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Storia del diritto Medievale e moderno

Appunti sulla prima lezione di Storia del diritto Medievale e moderno. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Il diritto tra ignoranza, fraintendimenti, incomprensioni, Le ragioni storiche di fraintendimenti e incomprensioni, L’avvio di un recupero: umanità e socialità... Vedi di più

Esame di Storia del diritto medievale e moderno docente Prof. F. Miglierino

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Il loro carattere di ordinamento giuridico risalta se le si guarda dall’interno dei loro confini (da un punto di vista

pluralistico).

Oggigiorno lo stato è in crisi e con esso il vecchio legalismo: di fronte a tutto questo, l’impotenza e l’inefficienza degli

Stati porta alla formazione e allo sviluppo di diritti paralleli al diritto ufficiale statale, con l’invenzione di nuovi istituti

giuridici. Questa è la cosiddetta GLOBALIZZAZIONE GIURIDICA che si mostra come un ordinamento giuridico

privato.

1. Un conciso trattato del nostro itinerario

Essendo vocato ad ordinare la storia dell’uomo, è scontato che il diritto abbia in sé una vocazione ad incarnarsi

nell’esperienza storica, divenendone dimensione inobliabile. Così inteso, il diritto si costituisce come un essere che vive

una vita propria, inserito nel tessuto sociale economico politico.

Spostando l’attenzione proprio sulla vita del diritto, andremo da analizzare i tempi e gli spazi più diversi; le varie

manifestazioni che può avere a seconda delle diverse esigenze dei climi storici in cui il diritto si immerge

(manifestazioni che vanno interpretate ed applicate affinché divengano concreto tessuto storico).

2. I tempi storici del diritto. L’età antica: il diritto romano

Gli etnologi (cultori dell’etnologia giuridica) ci hanno spalancato le porte allo studio delle più diverse e antiche

costumanze giuridiche, magari relative a micro – organizzazioni sociali di indole tribale.

Anche se perpetuatesi in tempi lunghi e giunte intatte fino a noi, queste manifestazioni giuridiche non hanno affatto

inciso nel solco profondo della storia.

L’età antica, invece, ci riserva manifestazioni culturalmente raffinate (es. diritto greco) messe, però, in ombra da

quell’esperienza durata un millennio che prende il nome di “diritto romano”.

Si tratta di un sintagma:

- molto sbrigativo: se si pensa che non ci dà conto dello sviluppo complesso e variegatissimo che questo periodo

ha attraversato (dal V sec. a.C. al VI sec. d.C.);

- ma anche preciso e puntuale: perché restituisce al mondo romano il privilegio di aver costruito una delle più

rilevanti civiltà giuridiche della storia occidentale di ogni tempo.

È indubbio il fatto che la cultura greca abbia dato all’uomo occidentale una coscienza filosofica (Platone e Aristotele) e

una maturazione mentale di carattere scientifico (Euclide); così come è indubbio il merito per la cultura romana di aver

letto il mondo socio – economico – politico in termini giuridici.

È vero che nell’oriente del Mediterraneo e nella Grecia le esperienze sociali cominciarono ad essere tradotte in

espressioni giuridiche, ma fu solo a Roma che queste espressioni divennero una compiuta grammatica in cui e con cui

ordinare e stabilizzare la riottosità dei fatti socio – economici.

Ecco, quindi, che sul palcoscenico della storia apparve la figura del giurista: generazioni di giuristi romani elaborarono

nuove e più agevoli tecniche di lettura e di analisi, consolidate poi in concetti e categorie (di indole logica) appresi da

filosofi e matematici.

In tal modo, si va delineando sempre più una scienza autonoma dove la realtà socio – economica viene vista in una

dimensione nuova: quella giuridica. Accanto alla metamerica e alla filosofia ora si poteva parlare anche di pensiero

giuridico.

Possiamo quindi capire che il primo tratto caratterizzante dell’esperienza giuridica romana è soprattutto l’opera di quei

giuristi che, dal II sec. a.C. al III secolo d.C., dettero vita ad una attività scientifica di altissimo livello: il diritto romano,

così, si caratterizza come un diritto scientifico; come opera di scienziati coinvolti nel potere e nel suo esercizio, al quale

volevano offrire un sostegno (rappresentato dal diritto stesso). 

Bisogna fare, però, una precisazione: essi non disdegnarono la costruzione sistematica il sistema (struttura

organicamente unitaria sorretta da una coerente ossatura logica) ben traduceva sul piano giuridico la stabilità del

dominio politico romano.

Da questo ne scaturì un doppio modello per le civiltà successive:

1° modello: deriva dal suo proporsi come analisi scientifica modello di perfetta rigorosità argomentativa, formalità

ed eleganza sistematica, ammirato ed imitato anche nell’età moderna;

2° modello: riguarda il coinvolgimento dei giuristi nel tessuto politico romano e nella classe dirigente. Le loro categorie

formalizzavano una civiltà valorizzatrice della dimensione dell’avere: l’individualismo economico (proprietà, contratti,

obbligazioni ecc..), privilegiando così l’abbiente ed il possidente. Si capisce quale importanza abbia rivestito nel

supportare lo sviluppo tecnico – giuridico per la futura età borghese, malgrado l’enorme distanza di tempo.

Da tutto questo, si capisce che il diritto romano svolgerà un ruolo esemplare ben oltre i termini storici della vita e

dell’espansione della civiltà romana.

all’eterno problema umano di un diritto giusto.

3. I tempi storici del diritto. L’età medievale: il “diritto comune”

Il diritto medievale seguì la sorte della civiltà di cui era espressione: sepolta quest’ultima nella coscienza comune, anche

il diritto restò sepolto e ignorato.

Perché si ritornasse a parlarne bisognava che la mentalità borghese avviasse un moto di arricchimento della

consapevolezza storico – giuridica, che fino ad allora si era limitata a cogliere la mera continuità tra antico e moderno

rimovendo quasi mille anni di esperienza giuridica: la media etas (età di mezzo) o età di passaggio, e per questo non

meritevole di attenzione.

Fu proprio questo moto a permettere, poi, ai giuristi novecenteschi di poter constatare quanto il diritto medievale avesse

un linguaggio ed una struttura tali da offrire un valido sostegno alla costruzione di un nuovo edificio giuridico.

Ripercorrendo per un attimo la formazione di questo tipo di diritto, esso si origina, prende forma e si caratterizza in

seno a dei vuoti: il vuoto statuale connesso alla caduta dell’edificio politico romano. È infatti questa la nicchia storica

che ha permesso lo sviluppo di una più nuova ed originale esperienza giuridica. Nell’età nascente, l’assenza dello Stato

sottrae il diritto al suo legame col potere politico e la sua funzione di controllo sociale; è un diritto designato poco dai

legislatori, ma piuttosto dal variegarsi della società nel corso del tempo e in spazi diversi (le consuetudini).

Teorizzante del diritto non è più lo scienziato bensì chi lo applica (giudice, notaio…), povero di tecnica giuridica ma

ricco di sensibilità e disponibilità ad introdurre nuove forme giuridiche rispondenti ai vari bisogni.

La mancanza di un controllo centrale fece sì che il diritto divenisse l’espressione fedele di una società frammentata in

tante comunità (famiglia, corporazioni…) che, ponendosi quali strutture portanti dell’assetto socio – politico –

economico, miravano a proteggere l’individuo e a consentirgli la sopravvivenza.

Il primo Medioevo si delinea, quindi, come un’esperienza giuridica fattuale, consuetudinaria e pluralistica (con fonti

plurali produttrici di diritto).

Nel secondo Medioevo le linee del paesaggio giuridico formatosi precedentemente non variano, nonostante perdurasse

l’assenza statuale. Forse l’unica differenza sostanziale è che l’interpretazione del tessuto consuetudinario passa nelle

mani di uomini di scienza che insegnano nelle università.

Ma la società europea stava assumendo sempre più una struttura complessa e movimentata e, quindi, risultava difficile

ordinarla in base a fatti consuetudinari: occorrevano nuove categorie generali che dovevano essere offerte dalla

nascente scienza giuridica (universitaria); ecco perché si ha la definizione di diritto scientifico.

Questa nuova scienza giuridica:

- non dispregiò il vecchio materiale consuetudinario, ma se ne fece portatrice ponendo alla sua base antiche fonti

romane e aggiungendovi principi e regole che la Chiesa romana aveva elaborato e che si andavano

solidificando;

- appoggiandosi al diritto romano e a quello canonico, volle qualificarsi come interpretazione (ossequiosa delle

fonti) fra testi autorevoli e bisogni della società.

Molto importante fu anche il pluralismo giuridico dell’età di mezzo, che permise ed agevolò la convivenza tra i due

strati del diritto: iura propria (strato inferiore autonomie locali) e ius comune (stato superiore). Quest’ultimo così

chiamato sia per la sua proiezione geografica comune a tutte le terre civilizzate, sia perché costituiva l’unione tra

giuridicità romana e canonica.

Uno strumento efficace per l’opera di questi scienziati, fu la loro visione imperniata sull’equità: la coscienza della

mobilità dell’ordine giuridico a fronte dell’immobilità di un testo normativo; e, quindi, anche l’esigenza di verificare

questo testo nello scorrere della vita.

Sostanzialmente, il diritto della matura età medievale si presenta come costruzione scientifica ma ha tratti diversi dalla

costruzione scientifica del diritto romano: in quest’ultimo vi è la presenza dello Stato, un rigido apparato di potere che

dette agli scienziati la sicurezza di poter fissare solide conclusioni; gli scienziati del medioevo non ebbero questa

sicurezza e, quindi, la loro fu una costruzione meramente teorica, sempre alle prese col rinnovamento continuo dei fatti

e dei bisogni ma nella consapevolezza di un ordine giuridico in continuo assestamento.

Ci troviamo così di fronte al diritto comune, un’opera plurisecolare che è:

- opera di scienziati e giuristi;

- sottratto ai politici;

- riservato a chi è in grado di maneggiare il patrimonio tecnico delle categorie;

- ordina la realtà medievale e post – medievale;

- è insofferente a confini nazionali.

Il suo unico difetto di fondo è l’incertezza della disciplina giuridica: il progredire del corso storico la mette in evidenza

portando così il diritto comune ad una “crisi di certezza” che arriva fino al Settecento. Proprio questa crisi farà sì che

venga invocato un nuovo modo di concepire il diritto e di realizzarlo, magari ovviando all’errore precedente.

4. I tempi storici del diritto. L’età moderna: il divario storico fra “civil law” e “common law”

La modernità giuridica consegue alla sempre più totalizzante presenza dello Stato, la cui assenza aveva consentito

l’affermazione dell’esperienza giuridica medievale trovando le sue fonti, prima in un consuetudini, e poi in una grande

scienza giuridica percettrice dei bisogni sociali.

Nel Trecento si ha una radicale trasformazione della sovranità che trova riscontro nell’identità del Principe (soggetto

detentore di un potere assoluto). Infatti, a differenza del Principe medievale che produceva poche leggi lasciando alla

prassi e alla scienza l’ordinamento giuridico della società, il Principe moderno vede nel diritto un potenziale

fondamentale per la dimensione politica ed è, pertanto, determinato a controllarlo. Il sovrano inserisce la produzione

giuridica tra i suoi strumenti di potere, divenendo sempre più un legislatore (e il diritto diviene sempre più legislativo).

Lo sviluppo di questa “concezione” porta a pesanti conseguenze:

- il diritto si statalizza;

- si particolarizza in una proiezione geografica limitata a quella del singolo Stato.

All’interno di questi Stati venutisi a formare, volendo essere il Principe il controllore del fenomeno giuridico, questo

perde sempre più i vecchi connotati pluralistici diventando una realtà all’ombra del Sovrano: dal pluralismo (o

convivenza di ordinamenti diversi nello stesso territorio) ci si avvia sempre più al monismo, in cui si afferma anche

quello che è il primato della legge su ogni altra manifestazione giuridica.

Il risultato più negativo fu una vincolazione fra potere politico e diritto, risentendo quest’ultimo dell’unilateralità del

primo. Inoltre, congiungendosi sempre più con il crescente ceto borghese, il diritto ne assume una coloritura

consequenziale, fino a che la borghesia non impose una disciplina giuridica dove primeggiavano i valori borghesi.

Al fondo di questo imbuto storico, durato più di 3 secoli, sta l’evento più significativo della storia giuridica

continentale: la codificazione del diritto ad opera di Napoleone I tutto il diritto fu “catalogato” in articoli sistemati e

contenuti in libri chiamati codici.

Questa fu sì un’opera grandiosa, ma fu anche un atto di presunzione perché si pretese di poter immobilizzare il diritto in

un testo cartaceo.

Il codice tendeva a due a due risultati (anche se non conseguiti pienamente):

1) essere norma esclusiva di uno Stato;

2) proporsi come raffigurazione completa della dimensione giuridica di uno Stato.

La civiltà moderna credette nel codice, tanto che in altri Stati ci furono iniziative simili ad imitazione della Francia.

Quello che, però, vogliamo sottolineare è la giuridicità vincolata alla statualità:

- lo Stato visto come unico soggetto storico in grado di trasformare una vaga regola sociale in una regola

giuridica;

- è solo nella voce dello Stato (la legge) che si manifesta il diritto;

- il pluralismo giuridico viene cancellato in favore dell’assolutismo giuridico.

Al cuore della società c’è il principio di legalità (corrispondenza di ogni manifestazione giuridica alla legge): garanzia

del cittadino contro gli arbitrii dei pubblici poteri e di altri cittadini più forti.

La figura del legislatore è, invece, immune all’arbitrio e all’abuso di potere, in quanto proposto come interprete e

realizzatore del bene comune grazie alla sua scienza e onnipotenza.

Analizzando quanto finora detto, ci rendiamo conto di come il nostro sguardo sia sempre ristretto all’Europa

continentale e alle sue colonie.

Volendo chiarire questo punto, ci rendiamo conto di come questo possa aiutarci a definire anche i due sintagmi inglesi

(civil law e common law) ai quali si fa riferimento nel titolo.

Partiamo dal fatto che quanto finora affermato è riferito non ad uno svolgersi mondiale della modernità giuridica (e

nemmeno all’intera Europa), ma rispecchia gli Stati del nostro continente dove gli effetti della Rivoluzione francese si

fanno sentire con più incisività; Stati dove regna lo statalismo giuridico e dove il diritto va incontro alla codificazione. E

questo “agglomerato” di grandi Stati dell’Europa continentale lo si suole raggruppare sotto il sintagma civil law.

Discorso diverso va fatto per le esperienze giuridiche, ricomprese nella dizione common law (il riferimento qui va

all’Inghilterra e alle sue colonie, compresi gli attuali USA) questa è il frutto di una storia giuridica inglese che ha tratti

diversi rispetto a quella continentale. In essa batte un cuore medievale; il suo tratto più peculiare è che il diritto è cosa

da giuristi, unici in grado di garantirne lo sviluppo in relazione ai bisogni della società (tratto, come si è visto,

tipicamente medievale).

Precisiamo però che:

- in seno alla continuità dei valori medievali, un ruolo di notevole importanza è rivestito dal diritto canonico con

la sua valorizzazione dell’equità, e ciò è dovuto alla presenza di ecclesiastici in molte corti giudicanti fino alla

rottura di Enrico VIII (pieno Cinquecento);

- nel Medioevo la produzione del diritto era affidata ai giuristi, che affermavano il primato della scienza

giuridica; nella visione inglese, tale primato è affidato al giudice immerso nella carnalità dell’esperienza.

A livello di fonti, diverse sono le scelte:

 modesto è il valore della legge, che in Gran Bretagna trova spazio solo a partire dal secondo dopoguerra con

l’instaurazione di uno Stato sociale;

 il diritto non ha conosciuto la codificazione, restando consegnato (ancora oggi) nelle mani di un ceto giudiziale

che diffida della cristallizzazione del diritto in un testo cartaceo: il Regno Unito non ha né Codici scritti, né

una Costituzione scritta.

5. I tempi storici del diritto. Oltre il moderno, fino alla odierna “globalizzazione giuridica”

Il tempo moderno ha durata assai più breve rispetto a quello medievale: il Novecento si propone solo come un secolo di

transizione pervaso da profonde incrinature.

L’uso del termine incrinature non è casuale dato che è proprio la compattezza dello Stato e della sua proiezione

giuridica ad incrinarsi e complicarsi.

Questo perché la civiltà moderna è diventata sempre più complicata: una civiltà nella quale, oltre allo Stato e

all’individuo, crescono sempre più nuove collettività (masse in azione, masse di lotta sociale…). È facile capire, quindi,

che l’ordine giuridico borghese non poteva ovviare all’urto di tanta clamorosa novità (e complessità): il Novecento

mostra, dal punto di vista socio – giuridico, la sempre maggiore presa di coscienza di questo divario che genera la crisi,

e la crisi genera incrinature.

Ecco perché il Novecento giuridico si colloca oltre il moderno: perché è la progressiva presa di coscienza della

complessità dell’universo giuridico.

Il primo percettore di quest’ultima è stato Santi Romano che, già nel 1909, la denuncia parlando di “crisi dello Stato

moderno” per il suo frazionarsi a causa di insorgenze sociali sempre più indomabili.

La semplicità del paesaggio liberal – borghese sfuma, e lo Stato perde nel diritto la sua ombra, la sua corazza protettiva.

Volendo individuare i fattori che hanno portato a tutto ciò, si può partire col parlare del tentativo di sopperire alla

complessità con una sempre maggiore attività legislativa: i Codici vengono affiancati, soffocati ed espropriati da atti

legislativi speciali occasionati da bisogni particolari.

Questa attività normativa:

- rivela che lo Stato è incapace di ordinare, con i soli strumenti legislativi, la crescita sociale;

- mortifica la chiarezza/certezza dei Codici, scavando un fossato di incomprensione tra potere politico e

cittadini.

Un altro fenomeno che aggrava la crisi dello Stato moderno è il moltiplicarsi/sovrapporsi di vari strati di legalità. Per

meglio intendere, basti pensare che la legalità dell’Ottocento aveva un solo significato, e cioè il rispetto della volontà

parlamentare (in quanto il Parlamento era l’unico organo a cui spettava il potere legislativo); nel corso del Novecento

tutto si complica:

 sul piano intra – statuale appare la Costituzione : questa non è più un insieme di principi a carattere filosofico –

politico, ma è un complesso organico normativo che vincola i cittadini e gli organi dello Stato (primo fra essi il

Parlamento), facendo propri i valori circolanti nella società. La Costituzione è, dunque, l’immagine della

società che si auto – ordina realizzando il suo primato sullo Stato;

 sul piano trans – statuale appaiono norme derivante da strutture comunitarie internazionali : organismi

sopranazionali come ad esempio la Comunità Europea.

Sul piano delle fonti del diritto, assistiamo ad un processo di privatizzazione e di frammentazione che trova il suo

aspetto più vistoso nella odierna globalizzazione giuridica; il monopolio statale delle fonti viene sempre più profanato

ed eluso.

Questo fenomeno globalizzatorio rappresenta una auto – organizzazione dei privati di fronte all’impotenza e lentezza

del diritto ufficiale degli Stato. Questi privati, inventano strumenti mirati a regolare i loro traffici giuridici, dando vita

ad un diritto parallelo a quello dello Stato (prevedendo addirittura giuridici privati).

es. L’UNIDROIT (Istituto per l’Unificazione del diritto privato) per i contratti commerciali.

Si tratta di un esempio di rilievo perché:

- mostra una scienza giuridica svincolata dal plagio psicologico statalistico, e che mira alla costruzione di un

futuro diritto europeo;

- è un’iniziativa privata che si colloca al di là degli Stati e della stessa Comunità Europea.

Dipendendo da tutti questi fattori, il paesaggio giuridico va sempre più sfaccettandosi pluralisticamente.

6. Gli spazi del diritto. Uno spazio geografico: il territorio

Siamo soliti pensare al diritto con una sua ben definita proiezione geografica; questa abitudine deriva dall’avere

immedesimato il diritto nello Stato e dal vederlo in connessione col potere politico. Ovviamente la statualità del diritto

esige una proiezione geografica, che viene riscontrata nel territorio: elemento essenziale dello Stato.

Questo, per meglio chiarire, consegue dall’essere lo Stato l’incarnazione del potere politico, che ha bisogno di un

ambito geografico (con frontiere invalicabili e/o controllabili) per poter esercitare la propria sovranità ed attuare i propri

comandi.

Anche volendo proiettare la politica a livello mondiale, ci ritroveremmo comunque di fronte ad una somma di territori.

Lo spazio della politica risulta essere, quindi, uno spazio essenzialmente fisico; ed è uno spazio liscio: inteso non nel

senso della geografia fisica, ma come assenza di ingombri socio – giuridici.

La compattezza che caratterizza lo Stato moderno esige anche una compattezza per la sua ombra (il diritto) che non

deve mostrarsi frazionata o articolata. A tal proposito si fa di tutto per eliminare le autonomie al suo interno.

Scrivendolo in una formula: UNO STATO – UN TERRITORIO – UN DIRITTO

È questa la vocazione dell’assolutismo giuridico moderno, resa evidente dal connubio tra Stato e diritto.

6. Gli spazi del diritto. Spazi immateriali: la società

Se si sposta l’asse del diritto dallo Stato alla società, le prospettive cambiano di parecchio: la società, infatti, si

organizza prescindendo da una proiezione geografica.

es. nell’età medievale era solita la co – vigenza in uno stesso territorio di più ordinamenti giuridici; possono vigere

assieme un diritto locale territoriale (consuetudine o statuto) con il diritto canonico, feudale, comune ecc ecc..

Il territorio, quindi, non è più l’oggetto necessario del diritto; questo perchè nuovo oggetto diviene il complesso tessuto

delle relazioni tra gli uomini a seconda dell’organizzarsi della società.

Un esempio è dato dalla de – territorializzazione del globalizzazione giuridica: in primo luogo c’è l’economia che, al

contrario della politica, è insofferente a spazi conchiusi e trova quindi congeniali spazi sempre più aperti (più globali).

I moderni uomini d’affari vedono nello Stato un nemico da eludere; questo spiega il carattere transnazionale dei traffici

da loro posti in essere.

I canali privati della globalizzazione giuridica, infatti, sono governati non dalle norme imperative dello Stato, ma da

regole più duttili basate su princìpi derivanti da una scienza sensibile (es. i contratti) immune alle imposizioni

gerarchiche; tale scienza può essere vista come una fitta rete di regole in rapporti interconnessi originati dal mercato.

Proprio l’immagine della rete viene evocata da giuristi, politici ed economisti per identificare i movimenti della

globalizzazione. Per meglio intendere, la loro vocazione è quella di volare al di sopra degli smembramenti della

politica; essere de – territorializzati e de – territorializzanti.

Per raggiungere tale “obiettivo”, un utile supporto viene offerto dalle moderne reti info – telematiche che consentono

una maggiore libertà nei confronti delle barriere geografiche: il loro è uno spazio virtuale, ripugnante per la politica ma

congeniale all’economia (o anche per il diritto nel momento in cui lo si svincola dal potere politico).

8. Storicità del diritto e sue manifestazioni

Il diritto, se lo intendiamo come storia vivente, non galleggia su tempo e spazio ma è tende continuamente ad incarnarsi

entro i tempi e gli spazi più diversi: è questa una condizione necessaria perché scatti il meccanismo dell’osservanza e

l’organizzazione sociale si trasformi in diritto (osservato).

Alle manifestazioni che il diritto assume nelle varie esperienze storiche, i giuristi danno il nome di “fonti”: un nome che

però mostra un’eccessiva staticità e, quindi, incapacità a cogliere la dinamica giuridica (law in action).

Sotto un altro punto di vista, il termine “fonte” esprime bene l’essenza del fenomeno giuridico, visto come

manifestazione alla superficie storica proveniente però da strati profondi: questo perché sappiamo che il diritto è una

realtà radicale, attinente alle radici della società (ecco perché può ordinare il sociale).

Il messaggio dato da questa metafora della “fonte” consente anche l’affondamento nell’esperienza di quello che soltanto

apparentemente viene racchiuso nella statica di un testo. Se la si vede in questo modo, per il giurista il nemico da battere

è rappresentato dalla riduzione di una “costituzione” o di una “legge” in un testo cartaceo, riducendo la giuridicità in

ossequio a quel testo.

9. Le manifestazioni del diritto. Il diritto naturale

Dall’antichità classica a oggi si è sempre parlato di diritto naturale, ma diverse appaiono le definizioni che gli sono stati

attribuiti: c’è chi prende spunto dalla tradizione cristiana e lo identifica in un messaggio di Dio instillato nel cuore di

ogni uomo; chi lo riscontra nella struttura razionale del cosmo; e chi nella tradizione storica.

Partiamo dall’invito che faceva un giurista italiano (Matteucci) quaranta anni fa nel “rinunciare a vedere nel diritto

naturale qualcosa di mortificante” (il termine mortificante è da intendere come arretrato, sepolto e quindi senza

recupero). Si tratta, però, di un “cadavere con ricorrenti sepolture e resurrezioni fino ai giorni nostri”; di fronte alle

quali sorge spontaneo il dubbio che il diritto naturale sia in stretta connessione con i ricorrenti problemi della storia

giuridica umana e che in essa trovi la sua vitalità.

Limitandoci al secolo appena trascorso, abbiamo vari riferimenti al diritto naturale con svariate opere:

es. “l’eterno ritorno del diritto naturale”, opera di una schiera di giuristi cattolici italiani negli anni Sessanta;

es. “la restaurazione del diritto di natura”, opera di Carlo Antoni che interpreta il diritto naturale come il segno del

primato dell’etica della coscienza individuale contro l’etica della legge.

Tornando al discorso generale, possiamo dire che il ricorso al diritto naturale va strettamente correlato al modo

vincolante con cui il mondo moderno ha inteso e realizzato il diritto positivo: la fiducia nel diritto naturale va di pari

passo con la sfiducia nel diritto positivo.

Per meglio intendere quest’ultimo passaggio, possiamo dire che si è parlato di diritto posto e imposto da una autorità

legittimata a esercitare su un certo territorio poteri sovrani; un diritto positivo, inteso come l’unico possibile, esaurisce

ogni forma di giuridicità e si viene ad identificare con quello statuale. Questo diritto veniva preso per buono purché

derivante dall’autorità sovrana (soggetto di provenienza), senza controllo sui suoi contenuti: è questo il monismo


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Sara F

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Appunti sulla prima lezione di Storia del diritto Medievale e moderno. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Il diritto tra ignoranza, fraintendimenti, incomprensioni, Le ragioni storiche di fraintendimenti e incomprensioni, L’avvio di un recupero: umanità e socialità del diritto, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (CATANIA e RAGUSA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Miglierino Francesco.

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