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Storia del Medio Oriente

Il concetto dell’Oriente nasce intorno all’Ottocento e si sviluppa sulla base di una visione eurocentrica dell’emisfero, proprio in vigore dell’allora supremazia mondiale. Il Vicino Oriente comprende le terre che vanno dall’Egitto all’Iraq e dalla Turchia allo Yemen. Il Medio Oriente include anche il mondo iranico, spostandosi verso l’Asia centrale e comprendendo ad oggi anche il Nord Africa, ad ovest dell’Egitto. All’interno di questa premessa, va senza dubbio detto che l’Islam costituisce la variabile principale ideologica e politica della storia del Medio Oriente, nonostante la promiscuità religiosa all’interno di alcune di queste terre. Ma nello stesso tempo, l’islam è forse l’unico elemento filante senza il quale l’analisi di una sua storia politica ne risulterebbe troppo segmentata dal poterla gestire e concettualizzare.

La data 1798 con cui si tende ad indicare l’inizio della storia contemporanea non è assolutamente vaga, ma definisce come la spedizione napoleonica in Egitto abbia segnato un cambiamento epocale della storia.

Inizi 1800

Impero ottomano (territori arabi dotati di una certa indipendenza) [Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Marocco, Yemen, Persia]

TAJDID = RINNOVAMENTO ISLAMICO, TRA 1700-1800 (wahabismo).

COMMERCIO ed economia tra 1600-1800 (Europa e Asia-Africa). [L’egemonia economica verrà trasformata in vera e propria conquista e sottomissione]

Espansioni coloniali

  • 1830 - Francesi in Algeria
  • 1839 - Inglesi nel sultanato dell'Aden
  • 1881 - Francesi in Tunisia
  • 1882 - Inglesi in Egitto
  • 1904 - Protettorato britannico in Kuwait
  • 1912 - Protettorato francese in Marocco
  • 1912 - Italiani in Libia

Sostanzialmente l’abisso tra l’Europa, o l’Occidente qualsivoglia, e i paesi del Medio Oriente dà voce soprattutto alla completa ignoranza di questi ultimi dinanzi alla modernità riscossa dai risvolti della rivoluzione industriale ed i concetti base del nazionalismo, quali popolo-nazione; libertà e democrazia; secolarismo. Concetti che costituiscono una sfida per la forma mentis dei popoli arabo-islamici. Assistiamo alla loro reazione.

Impero Ottomano – Turchia

L’impero ottomano dal 1808 al 1839 vede al potere Mahmud II, con un modello di governo molto centrato sull’esercito. Dal 1839 in poi si assiste ad un periodo di riorganizzazione, avviando una serie di riforme, le tanzimat, grazie alla partecipazione dell’elite dirigente (1839-Editto di Gulhane/1856-Khatt-i-Humayun/1876- Costituzione). L’appartenenza all’impero derivava da criteri di cittadinanza e non di appartenenza etnico-religiosa; ciò significò compromissione del sistema delle comunità religiose (millet) e la nascita nel 1860 di un gruppo di Giovani Ottomani, il cui esponente maggiore fu Namiq Kemal. Insistevano su un criterio moderno di identità statuale dell’impero, senza assolutamente dimenticare di essere musulmani al tempo stesso. Ciò dimostra quanto di fatto fosse reale la distinzione tra religione e politica nell’islam (→gli ulama non pretendevano di gestire il potere politico).

Il capo dello stato detiene il potere esecutivo ed esclusivamente quello (→secolarismo, è stato sempre presente nella dottrina islamica). Negli anni 1877-78, con Abd Al-Hamid al potere, si assiste alla guerra russa-ottomana: dove, i secondi si ponevano in difensiva alla strategica volontà di espansione dei primi nell’Asia centrale. – Trattato di pace S. Stefano. Le potenze occidentali, preoccupate, riescono con il Congresso di Berlino 1878 (indipendenza della Romania, Serbia, Montenegro) a far arretrare la Russia e ad amputarle una parte della nuova Bulgaria. – Bosnia Erzegovina al protettorato austro-ungarico.

Dal 1908 al 1913 si moltiplicano le associazioni arabo-ottomane e questa tendenza al panislamismo alimenta il nazionalismo di intellettuali, quali Jamal al-Afghani, Mustafa Kamil→movimento dei Giovani Turchi/Società per la Libertà/CUP- Comitato Unione e Progresso.

Nel 1909 deposto il sultano, gli succede Muhammad V, autocratico e assoluto. Nel 1912, oltre a soccombere al problema delle guerre balcaniche, l’impero si trova dinanzi ad una minacciosa aggressione, inferta dall’alleanza tra Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro, che approfittano del momento di distrazione degli ottomani, occupati a combattere contro l’Italia (in Libia). La Grecia prende la Macedonia meridionale; La Serbia prende il Kosovo e la Macedonia settentrionale; il Montenegro prende una parte dell’Albania. Il 1913 segna lo scollamento tra turchi ed arabi dando inizio ad una dittatura militare, che reggerà fino al 1918.

La turchizzazione di arabi e cristiani è gestita dal CUP, più in particolar modo dall’esponente dei Giovani Turchi Enver Bey→Enver-Jamal-Pascià. Nel 1919 i Greci occupano Smirne. I paesi dell’intesa di schierano sempre più contro l’impero ottomano. Emerge la figura del generale Mustafa Kemal. Le truppe alleate costringono il governo in carica a dimettersi e procedettero all’occupazione virtuale di Istanbul. Nel 1921 venne promulgata una Costituzione→Trattato di Sèvres→Tutto teso ad indebolire gli Ottomani e ridurre il loro impero. Dopo la minaccia dei greci su Ankara, nel 1922 Kemal si mobilita per una controffensiva liberando Smirne. Trattato di Losanna – frontiere sicure, controllo degli stretti, espansione dei territori fino a Edirne, compreso Istanbul.

1923 La Gran Bretagna abbandona Istanbul. Deposto Mehmet VI, segue Majid II con il titolo di califfo e capo spirituale ed il 29 ottobre si proclama la Repubblica Turca (iconoclasta e modernizzatrice) con Kemal presidente. Colpi duri per l’Islam: la Turchia è l’unico paese a maggioranza musulmana ad abolire il principio costituzionale, tendendo sempre più ad usi e costumi di aspirazione europea. Si applica quello rozzamente chiamato “nazionalizzazione dell’ottomamismo”: la nuova Turchia diventa un paese centralizzato e statalizzato, attuando riforme tese a cambiare il volto del paese (rifacendosi un po’ alle tanzimat).

Nel 1938 Kemal muore prematuramente, ma il militarismo continua a reggere, come ad oggi, le fondamenta dello stato. Durante la II guerra mondiale, la Turchia rimase neutrale (almeno fino al 1945: dichiarò guerra alla Germania nel marzo). Contro la minaccia sovietica, a termine della guerra, diventa una nazione sempre più filoccidentale, affiancandosi agli Stati Uniti e nel 1952 entra a far parte della NATO. Le tensioni greco-turche da sempre esistenti nella storia dei due paesi, si fanno spazio anche negli anni successivi alla guerra; nel 1974, i greci di Cipro si rivoltano in un colpo di stato sostenuto dal governo di Atene, per l’ammissione dell’isola alla Grecia. Il progetto non soltanto fallì, lasciando spazio al governo democratico precedentemente vigente, ma diede modo alla Turchia di creare la Repubblica turca di Cipro, tutt’ora riconosciuta dai soli turchi.

Meno sbrigativo risultò il problema curdo. Il tentativo di assimilazione del Kurdistan ha riscontrato ben poco successo ed, anzi, proprio in ragione di ciò, la Turchia mantiene sempre accese le strategie contro la riunificazione dei territori curdi (Iraq 2003). Un’altra caratteristica della politica è costituita proprio dalla sua fragilità: il sistema politico varia da un orientamento all’altro dei partiti, rivelando un alto grado di corruzione e non lasciando a volte scelta dinanzi all’intervento dei militari (1960, 1961, 1971-73). Tra il 1980-1983 l’esercito in definitiva assunse il potere, con presidente della repubblica il generale Kenan Evren. Dopo quella data, i militari non imporranno più il loro potere, anche se continueranno ad essere i custodi della laicità.

Già negli anni ’50 si assistette alla riapertura delle scuole coraniche, ma con l’arrivo al potere di partiti di orientamento islamico, si raggiunse il massimo livello di ritorno all’islam nel paese. Dal Partito del benessere di Erbakan, fino a giungere al moderato Giustizia e Sviluppo, che vince le elezioni nel 2002. Il nuovo primo ministro Tayyip Erdogan ha continuato a seguire le linee moderate del predecessore Ecevit, cercando soprattutto di accelerare le tappe del processo di annessione della Turchia all’Unione Europea. A differenza del tempo dei Giovani Turchi, ad oggi questa tendenza all’europeizzazione deve combattere con il recente ritorno all’islam quotidianamente. Come d’altronde vi è chi contesta l’integrazione europea di un paese islamico, quale è la Turchia ai giorni d’oggi. Purtroppo, anche se la Turchia costituisca un ruolo indispensabile nel cerchio delle alleanze occidentali e delle strategie sul Medio Oriente, la minaccia dell’intervento militare incombe sempre sul paese.

I Curdi

Popolo di etnia e lingua indoeuropee, di religione musulmana sunnita, insediatosi nei territori sparsi tra la Mezzaluna Fertile, il Caucaso ed il lago Van. Dopo la I guerra mondiale si è assistito alla spartizione del Kurdistan in 4 diversi paesi: Turchia, Siria, Iraq, Iran (Azerbaigian sovietico). Conseguenza: si sviluppò un senso nazionalista curdo mai esistito prima. Il 1946 segna il momento più significativo della lotta curda, con la creazione in Iran, della Repubblica Mahabad, presto oppressa dallo scià. I movimenti indipendentisti curdi sono stati spesso repressi, anche con l’intervento dell’esercito, chicchessia turco, iraniano e iracheno. Nonostante la frammentazione interna, il movimento laico curdo ancora spera all’alba del XXI sec. di dar origine ad uno stato unitario, autonomo ed indipendente, ecco perché, con la caduta della dittatura di Saddam (contro) e la rivendicazione della propria autonomia da parte del Kurdistan, la minaccia cresce sempre più.

L’Egitto

Nel 1801 i francesi abbandonano l’Egitto. Gli ottomani affidano l’incarico di governare ad un comandante albanese Muhammad Ali, che prosegue con un ammodernamento del paese, liberandosi in primis dei Mamelucchi. Incrementò lo sfruttamento delle terre e la produzione agricola, spazzando via la vecchia classe rurale con i landlords, elite dirigente del pascià. Tassazione onerosa per finanziare un esercito semiprofessionale, addestrato da ufficiali europei. Questioni irrisolte sulla situazione della società resteranno fino alla venuta di Nasser: tutto era attuato come fabbisogno economico per l’esercito. Questo forse perché Muhammad Ali non si sentiva egiziano fino in fondo e pensava piuttosto a beneficiare la sua casta (turco-circassa) più che il popolo stesso. La sua politica di potenza, però, servì anche all’Egitto, quando promosse l’istituzione di scuole con insegnamento moderno; quando concesse missioni di giovani verso l’Europa (Francia soprattutto); quando procedette alla conquista del Sudan (1820-22); quando tentò di confiscare la Siria, con il figlio Ibrahim, che morirà prima di lui, alla quale rinunciò soltanto per l’intervento delle nuove potenze occidentali, garantendosi, però, il diritto di successione ereditaria.

Scomparso Muhammad nel 1849, i successori Abbas Hilmi I e Said, furono poco determinanti, se escludiamo l’unico evento degno di essere citato, ovvero lo scavo del canale di Suez (1859). Poco coinvolta la Gran Bretagna, fortemente interessata la Francia, il canale si rivela di capitale importanza per il commercio: consentiva di raggiungere le sponde dell’India e del Medio Oriente dal Mediterraneo senza la circumnavigazione. Vero esempio di colonizzazione: pagato dagli egiziani, ma arricchiva gli europei! La bancarotta arriva, infatti, col trono di Ismail, figlio di Ibrahim (1863): personalità dalle grandi aspirazioni filoeuropee, condusse con la sua politica di modernizzazione il paese allo scatafascio. Acquistò dal governo di Istanbul la carica di khedive, viceré; provvide a promuovere l’agricoltura con l’esportazione dei prodotti; finanziò spedizioni di esplorazione scientifica; e si inoltrò in una guerra contro l’Etiopia che ne determinò una vera sconfitta egiziana. L’unico aspetto positivo fu la sua relativa apertura politica.

Nel 1875 l’Egitto non aveva soldi. Intervennero Gran Bretagna e Francia istituendo la Cassa del debito pubblico che vigilasse entrate ed uscite dello stato. Appena tentò di riprendere il potere, venne sostituito da Tewfiq, il figlio (1879). Lo scontento degli autoctoni, per la mancata possibilità di partecipare all’ascesa del paese, se non in campo religioso, nei tribunali locali o all’università islamica di Azhar (visto che l’elite privilegiata dal khedive era quella turco-circassa), si affiancò al volere di ricchi borghesi e proprietari terrieri di contare di più nella gestione dello stato. Emerse la figura dell’egiziano Urabi. Le agitazioni nazionalistiche diventarono sempre più minacciose, tanto dal convincere la Gran Bretagna ad intervenire militarmente. Così nel 1882 l’esercito di Urabi fu abbattuto. La Gran Bretagna intuì che l’Egitto costituiva un tassello troppo importante e necessario per i collegamenti con l’India, pupilla degli inglesi e si convinse ad installare un console generale al Cairo, con il compito di governare il paese in funzione dei loro interessi.

L’Egitto si trovava così ad essere parte integrante dell’impero ottomano, ma con un viceré indipendente dal governo di Istanbul, ma sotto il controllo politico e militare europeo. E quindi fino al 1907 questo ruolo spettò a Baring, gli seguì Cromer, Gorst e Kitchener (1914). Egli impostò una politica di liberismo assoluto, abolendo il protezionismo. Approvò la “legge dei 5 feddan”: per 5 feddan si intendono poco più di 2 ettari, indicando il minimo indispensabile da lasciare ai contadini indigenti. Nonostante gli sforzi, la situazione non cambiò agli occhi degli egiziani. E nel 1907 emerse il primo partito politico che avesse come primo obiettivo la liberazione totale del paese, il Partito nazionale (Hizb Watani), diretto da Mustafa Kamil: puntava molto sull’islam come elemento costitutivo della nazionalità egiziana, che superava le differenze etnico-religiose, ma morì proprio l’anno successivo, lasciando spazio però ad altre organizzazioni.

Proprio nel 1914, prima che cominciasse la guerra, la Gran Bretagna decise di mutare il tipo di governo in Egitto in Protettorato, deponendo il khedive. Il paese aspettava che si aprissero i colloqui di pace, facendosi portavoce con il nazionalista Sad Zaghlul; il cui arresto determinò lo scatenarsi di una rivolta, nel 1919, che coinvolse tutte le classi sociali, rivolta conclusasi nel 1922 con il riconoscimento di Londra di una monarchia indipendente in Egitto; ma gli inglesi non rimanevano affatto a bocca asciutta, anzi, avevano il controllo dell’esercito, della polizia e del canale di Suez.

Tra il 1922 e il 1952 Re, Fuad, Gran Bretagna e Wafd (partito liberale della delegazione di Zaghlul) si giocavano il ruolo di attori principali nella lotta liberale del paese. Riconosciamo come 3 i motivi del fallimento liberismo egiziano:

  • La permanenza della subordinazione coloniale [forte condizionamento strategico esercito dalla Gran Bretagna; infatti gli inglesi lasceranno definitivamente l’Egitto soltanto nel 1956, con una situazione davvero mutata]
  • Politica autocratica e assolutistica dei sovrani [sia con Fuad che con Faruq]
  • La debolezza stessa del partito Wafd, negli anni sempre più accondiscendente, irretita nei giochi di potere, priva di fiducia da parte del popolo

Dopo il 1945 l’Egitto cadde in una grande crisi. La situazione economica si ritorse contro con forti proteste sociali. E di certo non lo aiutò la partecipazione alla guerra contro Israele. Si andarono formando, quindi, gruppi rivoluzionari, come la società clandestina degli Ufficiali Liberi: senza una vera e propria ideologia, materializzavano il loro scontento e la loro insofferenza, volti a liberare l’Egitto, organizzando così un colpo di stato (1952), proclamando la repubblica l’anno successivo, con un generale noto e rispettato come Muhammad Neghib alla presidenza. Da qui in poi l’Egitto giocherà un ruolo centrale nella storia contemporanea.

Nasser dichiarava di voler lottare contro l’imperialismo straniero, per l’unità araba e per restaurare la giustizia in nome dell’Islam. Neghib era capo dello stato, ma Nasser era la vera guida: e la loro idea di politica era proprio l’una opposta all’altra. Nasser sosteneva che l’esercito fosse l’avanguardia del potere egiziano e che dovesse assumersi le sue responsabilità→1954 l’inizio dello scontro: Neghib sfida gli Ufficiali Liberi e si dimette a seguito di alcuni scontri avvenuti. Nasser lo rimette sul trono, ma è Nasser a prendersi il consenso del popolo, annunciando la fine della rivoluzione. Di fatto, con Nasser come primo ministro la situazione non tornerà mai come prima. In seguito ad un tentativo di omicidio da parte di un Fratello Musulmano, Nasser defenestrò Neghib nel 1954 e la Fratellanza Musulmana fu bandita prima, repressa poi [→i vari raggruppamenti sfociarono in quello chiamato Unità Nazionale]. Si proclamò una nuova costituzione con Nasser presidente (1956), la cui sovrintendenza proseguirà fino 1970.

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Scienze politiche e sociali SPS/03 Storia delle istituzioni politiche

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