Storia del pensiero economico
Introduzione al corso
Nel 1776 Adam Smith scrisse l’Indagine sulla ricchezza delle Nazioni; questo segna la nascita dell'economia politica. La nascita dell’economia politica come scienza sociale:
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Il significato del termine “Economia Politica” deriva dalle parole:
- oîkos = casa
- nómos = legge
- pólis = città-stato dell’antica Grecia
- L'economia politica nasce come scienza dell’amministrazione, del funzionamento e della buona gestione, non della famiglia ma della società nel suo complesso. È una scienza che si propone di studiare in che modo gestire, organizzare e far funzionare il sistema economico nel suo complesso. Durante il corso del tempo essa ha cambiato gli strumenti e le capacità di analisi.
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Domande tipiche su cui è nata l'economia politica come scienza:
- Da cosa dipende il livello del prodotto sociale di un sistema economico?
- Da cosa dipende la distribuzione del prodotto sociale tra i soggetti economici che hanno concorso alla sua produzione?
L’economia politica si propone di regolare il funzionamento della società. Nasce nel momento in cui nasce la consapevolezza che la società generi un prodotto sociale (quello che noi oggi chiamiamo Prodotto Interno Lordo, ovvero il valore complessivo di beni e servizi finali che vengono prodotti nell’economia in un dato periodo di tempo).
- Nel corso del tempo le domande sono cambiate: per esempio, alla fine dell’Ottocento si è affermata la domanda: da cosa dipendono le scelte del singolo consumatore e della singola impresa.
- Insieme alle domande cambia anche l’oggetto prevalente dell’economia politica, si passa dall’oggetto del prodotto sociale fino a quello della sovranità nazionale (fine ‘800 -‘900).
Da ciò deriva il fatto che nel corso del tempo nascano teorie alternative, che forniscono risposte differenti e spesso alternative alle stesse domande (ci sono diversi punti di vista e impostazioni). Con la nascita di teorie alternative cambia anche la teoria rispetto al modo con il quale vengono esaminati i problemi.
Considerando, ad esempio, la questione della determinazione del prezzo delle merci. Fino a tutto il ‘600 l’oggetto era il prezzo in termini morali, ovvero ci si chiedeva quale fosse il “giusto prezzo”. Solo a partire dal ‘700 il prezzo diventò un oggetto di studio a sé stante e ci si cominciò a chiedere quale fosse il prezzo relativo delle merci (relativo= interessa il prezzo del bene relativo a qualcos’altro, dato che avviene in un rapporto di scambio).
Definizione di sistema
L’economia politica come scienza sociale nasce solo quando l’oggetto dello studio diventa il funzionamento del sistema economico. Un sistema è tale quando esprime una relazione tra le parti che lo compongono; ha un interesse proprio in quanto è composto da varie parti tra le quali esiste una certa relazione. Ciascun elemento del sistema è a sua volta un sistema; quindi ci sono molteplici micro-sistemi che interagiscono tra di loro.
I più importanti esponenti dell’economia politica intesa come scienza sociale furono:
- William Petty (1623-1687) con l’aritmetica e l’anatomia politica si prefiggeva l’obiettivo di descrivere il funzionamento di un sistema, misurare i fenomeni e indicare le regolarità (“leggi”) che hanno a che vedere con il funzionamento del sistema sociale. Questo è stato considerato l’inizio dell’economia politica come scienza sociale.
- Adam Smith (1723-1790) definisce la “Ricchezza delle nazioni” in termini di “crescita del reddito pro-capite”. Con Smith il lavoro, e in particolare la divisione del lavoro, emerge come meccanismo dinamico di crescita del prodotto pro-capite. Con Smith emerge anche il tema della determinazione dei prezzi e della distribuzione del reddito.
- David Ricardo (1772-1823) analizza la distribuzione del reddito in termini della teoria valore-lavoro. Ricardo ha uno schema che si articola con l’idea che:
- I salari dei lavoratori siano fissati a livello di sussistenza; i salari non potevano andare per lungo tempo al di sopra del livello di sussistenza, storicamente determinato.
- I profitti generati debbano essere investiti in nuovi mezzi di produzione, di conseguenza, l’accumulazione del capitale sarebbe aumentata e ci sarebbe stata una crescita.
- Le rendite dei proprietari terrieri debbano essere spese in beni di lusso. Ogni aumento delle rendite avrebbe diminuito l’accumulazione e quindi anche i profitti, danneggiando la crescita.
L'economia politica come scienza del comportamento e della scelta razionale
Ad un certo punto, però, cambia l’oggetto dell’economia politica, da scienza sociale alla fine dell’800 diventa scienza del comportamento e della scelta nazionale.
- La condotta umana viene raffigurata come scelta, relazione tra fini e mezzi scarsi che possiamo utilizzare per usi alternativi. L’orizzonte dell’economia politica cambia e si restringe.
- I fini sono identificati nei bisogni, intesi in modo particolare, come bisogni molteplici, ordinabili e illimitati (illimitati nel senso che ci può essere un limite nei bisogni primari, ma non in quelli secondari; infatti, l’uomo, dopo aver soddisfatto i bisogni primari, sviluppa tutta una serie di bisogni secondari illimitati).
- I mezzi, cioè le risorse, sono considerate limitate sia per il singolo, che per il sistema economico nel suo complesso.
- Questo punto di vista trova le sue origini nella marginalista rivoluzione, sviluppatasi intorno 1870, anno in cui sono state pubblicate le opere di:
- Stanley Jevons (1835-1882) in Inghilterra
- Carl Menger (1840-1921) in Austria
- Léon Walras (1834-1910) a Losanna in Svizzera
Questi tre autori importanti hanno segnato una svolta.
- Il comportamento razionale è definito come scelta di individui che massimizzano la soddisfazione (i consumatori) o il profitto (le imprese), rispondendo unicamente a segnali di prezzo.
- Con l’economia come scienza del comportamento razionale, cambia anche la nozione di sistema economico. Prima (quando era una scienza sociale) il sistema era fatto di entità varie che interagivano direttamente tra di loro, invece, nella concezione di economia politica come scienza del comportamento, ciò non avviene. Gli agenti economici ottimizzanti non interagiscono direttamente, bensì reagiscono a variazioni del prezzo. Essi possono essere considerati come “automi” che, in base a cambiamenti del prezzo, si comportano in maniera tale da ottimizzare il proprio profitto.
- Le scelte individuali determinano le quantità consumate e prodotte dell’intero sistema economico: consumo e produzione dell’intera economia sono determinate dalla somma delle scelte individuali.
- Con il concetto di economia politica come scienza del comportamento e della scelta razionale, cambia la nozione di sistema economico e la nozione di “legge economica”.
- Gli economisti classici (concetto di economia come scienza sociale) concepivano le leggi economiche come tendenze di fondo all’interno di una determinata società; tali «leggi» cambiano al cambiare delle forme organizzative della società.
- La scelta razionale si fonda su leggi universalmente valide, immutabili ed eterne, che hanno a che fare con l’idea che gli agenti massimizzino secondo la loro utilità e la loro funzione obiettiva.
Cosa studia l’economista?
- Nella prospettiva dell’economia come scienza della scelta razionale, l’economista studia le scelte individuali e fa derivare da tali scelte il comportamento del sistema.
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Nella prospettiva dell’economia come scienza sociale, l’economista dovrebbe occuparsi di una realtà economica in continuo cambiamento nella quale interagiscono mutamenti quantitativi e qualitativi (cambia la qualità delle operazioni tra gli individui):
- Mutamenti quantitativi: per esempio, variazione della popolazione e della produzione; sono grandezze reversibili (possono cambiare da un anno all’altro).
- Mutamenti qualitativi: per esempio, nuovi prodotti, nuove capacità e caratteristiche del lavoro, nuove forme organizzative; spesso sono irreversibili (ad esempio se cambia una forma organizzativa, essa produce degli effetti e non torna indietro).
Perché studiare la storia del pensiero economico?
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Due prospettive dello sviluppo dell’analisi economica a confronto:
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La concezione cumulativa: affonda le sue radici nella concezione della scienza economica come teoria della scelta razionale. Se io considero le conoscenze più recenti prendendo l’ultima versione, mi faccio un’idea cumulativa, che ingloba le migliori conoscenze. Tale impostazione è:
- Fortemente riduzionista: significa che noi riduciamo le complessità a degli elementi elementari ritenuti validi, in base ai quali noi descriviamo tutto.
- Essenzialmente deduttiva.
- Proposizioni analitiche: ritenute universalmente vere sulla base della loro coerenza logica. Discendono da premesse assunte come valide secondo un processo tautologico-deduttivo.
- Proposizioni sintetiche: le quali, come nel caso delle assunzioni, per essere considerate vere devono essere in accordo con l’esperienza.
- La conoscenza in economia progredisce con le tecniche di analisi della scelta razionale.
- La versione più recente della teoria incorpora cumulativamente tutta la conoscenza ritenuta valida.
- La storia del pensiero economico è sostanzialmente inutile.
- La concezione competitiva: critica il punto di vista precedente. Secondo la concezione competitiva le teorie non seguono un percorso lineare, devono affrontare diverse contraddizioni, e questo mette nella condizione di studiare come si sviluppino le teorie. Ci sono principalmente due autori che criticano la concezione cumulativa e sostengono quella competitiva, e sono: T. Kuhn (1962) e I. Lakatos (1978).
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La concezione cumulativa: affonda le sue radici nella concezione della scienza economica come teoria della scelta razionale. Se io considero le conoscenze più recenti prendendo l’ultima versione, mi faccio un’idea cumulativa, che ingloba le migliori conoscenze. Tale impostazione è:
Kuhn è partito da una critica del positivismo logico. Esso lo critica elaborando la “struttura delle rivoluzioni scientifiche” e dicendo che lo sviluppo della scienza non è lineare, ma che attraversa vari stadi per affrontare e risolvere contraddizioni:
- 1° stadio: scienza normale; in base alla quale si è raggiunto un sufficiente consenso.
- 2° stadio: accumulazione di anomalie all’interno della scienza normale; arricchiscono, perché fanno scoprire delle visioni alternative delle teorie, facendo entrare in contatto con altri punti di vista, stimolando il dialogo.
- 3° stadio: rivoluzioni scientifiche
Nella prospettiva della concezione competitiva, invece, la storia del pensiero economico ci aiuta a:
- Chiarire, attraverso l’analisi delle teorie economiche, le caratteristiche fondamentali di paradigmi alternativi
- Far emergere differenti “visioni del mondo” sottostanti le teorie
- Contrastare l’inerzia inevitabilmente connessa con le teorie dominanti
- Comprendere altri punti di vista e a dialogare
Schumpeter e la storia dell’analisi economica
Secondo Schumpeter (nella sua “Storia dell’analisi economica”, 1954) la storia dell’analisi economica deve essere intesa come “la storia degli sforzi intellettuali che gli uomini hanno compiuto per comprendere i fenomeni economici”. Schumpeter distingue «tre stadi» della ricerca economica:
- Atto conoscitivo pre-analitico: prima di fare un’analisi economica, occorre conoscere il contesto e ciò di cui si sta parlando.
- Schema concettuale rigoroso: dopo aver conosciuto il contesto si fa uno schema analitico.
- Costruzione di modelli: sulla base delle due fasi precedenti, si costruiscono dei modelli.
Divisione del lavoro e crescita del reddito pro-capite (Smith)
Divisione del lavoro, ampiezza dei mercati e crescita del prodotto pro-capite
Adam Smith (1723-1790) inizia parlando della divisione del lavoro, egli la concepisce come un processo di specializzazione che riguarda due forme complementari:
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Specializzazione nelle singole unità produttive: all’interno di una singola impresa. Nel momento in cui Smith scrive erano già presenti delle grandi unità produttive che erano le manifatture, all’interno delle quali cooperavano molti artigiani che, dividendosi il lavoro, producevano un certo tipo di bene. La prima forma di divisione del lavoro era di tipo verticale che si riferiva alla specializzazione delle singole mansioni all’intero di una singola unità produttiva.
Smith fa l’esempio del produttore di spilli il quale, se dovesse svolgere da solo tutte le mansioni che portano alla produzione di uno spillo, impiegherebbe molto tempo; mentre, ogni operaio, secondo Smith, avrebbe dovuto svolgere la propria mansione nella fabbricazione dello spillo. Questo tipo di divisione verticale riduce enormemente il tempo di lavoro e ha un effetto di aumento della produzione nell’unità di tempo per il singolo lavoratore all’interno dell’unità produttiva. Questa forma di cooperazione fa sì che ciascun lavoratore in una certa unità di tempo produca un prodotto in quantità di molto superiori.
- Specializzazione tra le attività produttive: man mano che si sviluppa questa prima forma di divisione del lavoro di tipo verticale, se ne sviluppa anche una seconda. Cominciano a nascere delle attività produttive specializzate nella produzione di singoli beni (sia finali che strumentali). Si tratta di una divisione del lavoro orizzontale. Essa dà vita a molti settori economici.
Questi due processi sono storici perché si sviluppano nel tempo storicamente.
- L’obiettivo di Smith è quello di capire quali fossero le forze che determinano la ricchezza delle nazioni, quindi focalizza la sua attenzione sui fattori che influiscono sulla crescita del reddito pro-capite. Smith cerca di capire il contesto che lo circonda.
- Definizione di reddito pro-capite: Che cos’è il reddito pro-capite? Il reddito pro-capite è il reddito generato nell’economia spesso usato per misurare il grado di benessere della popolazione di un paese, ossia è il rapporto tra il reddito nazionale e la popolazione.
Da che cosa dipende il reddito pro-capite? Consideriamo:
- Y = reddito nazionale complessivo
- N = popolazione
- L = numero di lavoratori impiegati nella produzione di beni e servizi
Il reddito pro capite, secondo Smith, dipende da due elementi/fattori:
- Dalla produttività media del lavoro, cioè il prodotto medio per lavoratore nell’unità di tempo. La produttività media del lavoro è: Y/L. Esempio: Se Y = 100 unità al giorno e L = 10 lavoratori, la produttività media del lavoro è 10 unità al giorno per lavoratore.
- Dalla quota dei lavoratori impiegati nella produzione sul totale della produzione: questo rapporto si chiama tasso di occupazione.
Dalla definizione di produttività media del lavoro otteniamo immediatamente che il reddito nazionale (Y) dipende dal numero di lavoratori impiegati nella produzione (L) e dalla produttività media del lavoro: Y = L × (produttività media del lavoro).
Dividiamo ora per N (popolazione) sia a destra che a sinistra del segno di uguale e otteniamo: Y/N = (L/N) × (produttività media del lavoro), dove:
- Y/N è il reddito (prodotto) pro capite
- L/N è la quota dei lavoratori impiegati nella produzione sul totale della popolazione (tasso di occupazione)
- (produttività media del lavoro) è la produttività media del lavoro (prodotto medio del lavoro)
Tasso di occupazione e prodotto medio del lavoro, secondo Smith, influenzano più direttamente il reddito pro-capite.
Da che cosa dipende il prodotto medio del lavoro? Smith parte dal fatto che sia la divisione del lavoro a influenzare direttamente la produttività media del lavoro attraverso:
- L’aumento in primo luogo della destrezza di ciascun operaio: il lavoratore acquista competenze e svolge l’operazione affidatagli in minor tempo.
- La presenza di più lavoratori specializzati in una singola mansione: non c’è più il passaggio da un’operazione all’altra che prima comportava una perdita di tempo, in questo modo si risparmia tempo.
- L’invenzione di nuove macchine: porta ad una riduzione del tempo di lavoro, ossia il progresso tecnologico è connesso nell’attività produttiva perché le macchine vengono inventate da coloro i quali le utilizzano.
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