Appunti storia della scienza antica
21/09/2020
Tema del corso: la chimica nell'antichità
Come nell'antichità la materia era concettualizzata e trasformata.
Studio teorico: componenti essenziali della materia e del mondo naturale;
Studio pratico: apertura nei confronti del mondo delle tecniche antiche;
Il rapporto tra queste due componenti della scienza antica è il trade union del corso.
O. Longo, Scienza, mito, natura. La nascita della biologia in Grecia. Questo studio mette in evidenza che i Greci non avevano nel loro vocabolario la parola biologia, ma nonostante questo vuoto lessicale, la conoscevano. Per la chimica il problema è inverso: abbiamo un nome, ma l’idea che questo nome indichi qualcosa di assimilabile alla scienza moderna non è dimostrabile. In una storia della chimica raramente si fa riferimento al mondo antico.
Secondo l'Enciclopedia Treccani per chimica si intende quella scienza che studia le proprietà, la composizione, l’identificazione, la preparazione e il modo di reagire delle sostanze sia naturali sia artificiali del regno inorganico e di quello organico. Si tratta, quindi, di una visione ampia che include solo in parte il concetto di materia.
La scienza chimica moderna nasce nel XVII secolo come atto di rottura rispetto alla tradizione alchemica. Tradizionalmente la chimica è considerata una scienza, mentre l’alchimia è associata a magia, misticismo e religione. I padri fondatori della chimica moderna sono Lavoisier e Boyle. Se veramente la chimica nasce da una rottura col passato, ci rendiamo conto che la distinzione tra alchimia e chimica è labile.
La prima fase dell'alchimia in Occidente
L’alchimia come scienza nasce nel I sec d.C. nell’Egitto greco-romano. I più antichi testi di alchimia sono in greco. Nel periodo bizantino vi è una connessione tra filosofia e chimica, come attestano le figure di Olimpiodoro e Stefano di Alessandria. L’alchimia greca viene recepita nel mondo arabo-orientale.
Quadro geografico
- Egitto: Alessandria (scuole neoplatoniche) e Panopoli (Zosimo);
- Grecia;
- Assiria: Baghdad e Reshaina;
- Bisanzio: Stefano ed Eraclio;
Il nome dell'alchimia
Alchimia e chimica hanno la stessa origine dal punto di vista linguistico. Alchymia e chymia sono termini latini, Al non è un prefisso ma l’articolo arabo. Il termine latino chymia è la trascrizione dell’arabo kimiya/himiya, che è a sua volta la trascrizione del greco χυμεία, tramandato con varie grafie a causa della trasmissione bizantina.
Cos'è la χυμεία?
Radice di χῡ́ω, "fondere". Si tratta quindi della scienza della fusione, soprattutto nell’ambito della metallurgia. Comprendiamo le riflessioni teoriche sulla natura dei metalli centrali nella letteratura alchemica. Alcuni hanno proposto un’etimologia alternativa: χυμεία sarebbe un derivato greco del termine egiziano kemet (keme in copto) che significa "nero", "terra nera"; in questo caso il punto di contatto con la scienza chimico-alchemica sta nella possibilità di trasformare il piombo, associato al colore nero, in oro. Il termine farebbe quindi riferimento alla fase iniziale della trasformazione cromatica.
Questo termine è estremamente raro nei testi antichi. L’unico passo in cui lo troviamo, ma nell’accezione egiziana è Plut. Iside e Osiride, in una nota di carattere erudito. Non possiamo quindi sapere se questo termine era riferito anche alla scienza chimica all’età di Plutarco.
Zosimo di Panopoli usa questo termine per la prima volta. L’opera di quest’autore ci è giunta in modo frammentario. Il libro di Inouth da cui è tratta la citazione che ci interessa ci è tradito dal cronografo bizantino Sincello e dalla tradizione siriana. Il mito citato da Zosimo è di natura ebraica: gli angeli rivelarono agli esseri umani l’arte della χυμεία.
Il testo di tradizione siriaca ci fa capire meglio cosa intendesse dire: Zosimo dice che questo libro sull’arte della χυμεία era diviso in 24 capitoli, ciascuno con un titolo particolare, che sostenevano che tutti i metalli possono prendere il colore dell’oro, ciascun metallo il colore dell’altro metallo. La χυμεία quindi, non sarebbe semplicemente una tecnica di trasformazione dei metalli, ma un’arte di matrice metallurgica. La testimonianza di Zosimo ci dice poco su quale potrebbe essere l’etimologia giusta.
Lo studio del mondo inorganico è un elemento essenziale della tradizione alchemica.
22/09/2020
Approcci interpretativi ed ermeneutici all'alchimia
Una differenza tra alchimia e chimica permane anche a causa di preconcetti che sono il frutto di un determinato paradigma storiografico. Ci sono vari studi che si sono sviluppati nel corso dei secoli sugli approcci interpretativi:
R. Halleux, Les textes alchimiques, cap.2: illustra i vari approcci dal XVI secolo ai giorni nostri.
- XVI-XVII sec.: Apologisti;
- XVIII sec.: Antiquari;
- XIX sec.: Ricerca razionalista ed erudita;
- XX sec.: Psicologia del profondo (Jung) e antropologia culturale;
- XXI sec.: Ermetismo contemporaneo;
L’interesse nei confronti della storia dell’alchimia caratterizza gli alchimisti stessi a partire da Zosimo di Panopoli. Le ricostruzioni storiche hanno spesso un carattere apologetico. Molti testi alchemici sono attribuiti ad autori leggendari o sono pseudo-epigrafi (opere attribuite ad autori famosi, ma spurie).
Una fase importante nella storia della storiografia è la ricerca razionale. In questa fase si colloca Marcelin Berthelot, autore di alcune opere fondamentali:
- Les Origines de l’alchimie, 1885: studio storico sulle prime fasi;
- Collection des anciens alchimistes grecs, 4 vol. 1887-1888: I collezione dei testi alchemici;
- La Chimie au Moyen Age, 3 vol. 1893: ogni volume è dedicato a un determinato periodo storico;
Berthelot ha l’idea che dell’alchimia si debba salvare solo quello che assomiglia alla chimica, cosa che lo porta ad escludere tutta una serie di testi importanti. Questo tipo di approccio non è l’unico possibile.
Lawrence Principe, The secrets of Alchemy, cap. 4: Perché l’alchimia si comincia a concepire come una pratica mistico-religiosa e non come una pratica di laboratorio? Le radici di questa tendenza si trovano nel cd. occultismo vittoriano che propone un’interpretazione dell’alchimia in senso spiritualista. Non a caso nasce nel XVIII secolo quando in ambito scientifico nasce la rottura tra chimica e alchimia.
Uno dei primi testi è Mary Anne Atwood, A Suggestive Inquiry into the hermetic mistery, 1350: il vero laboratorio dell’alchimista è il corpo stesso dell’uomo. Si tratterebbe di un processo di purificazione spirituale, non di purificazione delle sostanze.
La figura di Zosimo di Panopoli si colloca nel III-IV sec d.C. Secondo le fonti antiche, avrebbe scritto 28 libri di alchimia.
Distinzione tra due tradizioni alchemiche:
- Alchimia essoterica, ovvero il linguaggio allegorico delle operazioni chimiche;
- Alchimia esoterica, ovvero la segreta trasformazione spirituale dell’alchimista;
La materia da trattare è l’intangibile, imponderabile etere, mentre il laboratorio alchemico è il corpo dell’alchimista.
La Atwood ebbe contatti con F.A. Mermer, fondatore del cosiddetto mermerismo o magnetismo animale, e con la società teosofica, fondata a New York nel 1875 dalla sensitiva Helena Blavatsky, interessata a teorie tra l’occulto e il religioso (ermetismo, gnosticismo, orientalismo, spiritualismo).
E.A. Hitchcock, Remarks upon Alchemy and Alchemists, 1875: introduce un’interpretazione moraleggiante e cristiana dell’alchimia.
Tutte le interpretazioni illustrate fino ad ora non sono prive di fondamento, ci sono elementi dell’alchimia che si prestano ad esse. Tuttavia, esse hanno contribuito anche in ambito scientifico all’affermazione di un paradigma negativo e stereotipato dell’alchimia, secondo cui l’alchimia non sarebbe una scienza, ma una pseudo-scienza, una pratica occulta. Essa è priva di base scientifica perché il suo fine ultimo è trasformare i metalli in oro, trasmutazione metallica, che è un’utopia. A questo si può obiettare che, sebbene questo fine non sia raggiunto, il metodo per raggiungerlo è scientifico.
Carl Gustav Jung, Psicologia e alchimia, 1944/Studi sull’alchimia, 1929-1954: individua nell’alchimia alcuni archetipi che possono essere letti in chiave psicanalitica. Gli alchimisti descriverebbero un processo di progressivo sviluppo del sé. Interpretazione psichica.
Alcuni studi si basano sull’idea che l’alchimia non abbia un fine pratico, ad esempio quelli di E.J. Holmyard.
Alchimia greco-egiziana
A. J. Festugiere, La revelation d’Hermes Trismegiste, 1983: questo studioso di neoplatonismo ed ermetismo dedica il cap.1 all’astrologia e alle scienze occulte e tra di esse inserisce anche l’alchimia.
“L’alchimia greco-egiziana da cui tutte le altre derivano è nata dall’incontro di un fatto e di una dottrina. Il fatto è la pratica tradizionale in Egitto delle arti dell’oreficeria. La dottrina è un melànge di filosofia greca, improntata soprattutto a Platone e Aristotele, e di fantasie mistiche”
Questo approccio ermeneutico costituisce un passo in avanti rispetto a quelli visti fino ad ora, poiché non si punta l’attenzione sul fine ultimo degli alchimisti, ma si mette in evidenza la compresenza di un elemento pratico e di un elemento teorico. L’oreficeria non può esaurire tutti gli aspetti pratico-artigianali dell’alchimia, mentre Platone e Aristotele non sono sufficienti a spiegare i presupposti teorici.
Needham, studioso dell’alchimia cinese, propone una distinzione tra aurifiction e aurifaction, che si collocano rispettivamente su un livello pratico e teorico; con il primo termine, infatti, si indica la contraffazione di un metallo prezioso, il tentativo di imitare l’oro, con il secondo la credenza di fabbricare l’oro. Con questa distinzione il focus è il punto di vista dell’operatore. Nella pratica non riusciamo sempre a capire se un autore antico pensa di imitare un oggetto prezioso o di fabbricarlo, è una distinzione molto teorica.
Tradizione papiracea
I primi testi alchemici del mondo greco-egiziano sono le ricette scritte su papiro. La maggior parte dei papiri sono andati perduti, si conservano solo il papiro di Leida e quello di Stoccolma, entrambi risalenti al III-IV secolo d.C., che riportano un centinaio di ricette che descrivono tecniche di metallurgia, ad esempio come unire metalli per creare leghe colorate, tecniche di raddoppiamento e tecniche docimastiche. Ci riportano anche ricette su come tingere la lana in porpora, usando dei succedanei meno costosi della porpora vera e propria e su come fabbricare in modo artificiale materiali preziosi.
L’oreficeria non esaurisce l’ambito di competenze tecniche. Alcune ricette si propongono di fare qualcosa di simile o un materiale prezioso, altre di fabbricare il materiale stesso. Risulta complicato cercare di capire la percezione dell’autore.
In ogni caso si può mettere in evidenza un aspetto: queste tecniche hanno a che fare con una trasformazione cromatica.
Nella trasformazione cromatica aurifiction e aurifaction sono due facce della stessa medaglia. Se cambio il colore di un metallo ne cambio anche la natura?
Questi papiri sono stati rilegati a forma di codice, segno del fatto che si volesse produrre un libro di riferimento da consultare agevolmente. Considerando la data a cui risalgono sono alcuni degli esempi più antichi di papiri rilegati.
23/09/2020
Tradizione manoscritta
Abbiamo circa 100 manoscritti bizantini. Essi non ci riportano tutta l’opera degli autori, ma solo una selezione, i cui criteri non sono chiari. Probabilmente furono compilatori di età bizantina a realizzarli, mossi dall’interesse nei confronti della trasmutazione metallica.
Uno dei manoscritti più importanti è il Marcianus Graecus 299 (X secolo). Si tratta di un codice in pergamena molto pregiato. Infatti, è arricchito di molti elementi decorativi, soprattutto nelle prime pagine. Ad esempio, la πύλη posta all’inizio a simboleggiare la porta di ingresso agli scritti del codice. I colori usati sono oro, rosso e blu: le parti dorate sono realizzate con foglie d’oro, le parti blu con lapislazzuli e quelle rosse con porpora.
I testi alchemici erano preceduti da lessici, che offrivano ai lettori sia informazioni di base sulla scienza alchemica sia gli strumenti necessari per avvicinarsi agli scritti raccolti. Accanto ad essi, compaiono anche liste esplicative dei segni alchemici utilizzate all’interno dei codici.
Nel ms. in questione la lista è introdotta da un titolo: “Segni della scienza di ciò che si basa negli scritti tecnici dei filosofi, specialmente per quella filosofia che chiamiamo segreta”. Questo titolo ci permette di sottolineare due aspetti:
- Gli stessi alchimisti si autoproclamano filosofi;
- L’alchimia è vista come una filosofia segreta;
La lista comprende 7 simboli; si tratta di 7 metalli ciascuno associato a un pianeta:
- Sole: Oro
- Luna: Argento
- Saturno: Piombo
- Giove: Electrum
- Venere: Rame
- Mercurio: Stagno
Questa lista corrisponde alla lista illustrata dal filosofo neoplatonico Olimpiodoro, pertanto si pensa che questa associazione metallo/pianeta nasca in ambiente neoplatonico; una parte della filosofia neoplatonica enfatizzava la corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo. L’idea di fondo è che nel processo di formazione dei metalli che avveniva nel sottosuolo aveva un certo ruolo l’influsso di determinati astri.
La tradizione alchemica non si esaurisce in questo gruppo di simboli. In un’altra colonna è riportata una lista di variazioni dei simboli a seconda di un particolare tipo di ingrediente. Ad esempio, la ripetizione del simbolo dell’oro insieme a varie stanghette indica la limatura dell’oro, il simbolo dell’oro insieme a un quadratino indica una foglia d’oro, il simbolo dell’oro insieme a k indica l’oro bruciato o calcinato. Lo stesso provvedimento è usato per l’argento.
La stessa logica si trova in testi greci che ci sono giunti in tradizioni orientali (siriaco o arabo) ad esempio, nei manoscritti delle collezioni alchemiche di Londra:
- Egerton 709;
- Or. 1593;
I manoscritti siriaci hanno i simboli in orizzontale.
Un’altra caratteristica dei manoscritti sono le numerose illustrazioni. La più frequente è quella del serpente che si morde la coda.
CAAG II 1.3: Testo anonimo bizantino citato in queste antologie che propone un’interpretazione di queste immagini con un linguaggio immaginifico:
“Ecco il mistero. Il serpente ouroboros è la composizione che nel suo insieme è divorata e fusa, dissolta e trasformata dalla digestione (sepsis). Essa diviene di un verde intenso e ne deriva il colore dell’oro. Quello che ne deriva è il colore chiamato del cinabro, il colore dei filosofi. Il suo ventre e dorso sono del colore dello zafferano; la sua testa verde intenso; i suoi quattro piedi sono la tetrasomia (4 corpi); le sue orecchie sono i 3 vapori sublimati”
Per tetrasomia si intende i 4 metalli di base (piombo, rame, stagno, zinco), che venivano trattati per essere trasformati in oro e argento. Probabilmente c’è un’influenza della teoria empedoclea dei 4 elementi. Nella rappresentazione del serpente i 4 corpi sono i piedi, quindi il punto d’appoggio.
I vapori sublimati sono mercurio, realgar e orpimento. Gli ultimi due sono sulfuri di arsenico. Tutti e 3 i vapori evaporano a temperature molto basse. Essi sono rappresentati sulla testa in quanto la sublimazione rappresenta la purificazione della materia e si colloca nella parte più alta; i vapori sono il punto di partenza per tingere.
Il corpo del serpente è la composizione, momento in cui il corpo da tingere e l’elemento che tinge vengono fatti interagire in un nuovo composto. La metafora della digestione è tratta dalla fisiologia umana.
Il serpente policromo permette di visualizzare questo processo di trasformazione della materia ed è utilizzato anche nella tradizione alchemica successiva.
Il cinabro era il minerale da cui gli antichi estraevano il mercurio. Dato il suo colore rosso, nei testi alchemici è sinonimo del colore dell’oro. Il riferimento al cinabro potrebbe contenere un cenno alla fabbricazione dell’oro, il cui momento culminante è costituito dal passaggio dal giallo al rosso. L’oro non arrugginisce, il fatto che gli alchimisti riuscissero a trasformarlo indicava che andavano al di là di dove poteva spingersi la natura. L’alchimia è intesa come un processo di perfezionamento dei metalli.
Pseudo-Democrito
Al cosiddetto Pseudo-Democrito sono attribuiti gli scritti alchemici più antichi, risalenti al I sec d.C. Si tratta di 4 libri dedicati a:
Tecnica usata per lavorare i metalli: si scaldavano ad altissima temperatura fino a renderli più friabili e calpestabili.
Questi due colori sono vicini sullo spettro dei colori, è una questione di percezione.
L’ultima fase del procedimento alchemico è la cosiddetta iosis, da ὤφις, “ruggine”, che non è solo un processo chimico ma anche un simbolo di trasformazione alchemica.
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