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DIRITTI TERRITORIALI E DI CATEGORIA

A tal proposito, cominciamo col dire che i diritti insegnati all’università furono solo

una minima parte della produzione che era in circolazione; il mondo rurale e urbano

richiedeva normative plurime e la mancanza di uno stato accentrato, favoriva il

consolidarsi di comportamenti entro aree determinate o categorie sociali. La tipologia

di questo universo normativo, fu molto variegata, e una delle distinzioni principali da

fare da fare è tra:

 NORME A SVILUPPO TERRITORIALE, che disciplinano tutti gli abitanti

di determinati territoriali;

 NORME SETTORIALI PER CATEGORIE,mercanti e studenti, feudatari,

nobili, artigiani.

È importante comunque non trascurare quella normativa che noi oggi definiamo

internazionale a cui consegue una ulteriore distinzione:

1. NORME PATTIZIE, sono accordo tra le parti,

2. NORME UNILATERALI, che invece sono quelle norme imposte da una

parte all’altra.

Patti internazionali tipici, sono quelli tra soggetti sovrani ma anche i trattati e

ancora anche gli accordi commerciali tra un re e un comune italiano, circa la

disciplina fiscale e giudiziaria dell’import – export; in questo caso erano soggetti

che stipulavano senza che vi fosse nessuno che condizionasse, ne obbligasse un

accordo, quindi erano soggetti formalmente alla pari. Queste norme patrizie più

tardi presero il nome di Foedera. Altro esempio ci è dato dalla Magna Carta del

1215, essa formalmente non fu un accordo in quanto concessione unilaterale del

sovrano ai ceti del suo regno, ma in concreto si trattava di un compromesso fra le

parti. Come possiamo vedere trattasi di un comparto molto variegato, e lo diviene

molto di più se teniamo conto degli accordi tra i sovrani e i soggetti all’interno

del proprio dominio; ex di ciò sono le carte di libertà e di privilegio nate in ogni

fondazione di castello per disciplinare il rapporto tra sovrano e città emergenti.

Ancora pensiamo ai privilegi, con cui ricchi signori, di terre delineavano i rapporti

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con litigiosi coltivatori, che chiedevano di farsi riconoscere obblighi ben descritti;

e ancora quelli che i nostri comuni “padroni” del contado storico, stringevano con

latri centri del territorio.

Verso la fine del 1100, questi accordi detti Capitula, erano ritenuti preziosi a tal

punto da arricchire i registri tenuti dai comuni dominanti, trattasi dei Libri Iurium,

in cui appunto sono stilati tutti i diritti acquisiti. Quanto detto fino ad adesso

costituiscono fonti pattizie, che ebbero un significato costituzionale, in quanto

mettevano fine a discordie tra le parti, avviando una collaborazione.

NORMATIVE LOCALI URBANE E RURALI: IL PARTICOLARISMO

TERRITORIALE.

Una vera novità del 1100, è data dalla crescita delle normative cittadine scritte:

cioè in questo periodo la città in crescita operano su 3 fronti:

Provvedono a mettere per iscritto le norme consetuedinarie del territorio;

la motivazione che portò a questo, fu quella di difendere un patrimonio

che si sentiva minacciato, dalle novità sopravvenute;

La scritturazione riguardò gli impegni assunti dai titolari delle massime

cariche cittadine, impegni questi abbastanza complessi, in quanto

presentavano il programma delle attività di ufficio, nonché gli obblighi

assunti nei confronti dei consociati;

La scritturazione riguardò la legge in senso stretto, vale a dire la

normativa emanata per coprire nuovi bisogni o per annullare

consuetudini ormai in disuso.

Diciamo che per quanto riguarda le raccolte delle norme consuetudinarie del loro

territorio,è problematico, mettere nel tempo le più antiche in quanto sono state

riprodotte molte volte e quando a noi sono giunte, sono arrivate per mezzo di

manoscritti, meno antichi rispetto alla loro prima redazione.

Un esempio classico, è dato dalle consuetudini di Amalfi dette Tavole di amalfi,

che sono un testo di norme di diritto marittimo, le quali sono state imitate da altre

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città portuali, e la cui antichità è molto discussa. Si crede comunque che la loro

redazione per iscritto sia avvenuta intorno alla fine del 1200. inizialmente erano

formate da 21 capitoli, in latino a cui col passare del tempo se ne aggiunsero 45 in

volgare. Tra i più diffusi istituti previsti dalla tavola è da menzionare il “contratto

di colonna”con cui per dividere i proventi dell’impresa marittima, si stipulavano

accordi tra 3 parti:

1. il proprietario delle merci trasportate

2. il proprietario della nave

3. i marinai.

In un contesto come questo, ruolo importante, ha rivestito, al città di Trani e anche

quella di Bari, in cui Ruggero II aveva promesso il rispetto delle sue consuetudini,

la cui redazione risale al 1180- 1200. il primo compilatore, il giudice Andrea, le

descrisse sottolineando i punti in cui si distaccavano dal diritto romano; il secondo

giudice Sparano, fece lo stesso con riferimento al diritto longobardo. Trattasi di

norme essenzialmente private, riguardanti i rapporti patrimoniali, all’interno della

famiglia, insomma le norme applicate quotidianamente(mentre il diritto pubblico

fu trattato dalla legislazione regia). Stessa situazione si vide a Venezia, in cui una

raccolta del 1148/1156, sono menzionati i rapporti patrimoniali tra i coniugi e

quelli inerenti il commercio. Questa raccolta fu nel 1195 riconosciuta

ufficialmente e denominata “Usus Venetorum”. Agli stessi anni risale, il più

antico breve ducale, in cui erano evidenziati gli impegni assunti dal doge nell’atto

di prendere possesso della carica; questo è detto Promissivo ducis(1192). Il primo

testo pervenuto, è lo statutum parvum del 1195 contenente norme su procedura,

doti, successioni, contratti di commercio; ad esso fece seguito un testo di “novae

constitutiones seu leges” attribuite al 1024; nel 1242 troviamo lo statutum novum,

formato da 5 libri, in cui erano racchiuse norme per tutti i sudditi.

Stesso percorso ebbero le città di Genova e Pisa:

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GENOVA:

ricordiamo, il Breve della Campagna che è il testo di un contratto sociale in cui si

evidenzia la consapevolezza che le necessità politiche cambiano, e di conseguenza

le regole istituzionali, non possono essere eterne; la sua redazione risale al 1157

ed è molto complessa. Essa comprende norme sia di carattere pubblico(esempio

obbligo di seguire i consoli in guerra), sia di norme di diritto privato, riguardanti

le attività mercantili.

PISA:

abbiamo 3 tipi di normazione comunale:

la redazione più antica di leggi e consuetudini, separata in

1. constitutum legis

2. constitutum usus

datata 1160; breve dei consoli, di cui sono conservate le redazioni del 1162, e del

1164.

I costituti, sono il risultato di molti anni di lavoro, intorno al corpo giuridico della

città; questo perché alla redazione originaria, lavorò una commissione apposita di

sapientes, e poi perché abbiamo prove che dimostrano, sia la mancanza di

ufficializzazione dei processi legislativi, sia dell’incrocio tra potere temporale e

spirituale che caratterizza quegli anni.

Agli anni 1091-1092, risale la cosiddetta Securitas de valle de serclo, in cui

compaiono 7 consoli eletti dai pisani, i quali stabilirono diritti e obblighi degli

abitanti della valle, sui pascoli, sui boschi, imponendo norme ai longobardi che

risiedevano nelle terre circostanti. Accordo questo accettato dai longobardi

promettendo il pagamento di una pena in caso di violazione; si trattava di una

sanzione di tipo spirituale(scomunica), che avveniva ad opera del vescovo Daiberto.

Il testo si conclude con una disposizione che così enuncia: “ lodata e confermata in

perpetuo, è costituzione stabilita da un consenso comune”. Ora questa pace appare

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molto significativa, perché in primo luogo fa vedere come le normative potevano

avere origine segreta, ma ci evidenzia anche la difficoltà a qualificarle. Se infatti

l’accordo sarebbe stato applicato, avrebbe originato dei comportamenti ripetuti che a

lungo andare potevano apparire consuetudini; se invece guardiamo il testo, poiché

voluto tra le parti, appare come un contratto, anche se in sostanza essendo stato

imposto dai pisani, risulta essere un arbitrio irritale, in quanto non basato su richiesta

formale delle parti contraenti. Infine può anche essere considerato uno statuto,

poiché trattasi di una normativa generale che riguarda il futuro di una collettività. Ma

ciò non è tutto, il vescovo nello stesso periodo, dettò norme importanti, sull’altezza

delle torri, e più in generale sulle costruzioni delle città, prevedendo in tal caso sia

come sarebbe avvenuto il contenzioso in caso di conflitto tra i privati, e prevedendo

anche che nessuno potesse imporre un censo sulla vendita di qualsiasi prodotto.

Un atto del 1153, il quale sancisce: “che i consoli avendo ricevuto l’ufficio di Dio e

in base all’autorità conferitagli dal popolo pisano, decretarono una serie di norme di

diritto penale, contro coloro che operavano a favore dei visconti di Pisa che non si

erano associati al comune, e dopo aver confiscato a questi i diritti di approdo sui pesi,

sulle vendite del vino e dell’olio, assegnarono a tutti i cittadini il pubblico diritto”.

ATTO: PISA 1153

Sempre a Pisa, già a metà del 1100, si costituì un vero e proprio inventario, vale a

dire si fece un elenco, sui residenti, in modo da definire la capacità contributiva ai fini

fiscali; infine nel 1162, si dispose, l’identificazione delle terre pubbliche lasciate al

pascolo o date in concessione. Il comune introdusse, una differenza fondamentale che

superava quella antica tra liberi e servi. Il comune espose una differenza stabilendo

che una cosa erano i

cives, i cui beni il comune si impegnava a proteggere

villani, i quali erano gli abitanti, delle ville circostanti la città, i quali

entrarono subito in conflitto con i cives, che volevano acquistare delle

terre. Il testo pisano, statuisce poi, che se i cives, fossero stati disturbati

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dai villani, avrebbero ricevuto giustizia, dal console che aveva il potere

di confiscare terre dei villani a favore del cittadino reclamante.

Alla stregua di quanto detto, pertanto diremo che i costituti, sono

Uno TESTO LEGISLATIVO, in cui sono contenuti materiale del regno di Italia ,

ma anche diritto romano, e ancora delibere di cittadini delegati dai pisani per

andare a modificare diritti generali(ex abolire la quarta uxoria vale a dire il quarto

dei beni dello sposo, che veniva conferito alla moglie in occasione del

matrimonio;

L’altro TESTO CONSUETUDINARIO, in cui sono presenti consuetudini anche

internazionali, approvate dai cittadini, ma espressamente modificate o integrate

dai constitutores comunali. A ciascuna di queste fonti, corrispose un particolare

tribunale: curia legis e curia usus .

Pisa comunque non fu l’unica nel senso che anche altrove si lavorò molto:

vediamo ad ex Piacenza, con il “Piacentino”, e ancora importante è lo statuto dei

consoli di Pistoia, pervenuto nel manoscritto del 1100. questo conserva un

tariffario per varie prestazioni lavorative, tra cui quelle del Laborator terrarum.

Qui il testo stabilisce che i consoli, dovranno fare un bando per rendere pubblico

ai cittadini, l’obbligo di non pagare più di 2 denari al giorno oltre al vitto dal 1

novembre al 1 aprile, elevati a 3 se si lavorava con la vanga, e 4 per il resto

dell’anno. Così facendo, veniva disciplinata la concorrenza ad assicurarsi i

braccianti, e nello stesso tempo agli stessi braccianti, veniva riconosciuto il diritto

di essere pagati entro 8 giorni. Man mano che si arriva alla metà del secolo, la

redazione per iscritto delle consuetudini diviene sempre più frequente, e ciò

divenne un cavillo per inserire norme nuove necessarie per gli sviluppi socio-

economici, ma soprattutto per unificare la disciplina giuridica a livello cittadino.

La redazione scritta divenne un fatto normale soprattutto con la “Pace di Costanza

del 1183, la quale riconosceva le consuetudini cittadine, ma non solo, infatti

ammetteva che gli appelli più importanti, nonostante assegnati al missus imperiale

in città, si dovevano decidere secondo leggi e usi. C’è da dire comunque che la

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redazione per iscritto, non è cosa che appartiene al periodo della pace della

costanza, vediamo infatti che già nel 1180, vi fu la scritturazione della raccolta

attestata da un antico codice pistoiese; da allora fu sempre un continuo crescendo,

tanto che cominciò a perdersi anche la denominazione di consuetudini, e per le

raccolte si parlò sempre più spesso di statuti; con ciò, è come se la città avesse

acquisito la consapevolezza del proprio ruolo legislativo, la normativa locale,

poteva essere finalmente dichiarata; statutum, indicò esplicitamente l’atto diretto a

statuire a regolamentare. È importante dire che la vastità ebbe luogo grazie al

REGIME PODESTARILE, un tipo di magistratura divenuta usale proprio in

questo periodo. Divenendo il podestà un ufficiale venuto fuori per rafforzare,

l’imparzialità, il ceto dirigente comunale volle garantirsi, la sua fedeltà ad un certo

programma di interventi, e all’applicazione di un certo diritto, nella curia

comunale, dove il tribunale era da lui presieduto o da un giudice suo assessore,

membro della sua famiglia. Tutto questo poteva avvenire con la scritturazione, la

quale comunque non solo era utile se così possiamo dire, a vincolare gli ufficiali,

ma anche perchè lo statuto doveva, essere letto periodicamente, in assemblea ai

consiglieri del comune, in modo che non si potesse appellare l’ignoranza. Così

facendo in pochi anni le redazioni, aumentavano, perché si moltiplicarono le

norme, e fu necessario a tal punto dividerle per materia andando così a formare

libri; divenne usuale ad esempio raccogliere al:

1 Libro, norme di diritto costituzionale;

2 Libro, norme relative al processo e diritto civile;

3 Libro, norme penalistiche;

4 Libro, norme amministrative relative a i lavori in città e nel contado.

Fu così che lo statuto, diventò simbolo del comune, proprio come lo era lo

stemma, e non a caso era raccolto in volumi di pergamena dotati di scrittura molto

ricercata, e di preziose miniature.

La scritturazione, fu generale, nel senso che non investì solo i centri urbani, anche

se comunque, se si osserva la realtà del tempo, quasi esclusivamente agraria, e

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quindi lontana dagli sviluppi che avevano investito i centri urbani, non ci

troveremo di fronte a redazioni statuarie,ma bensì a rudimentali Charte, in cui si

precisano diritti e doveri degli abitanti del centro, mediante accordo col signore

laico o ecclesiastico, titolare dei diritti feudali. I centri, rurali sa ben chiaro, si

svilupparono anche si, ma non avranno mai rilievo politico; ogni centro rurale

rimane organizzazione autonoma in cui un signore responsabilizza dei soggetti

anche nel proprio interesse, per il mantenimento dell’ordine pubblico, la leva

militare, e riscossione fiscale.

NORMATIVE MONARCHICHE

Le poche leggi imperiali, venivano divulgate per mezzo delle Diete:

si trattava di grandi assemblee, di tipo parlamentare, con rappresentanza dei

ceti(nobili ecclesiastici città), che ricevevano la normativa dettata dal sovrano.

Abbiamo precedentemente detto, che le leggi imperiali furono poche, ma comunque

molto importanti; Ex Costituzione Habita, e Costituzione Ad Decus, di Federico II;

questa prevedeva la lotta contro gli eretici, i quali cadevano in infamia e confisca dei

beni; poi ancora prevedeva la tutela dei privilegi fiscali e della giurisdizione

ecclesiastica, attraverso l’annullamento degli statuti contrari alla libertà della Chiesa;

e ancora la protezione dei viaggiatori, per mare attraverso l’eliminazione del diritto

dell’ “albinaggio”, ossia diritto dei comuni sui beni dei forestieri che morivano senza

discendenti, dei viaggiatori per terra e dei contadini. Questa costituzione, fu concessa

nel 1220 e fu accolta dalle università nel codice giustinianeo. In confronto comunque

c’è da dire che generò molto di più la Chiesa, ricordiamo il capolavoro costituito

dalle decretali di Gregorio IX. In realtà, nel 1250 vigevano condizioni poco

favorevoli per legiferare e ciò valeva sia per l’impero sia per lo stato pontificio;

diversamente invece avvenne per il regno di Sicilia, dove il papato, nonostante il

momento di debolezza riuscì a legare a se i Normanni.

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LE ASSISE NORMANNE

Ruggero, aveva costruito, un ordinamento unitario, in gran parte dell’Italia centro

meridionale, raccogliendo in esso, diverse unità politiche, e genti con diverse

tradizioni giuridiche: greci longobardi, ebrei saraceni e ovviamente normanni, che

avevano importato il loro diritto feudale. Il re non cancellò quelle tradizioni, ma anzi

si prestò come tutore delle stesse; egli diede vita ad un’amministrazione centrale con

sede a Palermo, e periferica, in grado di controllare i signori feudali sparsi ovunque,

nel territorio dello Stato. Ma oltre all’amministrazione la nuova realtà, monarchica,

doveva emergere anche con la legislazione: questo avvenne con le Assise di Ariano

una serie di capitoli che recano il testo della Lombarda, e che vennero emanate nel

1140 durante un’assemblea feudale. Allo stesso modo, fu emanata da Ruggero nel

1150, una legge sulle successioni ereditarie valida solo per la Calabria e pertanto

scritta in greco. Per quanto riguarda le Assise, comunque si è molto dubitato, nel

senso che l’opinione prevalente, le attribuisce a Ruggero, ma non si esclude che il

testo originale, abbia subito delle manipolazioni.

La prima Assisa, è intitolata De Legum interpretatione, e prevede la conservazione di

ogni disposizione esistente che però non doveva essere contraria alla santità. Il

legislatore ha comunque il dovere di vigilare e qualora sia necessario, intervenire

contro le “malvagie consuetudini”, richiamate all’assisa 26; qui, il re verifica che è

prassi normale sposarsi senza l’intervento del sacerdote, cosa questa orribile per la

Chiesa, pertanto dispone, l’obbligo della benedizione in chiesa degli sposi, secondo il

diritto bizantino, la pena connessa era, la punizione da parte del diritto laico, la

perdita della dote, e la discendenza illegittima, vale a dire priva di diritti di

successione. Questa legge non aveva effetto retroattivo, quindi erano salve le nozze

quindi erano salve le nozze già contratte. C’è da dire inoltre che questa legge,

interveniva eccezionalmente, nel diritto dei privati, nel senso che il diritto pubblico,

era a rea riservata all’intervento del sovrano; le assise, infatti sono quasi

esclusivamente dedicate a norme penali dirette a reprimere ogni disubbidienza che si

concretizzava in atti scandalosi come l’adulterio, o la somministrazione di filtri

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d’amore o magici; trattasi di erati che in ogni modo, erano già previsti nelle leggi

locali, ma così facendo divenivano statali, quindi generali, con pene uguali per tutti.

Le assise, non sono molte, quindi non costituiscono un grande corpus normativo, ma

sono senza dubbio state capaci, di assicurare la persistenza dell’apparato pubblico,

nonostante la presenza dei feudi. Una delle prime assise(la 4), ordinava ad ex, che

non si potevano alienare donare, danneggiare le regalie, esercitate dai principi, conti

baroni, vescovi e abati. Nelle assise, si ritengono inclusi, anche i vassi del re in

quanto nella nozione di regalia, venivano compresi anche i diritti feudali. Poco dopo

nel 1150, vi fu una prima redazione in cui erano elencati i feudi più importanti, tale

redazione è il “Catalogus Baronum”. A questi interventi se ne accompagnarono altri

come la necessità di assenso al matrimonio delle figlie dei feudatari, e ciò veniva

fatto per tenere sotto controllo, il mondo feudale, obbiettivo questo raggiunto oltre

che da Ruggero, soprattutto da Federico II.

LIBER AUGUSTALIS O COSTITUZIONI DI MELFI

La fondazione dell’università di Napoli,nel 1224 ad opera di Federico II, non solo

orientò gli studenti verso Napoli piuttosto che a Bologna, ma incrementò anche la

conoscenza del diritto giustinianeo e dell’insegnamento bolognese.. in questo modo

aveva già operato, un giurista molto famoso: si tratta di un Carlo originario di un

paese vicino a Benevento, il quale aveva prima studiato, e poi insegnato a Piacenza,

poi tornato al sud, aveva esercitato come giudice prima di insegnare. Le sue glosse

vennero scritte con metodo bolognese, cioè nell’ottica del diritto giustinianeo. Il

codice federiciano, si divide in 3 libri suddivisi in titoli rubriche proprio come il

codice giustinianeo e tratta:

1 Libro, ordinamento del regno

2 Libro è dedicato prevalentemente al processo

3 Libro varie materie che vanno dal diritto penale al privato al feudale.

Inizialmente, le costituzioni originarie, furono 74, 49, 81, ma Federico proprio come

Giustiniano, emanò delle novelle per cui anche i libri si ampliarono. Il re possiede un

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senso altissimo della giustizia, che da una parte evidenzia l’uguaglianza dei cittadini

di fronte alla legge, e dall’altro fa prevalere le proprie leggi su tutti gli usi contrari ad

esse e che pertanto erano annullate. Per qunto riguarda invece le leggi nazionali,

diffuse nel suo regno, erano fatte salve, ma venivano applicate con precedenza le

costituzioni regie e poi le consuetudini approvate, ossia riconosciute dagli ufficiali

regi. È importante notare, che vennero riconosciuti come diritti comuni del regno, sia

il diritto romano, che il diritto longobardo; il re infatti prendeva atto che c’erano zone

del suo territorio, in cui i due diritti si erano radicati, di conseguenza in assenza di

norme reali o locali, ci si sarebbe dovuti riferire o al diritto romano o al diritto

longobardo. Trattasi comunque di una situazione abbastanza ingarbugliata perché ad

esempio prendiamo il caso della

Donna barese, sottoposta al mundio(tutela longobarda) del maschio;

in un caso come questo la donna

Per questioni importanti per le costituzioni regie, avrebbe fatto ricorso a

queste;

Mentre per le questioni con il marito avrebbe fatto ricorso al diritto

longobardo

Se invece si sarebbe dovuto discutere circa la validità di un testamento, si

sarebbe fatto ricorso al diritto romano, unico diritto sviluppato in materia.

Ma questo non è tutto, infatti nel primo 300, vivevano nello stesso luogo, contigui

gruppi familiari con tradizioni diverse, di conseguenza per certe materie, si doveva

ricorrere a un apposito tribunale, e per certi rapporti giuridici, anche all’interno dello

stesso tribunale, si doveva scegliere il diritto da applicare.

Pensiamo ad ex al diritto feudale:

i normanni, portarono al sud, il diritto feudale franco, i primi feudi pertanto, erano

regolati da questo diritto; quelli successivi invece furono sottoposti al diritto feudale

longobardo; questo portò alla conclusione che le norme di diritto comune furono

quelle longobarde, mentre il diritto franco fu ritenuto un diritto speciale, di limitata

applicazione ,ma comunque essenziale. 21

Federico, si ritiene, sovrano per volontà di Dio, egli è legislatore sulla base della lex

Regia, attraverso cui realizzale riforme amministrative dello stato, riforme che lo

portarono a istituire i maestri per il controllo dei conti un giustiziere per la giustizia

nelle terre demaniali e feudali, unitamente ai giudici locali, i quali operavano sotto la

supervisione del capitano e integrati da camerari per le entrate fiscali.

Gli ufficiali della città sarebbero stati nominati da re, ma potevano essere scelti,

anche dalla città stessa; cosa questa che avveniva per il Baiulo, il quale con i giudici,

giudicava in penale, controllava le attività artigiane e commerciali, ed eseguiva le

espropriazioni, decise dai giustizieri,. Le università, non avrebbero potuto scegliersi

autonomamente gli ufficiali, e se ciò fosse avvenuto la città che gli avrebbe eletti,

avrebbe patito la desolazione perpetua, e i suoi abitanti sarebbero stati ritenuti

angarii, mentre gli ufficiali che avrebbero accettato, sarebbero stati condannati alla

pena capitale. Questa volontà di costruzione unitaria dello stato, si spinse fino al

controllo di ogni edificio di importanza militare e a intervenire con molte norme,

sulle questioni feudali; perciò nelle costituzioni molte norme sono dirette a

controllare successione e vendita del feudo. Il grande testo di Federico ebbe larga

circolazione, tanto da rendere necessaria anche una traduzione in greco, in modo da

favorirne la diffusione nelle aree di tradizione bizantina. Essendo fondamento della

normativa generale, per il regno, godette di molteplici edizioni; attraverso il Liber, si

assisteva alla creazione di una normativa caratterizzata dalla volontà del principe,che

è intervenuto anche personalmente nella redazione. Poco dopo si assiste alla

redazione di testi di leggi e consuetudini e nel 1230, iniziarono i lavori, della

creazione di GregorioIX.

IL PARTICOLARISMO SOGGETTIVO: LE NORMATIVE DI CATEGORIA E DI

CETO

Tutte le normative appena enunciate, non esauriscono, l’esplosione delle regole che

caratterizzò il XII secolo; molti furono i soggetti che provocarono un bisogno di

norme, idonee a definire i rapporti tra i soggetti nuovi, a creare nuovi equilibri,

nonché individuare le procedure per risolvere i conflitti e per attribuire , le posizioni

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di potere. Sono arrivate a noi, le regole degli ordini cavallereschi, degli ordini dei

mendicanti, ancora le norme che si davano le nobiltà locali ad esempio: norme con

cui si costituivano consorterie(coalizioni di famiglie solidali al loro interno, e litigiosi

all’esterno); a questi si contrapposero nel 1200, le società di popolo dette Pedites,

aventi anch’esse proprie regole. A tutte queste bisogna aggiungere le norme di

categorie professionali, come i collegi di notai e dai dottori, oppure delle categorie

degli artigiani locali, o dei mercatores, unificate nella categoria delle corporazioni.

Ma queste normative, come sono nate ed evolute?

Trattasi, appunto di normative, inizialmente cresciute in modo autonomo, autonomia

questa che pian piano andò a restringersi man mano che si organizzavano i poteri

superiori, quindi regni e Papato, che appunto controllavano queste regolamentazioni.

Perciò le normative dovevano essere sottoposte al controllo del potere superiore della

categoria cui apparteneva; ad ex per gli ecclesiastici, era il vescovo il referente per le

fondazioni(cappelle monasteri), o per le nuove associazioni(confraternite ospedali),

di ambito locale; ma se il fenomeno andava al di là delle diocesi era necessario che

l’interessato supplicasse il papato ad ottenere l’approvazione,per avere un

riconoscimento, entro l’organizzazione ecclesiastica ed evitare interventi disciplinari.

Stessa cosa dicasi, per i comuni, i quali intorno al 1200, cominciarono a pretendere di

visionare gli statuti delle corporazioni locali, in modo da concederne oppure no,

l’approvazione decretando la nullità dei patti che avevano ad oggetto coniurationes,

contrarie all’ordine pubblico della città. Rilievo in questo ambito hanno assunto due

diritti di categoria:

Diritto Feudale, e Diritto Commerciale, trattasi entrambi di 2 diritti non propriamente

personali o di ceto, visto che dettano regole, che potevano essere usate da chiunque,

oppure che influivano sul regime dei beni, al di là delle vicissitudini personali.

ALLE ORIGINI DEL DIRITTO COMMERCIALE E MARITTIMO

Diritto commerciale, è il diritto dei mercanti; trattasi di un diritto di origine

consuetudinaria, in quanto prodotto dal concreto e giornaliero, operare dei mercanti,

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detti tali gli imprenditori di terra e di mare di un tempo, ossia gli armatori marittimi,

artigiani e commercianti internazionali, fino ai semplici bottegai. Attenzione però nel

senso che parlare di diritto commerciale in questo senso, è giusto fino ad un certo

punto: ciò vuol dire che siffatta idea(diritto commerciale = diritto di origine

consuetudinaria), vale in realtà per i contratti commerciali; mentre invece per quanto

riguarda gli affari piccoli e grandi di società, di prestito e di compravendita, c’è da

dire che lo stato molto si interessò a questi accordi commerciali, visti non solo come

fonte di benessere collettivo, ma anche come strumento per espandere la propria

influenza politica.

Tutto ciò fece scaturire da una parte:

Sul piano normativo, trattati internazionali, leggi e regolamenti interni;

Dall’altra, interventi concreti, sui pesi sulle misure che portarono a conflitti

politici, e che incisero anche sulla struttura, del mondo corporativo ad ex

riunendo forzosamente delle arti, oppure sottoponendone alcune a un’altra

ritenuta maggiore o addirittura sciogliendole;

il periodo di sviluppo maggiore, si ebbe quando i lacci corporativi, furono meno, di

conseguenza la concorrenza tra gli operatori, si sviluppò in maniera più efficace e

dura, soprattutto per le condizioni di lavoro dei dipendenti, privi di ogni tipi di tutela.

Tutto ciò, avveniva in un contesto, in cui vi era maggiore offerta di lavoro,

proporzionata a un’intensa immigrazione dalle campagne , non solo di piccoli

proprietari, ma soprattutto di servi, in cerca di libertà personale. Anche se sembra

paradossale, un limite allo sfruttamento, fu imposto dallo stesso mercato: cioè poiché

la richiesta di forza- lavoro, era fortissima, furono le stesse città concorrenti, vogliose

di assicurarsi i lavoratori necessari, ad originare una gara, per offrire migliori

condizioni contrattuali e favorire l’inurbamento delle città. Man mano che si

svilupparono e acquisirono una loro identificazione locale, le corporazioni, si

mossero a tutela dei propri membri, non solo sul piano politico, ma avvolte anche

mediante organizzazioni apposite, con interventi giuridici per mezzo di statuti i quali

venivano aggiornati e interpretati rispetto alle necessità intervenute. Siamo pertanto

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di fronte ad una vera e propria normazione di categoria, tesa ad assicurare il controllo

dei maestri sugli apprendisti , e i lavoratori del settore, e nello stesso tempo tesa

anche a garantire, la qualità dei prodotti di ogni singola arte; era proprio in questa

direzione che ci si muoveva per mezzo di minuziosi regolamenti in modo che venisse

tutelata l’immagine di categoria e che inevitabilmente portò alla produzione di

specifiche norme di controllo della produzione e del lavoro.

Alla stregua di quanto detto, pertanto sono componenti importanti del diritto

commerciale:

1. trattati internazionali con norme relative al trattamento dei forestieri, o circa le

dogane;

2. regole interne comunali o corporative, circa ad ex le tariffe di importazione

delle merci.

Vediamo come importanti statuti comunali, come quelli di Venezia Pisa e Genova, o

redazioni di consuetudini come Amalfi, raccoglievano norme su questa materia. Ciò

vuol dire che il diritto commerciale, non fu solo un diritto prodotto nell’esclusivo

interesse dei mercanti( anche se così sembra quando viene attribuita efficacia

probatoria a favore del mercante e ai suoi libri commerciali). Vediamo infatti che gli

stati, anche quelli che palesemente rappresentano gli interessi, mercantili come

Venezia e Genova, intervenivano con la propria mediazione, in modo da assicurare

con la propria legislazione, oltre all’interesse del ceto mercantile, anche quello della

cittadinanza che talvolta poteva essere contrastante con quello dei mercanti. Si

trattava di una mediazione, che abbisognava di saggezza e accortezza da parte di

governi, nel senso che ad ex bastava alzare l’imposta su un determinato prodotto per

modificare anche gli stessi consumi cittadini, oppure lasciare troppo spazio ad una

corporazione con una guida poco esperta, e che quindi non dava molto peso alla

qualità, per vedersi crollare il credito acquisito su determinati mercati internazionali,

grazie al buon nome della città.

Quanto detto finora, evidenzia che il diritto commerciale, è diritto molto importante,

in quanto elemento idoneo ad assicurare la prosperità di questi secoli, e che ha

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lasciato un atraccia notevole nel diritto moderno , così come l’ha lasciata il

commercio insieme alle sue innovazioni: ex l’introduzione dei numeri arabi, la tenuta

dei conti su 2 pagine (alla veneziana), insomma tutte quelle tecniche mercantili,

racchiuse in primo capolavoro scritto da un pisano Leonardo Fibonacci. Stiamo

parlando del Liber Ahaci.

Il diritto romano, non aveva sviluppato questo diritto come un diritto a se, come un

diritto di categoria, nel senso che non valeva solo per i mercanti operanti in patria e

nel mediterraneo, in quest’area, già nell’antichità, si costituirono delle regole che

trovarono applicazione tra operatori economici dei vari paesi, alcune delle quali

lasciarono traccia nel diritto romano;

ESEMPIO : LEX RHODIA DE IACTU

Ossia un complesso di regole disciplinanti il caso dell’avaria che costringesse a

disfarsi delle merci, riportate all’isola di Rodi;

ESEMPIO: FOENUS NAUTICUM

Vale a dire un particolare prestito effettuato, specificatamente per un’impresa

commerciale marittima.

Altro problema circolante negli ambienti mercantili, già nell’antichità, fu quello

dell’acquisto a non dominio, ossia l’acquisto di un bene che era stato rubato al suo

legittimo proprietario; in una situazione come questa, era pacifico in diritto romano e

germanico, che l’originario proprietario, potesse rivendicarlo. Per i beni mobili,

acquistati in buona fede ad un mercato, si formò la consuetudine, secondo cui

l’acquirente doveva restituirlo, se il proprietario originario, gli restituiva il prezzo

pagato. La ripresa economica, avutasi, con l’attività delle città marinare, e le crociate

ebbe grande importanza e coinvolse in occidente la Provenza e la penisola Iberica, e

in oriente i porti crociati, dove nel 1100, le città italiane si assicurarono, zone

extraterritoriali, in cui i loro consoli, esercitarono la giustizia mercantile e quella per i

propri concittadini. Pisa nel 1081, ebbe il riconoscimento imperiale delle

“consuetudini che hanno per i mari”, riconoscimento che gli avrebbe garantito,che

mai nessuno, gli avrebbe negato la navigazione. Anche Genova non fu da meno,

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ricordiamo che già nel 1127, un console genovese, Caffaro, era a Barcellona per fare

un trattato con il conte Berenguer III, in modo che le parti, potessero frequentare i

porti liberamente. Ma non solo sappiamo infatti anche che il comune, si diede un

Liber Gazarie, con norme apposite per disciplinare l’attività mercantile dei propri

sudditi in oriente. Il successore di Berenguer, riprese un testo del suo predecessore e

regolamentò la “corsa”, ossia l’attività dei corsari , i quali a differenza dei pirati, non

erano considerati fuori legge, in quanto operavano nell’interesse dle loro stato di

appartenenza, danneggiando quello nemico; inoltre il riparto dei profitti, era fatto tra i

membri dell’equipaggio.

Siamo alle origini di un testo divenuto diffusissimo, il cd. Libre de consolat de mar

in cui, era presente il diritto marittimo e a cui hanno senza dubbio contribuito molto

anche le nostre città portuali, che in materia. Ebbero una legislazione precoce.

Vediamo ad ex Venezia che aveva una zona libera, dove sviluppare i propri

commerci a Bisanzio, grazie ad un Crisobullo del 1082; anche Genova controllò

molto presto, l’armamento delle navi e la Paccottiglia, ossia le merci di cui i marinai,

potevano fare libero commercio nei porti dove la nave attraccava. Ancora ricordiamo

Savona, per quanto riguarda l’attività dello scrivano, il quale fungeva da notaio a

bordo e i cui atti, erano riconosciuti affidabili ovunque proprio come lo erano gli atti

notarili veri e propri.

Quanto detto fino ad ora, rappresenta solo una parte della complessità delle normative

che l’attività mercantile stimolò.

È, importante sottolineare, che i mercanti oltre a creare un nuovo diritto, crearono una

nuova razionalità, nel senso che originarono un modo di fare più efficiente, che

insieme a quella sviluppatasi nelle università, rappresentò elemento fondamentale nel

tardo medioevo; ex lo spostamento di ingenti somme di capitali, da un mercato

all’altro in cui avesse corso legale una moneta diversa, grazie soprattutto alle lettere

di scambio, attraverso cui, era possibile, trasferire denaro virtuale senza il trasporto

materiale di monete;ancora con riferimento alle società a dimensioni internazionali,

venivano fatte, valutazioni anche molto complesse, circa i rischi connessi alle singole

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operazioni economiche, facendo risaltare stime realistiche, degli eventi e il rilievo

dell’individuo, quindi il merito, nei loro sviluppi.

Fu proprio questa razionalità (divenuti più pratici), nonché la loro laicità, unite

all’esperienza che contribuirono a far dubitare dei saperi tradizionali.

Siamo di fronte ad una società mercantile, concorrenziale che eseguiva le operazioni,

in maniera diversa soprattutto, in termini di spazio e tempo, ma anche di previsione

degli eventi, assolutamente nuovi per la società agricola tradizionale. Il mercante

operante nei grandi spazi economici, si confrontava con la realtà per cambiarla,

conquistarla; perciò dava vita anche a nuovi schemi contrattuali, sempre modificati e

aggiornati e addirittura, avvolte privi di forma e fondati semplicemente sulla buona

fede delle parti, con atipici di somme di denaro anche ingenti, fondati, soltanto

sull’intuitis personae. Appariva perciò un mondo travolgente, di fronte alle nobiltà

tradizionali, alle gerarchie ecclesiastiche e al lento mondo agrario.

Ma chi era il mercante?

Il mercante era colui capace di guadagnare moltissimo, e in poco tempo, speculando

abilmente sui diversi corsi delle monete e delle merci in piazze diverse, insomma un

soggetto molto esperto sul piano degli affari , ma senza dubbio debole di fronte a Dio

e al confessore che gli ricordava di saldare il conto col peccato generatosi, per aver

ricevuto indebitamente. Da qui sensi di colpa, che tentavano di appianare, attraverso

una pratica testamentaria, che si concretizzava, in lasciti, attraverso i legati per opere

pie: fondazioni di ospedali, lasciti per i poveri, amministrati dal vescovo, diventarono

prassi proprio per pagare i debiti contratti con il peccato.

Quanto sconvolgente, fosse ritenuta la pratica mercantile, ne danno atto i dibattiti, che

la teologia, faceva all’epoca, circa la liceità del guadagno; dibattiti questi che

sicuramente non potevano non avere conseguenze anche sul paino giuridico, poiché

era evidente che certi guadagni, erano stati frutto della rovina di colui che era un

fratello di Cristo. Quindi finché si trattava di infedeli come i saraceni, dai quali si

compravano schiavi, per offrire la manomissione(liberazione dello schiavo), non ci si

poneva il problema del guadagno, ma se il prossimo era cristiano, questo creava dei

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problemi alla religiosità comune; basi pensare che nel vangelo si leggeva date

mutuo(inteso in senso giuridico, quindi prestito), senza speranza cioè senza cambio.

Ma a questo punto, le domande sono:

1. e per quanto riguarda la compravendita?

2. e poi fino a che punto non si poteva approfittare delle condizioni di bisogno

della controparte acquirente?

Si evidenzia, una casistica, abbondante perfezionata dai teologi che cominciarono a

redigere opere dirette ai confessori(sacerdoti), per il loro uso quotidiano. Tali opere

sono appunto dette SUMMAE CONFESSORUM.

Ma c’è da dire che il problema era anche giuridico in senso stretto; un papato, teso

alla guida del mondo, doveva dare una risposta a quella che era un’altra fonte del

diritto commerciale; a proposito furono i concili lateranense II e III a rumoreggiare

contro l’usuraio, per cui lo stesso, non poteva essere ammesso all’altare ne alla

sepoltura cristiana. Anche il decreto di Graziano, conteneva qualche traccia a

riguardo: “l’uomo mercante non può mai o avvolte piacere a dio”; in realtà si trattava

di una “Palea”, inserita in seguito alla redazione di Graziano e inoltre mancante anche

in molti manoscritti, ciò voleva solo significare che la stessa non era stata ritenuta

opportuna da tutti.

Diciamo che già la scuola teologica di Chartres, difese ed esaltò l’uomo artifex, anche

se il frutto del denaro lasciava confusi, poiché solo il lavoro era considerata fonte di

ricchezza. I canonisti(esperti di diritto canonico), in Italia, intorno al 1200,

cominciarono a distinguere casi in cui il guadagno doveva essere ritenuto lecito, per

compensare del lavoro e del rischio subito in seguito all’investimento. Restava

condannato ancora, il prestito ad interessi, opinione questa che fu ribadita nelle

decretali gregoriane, in cui un intero titolo fu proprio dedicato, alla repressione

dell’usura, e del prezzo superiore al valore della cosa venduta. Il diritto laico,

comunque volgeva per un’ altra direzione, cominciando a prevedere dei tetti

all’interessi sui mutui che delle volte potevano raggiungere anche il 33%. In questo

contesto, vediamo come la stessa Chiesa, doveva, pagare gli esattori, che in tutta

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Europa, procedevano, alla riscossione dei tributi dovuti a Roma dagli enti

ecclesiastici; aspetto questo di profonda contraddizione del mondo cristiano. Il

rischio che si trattasse di un debito riconosciuto come usuraio era sempre presente, di

conseguenza la pratica, si incaricò di mettere in atto, una serie di cautele ed evitare di

incorrere nell’usura. A proposito, ad esempio ricordiamo, il cd, Patto commissorio,

con cui si garantiva l’ammontare desiderato vendendo apparentemente un proprio

bene al creditore che pertanto in caso di insolvenza, si rifaceva appunto sul bene

ceduto.

Nonostante comunque i rifiuti, e le critiche, nei confronti delle ricchezze da esse

garantite, le attività mercantili, continuarono , così come continuarono quelle

ecclesiastiche, anche se sempre in contrapposizione tra loro. Le attività commerciali,

e il loro diritto erano di competenza di particolari ceti mercantili, in patria e

all’estero, ed era proprio in patria che dovettero concorrere sia con le corti

ecclesiastiche, le quali pretendevano giurisdizione su ogni causa, che comportasse

pericolo per l’anima, sia con le corti comunali, che riconoscevano gli statuti

mercantili, ma avevano una competenza generale e pertanto non potevano negare

giustizia ai propri cittadini. Quindi un mercante era obbligato dal giuramento, a

rivolgersi alla propria corte, mentre invece il cittadino, comune poteva preferire la

giustizia comune a tutti, quindi prima quella consolare poi quella podestarile.

LA SISTEMAZIONE DEL DIRITTO FEUDALE FINO AI LIBRI FEUDORUM

Altra categoria, molto importante in questo periodo, è quella dei signori feudali. Nel

XII secolo, si ebbero importanti interventi idonei ad evitare che il feudo sfuggisse al

controllo del signore concedente attraverso vie di vendita successive.

Già Lotario II, intervenne per vietare l’ablazione del beneficio, senza il consenso del

concedente. Altra norma importante introdotta fu quella riguardante la Divisibilità del

feudo; se esso era ereditario, doveva pervenire ai figli ed essere diviso tra loro almeno

in quote ideali, divenendo così consortes, in quanto contitolari di una sors, capitale.

Questo diceva l’imperatore, non doveva avvenire per ducati, marche e contee, che

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fino a quel momento erano stati divisi, essendo considerati beni ereditati, mentre

adesso occorreva sottolineare l’aspetto pubblico .Per ciò che riguarda la giustizia

feudale, venne stabilito che in caso di conflitto tra 2 vassi, per un feudo la questione

doveva essere risolta dal signore del bene stesso, mentre in caso di controversia tra

signore e vasso, era competente, la corte dei pari convocati dal signore stesso. I

giuramenti di fedeltà creavano una solidarietà tra le parti che lasciavano escluso

l’imperatore, fu così che egli volle che, nel contendersi il feudo, le parti dovevano

mettere in preventivo che da questo doveva essere esclusa, la parte superiore dovuta

appunto all’imperatore. Così facendo, l’ordine politico dell’impero, sarebbe stato

tutelato e il feudo, non avrebbe portato allo sgretolamento dello stato.

Ma diciamo che le cose andarono diversamente nel centro-nord, poiché i signori

feudali furono costretti a far parte delle sovversive coniurationes, comunali e a

portare le armi al servizio delle città, in cui crearono un ceto a sé(dei milites), in

quanto fornirono il punto di forza della cavalleria comunale.

Il signore cavaliere, anche se inurbato e interessato, a imprese commerciali e

marittime in città, molto spesso era possessore a titolo feudale di castelli nelle

campagne. A questo punto la domanda è, quali poteri gli provenivano da questi

possessi? Diciamo che molto spesso, il riconoscimento di un feudo a un fedele,

serviva, all’imperatore a legare a sé un potente che in maniera illegittima aveva

organizzato, un distretto incasellato; con il diploma, il signore diveniva un nobile di

prestigio, mentre l’imperatore, poteva richiedere la fedeltà nei suoi confronti,

pretendendo di riportare anche quel territorio, sotto la iurisdictio dell’impero.

L’imperatore, voleva essere al fonte diretta o indiretta di ogni potere, direttamente

scelto da Dio; di conseguenza, città e signori , o meglio chiunque, esercitasse un

potere su uomini e cose, dovevano essere stati scelti da lui, esattamente come da ogni

parte del territorio doveva essere possibile ricorrere a lui per ottenere giustizia. Quei

territori, infeudati, avevano pertanto un supremo dominus, ossia l’imperatore, (quindi

un signore formale), e un signore effettivo, ossia il concessionario del privilegio,

scelto e autorizzato, dall’impero a esercitare localmente poteri di governo, i quali

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erano diversi a secondo delle popolazioni locali. Il contenuto del potere feudale,

pertanto non era predeterminato, visto che appunto le situazioni locali erano diverse.

Il signore aveva un titolo a godere, che era giustificato esteriormente dalla

concessione, e dall’aver organizzato in modo pubblico, il territorio difendendolo e

amministrandolo. Il titolo feudale, diventò fonte di diritto, ad avere prestazioni così

come il proprietario allodiale, nei confronti del contadino, che lavorava la sua terra.

Gli studiosi del diritto romano, evidenziarono subito una forte similitudine tra la

condizione del feudatario, e quella dell’usufruttuario, in quanto il primo poteva usare

e fruire della cosa infeudata con addirittura possibilità di farne disposizione

testamentaria e di trasferirne il proprio diritto, così come avveniva per l’usufrutto, se

sussistevano le condizioni richieste dall’imperatore, attraverso una vendita, o una

donazione o per garantire un prestito. Nell’Italia comunale soprattutto quella del nord

Italia, si ebbe una grande diffusione dell’istituto, e ciò veniva fatto soprattutto, per

legare al comune stesso, i potenti del territorio; questa situazione, portò, ad un

deterioramento politico, dello stesso, e alla sua figura, come diritto, essenzialmente

patrimoniale; siamo di fronte adesso, ad un importante istituto che non poteva essere

ignorato, dai giuristi. Nascono pertanto le prime linee, dei futuri Libri Feudorum.

Questi libri consistenti in una raccolta di norme di diritto feudale, in cui troviamo

norme di origine legislativa, e norme consuetudinarie, trovano spunto da 2 lettere di

un giudice della corte feudale milanese, Oberto dall’Orto, che avrebbe scritto al figlio

Anselmo studente all’università di Bologna, il quale lamentava il disinteresse che i

suoi docenti avevano nei confronti di quel diritto. Le lettere, sicuramente manomesse

e ritoccate con integrazioni da parte di altri giudici, passarono da un codice all’altro

fino a dar vita alla prima redazione dei libri Feudorum, che avvenne ad opera di

Lehmann. Vista l’origine, essa si dice antiqua, e poi integrata dalle costituzioni

fidericiane, sarebbe divenuta la redazione c.d. ardizzoniana. La stessa poi avrebbe

raggiunto la sua forma definitiva, quando venne ancora ritoccata, e per mezzo di

Ugolino dei Presbiteri, aggiunta alle novelle giustinianee, come parte integrante del

diritto imperiale, e venne considerata come oggetto di insegnamento. Attraverso

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questo testo, si conoscevano i concetti fondamentali di quel diritto, e alcune soluzioni

ai suoi problemi generali, ma con ciò, non escludeva che localmente valessero altre

regole. Quindi non si tratto di un diritto uniforme, come invece era il diritto

commerciale; per contro però un carattere unitario vi fu, da parte dei giuristi, i quali

rinchiusero, quel diritto nel linguaggio usato abitualmente da loro, del diritto romano.

Il diritto feudale ebbe larghissima diffusione , in quanto considerato efficiente, un

buono strumento di governo, che però era allo stesso tempo pericoloso, e meritevole

di molta attenzione; la devoluzione di un feudo era un passaggio complicato, ossia

bisognava stare attenti che ad ex in caso di vendita o concessione ereditaria, essa non

avvenisse nei confronti di una famiglia che non era gradita ai fini dell’insediamento.

Siamo di fronte ad un diritto, che è adatto a realtà diverse, di conseguenza non sono

da sottovalutare i particolari del diritto locale, che vanno a sostegno dello stesso e lo

completano; non è pertanto da escludere l’ipotesi che i libri feudorum, fossero ritenuti

secondari rispetto ai libri legales, circolanti nelle università.

I PROTAGONISTI DELLA TEORIA E DELLA PRASSI

Adesso si tratta di definire, in quali opere si sia tradotto, il fenomeno universitario,

vedere quali opere siano divenute essenziali per intere categorie di operatori del

diritto, dai notai ai giudici ai legislatori. L’insegnamento universitario, ebbe come

grande innovazione, la riscoperta del digesto, anche se in realtà all’inizio del 1100,

nelle aule si lessero più intensamente, iil codice e le istituzioni, e solo poi ci si

concentrò sul digestum vetus, mentre erano poche le lezioni sul digestum novum, e le

novelle, il cui studio, fu riservato alle lezioni introduttive e ai maestri più giovani.

LE GLOSSE

La lettura era basilare. Il maestro, leggeva il testo, e trasformava, il linguaggio delle

fonti, in un latino più comprensibile. Secondo punto, era quello di collegare il testo

letto, con altri, che si avvicinavano allo stesso, per analogia o opposizione. In altri

termini, cercava di richiamare alla memoria, dove la stessa materia era trattata, e se il

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testo attualmente letto, confermava o derogava la disciplina presente negli altri testi;

tutto ciò veniva fatto, allegando i luoghi paralleli, assicurandone la coerenza. Questa

idea apparteneva a Giustiniano, il quale appunto per la sua opera, aveva consentito

solo citazioni di testi paralleli, in margine, e in cui non dovevano sussistere,

contraddizioni insanabili.

A proposito, è importante aprire una parentesi, cioè noi oggi per indicare un testo, o

un titolo, o un canone, si usano i numeri, in passato invece si richiamava la prima, o

le prime parole del testo e il titolo in cui si trovava, quindi quei giuristi, tenevano a

mente la collocazione dei vari titoli, e le parole iniziali, delle leggi più importanti.

Adesso possiamo ritornare alle glosse dicendo che:

se la glossa, riguardava solo una parola, essa poteva essere anche

interlineare, cioè scritta tra gli stessi righi del testo;

se invece era più complessa, e quindi con molte allegazioni, veniva scritta

sui margini del codice, a lato del testo, ed è detta glossa marginale.

Ancora se scritta direttamente dal professore, veniva detta glossa “redacta”

ed era chiusa dalla sigla dell’autore;

Se invece era fatta dall’allievo, che ripeteva il pensiero del maestro, si

diceva glossa “reportata”, e lo studente poteva aggiungere secundum.

Oggi, è difficile l’interpretazione di glosse elaborate, in quanto una stessa glossa, può

risultare dalla copiatura di diverse glosse, che hanno perduto la sigla, di conseguenza

una stessa glossa marginale, può risultare da vari strati di diversi autori. Ci sono poi

anche reticoli, vale a dire più glosse che sono state aggiunte a un testo. Questo

crescere disordinato, delle glosse, si supera, quando esse vengono organizzate in

“apparato”, il quale indica grazie al lavoro del giurista un complesso di glosse

precedenti, a cui vengono aggiunte glosse ex novo, per dare coerenza a tutto. Intorno

al 1200, cominciano a circolare apparati e libri magisteri, i quali però hanno

complicato, l’attribuzione delle glosse, in quanto le sigle che si trovavano erano del

maestro che riorganizzava il materiale precedente piuttosto che degli autori delle

glosse stesse. 34

LA GLOSSA ORDINARIA

L’apparato del maestro, racchiudeva il lavoro dei maestri, intorno ad un testo, ed

essere quindi considerato, come definitivo. Questo comunque non voleva dire, che

nei confronti di quel testo, più nulla si poteva dire, ne tanto meno che non si poteva

contraddire, quello che era stato detto nella glossa definitiva, ma significava

semplicemente che quella glossa, diventava il testo ordinario; in altri termini, quando

si avrebbe dato lettura del testo, lo stesso doveva essere accompagnata da quella e

non da altre glosse. Il Corpus iuris civilis, e i libri feudorum, erano accompagnate da

glosse, date alla luce, da un maestro fiorentino, operante a Bologna; stiamo parlando

di Accursio; egli basandosi, sul lavoro di altri quali Azione e Ugolino, preordinò, un

apparato continuo a quei testi, riportando anche glosse altrui; il suo fu un lavoro

inverosimile, in quanto fu appunto capace di riassumere il lavoro di molte

generazioni di maestri. La sua glossa venne definita “ordinaria”, e fu riprodotta, ogni

qual volta si riscrivevano i testi legali. Da quel momento in poi, si volle che i testi

legali, portassero la sua glossa, della quale furono messaggeri, diciamo così, i suoi

figli: Guglielmo a Salamanca, e Francesco alla corte del re di Inghilterra. La glossa

Accursiana, detta anche Magna Glossa, ha avuto diffusione dapprima nelle

Institutiones, poi sul Codex, poi sul Digestum Vetus, sull’Infortiatun, e infine sul

Novum. Nel frattempo si consolidò, anche la glossa ordinaria al Decretum Grazianeo,

e quella sulle Decretali di Gregorio IX, mentre prima era stata terminata quella sulla

Lombarda. Anche se inutile, ribadiamo l’utilità delle glosse, esse davano una visione

complessiva, dei problemi, interpretativi, che i testi legislativi, ponevano. C’è da dire

comunque, che sui margini dei codici, lasciati liberi dalla scrittura, il possessore,

poteva apporre note integrative, in modo da fronteggiare anche gli eventuali sviluppi

legislativi. È ovvio che dare esclusivo rilievo, alla glossa ordinaria, significava

trascurare le altre, ed è altrettanto vero che questa idea segna una svolta importante,

elaborata, nell’università sia in teoria che in pratica; nel senso che per la pratica

diciamo che veniva orientata più facilmente, per la teoria, grazie a questo nuovo

strumento trovava altre forme letterarie. La glossa ordinaria, aveva comunque anche

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un aspetto negativo, nel senso che innanzitutto, risultava essere la conclusione di una

selezione, irregolare, parziale, e d’altra parte, perché con essa sono state messe da

parte altri apparati di validissimi giuristi, ricordiamo Odofredo, il quale si ostinò a

portare avanti un alinea alternativa ad essa.

Per il singolo invece diciamo che poco poteva fare di fronte all’istituzione

universitaria, istituzione che comunque doveva essere efficiente a livello

internazionale; efficienza che derivava da una certa veste che bisognava dare ai testi,

sia quelli legali, che quelli dottrinali. Già nel 1100 la produzione libraria era fiorente,

sia a Bologna che a Parigi, che Oxford, in cui era facile trovare librai, copisti,

legatori; ma fu verso il 1200, che si perfezionò, un valido apparato, per la

riproduzione dei testi. Questo nasceva nelle botteghe dgli stationarii, cui facevano

capo gli scriptores, dei singoli codici, controllati dall’università. Questa faceva

redigere dei fascicoli ufficiali dei testi (pecie), che poi singolarmente venivano ceduti

dietro compenso dagli stationarii, agli scriptores. Così facendo questi, potevano

lavorare nello stesso tempo a ricopiare la stessa opera, le cui copie avevano come

originale quello controllato dall’università. Dato che i copisti, tendevano a copiare

anche graficamente il modello ricevuto,oggi noi sappiamo se e quando un’opera fu

copiata da un exemplar universitario(testo).

LE ALTRE FORME LETTERARIE PRINCIPALI

Le glosse, possono contenere scritti di un carattere diverso; questa diversità di

contenuto, fa si che gli vengano attribuite altre designazioni.

DISTINCTIONES:

rappresenta quel testo, in cui il giurista, distingue fattispecie in apparenza simili o

opposte, dando una solutio. Inizialmente vennero messe nelle glosse, poi furono

raccolte in sé.

QUAESTIONES:

durante le questioni inizialmente, veniva enunciato il problema, si indicavano, solo i

testi legali usati per argomentare, e poi la soluzione era secca o si o no. Poi invece le

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argomentazioni, divennero più complesse, e si svolsero, in giorni determinati della

settimana. Quelle civilistiche, nacquero dalla tecnica della solutiones contrariorum, in

quanto con esse si trattava di risolvere i problemi teorici, che avevano soluzioni

opposte, e si concludevano con la solutio del docente; proprio perciò, vennero dette

“quaestines disputatae”. In seguito all’intervento di Giovanni Bassiano, e Pillio, si

passò alle quaestiones de facto, esponendo, casi concreti. Pillio ad ex si riferisce a

molte consuetudini e casi francesi, nelle sue quaestiones. Così facendo, si spingeva a

modernizzare il diritto romano, che così era idoneo a risolvere i casi concreti di tutti i

giorni. CONSILIA:

in questa categoria, vanno accettati 2 pareri diversi, da parte dei giuristi del tempo:

1. una consulenza pro parte,diretta a sostenere con sofisticate argomentazioni,

la posizione processuale di una parte

2. il cd. Consilium sapientis, vale a dire quello richiesto dal giudice al giurista

esterno al tribunale.

DISSENSIONES DOMINORUM

Queste ebbero la funzione di conservare le dottrine dei maestri. Su un determinato

punto controverso, pro o contro una certa soluzione, venivano menzionate le dottrine

dei maestri, e quello attuale motivava la sua opzione per una data soluzione.

CASUS:

consistono in brevi trattazioni, le quali indicano ipotesi concrete, fattispecie create

dalla scuola, per semplificare, la fattispecie prevista dalla legge. Questi erano

considerati a livello didattico, così utili, che una parte di essi, fu accolta nelle edizioni

del corpus iuris, come fosse introduzione ad ogni passo legislativo.

BROCARDA/REGULAE IURIS:

queste sono delle opere, con cui in individuano in certi brani delle fonti spunti in

contraddizione tra loro, su determinati principi giuridici, in modo da farne emergere

ragionamenti(modi arguendi); con essi si cerca il probabile, invece che il certo, ci si

basa pertanto sulle presunzioni. Questo genere, maturò nel 1180, e non a Bologna. Un

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primo esempio sembra essere costituito dagli “Argomenta attaque contraria

lombardae”, di Vaccela. Diciamo comunque che la diffusione del genere, è avvenuta

per mezzo di Pillio, autore di una raccolta di brocardi: “Libellus disputatorius”, nella

cui introduzione, racconta come a Modena, egli smise di insegnare con glosse e

summae, accogliendo invece il metodo dell’argomentazione brocardica, grazie alla

quale, si sarebbe ridotto il tempo degli studi giuridici, da 10 a 4 anni. Attraverso

questo genere, si manifestò, un modo di prendere possesso dei testi, e si sviluppò, una

logica esclusivamente giuridica.

SUMMAE:

Esse costituirono un genere di grande importanza , come la glossa ordinaria, ma

concorrente alla stessa, in quanto dovevano scriversi a parte. Le summae, si

svilupparono diversamente sia in sede civilistica, che in quella canonostica. Le prime

summae, furono solo apparati, divisi dal testo, in cui i dottori prendevano in

considerazioni gli elementi ritenuti più importanti dei testi legislativi.

Soprattutto, le summae canonistiche, assimilavano minute notazioni rappresentano

cioè un’illustrazione, dei diversi capita del Decretum. Per quanto riguarda invece i

civilisti, esse furono esposizioni più personali, elaborate e divise dal testo. Furono

libri, che consentivano agli studenti e poi alla pratica, di scartare quanto era poco

interessante o superato. Ecco perché tanto interesse per questa forma. Ricordiamo la

summa Codicis, di Rogerio, composta a provenza e che avrebbe avuto come fonte,

“Lo Codi”. La sua summa, il Piacentino, l’avrebbe trovata incompleta e per questo, si

dedicò a completarla.

A Bologna le summae raggiunsero l’apice con Giovanni Bassiano, anche se la vera

conquista avvenne con Azione autore nel 1200 delle summae definitive. Accursio

avrebbe poi redatto la Summa Authenticorum; stesso discorso invece non è potuto

dire per Modena in cui Pillio mal vide le stesse.

TRACTATUS:

si tratta di uno scritto, che nasce e si diffonde separato dal testo legale. Esso consiste

in un’esposizione su un istituto giuridico, attraverso il richiamo dei passi di ogni

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fonte legale, per risolvere le varie questioni ritenute rilevanti. Ricordiamo ad ex il

trattato “de dote di Martino”, nonché l’importante “tractatus criminum”, contenente

una prima trattazione, dei problemi del processo penale e di alcuni crimini.

ORDINES IUDICARII/ARBORES ACTIONUM/LIBELLI:

questi sono una categoria di trattati, basati sulle varie fasi di svolgimento del

processo. Ordines, che spesso vano accompagnati dagli Arbores Actionum, ossia

trattazioni riguardanti le varie possibilità di azione , da presentare per soddisfare una

pretesa ritenuta giuridicamente fondata, o actionum libelli, vale a dire trattazioni

riguardanti la parte iniziale del processo, quella appunto detta del “libello”indicante

le pretese nei confronti della controparte. Di trattazioni come queste ne esistono

molte.

AUTORI OSCURI E PROFESSORI FAMOSI: LONGOBARDISTI, CIVILISTI E

CANONISTI.

È importante adesso, spendere qualche parola in più sugli autori di queste opere,

anche se di dette opere, almeno quelle più antiche poco sappiamo, in quanto l’unione

europea, grazie ai rapporti economici, produsse molte opere, la cui localizzazione

originaria, è comunque molto discussa. Come esempio di questa imponente

circolazione prendiamo in esame quello che avvenne a Pisa: qui un certo Riccardo da

Pisa, avrebbe tradotto in latino Lo Codi, ossia una diffusa sintesi in

provenzale(francese) del Codice Giustinianeo, che era entrata in contatto con

l’importante summa codicis detta Trecenis, nome derivante dal luogo di

conservazione(Troyes). Questa opera fu nota in Inghilterra a John di Salisbury, un

dotto ecclesiastico, autore di un’opera molto importante (Polycraticus). Ma siamo di

fronte solo ad un ex di europeizzazione delle opere. Questa nuova riflessione sul

diritto, aumentò la circolazione di una serie di opere, basate sul corpus iuris civilis, e

variamente riutilizzate in ambienti diversi. Si tratta di opere più che altro teoriche

circa i problemi della giustizia dell’equità del diritto naturale. Queste opere, furono

spesso attribuite a Irnerio, e di conseguenza a Bologna, ma ad oggi nei loro

confronti, vige una difesa francese; proprio grazie agli studi di Andrè Gouron, si deve

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riconoscere che proprio in Francia si ebbero scrittori interessanti, che diedero vita ad

opere, che grazie ai testi del diritto romano, potevano dibattere i problemi dell’equità

e del diritto naturale. Ricordiamo oltre i testi citati con la Summa Trecensis, attribuita

a Geraud, il Brachilogus iuris civilis, una sintesi di diritto romano, e ancora la Summa

Institutionum Vindobobonensis, anche questa francese. In Italia invece, anche se non

a Bologna, si redassero le Questiones de iuris subtikitatibus, il quale è un capolavoro,

sembra per recuperare le regalie. Esattamente il testo, consiste in un inno contro la

personalità del diritto, che si era dimostrato contro gli statuta del re. Per l’opera ci si è

chiesta se fosse francese, ma poi considerando il templum iustitie, contenuto nelle

questiones, e presente anche nell’Instrumentum iuris civilis, si è giunti alla

conclusione che poi francese non è; tale conclusione risiede nel fatto che

l’Instrumentum iuris civilis, è un libretto sulle azioni processuali, redatto e associato

ai 4 dottori, da un loro studente. In un contesto come questo, bisogna tener presente

del pensiero, secondo cui l’insegnamento valorizza l’individuo, di conseguenza ciò

che egli produceva, era riferito a quel maestro nominativamente, piuttosto, che

all’università, in maniera generica. Con ciò la creazione culturale universitaria, venne

riconosciuta al suo autore, che quindi assumeva una certa importanza, in base al peso

autoritativo delle sue dottrine. Ricordiamo ad ex Abelardo e Pietro lombardo nella

lettura della Bibbia, o ancora Irnerio; questi vennero onorati proprio grazie al loro

insegnamento, il quale venne riprodotto e fatto circolare in tutta Europa. È importante

menzionare oltre i civilisti, anche i longobardisti . molti di questi, operarono a

Mantova, e si esercitarono sulla Lombarda, e il loro primo esame, dei libri

Feudorum, le cui glosse, che sono conservate, sono dovute a Vaccela Alberto e

Aiprendo di Piacenza. La loro opera più notevole, è comunque la Summa della

Lombarda, di cui sono pervenute 2 edizioni. Altro centro di insegnamento,

importante del diritto longobardo-franco, fu Piacenza, dove studiò e insegnò anche

diritto romano, Carlo Tocco; fu qui che lo sentì leggere Roffredo di Benevento, che

ricorda del suo insegnamento, l’episodio riguardante il giuramento da prestare prima

del duello, presente, in margine alla Lombarda. Ma anche Pavia fu importante, come

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anche Milano, Verona Pisa Lucca. Considerando che trattasi, comunque di una

paternità presunta, ricordiamo per opere specifiche i civilisti:

Bulgaro, autore di un trattarello processuale e di questiones;

Rogerio,autore della Summa Codicis

Picentino

Viviano Tosco, autore dei casus, pubblicati con la Glossa accursiana.

Tra i primi canonisti(dottori del diritto canonico), impegnati nell’illustrazione del

Decreto di Graziano, da accordare, con la nuova legislazione conciliare, e con i

frequenti interventi papali, ricordiamo:

Rolando autore di glosse e della Summa;

Giovanni Teutonico, allievo di Azione e glossatore ordinario, del Decreto.

Fra le opere anonime, è importante ricordare l’apparato di glosse: Ordinaturus

Magister, nonché 3 Summae, dette: Parisienes, Coloniensis,Monacensis, che

prendono il nome dai luoghi, dove sono conservati i manoscritti. Per quanto riguarda

i primi decretalisti, studiosi delle compilazioni antiche e poi delle Decretali di

Gregorio IX, ricordiamo:

Raimondo di Penyafort

Goffredo da Trani, autore di una importante summa decretalium

Bernardo da Parma, glossatore del Liber Extra.

CARATTERI DELL’OPEROSITA’ DEI GLOSSATORI

È proprio a questi personaggi, che si deve il sollevamento della scienza giuridica, in

Occidente e il costituirsi di quella prassi scientifica e didattica, che ancora ad oggi,

risulta essere evidente. Grazie alle glosse, presenti sui margini di manoscritti, e

ancora grazie alle questioni, i trattati e le summae, essi, hanno insegnato ad

affrontare, testi giuridici antichi, attraverso un metodo e un linguaggio tecnico,

diventati uniformi. I grandi concetti, quali diritto naturale, nochè le nozioni chiave,

come iurisdictio, imperium, ma anche lex e consuetudo, diventarono proprio grazie a

questi personaggi, comuni nella cerchia colta d’Europa, per dar forma a documenti,

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leggi, e atti ufficiali. L’operato, di questi personaggi, fu molto importante, in quanto

affidarono schemi variegati complessi e tecnici di negoziazione agli operatori pratici

del diritto. I civilisti, contribuirono molto, a quella che era l’unica unità europea, vale

a dire quella culturale. Il grande lavoro svolto, emerge dall’orgoglio con cui questi

giuristi, parlano della scienza giuridica come di una filosofia legale, avente una forma

autonoma, che consentiva di rimanere delimitati all’interno del corpus, senza bisogno

del teologo o del filosofo. A proposito Accursio enuncia questa consapevolezza, così:

“ma nessuna cosa è necessaria, poiché chiunque, vuol essere prudente nel diritto, o

giureconsulto, deve forse leggere la teologia?, la risposta fu no, infatti tutte le cose

sono rintracciabili nel corpo del diritto”. Anche il suo maestro, Azzone, aveva

sostenuto che i poeti, non servono per capire i testi, il giurista deve dare soluzioni

facendo ricorso alla legge. Tutto è già scritto nei testi legali, di conseguenza è

necessario semplicemente sapere tirare fuori la soluzione giusta. In Europa si

cominciò ad evidenziare, la nuova figura del giurista colto ricercato, e di conseguenza

più pagato, capace di agire, nei confronti di un latino difficile, e in un patrimonio di

insegnamento, cui ci si poteva avvicinare solo attraverso una delicata preparazione.

Rispettare i testi legali, significava si pensare che erano fonte di saggezza giuridica,

ma non che il giurista dovesse essere schiavo della lettera dei testi. Bulgaro esprime

una norma di vita secondo cui “uomo autore del diritto, giustizia a Dio”, norma già

ribadita da altri, che di fatto, rivrndicarono per i giuristi, quell’interpretazione dei

testi, che Giustiniano, aveva riservato come cosa esclusiva del principe legislatore.

L’interpretazione era stata riservata al principe, in quanto consentiva l’estensione o la

restrizione dello spazio coperto dai testi. I glossatori, rispettarono il divieto, ma solo

formalmente, in quanto concretamente si comportarono diversamente. Per questo

motivo, a partire da Irnerio, le glosse intervennero non solo per mettere in

collegamento passi lontani dalla compilazione, ma attraverso innovazioni,

rispondevano alle esigenze del dibattito culturale del tempo. C’è da dire comunque

che l’idea secondo cui interpretare un testo significava tenerlo sotto la propria

autorità e quindi utilizzarlo a proprio favore, cominciò a diffondersi, tanto che S.

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Francesco, aveva disposto che la Regola, del suo ordine non era interpretabile, e che

le sue parole, dovevano intuirsi, senza interpretazione; questo perché egli sapeva, che

interpretare, voleva dire in ogni caso, modificare,e alterare la volontà originaria del

produttore del testo. Dire comunque che i glossatori civilisti, furono solo teorici, non

sarebbe corretto, basti pensare ad ex a Irnerio, che si occupò di enfiteusi, ma anche

Bulgaro che scrisse le consuetudini bolognesi. È importante invece dire che il loro

insegnamento, doveva essere per certi lati generale ed astratto, perché si trattava di

ragionare giuridicamente, e soprattutto, apprezzare tutto, il patrimonio di soluzioni,

date dai testi, e dai loro interpreti.

Anche nel momento in cui affrontavano, casi concreti della vita quotidiana, e riportati

nelle aule(questiones), o negli studi professionali(consilia), si trattò di una

esposizione dei problemi giuridici, orientata, sui dubbi interpretativi dei testi, sulla

qualificazione della fattispecie esaminata, quindi se ad ex si trattava di omicidio

oppure no, e non invece sull’accaduto. Questo era aspetto che veniva lasciato ai

pratici. Il giurista era lungi, da dare soluzioni, e fu così che egli acquistò stima come

un oracolo della giustizia. Per loro il consumere, venne da loro esaltato, fino ad

apparire un munus, vale a dire un officio pubblico, che col tempo gli portò ad

ottenere privilegi, quali quelli di non sopportare carichi, per quanto riguardava i

servizi(guardie e milizie), e di non sopportere imposizioni fiscali. Tutto ciò che

scrissero sulla giustizia, i limiti e le cause della legge, ancora sui doveri degli uffici,

l’uguaglianza dei litiganti di un processo, e ancora la proporzione tra pena e crimine

commesso, fu importante ai fini di un tracciato concettuale, destinato a grandissima

influenza. Per contro non si occuparono del diritto locale, di diritti monarchici, in

quanto loro obbiettivo era quello di costruire categorie, dare nozioni che una volta

insegnate, avrebbero consentito di affrontare qualunque diritto locale. Quindi era

attraverso l’insegnamento che si davano gli strumenti di comprensione che avrebbero

appunto contribuito, ad affrontare qualunque cosa. Se si analizza la letteratura, ci si

accorge di quanto variegati e complessi, siano stati i temi affrontati, un esempio della

loro interpretatio riguarda il comodatario, ossia colui che riceve in prestito un bene.

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In diritto giustinianeo, doveva prestare colpa e diligenza, poiché il contratto era inteso

a suo favore, salo nell’ipotesi di caso fortuito, che pertanto lo esonerava da

responsabilità per il deperimento o perdita del bene prestato. In questa ipotesi, i

giuristi medievali, avevano distinto tra “culpa lata, levis e

lievissima”,nell’adempimento dei propri obblighi contrattuali, quindi adesso

distinsero tra commodatum gratia commodantis, gratia commodatarii, e gratia

itriusque, a secondo che il prestito, favorisse il comodante(colui che il bene in

comodato), il comodatario, oppure entrambi. Azzone, nella Summa Codicis, fu in

grado di distinguere nel comodato, a vantaggio del comodatario, l’importanza della

culpa lata, levis e lievissima; mentre nell’interesse del comodante, solo dolo e colpa

lata, e nel caso in cui il prestito favoriva entrambi, dolo, colpa lata e levis. Altro

campo, in cui si crearono nuove idee, fu quello della proprietà. Qui i glossatori,

elaborarono la teoria della pluralità dei dominia,mentre per il diritto romano, ve ne

era solo uno. Con l’affitto, il diritto romano, non conferiva un diritto reale sulla cosa

difendibile contro tutti, grazie all’actio in rem, ma solo un rapporto obbligatorio, e di

conseguenza difendibile solo contro il concedente(actio in personam); poiché

comunque nell’alto medioevo, questi tipi di rapporti furono normalmente stabili, i

giuristi, costituirono la locatio ad longum tempus come un diritto reale isolato dalla

proprietà. In base a ciò, si affermò l’idea del dominium utile, muovendo dall’actio

utilis; in tale contesto, si disse, che dove era possibile una rei vendicatio utilis(cioè

una rivendica della cosa propria come quella consentita al proprietario vero e proprio)

doveva esserci un dominium di quel tipo. Così facendo si avvicinò al proprietario in

senso formale, il detentore della terra che diveniva un tipo di proprietario. A questo si

arrivò, attraverso l’istituzione di una categoria a sé ossia quella dell’actio utilis, la

quale era un’azione giudiziaria di tutela del proprio diritto, che in diritto romano, era

data solo eccezionalmente dal pretore, per quelle azioni che erano simili alle

fattispecie tutelate da un’actio diretta, ma che simili, in quanto mancanti di qualche

requisito. Così, la actio legis aquiliae inizialmente veniva utilizzata per ottenere il

risarcimento di danni provocati, fisicamente alla cosa, ma con l’actio utilis, se ne

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estese l’applicazione anche a quei casi, in cui si provocava un danno, anche non

agendo direttamente in modo fisico sulla cosa.

Questi approfondimenti, in margine ai testi, potevano essere usati, sia dai laici che

dagli ecclesiastici, anzi diciamo che furono accolte in maniera consistente, dai testi

canonistici, e dai loro interpreti, eccetto l’opzione per i civilisti, a favore

dell’imperatores, dominus mundi; essi solitamente concludevano, con l’invalidità

della donazione di Costantino, ma non perché ritenuta falsa, ma perchè ritenuta

invalida, in quanto, incompatibile, con l’impegno dell’imperatore Augusto, ad

accrescere l’impero. Questo modo di pensare, non era una teoria antiecclesiastica, ma

era armonica con le fonti, che distinguevano, tra un diritto pubblico, fatto di proprie

regole, e a cui erano connessi limiti, e obblighi per i poteri pubblici, e un diritto

privato, in cui ne valevano altre. Ovviamente quanto detto è in linea generale, nel

senso che entrambi seguirono percorsi diversi, in quanto liberi, e privi di limiti, se

non solo quelli della coerenza interna; fu subito evidente infatti, che i civilisti, e

canonisti, non ebbero lo stesso approccio ai testi. I primi, erano liberi, privi di

padrone, ricordiamo infatti che erano stati loro a ricordare al Barbarossa, cosa

significava essere imperatori a pieno titolo; i canonisti invece operarono, da subito, in

un contesto, dominato dalle gerarchie ecclesiastiche, e da un legislatore, pronto ad

intervenire e correggere gli interpreti. Questo fece si che i canonisti, furono più

aderenti ai testi, più sensibili, ai problemi tra responsabilità interna, nella coscienza

di fronte a Dio, ed esterna di fronte alla Chiesa. nel complesso, comunque, si trattò di

una attività, con caratteri omogenei, nonostante divergenze, come quella sul problema

del rapporto tra un’applicazione rigorosa della regola giuridica(rigor iuris), e

applicazione rispettosa della peculiarità del caso(equità),capace di rispondere,

all’ansia di pietà e comprensione del Cristianesimo, da cui l’elaborazione della cd.

Equità canonica. C’è da dire comunque, che anche nell’opera di Irnerio, tra i suoi

dottori, emergono 2 indirizzi di principio: quello di Bulgaro, aderente alla lettera

della legge, per riuscire a comprenderla, e quello di Martino Goisa, a favore

dell’equità, e di conseguenza, volto al compromesso, con i valori tradizionali.

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Martino, ad ex eccetto il caso, di computo(calcolo)civilistico della parentela per la

successione ereditaria, accoglieva, il computo canonico per il matrimonio, (tale

computo veniva così fatto: in diritto romano, si effettuava risalendo al capostipite

comune per poi ridiscendere, mentre in diritto canonico, in base ai testi biblici,

bastava arrivare al capostipite comune) e per quanto riguarda l’usura, non si dice

superato il diritto romano, che peraltro l’ammetteva, ma si dice che non dovesse

superare il siliquio per soldo, ai sensi della Novella 34. come si vede il rapporto, tra

diritto civile diritto canonico, rappresentò subito un problema; problema che alcuni

civilisti, lo risolsero ignorandolo, ricordiamo ad ex ciò che avvenne per la donazione

di Costantino, che inserita nel Decreto di Graziano, o non venne presa in

considerazione, o venne ritenuta invalida alla luce del diritto romano. Sappiamo che

per i civilisti, il diritto romano, era vincolante , poiché diritto dell’impero e

l’imperatore era quello che quel diritto voleva fosse ossia : dominus mundi; ma

contemporaneamente, papa Lucio III, canonizzava il principio, secondo cui il diritto

romano, era solo lex suppletoria del diritto canonico, facendo rafforzare quegli

orientamenti tra i canonisti, secondo cui l’impero finì per intendersi, solo come

un’istituzione, a tutela della Chiesa, che pertanto sarebbe stata ad esso sovraordinata.

Adesso tutti i cristiani, erano sottoposti, all’impero grazie al Papa, e di conseguenza

erano obbligati, a seguire il diritto romano, solo fino a quando, non era in contrasto,

con le norme della chiesa. ovviamente questo non fece altro che portare a un

vantaggio per il diritto canonico, che pertanto si presentava come ius novum. Questo

rappresentava l’indirizzo di Innocenzo III, che derivava dalla idea che la salvezza

dell’anima, dovesse avere priorità, rispetto al corpo materiale.

IL PROCESSO E LA FONDAZIONE DEL DIRITTO COMUNE

Nelle università, molto si parlò della giustizia. Intorno al 1100, molte erano ancora le

incertezze, molte erano le difficoltà, a muoversi entro normative differenti, proprio

per questo, vi fu l’interesse fortissimo dei glossatori, nei confronti appunto dei

problemi del processo, interesse questo che ci viene dimostrato, dai numerosi ordini

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giudiziari e gli alberi delle azioni. Diciamo che all’inizio del 1100, le decisioni con la

partecipazione dell’autorità pubblica quali marchesi e conti, vennero meno per la crisi

del regno, e si ebbero invece corti locali, guidate dai vescovi e consoli, i quali

sentenziavano, insieme ai sapientes, che davano loro consilium. Già intorno al 1130,

però a Venezia, gli ecclesiastici, non partecipavano più al tribunale, e a Pisa, si

cominciarono a produrre, documenti giudiziari molto qualificati, prevalsero le

testimonianze, e raramente si diede luogo al duello giudiziario( in cui si affidava la

decisione di una controversia a un duello tra i due contraenti, confidando che la

divinità, avrebbe sostenuto colui che era nel giusto). Ma questo avvenne solo qui, in

realtà altrove il processo, longobardo continuava ad esserci tranquillamente. Nella

lettera feudale di Oberto, si dice che in Lombardia, alcune cause si decidevano col

diritto romano, altre col longobardo, e ancora altre con la consuetudo regionis.

Il fatto che questo tipo di processo, non sia penetrato subito, non ci deve stupire, nel

senso che era ovvio che lo stesso aveva bisogno di tempi lunghi per essere

metabolizzato; abbiamo detto come giuristi , le decretali, si orientarono, verso un

processo non più pubblico, come ad ex il duello, ma bensì verso un processo scritto,

fondato su prove razionali, fondamentalmente dimostrate e provate da testimoni, e la

cui ammissibilità, e credibilità erano discusse con estrema attenzione dai giuristi( ad

ex poteva testimoniare la donna ed eventualmente quando?). La svolta data da queste

riforme fu grande, in quanto la prova ordalica8giudizio di Dio), non consentiva

appello, pertanto si concludeva in un’unica istanza: mai nessuno avrebbe rivisto una

decisione basata su un giudizio divino. Adesso invece con l’introduzione delle

testimonianze scritte, era consentito un riesame, detto “appello”, che fungeva quindi

da rimedio, ad un’eventuale ingiustizia di una sentenza; in questo modo il papa

poteva concretamente concentrare il suo potere, rappresentando i vescovi, come

giudici ordinari locali di prima istanza, e anche l’imperatore si riservava così, di

ascoltare, gli appelli, almeno per le cause di maggiore importanza. Entrambi

rappresentavano, i giudici più alti, fonti di giustizia, in base alla loro funzione di

tutori della pace e dei più deboli. C’è da dire comunque che questi insegnamenti, non

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penetrarono subito, ne tanto meno ovunque nella pratica; ad ex nonostante i divieti

canonistici, gli statuti comunali, continuarono a prevedere il duello giudiziario, stessa

sorte toccò anche al divieto di fare mutui onerosi. Altra novità processuale, fu lo

sviluppo del processo inquisitorio nonché sua accettazione da parte dei Comuni.

Siamo alle origini dell’Inquisizione, in cui il giudice agiva d’ufficio, contro il reo; in

sostanza, si trattava di un confronto tra accusa e difesa, in cui il giudice rimaneva

terzo, arbitro. Adesso invece l’eresia, venne ritenuta dal Papato un male che

abbisognava di una organizzazione ad Hoc, per perseguirla, a prescindere da qualsiasi

accusa privata e il cui esito che ne avrebbe garantito la sussistenza, avrebbe portato, a

pene molto severe come il rogo , e la confisca dei beni dell’eretico, con conseguente

responsabilità dei figli, la quale portava anche all’infamia vale a dire una privazione

dei diritti civili. Il processo inquisitorio, fu uno strumento valido, di repressione della

criminalità e abbastanza recepito dai poteri laici,che comunque lasciarono per molto

tempo ancora spazio al rito accusatorio. Il sistema della accuse, aveva un punto

debole, ossia le stesse molto spesso non venivano presentate o lasciate cadere, per

paura di ritorsioni, o minacce da parte dei delinquenti. Tra i mezzi di prova previsti

dal diritto romano, viene riportato alla luce, un istituto: la tortura giudiziaria: essa

veniva condotta su ordine del giudice ed eseguita sotto il suo controllo, alla presenza

di un notaio, che verbalizzava domande e risposte. Questo tipo d tortura, fu subito

oggetto di trattazione da parte dei giuristi, intorno alla quale enunciarono cautele, in

modo che la stessa, non andasse al di là della sua funzione, ossia quella di favorire la

confessione del reo in mancanza di altri mezzi di prova, o se il teste fosse stato

ritenuto impreciso. Quanto detto, comunque non rappresenta l’unica novità, una

nuova tecnica, si impose intorno al 1200, stiamo parlando dell’uso, per cui il giudice,

si rivolgeva a giuristi, chiamati doctores, per avere chiarimenti su uno o più punti del

diritto incerti, circa la causa che stavano discutendo. Ma se questo poté sembrare un

fatto normale e che quindi non dovrebbe scandalizzare, in realtà così non fu. La causa

di ciò fu dovuta al fatto che nella pratica, questo parere diventata vincolante; esso era

un responso che veniva dato da un dotto esterno al tribunale, ed estraneo alla contesa.

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Questo divenne ancora più frequente con l’avvento del tribunale podestarile, i

podestà conoscevano bene il diritto locale ma per mancanza di tempo non riuscivano

ad approfondirlo, d’altra parte i giudici erano molto propensi nei confronti di questa

procedura, in quanto potevano nascondersi dietro al consilium, quando alla fine del

loro ufficio, chiunque poteva rimproverare loro ingiustizie, o eccessi di potere. In tale

contesto, anche le parti, avevano interesse all’ istituto, in quanto si velocizzava il

corso della giustizia. Siamo di fronte a consulenti, che avevano molta autorità; c’è ne

danno atto, i vari esempi di pareri giudiziari, privi di motivazione: “il consulente

dichiara di aver preso visione delle carte necessarie, e si pronuncia, perciò senza

spiegazione per quella parte o quell’altra”. Adesso siamo in un periodo di dotti, e di

conseguenza di perizie. Il nuovo processo, basato su prove razionali, prevede il

ricorso ai periti di ogni genere, che attraverso la loro consulenza, orientano la

soluzione del caso. Ad ex è proprio a Bologna, che cominciano le prime perizie

mediche circa il rapporto, ferita- morte, e ancora percosse – aborto. A Roma. Il papa,

ormai riconosciuto capo della gerarchia ecclesiastica, non si occupa più

personalmente dei processi, ma delega ad auditores, il compito di studiare e decidere

sugli appelli e suppliche che arrivavano numerose, da ogni parte della sfera cattolica.

Proprio per ciò, cominciano a nascere tribunali specializzati, come la Audientia

litterarum contradictarum, che aveva il compito di accertare la validità dei documenti,

la Penitenziaria Apostolica, competente ad amministrare il perdono liberatorio, e

ancora la Camera Apostolica, che invece aveva competenza nelle questioni

patrimoniali. Il nuovo processo romano- canonico, diviene il simbolo di quella

convergenza che intorno al 1200, si è realizzata tra civilisti e canonisti; con esso i

giuristi sia dell’uno che dell’altro diritto, hanno creato un diritto comune e generale

per tutti. L’ECCEZIONE INGLESE

Il diritto romano giustinianeo, comunque non era sempre un modello. È questo il caso

dell’Inghilterra. Proprio in Inghilterra, era arrivato l’insegnamento di Vicario, un

ecclesiastico lombardo, autore del Liber Pauperum, consistente in un’antologia di

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passi di Digesto e Codice che consentiva agli studenti di diritto romano di non

acquistare costosi volumi. Nonostante ciò comunque il diritto romano non venne

assorbito nella pratica, e questo perché negli stessi anni, si formarono i primi

“brevia”con cui il re ordinava ai suoi sceriffi, di prendere in esame delle querele e

portarle alle corti regie, in certe circostanze. Siamo alla nascita del common law

dotato di un proprio linguaggio, e propri metodi di formazione di avvocati e giudici,

diversi dalle Università. Nonostante ciò comunque il diritto romano era oggetto di

insegnamento, nelle università, in quanto ritenuto formativo, e poi anche perché ad

esso i canonisti avevano dato molta attenzione. Quindi siamo di fronte ad un contesto

in cui le corti ecclesiastiche seguirono le pratiche continentali, e in quelle laiche, il

common law. Abbiamo detto che qui quindi si era consolidato il common law, ma è

da dire che il diritto romano influenzò opere interessanti lo stesso common law.

Ricordiamo ad ex un certo Henry of Bracton, che espose nella sua opera “De le gibus

et consuetudinibus Angliae” espose il diritto inglese, impregnato dell’insegnamento

romanistico bolognese, soprattutto di Azzone.

In quel periodo non ci troviamo di fronte ad un diritto conflittuale rispetto agli altri,

magari dopo ha potuto assumere anche questa piega; ma allora si trattava

semplicemente di un diritto che nazionale, ossia un diritto che con molta fatica il

regno stava tentando di affermare contro le resistenze dei signori territoriali.

DIRITTO COMUNE E DIRITTI PROPRI

Il diritto comune universitario, se volessimo tracciare qualche linea possiamo dire che

fu: Un elemento di formazione culturale per i giuristi, anzi diciamo di uniforme

formazione vista l’uniformità appunto dei concetti;

Un modello di legislazione scritta superiore;

Un criterio di interpretazione delle legislazioni locali, visto che queste erano

scritte nello stesso linguaggio del diritto comune;

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Un mezzo di completamento dei diritti locali, ogni volta mostrassero

qualche lacuna.

Alla fine del periodo considerato(metà 200), con le Glosse ordinarie, definite, e le

università funzionanti il diritto comune, si può ritenere, ormai costituito e operante.

Ma per quanto riguarda il rapporto tra ius proprium e ius comune, come fu visto dai

giuristi? Nel 1100, il problema di un diritto, che derogasse a quello imperiale, fu

stabilito come un problema di consuetudine, che comportava un riesame del conflitto.

Le distinzioni furono:

Le consuetudini generali di tutto l’impero, potevano abrogare le leggi;

Le consuetudini locali, potevano derogare, solo nell’ambito locale, e a

patto che la volontà popolare, non fosse stata viziata dall’errore o

dall’ignoranza della legge contraria.

Ma questo non fu tutto, nel senso che vi fu chi, come ad ex Piacentino, che osservava,

che il popolo dopo la lex regia, non poteva mettere in disparte i dispositivi imperiali,

e pertanto ove così facesse, era necessario punirlo.

Tutto ciò, comunque non fu mai seguito, men che mai nella pratica; d’altra parte il

Digesto, prevedeva che ogni popolo, si desse un proprio diritto, uno ius civile,

contrapposto allo ius gentium che era quello comune dei vari popoli, e anche la Pace

di Costanza, riconobbe mores e consuetudini delle città. Essa, insieme alla Magna

carta, delle libertà comunali, era un privilegium imperiale, sotto forma di

costituzione, e come tale fu inserita nel Volumen, dai giuristi bolognesi. Dal primo

200, i giuristi, cominciarono a dire che il popolo non poteva allontanare in modo

completo, la propria sovranità e ci si adeguò, alla realtà, sostenendo che la lex regia,

aveva rilasciato solo una delega all’imperatore.

Nel 1255, Boncompagno da Signa, riconosceva, che ogni città italiana si dava statuti

anche contrari alla legge, e da qui si spiega come lo stesso Accursio, trascurava il

problema dello ius proprium, anche se comunque fu molto sensibile al problema del

conflitto tra statuti di comuni differenti, che volevano applicarsi ai reciproci cittadini;

ancora poi non ci scordiamo che fu pera dei glossatori, l’aver creato le premesse di

51

quel diritto che regola, i rapporti degli stranieri tra di loro, o la condizione dello

straniero all’interno di un ordinamento( e si tenga conto bastava varcare le mura della

propria città per essere definito straniero). Pertanto non bisogna vedere

un’opposizione di giuristi al diritto locale, solo perché non lo insegnavano, ma

piuttosto tenere presente, che era il diritto comune, autorizzando certe operazioni, a

consentire di salvare gli statuti, che altrimenti sarebbero stati ritenuti nulli o invalidi;

esempio di ciò: statuti, che consentivano alle autorità comunali, degli espropri per

pubblica utilità. GLI ALTRI PROTAGONISTI I NOTAI

Dove e come fu costruita la nuova dottrina giuridica, si capisce, ma come e quali

tramiti ebbe per diffondersi? I notai.

Stiamo parlando di una cultura, la nostra che fu connotata dalla forte presenza della

dottrina di scritturazione degli atti, è qui che si diffonde la scrittura privata, ed è

altrettanto qui, ossia in Italia, che sono conservate le più antiche raccolte di atti

notarili, come attestano Genova Venezia. Notariato e movimento comunale, si

diffusero, contemporaneamente, anzi il notariato dette un sostegno notevole al

secondo tanto da essere definito, “il maggior apporto italiano al Medioevo”. I notai

divennero la manus pubblica, che dava affidamento , e non solo per la scritturazione

degli atti, ma anche per la loro cultura. È proprio in questo ambiente dotto, che

nascono i trattati del governo comunale, importantissimi, per fondare gli ideali

repubblicani dei nostri comuni; ed è sempre in questo ambiente che si realizza, che il

potere pubblico cittadino, è autorizzato, a conferire autorità ai giovani congedati dalle

scuole, e dai collegi notarili. Il notariato, assume prestigio, insieme al comune. La

fides, che il notaio, conferisce all’atto, diviene elemento importante di stimolo alla

contrattazione, e circolazione di beni e di denaro. Essi con i loro rogiti(atti notarili),

divennero veicolo di diffusione della cultura urbana e del diritto romano, così come

era insegnato nelle università. I notai bolognesi, inizialmente si incentrarono sui 4 atti

giuridici, più utilizzati per scritto,ossia: compravendita, testamento donazione e

l’enfiteusi, dei quali studiavano le formule da accogliere nella pratica. Questi istituti,

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trovarono ampia trattazione nel Formularium , anche se la vera svolta si ebbe con

l’Ars Notaria, molto più teorica e staccata dai 4 instrumenti(atti giuridici); ma ben

presto questo schema venne abbandonato, probabilmente per le critiche ricevute,

secondo le quali si era tenuto poco conto delle necessità della pratica, e si giunse alla

redazione di Ars notarile, un vero e proprio trattato, con tanto di glosse. Intanto il

collegio, provvedeva, al libro della matricola, dei notai, riceveva il loro signum( detto

tabellionum, ossia un caratteristico disegno che accompagnava gli atti di quel notaio),

e curava la conservazione delle “imbreviature” dei notai defunti, in modo che non si

perdesse ricordo; proprio per questo, in Italia, è presente un ricca documentazione gia

del 1100, 1200.

PERFEZIONAMENTO E CONSOLIDAMENTO DEL SISTEMA

La metà del 200, porta all’avvento di fatti nuovi, tra cui ad ex lo sciogliersi del Regno

d’Italia, e il consolidarsi dei governi cittadini; ma questo non è tutto nel senso che si

entra in una fase per certi aspetti nuova, per quel che riguarda la storia giuridica. È

relativamente nuova, nel senso che comunque la premesse, sono già poste, con il

diritto comune, il quale si forgia con i diritti locali, in esponenziale crescita. Insieme a

questi, il diritto universitario, diede vita a quello che noi chiamiamo sistema del

diritto comune, per intendere quell’insieme, complesso e ordinato di ordinamenti

giuridici dapprima privi di nesso. A questo ci si arriva non solo attraverso le glosse

ordinarie, ma basti pensare ad ex, per l’Inghilterra, all’opera di Bracton, per la

Francia all’importante Speculum , e per la Spagna, alla grande compilazione “ Ley de

las siete partidas”, promulgata da Alfonso il Savio, re di Pastiglia, il quale

materializza il diritto comune, attraverso una selezione di testi legislativi(dai 2

corpora iuris), e dottrinali, e che doveva servire a proclamare, l’indipendenza delle

intenzioni regie, rispetto ad ogni latro potere, nonché a promuovere l’unificazione

giuridica della Spagna. In Italia, a Venezia, si ebbe una grande affermazione del

diritto comune, così come avvenne a Napoli, dove appunto, Marino da Caramanico,

mise in atto, la glossa ordinaria al Liber augustalis, il quale completo del suo

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commento, divenne il filtro dottrinale, di avvicinamento alla compilazione

federiciana. Il diritto comune, diviene sistema cioè tutti i protagonisti, della vita

giuridica, si conoscono e riconoscono, nella comune unione europea, e non solo,

adesso il diritto comune, viene insegnato ovunque; i legislatori, e dottori, si divisero il

campo, della produzione normativa, e i notai soprattutto, modellavano le scelte di

questi, modificandole nell’attuazione pratica.

GLI SVILUPPI NEL MONDO UNIVERSITARIO

Un dato importante in questo periodo, fu lo sviluppo dell’università. Si consolida, la

nozione di Licentia docenti, e le stesse università, cominciano a diventare di Stato,

ora i professori, cominciano ad essere pagati dallo stato, quindi dai comuni o dal

signore, con una grande disparità di stipendio. Si comincia anche senza

riconoscimento universale, là dove vi sono poteri pubblici che si accorgono

dell’affare economico, conseguente alla venuta degli studenti. La città, con lo studio,

ha qualcosa in più, e riuscire a offrire, un servizio di questo genere, voleva dire era

indice di alto livello di cultura, politico-istituzionale, che era superiore, ogni qual

volta venivano messi a disposizione dei collegi per studenti; di qui le Sapienze. Altra

cosa invece sono i collegi dei dottori, che in questo periodo, si organizzano

stabilmente nelle città universitarie; trattasi appunto di dottori civilisti e canonisti, che

accanto ai medici e ai teologi, si aggregano in modo da ottenere dei vantaggi, sia nei

confronti dei comuni circa privilegi e esenzioni fiscali, sia nei confronti di terzi.

Erano proprio questi i collegi a cui venivano richiesti lucrosi consilia, da parte dei

giudici o di privati, per questioni di particolare rilievo. È vero anche che non tutte le

città avevano bisogno degli Studi, vediamo ad esempio Venezia Firenze Milano, città

già famose e potenti, da non avere bisogno di ciò. Vediamo anche Roma capitale del

mondo cattolico, e che di certo non abbisognava di questo per far cadere diciamo così

l’attenzione su di essa. Alla stregua di quanto detto pertanto, non è valida

l’uguaglianza città importante, città universitaria, anzi.. Tra le nuove università nate è

importante segnalare, lo sviluppo che ebbe Tolosa, Avignone e Orleans, e fu proprio

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quest’ultima che venne privilegiata come sede dell’insegnamento del diritto civile in

Francia. Per quanto riguarda i maestri, essi si mossero, con estrema libertà da una

sede all’altra, nonostante contratti già stipulati, e gli studenti originarono tumultuose

migrazioni, per protesta, contro i tentativi di limitazione dei loro privilegi. Era

sicuramente scontato, che il rettore, dovesse essere uno studente liberamente eletto,

dalle nazioni presenti nello Studio, e che egli dovesse avere una giurisdizione sugli

studenti, ma si discuteva proprio sui limiti di questa, come si discusse sui limiti del

privilegio ecclesiastico, sia fiscale che giudiziario. Altre sedi importanti, furono

Ferrara, Pisa, Siena e Padova, la quale si distinse, per la numerosa presenza di

studenti tedeschi, i quali spesso furono scriptores, dei molti libri, conservati nelle

biblioteche tedesche, e ciò voleva significare che erano stati mediatori per il

passaggio della scienza giuridica italiana in Germania. L’evoluzione universitaria, è

stata ben studiata per Bologna, in cui nel 1252, l’università, si diede degli statuti,

come le corporazioni. Approvati con “licentia et onesta”, essi furono inviati

all’arcidiacono di Bologna, designato come cancelliere dello studio. Gli statuti

rappresentano un passaggio importantissimo, in quanto mostrano l’istituzione

universitaria, ormai matura e disciplinata in ogni momento della sua attività. Anche la

stessa produzione dei testi giuridici,per la scuola appare disciplinata attraverso gli

Stationarii, legati da giuramento con l’università degli studenti, i quali custodiscono

gli esemplari originali, e di cui sono conservate alcune liste di tassazione, importanti,

3

in quanto indicano le opere ufficialmente circolanti. Il sistema della pecia , nel 300

raggiunse la sua maggiore diffusione, anche se seguito, verso la metà del secolo, da

un tracollo. Questo fu dovuto non ad una crisi dell’università, ma bensì alla peste. A

causa dell’epidemia, morirono moli docenti, e studenti, e ci fu un tracollo della

domanda sul mercato: adesso molti libri furono disponibili a prezzi molto buoni, a

differenza di come avveniva prima. Un altro aspetto elaborato dagli statuti, fu quello

degli esami; di questi, si distingueva una fase privata, che teneva conto del merito del

3 Con la nascita dell’università, si impone il problema di realizzare in tempi brevi, un gran numero di codici. Per risolvere tale

problema, venne inventato il sistema dela pecia= fascicolo. Alcuni librari, detti stationarii, acquistarono molti esemplari, di

testi universitari e li conservavano a fascicoli sciolti. Tali fascicoli, venivano dati per essere copiati; ciò consentiva un

controllo degli esemplari, e della loro copiatura, oltre a offrire la possibilità di accorciare i tempi di scrittura, dato che più

calligrafi, potevano lavorare contemporaneamente a una pecia diversa.

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AUTORE

luca d.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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