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Storia del diritto medievale e moderno - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia del diritto medievale e moderno sui seguenti temi trattati: la conoscenza delle Istituzioni, le fonti normative e giurisprudenziali, la scienza giuridica e gli istituti che si sono avvicendati nella nostra Penisola e in tutta Europa nell'arco cronologico ricompreso fra Medioevo ed Età moderna.

Esame di Storia del diritto medievale e moderno docente Prof. N. Sarti

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Esempio emblematico sotto questo aspetto, è quello dei Visigoti; nel 410, guidati da Alarico, i

Visigoti penetrarono sino a Roma, e la saccheggiarono (sacco di Roma).

Alarico, era un generale federato. Tale sacco, è stato determinato più da spirito di vendetta nei

confronti di Onorio l’Imperatore d' Occidente. Dopo il sacco Alarico proseguì il suo cammino verso

l'Africa, ma giunto in Calabria, morì sempre nel 410. Gli succeddette Ataulfo, che guidò i Visigoti

in Gallia. Ogni re visigoto, fino a Reccesvindo, assunse il nome di Flavius; nome che evocava

l'appartenenza fittizia alla “famiglia imperiale”.

I Burgundi, erano entrati in Gallia, con propositi feroci e da nemici dei Romani; ma nel 437, il

generale Ezio, aveva stroncato i loro sogni di grandezza; ne fece poi milites federati; il processo di

Romanizzazione fu rapido, e ruota tutto intorno al re Gundobado; egli continuò per tutto il lungo

regno, a professare fedeltà all'impero e la trasmise anche ai suoi successori. Anche qui vi fu una

doppia legislazione: la Lex Burgundionum, che doveva essere applicata per i Burgundi, e la Lex

Romana Bungundionum, da applicare ai Romani. La doppia legislazione non toccò invece ai Fran-

chi, che diventarono padroni della Gallia; grazie a Clodoveo (481-511), qui entrò in vigore il Pa-

ctus Legis Salicae, complesso di norme di marca germanica; esso consisteva in una serie di capitoli

quasi tutti diretti a stabilire pene pecuniarie per i reati.

Nel 506 Alarico II fece comporre la Lex Romana Wisigothorum, una ricca antologia di fonti norma-

tive romane vigenti, tutte riprodotte nel testo originale. Si divide in una prima parte di leges, e

una seconda parte di iura. Nel 507 Alarico II, muore nella battaglia contro i Galli, che li costrin-

gono a varcare i Pirenei ed a rifugiarsi in Iberia. La legislazione alariciana, si pose affianco ad un

complesso di norme già esistente: la Lex Visigothorum; per un secolo e mezzo, nel periodo del regno

iberico, i visigoti ebbero 2 leggi. La Lex Romana Wisigothorum, sarebbe stata utilizzata solo dai

Romani, mentre la Lex Visigothorum (più semplice e rozza), solo dai Goti.

E' uso datare la caduta dell'impero romano d' Occidente nel 476 d.C. Giulio Nepote Imperatore nel

474, nel 475 era già stato deposto dal patrizio Oreste per permettere a suo figlio Romolo

Augustolo di governare. Ma nel 476, Odoacre, chiamato a combattere contro i Visigoti, chiese a

Oreste uno stanziamento di terre in Italia; Odoacre si oppose e venne ucciso; il giovane Romolo fu

invece deposto e mandato in esilio. Quanto mancava ad Odoacre, che aveva ottenuto il titolo di

Rex dai suoi Germani, e aveva occupato l'Italia, era il riconoscimento del patriziato da parte

bizantina, Zenone, Imperatore d’Oriente gliela rifiutò. All' atto pratico, comunque, Odoacre eser-

citò certamente i poteri con pienezza, ma lo fece nel rispetto di Roma e delle istituzioni

preesistenti, collocandosi anch'egli, come e forse più di altri, all'interno dell' Impero.

Teodorico, re degli Ostrogoti, riuscì nel 493 a chiudere Odoacre entro le mura di Ravenna, e succes-

sivamente lo uccise. Teodorico rispettò sempre l'ordinamento e l'amministrazione dei Romani; ai

Romani affidò le alte cariche dello stato, e rispettò le Chiese cattoliche. Come i Visigoti,e i

Burgundi, anche gli Ostrogoti avrebbero avuto la loro sintesi di diritto volgare, diretta a regolare i

rapporti tra barbari e romani. Le difficoltà tuttavia non mancarono, e Teodosio redasse l' Editto,

nel quale ha molta importanza il diritto penale; su un paio di capitoletti è opportuno soffermarsi:

il Patrocinum, in base al quale persone potenti stavano in giudizio al mio posto; abbiamo poi i

servi della gleba (servi della terra), ed i collegia, i figli sono obbligati a fare il lavoro del padre.

Giustiniano - nasce nel 482, in Macedonia; sale al trono dell' Impero d'Oriente nel 527 e vi resterà

fino al 565. La sua politica si è sviluppata lungo 3 linee direttrici:

1. Codificazione del diritto, 2. Restaurazione con le armi, del potere di Costantinopoli all' interno

dell' Impero, 3. Unificazione della Chiesa cattolica (obiettivo fallito);

1 - Appena salito al potere, ordinò la rielaborazione dei codici Gregoriano, Ermogeniano e Teo-

dosiano e di preparare un nuovo codice, snello e aggiornato: il Corpus Iuris Civilis. Viene fatta

quindi una 1° edizione del codice, del quale però ci sono giunti solo alcuni frammenti; la 2° edizio-

ne è invece composta da 4 libri:

Codex (raccolta di costituzioni imperiali), Digesto o Pandette (frammenti di opere giuridiche

romane), Istituzioni (manuale per la scuola) e Novelle (leggi Giustinianee posteriori alla pubblica-

zione del Codice).

Il codice dopo breve tempo, sembrò incompleto, dato che non prendeva in considerazione numerose

nuove norme, ed in particolare le quinquaginta decisiones; si decise così di farne un'edizione ag-

giornata: il Codex Repetitae Praelectionis.

Dopo la morte di Giustiniano le novelle vengono divise in 2 parti: l' Epitome Iuliani, riassume,

rimaneggia e traduce in latino 124 novelle, per scopi pratici; l' Auhenticum è una raccolta fedele di

134 novelle rese tutte in latino.

2. - L'obiettivo ambizioso di Giustiniano era quello di riconquistare l' Occidente. Nel 533, il Gene-

rale Belisario, salpò per l'Africa e sconfisse i Vandali e tornò a Costantinopoli da trionfatore; fu

poi il turno dell' Italia, sbarcato in Sicilia, l' ebbe tutta in mano; passò poi alla Calabria cercando

di risalire la penisola, ma prima di conseguire la vittoria definitiva, dopo anni di campa-gna, gli

Unni piombarono a minacciare la Tracia e la Macedonia, e ancora più grave, Cosroe ruppe la

tregua; Belisario lasciò l'Italia, ed i Goti lentamente si ripresero e le sorti della guerra volsero deci-

samente a loro favore; ma ecco che un nuovo armistizio coi Persiani, consentì la riscossa; l' eunuco

Narsete condusse un secondo esercito attraverso la Dalmazia ed ebbe in mano la penisola.

Giustiniano estese la sua compilazione all' Italia riconquistata. L' Italia diventò quindi formal-

mente terra di diritto Giustinianeo attraverso una Pragmatica Sanctio portata da Papa Vigilio nel

554 a Roma. A differenza del resto d'Europa che conservò le leggi romano barbariche, e quindi il

diritto teodosiano.

Nel 569, l' esercito longobardo condotto da re Alboino, dopo aver abbandonato la Pannonia, si af-

facciò sul Friuli e sulla pianura padana; era un popolo originario della Scandinavia.

Clefi, successore di Alboino, massacrò molti cittadini Romani, ed altri li esiliò; a qualche anno di

distanza, anche Auturi, figlio di Clefi, diede il via ad una ecatombe di nobili Romani.

La stessa strategia adottata nel corso dell'occupazione militare del territorio, aveva finito col di-

sperdere i conquistatori in tanti distretti fortemente autonomi. Sin dall'inizio, Alboino aveva in-

fatti staccato gruppi di farae, corpi di spedizione, a occupare singoli distretti. Gruppi tanto poco

disposti all'obbedienza, che dopo l'assassinio di Re Clefi (575), si rifiutarono di eleggere un

successore per 10 anni, nei quali regnò il caos, di cui approfittarono i bizantini: la maggior parte

dei duchi longobardi, accettò i doni dell’Imperatore e tornò a militare sotto le sue bandiere.

Re Autari (584), fece un programma serio di restaurazione della potenza germanica: rottura con i

potenti Romani, ritorno all'arianesimo e creazione di una struttura politica unitarie ed indipen-

dente.

Alcuni anni più tardi, abbiamo la promulgazione della prima raccolta normativa; correva il 643, e

Re dei longobardi era Rotari; in questo periodo il rapporto di forza tra Longobardi e Bizantini, e

tra Longobardi e Galli mutò; la situazione era ora favorevole per i Longobardi e quindi Rotari

tentò d'impadronirsi dei territori ancora bizantini dell' Italia centro superiore. Cominciò le opera-

zioni attaccando la Liguria, della quale s'impadronì facilmente.

Nello stesso anno promulgò l' Editto di Rotari: codice che va incontro ai ceti inferiori, oppressi da

eccessive “esazioni” da parte dei potenti. Rotari fa il codice con il consiglio e il consenso dei mag-

giorenti, e di tutto l'esercito vittorioso (gairethinx, cioè assemblea in armi). La convenzione tra

potenti e la massa di umili, era intesa a salvaguardare la pace, ed evitare risse, ossia le faide. Nel

codice si incontra inoltre il tariffario per la composizione dei reati, uguale per tutti, ricchi e poveri.

Nel caso i poveri non riuscissero a pagare, si usava ancora la consegna del colpevole al creditore in

schiavitù. La pena capitale è comminata solo per alcuni reati: congiura contro il re, diserzione,

collusione col nemico, abbandono del posto di battaglia. In caso di assassinio, spettava alla

famiglia dell' ucciso, il Guidrigildo, cioè il prezzo dell'ucciso, calcolato sul valore dello status sociale

dell'ucciso.

La donna non aveva guidrigildo, perchè era priva di uno status sociale autonomo, essendo peren-

nemente assoggettata al Mundio, esercitato dai maschi della famiglia o, in loro mancanza, dalla

curtis regia; la donna per via di tale soggezione, non poteva alienare o donare alcun bene senza il

consenso del Mundaldo. Il mundio, oltre ad essere una tutela, ha anche caratteri potestativi e

patrimoniali. Il mundio non coincide necessariamente con il potere del capofamiglia; lo sposo dove-

va acquistare il mundio, pagandolo, al momento del matrimonio. La posizione economica della

moglie nella nuova famiglia era rafforzata da una donazione nuziale; dopo la fase preliminare, il

matrimonio si perfezionava con la consegna o traditio della donna. La donna longabarda portava

in dote un corredo di vesti e utensili (faderfio), ma poteva ricevere anche una parte del patrimonio

paterno; in tal caso era esclusa dalla successione. Per i figli la successione era solo legittima; si

poteva fare testamento unicamente a favore di estranei, e in mancanza di prole; le femmine erano

chiamate alla successione a condizione che non avessero fratelli. I confabulati, erano vicini, di pro-

prietà terriere, che avevano stretto una fabula tra loro, che avevano perciò una proprietà comune.

Nel campo dei rapporti obbligatori, va detto che i longobardi non avevano contratti propri e usa-

vano quelli della prassi romana: thinx o gairethinx, simile alla mancipatio romana; launegild , che

rendeva la donazione definitiva. La datio wadiae è invece principalmente usata per garantire la

comparsa in giudizio e l'esecuzione di atti processuali; il debitore o promittente doveva consegnare

al creditore, a mò di pegno simbolico, un oggetto detto appunto wadia, che poi avrebbe dovuto

riscattare; il che avveniva mediante la consegna della wadia, ad un intermediario-garante, detto

fideiussor .

Il processo longobardo, era animato da tutt'altro spirito del processo romano; nella sua forma o-

riginaria pura non costituiva nemmeno un giudizio; per i germani antichi, scopo essenziale era al-

lontanare la minaccia delle faide, essi disputavano attraverso dei campioni un duello e il

giuramento dell'imputato, assieme a una schiera di soggetti che giuravano con lui (giuravano sull'

affidabilità della persona, non sui fatti), chi vinceva aveva l’obbligo di acquietarsi.

Col tempo, i re longobardi, mostrarono di avere poca simpatia per il duello; la linea di tendenza

che s'intravvede nella storia del processo longobardo va timidamente verso la romanizzazione.

La Chiesa di Bisanzio e i Carolingi - Fu la chiesa a determinare la caduta del regno longobardo.

Tutto cominciò quando i re longobardi decisero di prendere Ravenna, per ottenere la continuità

territoriale dei loro domini, che era ostacolata dai bizantini. Il re Liutprando, nel 726 occupò

quindi Ravenna, ma fu subito chiaro che,l'operazione per avere senso, non poteva arrestarsi ai

confini del ducato di Roma, e doveva procedere per forza verso la città eterna. Inutile dire che la

Chiesa, non poteva tollerare, di vedersi pendere sul capo una simile spada di Damocle. Nello stesso

anno, l' Imperatore Leone III l' Isaurico, aveva cominciato a Costantinopoli, la campagna contro

il culto delle immagini; ma quando nel 730, l'Imperatore volle imporre questa dottrina coattiva-

mente e comandò l' asportazione di tutte le immagini sacre dalle Chiese ma l' Occidente insorse. La

ritorsione del monarca fu severa e colpì la Chiesa di Roma; circolò la notizia che la Chiesa doveva

essere posta all' obbedienza con ogni mezzo, compresa l' eliminazione fisica del Papa Gregorio II.

La Chiesa si stava faticosamente orientando verso un traumatico cambiamento di potere. La

goccia che fece traboccare il vaso fu l'ennesima invasione di Ravenna da parte di Liutprando

(750). Questa volta, oltre i timori della Chiesa, vi fu l' indignazione dell' Imperatore Costantino V,

che mandò il Papa Stefano II da Astolfo, re dei Longobardi, per ingiungergli di restituire il mal

tolto; il re longobardo non gli diede ascolto, ed allora il Papa decise di rivolgersi ai Franchi.

Il re dei Franchi, che era Pipino il Breve (751), si prese l'impegno di riconquistare tutto l' Eserca-

to, e restituirlo direttamente allo stato Bizantino. Papa Stefano II, prolungò il proprio soggiorno

presso i Franchi e suggellò a tal punto i legami con la nuova dinastia da indurre l'instaurazione di

un rapporto fittiziamente familiare. Pipino e i figli (tra cui Carlo Magno), furono unti “re e patri-

zi” (patrizio era il titolo che spettava all' Esarca di Ravenna).

Il Pontefice, si vede fare, da parte di Pipino il Breve, la promessa di una grandiosa donazione: l'

Esarcato, la Venezia, l'Istria, l'Emilia e la Corsica (Promissio Carisiaca). Tale promessa va

spiegata nell' ottica che il papa e il re Franco, si fossero accordati per l'eliminazione del regno lon-

gobardo, e la spartizione dei loro territori.

Il più celebre falso medievale è la Donazione di Costantino (Constitutum Constantini), che era

ancora più generosa di quella, seppur immensa, di Pipino; dispensava beni e terre in un crescendo

incredibile: iniziava dal Palazzo Lateranense, poi regalava la città di Roma, poi le provincie d'

Italia e infine tutte le regioni occidentali. Ma non si fermava qui: concedeva a papa Silvestro la

corona, lo scettro e le vesti imperiali.

Nel Natale dell' 800, il trono bizantino era considerato vacante e occupato illegittimamente dall'

usurpatrice Irene, e Papa Leone III, voleva trasferirlo a Roma. In questo giorno, il Papa officia

nella basilica di San Pietro, la cerimonia attraverso la quale eleva il patrizio Carlo Magno, al ran-

go di Imperatore.

Carlo accettò il titolo di Imperatore di buon grado, e fece del suo meglio per atteggiarsi subito, co-

me il successore di Costantino e Giustiniano. I rapporti con l' Oriente si guastarono irrimediabil-

mente e per un decennio fatti d'arme si alternarono alle trattative. Solo nell' 812 si giunse a un

compromesso: Carlo avrebbe mantenuto la qualifica imperiale, ma non il nome di “Imperatore Ro-

mano”. Nell' 813 Ludovico il Pio, viene incoronato dal Re e non dal Papa, proprio perchè il suo

intervento era necessario per l' incoronazione dell' Imperatore Romano, non invece per un re ger-

manico. Ufficialmente rinnegata da parte franca, la romanità dell' Impero carolingio continuò ad

essere invece propugnata dalla Chiesa. Essa restò sempre ostinatamente attaccata all' idea che

l'Impero Romano avesse avuto sede a Costantinopoli solo fino al Natale dell'800, ma da quel gior-

no si fosse definitivamente trasferito nelle mani di monarchi d' Occidente.

L' Impero Carolingio - I Re Carolingi ebbero una rilevante produzione normativa; si dà alle loro nor-

me il nome di Capitolari, perchè apparivano non isolatamente, ma sotto forma di serie di brevi capi-

toli. I Capitularia si considerano emanati dalla volontà del Re, vengono specificati in categorie

diverse, a secondo della funzione:

1. Capitularia Ecclesiastica: contenevano provvedimenti relativi al clero, alle chiese e ai monasteri;

2. Capitularia Mundana: rigurdavano il mondo laico;

3. Capitularia Missorum: contenevano le istruzioni per i funzionari spediti in periferia a rappresen-

tare il sovrano;

4. Capitularia legis addita o addenda: compito di modificare le leges popolari, e di adeguarle alla

volontà del re.

I Capitularia Ecclesiastica, rispecchiavano il tema del rapporto tra il regno e il sacerdozio; ce ne

fu una abbondante produzione. Nell' apparato ecclesiastico infatti, regnavano la disorganizza-

zione e la corruzione, e quindi i Carolingi avevano cominciato presto a preoccuparsi. La Chiesa,

lungi dal risentirsi, apprezzò quasi sempre le interferenze. Venne il momento in cui la dinastia per-

se potere e ne acquistò proporzionalmente l' aristocrazia, e questa, tutte le volte che vide i propri

interessi lesi dalla protezione regia degli interessi delle chiese, riuscì a impedire l'emanazione dei

capitolari ecclesiastici (es. dieta di Compiegnè, 823; l' aristocrazia riesce a impedire la promulga-

zione di un editto che prevedeva la restituzione a chiese di beni detenuti dai nobili). La Chiesa,

sente ormai che il monarca, vista la sua debolezza, non è più in grado di proteggerla; ha quindi

luogo il grande fenomeno delle falsificazioni; la più celebre e fortunata falsificazione di quel perio-

do fu la Decretali Pseudo-Isidoriane. La Decretali Pseudo-Isidoriane, va considerata uno dei pro-

dotti giuridici più significativi dell'età carolingia. Il nome di Isidoro, evocava Isidoro di Siviglia,

da oltre 2 secoli il massimo dispensatore di dottrina. La ratio della raccolta insisteva sul tema del-

l'autonomia dei vescovi e della loro pari dignità; il falso è quindi contro l'organizzazione gerar-

chica in atto nella Chiesa transalpina. Ne scaturiva quindi una accentuazione dei poteri del Papa

come unica autorità di vertice.

Oltre i Capitularia, anche le leggi popolari in gran parte fondate sulle vecchie consuetudini germani-

che, vennero prese in considerazione dal monarca: Carlo Magno le fece leggere pubblicamente, e-

mendare e mettere per iscritto al fine di assicurare a ricchi e poveri un'eguale giustizia e d'impedire

corruzione e arbitri.

I Capitularia Legibus Addenda servivano come forza d'attrazione nella sfera legislativa del sovrano

anche delle antiche leggi popolari.

Il Capitulare Italicum, è un complesso notevole che si venne formando via via, dopo la conquista

franca e fu aggiunto agli Editti Longobardi. Non si sa se la divulgazione dei capitolari in Italia,

abbia o non avuto successo a breve termine; col tempo comunque entrarono nel Capitulare Itali-

cum percorrendo strade ignote, anche pezzi ispirati alla falsificazione Pseudo-Isidoriana. Esso

rimase parte viva dell'ordinamento del Regno d' Italia.

Nei 2 secoli della dominazione longobarda le fonti giustinianee originali subirono duri colpi. Il ri-

lancio delle fonti giustinianee fu stimolato dalla riapparizione dell' Impero romano nell' Europa

occidentale. La Chiesa indirizzò verso il passato glorioso l'entusiasmo di poeti. Il prodotto più co-

spicuo e più noto è la Lex Romana Canonice Compta, redatta verso la metà del IX secolo, e di autore

ignoto; utilizzò molto l' Epitome Iuliani, meno il codice, poco le Istituzioni, e pochissimo altre

fonti.

Un testo del Codice, non solo incompleto, ma soprattutto trasformato in un seguito di rozzi som-

mari delle costituzioni, comparve per qualche tempo nell'Italia centrale: Summa Perusina. Di tale

opera si sono sempre rilevati la rozzezza e i fraintendimenti che giungono talvolta a capovolgere il

senso del dettato giustinianeo.

Le sorti del diritto romano, in Europa, durante il medioevo si sono scisse in 2 tronconi. La tradi-

zione fondata sulla compilazione Giustinianea ha coinvolto solo l'Italia, mentre le regioni

transalpine hanno conservato il ricordo del diritto teodosiano sopratutto perchè la Chiesa ha conti-

nuato a maneggiare la Lex Romana Wisigothorum.

Alle origini del Feudo – Il Feudo è un istituto fondamentale della storia europea e quello che ha

vita più longeva dall’Alto Medioevo alla Rivoluzione Francese e presenta molte varianti e perciò

non si può proporre un modello ideale; nasce inoltre per ragioni militari e si evolve per rafforzare il

potere del sovrano. Ovunque il sistema feudale ha fondato un nuovo diritto pubblico e ha condi-

zionato anche il diritto privato. L’etimologia di “feudum” è incerta; Isidoro di Siviglia lo ricollega-

va a foedus, ossia patto, il Liber Feudorum a fidelitas, ossia fedeltà. Entrambi i termini si identi-

ficano nello stretto rapporto personale tra vassus e dominus. Altri derivano la fonte del nome da

un vocabolo germanico vieh=bestia, pecus=pecunia o pecora. L’istituto è caratterizzato da tre

elementi fondamentali:

1) Vassallaggio, ossia il vincolo personale di dipendenza, per cui il vassus (uomo privo di protezio-

ne e sostentamento), promette fedeltà al dominus. Il vassus assume obblighi militari nell’esercito

del suo signore (senior o dominus) e in cambio riceve un appezzamento di terra da coltivare e

poterne godere i frutti, la tenure, per un lungo periodo o per sempre, pagando una tassa piuttosto

onerosa, legandosi così per sempre al dominus.

A ciò, in età carolingia e merovingia (VI°, VII° sec.), si trasmetterà anche l’immunitas, per cui

tutti gli obblighi pubblici sono espletati dal vassus per nome proprio.

Nel basso Impero alcuni uomini si erano posti sotto la protezione di uomini ricchi e potenti, accre-

scendo così il numero della milizia privata (i cosiddetti bucellari).

Carlo Martello fu un convinto sostenitore del vassallaggio, egli infatti pur di avere uomini fidati

al suo fianco, dispose molto anche del suo patrimonio personale e dell’esproprio di terre ecclesiasti-

che. Da questo momento storico in poi, la condizione del vassus muta: da miserabile diventa una

figura fondamentale a corte.

I Conti che di ciò s’erano accorti, ambivano anch’essi a diventare vassi; l’unione dei due istituti il

vassallaggio e l’immunitas ( e relativo beneficium), diviene prassi usuale.

Facendo leva sul giuramento di fedeltà che il vassus fa al suo signore, per lo stesso motivo il sovra-

no incoraggia gli ufficiali maggiori a creare vassalli verso gli ufficiali minori, creando naturalmen-

te una piramide gerarchica. Lo status di immunitas permane, poiché quasi tutti i terreni dei vassi,

l’abbiamo detto, provenivano dall’espropriazione clericale già esenti dalle tasse.

Abbiamo così: il Sovrano (senior), il Feudatario in Capite (nobiltà), Valvassori maggiori o Capita-

nei, Valvassori dei Capitanei, Valvassini o secundi milites.

Si svilupparono così degli Stati indipendenti all’interno del regno, con una’economia ed una pro-

pria giurisdizione; i Conti stessi, insigniti di Ius sanguinis, determinavano la colpevolezza o l’in-

nocenza degli imputati nei processi più importanti e lasciavano ai Capitanei le cause minori.

Anche l’istituto dell’ereditarietà, prese forma e piena legalità, depauperando sempre più il patri-

monio statale.

In Italia il Feudalesimo vide la luce tra l’XI° ed il XII sec., al nord il feudo lombardo, al sud il

feudo franco. Essendo istituti per noi nuovi, dovevano essere inseriti in un preciso contesto giuri-

dico e il Calasso li introdusse nella consuetudine, le norme furono prevalentemente raccolte

nell’opera voluta da Carlo il Calvo, il Capitolare di Querzy (877) e l’ Edictum de Beneficiis (10-

37).

In questi scritti si nota come l’Impero stia perdendo ogni potere sulla nobiltà e come (importante),

l’ereditarietà del feudo divenisse de iure e non solo de factum nei beni dei Conti. Un fatto così

evidente che capitò che Corrado II assediando Milano, si trovò a combattere contro i suoi feuda-

tari maggiori alleatisi con il Papa di Milano. I feudi minori inoltre diventano ereditari, quando e-

siste prole diretta del valvassore o valvassino o nipoti nati da figlio o fratello legittimo.

Il Contratto costituisce l’intero ordine politico, sociale e privato, patrimoniale, personale e si con-

cretizza in una serie di atti e interdipendenza. 1) l’ omaggio- atto di soggezione e affidamento con

il quale il vassallo riconosce nel signore il suo padrone da qui nascono obbligazioni reciproche di

protezione aiuto e consiglio. 2) l’ investitura- o concessione di un beneficium a sua volta condizio-

nata dalla prestazione militare del vassallo. 3) ma è con il giuramento di fedeltà- che il patto fra

signore e vassallo si suggella. Il signore va consigliato ed assistito, che a sua volta si impegna con

lui.

Tutte le controversia fra signore e vassallo si sottopongono al giudizio di una curia feudale, non

vincolanti giurisdizionalmente ma importanti nelle consuetudini. Questo nuovo diritto regola an-

che i rapporti patrimoniali- beneficium, eredità, obblighi al servizio militare, i rapporti pubblici-

stici e i rapporti di immunità.

A cura di compilatori giuristi di Pavia e Milano ignoti, si devono nell’ XI° sec. i Libri Feudorum:

1) raccolta Obertina- 2 libri. Contengono un trattato giuridico di Gerardo Negri e delle lettere di

Oberto Dall’Orto spedite al figlio che studiava all’università.

2) raccolta Ardizzonica- 2 libri. Si aggiunge nuovo materiale di Federico I°Barbarossa, attribuita

forse al glossatore Ardizzone (1220-1233).

3) raccolta Accursiana- redazione più ampia e sistematica simile alla seconda raccolta. Opera di

Ugolino Presbiteri (1233) e la inserisce nel Volumen Parvum. Tutte le 97.000 glosse di Accursio

si raccolgono nella Glossa ordinaria.

Differenze tra Feudo franco e lombardo:

1) esso si distingue per l’ereditarietà anche in linea femminile, divisibilità tra i coeredi, aliena-

bilità del feudo con l’assenso del concedente.

2) il franco è basato sulle consuetudini franco-normanne, la successione solo in linea maschile e

primogenituro, l’indivisibilità e l’alienabilità dei territori familiari.

Il fenomeno dell’incastellamento- La proliferazione dei castelli in Europa iniziò nell'epoca post-

carolingia (dal IX secolo). L'incastellamento fu causato dall'aumento del potere dei signori locali,

per i seguenti motivi: le numerose lotte per il potere tra i Carolingi che determinarono

l'indebolimento dell'autorità centrale; la concessione sconsiderata di immunità che davano sempre

più potere ai signori locali; l'incapacità dei sovrani di amministrare i propri domini e di riunire il

consenso del popolo. Ma perché come simbolo del potere proprio il castello? Semplice, c'era la neces-

sità di difendere le popolazioni e le proprietà dalle scorribande d'Ungari, Normanni e Saraceni.

Originariamente il castello ebbe quindi uno scopo difensivo. Costruito prima in legno poi in pietra,

nacque semplicemente come maschio, una torre circondata da una palizzata. In seguito si formò

attorno ad esso un piccolo agglomerato urbano, dominato da una rocca e da una chiesa e chiuso da

una cinta muraria e da un fossato, accessibile solo attraverso un ponte levatoio. Essi però non

erano solo un luogo ove rifugiarsi in tempo di guerra, ma anche il simbolo del potere di un signore

potente.

Aspetti della prassi - I protagonisti del mondo della prassi sono i giudici ed i notai; oltre ad

interpretare le leggi che venivano dall' alto, essi dovevano accertare i principi non scritti posti

dai costumi e, nel momento in cui li applicavano, caricarli di Auctoritas.

La maggior parte delle fonti che abbiamo appartengono ai notai; il notaio non era

il pubblico ufficiale che conosciamo oggi. Era nominato e controllato dall'alto. La conservazione

dei documenti può essere considerata una sorta di appendice della funzione dei notai.

La firmitas assumeva il significato di irrevocabilità ed inattaccabilità dell'atto e del suo

contenuto. Oggi, al momento della firmitas, noi individueremmo il momento della nascita dell'

obbligazione.

La Traditio Chartae - era evocata dai notai altomedievali quando scrivono di proprietari che

alienano I beni, appunto, per hanc chartam.

Gli istituti più significativi della prassi: i trasferimenti di diritti reali erano quelli che richiamava-

no la redazione scritta. I contratti per la concessione agraria sono detti Lex o Consuetudo fundi.

Se è la gestione della terra ad apparire tema dominante della documentazione, è il concre-

to possesso più dell'astratta proprietà a essere posto al centro delle preoccupazioni. La gewere

germanica è l'istituto che designava il mero legame materiale dell'uomo con la terra fuori da

qualificazioni giuridiche; in Italia, soprattutto in Lombardia, abbiamo invece l' investitura, che è

molto simile all' enfiteusi, ma se ne discosta per l'atto simbolico: la consegna di una bac-

chetta o di altro oggetto che si tenga in mano (requisito inderogabile della forma).

La gewere-investitura faceva dei diritti reali un “abito” della persona, ossia uno status. Dopo

l'anno Mille la grande trasformazione degli assetti economico-sociali che si avvia all'alba del

nuovo millennio corrisponde ad ansie di rinnovamento anche religioso e politico che

scatenano tentativi di riforma della chiesa e dell' Impero. Per quanto riguarda l' Impero, era

lanciato all'inseguimento dei poteri antichi.

Nel 962 fu incoronato Imperatore di Roma Ottone I, ed un vento di germanizzazione

sembrò abbattersi sull'Italia. Fu tuttavia l'ultima ventata, e durò poco; lo stesso Ottone I

aprì alla romanità, dando in sposa il figlio Ottone II ad una principessa bizantina. Fu il figlio di

costui, Ottone III , a passare alla storia come il restauratore della tradizione imperiale. Riappare in

questo periodo in capo ai monarchi occidentali il titolo d'Imperator Romanorum, ed il si-

gillo imperiale riesumò la dicitura Renovatio Imperii Romanorum.

Fu però solo qualche decennio dopo la morte di Ottone III (metà XI secolo), che si diede inizio alla

politica di recupero delle regalie, ossia al restauro di tutti quei diritti sovrani che nello

sfacelo post-carolingio l'Impero aveva perduto: diritti esclusivi su tutti i beni del-

la corona, sui feudi maggiori, sul controllo e nomina dei magistrati, conio della moneta,

esazione d'imposte.

Ma il recupero di tali regalie, si doveva scontrare necessariamente con le pretese

di due forze storiche in ascesa, il papato e la città. La Chiesa si voleva scrollare di dosso l' im-

magine di istituzione dello Stato; le città, rinforzate economicamente e demograficamente, aspira-

vano all'autonomia.

L a g u e r r a t r a I m p e r o e C h i e s a s c o p p i ò v i o l e n t a ; c i f u u n r i f o rm i s m o d a p a r -

t e d e l l a C h i e s a ; l'elemento catalizzatore di tale riforma fu il rinnovarsi dei con-

venti. Erano questi gli anni di Bucardo vescovo di Worms (primi anni 1000); la sua o-

pera più importante è il Decretum, i n c ui venivano esaltati il primato del Pontefice

romano, i suoi pieni poteri sulla gerarchia ecclesiastica e addirittura della preminenza sul

potere temporale, l'accentuazione della sacertà dei beni della Chiesa, la rigorosa

disciplina del clero, la conferma del celibato, la depurazione del processo da ordalie e

duelli.

Del più infuocato clima che si accende al culmine della lotta riformista, è testimone Gregorio VII,

la cui opera più importante è il Dictatus Papae; è un lapidario complesso di 27 brevi disposizioni

tutte rivolte ad esaltare la dignità ed i poteri del pontefice romano. Tutte le norme cano-

niche devono essere approvate dal Papa; a lui spetta la giurisdizione nelle cause maggiori e non è

lecito impedire che ci si appelli a lui; nessuno ha il diritto di giudicarlo; e dice perfino che tutti i

principi baceranno il piede al Papa, il quale può deporre i re.

I l D i c t a t u s P a p a e f u e r i m a n e i l ma n i f e s t o d e l l a ri f o r m a , d e l m u t a m e n t o

d e l l a C h i e s a i n u n organismo fortemente centralizzato, della rigorosa subordinazione dei

vescovi al Papa, del Concilio al Papa, della giurisdizione al Papa. Altro autore del tempo è Ivo

di Chatres, che si presenta autore di ben tre collezioni: Decretum, Panormia e Tripartita. Se

confrontate con quelle precedenti, le opere di Ivo appaiono meno accese, più pacate.

La riforma gregoriana, è sicuramente una delle forze storiche che hanno contribuito al

ritorno in onore dei testi giustinianei genuini, e anzitutto del Digesto.

Troviamo anche in questo periodo molte falsificazioni a favore del monarca, tre

sono celebri: Hadrianum, che contiene la narrazione del soggiorno di Carlo Magno a Roma nel

774; egli avrebbe riunito con il Papa Adriano un sinodo nel quale l'ordine del giorno sareb-

be stato il problema dei rapporti tra la Sede Apostolica e l'Impero; continua dicendo che

il popolo romano aveva già, nei tempi andati, superato l' ostacolo deliberando di trasferire al

principe ogni potere con la celebre Lex Regia.

Abbiamo poi il Privilegium Maius e il Privilegium Minus, che intervengono a favore di Ot-

tone I,ripetendo le disposizioni dell' Hadrianum.

Per Utraque lex, s'intende l'immagine dell'unione indissolubile tra spirituale e temporale, tra etica

e diritto, tra canoni e leggi, dato di coscienza più che d'intelletto.

Scuole preirneriane di diritto – La glossa e gli altri “strumenti di lavoro” dei Glossatori - La

Glossa non è altro che l’elementare e l’immediato chiarimento che il professore apporta alla lettera

del testo durante la lettura del testo agli studenti; essa consiste, nella sua struttura più semplice,

in una postilla volta a chiarire una parola o un’espressione ritenuta oscura e difficile. A seconda

della posizione in cui viene collocata nel testo, essa può essere interlineare o marginale. Non è, in

genere anonima: è seguita da una lettera, una sillaba o una sigla che ne indica la paternità.

Possono essere divise in base al loro contenuto che da grammaticale può divenire interpretativo.

Ve ne sono alcune a struttura semplicissima con lo scopo di annotare un sinonimo, una variante,

una puntualizzazione verbale elementare ed altre che richiamano una serie di passi paralleli

tendendo all’interno della compilazione molti fili logici che mettono in collegamento organico parti

e norme. Un’imponente categoria di glosse marginali è quella delle glosse apposte ad un titolo.

Altri generi letterari utilizzati dai glossatori sono:

Le DISTINCTIONES, scomposizioni analitiche del punto di diritto in esaminato in una serie

1. articolata di sotto proposizioni speciali e autonome, ciascuna delle quali riflette un distinto

aspetto sotto cui quel punto può essere considerato.

Le REGULAE IURIS, che racchiudono in una sintetica proposizione regole, principi e

2. dogmi giuridici fondamentali

I CASUS, raffigurazioni di fattispecie pratiche a titolo esemplificativo cui la norma può essere

3. applicata.

Le DISSENTIONES DOMINORUM, specificanti le diverse e opposte soluzioni proposte

4. dai maestri in merito ai più noti e problematici temi di discussione

Le QUAESTIONES, forma letteraria attraverso cui il doctor pone il problema, enumera i

5. testi e le regioni a favore e contro una determinata soluzione e espone la propria

interpretazione conclusiva, la solutio.

Le SUMMAE, opere in cui è condensata l’intera sostanza di un titolo, un libro o un

6. argomento. Nella loro forma più robusta, le glosse imbrigliano una parte della compilazione

giustinianea, di preferenza il CODEX; Celebri sono la SUMMA TRECENSIS, la SUM-

MAE CODICIS dei giuristi Rogerio e Piacentino e la SUMMA CODICIS di Azzone.

Anche la cultura, allo sbocciare del nuovo millennio, appariva in grande crescita. Le

vecchie arti liberali, alle quali si affidava da secoli la formazione dell'uomo di lettere e di

scienza, erano in grande espansione e le loro scuole, nelle città in ripresa, trovavano ragioni di

sviluppo e di successo. Si attribuisce la prima descrizione delle sette arti liberali a Marziano

Cappella; usava distinguere le sette discipline in 2 gruppi:

Trivium, che comprendeva le 3 arti che riguardavano la corretta espressione del pensiero nel

discorso: grammatica, dialettica e retorica (arte del persuadere, e quindi dei giuristi); e

Quadrivium, che riuniva le arti rimanenti, che riguardavano fenomeni obiettivi: aritmetica,

geometria, musica e astronomia. Insomma materie scientifiche (quadrivium), opposte alle

umanistiche (trivium). Le arti liberali dovettero costituire lo schema dell' istruzione superiore

anche nell'alto Medioevo; un’ istruzione che si impartiva superficialmente, a giudicare dalle preoc-

cupazioni di Carlo Magno; egli era impensierito dallo stato miserando della cultura e delle scuole,

e tenne quindi a curare la crescita culturale e si circondò di dotti. Gli storici parlano di

“rinascenza” carolingia alla sua corte.

All' Imperatore Lotario, nell' 825, la dottrina italiana sembrava essere in condizioni pietose, tant'è

che la definì estinta; fu quindi mosso ad intervenire; il suo celebre capitolare olonese n o n s i

s a s e istituisse una rete scolastica nuova, o se si limitasse a organizzare l'af-

flusso degli studenti, distribuendoli tra le sedi vescovili del regno d'Italia. Fu questo il

provvedimento carolingio più significativo in tema d'istruzione superiore; la sua emanazio-

ne sotto forma di capitolare ecclesiastico conferma inoltre che l'istruzione era interamente

affidata al clero. All'inizio del nuovo millennio, Pavia doveva aver potenziato la sua

scuola, che godeva di ottima fama e attirava gli studenti da lontano. Accanto alla scuola delle

arti, si affacciò a Pavia, sin dall' XI secolo, una scuola professionale di diritto longobardo-franco,

rivolta alla formazione dei giudici. La scuola usò studiare gli editti lon-gobardi, e il

Capitulare Italicum, in una raccolta ordinata: Liber Papiensis ( raccolta di leggi longobarde e

franche).

I maestri pavesi, progredirono un po' alla volta. Il primo approccio ai testi normativi fu di natura

squisitamente pratica, e consistette nel corredarli di formule per facilitare l'attuazione delle norme

della pratica dei tribunali(es. Placiti forma glossata). Altro scritto della scuola pavese è il

Cartularium, che riguarda i notai e la redazione degli atti privati. Altra opera è la

Quaestiones ac monita, composta di una serie di quesiti, con relativa risposta. Il

capolavoro della scuola pavese è però l' Expositio ad Librum Papiensem analitico com-

mento tecnico della raccolta di leggi fino a Enrico I. Opera fatta dalla scuola per la scuola.

Se i maestri pavesi, studiavano e insegnavano il diritto longobardo, essi però citavano ab-

bondantemente anche il diritto romano: lo usavano come diritto sussidiario. Si ipotizza che anche

a Ravenna, prima di Bologna, esistesse una scuola di diritto. Odofredo, nel passo in cui parla di

Ravenna, dice che Irnerio non fu il primo ad insegnare il diritto romano. Lo precedette un certo

Pepo, di cui non si hanno molte notizie, dato che il suo ricordo era affidato a una tradizione orale.

L'idea che il diritto naturale dovesse prevalere su quello civile era esclusiva della Chiesa: dato che

la natura è Dio stesso, il diritto naturale s'identifica col divino, cui ovviamente nessuna

legge umana avrebbe potuto derogare.

Il diritto naturale era portato quindi ad assumere una valenza polemica nei confronti del diritto

positivo e a diventare all'occasione, forza eversiva della norma vigente qualora risultasse ingiusta.

Il metodo e il pensiero di Pepo fecero presa sulle scuole canonistiche. Nella loro cornice

venne avviato un filone dell'insegnamento del diritto romano alternativo a quello bolognese. Lo

scritto in cui si sente più chiaramente il pensiero di Pepo è l' Exceptiones legum Romanarum Petri,

dove viene esplicato, il principio caro a Pepo, della prevalenza del diritto naturale sul civile. L'

exceptiones sono scomponibili, formate dalla confluenza di opere che hanno goduto ciascuna

di vita indipendente e autonoma (è formato da 3 opere minori Libro di Tubinga, Libro di

Ashburnham e il Libro di Graz).

Irnerio e Bologna - Wernerius è la forma originale del nome del grande caposcuola bolognese.

E’teologo, ecclesiastico, con una straordinaria e rara propensione filologica per quel

tempo. Le sue prime notizie come uomo di scienza e illuminato nel diritto, si trovano solo

dal 1112 fino all’anno della morte (1119), poi l’Imperatore Enrico V spedì Irnerio a Roma a

pe-rorare la causa di Maurizio Burdino (antipapa di Gregorio VIII); le s u e a r r i n g h e l o e s p o -

s e r o a l l ' i r a d i C a l l i s t o I I c h e l o s c om u n i c ò .

E' verosimile che Irnerio, in questa causa, abbia fatto ricorso alla Lex Regia de Impero

(secondo cui il popolo romano aveva affidato all'Imperatore tutti i suoi poteri), legge ripresa

anche nell' Hadrianum; deducendo che era Carlo Magno, in quanto imperatore, ad avere il

potere di eleggere il Pontefice e perciò in diritto di farsi restituire tutte le regalie perdute

nel tempo.

Irnerio è il fondatore della scuola di diritto Romano bolognese e Matilde di Canossa, gli

chiese di “rinnovare i libri delle leggi”. Tale invito secondo alcuni, significava poca

cosa, a prenderlo alla lettera, e qualcuno preferì intenderlo come una metafora che

avrebbe indicato il rinnovamento della scienza del diritto romano, insomma la

creazione della scuola di Bologna; ad altri invece è sembrato un ordine, o più modestamente un

autorizzazione.

Bucardo di Ursperg spiega con chiarezza qual era il contenuto della petizione di Matilde: l'invito a

rinnovare i libri di Giustiniano non era che l'invito a restituire il testo corruttissimo, alla

foma originaria. Irnerio ci viene presentato come un filologo esperto del testo Giustinianeo;

proveniente da ranghi dei maestri delle arti liberali. Irnerio, messo per la prima volta di

fronte alla raccolta più completa delle novelle giustinianee, l'Authenticum, lo

trovò estremamente disordinato tanto da pensare che non fosse autentico. Tolse da

tale opera brevi estratti, per sistemarli in un codice che fu chiamato Authenticae.

La vicenda della Authenticae, mostra come lo studioso, fosse attento a presentare

un'edizione dei libri legali giustinianei senza lacune normative, e intese quindi pur

sempre destinare il proprio lavoro alla pratica. Della sua apertura al mondo profes-

sionale si ha notizia anche dal fatto che egli compose il primo formulario per notai.

Per le sue conoscenze agostiniane si deduce che studiò in Francia presso il maestro Lan-

franco, che lo fece studiare sui testi originali, poiché le trascrizioni erano piene di errori e

gli insegna il metodo della glossa. Irnerio cerca di recuperare la Bibbia in originale e

sapendo dove cercare riscopre anche l’originale Corpus Iuris di Giustiniano. Il manoscritto

venne copiato in tre copie: uno vicino a Parigi, uno nella Biblioteca Ambrosiana, una terza

copia a Milano (Mazzanti). Il CORPUS IURIS CIVILIS medievale si divide infatti in cinque

volumina. I primi tre di esso accolgono il contenuto del digesto secondo questa ripartizione:

DIGESTUM VETUS

1. DIGESTUM INFORTIATUM

2. DIGESTUM NOVUM

3.

non importante il perché di questa tripartizione, anche se è importante sapere che sono stati scoperti

prima il vetus e il novum e poi l’infortiatum. Quanto gli ultimi due volumi il quarto contiene il

Codice, del quale accoglie solo i primi nove libri. Il gruppo dei tre libri restanti è inserito nel quinto

volume con l'appellativo di tres libri.

Questo scorporo del Codex non fa altro che riflettere una tradizione della cultura giuridica

altomedievale, in seno alla quale le materie trattare negli ultimi tre libri, fiscali e amministrative,

fossero ritenute meno interessanti. Il quinto ed ultimo volume comprende: i quattro libri delle

Istituzioni, i tres libri finali del Codex, le novelle comprese nella raccolta detta Authenticum, (delle

134 solo le prime 97 che si presentano, in seno al volumen, in 9 Collationes). Tale è la struttura del

corpus iuris nella fase originaria; intorno alla prima metà del XIII secolo il volumen si presenta

integrato nel modo seguente: alle 9 Collationes raggruppanti le novelle giustinianee ne viene

aggiunta una decima, contenente talune costituzioni degli imperatori romano-germanici, il trattato

di Costanza e i Libri Feudorum, considerati poi una fonte del diritto comune, raccolta privata di

consuetudini feudali.

Nelle edizioni glossate del Cinque-Seicento si rinviene anche la Lombarda, celebre raccolta

sistematica delle leggi longobardo-franche redatte sulla fine del secolo XI, rientrante nel novero dei

testi in cui era racchiusa la Legalis Sapientia.

Ad opera di Irnerio si attribuiscono anche: il Liber Divinarum Sententiarum, Summa di

diritto longobardo, la Summa Windoboniensis, le Quaestiones De Iuris Subtitulata.

In quest’ultima opera Irnerio dialoga per bocca dello Iuris Interpres con un membro

dell’auditorium ( I e A), nel templum iustitiae, dove è racchiuso tutta la scienza del dirit-

to. Qui si delinea chiaramente il pensiero politico e filosofico di Irnerio: convinto impe-

rialista delinea e sottolinea la necessità di un’unica normativa (diritto romano), volta ad

eliminare il diritto germanico. Muore in Francia il 19 Settembre in un monastero.

Si conoscono 4 allievi di Irnerio: Bulgaro, Martino, Iacopo e Ugo, detti i “quattro dottori”,

che proseguirono la scuola di Bologna.

Bologna era stata per caso la culla del più grande degli studiosi: Irnerio; i quattro dottori ne fe-

cero un' istituzione fissa che si elevò agli onori della massima gloria cittadina. Tra i 4

dottori, almeno 2: Bulgaro e Martino avevano opposte linee di fondo del ma-

gistero. Sarebbero quindi nati 2 filoni di pensiero che avrebbero perpetuato polemiche

presso gli allievi, finchè una delle due correnti, quella di Azzone (teoria di Bulgaro), avrebbe

trionfato. Bulgaro era il difensore dell'interpretazione rigorosa della legge scritta;

Martino e la sua scuola “gosiana” era invece più elastico e preferiva le maglie larghe dell'equità

a quelle strette del dettato legislativo.

Bassiano, allievo di Bulgaro, e soprattutto di Azzone, non lesinò frecciate velenose alla corrente di

Martino, accusandola di trattare l' equità arbitrariamente dalla propria coscienza,

d'inventarla. Se però si vanno a vedere le glosse di Martino, egli non sembra meritare tanta

offesa; anzi talvolta egli appare più federe di Bulgaro al testo normativo.

Uno dei maggiori canonisti del 1200, Enrico da Susa Cardinale Ostiense, descrive Martino come un

uomo spirituale disposto a seguire la legge di Dio a costo di sacrificare quella di

Giustiniano, e la cui equità altro non era se non rispetto del diritto canonico. Dietro le polemiche

stavano 2 mondi; quello di Bulgaro era il mondo nuovo, affascinato dal ritorno al diritto roma-

no; quello di Martino invece non aveva tagliato gli ormeggi col mondo vecchio,quello

delle 2 leggi ecclesiastica e romana che dovevano procedere unite nella sintesi dell'u-

traquelex. Checchè ne dica l'Ostiense, Martino non sostituì mai il diritto divino al

dettato delle norme romane; ebbe qualche apertura per soluzioni canoniche di singoli

problemi. Egli diceva infatti che adottare la tesi canonica in caso di lacune non comportava

alcun tradimento a Giustiniano.

Il vero banco di prova dei conflitti tra legge e coscienza stava però nell'ipotesi di contrasti tra

passi delle scritture sacre e norme di Giustiniano. Fortunatamente gli scontri tra Dio e

Giustiniano erano rari. Es. usure: Giustiniano le ammetteva, preoccupato di moderare solo

l'entità, mentre Cristo non le ammetteva. Alla fine tutti concordarono sul fatto che, essendosi

Giustiniano dichiarato disposto a seguire i sacri canoni, le usure non fossero esigili. Altro caso di

contrasto fu quello dei testimoni; Cristo ne chiedeva 2 o 3; Giustiniano di più, almeno. Se la causa

riguardava l'interpretazione della volontà del testatore, la prova doveva essere affidata a 7

testimoni, se invece i dubbi riguardavano altri requisiti ne sarebbero bastati 2 o 3. Il diritto

divino comunque, entra solo di straforo nel quadro dei sistemi normativi disegnato dalle

fonti romane: un sistema di sfere concentriche che partivano dal diritto naturale

(dispensatore di equità); al di sotto v'era il ius gentium, comune a tutta l'umanità; infine il ius

civile.

Le scuole minori - Da qualche decennio, si è cominciato a indagare seriamente le tante scuole che nel

XII secolo sono proliferate ovunque e hanno costituito importanti centri di cultura giuridica.

Abbiamo le scuole legistiche provenzali. Una delle più importanti scuole provenzali la

troviamo a Montpellier , fondata dall'italiano Piacentino.

Vasta è stata la produzione, e molte delle opere che in altri tempi si credevano italiane, hanno

cambiato cittadinanza. In Italia invece troviamo Modena , dominata dalla figura di Pillio da

Medicina, maestro di diritto feudale oltre che romano. Le opere delle scuole minori presenta-

no alcune peculiarità. La prima è l'atmosfera grammaticale, che le circonda ed evoca perdu-

ranti legami degli autori con le arti liberali. Vedremo per esempio il Piacentino scrivere sermoni

sulle leggi metà in versi, metà in prosa. Vengono poi presumibilmente da centri extra bolognesi,

molte opere che curano l'eleganza della lingua latina.

L e p r i m e o p e r e t t e d a l t a g l i o e l e ga n t e s o n o l e Enodartiones Quaestione Super Codice

e le Quaestiones Super Institutis di Rogerio.

Rodolfo Niger, insegnava a Parigi arti liberali, e ci ha fornito importanti notizie su Pepo, dice che

la rinascita del diritto romano e della relativa scienza era ispirata in senso antigerma-

nico, perchè la Chiesa era contraria al duello ed al giuramento, oltre che alle composizioni pecu-

niarie. P e r q u a n t o t i p i c o t e m a d e l l a p r od u z i o n e d i s c u o l e m i n o r i , s i p u ò i m -

m a g i n a r e c h e i l d i r i t t o processuale abbia interessato anche i primi maestri della scuo-

la bolognese, dato che a scrivere un lavoro sul processo fu nientemeno che Bulgaro; il

trattatello fu richiesto nel 1141 dal cardinale Aimerico. Tra la produzione più vasta in tema

processuale spicca quella di Giovanni Bassiano, che studiò con Bulgaro. Bassiano scrisse, a

Mantova, l' Ordo iudiciorum, l' Arbob actionum ( parla dello sviluppo storico degli studi proces-

sualistici) e la Summa Quicumque Vult (dedicata alla fase iniziale del processo). Vi fu dunque un

periodo, intorno agli anni 1160, in cui Mantova brillò come il maggiore centro di dibattiti sul

problema delle azioni. Dopo il momento di gloria vissuto da Mantova, verso la fine del secolo si fa

avanti come fucina di prodotti per giudici e avvocati, la Modena di Pillio da Medicina.

Un'opera importante di Pillio è l'agile Summa Cum essem Mutine, che è una ricerca sui

problemi della fase preparatoria della lite. Se il genere letterario adatto all'erudita filologia

bolognese era la glossa, quello che conveniva ai p a n o r a m i d o gm a t i c i d e l l e s c u ol e

m i n o r i e r a l a summa.

L a s u m m a , c h e è u n a d e s c r i z i o n e manualistica, ebbe ad oggetto soprattutto il Codice e

le Istituzioni. Il Piacentino compose una Summa Institutionem. Dopo aver avuto un

prolungato soggiorno a Montpellier, e dopo aver scritto 2 Summe, decise di rivedere la


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Daniel Bre di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Sarti Nicoletta.

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