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Rivoluzione cognitiva

Rispetto ai nostri antenati scimpanzé e a tutti gli altri animali, l’uomo ha la prerogativa di poter accedere a una nuova forma di evoluzione, cioè all’evoluzione culturale. Infatti, biologicamente l’uomo e lo scimpanzé differiscono soltanto del 2,6/2,8%, mentre per il restante 97,4% sono identici; le uniche differenze riguardano il modo di procurarsi il cibo, di proteggersi dal freddo: si tratta di differenze di tipo culturale. Ma la cultura non è stata fin da sempre una sua prerogativa, in quanto l’uomo si è “costruito” nel corso del tempo, cioè si è reso capace, attraverso una serie di tappe e di condizioni, di accedere alla dimensione culturale.

Tre evoluzioni

Intorno al 1930 si consolida quello che resterà il paradigma scientifico dominante della nostra epoca, cioè la cosiddetta ‘concezione evolutiva della realtà’; l’evoluzione cosmologica si fa partire dal Big Bang, cioè dall’esplosione originaria della singolarità iniziale da cui si è creato l’universo, avvenuta all’incirca 14.7 miliardi di anni fa (valore scoperto da Planck). Secondo Darwin, tutti gli organismi viventi derivano da un ceppo originario, in quanto non sono stati creati da Dio all’inizio della creazione, ma sono il risultato di un lento e continuo processo di trasformazione.

L’evoluzione biologica, dovuta alla riproduzione, necessita di mutazioni genetiche e della selezione naturale, cioè l’azione esercitata dall’ambiente sulla piccola differenziazione che distingue il patrimonio genetico del genitore da quello del figlio. L’evoluzione culturale, o esosomatica, riguarda i memi, cioè il ceppo di idee, di comportamenti, e non più il DNA, la cui trasmissione è orizzontale (uno:molti) e non verticale (uno a uno); anche in questo caso i modelli negativi che vengono trasmessi subiscono una selezione. A differenza di quella biologica, in questo caso si adatta l’ambiente all’organismo e non l’inverso, inoltre una mutazione vantaggiosa pone le basi per altre mutazioni vantaggiose. Infine, rispetto a quella biologica, l’evoluzione culturale è molto più veloce.

Cinque umiliazioni

La nascita della stessa scienza significò un’umiliazione per l’uomo, ma Freud parla di ben tre umiliazioni. Il copernicanesimo determinò un’umiliazione perché negò che tutti gli astri esercitassero la loro azione in funzione della Terra, mentre secondo la vecchia immagine dell’universo l’uomo si trovava al centro e tutto era fatto in funzione di lui. La seconda umiliazione fu quella biologica: se dapprima l’uomo si sentiva figlio di angeli, a questa nobile discendenza Darwin sostituì la rozza derivazione dalle scimmie. Se prima gli uomini credevano di poter dominare le loro passioni con la ragione, con la psicanalisi essi venivano considerati succubi di un inconscio.

Intorno al 1770 vennero rinvenute delle conchiglie pietrificate all’interno di strati rocciosi sulle pareti dei monti, a profondità di alcuni chilometri: questi fenomeni potevano durare milioni di anni, pertanto la cronologia biblica, che datava l’età del mondo dai 4000 ai 6000 anni, entrò irrimediabilmente in crisi. Anche questa scoperta suggeriva che gli uomini non dovevano essere poi così essenziali alla terra: si trattò di una umiliazione temporale.

Infine, con l’avvento di progetti di intelligenza artificiale si aprì la possibilità di realizzare macchine in grado di pensare forse anche meglio dell’uomo: se fino al ‘900 la prerogativa umana veniva ritenuta l’essere una sostanza capace di pensare, da allora l’uomo subì anche una umiliazione cibernetica.

Biotecnologie

Per la prima volta nella storia una rivoluzione ha incrociato le due evoluzioni: con l’avvento delle biotecnologie la tecnica dell’uomo si è inserita nel processo dell’evoluzione biologica, arrivando al punto da poterla controllare, guidare e modificare in alcuni momenti attraverso tecniche del DNA ricombinante. In linea di principio potremmo arrivare a produrre nuove creature: queste conoscenze sono state impiegate, ad esempio, nel tentativo di produrre un uomo-maiale, utile ai cosiddetti ‘xenotrapianti’.

Conquista della tecnica

In principio era il piede: con questa espressione Steven Pinker fa coincidere l’inizio dell’evoluzione culturale con la conquista della posizione eretta da parte dell’uomo. Ma essa, pur essendo una condizione necessaria, non è sufficiente a far entrare l’uomo nella dimensione tecnica. Infatti, la tecnica non è semplice e pura manipolazione: ogni strumento, artefatto è in realtà un mente-fatto, cioè un prodotto della mente. Nella mente dev’essere avvenuta un’irruzione della dimensione futura, che può essere soltanto immaginata. Quindi, l’uomo accede alla dimensione culturale non per una carenza, ma forse per un eccesso di dotazione, perché ha un grande cervello: per questo il mito di Prometeo, alla base delle spiegazioni classiche, ci sembra del tutto inaccettabile.

Rivoluzione agricola

La cosiddetta “transizione neolitica” è una tappa fondamentale nell’evoluzione culturale dell’uomo in quanto risolveva il problema primario della conservazione del cibo: da quel momento in poi non si era costretti a mangiare quando c’era disponibilità di cibo, ma soltanto quando veniva fame. Da una soddisfazione dei bisogni attraverso la caccia e la raccolta, tra i 10 e i 12000 anni fa si passò sistematicamente a soddisfare i propri bisogni attraverso l’agricoltura e l’allevamento: per quasi un milione di anni, la durata del Paleolitico, l’uomo fu un cacciatore-raccoglitore; rispetto ad un periodo così lungo, possiamo ritenere questa rivoluzione abbastanza recente.

Cambio di paradigma

Per piantare dei semi si deve aver previsto, con una buona dose di affidabilità, il processo innescato dai semi gettati sotto terra; questo presuppone che il corso della natura non proceda in maniera arbitraria ma che si ripeta con una regolarità tale da far sì che i nostri progetti siano di successo. La natura viene quindi immaginata come un insieme di processi regolato, la terra come un elemento passivo e l’agricoltore come l’elemento attivo: con l’avvento dell’agricoltura vengono introdotte così delle nuove dicotomie, assenti nel mondo animistico. La rivoluzione agricola, infatti, è stata accompagnata da una rivoluzione religiosa che ha trasformato piante e animali, da membri paritari della “tavola rotonda animista”, in cose possedute. Ha instaurato cioè l’idea del possesso, che diventa l’equivalente del dominio, l’avvio a una logica del dominio, che ha ripercussioni anche nella concezione della famiglia (bioetica di genere).

Religione e mito

Il problema principale dell’agricoltore era quello di avere qualcuno che avrebbe garantito il corso uniforme della natura: la nascita della religione si spiegherebbe a partire dall’esigenza di dare ordine all’informe. Le prime teogonie erano anche cosmogonie. La stretta connessione all’agricoltura è dimostrata dal fatto che quasi tutte le religioni erano eliolatriche. I miti sono le forze che consentirono i grandi processi di urbanizzazione, la costruzione di imperi e di quelle realtà che necessitavano della cooperazione di migliaia e migliaia di persone. Se il mito, che non avendo consistenza ontologica in quanto frutto dell’immaginazione può essere eroso (cambia nel corso del tempo), non scompare con il tempo è perché serve a garantire una sopravvivenza individuale e ad allontanare la paura di un annientamento totale. Le strutture sociali create dal mito richiedono un insieme di strumenti di controllo molto efficienti: uno degli strumenti fondamentali è la scrittura.

Conseguenze

Conseguenza immediata del surplus di beni prodotto tanto dall’agricoltore quanto dall’allevatore fu un’impennata demografica: la popolazione terrestre aumentò in maniera esponenziale. A motivo di ciò, il passo fatto era irreversibile: la crescita demografica non permetteva di tornare alla caccia. Una seconda importante conseguenza fu il poter mantenere delle persone senza bisogno che queste lavorassero i campi: per la prima volta potevano mantenersi anche coloro che facevano altri lavori, come la costruzione di strumenti agricoli, o che si occupavano di difendere la comunità. Infine, la rivoluzione agricola segnò la fine della vita nomade e l’inizio della vita stanziale, precondizione per l’ingresso ad una seconda rivoluzione, cioè alla rivoluzione urbana, la creazione della città, l’urbanizzazione. Tuttavia, l’agricoltura comportò anche delle conseguenze spiacevoli; anzitutto, essa modificò i modelli di vita ancorando l’uomo alla terra e procurandogli malanni fisici, in secondo luogo, incrementò la violenza, scaturita dal bisogno di difendere i terreni coltivati.

Contemplazione della natura

Forma mentis scientifica

Con i Greci nacque la forma mentis scientifica, perché essi furono in grado di esorcizzare il divino dalla natura. Ne è un esempio Ippocrate, il quale privò la spiegazione dell’epilessia, considerata un ‘male sacro’, da ogni intervento soprannaturale e la ricollegò piuttosto ad una determinata dieta. Egli riteneva infatti che la natura funzionasse da sé, che fosse in grado di risolvere da sola eventuali problemi. Per la mentalità greca e poi scientifica, i fenomeni naturali sono espressioni di concatenazioni causali intrinseche alla natura: tutto ciò che accade in natura è prodotto da fattori naturali.

Anassimandro

Egli è la testimonianza diretta di un nuovo modo di concepire il mondo; secondo Anassimandro il principio alla base della realtà è l’Àpeiron, cioè ciò che è senza limiti, né temporali né spaziali: alla base di tutto c’è l’eternità. Porre l’eterno all’origine di tutto significa neutralizzare il nulla: se tutto viene dall’archè allora nulla nasce dal nulla, tutto ha una causa da cui deriva. Il principio eterno permette anche di bloccare il regresso all’infinito.

Dall’Àpeiron emerge una primigenia separazione del caldo dal freddo, uno squilibrio termodinamico; il mondo si forma attraverso processi termodinamici intrinseci. Nel detto di Anassimandro viene affermato che gli opposti si fanno guerra e pagano il fio di questa lotta secondo necessità. Anassimandro ha presente l’azione di riscaldamento e di evaporazione dell’acqua e cerca di interpretare il formarsi del mondo utilizzando questi come meccanismi basilari. Dopo la fase costruttiva seguirà necessariamente una fase distruttiva: la fine del mondo è ritenuta necessaria in quanto determinata dai processi intrinseci che l’hanno generata. L’eternità dell’archè garantisce ad ogni esistenza finita un’eternità intermittente: ogni nuovo mondo non potrà essere che una riedizione rigorosamente identica a quello precedente, perché la più piccola deviazione del corso del nuovo mondo dal cammino di quello precedente implicherebbe una disuguaglianza nelle condizioni iniziali, una differenza nell’indifferenziato, il che è assurdo.

Per spiegare l’immobilità della Terra al centro dell’universo, egli si basa sul principio di ragion sufficiente: se tutti i punti sono equi...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/05 Storia della scienza e delle tecniche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pexolo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero scientifico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Conti Lino.
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