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LA NORMA SUGLI ESTERI

Murat aveva chiara la situazione conflittuale esistente a napoli tra il partito napoletano e quello

francese, tanto ce quando si trovò a dover nominare te ministri confessò di essere profondamente

imbarazzato, in quanto egli era fortemente aperto alle esigenze locali: murat voleva essere il re dei

napoletani e così pur non ribellandosi apertamente a napoleone assunse nei confronti dei suoi sudditi

un atteggiamento protettivo. Questa condotta indipendentista ebbe importanti risvolti anche sul piano

interno, in quanto murat iniziò un graduale cambiamento n consiglio dei ministri, nel consiglio di stato

e negli altri organi dell’amministrazione, favorendo l’ascesa dei napoletani a discapito dei francesi.

Quindi il sovrano, anche se contrario al regime costituzionale, un interesse all’attuazione della

costituzione lo aveva, cioè l’applicazione della norma sulla naturalizzazione degli stranieri. In questo

contesto va letta l’applicazione di altra norma costituzionale, quella che prevedeva l’acquisizione

della cittadinanza per i cittadini stranieri che, secondo la costituzione avevano reso dei servigi

importanti allo stato. Di fronte a ciò molti francesi iniziarono la procedura di naturalizzazione.

TITOLO SULL’ORDINE GIUDIZIARIO

Alcune difficoltà si presentarono immediatamente per l’attuazione del titolo relativo all’ordine

giudiziario, oggetto intorno al quale già durante il regno di Giuseppe si erano verificati contrasti: il

ceto forense era riuscito ad opporsi alla riforma, ma Giuseppe smanioso di sigillare anche questa

riforma aveva lasciato in sospeso le importanti questioni sollevate.

Un grave problema riguardava la giurisdizione penale: esistevano le corti criminali quali tribunali di

unico grado in ciascuna provincia del regno. Contro le sentenze emanate da questa era previsto solo il

ricorso alla corte di cassazione. Tale sistema si differenziava da quello francese che prevedeva

l’esistenza del tribunale e di due jurì, quello d’accusation e quello de jujement, sistema che

compensava la mancanza del grado di appello. I tribunali avevano competenza solo sulle questioni di

diritto, spettava loro in presenza di un riconoscimento della responsabilità dell’imputato da parte del

jurì, graduare la pena. A Napoli invece non era stato creato né un tribunale d’appello né il jurì; su

richiesta di spiegazione da parte di Murat gli fu detto da l’arcicancelliere che la scelta tra i due doveva

essere fatta sulla base delle circostanze e delle specifiche esigenze del regno, perciò Murat doveva

compiere una scelta di fondo anche se egli era consapevole di non aver l’autonomia necessaria per

cambiare le leggi della costituzione; nel 1808 comunque decise di non adottare il sistema delle giurie

popolari, ed invio una lettera al cognato chiedendo aiuto e sottolineando la responsabilità di giuseppe

per avergli lasciato una cattiva legge, chiarendo così la sua poco felice condizione, cioè quella di

attuare in breve tempo leggi inadatte ed insufficienti.

Murat, comunque, nel dicembre del 1808 decise di dare intera attuazione alla costituzione, infatti già

nel gennaio predispose i preparativi per la convocazione del parlamento, nonostante i dubbi e le

incertezze: sotto la giuda di zurlo (che seguì a Capecelatro) si svolsero i lavori per lla formazione dei

collegi elettorali che avrebbero avuto funzione tecnica e politica, successivamente vennero nominati i

presidenti e poi convocati su tutto il regno e si aprironno finalmente i lavori.

Dopo di ciò (1811), però, stranamente non si parlò più del parlamento nazionale. Perché si arenò tutto

proprio quando il governo era pronto per la convocazione dell’assemblea? In quel periodo i rapporti

tra Murat e l’imperatore si erano deteriorati, infatti partito per parigi Murat per la nascita dell’erede di

napoleone egli era inspiegabimente tornato prima dei festeggiamenti, decidendo di continuare ancora

più nettamente la battaglia di indipendentista, emanò così un decreto che imponeva a tutti gli stranieri

di proporre domanda di neutralizzazione, pena la decadenza dall’incarico ricoperto: con tale attuazione

della costituzione egli intendeva rendere i francesi pienamente suoi sudditi, questo decreto gettò in uno

stato di angoscia tutti i francesi, per contro gli esponenti del partito napoletano erano entusiasti.

Ma immediatamente nella notte tra il 14 e il 15 arrivò a Napoli il decreto imperiale con il quale

Napoleone ordinava che tutti i cittadini francesi fossero di diritto cittadini del regno delle due sicilie e

che pertanto la disposizione murattiana non li riguardava. il dispiacere del re per aver così capestato la

Appunti di STORIA DEL DIRITTO ITALIANO

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sua dignità l’imperatore fu grandissima, pochi giorni dopo egli si ritirò nella reggia di Capodimonte

ove restò in isolamento per molti giorni: solo il 20 luglio firmò un decreto con il quale riconosceva

pienamente la cittadinanaza napoletana ai francesi impiegati nel regno.

Ecco a cosa si addebita l’abbandono del progetto relativo alla convocazione del palamento nazionale:

poiché napoleone non aveva voluto l’attuazione ddella norma sulla naturalizzazione egli si ritenne in

pieno diritto di lasciar sospesa l’attuazione di quest’altra norma della costituzione.

I CENTO GIORNI PIU’ LUNGHI DEL REGNO DI NAPOLI

Gli avvenimenti politico.militari della primavera del 1808 segnarono l’inizio della decadenza di

napoleone, egli infatti aveva conquistato il trono di spagna con l’astuzia e l’inganno e ciò fu la sua

rovina, in quanto distrusse la sua stima in tutta europa. Infatti sin dall’incoroazione di giuseppe gli

spagnoli trascinarono i francesi in una serrata guerriglia, in cui si trovarono di fronte anche le truppe

inglesi occorse in aiuto delle spagnole.

Anche la brutalità con la quale napoleone trattò il fratello ed il cognato suscitò un impressione

negativa (Chateaubriand scrive: prese la corona dalla testa del fratello e la pose su quella del cognato,

con una manata calzò il copricapo sulla testa dei nuovi re, e quelli se ne andarono ciascuno dalla sua

parte, come due coscritti che hanno cambiato sciacco).

Il regno di napoli fu lasciato a se stesso tra un ex re che dal trono spagnolo continnuava a legiferare ed

un nuovo sovrano che tardava ad insiedarsi; quei cnto giorni (fine maggio-inizio settembre 1808) sono

stati considerati come una semplice fase di transazione, in realtà fu una realtà in grande movmento, il

Cacciatore, nel suo commento della Storia del Colletta matte chiaramente in luce il sentimento di

delusione dei napoletani per la condotta del Re, e come scrive de nicola nel suo diario “un re che

aveva badato prima di tutto ai suoi innteressi ed alla fine non aveva avuto esitazioni a lasciare i suoi

sudditi per altra destinazione: se i napoletani erano delusi i francesi erano adirittura furiosi per

l’obbligo della naturalizzazione inserito nella costituzione.

E’ verosimile che in tale contesto sia potuta sorgere una vasta opposizione al regime napoleonico: si

allude alla nascita della carboneria meridionale della cui esistenza nel regno si hanno le prime notizie

certe proprio nel 1808; inoltre risulta singolare che fondatore venga indicato Briot francese, giacobino,

repubblicano e fautore della causa italiana, cioè un uomo che meglio di ogni altro esprime le due

anime dell’opposizione del regime, quella liberale napoletana cpntro lo stato totalitario voluto da

giuseppe e quella francese delusi dal tradimento del sovrano.

Ma accanto a Briot il partito costituzionalista del regno avevav figure come Poerio, Cuoco,

Abbamonti, i quali abbracciata la fede giacobina avevano vissuto l’esperienza della repubblica

napoletana e volevano darle una costituzione. E’ probabile che intorno a questi personaggi ruotasse

il partito costituzionalista silenzioso sino a quando gli eventi bellici del 1812 non aprirono un varco

alle sue speranze. Infatti l’eco della disfatta di napoleone in russia, le notizie di sicilia e spagna che

parlavano di costituzioni democratiche concesse con l’avallo dell’inghilterra animarobo le

ambizioni dei patrioti. Ad essi venne incontro anche Carolina Murat, reggente in assenza del marito

pensò di appoggiarsi alla carboneria napoletana promettendo la concessione di una costituzione.

Tuttavia il ritorno di murat vanificò il progetto della reginna e le speranze dei patrioti poiché il

sovrano consapevole della gravità della situazione èreferì scegliere la via austriaca piuttosto che

quella inglese per mantenersi sul suo traballante trono. All’alleanza segreta con gli asburgo unì il

perseguimento di una politica anti-costituzionale sul fronte interno. Perciò riscontrata la grande

diffusione della carboneria nel regno ordinò, appoggoato dalla massoneria, la repressione della

setta.

BRIOT E LA CARBONERIA

Mathiez nella sua ricerca sulla Francia del terrore, proiettata verso una nuova positiva

considerazione di maximilien Robespierre, si imbattè in un estremista di nome Briot che all’inizio

del 1974 si contrappose al fratello di Robespierre, il fratello del capo del terrore, mostrando però per

uqesto personaggio scarsissimo interesse, a distanza di pochi anni nella pubblicazione di un suo

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saggio nel 1928 Mathiez attribuiva al giaccobino Besancon la fondazione della setta della

carboneria, perchè?

Il prof fa una ricostruzione: il libro di Mathiez capitò nelle mani di dayet, un discendente di briot,

che dovette risentirsi per il trattamento riservato all’avo; contattò quindi lo storico robespierrista

incuriosendolo con una nuova ipotesi affascinante, in grado di stravolgere quel quadro. In base a

documenti privati briot sarebbe stato il fondatore della carboneria napoletana, pertanto avrebbe

cospirato segretamente contro napoleone. Mathiez chiese conto di quei documenti ma dayet gli

riferì che erano andati persi in circostanze misteriose, anche se ne aveva ricopiati alcuni e di altri ne

aveva redatto una lista, Mathiez, quindi, raffreddò i suoi iniziali entusiasmi, e ciò non cambiò

quandoRambaud in un suo scritto attribuì a Briot la fondazione della setta della carboneria nel

mezzogiorno. Per lo storico mathiez mancavano prove certe per avallare la tesi di briot quale

fondatore, tesi suggestiva ma non ardita.

Nel frattempo lo storico Soriga, sulla rivista Risorgimento, pubblicava un saggio con il quale

pubblicava integralmente il rapporto presentato dall’alto ufficiale a murat nel giugno del 1814, in

virtù del quale sosteneva la derivazione francese (precisamente franc-comtoise) della carboneria

napoletana. Mathiez leggendo questo saggio rimase colpito, in quanto la ricostruzione del Soriga,

storicamente inoppugnabile, convergeva con le ipotesi del Dayet. Così diede alle stampe un saggio

(già apparso sugli annales nel 1828) con il quale elaborò la formulazione storica della tesi relativa

alla fondazione della carboneria da parte di Briot. Negi anni ’50 la storiografia tornò nuovamente ad

occuparsi di briot: dopo un intervento di Peroni fu ancora il dayet a riproporre il tema della

carboneria in due saggi pubblicati sempre sugli Annales Historiques dedicati ai rapporti di Briot con

Jullien de Paris e luciano Bonaparte, riportado tracce di corrispondenza intervenuta che

documentava un rappoto duraturo non solo affettivo ma anche politico, e dei rapporti con Carolina

Murat la quale evidenziava il particolare interesse per Briot e la sua famiglia, dovuto a guadagnarsi

l’appoggio della carboneria nel momento in cui suo marito imbeccava la strada anti-francese; infine

con gioacchino murat che volle con il briot una riconciliazione dopo tolentino per ottenere il

sostegno della carboneria.

Nonostante tutti gli interveti di Dayet, interessanti ed arguti, non si è riusciti a definire una volta per

tutte la questione dei rapporti tra briot e la carboneria che restava comunque saldata ai termini di

mathiez. Alla stessa coclusione perveniva il godechot il quale invitava qualche storico italiano a

compiere una serie di ricerche sull’attività di Briot in italia e soprattutto nel regno di napoli. Il prof

ha accolto l’invito e nella ricerca ha trovato a Chieti, nell’archivio privato di Majo della Valle,

alcune lettere inviate da Briot a Giuseppe Ravizza, dalle quali emerge un quadro desolante delle

province napoletane agli inizi del sec. XIX; tra tutte quella di particolare interesse è la lettera del 6

luglio 1808, la quale oltre a contenere una disamina delle vicende politiche della capitale, offre

spunti rilevati anche sulla questione della carboneria.

Dalle lettere, come detto, si evince lo stato desolate del regno di napoli: la costituzione di baiona

infatti fu considerata dai napoletani quasi una presa in giro ed i francesi la considerarono un

tradimento, un oltraggio alla loro dignità, nei francesi ex-giacobini, poi, la delusione fu doppia.

Briot, sempre nella citata lettera, esprime senza riserva questi sentimenti ironizzando sulla

costituzione e dichiarando espressamente il suo sdegno sulla norma relativa alla naturalizzazione.

Per lui il re si era comportato come fedele servo dell’imperatore guardando solo al proprio

tornaconto, suscitando perplessità e sgomento generale.

E’ quindi possibile che la delusione per il comportamento del re giuseppe sia stato il movente per la

formazione della carboneria, cioè un’organizzazione segreta con obiettivi repubblicani e

costituzionali. Ma se è plausibile che la carboneria sia potuta nascere nel clima di delusione per

l’operato di giuseppe può collegarsi la sua nascita a Briot? E’ sempre la lettera che ci viene in aiuto.

Da un passo di questa riferita a Giuseppe Bonaparte si legge che egli è chiamato da Briot “maestro”,

termine che non è utilizzato a caso in quanto giuseppe era “gran maestro”, gran maestro del grande

oriente di francia; anche Briot era massone, quindi se questo dichiara di non riconoscere più

Giuseppe come gran maestro evidentemente decide di prendere una strada nuova ed autonoma

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rispetto alla massoneria. Ciò coincide perfettamente con le varie fonti che considerano la carboneria

come una derivazione della massoneria, con riti più semplici ed un programma più prettamente

politico in senso democratico e libertario. Questa ricostruzione potrebbe apparire solo suggestiva

ma in realtà è anche corroborata da un elemento eclatante: Pansa nel riportare la raffigurazione del

sigillo segreto della vendita carbonara di Chieti segnala che intorno si legge il nome di una vecchia

loggia massonica dell’isola d’elba; chi avrebbe potuto dare quel nome alla vendita se non Briot?

Sulla base di questi elementi il prof tenta una ricostruzione: Briot tra il 1806 ed il 1807 istituì a

Chieti un Atelier massonico chiamandolo con il nome della vecchia loggia di Morenas, rifondata ad

elba con altro nome, ed la iniziò secondo le sue idee. In calabria fece altrettanto fino a quando non

si recò a Napoli nel 1808, ove nei mesi, per le ragioni dette (scaturenti dalla lettera) si verificò il

distacco definitivo da Giuseppe Bonaparte e dalla massoneria, da allora avrebbe cominciato ad

organizzare la carboneria avvalendosi del paravento massonico, ciò spiegherebbe anche la

promiscuità tra le due sette constatata sino al 1813. E’ una ricostruzione possibile ma non

conclusiva, è probabile che non sapremo mai se Briot fu o meno il fondatore della carboneria, se ne

sia stato il capo assoluto o un semplice esecutore; non lo sapremo mai perché un pubblico

funzionario non poteva permettersi il lusso di lasciare nel regno tracce della sua cospirazione anti-

governativa; se è vero che egli cospirava è logico supporre che ciò avvenisse con tutte le cautele, in

primo luogo distruggendo quei documenti che gli storici vorrebbero trovare.

VINCENO CUOCO

Nel suo Saggio egli parla della rivoluzione rimanendone impressionato come “davanti ad un

fenomeno straordinario nella storia della natura: la francia, egli diceva, fin dal 1789 avea fatta la più

grande rivoluzione che, volendo tutto riformare, avea tutto distrutto”. Ma se in francia la

rivoluzione aveva avuto una ragione storica non altrettanto poteva dirsi in italia e soprattutto nel

regno di napoli dove il modello francese era stato imposto dalle armi. I punti di maggior riferimento

del Cuoco furono gli storici Vico e Galanti: quest’ultimo gli trasmise la lucidità dello sguardo sulle

vicende politiche, mentre dal primo prende forma il suo storicismo che considera i concetti storici di

nazione e di popolo come i veri elementi di una società in continua evoluzione. Le costituzioni e le

leggi, per il Cuoco, devono adeguarsi alla vera costituzione nazionale che è data dai suoi costumi e

usi.; Cuoco, quindi, prende a modello la costituzione dell’antica Roma, costruita secolo dopo secolo

che sebbene non scritta era considerata inviolabile ed immodificabile perché espressione del popolo

romano. Così la rivoluzione viene ad essere il momento nel quale il popolo reclama leggi ed

istituzioni adeguate alle proprie evoluzioni.

Ma dopo pochi anni dalle riflessioni nel Saggio il Cuoco iniziava a collaborare con il corriere di

napoli ove esaltava le opere di giuseppe Bonaparte come è possibile che in poco più di 5 anni il

popolo napoletano giudicato molto lontano dalla francia e dalle sue riforme rivoluzionarie si fosse

trasformato in un terreno fertile per l’impianto delle leggi napoleoniche? Era cambiato il popolo

napoletano , le riforme o lo stesso Cuoco? Nell’edizione del 1806 del suo saggio egli, senza

motivare il suo cambiamento, fa capire che lo accetta perché “diretto da altre massime2 che

individua nelle scelte politiche francesi. Nessun accenno, però alla costituzione, sembra che il

Cuoco abbia accantonato lo storicismo per abbracciare un’ottica razionalistica. Gli articoli dello

storico evidenziano un atteggiamento non univoco nei confronti delle riforme; ad esempio egli

esaltò l’abolizione della feudalità considerandola perfettamente in linea con le tradizioni e

l’evoluzione del Regno, esaltò la riforma giudiziaria considerandola come uno dei più grandi

benefici di cui il regno aveva bisogno, anche se dovettero passare due anni prima che questa fosse

attuata, approvata nello stato in cui era quando Giuseppe partì per la spagna il consiglio di stato

ancora ne discuteva), infatti fu approvata con molti emendamenti posti dal consiglio, che la fecero

risultare quale un’organizzazione del tutto peculiare (non vi era distinzione tra giudizio d’accusa e

giudizio definitivo, non vi era il jurì, mancava la possibilità d’appello per i reati più gravi). Per

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questo fu una riforma condivisa dai maggiori esponenti napoletani che siedevano al Consiglio di

stato, e ciò basta per appagare le istanze storicistiche e nazionali del Cuoco.

IL PRINCIPIO DELLA FINE

L’immenso impero costruito da napoleone poteva durare sino a che sarebbe durata la sua

invincibilità: così quando arrivò la notizia dei disastri nella campagna di russia tutti capirono che si

trattò del principio della fine. Nuovi scenari, quindi, attendevano l’Europa: si sarebbe tornati

all’antico regime, o le vecchie dinastie avrebbero mantenuto le riforme napoleoniche, magari

introducendo innovazioni liberali, le costituzioni, in particolare, che il regime aveva sempre

rifiutato di concedere?

Abilmente, al contrario, gli inglesi avevano saputo contrapporre il loro costituzionalismo liberare:

tra il 1812 e il 1813 avevano varato in spagna e in sicilia due costituzioni che avevano suscitato

grande entusiasmo.

A napoli la notizia della disfatta fu per la corte un durissimo colpo, la prima decisione da prendere

era relativa alla pubblicazione del contenuto del bollettino relativo alla disfatta in russia. Questo,

infatti, fu ammorbidito in più parti prima di essere pubblicato, nel dicembre del 1812, gettando il

regno in una nuova fase di incertezza. In seguito a ciò il solco che divideva napoletani e francesi

divenne più profondo: infatti i primi speravano che murat, al ritorno dalla campagna in russia, si

schierasse definitivamente dalla loro parte prendendo una politica autonoma rispetto alla Francia; i

secondi speravano nella fedeltà murattiana alla causa napoleonica.

Entrambi erano comunque convinti che fosse necessario acquisire il consenso popolare attraverso la

concessione di una costituzione, solo così il regno si sarebbe potuto salvare.

In questo difficile contesto quale era la posizione della carboneria? Si crede che la leaderschip fosse

francese, se così fù bisogna ritenere che la setta, durante l’assenza del sovrano ebbe grande libertà

di movimento, in quanto aveva l’appoggio della reggente. Questa ipotesi è avallata dal fatto che al

ritorno di Murat si ebbe una sterzata repressiva nei confronti della carboneria ma è possibile che in

meno di un anno questa si fosse così sviluppata da divenire intollerabile agli occhi del governo? E’

più ragionevole pensare che la repressione sia stata indotta da ragioni politico e cioè dal fatto che

durante l’assenza del sovrano essa abbia assunto una posizione filo napoleonica.

Perché i carbonari per Carolina non costituivano un pericolo e subito dopo l’arrivo del consorte lo

diventarono? Probabilmente perché nella coppia regnante vi era sul punto una netta divergenza di

vedute politiche; è quindi verosimile che la setta, con l’appoggio di carolina, si sia potuta ramificare

nel regno; questa soluzione si inquadra bene ove si considerino le vicende politiche e personali di

Briot successive al ritorno di Murat; egli, infatti, si chiuse in isolamento, rinunciando a presenziare

alle sedute del Consiglio di stato per dedicarsi all’hobby della floricoltura. Egli in una lettera a

Ravizza dice che la sua corrispondenza è sotto il controllo della polizia, ciò attesta che egli era

visto come un personaggio sospetto e pericoloso, ma anche intoccabile perché legato alla regina.

UNO STRANO LIBRO

La Storia delle costituzioni politiche dell’impero francese è un’opera enigmatica ed anonima; ne

esiste un’altra edizione pubblicata dall’Avv. Tata nel 1810, ma la paternità è discutibile.

Vengono pubblicate le costituzioni dell’anno I, III e VIII. L’opera, pubblicata mentre in sicilia si

stava varando una costituzione sul modello inglese ed in spagna si approvava la costituzione di

Cadice, aveva il significato di legittimare sotto il profilo costituzionale il governo bonapartista.

Infatti l’autore si preoccupa di giustificare il regime imperiale attraverso il ricorso ai sui fondamenti

costituzionali. Questo quindi ci dice che l’autore era francese; ciò è confermato anche dalla

conoscenza che l’autore ha della storia d’oltralpe, in un passo egli parlando dei franchi ci si riferisce

come “i nostri padri”. Un francese costituzionalista quindi che potrebbe essere anche Briot, secondo

l’opinione di Dayet. Se così fosse bisogna ritenere che la carboneria, di fronte alla disfatta

napoleonica, intendeva prendere posizione per il partito filo-francese.

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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Liberati Gianfranco.

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