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Finora, queste leggi descrivono qual è la situazione reale del moto dei pianeti intorno al Sole, ma non prescrivono niente. La terza legge,

completamente diversa dalle precedenti, mette in rapporto le distanze con i periodi dei pianeti: Keplero nota, per la prima volta, che un

pianeta non può essere collocato a qualunque distanza e fatto procedere a qualunque, perché se occupa una determinata distanza deve

necessariamente avere una determinato periodo; nei vari tentativi di tentare di stabilire l’orbita di Marte, narrati nell’Astronomia nova,

Keplero rimane convinto che l’universo sia strutturato secondo dei rapporti matematici ben precisi che creano un’armonia. Misurando il

periodo di rivoluzione di un pianeta t in anni terrestri, cioè 365 giorni, assumendo come unità di misura la distanza media Sole-Terra come

unità astronomiche U.A. e misurando le distanze (Mercurio dista 0,387 U.A. e il suo periodo è 0,24 t), Keplero osserva che elevando questi

valori al quadrato non c’è alcun rapporto, ma elevandoli al cubo il rapporto resta costante: il cubo della distanza media fratto il quadrato dei

tempi resta lo stesso per tutti i pianeti, il rapporto costante è k. Questa ‘legge dell’armonia’ indicava, secondo Keplero, che il Sistema solare era

costruito da una necessità rigorosa, in cui la collocazione di un pianeta ad una certa distanza imponeva necessariamente che il pianeta avesse

solo quel preciso periodo di rivoluzione intorno al Sole.

Newton: Le ultime due leggi di Keplero in particolare tracciano la strada maestra che apre la grande sintesi newtoniana: nel 1687 vengono

pubblicati i Philosophiae naturalis principia matematica di Newton, che segnano il completamento della Rivoluzione scientifica, almeno per

quanto riguarda l’aspetto fisico-astronomico. Quest’opera segue l’impostazione degli Elementi di Euclide: ci sono assiomi, postulati e corollari,

che costituiscono un’opera strutturata geometricamente; alla base di tutto ci sono i tre assiomi della meccanica classica, cioè le tre leggi di

Newton. I tre princìpi sono il principio d’inerzia, per cui ogni corpo tende a conservare il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme

= ∙

fintanto che non intervengono forze perturbatrici; il secondo afferma che la forza è proporzionale all’accelerazione, cioè che

l’applicazione di una forza produce una variazione di moto e questo significa che una forza non è di per sé necessaria per mantenere la stessa

velocità, ma soltanto per produrre una variazione di velocità; Newton attribuisce le prime due leggi a Galilei, anche se questi non le aveva

formulate in maniera esatta: mentre prima la forza era proporzionale alla velocità, adesso è proporzionale all’accelerazione; secondo la terza

=−

legge ad ogni azione segue una reazione uguale e contraria. Con queste tre leggi Newton spiega il moto dei pianeti, le maree,

, ,

la caduta dei gravi, etc. compiendo la più grande sintesi della storia. Dopo Newton, tutto sembra spiegabile secondo un modello

meccanicistico, cioè in termini di urti, moti relativi, accelerazione e di massa.

Spazio e tempo assoluti: La storia contempla due corollari aggiunti da Newton a proposito dello spazio e del tempo; quando si parla di

spazio non si prendono in considerazione i rapporti, le distanze relative tra le cose, ma dello spazio matematico, cioè lo spazio assoluto; così,

quando si parla di tempo non s’intende il tempo quotidiano, che non scorre sempre in maniera uniforme, regolare e rigorosa, perché i giorni

hanno durata differente, ma ci si riferisce al vero tempo, cioè quello matematico, che fluisce in maniera uniforme e rigorosa. I concetti di

spazio e tempo assoluti sono basilari sia per la fisica che per la filosofia: fin da sempre infatti entrambe si sono interrogate su cosa siano il

tempo e lo spazio. Egli non poteva fare a meno di definirli, in quanto per definire l’inerzia, il moto rettilineo uniforme, si deve necessariamente

ricorrere ad una definizione di tempo e di spazio precisa ed affidabile. Per Newton il vero moto è quello rispetto allo spazio assoluto, non è il

moto relativo, che può essere illusorio o inesistente; per stabilire che siamo in presenza di un vero movimento e non di un movimento relativo,

nel caso di un moto di rotazione, si devono manifestare forze accelerazione centrifughe, che rivelano il moto rispetto allo spazio assoluto.

Progresso: Una delle caratteristiche fondamentali della scienza è l’ammissione di ignoranza, che implica l’apertura verso una conoscenza

progressiva mai apparsa nelle epoche precedenti. Esaminando l’idea di progresso all’interno delle concezioni filosofiche ci si rende conto che

essa emerge soltanto intorno al ‘600, mentre fino ad allora è assente; questo sebbene il Cristianesimo avesse portato una concezione lineare

del tempo, concezione che, contrariamente a quella ciclica, è condizione necessaria affinché ci sia progresso. Uno dei problemi maggiori nel

progetto della città ideale teorizzata nella Repubblica da Platone era quello di stabilire se essa fosse un modello astratto o un progetto

realizzabile; per risolvere il problema Platone fa appello alla antica sapienza degli Egizi, chiedendogli se nel passato si era mai realizzata una

struttura politica analoga a quella delineata nella Repubblica: a memoria degli antichi sacerdoti viene ribadito che prima dell’ultimo diluvio si

era realizzata la città ideale delineata da Platone. S’indaga nel passato perché se in un ciclo essa già era stata realizzata, allora si realizzerà di

nuovo, ma se non era mai stata realizzata allora il modello resterà completamente astratto, irrealizzabile in qualsiasi momento: questo

dimostra la mancanza dell’idea di progresso nella mente di Platone e in tutta l’antichità. La gabbia del ciclo è costruita con le intelaiature del

fato, della necessità, che domina in tutto il pensiero antico: gli antichi accettano il fato, la legge, perché è la garanzia più solida contro il rischio

dell’annientamento totale. L’unico progresso ammesso era quello interno, cioè inteso come fase ascendente del ciclo, a cui segue una

degenerazione e quindi una ripetizione dello stesso percorso: Aristotele credeva di essere l’ultimo nella parte più sviluppata del ciclo e che

dopo di lui non ci poteva essere nient’altro che la degradazione.

Sapere critico: L’emergere dell’idea di un sapere progressivo coincide con l’ammissione che esistono problemi non risolti, ampie zone di

ignoranza; ciò che emerge è un sapere critico, per cui si accetta soltanto ciò che è ben dimostrato, provato dal punto di vista sperimentale, che

porta ad una feroce critica del mito perché esso non porta prove a sostegno della sua veridicità. Quindi, il modello conoscitivo progressivo si

sposa con un metodo critico razionale, che finisce non solo per ammettere l’esistenza di ampie zone oscure da sondare, ma anche per avere

una funzione corrosiva nei confronti dei miti; ma questo porta corrosione anche nella compattezza delle società, che hanno come collanti miti

e religioni, tali da far cooperare anche persone estranee, da costituire il tessuto entro cui avvengono le grandi convergenze di molti individui.

Nuovi assoluti: I tentativi moderni di rendere stabile l’ordine politico-sociale, una volta corroso il mito durante il periodo illuminista, hanno

avuto due alternative: la prima è quella di dichiarare una teoria scientifica come la definitiva e assoluta verità, cioè assolutizzarla, perché una

volta distrutto il mito non possiamo comunque fare a meno di assoluti, come per il nazismo, che pretendeva di essere una teoria politica

fondata scientificamente e la comunità scientifica del tempo forniva ampie prove a sostegno di questa idea; l’altra alternativa è quella di

scambiare una teoria economica per l’ultima e definitiva verità: è il caso dell’umanesimo liberale, cioè il vivere in consonanza con una verità

assoluta non scientifica, costruito sul credo dogmatico nel valore unico e nei diritti degli esseri umani, una dottrina che in modo imbarazzante

ha ben poco in comune con lo studio scientifico dell’homo sapiens. Anche la scienza stessa deve fare assegnamento su credenze religiose e

ideologiche se vuole giustificare e finanziare la sua ricerca. Nondimeno la cultura moderna è stata disposta ad abbracciare l’ignoranza molto

più di quanto non sia successo in ogni cultura precedente. Una delle cose che hanno consentito agli ordini sociali moderni di tenersi in piedi è

la diffusione di una fede pressoché religiosa nella tecnologia e nei metodi della ricerca scientifica, che ha sostituito in certa misura la fede nelle

verità assolute.

Assicurazioni: Secondo Harari, una delle componenti che emerge dopo la Rivoluzione scientifica è l’ingresso della matematica nella vita

quotidiana, nell’organizzazione sociale come strumento pervasivo della conoscenza e in particolare il suo aspetto quantitativo. È il caso delle

assicurazioni, che nascono intorno al 1750 in Scozia grazie a due ecclesiastici presbiteriani, Alexander Webster e Robert Wallace, che si

trovavano di fronte al problema di garantire una vita dignitosa alle vedove e ai loro figli, perché alla morte del prete si trovavano privi di

sostentamento. Perciò, essi escogitarono un sistema di protezione, basato sul calcolo statistico, calcolando una statistica che comprendesse i

decessi di sacerdoti ogni anno, la durata media della vita delle vedove, l’età dei bambini da proteggere fino ai 16 anni; quindi si rivolgono a dei

matematici e in particolare alla ‘legge dei grandi numeri’ di Bernoulli, scoperta fin dal 1600. In base a questi calcoli si stabilisce un premio

assicurativo: versando 2 sterline all’anno potevano comprare un’assicurazione per le loro mogli e per i loro figli in caso di morte. Dal punto di

vista generale, le forme di assicurazione sono un salto di civiltà: con una cifra adeguata, giocando su un gran numero di persone, possono

fornire un minimo di garanzie a coloro che le contraggono; in questo caso, il passaggio dalla qualità alla quantità consentiva una maggiore

tranquillità di fronte alle avversità.

Limitazioni umane: Fino alla Rivoluzione scientifica, le storie della Torre di Babele, di Icaro, del Golem e innumerevoli altri miti

insegnavano che qualsiasi tentativo di andare al di là delle limitazioni umane portava inevitabilmente alla delusione e al disastro. Per cui, il

mito e le religioni scoraggiavano questi tentativi, mettendoci in guardia dall’andare avanti: spesso non sono stati elementi propulsori nei

confronti della conoscenza. Contrariamente, l’epoca moderna è basata sull’assunto che povertà, malattia, guerra, carestia, vecchiaia e la morte

stessa non erano un destino inevitabile del genere umano. Tutte ciò erano semplicemente frutto della nostra ignoranza. Non sono limiti

invalicabili, possiamo avventurarci per la strada di una conoscenza che ci porti alla liberazione da questi limiti: la grande fiducia nella scienza è

spinta verso un’impresa di tipo titanico, che tenta di andare oltre i limiti apparentemente strutturali dell’uomo. Se prima si pregava Dio che ci

liberasse dalla povertà, dalla guerra e dalla malattia, ora chi ci sembra poter fornire questa libertà è il grandioso progetto di ricerca.

Fulmine e povertà: Verso la metà del diciottesimo secolo, Benjamin Franklin fece volare un aquilone durante un temporale di tuoni e

fulmini, per verificare l’ipotesi che il fulmine è semplicemente una scarica elettrica. Come avevano fatto i primi filosofi, parlando di fulmini

aventi caratteri naturali e non divini, così le osservazioni empiriche di Franklin lo portarono a inventare il parafulmine e a disarmare gli dèi

adirati. Anche il problema della fame appare oggigiorno come un problema tecnico, più che politico, in quanto eliminabile attraverso le

biotecnologie e le nanotecnologie. Esistono due tipi di povertà: quella sociale, che nega pari opportunità agli individui, e quella biologica,

Golden rise

dovuta alla carenza di beni, di cibo. Il , o riso d’oro, è un riso transgenico che, oltre a produrre le normalità proprietà del riso,

produce la vitamina A, che ha la capacità di ridurre l’elevato rischio di cecità in popolazioni che hanno come dieta base il riso esclusivo. Dopo la

Rivoluzione Agricola utilizziamo soltanto cinque piante per alimentarci e questo provoca una scarsa biodiversità nella biosfera: per soddisfare

le nostre esigenze alimentari abbiamo un’agricoltura quasi prevalentemente industriale che, per rendere produttivo il terreno, rischia di

produrre due tipi di desertificazione, anzitutto rendendo improduttivo il terreno e contemporaneamente rendendo impossibile

l’impollinazione; questo determina la distruzione degli insetti, tanto che in Cina ci sono addetti all’impollinazione, per la grave carenza di api.

Progetto Gilgamesh: L’epopea Gilgamesh è una delle prime opere dell’umanità, risalente all’epoca sumerica, e in particolare è il primo

testo che parla di un viaggio agli inferi. Gilgamesh, principe di Uruk, vede morire il suo amico Enkidu e, preso dal dolore, non si stacca dalla

salma, fintanto che non vede sbucare due vermi dalle sue narici; compresa l’irreversibilità della situazione, decide di spendere tutta la sua vita

alla ricerca dell’immortalità: compie un viaggio nell’Ade, uccide giganti, ma il risultato di questa pretenziosa impresa è un completo fallimento.

Per tutta la tradizione antica, il requisito per essere divino era l’immortalità, mentre la caratteristica peculiare dell’uomo è la sua mortalità e

allo stesso tempo la sua ricerca, la sua ambizione di conquistare l’immortalità. Se la ricerca scientifica riuscisse a conquistare l’immortalità

resterebbe un’unica religione in tutta l’umanità. Gli esperti di nanotecnologia stanno sviluppando un sistema immunitario bionico composto di

milioni di nano robot, che potrebbero abitare dentro il nostro corpo, aprire i vasi sanguigni che eventualmente si bloccassero, combattere virus

e batteri, eliminare cellule cancerose e persino rovesciare i processi d’invecchiamento. Qualche studioso ha seriamente ipotizzato che entro il

amortali

2050 alcuni umani potrebbero diventare (non immortali, perché potrebbero sempre morire per qualche incidente, ma amortali nel

senso che, in assenza di un trauma fatale, la loro vita potrebbe estendersi indefinitamente). Fino al diciottesimo secolo, le religioni

consideravano la morte e il suo seguito nell’aldilà una questione centrale per il senso della vita. A cominciare dal diciottesimo secolo, religioni

e ideologie quali il liberalismo, il socialismo e il femminismo persero ogni interesse per la vita oltre la morte. Cosa può accadere, esattamente,

a un comunista dopo che è morto? E a un capitalista cosa succede? Cosa succede a una femminista? È inutile cercare una risposta negli scritti

di Marx, di Adam Smith, di Simone de Beauvoir.

Chi paga la scienza: La scienza è un’attività che non si svolge al di fuori della società, ma è essa che la finanzia, che la guida e che investe

scegliendo quali settori di ricerca sviluppare. Di per sé, la scienza non è in grado di stabilire le sue priorità, né di fornire dei criteri che ci

indicano come meglio utilizzare le stesse scoperte scientifiche. Per esempio, da un punto di vista puramente scientifico, non è chiaro cosa

dovremmo fare con le nostre crescenti conoscenze nel campo della genetica. Secondo Harari, quando si prendono in considerazione realtà

come il finanziamento della ricerca, l’utilizzazione delle conoscenze e della tecnologia che emergono dal progresso conoscitivo, ci si rende

conto che esiste una specie di ‘triangolo Scienza-Impero-Capitale’, una sorta di triade sorretta da interconnessioni inscindibili. Il primo ad

essere preso in considerazione è il rapporto fra scienza e impero.

SCIENZA E IMPERO

James Cook: Nell’Europa, secondo Harari, si assiste ad uno strano desiderio di ricerca e di conoscenza che non si avverte nelle altre società.

L’avanzamento della scienza è nel medesimo tempo presentato come una conquista conoscitiva e addirittura territoriale: Harari ricostruisce

l’avanzamento della scienza come una progressiva estensione, conquista, da parte dell’Europa occidentale del mondo intero. È paradigmatico

il viaggio di James Cook del 1768, finanziato dalla Royal Society di Londra, una delle più prestigiose accademie scientifiche al mondo, che non è

un viaggio solo militare, di conquista, ma anche scientifico; si cercano di definire in maniera esatta i transiti di Venere in un determinato

meridiano, per poter risolvere l’enigmatico calcolo della distanza Sole-Terra; accanto a questo, altri scienziati imbarcati nella compagnia di

Cook devono descrivere animali e piante non note. Il viaggio di esplorazione ha quindi una componente scientifica non secondaria; James

Cook, in particolare, ha anche l’obiettivo di dimostrare che la dieta di James Lind è l’unica in grado di eliminare la piaga dello scorbuto: essi non

assumevano abbastanza vitamina C, contenuta in frutta e verdura, per cui al termine di questi lunghi viaggi l’equipaggio restava spesso

decimato. La spedizione di Cook è stata sia una spedizione scientifica protetta da una forza militare, sia una spedizione militare con qualche

scienziato al seguito. Essa pose infatti le basi per l’occupazione britannica dell’Oceano Pacifico sudoccidentale, per la conquista dell’Australia,

della Tasmania e della Nuova Zelanda, e per l’insediamento di milioni di europei nelle nuove colonie. Nel giro dei cent’anni che seguirono alla

spedizione di Cook, le terre più fertili dell’Australia e della Nuova Zelanda furono sottratte agli abitanti nativi da parte dei coloni europei. La

popolazione calò del 90% e i sopravvissuti vennero assoggettati a un duro regime di oppressione razziale. Un destino ancora peggiore capitò ai

nativi della Tasmania. Dopo essere vissuti per diecimila anni in uno splendido isolamento, furono completamente spazzati via, fino all’ultimo

uomo, donna e bambino, nel giro di un secolo dall’arrivo di Cook.

James Lind: Con James Lind nasce la sperimentazione clinica, per la prima volta l’esperimento estende alla dimensione clinica; fino ad allora

esistevano quattro tipi di sperimentazioni: quella in silico, cioè in base alla realtà virtuale laddove possibile, tipica negli studi delle

configurazioni delle molecole fatti attraverso simulazioni matematiche al computer; quella in vitro, cioè quella fatta in provette, al microscopio

o a livello cellulare; quella in vivo sul modello animale e infine quella in vivo sul modello umano. Mentre le prime due non creano problemi,

quelle in vivo necessitano di legittimazioni etiche.

Nano economico: Fino a non molto prima della spedizione di Cook, le isole britanniche e in generale l’Europa occidentale erano state un

lontano retroterra del mondo mediterraneo. Solo alla fine del quindicesimo secolo l’Europa diventò una fucina di decisivi sviluppi di natura

strategica, politica, economica e culturale. Fra il 1500 e il 1750 l’Europa occidentale prese slancio e diventò la signora del “mondo esterno”

intendendo con ciò i due continenti americani e gli oceani. Tuttavia, persino allora, l’Europa non avrebbe potuto tener testa alle grandi

potenze dell’Asia. Gli europei riuscirono a conquistare l’America e ad avere la supremazia sui mari principalmente perché le potenze asiatiche

avevano scarso interesse a fare altrettanto. L’inizio dell’era moderna fu un’età dell’oro per gli ottomani nel Mediterraneo, i safavidi in Persia, i

Mughal in India e le dinastie Ming e Qing in Cina. Espansero i loro territori in misura significativa e godettero di una crescita economica e

demografica senza precedenti. Nel 1775 l’Asia rappresentava l’80% dell’economia mondiale. Le economie dell’India e della Cina messe insieme

costituivano i due terzi della produzione globale. Al confronto l’Europa era un nano economico.

Conquista del mondo: Il centro mondiale del potere si trasferì in Europa solo fra il 1750 e il 1850, quando gli europei umiliarono le

potenze asiatiche in una serie di guerre e quando conquistarono cospicue porzioni dell’Asia. Nel 1950 Europa occidentale e Stati Uniti insieme

rappresentavano oltre la metà della produzione mondiale, mentre la quota della Cina si era ridotta al 5%. Sotto l’egida europea emersero un

nuovo ordine e una nuova cultura globale. Oggi tutti gli umani, in misura molto maggiore di quanto essi siano disposti di solito a riconoscere,

sono vestiti all’europea, pensano all’europea e hanno gusti europei. Possono magari essere fermamente antieuropei nei loro discorsi, ma si

può dire che non ci sia quasi più nessuno sul pianeta che non veda la politica, la medicina, la guerra, l’economia con occhi europei. Come ha

fatto il popolo di questo insignificante spicchio di Eurasia a uscire di colpo dal suo angolo remoto del globo e a conquistare l’intero mondo?

Spesso se ne dà il merito agli scienziati europei. Oltre all’innovazione tecnologica in campo militare, l’Europa poteva contare sulle tecnologie

cibo in scatola

civili. Il serviva a dar da mangiare ai soldati, le strade ferrate e le navi a vapore trasportavano i soldati e le loro vettovaglie,

mentre una nuova schiera di medicine era a disposizione per curare soldati, marinai e macchinisti. Questi progressi logistici giocarono un ruolo

significativo nella conquista europea dell’Africa, più ancora delle mitragliatrici. Perché il complesso militare-industriale-scientifico fiorì in

Europa e non in India? Quando l’Inghilterra fece il grande balzo in avanti, come mai la Francia, la Germania e gli Stati Uniti la seguirono a ruota

mentre la Cina rimase indietro? Quando il divario tra nazioni industriali e non industriali diventò un evidente fattore economico e politico,

perché la Russia, l’Italia e l’Austria riuscirono a colmarlo, mentre la Persia, l’Egitto e l’impero ottomano non lo fecero?

Ferrovia: La prima ferrovia commerciale al mondo venne aperta al servizio pubblico nel 1830, in Inghilterra. Nel 1850 le nazioni occidentali

erano attraversate da quasi 40.000 chilometri di strade ferrate; ma nell’intera Asia, Africa e America Latina c’erano soltanto 4000 chilometri di

binari. Nel 1880 l’Occidente vantava oltre 350.000 chilometri di strade ferrate, mentre nel resto del mondo ce n’erano solamente 35.000 (la

maggior parte delle quali era stata costruita in India dai britannici). La prima ferrovia in Cina fu inaugurata solo nel 1876. Era lunga 25

chilometri ed era stata costruita da europei. Il governo cinese la distrusse l’anno seguente. Nel 1880 l’impero cinese non aveva messo in

funzione una singola linea ferroviaria. La prima ferrovia in Persia fu costruita nel 1888, e collegava Teheran con un sito sacro della religione

musulmana a una decina di chilometri a sud della capitale. Fu costruita e gestita da una società belga. Nel 1950 la rete ferroviaria della Persia

ammontava ancora a 2500 miseri chilometri, in un paese che è sette volte più grande della Gran Bretagna. Ai cinesi e ai persiani non

mancavano invenzioni tecnologiche come le macchine a vapore (che potevano essere copiate liberamente o comprate). Ciò che mancava loro

erano valori, miti, apparati giudiziari e strutture sociopolitiche che in Occidente si erano formati e maturati nel corso di secoli, e non potevano

essere copiati e interiorizzati tanto rapidamente. Francia e Stati Uniti seguirono velocemente le orme della Gran Bretagna, perché i francesi e

gli americani condividevano già i miti più importanti e le strutture sociali degli inglesi. Cinesi e persiani non potevano mettersi alla pari tanto

velocemente, poiché pensavano e organizzavano le loro società in modi differenti.

Scienza e capitalismo: Quale potenziale aveva sviluppato l’Europa nella prima età moderna, che le consentì di dominare il tardo mondo

moderno? Esistono due risposte complementari a questo interrogativo: la scienza e il capitalismo moderni. La nascita del capitalismo

presuppone un atto di rinuncia, così come la nascita dell’agricoltura, e in entrambi i casi c’è una fiducia verso il futuro: in un caso si rinuncia a

mangiare i semi e li si affida al terreno sperando di ottenere, attraverso questo procedimento, una moltiplicazione di semi, nell’altro si rinuncia

a spendere immediatamente i guadagni fatti per investirli in altre imprese, da cui ci si attende un reddito maggiore. In entrambe le prospettive

si crede che il tempo sia denaro e in quanto tale esso serve anche a misurare la quantità di denaro che ci si attende in più.

Linguistica comparata: Le grandi impresa di conquista degli europei del diciottesimo secolo non riuscirono soltanto per una netta

superiorità tecnologica rispetto ai popoli conquistati, anche se le grandi invenzioni medievali crearono certamente condizioni favorevoli

(bussola, timone, nuova tecnica di costruzione delle navi). Un grande merito di questa espansione è la prima decifrazione della scrittura

cuneiforme, ad opera di Henry Rawlinson, la nascita della cosiddetta ‘linguistica comparata’, ad opera di William Jones, che si rende conto

dell’origine sanscrita delle lingue indoeuropee. Per la prima volta, la mentalità scientifica nata in Europa diventa la strada della ricerca a livello

globale, si diffonde globalmente anche se a livello superficiale.

Capitalismo: Tutte le altre civiltà hanno avuto una economia di tipo stazionario, stagnante, solo in Europa si è verificato un incremento,

tanto imponente da far saltare i quadri di riferimento economici di tutta l’antichità: nel bene o nel male, il capitalismo è stata una grandiosa

rivoluzione. Il cuore del capitalismo è costituito dal termine “crescita”: se non c’è crescita economica non c’è capitalismo; nel 1500 la

produzione globale di beni e servizi equivaleva approssimativamente a 250 miliardi di dollari; oggi si aggira intorno ai 60 miliardi di miliardi di

dollari. Più importante ancora, nel 1500, la produzione annua pro capite era circa di 550 dollari, mentre oggi ogni uomo, donna e bambino

produce in media 8800 dollari. Come si spiega questa crescita straordinaria? Ciò che consente alle banche, e all’intera economia, di

sopravvivere e prosperare è la nostra fiducia nel futuro. Questa fiducia rappresenta l’unico avallo di gran parte del denaro nel mondo.

Dilemma dell’imprenditrice : Il denaro è un’entità stupefacente perché può rappresentare una miriade di oggetti diversi e convertire

ogni cosa in qualsiasi altra. Tuttavia, prima dell’età moderna tale capacità era limitata. Nella maggior parte dei casi, il denaro poteva

rappresentare e convertire solo le cose che esistevano effettivamente nel momento presente. Ciò poneva una forte limitazione alla crescita,

poiché rendeva problematico finanziare nuove imprese. Il genere umano rimase intrappolato in questo circolo per migliaia di anni. Il risultato

fu che rimasero congelate anche le varie economie. La via d’uscita fu scoperta solo in epoca moderna con la comparsa di un nuovo sistema

basato sulla fiducia nel futuro.

Credito: In questo sistema le persone convenivano di rappresentare beni immaginari (beni che al presente non esistono) con una speciale

forma di denaro che chiamarono “credito”. Il credito ci consente di costruire il presente pagandolo nel futuro. Si fonda sul presupposto che le

nostre risorse future saranno sicuramente molto più abbondanti delle risorse attuali.

Sistema a somma zero: Anche in passato c’era il prestito, il credito, ma non si era propensi a dare credito, perché non si aveva fiducia

che il futuro potesse essere migliore del presente. Si era portati a pensare che i tempi passati erano stati migliori del presente, e che in futuro

sarebbe andata ancora peggio o, al massimo, che sarebbe andata allo stesso modo del presente. In termini economici la gente riteneva che

l’ammontare totale della ricchezza fosse limitato, se non decrescente. Si considerava quindi un cattivo calcolo presumere di poter produrre (a

livello personale, del regno o del mondo intero) maggiore ricchezza sulla durata di dieci anni. Gli affari parevano una specie di gioco a somma

zero, in cui si vince solo a discapito di qualcuno che perde e quindi non si crea ricchezza, ma si sposta soltanto. Ecco perché in molte culture si

riteneva che accumulare soldi fosse peccato. Come disse Gesù: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel

regno di Dio” (Matteo 19:24). Se la torta è sempre quella e io me ne accaparro una buona parte, devo averne tolte delle fettine ad altri. I ricchi

erano tenuti a far penitenza delle loro cattive azioni dando in beneficenza un po’ del loro surplus di ricchezza. Poiché la torta mondiale

rimaneva della stessa grandezza, non c’era margine per il credito. Il credito è la differenza tra la torta di oggi e la torta di domani. Se la torta è

la stessa, perché aprire il credito? Dato che il credito era limitato, la gente aveva problemi a finanziare nuove imprese. Dato che c’erano poche

nuove imprese, l’economia non cresceva. E dato che non cresceva, si presumeva che non sarebbe mai cresciuta e coloro che possedevano dei

capitali erano restii a concedere prestiti. La prospettiva della stagnazione alimentava se stessa.

Sistema in crescita: Poi arrivarono la Rivoluzione scientifica e l’idea di progresso. Quest’ultima si costruisce sulla nozione secondo cui, se

ammettiamo la nostra ignoranza e investiamo risorse nella ricerca, è possibile migliorare le cose. Chiunque crede nel progresso crede anche

che le scoperte geografiche, le invenzioni tecnologiche e lo sviluppo dei sistemi organizzativi possono incrementare la somma totale fra

produzione, commercio e ricchezza. In un sistema a crescita e non a somma zero si può diventare ricchi senza impoverire gli altri, almeno in

linea di principio: la torta globale può diventare più grande.

Ricerche sopra la natura e la causa della ricchezza delle nazioni: Nel primo volume dell’opera, all’ottavo capitolo, Adam Smith

espose la seguente argomentazione innovativa: quando un proprietario terriero, un tessitore o un calzolaio ottiene maggiore profitto di

quanto gli serve per mantenere la sua famiglia, egli utilizza il sovrappiù per assumere nuovi aiutanti, allo scopo di aumentare ulteriormente i

suoi profitti. Quanti più profitti ottiene, tanti più aiutanti può impiegare. Ne consegue che un accrescimento dei profitti degli imprenditori

privati è la base per l’accrescimento della ricchezza e della prosperità collettiva. Questo a condizione che l’imprenditore non consumi il surplus

di profitti, ma lo reimpieghi continuamente nella sua attività: egli, infatti, diviene sempre più ricco, ma da questa ricchezza traggono vantaggio

tutti gli aiutanti che mano a mano assume, creando un circolo virtuoso. Smith negò la tradizionale contraddizione tra ricchezza e morale, e aprì

ai ricchi le porte del paradiso. Essere ricchi significò essere morali. Solo in un sistema economico non a somma zero l’acquisizione di ricchezza

non è necessariamente un impoverimento degli altri, ma è anche un arricchimento degli altri e quindi non è un atto moralmente condannabile.

Nel nuovo credo capitalista, il primo e più sacro comandamento è questo: “I profitti della produzione devono essere reinvestiti per

incrementare la produzione.”

Agricoltura e capitalismo: Nell’agricoltura si spera che il tempo proceda sempre in maniera uniforme, che non presenti spiacevoli

sorprese: quest’idea trova il suo fondamento nella ciclicità; l’agricoltura nasce quando si afferma un’uniformità di tipo ciclico. Nel campo

dell’economia capitalista, invece, il futuro non dev’essere identico al passato, perché si ricadrebbe in un’economia a somma zero o quasi.

L’Impero romano sopravvive fintanto che riesce a conquistare nuovi territori: la sua ricchezza in un certo qual modo è la spoliazione dei

territori conquistati, per mezzo di contributi o saccheggi; nei trionfi gli imperatori portano al seguito i prigionieri e tutte le nuove ricchezze

conquistate. Quando esso perde la capacità di conquistare è destinato a soccombere, a causa della sua economia a somma zero: senza

spoliazione di nuovi territori non c’è incremento di beni. Nell’economia capitalista, invece, c’è un incremento di produzione e solo grazie ad

esso si può reggere: se non ci fosse incremento ci sarebbe sempre più bisogno di saccheggiare le risorse naturali.

Capitale e ricchezza: Uno dei dogmi fondamentali del capitalismo è la distinzione fra “capitale” e “ricchezza”. La ricchezza è la quantità di

denaro a disposizione per soddisfare i propri bisogni, mentre il capitale è la quantità di denaro a disposizione per fare investimenti.

Economia e scienza: componente descrittiva prescrittiva

Il capitalismo ha al suo interno sia una , che una : la prima è costituita

dall’analisi fenomenologica del modo o del procedimento attraverso cui incrementare continuamente la produzione, mentre l’altra è quella

che si riassume nell’imperativo di “investire i profitti raggiunti per incrementare nuovamente la produzione”, una prescrizione di tipo etico.

L’economia non può essere considerata una scienza perché è una costruzione di tipo logico-etico e non ha fondamenti di oggettività; la

caratteristica che contraddistingue una teoria scientifica da una non-scientifica è la falsificabilità empirica: nella storia non si ritrovano teorie

economiche falsificate, in generale è difficile parlare di falsificazione nelle teorie economiche perché i fondamenti sono di tipo etico piuttosto

che scientifico-matematico.

Capitalismo e colonialismo: La storia del capitalismo è la stessa storia che ha sancito la supremazia dell’Europa sul resto del mondo e

svela cosa si cela dietro al miracolo di un’economia in continua crescita, in continuo aumento di produzione. Secondo Harari c’è un legame

stretto tra capitalismo e colonialismo, la conquista di nuovi territori; questo connubio porta l’Inghilterra alla conquista dell’India, o meglio, non

è stata l’Inghilterra come stato a conquistare l’India, bensì un’associazione privata, la Compagnia delle Indie, che ha finanziato un’impresa di

sfruttamento dell’India e, per difendere i propri interessi, ha finanziato anche un esercito di 350.000 soldati mercenari, che ha conquistato

l’intero continente indiano. La nazionalizzazione dell’India avvenne tardivamente, i primi conquistatori furono quei capitalisti che finanziarono

la Compagnia delle Indie attraverso un azionariato ed essa, per proteggere i propri commerci e garantire redditività agli azionisti, arriva a

schierare un “esercito privato”. Lo stesso avviene per la conquista dell’Indonesia da parte dell’Olanda, che non ha occupato il suolo

indonesiano con il proprio esercito, ma c’è stata compagnia privata che ha sfruttato le risorse, i beni materiali dell’arcipelago dell’Indonesia

fintanto che se n’è impadronita. Anche in questo caso essa verrà nazionalizzata, ma pur sempre a partire da una conquista di tipo

commerciale, sorretta da un azionariato, cioè da un sistema di credito. La prima espressione del colonialismo è, quindi, un colonialismo basato

sul credito finanziario, concesso a istituzioni private.

Bolla del Mississippi: Lo stesso tipo di impostazione lo si ritrova nella Compagnia francese del Mississippi: la Francia aveva conquistato la

zona meridionale della valle del Mississippi e cercava dei finanziamenti, attraverso compagnie private, per costruire la città di New Orleans. Per

ottenere i finanziamenti si tenta un budget pubblicitario dicendo che alle fonti del Mississippi ci sono custodite ingenti ricchezze minerarie,

mentre invece c’è una zona povera, piena di acquitrini, in cui prosperano gli alligatori. Luigi XV nomina lo scozzese John Law, dirigente della

Compagnia del Mississippi, governatore della banca centrale di Francia; grazie ad una pubblicità molto azzeccata riescono a piazzare le azioni

della Compagnia facendo schizzare i prezzi da 500 livres fino a 10.000 livres per azione. Fintanto che ci si rende conto che la zona su cui si era

investito era povera: le azioni crollano in maniera vertiginosa, generando la prima Bolla speculativo-finanziaria, la causa fondamentale che ha

portato alla disgregazione della monarchia francese. Luigi XVI si rende conto che tutte le sue entrate non sono sufficienti per ripagare gli

interessi sui prestiti, a questo punto convoca gli Stati Generali nel 1789, data d’inizio della Rivoluzione francese.

Guerra dell’oppio: C’è stato uno stretto connubio tra avanzata coloniale e capitalismo, tant’è che Marx arriverà a sostenere che gli Stati

europei sono diventati un sindacato dei capitalisti. Nel 1840-42 una guerra è combattuta tra il governo cinese e l’Inghilterra; delle Compagnie

private avevano finanziato uno scambio commerciale, quasi un’irruzione all’interno del territorio cinese e si erano resi conto che potevano fare

ampi profitti con il commercio della droga. Gli inglesi avevano costituito un cartello della droga, finanziato dalla madrepatria, da cui ci si

aspettavano rendimenti elevatissimi; in effetti, le rendite erano elevate e la diffusione dell’oppio, la principale droga esportata dagli inglesi in

Cina, stava procurando delle catastrofi dal punto di vista sociale: alla fine dell’ottocento esistevano 40 milioni di drogati di oppio in Cina, un

decimo della popolazione. Le autorità cinesi cominciarono a confiscare e distruggere i carichi di droga e a incarcerare i mercanti di oppio. Ma

gli inglesi reagirono, perché stava venendo meno una eccezionale fonte di profitto: nel 1840 lo stato inglese inviò una flotta e nel giro di poche

ore annientò le difese cinesi, potendo contare su navi a vapore, artiglieria pesante, razzie e fucili a tiro rapido; gli inglesi giustificarono la

spedizione in nome del “libero mercato” e si fecero ripagare i danni che i commercianti avevano avuto: come compenso si fecero dare

addirittura la città di Hong Kong, da cui continuarono ad esportare oppio, restituita alla Cina nel 1997.

“Libero mercato”: Nella sua forma estrema, la fede nel libero mercato è altrettanto ingenua della credenza in Babbo Natale. Perché,

semplicemente, non esiste un mercato libero da qualsiasi condizionamento politico. La risorsa economica più importante è la fiducia nel

futuro, e tale risorsa è costantemente minacciata dai ladri e dai ciarlatani. I mercati di per sé non offrono alcuna protezione contro la frode, il

furto e la violenza. Il compito dei sistemi politici è garantire la fiducia stabilendo sanzioni contro gli imbrogli e sostenere le forze di polizia, i

tribunali e le prigioni che fanno rispettare la legge. Quando i re fanno male il loro lavoro e non riescono a regolare il mercato come si deve, si

arriva alla perdita di fiducia, all’oscillazione del credito e alla depressione economica. Questa fu la lezione impartita dalla Bolla del Mississippi

del 1719; lo slogan “libero mercato” è pronunciato molto spesso da chi vuol fare soldi senza mai interessarsi se i soldi siano stati fatti in modo

giusto o meno. Il libero mercato si presenta talvolta come un’ideologia che vuole svincolare l’economia da qualsiasi vincolo morale e questo è

incoerente con la struttura dell’economia, che al suo interno ha una dimensione etica strutturalmente costituita come una dimensione

descrittiva. Un sistema economico che ha una dimensione etica pretende di sganciarsi da qualsiasi vincolo morale, cioè vuole favorire il suo

imperativo senza nessun vincolo di tipo etico. Il capitalismo, l’unico sistema che sinora è riuscito a garantire una crescita di tipo esponenziale,

rischia di essere una grande impostura così come l’agricoltura, sebbene duri fino ai nostri giorni; basta vedere come sia avvenuta la crescita

economica dei paesi capitalisti per capire che eticamente essa non è stata proprio corretta. C’è il rischio che si produca un nuovo inferno. La

specie umana e l’economia globale potranno anche continuare a crescere, ma non è escluso che molti più individui siano destinati a vivere

nella fame e nel bisogno.

Monopolio: Il primo inferno capitalista è il monopolio. Il profitto, secondo Adam Smith, si sarebbe dovuto tradurre in un benessere diffuso;

in realtà, potrebbe generarsi una situazione in cui il profitto si traduce in monopolio privato, secondo una logica che porta a ricattare i

proletari. I voraci capitalisti possono formare monopoli o colludere contro la loro manodopera. Se esiste una unica società che controlla tutte

le fabbriche di scarpe in un dato paese, o se tutti i padroni di fabbriche cospirano per ridurre simultaneamente le paghe, i lavoratori non

saranno più in grado di proteggersi cambiando posto di lavoro.

Schiavitù: L’altro girone infernale costruibile all’interno del capitalismo è lo schiavismo: la tratta degli schiavi, nei tre secoli che vanno dal

‘600 al ‘900, coinvolge circa 10 milioni di africani, tratti in schiavitù e portati in America. Per rendere alti i profitti degli investimenti c’è bisogno

di manodopera a basso costo, da impiegare soprattutto nelle coltivazioni di canna da zucchero e cotone. La schiavitù è la prova diretta che il

libero mercato non può garantire che i profitti vengano ricavati in modo giusto o distribuiti in giusta misura. Se l’imperativo “profitto da

reinvestire” si traduce in “crescita del profitto” e basta, il libero mercato non ha e, anzi, si pone in contrapposizione a qualsiasi forma che

garantisca dei profitti giusti, cioè nell’ambito di una qualche forma di giustizia. Quando la crescita diventa il bene supremo, svincolato da ogni

considerazione etica, può facilmente portare alla catastrofe. Il commercio degli schiavi nell’Atlantico non discendeva da un odio razziale verso

gli africani, ma semplicemente dal principio della maggiore redditività da raggiungere ad ogni costo. Il diciannovesimo secolo non portò alcun

miglioramento nell’etica del capitalismo. La Rivoluzione industriale che si propagò velocemente attraverso l’Europa arricchì banchieri e

detentori di capitali, ma condannò milioni di lavoratori a una vita di abietta povertà.

Comunismo e nazismo: Nel corso del ‘900 sono emerse due alternative al capitalismo; l’alternativa presentata dall’Unione sovietica con

la Rivoluzione del 1917 è andata a finire in un disastro. Anche l’alternativa nazista, per quanto contrapposta al comunismo, è andata fine male

se non peggio. Comunismo e nazismo si dicono scientifici, ma in realtà si basano su sistemi etici antitetici a quelli liberali, capitalistici. Il

compito di tutti questi sistemi etici è quello di formare l’uomo “nuovo”: tanto il comunismo quanto il nazismo aspiravano alla formazione di un

nuovo modello di umanità, a forme peculiari di umanesimo.

Obiezioni del capitalismo: In primo luogo, il capitalismo ha creato un mondo che nessuno è in grado di condurre se non un capitalista: i

problemi del mondo creati dall’economia capitalistica possono essere risolti solo migliorando il capitalismo, perché l’unico serio tentativo di

organizzare il mondo differentemente (con il comunismo) è stato così deleterio sotto quasi tutti i punti di vista che nessuno se la sente di

provarci di nuovo. Nell’8500 a.C. si potevano versare lacrime amare a causa della Rivoluzione agricola, ma ormai era troppo tardi per

rinunciare all’agricoltura. Allo stesso modo, possiamo non amare il capitalismo, ma non possiamo vivere senza di esso. La seconda risposta è

che dobbiamo avere maggiore pazienza: il paradiso, promettono i capitalisti, è giusto dietro l’angolo. Certo, sono stati fatti degli sbagli, come la

tratta degli schiavi attraverso l’Atlantico e lo sfruttamento della classe operaia in Europa. Ma abbiamo imparato la lezione, e se aspettiamo

ancora un po’ e lasciamo che la torta diventi un po’ più grande, ciascuno riuscirà ad avere una fetta più grossa. Vi sono, infatti, alcuni segni

positivi. Per lo meno quando usiamo parametri strettamente materiali (come l’aspettativa di vita, la mortalità infantile, l’assunzione di calorie)

gli standard dell’individuo medio nel 2013 sono significativamente più alti di quelli del 1913, nonostante la crescita esponenziale del numero

degli umani. C’è da chiedersi però se la torta dell’economia possa crescere indefinitamente. Ogni torta richiede materiali ed energia. I profeti

di sventura annunciano che prima o poi l’Homo sapiens esaurirà le materie prime e l’energia del pianeta Terra.

INDUSTRIALIZZAZIONE

Industria: L’industria è ciò da cui nasce un eccesso produttivo, ciò che consente l’effettiva crescita economica; nel campo dell’industria il

problema fondamentale è la disponibilità dell’energia e delle materie prime, che sono le basi per una economia in crescita. Il problema è

quello di stabilire se energia e materie prime sono illimitate, oppure sono destinate a finire.

Macchina a vapore: Le prime grandi industrie sono nate vicino alle miniere, presenti già da lungo tempo, ma in particolare vicino alle

miniere di carbone. La Rivoluzione industriale nasce quando si sviluppa un sistema di conversione dell’energia termica in energia meccanica,

ovvero quando viene costruita la prima macchina a vapore. Essa accumula calore, perché viene riscaldata dell’acqua, che evaporando

determina una forte pressione, contenuta in una caldaia molto spessa, che viene convogliata sul pistone, la cui estremità è posta in una ruota.

Si tratta della prima applicazione di un sistema a manovella. Nell’antichità non è stato possibile sfruttare a sufficienza il carbone perché non si

sapeva come convertire l’energia termica in energia meccanica, la cui utilizzazione richiedeva comunque l’introduzione del sistema a

manovella: una manovella serve a trasformare un moto circolare in un moto rettilineo e viceversa. Le prime macchine a vapore servivano per

estrarre l’acqua dalle miniere; solo nel 1825 si ha la prima applicazione di un motore a vapore ai carrelli di una ferrovia da minatore: questo

segnò la nascita dei treni. Il motore trainò i vagoni lungo una rotaia di ferro per circa venti chilometri, la distanza che, nel caso specifico,

andava dalla miniera al porto più vicino. Questa fu la prima locomotiva a vapore della storia. Ma se il vapore poteva essere usato per

trasportare il carbone, perché non usarlo per trasportare altri beni? E perché non le persone? Il 15 settembre 1830 venne inaugurata la prima

ferrovia commerciale, che collegava Liverpool con Manchester.

Benvenuti nell’Antropocene: Secondo Paul Crutzen, l’Antropocene inizia quando si determina questa conversione dell’energia termica in

energia meccanica. «A segnare l’inizio dell’Antropocene», cioè l’epoca dominata dall’uomo, in cui l’uomo è diventato una forza geologica di

primaria importanza, «sono state la Rivoluzione industriale e le sue macchine, che hanno reso molto più agevole lo sfruttamento delle risorse

ambientali». Crutzen si riferisce alle miniere di carbone, che prima erano più una curiosità che una fonte di energia. «Se dovessi indicare una

data simbolica, direi il 1784, l’anno in cui l’ingegnere scozzese James Watt inventò il motore a vapore. L’anno esatto importa poco, purché si

sia consapevoli del fatto che, dalla fine del diciottesimo secolo, abbiamo cominciato a condizionare gli equilibri complessivi del pianeta.

Pertanto propongo di far coincidere l’inizio della nuova epoca con i primi anni dell’Ottocento». Questa conversione ci ha consentito di sfruttare

l’ambiente in modi precedentemente impensati; questo sfruttamento ha, però, come conseguenza quella di incidere sugli equilibri ambientali

del nostro pianeta: iniziamo a inquinare in maniera significativa a partire dall’Ottocento. La storia del carbone come energia accumulabile si

sposa con quella del capitalismo: si può investire sull’energia che si accumula, anzi, i migliori investimenti, quelli più redditizi, sono rivolti al

dominio e all’accumulo di fonti energetiche.

Sole e piante: Le due principali fonti di energia, oggi come nell’antichità, restano comunque due, cioè la crescita delle piante e i cicli solari;

al fondo della catena alimentare si trovano infatti le piante, che si nutrono di energia solare attraverso la fotosintesi, il meccanismo

fondamentale alla base delle antiche trasformazioni dell’energia in energia meccanica. Per questo le antiche religioni erano eliolatriche, perché

tutto dipendeva dal Sole, perciò si configuravano come una sorta di forme di ringraziamento.

Elettricità: Il passo deciso fu la scoperta dell’energia elettrica. La vecchia industria, basata sulla conversione dell’energia termica in energia

meccanica sfruttando il carbone, era collocata vicino alle miniere, composta da immensi capannoni, da poche macchine a vapore centrali da

cui partivano cinghie di trasmissione in grado di muovere telai e tutti i macchinari necessari. Con l’introduzione dell’energia elettrica questo

vecchio modello ‘paleotecnico’ di industria viene superato da un altro modello di produzione industriale: le fonti di energia per produrre

energia elettrica non sono più esclusivamente vicino alle miniere di carbone. L’energia elettrica può essere ricavata sfruttando anche i dislivelli

d’acqua, creando cioè dighe, in cui il dislivello dell’acqua muove delle turbine che, a loro volta, muovono delle dinamo da cui si produce

cascata delle Marmore

energia elettrica. L’acciaieria in Umbria nasce a Terni perché l’energia elettrica viene prodotta alla : le industrie

nascono vicino a cascate e a dighe, ma si possono creare fonti di energia in qualsiasi altro posto che crea giuste condizioni, come vento, maree,

etc. La produzione industriale viene quindi spalmata sull’intero territori, invece che concentrata nelle grandi città industriali collocate vicino

alle miniere. Quando si è temuta la fine degli idrocarburi come fonti di energia la scienza è riuscita a scoprire altre fonti di energia.

Problema energetico: Il problema che si pone è come soddisfare i bisogni dell’incremento demografico prodotto dalla Rivoluzione

industriale e come garantirci delle fonti di energia sempre più compatibili con la necessità di un’economia in continuo sviluppo. Per quanto

riguarda le fonti di energia, si può pensare che lo sviluppo delle nanotecnologie possa fornirci un aiuto nell’elettrolisi nell’acqua, ad esempio,

per avere come fonte di energia l’idrogeno: i motori ad idrogeno sono già a circolazione, ma per ottenerlo va scissa la molecola d’acqua e

questa separazione assorbe molta energia. Se si riuscisse a compiere questa operazione con le nanotecnologie avremmo risolto il problema

energetico e questo getterebbe nella disperazione almeno la Russia e i Paesi Arabi, i detentori delle fonti energetiche basate sul petrolio.

Problema delle materie prime: Considerando tutte le macchine costruite dall’uomo dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri, se

non ci fossero stati processi di smaltimento esse coprirebbero ormai tutta la superficie terrestre. Con la scoperta dell’elettricità abbiamo

ottenuto materiali che prima non immaginavamo, che erano ipotetici elementi della tavola periodica: l’alluminio, che appena scoperto si

ritenne più prezioso dell’oro, poi prodotto su scala industriale dopo che si rivelò un minerale presente ampiamente sulla superficie terrestre e

alluminio

quindi non pregiato come s’immaginava. L’ si produce per elettrolisi: senza energia elettrica non si potrebbe estrarre. Accanto alla

Rivoluzione industriale si assiste ad una seconda Rivoluzione agricola, che riesce a moltiplicare le proprie capacità produttive, in maniera

inaspettata; questa seconda Rivoluzione è determinata dalla meccanizzazione dell’agricoltura. Tuttavia, il trattore spezza il ciclo della

lavorazione e fertilizzazione naturale dei terreni: si passava da quella che oggi definiamo agricoltura ‘biologica’ ad una industriale, in cui il

fertilizzazione dei terreni avviene attraverso fertilizzanti sintetici e non più biologici. La produttività aumenta, ma il terreno

processo di

diviene sempre più sterile e aumenta l’inquinamento dei mari, dei fiumi, su cui vengono trasportati questi fertilizzanti.

Allevamento industriale: È un allevamento di tipo meccanico, in cui si considera un organismo nient’altro che una macchina, il trionfo

del ‘cartesianesimo’. L’eccessiva meccanizzazione produce un cambiamento delle relazioni non solo nel campo biotecnico, ma anche in quello

umano: si produce un isolamento meccanico. Il pollo viene staccato subito dalla madre, il vitello dalla mucca, il maiale per allattarsi in gabbie

molto piccole costringe la madre a sdraiarsi e a non muoversi quasi. La funzione dell’allattamento viene ridotta al minimo, soprattutto per i

mammiferi; le conseguenze sono disastrose: quando si rompono le relazioni che riguardano i primi momenti di vita tra madre e figlio, si hanno

disastrose conseguenze psicologiche, perché il bisogno di relazione sociale, di cure parentali è altrettanto fondamentale del bisogno di

alimentazione. Questo fu scoperto grazie all’esperimento di Harlow, che segnò la nascita delle cosiddette ‘correnti animaliste’, di protezione

animale. Insieme alla meccanizzazione delle colture, la zootecnia industriale costituisce la base per l’intero sistema socioeconomico moderno.

Urbanizzazione: Nella Rivoluzione industriale si produce un fenomeno ancor più consistente, un processo di urbanizzazione che porta alla

nascita di megalopoli, che per la maggior parte della loro estensione territoriale non sono altro che baraccopoli.

Shopping: L’innovazione produttiva, se ci consente di dire che riusciremo a risolvere i problemi delle materie prime e delle fonti di energia,

ci suggerisce anche una nuova etica, che domina in tutti i paesi sviluppati. L’etica del consumismo teme il crollo dei consumi, perché si avrebbe

un crollo della produzione, il che fa aumentare la disoccupazione, che a sua volta comporta la diffusione della miseria. Possiamo rinunciare alla

nuova etica del consumismo solo a condizione che cambiamo radicalmente il nostro stile di vita. Nel nostro sistema economico, la frugalità è

una malattia da curare. Feste religiose come il Natale sono diventate un festival dello shopping. Il danno maggiore del consumismo, nel campo

obesità

dell’alimentazione, è l’ : essa rappresenta per il consumismo una doppia vittoria, è una forma di consumo eccessivo che induce ad

altro consumo, perché consente di vendere rimedi dietetici contro l’obesità. Ogni anno la popolazione degli Stati Uniti spende più soldi in diete

di quanto basterebbero per alimentare tutta la gente affamata nel resto del mondo. L’etica capitalistica e quella consumistica sono due facce

della stessa medaglia.

Nuova etica: La storia dell’etica è una triste rassegna di splendidi ideali cui nessuno è riuscito a tener fede. L’etica del capitalismo è la prima

religione nella storia i cui seguaci fanno effettivamente quello che viene chiesto loro di fare. Come facciamo però a sapere che in cambio

avremo il paradiso? L’abbiamo visto in televisione.

Irreversibilità dell’era tecnologica: La soddisfazione dei nostri bisogni elementari non dipende più esclusivamente dai cicli solari,

stagionali, dalla fertilità del terreno, ma dalla nostra tecnologia. Non possiamo pensare di risolvere i paradossi del nostro tempo

abbandonando la tecnologia: la situazione è irreversibile. La vita di 7 miliardi di persone dipende dalla tecnologia. Ormai il nostro cibo, la

nostra esistenza stessa, dipendono dalla tecnologia e non più dalla sola natura; siamo noi che abbiamo creato questo paradosso e da esso

dobbiamo tentare di uscire. Come uscirne? Forse dobbiamo estendere i nostri diritti non solo agli animali, ma anche agli ecosistemi?

Dualismo della bioetica ambientale: Dobbiamo riconoscere alla natura un valore intrinseco o estrinseco? Nel primo caso essa è

degna di considerazione e di un rispetto etico di per sé, nell’altro noi dovremmo proteggerla perché è utile per l’uomo e non perché ha un

valore in sé. Dal punto di vista della bioetica, ci sono due posizioni contrapposte: quella antropocentrica e quella non-antropocentrica. In una

posizione antropocentrica della bioetica ambientale, la natura è considerata priva di valore etico: se ha un valore, ce l’ha in quanto è utile

all’uomo, quindi ha un valore strumentale e l’unico degno di rispetto etico è l’uomo. La posizione non-antropocentrica, invece, sostiene che un

animale e un ecosistema hanno un valore intrinseco, meritano considerazione, è titolare di obblighi. Spesso la bioetica ambientale si traduce

nel rifiuto della tecnologia, in una critica radicale della cosiddetta ‘tecnomania’, o ‘tecnocrazia’. Tuttavia, non è pensabile l’assumere una

posizione di radicale tecnofobia, perché essa porterebbe alla fine dell’uomo: non mangiamo solo perché c’è la terra, ma all’80% il nostro cibo

proviene dalla nostra tecnologia.

MUTAMENTI SOCIALI

Famiglia: Questa forma di meccanizzazione rischia di penetrare anche all’interno della società. La Rivoluzione industriale, connessa alla

seconda Rivoluzione agricola, è uno degli elementi che porterà ad una rimodellazione radicale della stessa famiglia, in cui i ruoli e le funzioni

precedenti vengono completamente abbandonati, stravolti oppure delegati ad altri settori. Quella che oggi viene definita ‘crisi della famiglia’,

infatti, ha radici molto lontane e complesse. Quella di famiglia è una nozione basilare: a livello sociale la famiglia è l’equivalente delle cellule

del nostro organismo, se modificate possono scatenare processi molto pericolosi in grado di coinvolgere l’intero sistema. Secondo alcuni la

famiglia è uno stato naturale, quindi si dice preesistente ad ogni forma di legislazione, che interveniva per tutelare e sanzionare un istituto che

esiste naturalmente già prima di un atto sociale di riconoscimento legislativo. Oggi, invece, secondo altri la famiglia non è più considerata uno

stato naturale che ha come funzione il mutuo sostegno, la solidarietà, la riproduzione, ma è uno stato artificiale generato da un dispositivo di

leggi e norme di tipo contrattuale, slegato dalla riproduttività, dal dato naturale. Da un lato, quindi, ci sono quelli che si oppongono a

considerare famiglia quella derivata da matrimoni omosessuali, o a estendere la stessa idea di matrimonio a coppie omosessuali, dall’altro

quelli secondo cui hanno gli stessi diritti. Uno dei problemi più spinosi è la possibilità o meno di adozione di figli, di procreazione: alla luce degli

esperimenti di Harlow emergono dei problemi in certe circostanze, perché è un dato storico che l’affettività, il rapporto consolidante

formato da madre e figlio, è fondamentale per predisporre il figlio ad un’apertura alle relazioni sociali, e questa predisposizione richiede di

avere già incorporato che il rapporto con la persona vicina è un rapporto confortevole, di fiducia, speranza, protezione. Almeno nel mondo

animale, i cuccioli che non hanno avuto questo rapporto, hanno più difficoltà di inserimento nel gruppo, in maniera patologica.

Degrado ecologico: La Rivoluzione industriale sta trasformando il nostro pianeta. Le terre lasciate alla natura si riducono sempre di più,

rischiamo di trasformare il mondo modellandolo in maniera radicale sulla base dei nostri bisogni, che aumentando ci porteranno a distruggere

interi habitat. Degrado ecologico e scarsità delle risorse sono però due cose diverse. Le risorse disponibili per l’umanità sono in costante

aumento ed è probabile che continuino a esserlo. Le profezie apocalittiche circa la scarsità delle risorse sono probabilmente sbagliate. Il timore

del degrado ecologico è invece assolutamente fondato. In futuro è possibile che i Sapiens acquistino il controllo su una miriade di materiali

nuovi e di nuove fonti di energia, distruggendo però simultaneamente ciò che rimane dell’habitat naturale e portando alla estinzione molte

altre specie. In realtà il sommovimento ecologico potrebbe mettere in pericolo la stessa sopravvivenza dell’Homo sapiens.

Mutazione della natura: Molti definiscono tale processo “distruzione della natura”. Ma non è una reale distruzione, è una mutazione. La

natura non può essere distrutta. Sessantacinque milioni di anni fa un asteroide spazzò via i dinosauri, ma così facendo aprì la strada ai

mammiferi. Oggi il genere umano sta portando all’estinzione molte specie, e potrebbe anche distruggere se stesso. Ma altri organismi se la

cavano benissimo. Ratti e scarafaggi, per esempio, sono in pieno rigoglio. Queste creature tenaci riuscirebbero probabilmente a scamparla

sotto le macerie fumanti di un’apocalisse nucleare, pronti poi a spargere il proprio DNA. Forse fra sessantacinque milioni di anni ratti

intelligenti rivolgeranno grati un pensiero allo sterminio operato dal genere umano, così come oggi possiamo ringraziare l’asteroide che

decimò i dinosauri. Comunque le voci che annunciano il pericolo della nostra estinzione sono premature. Dopo la Rivoluzione industriale, la

popolazione ha visto una proliferazione senza precedenti. Nel 1700 c’erano al mondo settecento milioni di umani. Nel 1800 erano

novecentocinquanta. All’inizio del Novecento avevamo quasi raddoppiato il nostro numero, arrivando a un miliardo e seicento milioni. E nel

2000 quel numero si era quadruplicato, arrivando ai sei miliardi. Oggi siamo quasi a sette miliardi di Sapiens.

Fertilizzanti sintetici: La chimica ha fornito le possibilità di un grandioso incremento della produzione agricola, perché è stata in grado di

entrare all’interno dei meccanismi di fissazione dell’azoto necessari alla crescita delle piante. La prima utilizzazione dell’ammoniaca, che ha

avuto grande diffusione dopo il 1908, anno in cui Fritz Haber ha scoperto il procedimento per ricavarla dall’aria e produrla industrialmente,

avvenne in campo bellico: l’ammonica, sostituendo il salnitro, era un ingrediente essenziale per la polvere da sparo e altri esplosivi. Assieme a

Bosch, Haber riesce a definire dal punto di vista chimico il processo di fissazione dell’azoto, non a caso chiamato “processo Haber-Bosch”, in

cui dall’ammoniaca più l’idrogeno a pressione si ricava azoto sintetico, che è alla base di tutti i fertilizzanti. Le piante hanno bisogno di azoto e

lo prelevano dal terreno attraverso le radici; finora, l’agricoltura era basata sulla moderna rotazione triennale, la cui novità principale è

l’introduzione nel corso dell’anno della coltivazione di leguminacee (fave, piselli), che possono fissare l’azoto nelle proprie radici, compiendo

una funzione fertilizzante per il terreno. A fine aprile i campi di fave vengono completamente arati e, di solito, vi si coltiva il tabacco, perché le

fave sono un fertilizzante ricco di azoto grazie a cui il tabacco può crescere in maniera molto rapida. La conseguenza dei fertilizzanti sintetici è

sì l’incremento della produzione, ma anche l’inquinamento delle falde idriche, che confluiscono nel mare: molti di questi processi sono

irreversibili; un’altra conseguenza è la progressiva salinazione e desertificazione dei terreni.

Ideali ecosostenibili: In molte regioni c’è scarsità di acqua e questo comporta l’impossibilità di impiantare un’agricoltura redditizia. Molti

prevedono che le prossime guerre saranno combattute per il dominio dell’acqua. Per controllare le attuali risorse idriche, sempre più

sottoposte a processi di inquinamento, non possiamo continuare ad attuare la logica dei nostri tempi, impastata di tecnologia, scienza, etica,

veramente difficile da districare. Ciò che questa logica richiede è la costruzione di ideali, anzitutto quelli di uomo e di vita, che siano compatibili

con una evoluzione tecnologica fondata non solo sullo sfruttamento della natura, ma anche sulla sua tutela. Per fare questo è necessario

pensare a modelli che guidino questo processo. Il modello di uomo non è richiesto solo dalle possibilità messe in campo dalla genetica, ma un

nuovo modello di uomo e di vita è richiesto dalla stessa logica di sviluppo della modernità, che non è più possibile rifiutare, a meno che non si

voglia rifiutare la possibilità di cibo per 7 miliardi di persone. Non siamo più in una situazione di stasi, ma siamo in una rivoluzione permanente,

cioè siamo all’interno di un flusso di informazioni che dobbiamo necessariamente assecondare e altrettanto necessariamente dirigere, pena la

nostra autodistruzione; ma per dirigerlo dobbiamo avere un obiettivo, che non può essere ricavato dalla tecnica, dalla chimica o dalla

fisiologia, ma solo attraverso un’analisi filosofica di ampio respiro. Il compito della filosofia dei nostri giorni è quello di porsi come filosofia

della tecnica, della scienza, della biologia, di bioetica e di neuroscienze, che rappresentano le frontiere in cui la filosofia si troverà ad essere

impegnata.

Tempo moderno: Senza rendercene conto, scandiamo temporalmente e in maniera rigorosa la nostra vita, il tempo per noi è diventato il

nostro fato, che non ci lascia mai un minuto. Come alleviamo in maniera meccanica i polli, in maniera meccanica costruiamo il nostro stile di

vita. La nostra vita non è solo ‘uniforme’, ripetitiva, ma è letteralmente scandita dagli stessi tempi.

Crollo della famiglia: Prima della Rivoluzione industriale, la vita quotidiana della maggior parte degli umani si svolgeva all’interno di tre

ambiti immutabili: la famiglia nucleare, la famiglia allargata e la comunità locale ristretta (un gruppo di persone che si conoscono bene

reciprocamente e la cui sopravvivenza dipende le une dalle altre). Quasi tutti i componenti erano impegnati nell’attività di famiglia, per

esempio la fattoria o il laboratorio artigiano. La famiglia costituiva al contempo lo stato assistenziale, il sistema sanitario, il sistema scolastico,

l’industria edilizia, il sindacato, il fondo pensioni, la società di assicurazioni, la radio, la televisione, i giornali, la banca e anche la polizia. La

liberazione dell’individuo ha avuto un prezzo. Oggi molti di noi si dolgono per la perdita delle forti famiglie e comunità di un tempo, e si

sentono alienati e minacciati dal potere che uno stato e un mercato impersonali fanno incombere sulle nostre vite. Ci troviamo molto spesso

schizofrenici: milioni di anni di evoluzione ci hanno modellato a vivere e a pensare come membri di una comunità. Nel giro di appena due

secoli, siamo diventati individui alienati. Non c’è niente che testimoni meglio di ciò il potere tremendo della cultura. Lo sradicamento è

funzionale al consumo, al riconoscimento attraverso il consumo.

Comunità immaginate: Una comunità immaginata è una comunità di persone che in realtà non si conoscono tra di loro, ma credono di

conoscersi. La maggior parte delle nazioni esistenti hanno preso corpo solo dopo la Rivoluzione industriale. I fan della Juventus, i vegetariani e

gli ambientalisti si caratterizzano soprattutto per ciò che consumano. È l’oggetto del desiderio che li identifica.

Rivoluzione permanente: La Rivoluzione industriale ha determinato un periodo di grandi cambiamenti; però, essa non è in tutto e per

tutto identica ad una rivoluzione politica, che portano a cambiamenti repentini: ad esempio, con la Rivoluzione francese ciò che era legittimo

prima diventa vietato dopo, secondo un cambiamento repentino delle strutture fondamentali dei sistemi giuridici, delle relazioni

interpersonali, etc. che avviene nel giro di breve tempo, in un intervallo inferiore ai tre anni. Dopo di ciò è necessaria una fase in cui si cerca di

consolidare il cambiamento realizzato; ad essa segue un dogmatismo conservativo, in cui il rivoluzionario si trasforma in un conservatore

dogmatico, che cerca di cristallizzare le nuove istituzioni credendole le uniche possibili, al punto da ritenerle degne di essere conservate in

eterno. Con la Rivoluzione industriale, invece, si ha una sorta di rivoluzione permanente, anche nell’ambito del tessuto sociale: l’ordine sociale

acquistò una natura dinamica e malleabile, cosicché anche nelle strutture sociali ora esiste uno strato di flusso permanente. Perciò ogni

tentativo di definire le caratteristiche della società moderna è come definire il colore del camaleonte. L’unica caratteristica di cui possiamo

esser certi è l’incessante cambiamento.

Pace atomica: Durante i sette decenni che sono trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale, il genere umano s’è trovato di fronte

per la prima volta alla possibilità di un completo autoannientamento e ha sperimentato un numero consistente di guerre e genocidi. Eppure

questi decenni sono stati anche, di buona misura, l’era più pacifica della storia umana. È una cosa sorprendente, poiché questi stessi decenni

hanno visto più mutamenti economici, sociali e politici di qualsiasi epoca precedente. La maggior parte di noi non si rende conto di quanto in

realtà sia pacifica l’epoca in cui viviamo. Tenendo conto dei grandi numeri, questa è l’epoca in cui i morti in guerra sono un’inezia rispetto, ad

esempio, agli omicidi passionali, ai furti, etc. Nell’anno 2000 le guerre hanno causato la morte di 310.000 individui e i crimini violenti altri

520.000. Le cifre relative al 2002 sono ancora più sorprendenti. Sui 57 milioni di morti, solo 172.000 individui sono deceduti in guerra e

569.000 sono morti per crimine violento compiuto ai loro danni. Viceversa 873.000 persone hanno commesso suicidio. Risulta così che

nell’anno seguito agli attacchi dell’11 settembre, nonostante il terrorismo e la guerra, l’individuo medio aveva più probabilità di morire suicida

che di essere ucciso da un terrorista, da un soldato o da uno spacciatore di droga. La violenza internazionale è scesa ad un minimo storico.

Questo fenomeno potrebbe essere definito ‘pax atomica’, perché è la paura di autoannientamento ad averlo generato, ad essere temuto è

l’annientamento in contemporanea di tutti gli avversari, che non lascerebbe quindi spazio a vincitori.

Implausibilità della guerra: Anche in passato vi furono periodi di relativa calma, come in Europa tra il 1871 e il 1914; periodi per altro

finiti sempre malissimo. Questa volta però è diverso. Perché la vera pace non è la semplice assenza di guerra. La vera pace comporta

l’implausibilità della guerra. Nel mondo non c’è mai stata vera pace. Fra il 1871 e il 1914 una guerra europea restava un’eventualità plausibile e

le aspettative di guerra dominavano i pensieri dei vertici militari, dei politici e anche dei cittadini comuni.

Guerra e benessere: segno della pace

Quando in chiesa ci si scambia il , il suo significato è “desidero che siano soddisfatti tutti i tuoi

bisogni”, è un augurio di benessere. Forse, il legame tra benessere ed assenza di guerra è abbastanza profondo. Il motivo per cui San Francesco

voleva che i il frate non possedesse alcunché era il seguente: se lo fosse, allora dovrebbe armarsi per difendere la sua proprietà. Infatti la città,

nel Medioevo, era contraddistinta dalla presenza del castello e delle mura, che avrebbero dovuto difendere i campi in cui il grano era maturo

dalle razzie delle pecore. San Francesco segue questo modello: chi è proprietario di qualcosa è costretto a difenderlo, è ricco non solo chi

possiede, ma anche chi è in grado di difendere le sue proprietà. Quindi, se intendiamo per pace l’implausibilità della guerra, allora non c’è mai

stata pace nell’umanità, però ci stiamo avvicinando all’assenza di guerre.

Quattro fattori: Gli studiosi hanno cercato di spiegare questa felice evoluzione con una mole impressionante di libri e articoli, identificando

diversi fattori concomitanti. Primo fra tutti, il prezzo della guerra è salito drasticamente. In secondo luogo, mentre il prezzo della guerra

s’impennava i profitti della guerra declinavano. Mentre la guerra diventava meno proficua, la pace diventò più lucrativa che mai. Ultimo ma

non da meno, nella cultura politica globale ha avuto luogo uno spostamento tettonico. La nostra è la prima epoca nella storia in cui il mondo è

dominato da un’élite amante della pace: politici, uomini d’affari, intellettuali e artisti considerano la guerra sia un male sia una cosa evitabile.

Per non scontentare né gli ottimisti né i pessimisti, possiamo concludere dicendo che ci troviamo sulla soglia sia del paradiso sia dell’inferno, e

che ci spostiamo nervosamente tra le porte dell’uno e l’anticamera dell’altro.

VERSO LA FELICITÀ

Felicità: Secondo alcuni, nel campo della politica, l’autodeterminazione, quindi la democrazia, renderebbe gli uomini e la società più felici.

Per altri, ad esempio secondo gli ideali di una società comunista, la dittatura del proletariato è la strada per conquistare la felicità. I capitalisti,

invece, per risolvere i problemi e incrementare il benessere credono sia necessario adottare un’economia basata sul libero mercato. Queste

sono ipotesi sulle possibili fonti della felicità; tutte e tre sono in procinto di essere falsificate. Sulla tematica che riguarda la storia della felicità

gli studiosi scarseggiano, anzitutto perché non è facile stabilire in che cosa consista la felicità. Si potrebbe affrontare il problema partendo

dall’accrescimento del potere dell’uomo sul mondo circostante. Se vengono accresciute le capacità umane, allora si possono eliminare

sofferenze, malattie e quindi l’incremento del potere dell’uomo sulla natura dovrebbe portare ad un incremento della felicità. Sembra che ci

sia una stretta correlazione fra l’incremento delle capacità e il pessimo modo di usarle: più s’incrementa il potere e più questo viene usato

male dall’uomo; perciò, l’incremento del potere non comporta necessariamente maggiore benessere. Alcuni contestatori di tale concezione

assumono una posizione diametralmente opposta. Essi sostengono che esiste una correlazione inversa tra capacità umane e felicità. Ogni

nuova scoperta ci allontana dal paradiso, perché il potere corrompe. Tanto più aumenta la nostra capacità di agire, quanto più rischiamo di

entrare in un sistema di relazioni di tipo meccanicistico. Se ci facciamo caso, l’ingresso nell’agricoltura, l’ingresso nel mondo industriale, ha

reso la nostra vita innaturale, cioè l’hanno stravolta, allontanandoci dalla nostra origine nel paradiso terrestre. L’incremento della potenza

umana, inoltre, ha come infelice conseguenza quella di portarci all’autodistruzione.

Prezzo del benessere: Nel corso degli ultimi decenni, abbiamo continuato a scuotere l’equilibrio ecologico del nostro pianeta in ogni

modo, e a quanto pare ciò potrà avere delle conseguenze tremende. Tutta una serie di prove indicano che stiamo distruggendo i fondamenti

della prosperità umana vivendo in un’orgia di consumi sconsiderati. Infine possiamo congratularci con noi stessi riguardo alle conquiste senza

precedenti compiute dal moderno Sapiens solo se ignoriamo il destino di tutti gli altri animali. Gran parte della tanto decantata ricchezza

materiale che ci mette al riparo dalle malattie e dalla fame è stata accumulata a spese delle scimmie da laboratorio, delle mucche da latte, dei

pulcini selezionati sul nastro trasportatore. Nel corso degli ultimi due secoli, decine di miliardi di questi animali sono stati sottoposti a un

regime di sfruttamento industriale che non ha precedenti negli annali del pianeta Terra. Se accettiamo anche solo un decimo di ciò che gli

attivisti dei diritti degli animali stanno reclamando, la moderna agricoltura industriale potrebbe dirsi il più grande crimine della storia.

Fattori di benessere: Secondo alcuni sono i soldi a renderci felici: chiaramente, per chi è povero un incremento economico migliora di

gran lunga la sua condizione, il suo stato di benessere; però, dopo una determinata soglia, l’aumento della ricchezza non produce uno

maggiore stato di benessere: la ricchezza è un fattore di felicità, ma non così elevato, come si potrebbe pensare inizialmente. La felicità è uno

stato di soddisfazione, di benessere e godimento; tuttavia, quando si cerca di dire come si arriva alla soddisfazione, dobbiamo prendere in

considerazione tutte le teorie edonistiche: secondo alcuni la felicità consiste nel provare piacere, nel godimento sensibile, nell’eliminazione del

dolore, secondo le teorie dei sentimenti consiste nella benevolenza, nell’altruismo, nell’armonia sociale, secondo le teorie razionaliste nel

comportarsi secondo i princìpi dettati da una razionalità immanente nell’universo, o nel Soggetto. Da tutte e tre le definizioni emerge che le

malattie fanno diminuire la felicità, ma solo fino ad un certo punto. Se non peggiora, una malattia cronica non comporta necessariamente uno

stato di infelicità permanente. Un elemento importante nella determinazione dello stato di benessere e di soddisfacimento è la comunità: una

buona famiglia contribuisce a uno stato di soddisfazione in maniera rilevante. Ripetuti studi hanno trovato che esiste una correlazione molto

stretta tra buon matrimonio e alto benessere soggettivo, e tra cattivo matrimonio e sofferenza.

Ricchezza e aspettative: felicità

Ma la scoperta più importante di tutte è che la in realtà non dipende da condizioni oggettive di

ricchezza, salute e relazioni sociali. Dipende invece dal rapporto tra le condizioni oggettive e le aspettative soggettive. Noi moderni disponiamo

di un arsenale di tranquillizzanti e di antidolorifici, ma le nostre aspettative di benessere e piacere e la nostra intolleranza verso disagi e fastidi

sono cresciute in tale misura che probabilmente soffriamo molto più dei nostri antenati. Tutto il nostro sistema produttivo si basa su una

continua sollecitazione del desiderio per incrementare i consumi, delle aspettative. Nonostante ciò conduca all’aumento della ricchezza, dei

beni materiali, non porta ad un aumento della felicità; infatti, ad esempio, non siamo più in grado di reagire alle circostanze avverse: ogni

piccolo disagio e fastidio comporta un grande disagio e un forte fastidio. Le circostanze avverse mostrano tutta la nostra fragilità psicologica.

Sempre scontenti: Se la felicità è determinata dalle aspettative, i due pilastri della nostra società (i mass media e l’industria pubblicitaria)

possono involontariamente impoverire le riserve globali del soddisfacimento. Se cinquemila anni fa eri un giovane di diciott’anni che viveva in

un villaggio, probabilmente avresti pensato di avere un bell’aspetto, poiché nel tuo villaggio c’erano solo altri cinquanta uomini, la maggior

parte dei quali erano o vecchi o deturpati o grinzosi, oppure erano ancora dei bambini. Ma se sei un teenager di oggi, hai molte più probabilità

di sentirti inadeguato. Anche se gli altri compagni di scuola sono brutti, non ti metti a confronto con loro ma con gli attori del cinema e con gli

atleti, e se sei una ragazza con le supermodelle che tutto il giorno vedi in televisione, su Facebook e sui tabelloni pubblicitari giganti. Questo

crea un divario tra la situazione oggettiva, quello che si è, e le aspettative, cioè quello che si vorrebbe essere: certamente, questo diminuisce la

felicità. Se è così, persino l’immortalità potrebbe portare allo scontento. Una persona amortale probabilmente svilupperà una fobia ai rischi, e

l’angoscia di perdere un coniuge, un figlio o gli amici più cari sarà insopportabile.

Felicità chimica: Una delle strade più battute per raggiungere la felicità chimica è il Prozac, strada utilizzata per la cura di tutti i disturbi

mentali. Nel romanzo distopico di Aldous Huxley Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932 al culmine della Grande crisi, la felicità figura come il

valore supremo, e le medicine psichiatriche rimpiazzano la polizia e il voto come fondamento della politica. Ogni giorno ciascuno prende una

dose di “soma”, una droga sintetica che rende felice la gente senza danneggiare la produttività e l’efficienza individuali. Lo Stato Mondiale che

governa l’intero globo non è mai minacciato da guerre, rivoluzioni, scioperi e dimostrazioni, perché tutti gli individui sono supremamente

contenti delle loro condizioni attuali, quali che siano. La visione che Huxley ha del futuro è assai più inquietante di quella immaginata da

George Orwell in 1984. Alla maggior parte dei lettori, il mondo di Huxley sembra mostruoso, ma non sarebbe facile spiegare perché. Ognuno è

sempre felice: cosa può esserci di sbagliato in questo? Lo sconcertante mondo di Huxley si basa sul presupposto biologico che felicità equivalga

a piacere. Essere felici vuol dire né più né meno che provare sensazioni fisiche piacevoli. Ma tale definizione di felicità viene contestata da

alcuni studiosi.

Senso della vita: Un’altra, come mostrano i risultati dello studio, è che la felicità non sia una prevalenza di momenti piacevoli rispetto a

quelli spiacevoli. Essa consiste piuttosto nel percepire la propria esistenza nella sua interezza come qualcosa di importante e di valido. Però,

per essere felici non è sufficiente una constatazione, ma è la consapevolezza di avere un posto nella natura, un posto assai importante, che dia

rilievo e soddisfazione, che suggerisce la possibilità che la propria esistenza non è qualche cosa di inutile, di effimero. Uno dei motivi di

angoscia e d’infelicità dei nostri tempi è quello di essere consapevoli che siamo un prodotto casuale dell’evoluzione, un momento transeunte e

passeggero della storia della vita, di cui il tempo cancellerà ogni memoria. Se la felicità si basa sull’esperienza di sensazioni piacevoli, per essere

più felici occorre ricongegnare il nostro sistema biochimico. Se la felicità si basa sulla sensazione che la vita è significativa, per essere più felici,

occorre che ci illudiamo più efficacemente. Esiste una terza alternativa?

Storia della felicità: La maggior parte dei libri di storia si concentra sulle idee dei grandi pensatori, sul coraggio dei guerrieri, sulla carità

dei santi e sulla creatività degli artisti. Ci dicono molte cose sulla composizione e sul disfacimento delle strutture sociali, sulla nascita e la

caduta degli imperi, sulla scoperta e la diffusione delle tecnologie. Non ci dicono però nulla su quanto tutte queste cose abbiano influito sulla

felicità e la sofferenza degli individui. Questa è la più grossa lacuna nel nostra comprensione della storia. Faremmo bene a cominciare a

riempirla. Tutte le storie che si sono scritte sinora non hanno colmato questa lacuna.

Ignoranza attiva: La cosa più pericolosa dell’uomo è l’ignoranza attiva: se l’ignoranza è consapevole di stessa, e quindi si modera, va bene,

altrimenti tende a presentarsi come grande sapienza e cerca di realizzarsi, divenendo ignoranza attiva, che è la cosa più nociva dell’umanità.

FINE DELL’HOMO SAPIENS

Felicità scientifica: beati beoti

Per essere felici non basta essere “ ”, occorre avere la consapevolezza di un valore intrinseco della nostra

vita. in questa situazione, secondo il contesto scientifico, tutte le nostre costruzioni di senso sono piene di illusioni; la nostra fortuna è stata

quella di essere usciti dalla lotteria dell’evoluzione e avere un’intelligenza. Dal punto di vista concreto, non abbiamo altri fondamenti oggettivi

su cui costruire una felicità: un fondamento è quello che ci permette di vivere una vita dotata di senso, un rilievo all’interno dello smisurato

oceano di materia ed energia. Il primo compito dell’etica è conservare se stessi, perché eliminata l’umanità sarebbero eliminati tutti i problemi

senza dagli risposta: per costruire una risposta ai problemi si deve conservare un’umanità interrogata. Allora, l’unica strada che ci rimane è

superare i nostri limiti biologici, cioè la morte e la malattia, superando i quali rimarrebbe aperta la possibilità di trovare un senso, di valorizzare

la nostra vita: non abbiamo altre strade, se non quella religiosa, chimica o scientifica. All’alba del ventunesimo secolo, questo sembra non

essere più vero: l’Homo Sapiens sta valicando i propri limiti. Egli comincia ora a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con

quelle della progettazione intelligente. Tanto per Harari, quanto per i sostenitori del post-human, la conquista della felicità porta alla fine

dell’uomo: si raggiunge la felicità a patto di progettare la propria fine come uomo.

Progettazione intelligente: L’alba del ventunesimo secolo comincia con la sostituzione della selezione naturale con la progettazione dei

geni: una progettazione intelligente deve sostituire la selezione naturale. Per quasi quattro miliardi di anni ogni singolo organismo esistente sul

pianeta si è evoluto sottostando alla selezione naturale. In quattro miliardi di anni nessun organismo è stato progettato da un creatore

intelligente: la bellezza della teoria di Darwin sta nel non avere bisogno di presumere un progettista intelligente. A un certo punto organismi

come le giraffe, i delfini, gli scimpanzé e i Neanderthal svilupparono consapevolezza e capacità di guardare avanti. Ma anche se un Neanderthal

sognava volatili così grassi e lenti da poter essere acchiappati ogni volta che aveva fame, non aveva modo di trasformare la sua fantasia in

tecnologia ci consente di trasformare la fantasia in realtà, cioè di progettare: la prima progettazione intelligente è l’agricoltura;

realtà. La

infatti, abbiamo allevato tipologie di bestiame che l’uomo potesse governare ed uccidere agiatamente. Tuttavia, se raffrontato con divinità

onnipotente, l’Homo sapiens aveva limitate capacità progettuali. I Sapiens potevano utilizzare l’allevamento selettivo per aggirare e accelerare

i processi di selezione naturale che normalmente riguardavano le galline, ma non potevano introdurre caratteristiche completamente nuove

assenti dal patrimonio genetico di una gallina selvatica. Oggi, invece, nei laboratori di tutto il mondo gli scienziati stanno progettando esseri

viventi. Siamo infelici, abbiamo dei limiti biologici, perché non ci riprogettiamo per rendere meno drammatici questi limiti, oppure per essere

meno scontenti e più intelligenti: questo è l’imperativo del nostro tempo, che sta avanzando a tappe forzate.

Dinamica intrinseca: La Rivoluzione scientifica è l’unica rivoluzione permanente della storia che noi abbiamo conosciuto: in campo

scientifico le teorie cambiano continuamente, gli errori vengono spesso eliminati, si assiste ad un progresso conoscitivo eccezionale, si passa

da vecchie teorie su cui si aveva scommesso l’esistenza (meccanicismo classico) a nuove teorie, in cui cambia la concezione del mondo e

dell’uomo. Questi continui cambiamenti non erano mai avvenuti in nessun altro sistema di credenze, perché tutti i sistemi di credenze, una

volta essersi presentati come artefici di una rivoluzione, tendono a diventare sistemi dogmatici, permanenti e stabili.


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pexolo

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Filosofia e scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Docente: Conti Lino
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pexolo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero scientifico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Conti Lino.

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