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1) il riconoscimento della religione cattolica come religione di Stato

2) la formazione di un tesoro pubblico separato da quello della Corona

3) la creazione di un parlamento nazionale

4) l’organizzazione del sistema giudiziario secondo i principi della indipendenza e

dell’uguaglianza di tutti di fronte alla legge

5) la definizione di un moderno sistema di amministrazione locale

6) la garanzia del soddisfacimento del debito pubblico.

L’aspetto che rileva è la lunghezza, essa infatti si presenta come la costituzione più breve.

L’esame comparativo della costituzione di Baiona con la costituzione italiana del 26 gennaio 1802

consente di riconoscere in quest’ultima il modello utilizzato da Giuseppe Bonaparte, in modo

particolare con riferimento ai principi (più che alle istituzioni).

Entrambe si aprono con la disposizione che riconosce la religione cattolica come religione di stato ed

entrambe si chiudono con numerosi articoli delle “disposizioni generali”. Entrambe sono concepite

come strumenti di potere modellate sui rigidi schemi dell’accentramento napoleonico, entrambe

costruiscono un sistema istituzionale coreografico in quanto svuotato di effettiva funzione politica ed

entrambe individuano un’oligarchia cetuale destinata a svolgere una blanda funzione di mediazione tra

governo e cittadini. Quello che è certo è che, la costituzione italiana ha un carattere innovativo in

senso illiberale, quella di Baiona mira alla fissazione dell’organizzazione statale così come uscita dal

biennio 1806-1808.

L’analogia più evidente si coglie, però, nella creazione di un sistema rappresentativo fondato su ceti

sociali destinati a formare un nuovo corpo intermedio tra governo e sudditi: il parlamento nazionale

avrebbe dovuto comporsi, infatti, di 5 sedili: possidenti, commercianti, dotti, clero e nobiltà; governo

che era stato trasfuso con poche modificazioni nello statuto di Baiona. Comunque se il modello

seguito da Giuseppe fu la costituzione della repubblica italiana bisogna però dire che egli cercò di

adattarlo alla realtà napoletana..

Il Parlamento nazionale

E’ questo il titolo più interessante, previsto come organo collegiale parzialmente elettivo con funzioni

latu sensu legislative, i cui compiti erano descritti vagamente “illuminare il principe, rendergli preziosi

servizi col rendersi utile alla nazione”, esso, si evince dagli articoli, si sarebbe dovuto limitare a

deliberare su progetti di legge e su i conti pubblici. Precisi, invece, erano gli articoli che si riferivano

alla sua struttura: avrebbe dovuto avere un presidente nominato dal re e doveva essere composto da

100 membri (tra Clero, nobiltà, possidenti, dotti e commercianti) e doveva riunirsi almeno una volta

ogni tre anni e le sue sedute sarebbero state non pubbliche. Certamente risulta essere un organo meno

importante rispetto al Consiglio di stato così come individuato nella costituzione italiana, esso, infatti

avrebbe dovuto preparare e discutere i progetti di legge ed i regolamenti di pubblica amministrazione.

Secondo gli studiosi, insomma, la costituzione di Baiona avallava un regime illiberale scimmiottando

le istituzioni rivoluzionarie.

Il titolo XI, all’art. 3 disponeva che “nessuno può occupare impieghi civili se non sia nato nel regno, e

se non vi abbia acquistato il diritto di cittadinanza”, ciò apriva una grossa questione in quanto a Napoli

nel 1807 erano giunti molti francesi molti dei quali ricoprivano cariche importanti

nell’amministrazione, nell’esercito e nel governo, godendo,inoltre, di una posizione privilegiata in

quanto dovevano fedeltà solo all’imperatore e non erano soggetti alle leggi fiscali del regno. Questi,

ora, in base alla disposizione costituzionale avrebbero dovuto optare per la cittadinanza napoletana

oppure abbandonare gli impieghi. La questione di paternità di questo articolo non è chiara, è difficile

pensare che sia stata di Giuseppe, né essergli stata suggerita dal marchese del Gallo. Secondo

Rambaud, illustre storico, detta norma fu inserita nel testo della costituzione di Baiona in quanto si

trovava nella costituzione spagnola, tesi che appare convincente; la fretta di quei giorni non fece

pensare ai due regnanti le conseguenze che quella disposizione avrebbe potuto portare con sé.

Appunti di STORIA DEL DIRITTO ITALIANO

I presenti appunti non sostituiscono il libro di testo, possono solo agevolarne la ripetizione.

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Murat e la costituzione di Baiona

Il 15 luglio Gioacchino Murat veniva nominato re di Napoli e di Sicilia, il quale dopo aver accettato

solennemente il trono proclamava al popolo delle due Sicilie la sua intenzione di osservare

inviolabilmente la costituzione di Baiona che avrebbe formato la base del suo governo.

Egli, comunque, anche se avrebbe dovuto insediarsi l’1 agosto 1808 si fece attendere molto convinto

di meritare la Spagna piuttosto che Napoli , arrivò il 6 settembre, tutta questa situazione che a Napoli

era vista con qualche apprensione sia per il problema della naturalizzazione e sia perché era la prima

volta che Napoleone non aveva voluto come Re un parente il linea retta (egli era il marito di Carolina

Bonaparte): la tranquillità dei francesi venne fortemente turbata.

Abbiamo detto che Gioacchino intendeva osservare la costituzione, egli,infatti, dopo un primo esame

complessivo ne parlò bene al marchese del Gallo, se pure con qualche riserva; primo dubbio al quale

se ne aggiunsero tanti altri di li a poco, a cominciare dal parlamento. Egli quindi pur essendosi

impegnato a rispettare lo statuto ben presto mostrò una certa insofferenza per alcuni aspetti

dell’organizzazione posti da questo, ed in particolare per la notevole influenza che il consiglio di stato

aveva negli affari legislativi. Composto da 39 membri divisi nelle quattro sezioni di legislazione,

interno, finanze e guerra e marina, negli anni di regno di Giuseppe Bonaparte aveva dimostrato una

certa indipendenza dal Re, Murat era intenzionato a ridurre l’influenza che il Consiglio esercitava sul

governo; proprio per questo prima di arrivare a Napoli aveva chiesto informazioni dettagliate su di

esso, sulla sua composizione e sul valore dei suoi membri; risulta chiaro l’intento del nuovo re di

ridurre il peso politico del consiglio di stato.

Un fantasma di costituzione?

Per indicare la costituzione di Baiona quasi tutti gli autori hanno usato espressioni minimizzanti e

dispregiative; ciò deriva soprattutto dalla in applicazione dello statuto oltre che dal suo riconosciuto

carattere illiberale. Indicata dal Pignatelli come un fantasma di costituzione, da parte di molti si è

affermato che essa si esaurì in se stessa e che rimase nel mondo delle intenzioni.

In realtà essa, a parte le norme sul parlamento, ebbe concreta attuazione e restò la legge fondamentale

del regno per tutto il decennio francese, anche perché aveva dato veste costituzionale alle importanti

riforme legislative del biennio 1806-1808 quali: l’abolizione della feudalità; il nuovo sistema

contributivo; l’introduzione dei codici. Quello che però bisogna rilevare è che lo statuto nacque con

una evidente anomalia: più che essere rivolto ai sudditi era rivolto al sovrano quasi a definire i limiti

della sua attività di governo; quindi lo statuto era caratterizzato da una funzione di conservazione dello

status quo, infatti le norme innovative relative al Parlamento ed alla netraulizzazione degli stranieri

che presto manifestarono la loro problematicità.

La vigenza dello statuto durante il regno di murat fu però effettiva: egli, infatti, appena 4 giorni dopo il

suo arrivo emanò il decreto di convocazione dei consigli provinciali previsti da una legge del 1806 ma

anche dalla costituzione la quale rimandava a detta legge; poi molti furono gli avvisi relativi alla

naturalizzazione. Ma l’effettività della costituzione si nota proprio negli interventi del re che vogliono

discostarsi da questa, come la scelta di diminuire dal 5 al 3% la rendita sui titoli di stato al fine di

aiutare l’indebitamento pubblico: la scelta, che contravveniva a quanto stabilito nella costituzione, non

piacque a napoleone che nello stesso anno intervenne facendo sentire al cognato tutto il suo peso di

imperatore, episodio che fece capire a murat che lo statuto giuseppino andava rigorosamente rispettato.

Ma l’episodio che meglio rende l’importanza di questa costituzione si rinviene nella scelta di murat di

spogliare la nobiltà napoletana dei suoi vecchi titoli per crearne una totalmente nuova: come

napoleone in francia aveva fondato l’aristocrazia bonapartista così Gioacchino pensava ad una nobiltà

murattiana a napoli; nel fare ciò il re al fine di sostenere il suo progetto evidenziava che la

costituzione di baiona permetteva i maggioraschi; napoleone approvò il disegno di legge, ciò conferma

che la costituzione vigeva quale norma fondamentale del regno.

Appunti di STORIA DEL DIRITTO ITALIANO

I presenti appunti non sostituiscono il libro di testo, possono solo agevolarne la ripetizione.

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LA NORMA SUGLI ESTERI

Murat aveva chiara la situazione conflittuale esistente a napoli tra il partito napoletano e quello

francese, tanto ce quando si trovò a dover nominare te ministri confessò di essere profondamente

imbarazzato, in quanto egli era fortemente aperto alle esigenze locali: murat voleva essere il re dei

napoletani e così pur non ribellandosi apertamente a napoleone assunse nei confronti dei suoi sudditi

un atteggiamento protettivo. Questa condotta indipendentista ebbe importanti risvolti anche sul piano

interno, in quanto murat iniziò un graduale cambiamento n consiglio dei ministri, nel consiglio di stato

e negli altri organi dell’amministrazione, favorendo l’ascesa dei napoletani a discapito dei francesi.

Quindi il sovrano, anche se contrario al regime costituzionale, un interesse all’attuazione della

costituzione lo aveva, cioè l’applicazione della norma sulla naturalizzazione degli stranieri. In questo

contesto va letta l’applicazione di altra norma costituzionale, quella che prevedeva l’acquisizione

della cittadinanza per i cittadini stranieri che, secondo la costituzione avevano reso dei servigi

importanti allo stato. Di fronte a ciò molti francesi iniziarono la procedura di naturalizzazione.

TITOLO SULL’ORDINE GIUDIZIARIO

Alcune difficoltà si presentarono immediatamente per l’attuazione del titolo relativo all’ordine

giudiziario, oggetto intorno al quale già durante il regno di Giuseppe si erano verificati contrasti: il

ceto forense era riuscito ad opporsi alla riforma, ma Giuseppe smanioso di sigillare anche questa

riforma aveva lasciato in sospeso le importanti questioni sollevate.

Un grave problema riguardava la giurisdizione penale: esistevano le corti criminali quali tribunali di

unico grado in ciascuna provincia del regno. Contro le sentenze emanate da questa era previsto solo il

ricorso alla corte di cassazione. Tale sistema si differenziava da quello francese che prevedeva

l’esistenza del tribunale e di due jurì, quello d’accusation e quello de jujement, sistema che

compensava la mancanza del grado di appello. I tribunali avevano competenza solo sulle questioni di

diritto, spettava loro in presenza di un riconoscimento della responsabilità dell’imputato da parte del

jurì, graduare la pena. A Napoli invece non era stato creato né un tribunale d’appello né il jurì; su

richiesta di spiegazione da parte di Murat gli fu detto da l’arcicancelliere che la scelta tra i due doveva

essere fatta sulla base delle circostanze e delle specifiche esigenze del regno, perciò Murat doveva

compiere una scelta di fondo anche se egli era consapevole di non aver l’autonomia necessaria per

cambiare le leggi della costituzione; nel 1808 comunque decise di non adottare il sistema delle giurie

popolari, ed invio una lettera al cognato chiedendo aiuto e sottolineando la responsabilità di giuseppe

per avergli lasciato una cattiva legge, chiarendo così la sua poco felice condizione, cioè quella di

attuare in breve tempo leggi inadatte ed insufficienti.

Murat, comunque, nel dicembre del 1808 decise di dare intera attuazione alla costituzione, infatti già

nel gennaio predispose i preparativi per la convocazione del parlamento, nonostante i dubbi e le

incertezze: sotto la giuda di zurlo (che seguì a Capecelatro) si svolsero i lavori per lla formazione dei

collegi elettorali che avrebbero avuto funzione tecnica e politica, successivamente vennero nominati i

presidenti e poi convocati su tutto il regno e si aprironno finalmente i lavori.

Dopo di ciò (1811), però, stranamente non si parlò più del parlamento nazionale. Perché si arenò tutto

proprio quando il governo era pronto per la convocazione dell’assemblea? In quel periodo i rapporti

tra Murat e l’imperatore si erano deteriorati, infatti partito per parigi Murat per la nascita dell’erede di

napoleone egli era inspiegabimente tornato prima dei festeggiamenti, decidendo di continuare ancora

più nettamente la battaglia di indipendentista, emanò così un decreto che imponeva a tutti gli stranieri

di proporre domanda di neutralizzazione, pena la decadenza dall’incarico ricoperto: con tale attuazione

della costituzione egli intendeva rendere i francesi pienamente suoi sudditi, questo decreto gettò in uno

stato di angoscia tutti i francesi, per contro gli esponenti del partito napoletano erano entusiasti.

Ma immediatamente nella notte tra il 14 e il 15 arrivò a Napoli il decreto imperiale con il quale

Napoleone ordinava che tutti i cittadini francesi fossero di diritto cittadini del regno delle due sicilie e

che pertanto la disposizione murattiana non li riguardava. il dispiacere del re per aver così capestato la

Appunti di STORIA DEL DIRITTO ITALIANO

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sua dignità l’imperatore fu grandissima, pochi giorni dopo egli si ritirò nella reggia di Capodimonte

ove restò in isolamento per molti giorni: solo il 20 luglio firmò un decreto con il quale riconosceva

pienamente la cittadinanaza napoletana ai francesi impiegati nel regno.

Ecco a cosa si addebita l’abbandono del progetto relativo alla convocazione del palamento nazionale:

poiché napoleone non aveva voluto l’attuazione ddella norma sulla naturalizzazione egli si ritenne in

pieno diritto di lasciar sospesa l’attuazione di quest’altra norma della costituzione.

I CENTO GIORNI PIU’ LUNGHI DEL REGNO DI NAPOLI

Gli avvenimenti politico.militari della primavera del 1808 segnarono l’inizio della decadenza di

napoleone, egli infatti aveva conquistato il trono di spagna con l’astuzia e l’inganno e ciò fu la sua

rovina, in quanto distrusse la sua stima in tutta europa. Infatti sin dall’incoroazione di giuseppe gli

spagnoli trascinarono i francesi in una serrata guerriglia, in cui si trovarono di fronte anche le truppe

inglesi occorse in aiuto delle spagnole.

Anche la brutalità con la quale napoleone trattò il fratello ed il cognato suscitò un impressione

negativa (Chateaubriand scrive: prese la corona dalla testa del fratello e la pose su quella del cognato,

con una manata calzò il copricapo sulla testa dei nuovi re, e quelli se ne andarono ciascuno dalla sua

parte, come due coscritti che hanno cambiato sciacco).

Il regno di napoli fu lasciato a se stesso tra un ex re che dal trono spagnolo continnuava a legiferare ed

un nuovo sovrano che tardava ad insiedarsi; quei cnto giorni (fine maggio-inizio settembre 1808) sono

stati considerati come una semplice fase di transazione, in realtà fu una realtà in grande movmento, il

Cacciatore, nel suo commento della Storia del Colletta matte chiaramente in luce il sentimento di

delusione dei napoletani per la condotta del Re, e come scrive de nicola nel suo diario “un re che

aveva badato prima di tutto ai suoi innteressi ed alla fine non aveva avuto esitazioni a lasciare i suoi

sudditi per altra destinazione: se i napoletani erano delusi i francesi erano adirittura furiosi per

l’obbligo della naturalizzazione inserito nella costituzione.

E’ verosimile che in tale contesto sia potuta sorgere una vasta opposizione al regime napoleonico: si

allude alla nascita della carboneria meridionale della cui esistenza nel regno si hanno le prime notizie

certe proprio nel 1808; inoltre risulta singolare che fondatore venga indicato Briot francese, giacobino,

repubblicano e fautore della causa italiana, cioè un uomo che meglio di ogni altro esprime le due

anime dell’opposizione del regime, quella liberale napoletana cpntro lo stato totalitario voluto da

giuseppe e quella francese delusi dal tradimento del sovrano.

Ma accanto a Briot il partito costituzionalista del regno avevav figure come Poerio, Cuoco,

Abbamonti, i quali abbracciata la fede giacobina avevano vissuto l’esperienza della repubblica

napoletana e volevano darle una costituzione. E’ probabile che intorno a questi personaggi ruotasse

il partito costituzionalista silenzioso sino a quando gli eventi bellici del 1812 non aprirono un varco

alle sue speranze. Infatti l’eco della disfatta di napoleone in russia, le notizie di sicilia e spagna che

parlavano di costituzioni democratiche concesse con l’avallo dell’inghilterra animarobo le

ambizioni dei patrioti. Ad essi venne incontro anche Carolina Murat, reggente in assenza del marito

pensò di appoggiarsi alla carboneria napoletana promettendo la concessione di una costituzione.

Tuttavia il ritorno di murat vanificò il progetto della reginna e le speranze dei patrioti poiché il

sovrano consapevole della gravità della situazione èreferì scegliere la via austriaca piuttosto che

quella inglese per mantenersi sul suo traballante trono. All’alleanza segreta con gli asburgo unì il

perseguimento di una politica anti-costituzionale sul fronte interno. Perciò riscontrata la grande

diffusione della carboneria nel regno ordinò, appoggoato dalla massoneria, la repressione della

setta.

BRIOT E LA CARBONERIA

Mathiez nella sua ricerca sulla Francia del terrore, proiettata verso una nuova positiva

considerazione di maximilien Robespierre, si imbattè in un estremista di nome Briot che all’inizio

del 1974 si contrappose al fratello di Robespierre, il fratello del capo del terrore, mostrando però per

uqesto personaggio scarsissimo interesse, a distanza di pochi anni nella pubblicazione di un suo

Appunti di STORIA DEL DIRITTO ITALIANO

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saggio nel 1928 Mathiez attribuiva al giaccobino Besancon la fondazione della setta della

carboneria, perchè?

Il prof fa una ricostruzione: il libro di Mathiez capitò nelle mani di dayet, un discendente di briot,

che dovette risentirsi per il trattamento riservato all’avo; contattò quindi lo storico robespierrista

incuriosendolo con una nuova ipotesi affascinante, in grado di stravolgere quel quadro. In base a

documenti privati briot sarebbe stato il fondatore della carboneria napoletana, pertanto avrebbe

cospirato segretamente contro napoleone. Mathiez chiese conto di quei documenti ma dayet gli

riferì che erano andati persi in circostanze misteriose, anche se ne aveva ricopiati alcuni e di altri ne

aveva redatto una lista, Mathiez, quindi, raffreddò i suoi iniziali entusiasmi, e ciò non cambiò

quandoRambaud in un suo scritto attribuì a Briot la fondazione della setta della carboneria nel

mezzogiorno. Per lo storico mathiez mancavano prove certe per avallare la tesi di briot quale

fondatore, tesi suggestiva ma non ardita.

Nel frattempo lo storico Soriga, sulla rivista Risorgimento, pubblicava un saggio con il quale

pubblicava integralmente il rapporto presentato dall’alto ufficiale a murat nel giugno del 1814, in

virtù del quale sosteneva la derivazione francese (precisamente franc-comtoise) della carboneria

napoletana. Mathiez leggendo questo saggio rimase colpito, in quanto la ricostruzione del Soriga,

storicamente inoppugnabile, convergeva con le ipotesi del Dayet. Così diede alle stampe un saggio

(già apparso sugli annales nel 1828) con il quale elaborò la formulazione storica della tesi relativa

alla fondazione della carboneria da parte di Briot. Negi anni ’50 la storiografia tornò nuovamente ad

occuparsi di briot: dopo un intervento di Peroni fu ancora il dayet a riproporre il tema della

carboneria in due saggi pubblicati sempre sugli Annales Historiques dedicati ai rapporti di Briot con

Jullien de Paris e luciano Bonaparte, riportado tracce di corrispondenza intervenuta che

documentava un rappoto duraturo non solo affettivo ma anche politico, e dei rapporti con Carolina

Murat la quale evidenziava il particolare interesse per Briot e la sua famiglia, dovuto a guadagnarsi

l’appoggio della carboneria nel momento in cui suo marito imbeccava la strada anti-francese; infine

con gioacchino murat che volle con il briot una riconciliazione dopo tolentino per ottenere il

sostegno della carboneria.

Nonostante tutti gli interveti di Dayet, interessanti ed arguti, non si è riusciti a definire una volta per

tutte la questione dei rapporti tra briot e la carboneria che restava comunque saldata ai termini di

mathiez. Alla stessa coclusione perveniva il godechot il quale invitava qualche storico italiano a

compiere una serie di ricerche sull’attività di Briot in italia e soprattutto nel regno di napoli. Il prof

ha accolto l’invito e nella ricerca ha trovato a Chieti, nell’archivio privato di Majo della Valle,

alcune lettere inviate da Briot a Giuseppe Ravizza, dalle quali emerge un quadro desolante delle

province napoletane agli inizi del sec. XIX; tra tutte quella di particolare interesse è la lettera del 6

luglio 1808, la quale oltre a contenere una disamina delle vicende politiche della capitale, offre

spunti rilevati anche sulla questione della carboneria.

Dalle lettere, come detto, si evince lo stato desolate del regno di napoli: la costituzione di baiona

infatti fu considerata dai napoletani quasi una presa in giro ed i francesi la considerarono un

tradimento, un oltraggio alla loro dignità, nei francesi ex-giacobini, poi, la delusione fu doppia.

Briot, sempre nella citata lettera, esprime senza riserva questi sentimenti ironizzando sulla

costituzione e dichiarando espressamente il suo sdegno sulla norma relativa alla naturalizzazione.

Per lui il re si era comportato come fedele servo dell’imperatore guardando solo al proprio

tornaconto, suscitando perplessità e sgomento generale.

E’ quindi possibile che la delusione per il comportamento del re giuseppe sia stato il movente per la

formazione della carboneria, cioè un’organizzazione segreta con obiettivi repubblicani e

costituzionali. Ma se è plausibile che la carboneria sia potuta nascere nel clima di delusione per

l’operato di giuseppe può collegarsi la sua nascita a Briot? E’ sempre la lettera che ci viene in aiuto.

Da un passo di questa riferita a Giuseppe Bonaparte si legge che egli è chiamato da Briot “maestro”,

termine che non è utilizzato a caso in quanto giuseppe era “gran maestro”, gran maestro del grande

oriente di francia; anche Briot era massone, quindi se questo dichiara di non riconoscere più

Giuseppe come gran maestro evidentemente decide di prendere una strada nuova ed autonoma

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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Liberati Gianfranco.

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