ON E ( 2 9 / 1 1 / 2 0 1 7 )

Il problema della giuria nasce nel medioevo poiché, soprattutto nella tradizione inglese, era

considerata uno strumento di giustizia tra le parti o meglio, uno strumento di giustizia di ceto.

Nella Magna Carta del 1215 si dice che i nobili hanno diritto di essere giudicati dai loro simili; gli

illuministi invece ritenevano che fosse uno strumento di democraticità processuale. Il tramite fu

l’esprit des lois, in cui Montesquieu esalta la giuria, che sostanzialmente consente l’ingresso della

società nella macchina della giustizia, rendendola più vicina alle esigenze sociali. L’illuminismo

considera la giuria come una irruzione della società civile nelle aule di giustizia, che accoglie

così l’opinione pubblica. La giuria diverrà una richiesta costante degli illuministi; secondo

Schioppa, alcuni giacobini avrebbero voluto la giuria persino nelle cause civili, poiché

ritenevano che bisognasse sostituire l’oscuro tecnicismo con il comune buonsenso.

Gli illuministi compresero tuttavia che il diritto fosse un fatto troppo tecnico per poter essere

lasciato totalmente al popolo, pertanto si decise che la giuria dovesse giudicare soltanto sul

fatto, mentre un magistrato si sarebbe poi pronunciato sulla componente giuridica. Con Enrico

Pessina si propose un meccanismo chiamato scabinato. Gli scabini erano degli ufficiali – non

giuristi - chiamati dal magistrato come interpreti della consuetudine vigente, si trattava di un

istituto tipico del medioevo tedesco; il fascismo avrebbe poi immaginato la corte d’assise come

uno scabinato, in cui però ad essere decisiva era la parte tecnica, mentre quella popolare non

contava nulla. Nel XIX secolo, la giuria era composta su base censitaria: generalmente

potevano accedere alla giuria coloro che detenevano il diritto di voto, l’idea era che nella

società si potesse esprimere la propria opinione sia eleggendo gli esponenti del potere

legislativo, sia partecipando all’amministrazione della giustizia. Pian piano questo sistema ebbe

dei correttivi, grazie ad esempio alla sinistra storica, andando ad esaltare, l’elemento intellettivo

piuttosto che quello meramente censitario; così, ad esempio, iniziarono ad accedere alla giuria

anche i maestri diplomati. Pisanelli, esule per i fatti del 1848, rimase molto colpito dal tribunale

della Senna, in cui persino gli scrittori intervenivano come avvocati nelle corti d’assise e scrisse

un’opera in cui definiva la giuria come il palladio della libertà, soprattutto per quei reati in cui il

metro doveva essere desunto non dal tecnicismo, ma dalla coscienza.

L’obbligo di motivare le sentenze è considerato uno spartiacque tra antico e nuovo regime. I

giuristi vedevano in questo elemento un grimaldello in grado di scardinare l’arbitrio del giudice,

creando un rapporto diretto tra legge e sentenza. Nel mare magnum di fonti, il giudice poteva

inserire anche il motus animi; ma nel XVIII secolo, come corollario del principio di legalità, gli

illuministi chiederanno che i giudici siano obbligati a collegare le loro decisioni a leggi chiare e

precise, come stabilito dai dispacci tanucciani (Bernardo Tanucci) del 1744: leggi letterali ed

espresse e, nel caso in cui non vi fosse stata una legge chiara ed espressa, il giudice avrebbe

dovuto rivolgersi al sovrano oracolo per una vera e propria interpretazione autentica. Questo

produsse una reazione da parte dei magistrati, che lamentavano un rallentamento della

giustizia. Vi è tuttavia un interessante profilo teorico, poiché secondo Taruffo esistono due

versioni della motivazione della sentenza, una francese ed una germanica. Lo scopo francese

è tipicamente illuministico, poiché si riteneva che anche il tribunale dovesse essere orientato

alla trasparenza: un controllo da parte della società rispetto al funzionamento della giustizia,

nonché un controllo da parte del singolo, che può individuare degli errori. Qualche anno dopo,

in Francia, sarebbe stata istituita la corte di cassazione. Vi è poi la prospettiva tedesca: secondo

gli storici, l’illuminismo tedesco fu meno veemente di quello francese, ma portò a maggiori

risultati. Mentre l’illuminismo tedesco era un illuminismo di potere, quello francese era contro il

potere. In Prussia, lo scopo dell’obbligo di motivazione era quello di sottoporre il magistrato ad

un controllo da parte del potere politico. Quando furono redatti i codici, questi prevedevano

l’obbligo di motivazione, corollario essenziale del principio di legalità, nonché spartiacque tra

prova legale e libero convincimento.

Nell’opera Riflessioni Politiche del 1774, Gaetano Filangieri prende posizione sulla questione

dell’obbligo di motivazione: il primo punto è che la sentenza non si debba più basare sui nudi

pareri dei doctores, poiché appoggiarsi alla dottrina significa arbitrio; i dottori, con le loro

opinioni, hanno corrotto e reso arbitrario il diritto. La motivazione deve appoggiarsi su leggi

espresse del regno o dei comuni, ovvero diritto giustinianeo e diritto canonico. Qualora non

sussista legge per il caso concreto e si debba ricorrere all’interpretazione, la premessa deve

comunque fondarsi sull’argomento di legge, in un vero e proprio sillogismo; qualora non vi sia

premessa maggiore da cui attingere, occorrerà rivolgersi al sovrano. I dispacci prevedevano

inoltre che le motivazioni fossero stampate e pubblicate: se una decisione non rispetta questo

requisito, non passa in giudicato. Uno dei sogni dell’illuminismo era quello di illuminare non solo

la massa, ma anche i sovrani; per Filangieri, lo stato deplora contro l’amministrazione della

giustizia, considerata come un corpo estraneo contro cui lo stato può legittimamente opporsi

La folgore è scoppiata, l’edificio forense crollato. La magistratura

è stata richiamata al dovere di applicare la norma.

se male amministrata. Bisogna togliere ai magistrati tutto ciò che li rende indipendenti dalla

legge.

Beccaria frequentava il salotto letterario dei fratelli Verri negli anni ’60 del XVIII secolo, anni in

cui Milano e Napoli erano epicentri della cultura illuminista. La rivista Il Caffè aveva come gestori

i fratelli Verri, figli di Gabriele Verri, magistrato conservatore del senato di Milano. Si diceva che

Dei Delitti e Delle Pene fosse stato scritto da Pietro Verri, ma con documenti irrefragabili è stata

dimostrata la paternità di Beccaria; forse l’unica eccezione è costituita dall’introduzione a chi

legge, che sarebbe stata aggiunta in un momento successivo da Pietro Verri. L’opera si apre

con un attacco diretto al sistema giuridico vigente, nel quale i funzionari che hanno in mano la

vita e la fortuna degli uomini, prelevano pedissequamente massime di criminalisti e di giuristi

romani. (Avanzi di legge di un popolo di conquistatori)

Le leggi sono le condizioni con le quali uomini indipendenti, stanchi di una società bellicosa,

decidono di accordarsi tra loro; si tratta di una concezione contrattualistica, che l’autore

applica anche alle pene: il sovrano infatti non è proprietario, ma depositario e questo deposito

di condizioni individuali richiede una difesa dalle costanti usurpazioni dei privati. Egli ritiene che

la pena debba consistere in un motivo sensibile, poiché l’esperienza ha dimostrato che le

moltitudini non adottano stabili motivi di condotta, a frenare le pulsioni non è sufficiente

l’eloquenza: occorre agire sulla dimensione sensibile, fisica, corporale. Perché lo stato punisce

il delinquente? Per secoli la risposta era stata di tipo retributivo: punitur quia peccatur.

Nell’illuminismo questa visione cede il passo all’utilitarismo, scindendosi dalla dimensione

morale. Quanto al diritto di punire, egli afferma che ogni atto punitivo, che non derivi

dall’assoluta necessità, è tirannico: la punizione deve essere necessaria, irrogata nella minima

porzione possibile. Il diritto di punire è, anche in questo caso, somma delle singole libertà che i

singoli hanno scelto di depositare nel sovrano. Il diritto è una forma attenuata di forza. Si può

essere puniti solo in forza di una legge e in forza di un legislatore che, in qualità di rappresentante

dei consociati, fissa una norma. Nessun magistrato – che è a sua volta un semplice consociato

– può accrescere la pena stabilita per un cittadino; il contratto sociale, in quanto tale, è un

negozio bilaterale: l’obbligazione che ne deriva si riflette sui cittadini, quanto sui magistrati (dal

trono alla capanna). Il sovrano non può che formulare leggi che obblighino tutti ed è necessario

un terzo imparziale che giudichi. Si tratta di una critica al sistema inquisitorio: quando vi è una

violazione, si crea infatti una spaccatura tra lo stato che riconosce la violazione e il consociato

che non la ritiene sussistente; il sovrano non deve giudicare la questione, ma rimetterla a un

magistrato terzo e imparziale. Le pene non devono essere inutilmente atroci.

CAPITOLO IV. Il giudice, non essendo un legislatore, non può interpretare, poiché così

facendo produrrebbe diritto; le leggi non sono uno scrigno che proviene dal passato e che

bisogna applicare pedissequamente, ma depositi delle necessità vigenti. Il depositario delle

attuali volontà è il sovrano, mentre il giudice è un mero esaminatore del caso concreto. Per

Beccaria. L’interpretazione è un sillogismo perfetto: la premessa maggiore è data dalla legge

generale, mentre la premessa minore è l’azione, che può essere conforme o contraria alla

legge: la libertà o la pena, non vi è una terza strada.

CAPITOLO XVI. Beccaria critica la tortura, in particolare quella del correo, che potevano

parlare in danno ad altri; vi erano frequenti ricorsi alla tortura del testimone.

<<Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza.>>

La tortura è una pena anticipata che viola la presunzione di innocenza; egli inoltre valorizza

l’elemento utilitaristico: la tortura rischia di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli

di resistenza. A differenza di Thomasius, non ne fa una questione di umanità, ma di inutilità. La

pena di morte è a sua volta inutile: le leggi non sono altro che una somma delle volontà dei

singoli, dunque per condannare a morte sarebbe necessario che un singolo delegasse al

sovrano la facoltà di ucciderlo qualora ricadesse in errore. Inoltre, anche se così fosse, sarebbe

contrario al diritto canonico, che condanna il suicidio. Detto ciò, la pena di morte è

giuridicamente infondata ed è una vera e propria guerra che lo stato rivolge a una parte di

esso; la tortura potrebbe risultare utile soltanto nel caso in cui il delinquente avesse contatti con

stati in guerra o potesse provocare una pericolosa rivoluzione, ma si tratterebbe di circostanze

straordinarie. Nel 1791 venne chiamato dal governo austriaco per produrre un codice penale

e, anche in questo caso, propose l’abolizione della pena di morte, argomentando però con

l’irreparabilità dell’errore giudiziario.

D O DI C E SI M A L E ZI O N E ( 0 5 / 1 2 /2 0 1 7 )

Lo scoppio della rivoluzione del 1789 provocò conseguenze anche sul piano giuridico, poiché

si cercò di porre in essere molte delle istanze illuministiche relative al rinnovamento della giustizia.

La legge del 24 agosto 1790 – la cosiddetta grand lois -condensa una serie di richieste:

L’ :

• OBBLIGO DI MOTIVAZIONE DELLE SENTENZE IL GIUDICE DEVE MOTIVARE LE RAGIONI SU CUI SI FONDA LA

;

PROPRIA DECISIONE

L’ : ’ ,

• ABROGAZIONE DELLE GIURISDIZIONI SPECIALI L ANTICO REGIME SI BASAVA SUL PARTICOLARISMO LA LEGGE

,

VARIAVA A SECONDA DEL CETO POICHÉ I CETI PRIVILEGIATI DESIDERAVANO CHE ESSERE GIUDICATI DAI LORO

. C F , .

PARI ON LA RIVOLUZIONE RANCESE QUESTA CONCEZIONE RISULTÒ CONTRARIA AL PRINCIPIO DI EGALITÈ

T N , ,

UTTAVIA APOLEONE PUR DI NON PERDERE IL CONSENSO DEL CETO MERCANTILE DOVETTE SCENDERE A

F I ,

COMPROMESSI E LASCIÒ IN VITA I TRIBUNALI DI COMMERCIO IN RANCIA E IN TALIA CHE SOPRAVVISSERO

’ XIX ;

FINO ALL ULTIMA PARTE DEL SECOLO

L : ,

• A GRATUITÀ DELLA GIUSTIZIA PRIMA LO STIPENDIO DEL MAGISTRATO ERA PAGATO ANCHE DALLE PARTI IN

. L G L

PARTICOLARE DAL LITIGANTE SOCCOMBENTE A RAND OIS STABILISCE CHE I GIUDICI DEBBANO ESSERE

;

STIPENDIATI DALLO STATO

I : , ,

• L DIVIETO DI POTERE REGOLAMENTARE I GRANDI TRIBUNALI ORMAI DA SECOLI AVEVANO IL POTERE DI

, . Q

EMANARE REGOLAMENTI OVVERO SENTENZE CON VALORE VINCOLANTE PER GLI ALTI MAGISTRATI UESTO

. I ,

ERA POSSIBILE POICHÉ NON VI ERA UNA VERA SEPARAZIONE DEI POTERI RIVOLUZIONARI INVECE IN

’ - ,

UN OTTICA ANTI GIURISPRUDENZIALE STABILIRONO LA REGOLA PER LA QUALE UNA DECISIONE VALESSE SOLO

;

PER IL CASO CONCRETO

I ;

• L LIBERO CONVINCIMENTO


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AUTORE

Db9519

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10 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze investigative
SSD:
Università: Foggia - Unifg
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Db9519 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del processo penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Foggia - Unifg o del prof Miletti Marco.

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