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SPE domande - II modulo

Domande principali

1. La sintesi utilitaristico-ricardiana di J. S. Mill.

2. La rivoluzione marginalista e i suoi principali aspetti.

3. Jevons: “la sequenza” i suoi punti di fragilità.

4. Menger e gli austriaci: natura dei beni, origine del valore e allocazione come processo sequenziale.

5. Illustrate il funzionamento della tavola mengeriana.

6. Menger e la scuola storica tedesca: la disputa sul metodo.

7. Indicate natura e funzione dei due dii ex-machina walrasiani.

8. Pareto: ofelimità e concetto di pareto ottimale.

9. Illustrate brevemente cosa si intende nella teoria marshalliana per “equilibrio parziale” e per “analisi periodale”.

10. Marshall: definizione di economia e caratteristiche dell’analisi economica.

11. Scegliendo a piacere una delle tre teorie marginalità del ciclo esponete in modo sintetico i principali contenuti: teoria degli effetti temporanei di Fisher, Ciclo wickselliano; Teoria del risparmio forzato.

12. Discutete il ruolo dell’imprenditore-innovatore e del banchiere nel modello di sviluppo ciclico di Schumpeter.

13. Concetti caratterizzanti la teoria keynesiana (domanda effettiva, moltiplicatore, efficienza marginale del capitale, preferenza per la liquidità) e loro uso per la ridefinizione del ruolo dello stato nell’economia.

14. Indicate in forma sintetica come la teoria keynesiana ha ridefinito il ruolo dello stato nell’economia.

15. Sviluppi della teoria keynesiana dopo Keynes: approcci neo-keynesiani e post-keynesiani.

Mill e la sua posizione di mediatore

Figlio del noto economista James Mill, John Stuart è considerato come colui che ha cercato di mediare il crescente avvento delle teorie marginaliste, ancorandosi ancora una volta alle teorie classiche. Grande uomo di successo, egli opera a partire dagli anni ’40 dell’800 ed è considerato uno dei principali esponenti del liberismo. Nella sua opera “Principi di politica economica e alcune loro applicazioni di filosofia sociale”, opera che ebbe un gran successo e che fu utilizzato fino agli anni ’80 dell’800 come manuale di riferimento, Mill cerca di riunire i due grandi filoni post-smithiani: la teoria del valore-lavoro e l’equilibrio concorrenziale individualistico; tentativo che, tuttavia, fallì e che vide successivamente una netta separazione tra i due movimenti.

Egli ha un approccio molto particolare: vuole associare i principi economici alla loro relativa applicazione pratica, vuole quindi unire teoria e prassi. Questo approccio implica un piano di idee molto più ampio della sola economia politica dei classici in quanto pone anche le basi per una economia come filosofia sociale correlata a tutte le dottrine sociali, con particolare rilievo alle scienze matematiche.

Per illustrare l’idea di fondo che ha sull’economia, Mill utilizza la metafora del “mulino ad acqua”; in esso, due sono i meccanismi che ne permettono il funzionamento: l’acqua, come forza naturale, incontrollabile dall’uomo e non rispondente a leggi sociali, e la ruota idraulica, meccanismo controllabile poiché creato dall’uomo. Tale esempio è metafora della vita economica, nella quale le componenti regolatrici sono la produzione, soggetta a leggi naturali separate dall’etica, paragonata dunque all’acqua, e la distribuzione, sottoposta a leggi sociali e morali, e dunque influenzabile, paragonabile al meccanismo della ruota.

Questo approccio è fortemente criticato dai marginalisti in quanto questi ultimi ritenevano che l’economia fosse solo una filosofia naturale e non una filosofia sociale. In seguito, John Mill affronta una serie di riflessioni economiche che riflettono i principali aspetti del suo pensiero.

In primo luogo, riformula la teoria del valore impostandola in termini ricardiani ma tenendo comunque in considerazione i recenti progressi della storia economica, quindi introduce una serie di specificazioni relative al salario (ripudia il concetto di salario di sussistenza sostenendo l’esistenza di saggi salariali diversi a seconda delle diverse occupazioni), ai profitti (rigetta l’idea ricardiana dell’unicità del saggio di profitto: così come esistono salari diversi, esistono anche differenti saggi di profitto che variano a seconda del rischio di investimento), ai processi di produzione (il lavoro vivo ed il lavoro morto hanno un’intensità di capitale diversa e una diversa durata nel corso del tempo, per cui influenzano il valore delle merci in maniera disomogenea), ai regimi di tassazione (a differenza di quanto sosteneva Ricardo, per Mill la tassazione influenza i prezzi relativi delle merci) e alla rendita (la quale non deve essere computata nei costi di produzione e non deve essere considerata come un semplice residuo).

Tutte queste eccezioni fanno sì che la teoria del valore-lavoro si differenzi e distanzi da quella ricardiana portando Mill a ritenere che il costo di produzione, inteso come quantità di lavoro contenuto, è in grado di terminare il valore delle merci soltanto in situazioni di lungo periodo, cioè quando i prezzi sono costanti (situazione piuttosto irrealizzabile).

Il secondo aspetto su cui insiste Mill nell’operare questa mediazione è la formulazione di una teoria del fondo-salario, teoria che si fonda sulle dinamiche di domanda e di offerta: in particolare, egli fa derivare il livello dei salari dalla relazione tra domanda e offerta di lavoro: w=W/L (dove w= saggio di salario; W= domanda di lavoro; L=offerta di lavoro). Inoltre, secondo lui, essendo W e L dati nel breve periodo, i lavoratori non possono ottenere aumenti salariali e, quindi, la lotta di classe ricardiana è in grado di redistribuire il reddito tra lavoratori solamente nel lungo periodo e solo nel caso in cui si verifichi una maggiore produttività o una restrizione dell’offerta di lavoro. Anche in questo caso, pur partendo da un’impostazione classica, ci si allontana progressivamente da essa.

Mill elabora poi un suo pensiero sul profitto: alla creazione del valore delle merci, oltre al lavoro, partecipa anche l’astinenza dal consumo dei capitalisti, i quali, non consumando, investono maggiormente e accumulano sempre più capitale; quindi, il profitto rappresenta qualcosa di più complesso della sola remunerazione dei capitalisti, in particolare Mill lo ritiene come: un salario di direzione che compensa il capitalista nel dirigere un’impresa, un premio di rischio che remunera il rischio d’impresa; e un interesse che compensa l’astinenza dal consumo.

Infine, si discute delle prospettive future del capitalismo: nonostante Mill condivida la tesi sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, la sua è una visione profondamente ottimista: la crescita dell’accumulazione, tipica del procedere del capitalismo, comporta un aumento del benessere sociale che riduce l’astinenza dal consumo e determina una diminuzione del tasso di interesse sul capitale.

Lo sviluppo economico porterebbe dunque il benessere sociale ad un livello tale, definito con il termine di “stato stazionario”, da rendere inutile il bisogno di ulteriore accumulazione di capitale e portando infine ad un azzeramento del profitto. In tali condizioni si ha uno stato di piena occupazione poiché il lavoratore può appropriarsi dell’intero risultato del proprio lavoro.

La rivoluzione marginalista in 6 punti - Principali aspetti

Dagli anni ’60 – ’70 dell’800 si diffonde un nuovo paradigma economico, una nuova ideologia rappacificatrice tra i ceti sociali che esalta il concetto di equilibrio sociale. A prescindere dal contesto storico culturale in cui si diffonde, la rivoluzione marginalista consistette in sei punti fondamentali:

  • In primo luogo si assiste allo spostamento dell’oggetto di studio della scienza economica: dall’economia politica, che vedeva nel problema dell’evoluzione nel tempo delle economie una componente dinamica, ad un concetto di economia in senso stretto, concentrata sullo studio di un sistema in equilibrio statico. Ai marginalisti non interessa più l’evoluzione nel tempo dell’economia, bensì il presente: non più i problemi di dinamica, ma quelli di statica.
  • In seguito, conseguentemente al mutamento della prospettiva di indagine sul sistema capitalistico, si ha lo sviluppo di un approccio metodologico basato sull’idea di affrontare ogni problema economico come ricerca dell’ottima allocazione di risorse scarse, in modo da conseguire la massima utilità del prodotto.
  • In terzo luogo, si denota l’accettazione dell’approccio utilitarista, un orientamento filosofico che emerse in Europa a fine ‘700 e che ebbe in Jeremy Bentham uno dei suoi principali protagonisti. Tale approccio presuppone che l’agente economico persegua finalità edonistiche ed egoistiche: il comportamento umano è quindi riconducibile ad un calcolo razionale e, per questo motivo, punta alla massimizzazione della propria utilità.
  • Il principio di sostituzione, come quarto elemento, implica la possibilità di realizzare una scelta ottimale tra diverse alternative, sia dal punto di vista della domanda (dove il consumatore ha la possibilità di scegliere come distribuire la spesa tra i diversi beni che ha a disposizione), sia dal lato dell’offerta (nella quale il produttore può scegliere la combinazione più efficiente dei fattori da impiegare). È un principio che indica, quindi, che le alternative siano sempre aperte e le decisioni prese siano sempre reversibili.
  • Altra caratteristica è rappresentata dall’individualismo metodologico. Questo concetto è coerente con quello espresso finora ed estremizza gli orientamenti precedenti. Dall’analisi economica scompaiono i grandi aggregati, riconducibili alle classi sociali, e regna l’armonia nel sistema economico. Non vi sono classi sociali, ma agenti individuali (imprese, famiglie, individui) che operano le scelte di natura economica al fine di massimizzare la propria utilità: gli individui sono pienamente consapevoli e informati di quanto accade intorno a loro (non esistono asimmetrie informative).
  • Sesto ed ultimo elemento è definito dall’a-storicità dei problemi economici (anche detto riduzionismo anti-storicistico). La storia scompare nel modo di considerare il sistema economico; questa scomparsa fa sì che si pensi all’economia non come una scienza sociale, ma come una scienza naturale. Il linguaggio con cui i marginalisti parlano diventa un linguaggio molto più matematico e non più sociale: le merci diventano beni, il valore di scambio diventa termine di scambio, il profitto diventa interesse. Anche la ragione sociale cambia: non più economia politica, ma più semplicemente “Economics”. Il problema dunque non è più quello di individuare la ricchezza sociale, bensì quello di studiare la condotta umana come relazione tra obiettivi molteplici e mezzi scarsi.

Il successo del pensiero marginalista risiede in molteplici ragioni. In primis, emergono lacune concettuali del pensiero classico come la teoria del valore-lavoro e la teoria distributiva; inoltre, si possono individuare anche altri interessi, come la volontà di contrapporsi alla pretesa del nuovo socialismo marxista (i fondamenti scientifici del pensiero marxista non erano che le fondamenta del pensiero classico) o l’intenzione di rilanciare il pensiero liberista del laissez-faire non più in ottica di accumulazione, ma in ottica di allocazione ottimale delle risorse.

Lo scopo era quello di proporre una dottrina economica molto più rivoluzionaria e distaccata da quella precedente, in modo tale che la soluzione identificata per la riduzione della conflittualità sociale apparisse innovativa e basata su solide fondamenta.

Non tutti ritengono, però, che quella marginalista possa essere considerata una vera e propria rivoluzione: in particolare, in Inghilterra alla fine dell’800, prevale il pensiero di Marshall, il quale riteneva che esistessero ancora dei punti di continuità con la riflessione classica; tuttavia, ad oggi, si ritiene che questi due sistemi si trovano su metri di ragionamento molto diversi tra loro.

Jevons e la teoria dello scambio (sequenza jevonsiana)

Il grande contributo di Jevons nella storia del pensiero economico è da ricondurre alla formulazione della teoria dello scambio. Tale teoria ha origine da un background culturale dell’economista inglese caratterizzato da tre aspetti fondamentali: lo psicologismo di derivazione sensista (manifestato dal marchese di Condorcet, è un orientamento filosofico in base al quale si crede che ogni conoscenza deriva dalle sensazioni); l’utilitarismo benthamiano (Jevons rilegge Bentham e ne fa un pilastro fondante della propria riflessione economica); e la matematizzazione della scienza economica che consiste nell’applicazione del calcolo differenziale alle nozioni economiche.

A partire da queste tre coordinate culturali, Jevons definisce la scienza economica come una scienza esatta, vera e affine alla fisica e alla matematica: come una teoria delle scelte razionali. L’economia, per Jevons, è dunque un “calcolo di piacere e pena” poiché le caratteristiche principali che definiscono il comportamento umano risiedono, secondo lui, nell’edonismo (ricerca del piacere) e nell’individualismo (ciascun individuo agisce sulla base del calcolo razionale teso a massimizzare l’utilità).

È da queste considerazioni che sviluppa la teoria dello scambio (o sequenza jevonsiana), che rappresenta una sequenza di ragionamenti logici che egli compie su quattro caratteristiche economiche e che, appunto, portano alla teorizzazione dello scambio in natura tra gli individui. Le variabili prese in considerazione sono: l’utilità (disutilità), l’allocazione, lo scambio e i prezzi relativi.

Il punto di partenza dell’analisi è l’utilità che si caratterizza non come una qualità intrinseca di un oggetto, ma come la somma di piacere e pena che il suo uso consente. Da questo modo di ragionare discendono due conseguenze importanti: l’intero piacere che si ricava dall’uso di un bene non può essere misurato in termini oggettivi; e i piaceri che provano due agenti economici non sono confrontabili poiché ciascuna mente è imperscrutabile ad ogni altra e non sembra esserci alcun denominatore comune. L’individualismo prende quindi il posto della relazione sociale.

Posta in questi termini la questione dell’utilità, Jevons afferma che il valore dipende interamente da essa e fa una serie di distinte evidenziando diverse utilità: utilità totale (utilità ricavata dall’intera quantità consumata di un certo bene); grado di utilità (utilità associata ad una certa dose del bene); grado di utilità finale o utilità marginale (grado di utilità dell’ultima unità aggiunta: è l’ultima dose di un bene da cui dipende il valore che l’individuo attribuisce al bene).

Dal concetto di utilità marginale Jevons definisce due leggi che riprende da Gossen: per quanto concerne la prima, definita “legge dell’utilità marginale decrescente” o “prima legge di Gossen”, essa definisce che il grado di utilità varia con la quantità della merce e decresce mano a mano che la quantità aumenta; riguardo la seconda, è da essa che deriva il problema dell’allocazione. Definita l’utilità marginale è necessario disporre di un modo per allocare tale utilità finale al meglio; da questa base Jevons definisce il “principio dell’equimarginalità” o “seconda legge di Gossen”: un individuo massimizza la propria utilità quando alloca il bene di cui dispone in maniera tale da eguagliare le utilità marginali procurate dai due usi alternativi del bene stesso.

Il teorema dell’allocazione è alla base della teoria jevonsiana dello scambio. Prima di proseguire con la teoria egli definisce alcune considerazioni preliminari: innanzitutto, lo scambio deve avvenire sul mercato concorrenziale dove c’è piena trasparenza e assenza di asimmetrie informative; inoltre, compratori e venditori che operano sul mercato sono agenti commerciali “trading bodies”, agenti che operano individualmente perseguendo il proprio interesse. Note le condizioni generali del mercato, Jevons sostiene che sul mercato debba esistere una legge generale, detta legge di indifferenza, secondo cui “in qualsiasi momento, sullo stesso mercato, non possono esserci due prezzi diversi per la stessa merce”.

Tale affermazione ha rilevanza fondamentale in quanto significa che in una situazione di equilibrio la quantità finale di entrambi i beni x e y deve essere uguale per entrambi i beni, x e y, secondo la formula Δx/Δy = x/y. In virtù della formula sopra ottenuta, sarà l’utilità marginale a determinare il prezzo relativo o valore di scambio di un bene. Da questa osservazione Jevons deduce che l’utilità marginale di un bene dipende dal suo grado di diffusione in natura (scarsità del bene), cioè dall’offerta che, a sua volta, sarà determinata dal costo di produzione.

In questo modo, Jevons crede di aver chiuso il cerchio per la determinazione del valore di scambio delle merci, e cioè, attraverso il ragionamento a catena della sequenza jevonsiana: il costo di produzione determina l’ampiezza dell’offerta, la quale a sua volta influenza il grado finale di utilità, la quale fissa il prezzo relativo.

Tuttavia, è doveroso evidenziare come il cerchio si chiuda con l’introduzione di un elemento classico (costo di produzione) e non marginalista, e soprattutto senza spiegarne la natura. In altre parole, Jevons non riesce a coniugare concretamente costi e utilità nel contesto marginalista.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/04 Storia del pensiero economico

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Alessandra_M di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero economico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Fornasari Massimo.
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