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Storia del diritto medievale e moderno

Introduzione al concetto di processo

Solo nella modernità si parla di processo senza aggiungere qualcos’altro, in quanto in precedenza si parlava di processus iudicii, cioè il procedere del giudizio, dove l’accento cadeva sul giudizio e non sul processo. In età medievale non esisteva il mero processo, ma in una sola parola il iudicium; in seguito avviene una diminuzione del significato. È inevitabile che il processo sia legato alla giustizia, che talvolta è quasi sinonimo del processo (la giustizia come amministrata dal tribunale, un’immagine iconografica della giustizia).

Concetti chiave: potere e verità

Ci sono altri due concetti che entreranno in gioco:

  • Il Potere: concetto dai molteplici significati senza definizione precisa, ma non c’è dubbio che accanto a processo e giustizia ci sia la dimensione del potere, rappresentato da chi concretamente amministra la giustizia. Giustizia quindi va oltre al mero giudizio.
  • La Verità: verità non in senso assoluto.

Questi sono i punti cardinali della riflessione che verrà compiuta nel corso.

Nozioni di giustizia secondo Opocher

Opocher diceva che possiamo intendere la giustizia come la conformità ad un ordine oggettivo: naturalmente, in relazione alla natura di questo ordine oggettivo, abbiamo tre diverse nozioni di giustizia, tre diverse prospettive intorno alla giustizia:

  • Giustizia legale, che altro non sarebbe la conformità all’ordine oggettivo delle norme, è giusto ciò che trova rispondenza con una norma stabilita;
  • Giustizia ideologica, la conformità all’ordine oggettivo dei fini che una determinata società in un determinato tempo si pone: è la giustizia politica, è giusto ciò che risponde, che è in consonanza con ciò che il potere politico stabilisce in un determinato tempo ed in una determinata società;
  • Giustizia come riconoscimento della verità, la conformità all’ordine oggettivo degli accadimenti; questa giustizia, per Opocher, dovrebbe essere la giustizia del processo.

Il diritto vanta dunque questa sua peculiare forma di giustizia, l’ultima, una pretesa di verità, non assoluta e trascendente, ma verità quotidiana e accidentale: il diritto è uno strumento di conoscenza, come sua stella polare tiene presente il desiderio di verità; se è vero che il diritto ha questa pretesa, gli va riconosciuto anche uno scopo conoscitivo: il diritto diviene strumento di conoscenza, e la verità, dunque, diviene anche sapere (ed è interessante il suo rapporto con il potere, in tale accezione).

Il Processo di Franz Kafka

Josef K. è il protagonista del romanzo "Il Processo" di Franz Kafka. "Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato." Il narratore del Processo non è un narratore onnisciente, ma un narratore che conosce solo ciò che anche il protagonista sa.

Una volta arrestato, K. non ottiene alcuna informazione, perché gli agenti non sono tenuti a dargliele; si chiede chi osava un arresto tanto inconsueto, quale autorità arrestava un importante dirigente di banca: K. non si capacita e vuole dimostrare chi lui sia, dimostrando un errore di persona. L’agente si infastidisce, dicendo che a loro non interessano i suoi documenti.

Le autorità non cercano nella popolazione la colpa, bensì come dice la legge, dalla colpa sono attratte e mandano gli agenti: l’autorità, quindi, viene attratta dalla colpa, e quindi non può esserci errore. Josef K. pensa di trovare una soluzione con un funzionario di grado superiore, ma l’ispettore gli risponde che è in arresto e che di più non sa.

Ad un certo punto arriva la signora Grubach, confortandolo dicendo che non è accusato di forte, e che ciò sarebbe grave; egli viene poi informato che la domenica è fissata un’udienza, per non disturbarlo nella sua attività professionale, e nella periferia della città (due anomalie, la posizione periferica del Tribunale e l’udienza di domenica).

Josef K. si reca nel luogo indicato e scopre che la via è malamente abitata, con un aspetto di incuria e squallore, non c’è alcuna insegna che faccia riconoscere il posto come un Tribunale. K. ricorda che il Tribunale è attratto dalla colpa e si inventa il personaggio del falegname Lanz, chiedendo agli abitanti dove si trovi: nessuno glielo sa ovviamente indicare e quindi ad un certo punto bussa ad una porta e la signora che gli apre lo invita ad entrare.

In fondo alla sala c’è il giudice istruttore, un uomo piccolo, grasso e ansimante, che tiene sul tavolo un vecchio quadernetto di scuola che dovrebbe rappresentare il verbale: viene accusato di essere in ritardo di oltre un’ora e di non essere tenuto a interrogarlo, ma essendo un buon giudice – a suo dire – lo interrogherà comunque. La prima domanda è se K. sia un imbianchino e K. indignato farà una lunga filippica contro l’intero processo; poi lancia uno sguardo verso gli astanti sulle balconate e capisce essere tutti dell’istituzione: il giudice lo ammonisce riconoscendo sia un peccato che non si faccia interrogare.

Nel terzo capitolo K. scopre che il Tribunale non ha una sede, ma si trova in delle abitazioni da sgomberare durante i giorni delle udienze. Il capitolo quinto è molto enigmatico: Josef K. tornando a casa percorre il corridoio dell’ufficio, scorge tre figure inchinate in un ripostiglio: tra le 3 figure riconosce i due agenti che lo hanno arrestato, che sono legati e sovrastati da una persona con in mano una verga e si lamentano con lui perché sono puniti perché lui ha denunciato i comportamenti abusati al Tribunale (mangiare la colazione e sequestrare la biancheria). Il giorno dopo K. riapre la porta e trova la stessa scena. L’arresto che consente a K. di proseguire nella sua vita normale è stato un arresto di dottrina, in quanto i suoi beni non dovevano essere toccati.

L'avvocato Huld e il processo

Nel capitolo sesto K. si preoccupa sempre di più: un suo zio lo consiglia di rivolgersi ad un avvocato; l’avvocato Huld è un avvocato dell’ordinamento giudiziale ordinario ma anche presso il Tribunale misterioso. Il capitolo settimo è diviso in tre momenti: l’avvocato gli dice come si svolgerà il processo; l’atto di accusa, dice l’avvocato, è completamente sconosciuto e questo rende difficile preparare una comparsa (che è un principio base del nostro processo). La difesa, in quel processo, è a malapena tollerata: gli avvocati sono trattati male, lui ha un minimo di prestigio perché esercita anche nell’ordine tradizionale. Tutto viene lasciato all’imputato stesso.

Avere un avvocato è fondamentale, e ciò che conta sono le relazioni personali dell'avvocato stesso, è dove si dimostra il massimo dell'efficienza della difesa. Sul punto Huld distingue fra gli avvocatucoli che stazionano sopra le stanze del tribunale, in appartamenti degradati, e che conoscono solo i gradi inferiori dei funzionari; Huld però appartiene ad un ordine superiore, ciò che conta sono le leali relazioni, in particolare quelle con gli alti funzionari (degli stessi gradi inferiori). Solo così si può influire sullo svolgimento del processo, all'inizio in modo impercettibile, ma poi sempre più. I giudici, sempre occupati, sono seri e impegnati, e quindi conoscono poco della realtà, essi cercano consiglio presso gli avvocati con cui abbiano una leale relazione. Per ciascun grado c'è un giudice, tanto che ogni giudice ha potere solo su un pezzo di processo. Da ultimo Huld dà un avvertimento: K. deve adattarsi alla situazione esistente, anche potendo migliorare qualche dettaglio (cosa impossibile), al massimo si sarebbe ottenuto qualcosa per casi a venire ma procurato danni enormi per sé.

K. revoca il mandato a Huld, perché vuole agire per conto suo, sulla base delle proprie conoscenze giuridiche; la prima idea di difesa che ha è buona da un lato ma impossibile dall'altro, ma è evocata per mostrare la perversione di questo sistema giudiziario: stendere una comparsa di difesa su sé stesso, ma che parli di tutta la sua vita, senza omettere alcun particolare.

Significativo è l'incontro con l'industriale che gli indica una sua conoscenza, un pittore, che dovrebbe avere informazioni sul processo. Si tratta di una sorta di pittore mendicante, ma pare che egli lavori per il tribunale; l'industriale stende una lettera di raccomandazione e lo invita ad andarlo a trovare.

Il pittore abita dal lato opposto della città rispetto alle cancellerie del tribunale: si trova sempre in una periferia degradata. Una serie di prostitute gravita intorno all'appartamento del pittore, che si presenta degradato anch'esso, e K. scoprirà che tutto lì, anche le prostitute, appartengono al tribunale. Il pittore è impiegato in quanto è un ritrattista dei vanitosi giudici del tribunale, ma non si tratta di una posizione ufficiale. Il pittore ha ottenuto il posto ereditandolo da suo padre.

Il pittore chiede a K. se vuole comprare un ritratto, cosa che lo conduce a chiedersi cosa fosse scritto nella lettera dell'industriale. Egli si avvicina al ritratto di un giudice, in cui si vede una figura, che il pittore riconosce come raffigurazione della giustizia, bendata e con la bilancia; tale figura ha anche le ali ai piedi, rendendola un incrocio con la vittoria. K. osserva che non si tratta di un'unione felice, portandolo a pensare alla dea della caccia. Il pittore chiede a K. se è innocente, e a risposta affermativa sostiene che la faccenda è facilmente risolvibile, ma K. è scettico, date le sottigliezze del procedimento.

Il pittore gli dice che il tribunale non recede mai, e che davanti ad esso non si portano prove, ma il procedimento si può influenzare, e lui è persona che può farlo, elenca poi una serie di possibilità interessanti:

  • La assoluzione reale come esito del processo: è l'ideale, ma il pittore non ha la minima influenza, e nessuno, secondo lui, potrebbe averne, se non l'innocenza dell'imputato, in cui bisogna confidare per arrivare a tale soluzione, cosa che fa sorgere il dubbio in K. (affidare la propria vita ad un'innocenza assoluta, senza particolare accusa). Il pittore non ha mai sentito parlare di un caso di assoluzione reale, e K. ritiene sia impossibile non ci sia mai stato un innocente, ma in effetti traccia non può essere lasciata, in quanto il tribunale, in tal caso, elimina ogni dettaglio o certificazione.
  • La assoluzione apparente: questa richiede uno sforzo intenso e concentrato nel tempo. C'è un modulo in cui si può dichiarare l'innocenza dell'imputato, e la si fa circolare presso i giudici che il pittore conosce. Una volta che un buon numero si è convinto si riuscirà probabilmente a concedere l'assoluzione. A quel punto la libertà è concessa, ma apparente: significa che non è assoluzione reale, ma ogni giorno un giudice superiore può accorgersene e far ripartire il procedimento.
  • Il rinvio: questo richiede uno sforzo minore ma prolungato nel tempo. Consiste nel mantenere il processo permanentemente al grado inferiore del giudizio, continuando ad essere interrogati e mantenendo una costante relazione con il tribunale nei suoi gradi inferiori. Bisogna trovare però almeno giustificazioni apparenti, come indagini o interrogazioni: bisogna che il processo si rigiri nell'ambito ristretto in cui è stato confinato. Ciò comporta noie per l'imputato, ma non troppo gravi.

Riflessioni finali sul romanzo

Del capitolo ottavo va segnalato solo l'incontro con un commerciante con un processo che va avanti da 5 anni, che si avvale degli avvocati e che ha dismesso ogni attività per occuparsi del processo stesso. Per K. gli avvocati erano inutili, in quanto il cliente si affidava completamente e dimenticava la propria vita.

Il processo va male, dice un sacerdote a K., e gli chiede come si immagina la fine; non lo sa, ma il sacerdote teme che finirà male, e lo si ritiene colpevole per dimostrato. Il sacerdote rivela che il giudizio non arriva al termine del procedimento, ma è il procedimento stesso che si trasforma in giudizio a poco a poco. Il sacerdote racconta la novella sulla porta della Legge e dei suoi guardiani; dubitare della dignità del guardiano è dubitare della legge stessa, ma K. non è convinto, in quanto se si accetta bisogna prendere per vero tutto quello che dice il guardiano; il sacerdote ribatte che non bisogna credere che tutto è vero, ma che tutto è necessario.

Uno degli interrogativi che il romanzo pone è che tipo di processo sia, quello descritto da Kafka; all’interno della corrente del diritto e letteratura alcuni hanno letto il romanzo come un’opera che si inserisce nei temi del diritto, riducendo talvolta il romanzo ad una critica al sistema giudiziario. C’è stato chi ha giustamente sottolineato come in verità il processo subito da K. non appare come un processo istituzionale, nel primo capitolo K. si chiede chi sia l’autorità che ha disposto il suo arresto, dicendo di vivere pur sempre in uno stato di diritto.

Il processo non è quello inquisitorio e misterioso che vige in uno stato immaginario, nel romanzo di Kafka lo stato dovrebbe essere vicino al nostro; il processo descritto non è quello in vigore, ma un processo parallelo, con l’unica figura di raccordo rappresentata dall’avvocato Huld. Il tribunale sembra altro anche per le caratteristiche che possiede. L’autorità che lo sta arrestando pare non avere potere, come con l’arresto "dottrinale", ed è poi l’imputato a prendere l’iniziativa, e sembra conservarla fino alla fase finale, dove fugge dal poliziotto senza riconoscimento tra i due ordini del potere.

K. si chiede quali autorità rappresentino quelle che lo hanno arrestato, viviamo pur sempre nello Stato di diritto; esiste anche il processo normale, con la figura di raccordo con l’avvocato che esercita la sua professione anche innanzi ai tribunali ordinari. Il Tribunale dove viene giudicato K. è un tribunale strano, senza nome e senza sede fissa.

Delle istituzioni di diritto si parla poco, ma sembra anche che K. non possa fare molto affidamento: la giustizia dello Stato di diritto sembra impotente; solo perché K. non gli si rivolge? Potrebbe essere, ma nessuno gli consiglia di rivolgersi alla giustizia ordinaria.

Le parti non sono sullo stesso piano: c’è un’autorità che prevarica e l’imputato non può fare nulla; il processo inquisitorio può sembrare esasperato, ma qualche esempio simile nella Storia lo si può trovare: processi caratterizzati dalla compressione dei diritti della difesa, dalla presunzione di colpevolezza (il Tribunale pensa già che K. sia colpevole), dalla mancanza di conoscenza dei capi d’accusa, …

Di cosa parla Kafka nel Processo? Il Tribunale non si fonda su norme giuridiche, tanto che l’avvocato è importante non tanto per la competenza, ma per le relazioni personali, che l’avvocato può avere con i funzionari e con i giudici. K. viene spinto a queste relazioni personali. I temi sono certamente quelli della punizione, della colpa, della figura del padre (che si identifica con la figura della Legge, nell’opera di Kafka). Kafka disegna un certo tipo di processo, che non esiteremmo a chiamare di tipo inquisitorio, con ordine asimmetrico (asimmetria data dal disequilibrio delle parti in gioco). La legge è inaccessibile, custodita da una serie di guardiani, che forse ingannano e forse sono ingannati: un ordinamento, Josef Kafka dirà fondato sulla menzogna, dettato dalla necessità e non dalla verità, come dice il cappellano delle carceri; queste cose vanno verificate sotto la luce della necessità. Qualcuno, qualche secolo prima, aveva detto auctoritas non veritas facit legem: Hobbes, qualche secolo prima, diceva così.

Alla luce di questi indizi, Kafka di cosa parla nel suo romanzo? La descrizione dell’autorità è quella del Potere. Josef K. è l’emblema di una vittima che non si ribella, di una vittima che viene ricompreso all’interno degli ingranaggi e per questo va incontro alla sua condanna e la accetta; ad un certo punto si blocca e anche gli uomini che lo accompagnano si bloccano. Lui decide di fermarsi e di non andare verso il luogo della condanna, ma poi ricomincia a camminare: si tratta di un potere corrotto e che corrompe, costringendo la vittima a collaborare. L’esito del processo con la confessione non ha altra funzione di far sì che l’imputato riconosca e quindi legittimi il processo cui è sottoposto, poco importa se con la tortura.

È anche vero che la figura di K. è particolare nello scenario del romanzo: K. è sì passivo, ma al contempo oppone una resistenza e non si adegui, quindi possiamo leggere in lui la figura di colui che si ribella, colui che non vuole diventare il cane dell’avvocato, avvocato che ha un ruolo di potere, un Giano bifronte. Josef K. accetta la morte pur di piegarsi a questa dimensione potestativa, così onnipresente.

La Boétie scrive: vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza, se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato; da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiare se non glieli avete dati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non gliele avete date voi? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi. Quest’ultima frase sembra calzante sul finale del Processo.

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Scienze giuridiche IUS/19 Storia del diritto medievale e moderno

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Interdonato.Marco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Marchetto Giuliano.
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