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per l’ammissibilità dei testimoni, alcune legislazioni come la carolingia,

prescrissero anche determinate condizioni di censo, escludendo la testimonianza a

chi non fosse proprietario di terre. Per quanto riguarda la prova scritta, non erano

impugnabili i diplomi della cancelleria regia e nell’ambito dei longobardi, i

documenti giudiziari. Il documento privato, poteva essere invece contestato in

giudizio, e in tal caso esso era difendibile con il giuramento dei testimoni, oppure

con la testimonianza giurata dello scriptor del documento, ed è proprio con

riferimento al documento scritto che si evidenziano, continuità e innovazione, per

esempio il ritrovamento in atti del 5 e ( secolo di formule giuridiche, uguali o

simili a quelle dell’età tardo – imperiale, ma non solo anche in Francia il

formulario di Marcolfo, testimonia la trasmissione di moduli giuridici sia romani

sia germanici all’età franca; ma è vero anche che se in questi casi, non si può

escludere continuità, per altri aspetti, la derivazione romanistica risulta apparente,

pertanto è smentita la tesi di Brunner, il quale ritenne di individuare già nel diritto

post-classico, la fonte della consegna del documento e della trasmissione della

proprietà immobiliare attraverso, il passaggio di mano, del documento

stesso(traditio per cartam), che la storiografia, ha collocato lontano dal diritto della

tarda romanità.

LA CHIESA: MONACHESIMO PAPATO PENITENZIALE

Abbiamo visto l’influenza esercitata dalla chiesa sulla legislazione visigota e

longobarda. Grande importanza ebbe il fenomeno del Monastico: esso fu

fenomeno nato in Egitto nel 3 secolo, con Antonio Abate, che ben presto si

sviluppò in Italia Francia e Irlanda attraverso la nascita di comunità monastiche,

tra cui quella istituita a Cassino da un monaco: Benedetto. Intorno a Benedetto,

crebbe una comunità di monaci, a cui il fondatore dedicò la REGOLA. Nella

Regola, tutto era disciplinato, il cibo, il sonno, l’ospitalità, ma non solo; è sancito

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il divieto per i monaci di possedere qualcosa e per quanto riguarda la vita comune

all’interno del monastero, l’ordine di precedenza è determinato dalla data di

ingresso nel Cenobio, a prescindere dall’età. Principio della vita comune, è

costituito dall’obbedienza, in base alla quale, si misura, l’autenticità della

vocazione.

Prima autorità è l’Abate, il quale è eletto a vita dai fratelli e che è responsabile

della loro salute spirituale; oltre a lui vi sono autorità inferiori quali, i Decani il

Preposito, e il Cellerario i quali appunto sono soggetti all’abate. Lo stesso abate, è

scelto dai monaci, per le sue virtù di vita e sapienza, quindi in base al merito.

Nell’elezione si deve tener conto inoltre non solo del numero dei voti, ma anche

della loro qualità dando rilievo al criterio del “sanius consilium”. La Regola non

precisa a chi spetta questa valutazione ma se la si analizza, si evince che saranno il

vescovo del luogo, gli altri abati e gli stessi laici dei dintorni, a intervenire qualora

sia eletto un abate ritenuto indegno. L’abate ha il potere di prendere tutte le

decisioni dopo aver sentito i fratelli, anche se non è vincolato al loro parere. Sono

previste sanzioni nei confronti dei monaci che contravvengono ai principi della

Regola, fino ad arrivare nei casi più gravi, all’esclusione dalla comunità. Negli

anni di crisi conseguenti all’invasione longobarda, la Regola si trasmise a Roma,

dove conquistò un romano di nobile famiglia, che aveva ricoperto la più alte

magistrature civili: stiamo parlando di Gregorio il quale nel 575 decise di ritirarsi

a vita monastica, e pochi anni più tardi fu costretto a intraprendere un cammino

papale; fu allora che ebbe inizio il suo pontificato che durò 14 anni. Con Gregorio

Magno, si assiste ad un riordino dell’organizzazione e della disciplina

ecclesiastica. Il Registro a noi giunto delle epistole gregoriane ha consentito, oltre

800 lettere che evidenziano i problemi della chiesa e le sanzioni proposte dal papa.

Vediamo come i rapporti tra la chiesa romana e le chiese locali, erano frequenti, e

ciò si evince dal fatto che il papa interveniva spesso in materia di elezioni

vescovili, riguardo all’amministrazione dei beni ecclesiastici, con suggerimenti e

sanzioni. I rettori, che gestivano il patrimonio della chiesa nelle singole province,

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erano anche i rappresentanti del papa nelle diocesi, quando il papa stesso riteneva

non opportuno inviare un visitatore per una specifica missione. Ed è a Gregorio,

che si deve riconoscere un metodo, destinato a svolgere un ruolo primario, non

solo nel diritto medievale ma anche in quello moderno; stiamo facendo

riferimento al modo con il quale il pontefice,dimostra i suoi precetti, rivolti a

vescovi , rettori, nonché le sue tesi e i suoi orientamenti pastorali; egli stabilisce

un rapporto tra la norma scritta e la condotta suggerita, in base al quale la seconda

deriva dalla prima, procedendo previamente ad un’interpretazione della legge.

Diciamo che all’influenza di Gregorio Magno, contribuì, non solo il Registro delle

lettere, ma anche la fortuna che ebbero i suoi scritti, i quali furono i più letti e

amati nel medioevo, e la cui entità, la si può misurare, solo se si osserva che a

distanza di oltre 5 secoli, nel decreto di Graziano, figurano 260 testi tratti dai

Registri, e 80 passi Gregoriani, ricavati dai dialoghi, dall’Oculus Pastoralis, dai

Moralia, e da altri scritti religiosi. L’adesione convinta di Gregorio, alla regola

benedettina,ebbe rilievo, nell’ambito della storia ecclesiastica, dell’occidente;

basti pensare alla conversione dell’Inghilterra, promossa da Gregorio, e che fu

realizzata per mezzo di una missione di monaci benedettini. Ma c’è da dire che

non tutto il monachesimo occidentale, divenne obbedienza benedettina, ad ex

ricordiamo tra le matrici feconde, di vita monastica, la spiritualità monastica

irlandese. Tra gli apporti, significativi che i monaci di provenienza celtica,

trasmisero all’occidente, ricordiamo le Penitenziali, ossia testi destinati al clero, e

contenenti, l’indicazione della penitenza più opportuna per il riscatto dei peccati. I

più antichi penitenziali, sono quelli risalenti al VI secolo e sono di origine

irlandese; ormai la penitenza pubblica e solenne, era caduta in disuso: essa era

sostituita dalla penitenza privata irrogata dal sacerdote durante la confessione, e

poteva consistere in digiuno di varia durata, oppure recite di preghiere e anche

composizioni pecuniarie. Ciò che comunque emerge è che nonostante il carattere

primitivo dell’elencazione dei peccati, dai penitenziali, emerge un elemento

fondamentale, vale a dire l’intenzione del peccatore, il suo grado di colpevolezza

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che vanno ad influire sulla quantità e qualità della pena , principio, che farà strada

fino ad arrivare al nostro diritto moderno, e che si differenzia dal sistema giuridico

germanico, che fa derivare le sanzioni penali dal semplice fatto, a prescindere

dall’intenzione del reo. L’ETÁ FEUDALE:

Il passaggio del regno carolingio, dai merovingi, ai carolingi, avvenne con la salita al

trono nel 751, di Pipino il Breve, il quale sin da subito, ebbe un rapporto speciale con

la Chiesa di Roma. Nel 768 gli successe il figlio Carlo, il quale mantenne un legame

con Roma, tale da indurre il papa ad intervenire contro le pretese di supremazia dei

longobardi e che portò alla conquista del regno longobardo da parte dei franchi. Nei

40 anni successivi, Carlo, proseguì la sua politica di ampliamento territoriale, del

regno franco alla cui base, vi era una struttura di istituzioni pubbliche per buona parte

nuova. Per quanto riguardava il governo del territorio, questo era affidato ai conti,

nominati a vita e scelti nell’ambito dell’aristocrazia franca. Il conte era titolare di un

potere denominato BANNUM, e aveva il compito di mantenere, l’ordine interno nella

contea. Non era stipendiato, ma riceveva in dotazione, terre, e aveva il diritto di

percepire 1/3 delle composizioni dovute al re per la violazione della pace e per tutti e

per tutti gli altri casi previsti dalla legge. Essendo comunque i conti ad esercitare

compiti civili e militari, al servizio del re, essi potevano nominare Centenari e Vicari;

a proposito, Carlo Magno stabilì, che tale nomina doveva avvenire CORAM

POPULO. Tra il re e i conti, esisteva un legame diretto, e Carlo, abolì i livelli

intermedi di potere territoriale come ad ex avvenne per il ducato di Baviera nel 788, il

quale fu direttamente amministrato dai conti. L’Italia mantenne la struttura di regno

autonomo, ma fu creata un’istituzione in modo da rendere più efficace il controllo del

territorio: tale istituzione prese il nome di MISSI DOMINICI, attraverso cui, uomini

di fiducia del re erano incaricati a recarsi in missione nelle regioni del regno franco,

per esercitare, in nome del re, funzioni inerenti la giustizia e non solo; a loro spettava

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il controllo dell’operato dei conti la preparazione di campagne militari, la riscossione

di vari tributi. Nell’802, dette funzioni, furono conferite a vescovi, conti abati, ossia a

persone il cui rango li poneva in una situazione di estraneità, nei confronti della

corruzione.

Sopra i conti e i missi, vi era il re, che costituiva, l’istanza suprema. Fin dall’epoca di

Pipino il Breve, fu introdotto, l’istituto dell’appello al re, nei casi:

 denegata giustizia;

 per le sentenze ingiuste da parte dei giudici del regno.

Attorno al re dei Franchi, ruotavano, personaggi religiosi e civili di sua fiducia come

il cappellano del palazzo, il conte palatino, il cancelliere, che rappresentavano, le

figure chiave dell’amministrazione del regno. Il re percorreva, il territorio,

esercitando sul posto le funzioni di controllo e intervento, e solo negli ultimi anni di

vita, Carlo Magno fissò, la residenza principale del re e della corte a Aachen. Carlo

Magno, introdusse, accanto al Banno(potere di comando, la cui violazione

comportava pesanti sanzioni pecuniarie), un ulteriore strumento per rafforzare

l’efficacia del potere sovrano, ossia, il giuramento di fedeltà da parte dei sudditi,

imposto ai maschi che avessero raggiunto 12 anni di età(questo avvenne nel 793).

Nell’802, quando Carlo, fu incoronato imperatore, tale giuramento fu ampliato, e cioè

oltre alla fedeltà adesso, comprendeva anche gli obblighi militari e fiscali, e ancora,

ed è questa l’innovazione, una serie di impegni a favore delle chiese vedove orfani e

poveri. Tra i mezzi di governo del re carolingio, è necessario menzionare, i

Capitolari: ricordiamo il capitolare di Heristal del 779, quello di Francoforte del 794,

in cui erano incorporati i comandi e che inizialmente, erano espressi a voce, ma

successivamente furono trasmessi per iscritto; rappresenta proprio l’uso della

scrittura, nell’amministrazione, la caratteristica del regno carolingio. L’uso della

scrittura è importante in quanto solo facendo ricorso ad essa era possibile governare

un mucchio di popoli così diversi. C’è da dire comunque che molte sono le riforme di

primo piano, che non compaiono nei capitolari, come ad ex: l’istituzione degli

scabini, ossia i giudici permanenti, presso i tribunali di contea che subentravano ai

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rachimburgi(giudici occasionali). Diciamo che la carica imperiale, rivestita da Carlo

Magno. Pose il sovrano, su un piano elevato rispetto agli altri re d’occidente, e ciò

avvenne già nella notte della sua incoronazione la quale avvenne, ad opera del papa:

si assisteva pertanto ad una rinascita del potere imperiale associato alla Chiesa. Sia

come re che come imperatore, Carlo si prefisse, il compito di gestire non solo lo

Stato, ma anche la Chiesa, nei suoi aspetti organizzativi e liturgici, essa secondo la

sua concezione doveva solo occuparsi di compiti pastorali e di preghiera; ideologia

questa che inevitabilmente poneva le basi di future e aspre lotte tra i 2 poteri.

IL VASSALLAGGIO

Negli stessi anni che Carlo Magno, operava per rafforzare, le strutture pubbliche, del

suo dominio, nasceva un nuovo istituto. Stiamo parlando del Feudo vale a dire un

legame personale tra 2 uomini, di diversa posizione, stretto, per assicurare, al

superiore sostegno, in ogni circostanza, e garantire all’inferiore, non solo sicurezza,

ma anche un sostentamento attraverso la concessione, in beneficio di una terra. È,

questo il feudo nei suoi 2 elementi:

 vassallaggio( soggezione servile ai voleri altrui);

 beneficio

la formazione, di questi legami, aveva origini antiche, ma è nella prima metà

dell’VIII secolo, che una raccolta di formule, giuridiche composta da Tours, indicava,

con precisione in che modo un uomo libero, poteva ottenere, il sostegno di un

potente, ponendosi al suo servizio per tutta la vita.

Abbiamo detto che questo istituto, aveva origini antiche, esso nasceva dall’esigenza

di disporre di uomini, armati a cavallo, esperti, e ciò si poteva ottenere, tramite

addestramento, il quale poteva richiesto ai giovani; furono proprio questi i motivi

che, spinsero il re e i signori più potenti, a una forma di reclutamento, che

rappresentava fonte di forti vantaggi, sia di carattere patrimoniale, sia di protezione

per il vassallo. Già prima ancora della fine dell’età merovingia, Carlo Martello,

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istituì, numerosi vassalli dando terre, per la maggior parte confiscate alla Chiesa.

Vassallo, era pertanto, colui che si legava al re o ad un capo. Questo legame avveniva

attraverso la cerimonia dell’omaggio.

Primo esempio si ebbe, nel 757, quando il duca di Baviera Tassilone, giurò fedeltà al

re Pipino. La cerimonia avveniva così: il vassallo, poneva le sue mani giunte, nelle

mani giunte del signore, a questo gesto si aggiunge va la parola con cui si

esplicitavano i contenuti dell’impegno, sotto giuramento. Attraverso questa

cerimonia, si instaurava una forma di dipendenza il cui obbligo primario, consisteva

nella fedeltà al proprio signore; cioè non allearsi con i suoi nemici; vi sono comunque

anche obblighi positivi, qualificati dalla dottrina posteriore: “auxilium et consilium”,

in cui Aiuto è il servizio militare a cavallo prestato dal vassallo secondo una varietà

di condizioni e di forme; e Consiglio, è invece l’assistenza, al signore, nelle decisioni

di ogni genere, a partire da quelle di carattere giudiziario. Il vincolo feudale, aveva

priorità su qualsiasi altro legame, compreso quello del sangue, e durava fino alla

morte dei contraenti, esso comunque poteva essere interrotto per gravi cause di

inimicizia. La rottura ingiustificata della fidelitas, costituiva un crimine gravissimo.

C’è da dire che nonostante la disparità di condizioni, l’inferiore, era un uomo

libero,autonomo, sia nella scelta del signore, sia nella scelta di obbligarsi, almeno

nella linea di principio. Il rapporto di vassallaggio, si estese ben presto dai re ai

feudatari maggiori, da questi ai valvassori(cioè vassalli dei vassalli), e poi ancora

verso il basso, così facendo si riuscì a mettere in comunicazione il vertice del potere

pubblico con le più piccole signorie locali. Tutto questo portò comunque, a situazioni

in cui, un vassallo era legato contemporaneamente, a più di un signore, portando a

inevitabili conflitti, quando i due signori erano in conflitto, e il vassallo, era chiamato

a dare prova di fedeltà, che egli aveva promesso ad entrambi i signori. Per ovviare a

ciò, quindi si affermò, una forma privilegiata di legame, l’omaggio “ligio”, che

creava un rapporto feudale prioritario rispetto ad ogni altro.

BENEFICIO

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Altro elemento essenziale delle strutture feudali è la concessione al vassallo di un

Beneficio da parte del signore, il quale rappresentava, la ragione principale per cui un

uomo libero, accettava l’impegno di servire fedelmente un signore. Come il

vassallaggio, anche il beneficio, risale ad epoche antiche, quando divennero frequenti

concessioni di terre a singoli da parte dei proprietari con o senza la corresponsione di

un censo. Normalmente il beneficio, consisteva nella concessione di terre che

inizialmente provenivano, da confische, nei confronti della chiesa e che in seguito

appartenevano alla corona. Con l’aumentare dei vincoli feudali, divenne possibile, e

normale che un vassallo:

 attribuisse in beneficio ad un altro uomo che diveniva pertanto subvassallo,

non solo una sua terra allodiale( cioè una terra posseduta a pieno titolo

senza legami di dipendenza), ma anche una parte di terra ricevuta in

beneficio, dal proprio signore.

Variabile fu la dimensione dei benefici, si avevano benefici maggiori comprendenti,

vasti domini e regioni intere, e benefici di poche pezze di terra. In età carolingia, un

rapporto fu fissato tra le dimensioni del beneficio e gli obblighi militari

corrispondenti; così il vassallo che riceveva 12 mansi di terra ( 3 ettari), era tenuto a

fornire al signore un uomo a cavallo; di solito i vassalli, ricevevano dal re 30 mansi

(7,5 ettari). L’oggetto del beneficio non sempre era uniforme, nel senso che poteva

trattarsi di una concessione di una terra, ma anche una carica pubblica, per esempio

una contea, un vescovato: esso era qualificato come Honor. In altri casi oggetto del

beneficio, poteva essere anche una somma di denaro data dal signore allo scopo di

legare a se il vassallo. Al feudo, era correlata una terminologia, che poteva riguardare

le condizioni giuridiche specifiche del beneficio:

 Feudo Franco: era un feudo in cui il vassallo non era tenuto a prestazioni

specifiche, ma solo alla fedeltà;

 Feudo Ligio: ▬ vedi ligio; 35

 Feudo Oblato: nasceva da un atto di rinuncia di un proprietario allodiale

che si privava formalmente di una propria terra, a favore di un altro,

ricevendo poi da costui, in beneficio quella stessa terra. Questo era un atto

frequente con cui si poteva ottenere la desiderata protezione di un potente.

Soprattutto in età più tarda, anche un debito, poteva dar luogo alla

costituzione di un beneficio che rappresentava una garanzia reale per il

creditore. Colui che riceveva il beneficio, attraverso una cerimonia simile a

quella dell’omaggio: l’investitura, aveva, il diritto di usare la terra, ma non

quello di disporne liberamente, e quindi cederla, o trasmetterla ai

discendenti dopo la propria morte. Abbiamo precedentemente detto, che il

vassallaggio aveva la durata della vita dei contraenti e pertanto, il beneficio

tornava al concedente che, poteva rinnovarlo a favore di altri. Col tempo,

viene superata questa disciplina, e si fa strada invece la successione

ereditaria del vassallo, cioè, rinnovare omaggio e investitura, nella persona

del figlio, di un vassallo defunto. Questa prassi, nei territori, dell’impero

ebbe successo decisivo, nel 1037, quando Corrado il Salico, attraverso un

editto, sancì espressamente, il diritto alla successione dei figli e del fratello

del valvassore. C’è da dire che tale regola, non fu mai immediata e

automatica, nel senso che era indispensabile che il figlio, prestasse,

l’omaggio, al signore e ottenesse, l’investitura, entro un termine variabile da

luogo a luogo; ma non solo: l’erede, infatti era tenuto a pagare una somma

di denaro che poteva essere fissa o pari al reddito di un anno del feudo.

Particolari problemi sorgevano, quando l’erede non aveva ancora raggiunto

la maggiore età al momento della morte del vassallo; in tal caso o erano i

parenti che provvedevano alla tutela e amministrazione del feudo fino a che

non diveniva maggiorenne, oppure il signore, aveva diritto a riprendersi il

feudo, o contrattare con i parenti, il consenso alla nomina di un tutore. Se

unica erede era femmina, questa inizialmente era esclusa dalla successione

nel feudo, ma col tempo questa limitazione andò in disuso, riservando però

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al signore il diritto di dare il suo assenso alla scelta dello sposo della donna,

poiché al marito spettavano, gli oneri militari, scaturenti dal rapporto di

vassallaggio. Naturalmente i discendenti maschi, potevano essere più di

uno, e in tale situazione le soluzioni adottate furono diverse:

 GERMANIA: si adottò una forma di infeudazione collettiva, in cui più

membri della famiglia ponevano congiuntamente, le loro mani nelle mani

del signore;

 ITALIA SETTENTRIONALE: tutti i figli succedevano, nel feudo che

veniva diviso;

 INGHILTERRA: prevaleva la primogenitura, di conseguenza il feudo

rimaneva indiviso nelle mani del 1 figlio maschio.

In alcune regioni poi si affermò, l’uso di investire del feudo il primogenito, il quale, a

sua volta lo divideva con i fratelli che avvolte prestavano a lui l’omaggio. Abbiamo

detto che inizialmente i diritti del vassallo, sul beneficio, non comportavano la facoltà

di disporre autonomamente, ma la tendenza a rendere più solido il rapporto tra il

vassallo e la terra, portò, alla conclusione che alcuni vassalli, convertirono in piena

proprietà, alcune terre date loro in beneficio dal re. Inoltre alla morte del signore,

nonostante il vincolo si spezzasse, diventava sempre più difficile, per il successore

rifiutare di accettare l’omaggio e di reinvestire del feudo lo stesso vassallo. I diritti

del vassallo, sul beneficio, aumentarono al punto che per egli era possibile, alienare il

feudo, e ciò avvenne a partire dal XI secolo. A proposito le fonti ci dicono che sino al

XII secolo, non solo si richiedeva il consenso del signore, ma anche che questo

ultimo, prendeva parte all’atto di cessione insieme al vassallo; così facendo,

l’acquirente era garantito 2 volte ossia dal vassallo e dal suo signore, e subentrava a

seconda dei casi o come:

 Nuovo vassallo previa prestazione dall’omaggio

 Nuovo proprietario allodiale, quando il signore del vassallo fosse stato

proprietario allodiale del bene infeudato.

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In alcune regioni, il signore poi venne abilitato a esercitare un diritto di prelazione sul

feudo: ma col tempo questo diritto si indebolì, e l’alienazione diretta da vassallo a

vassallo, con il consenso tacito e presunto del signore, divenne prassi frequente.

FEUDO, SIGNORIA RURALE E POTERI PUBBLICI

Le istituzioni feudali, pur presentando tratti comuni, non furono statiche nel tempo,

nel senso che si assiste ad un’evoluzione di forme e di specie di feudi, differenti tra

loro, soprattutto con riguardo alla divisibilità o indivisibilità del feudo, all’ereditarietà

e al rapporto con il potere sovrano. Robert Dossier, delinea una carta della feudalità

europea in cui sono raffigurati ben 7 modelli diversi, tra cui compare quello in cui

omaggio e giuramento, furono assenti o rari, e contavano invece accordi di tipo

contrattuale, spesso conclusi con documenti scritti. C’è da dire comunque che la

realtà istituzionale d’Europa, non si esaurisce solo nel feudo, ma un’altra istituzione

deve essere menzionata; stiamo parlando della signoria rurale, la quale rappresenta la

vera struttura di base dell’economia e del diritto delle campagne in questi secoli. I

Polittici, che sono dei documenti di età carolingia, ci ha trasmesso, l’immagine

precisa della grande proprietà ecclesiastica nel IX secolo. L’unità fondiaria, la villa,

appare suddivisa in 2 parti:

 La parte gestita, direttamente dal signore locale, con la sua residenza e le

terre circostanti coltivate dagli schiavi;

 La parte costituita dai fondi coltivati dai coloni liberi i quali erano tenuti a

prestare la loro opera in misura varia, cioè da pochi giorni all’anno a più

giorni a settimana, e dovevano dare al signore un censo, per lo più in natura

(cereali – carne), oppure in denaro; e oltre a questi vi erano anche gli

schiavi.

I possedimenti di un signore laico, comprendevano più domini, in mezzo ai quali egli

si spostava, lasciando al suo posto un uomo di fiducia che aveva il compito di gestire

l’amministrazione. 38

La presenza della signoria fondiaria, influì molto anche sul governo degli uomini e

l’esercizio dei poteri pubblici. Fin dall’età merovingia e in seguito con Carlo Magno,

alcune chiese e istituzioni monastiche, ottennero il privilegio dell’immunità, questo

voleva dire, che il conte e gli ufficiali regi, non erano autorizzati, ad entrare nelle

terre immuni, né tanto meno, potevano pretendere imposte, né ancora esercitarvi

poteri coercitivi e giudiziari. A questo si aggiunse, l’attribuzione dei poteri

giurisdizionali alle chiese; ricordiamo che fu Carlo Magno, a creare la figura

dell’ADVOCATUS, il quale era amministratore permanente di una chiesa e dei

possedimenti , nonché titolare di funzioni giudiziarie all’interno del territorio cui

l’immunità, era stata concessa. Quasi certamente, la crisi dei poteri pubblici, è legata

alle condizioni createsi in seguito alle migrazioni, vediamo infatti come Ungari,

Vichinghi Saraceni penetrarono ripetutamente nei territori, determinando reazioni di

difesa, quale il fenomeno dell’Incastellamento, principale strumento del potere locale;

il castello proteggeva le comunità rurali e le loro risorse, e al tempo stesso le

governava.

Sin dall’età carolingia, i castelli furono resi simili, almeno per quanto riguarda il

regime giuridico, ai beni immobili: il castello pertanto poteva essere venduto o

donato e il ricevente, che il più delle volte era una chiesa, ne acquistava la piena

proprietà; ma questo non è tutto, infatti ciò che assume rilevanza è che anche i diritti

e i poteri connessi con il castello erano trasmessi. Tale fenomeno fu qualificato da

Giovanni Tabacco come il fenomeno “dell’allodialità del potere”. In molti casi poi il

castellano, non aveva ottenuto dal sovrano, l’autorizzazione ad innalzare mura e

fortificazioni; si trattava pertanto di un potere che poteva essere valido nei confronti

della gente del luogo. Ma non fu sempre così; l’apice di siffatto potere venne

raggiunto quando appunto i signori del castello, cominciarono a esercitare al di fuori

di ogni legittimazione formale, il potere coercitivo( districtus) e il potere

giudiziario( iurisdictio), non solo sugli uomini delle terre di loro proprietà, ma anche

su coloro che vivevano nel territorio circostante su terre non dipendenti dalla

signoria. Fu così, che la giustizia penale e civile, prese ad essere esercitata dai signori

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rurali. Accanto alla giustizia ordinaria, nel frattempo si erano affermate altre forme di

giustizia; una di esse, è costituita dalla giurisdizione, che Salvioli, denominò:

“Convenzionale”nell’ambito di un contratto agrario, concluso da 2 uomini con

accordo scritto; ex un contratto di livello: il concedente si riserva il diritto di risolvere

egli stesso, le eventuali controversie, con il concessionario.

Vi è poi la giustizia “feudale”cioè le controversie nascenti, intorno la feudo, si

discutevano nella corte del signore feudale. A proposito comunque col tempo,

divenne consuetudine che il vassallo, fosse giudicato dai propri pari, quindi vassalli

del medesimo signore, che sedevano nel tribunale presieduto dal signore.

Tutta questa situazione,altro non portò, che una riduzione del controllo effettivo del

sovrano, sulle cariche pubbliche. Carlo Magno, aveva tentato di affermare il principio

secondo cui la fedeltà al re si manteneva anche in presenza di un vincolo feudale, tra

un vassallo e un signore, ma non era riuscito; ormai tra il re e i vassalli si erano

interposti, i principi territoriali, diventati i veri possessori del potere. Vediamo infatti

come in Francia e in Germania, lo stesso re doveva passare attraverso i principi, per

assicurarsi la cooperazione dei vassalli minori; si assiste pertanto ad una riduzione del

potere sovrano, rispetto all’età carolingia ma che comunque non fu omogenea nei

diversi regni. In Inghilterra infatti, Alfredo il grande, riuscì a rafforzare il proprio

controllo sul regno, promuovendo l’incastellamento del territorio; in Francia il

legame tra il re e i titolari, delle maggiori cariche pubbliche, rimase il legame feudale,

in cui compare il vincolo di obbedienza per l’inferiore, anche se le consuetudini

feudali lombarde, modificarono ciò, affermando che il vassallo ha il dovere di aiutare

in guerra il signore, solo se la guerra da questi promossa, sia giusta o non

palesemente ingiusta. Se osserviamo quanto detto ora, pertanto, anche il sovrano era

legato in quanto non poteva pretendere dai sudditi, ciò che andasse al di là degli

obblighi convenuti. SERVI, COLONI, LIBERI, NOBILI, MILITI

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A partire dal XI secolo, ad una struttura caratterizzata, dalla distinzione tra liberi e

servi, subentrò una struttura diversa in cui si distingueva, chi combatteva da chi

lavorava la terra, e la servitù si confondeva con il colonato. Si è servi, per conquista

di guerra o per debiti civili/penali e per nascita. La libertà, si consegue per

manomissione, che può assumere forme diverse: la più frequente divenne: la

liberazione disposta dal padrone con atto di ultima volontà, in occasione di un lascito

di terre in favore di una chiesa. Il servo poteva prestare la sua opera ricevendo dal

padrone un compenso, oppure poteva risiedere in un fondo separato, abitando una

casa. Il servo era soggetto al padrone sia nel lavoro, che nella vita privata, pertanto

poteva essere venduto, e comprato e doveva richiedere l’assenso del padrone per

creare una propria famiglia. I connubi tra liberi e servi erano assolutamente vietati. Vi

sono comunque delle mitigazioni all’arbitrio; un editto di Liutprando, dispone che il

padrone, non può uccidere il servo e gli viene anche impedito di abusare

sessualmente della serva la sanzione a questa contravvenzione, la libertà di lei e del

marito. Il servo ha diciamo così un tesoretto, costituito da animali e attrezzi, che

gestisce in modo autonomo, e che spetta di diritto al padrone nel caso in cui il servo

muoia, ma lo stesso può anche essere utilizzato dallo stesso servo per acquistare la

propria libertà. Cosa fondamentale, è che adesso il servo è persona, in senso

giuridico, la sua famiglia è vera famiglia ed è disciplinata dalle regole della patria

potestà, e della successione legittima. Vi sono comunque delle differenze tra liberi e

servi, differenze che concernono lo stato giuridico, che per il servo è tale da impedire,

l’esercizio di alcuni diritti- doveri, propri del libero invece quali: la milizia, la libertà

di movimento, il godimento dei beni comuni del villaggio, nonché ancora la

possibilità di entrare negli ordini ecclesiastici. È, con l’avvento delle signorie rurali

che i servi scompaiono. Aspetto caratteristico, di quella definita da Salvioli, la

costituzione sociale, fu la continua modificazione delle condizioni dei diversi ceti: ad

ex in Italia, nel X setolosi ritrova la presenza di veri e propri schiavi, soggetti a

condizioni di vita molto dure, rispetto a quelle dei servi casati, in quanto non gli

veniva affatto riconosciuta quella autonomia familiare che anche se limitata era

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propria degli ultimi. Ancora nell’età delle migrazioni, in poi i regni germanici,

conobbero, una categoria di uomini, che erano a metà tra i servi e i liberi, i cd.

“Aldii”, i quali erano legati con vincoli di dipendenza, ad un libero, ma comunque

dotati di capacità giuridica superiore rispetto a quella dei servi. Ora il fatto che in

molte regioni i servi rimasero, e in altre scomparvero, è indice di trasformazione

sociale. Vediamo ad ex l’Italia Padana, dove sin dall’età carolingia, la condizione dei

servi casati, tende ad affiancarsi a quella dei liberi, i quali attraverso, lo strumento del

contratto a “livello”, ottengono il diritto a coltivare la terra, la possibilità di

appropriarsi dei beni mobili, prodotti sul fondo. Tale contratto ha una durata di 29

anni per evitare il rischio della prescrizione. Questo fenomeno va di pari passo, ad un

altro, ossia la diminuzione dei liberi, che si accentua nel X secolo; le ragioni furono

diverse, dalla formazione di grandi proprietà laiche e ecclesiastiche, entro le quali i

lavoratori, ottenevano condizioni di vita vantaggiose, al desiderio di sottrarsi agli

oneri miliari e civili gravanti sui liberi. C’è da dire comunque che il mondo dei liberi

è tutt’altro che uniforme; ad ex gli “arimanni”, i quali sono tenuti a servizi militari e

di guardia dei ponti che costituiscono, il corrispettivo ad una concessione di terra

compiuta, per volontà regia. Ma non solo anche altrove nei territori della Germania,

e della Francia, la storiografia, evidenzia, l’esistenza di particolari gruppi di liberi del

re, concessionari di terre, legati al monarca e da lui protetti.

Sopra i liberi, incontriamo, le “Aristocrazie”, abbiamo visto infatti, come la cariche

più importanti, dell’impero, fossero conferite alle maggiori famiglie. A questa

aristocrazia, superiore si affiancò, un’aristocrazia di minore livello, legata a singoli

territori: trattasi dell’aristocrazia dei “Vassi dominaci”. Un punto fondamentale da

citare è che mentre prima la nobiltà, poteva essere trasmessa per linea materna,

adesso poteva avvenire anzi soprattutto avvenne per linea maschile. Lo stato

nobiliare, comportava privilegi di varia natura, come la milizia ( ricordiamo essere il

diritto a portare le armi), di natura fiscale, attraverso l’esenzione, di imposte gravanti,

invece sugli altri liberi. Adesso capiamo perché, esisteva l’interesse a comprovare la

condizione di nobile. Dalla nobiltà, occorre distinguere la “cavalleria” attraverso una

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cerimonia, un uomo veniva armato cavaliere e ciò, voleva dire essere abilitato a

portare le armi e a combattere. Essi erano uomini liberi. La nascita di questi soggetti

abilitati come già detto a portare le armi senza restrizioni, provocò, tensioni poiché, la

forza non venne utilizzata solo per respingere gli attacchi nemici, ma anche per

dominare sulle campagne e sugli uomini del contado. Era l’inizio del XI secolo,

quando 2 grandi personaggi ecclesiastici, Adalberone di Laon e Gerardo di Cambrai,

enunciarono la dottrina delle tre funzioni in cui si ripartisce una società organizzata:

“alcuni pregano, altri combattono, altri lavorano”.

IL RUOLO DELLE CONSUETUDINI

Dopo aver visitato, tutte queste istituzioni giuridiche,(vincoli feudali, la signoria), ci

si accorge quanto, poco abbia contato la legislazione. Esempio è il feudo che è nato

senza l’intervento dello strumento legislativo. Ciò che genera il diritto nuovo, sono le

consuetudini, vale a dire quei comportamenti ripetuti nel tempo, e che si sono

consolidate in regole vincolanti sia per i singoli, che per la comunità. Esse hanno

assunto un ruolo fondamentale, nell’evoluzione del diritto: si pensi alle leggi dei

regni germanici, i quali costituirono, una formalizzazione scritta di norme

consuetudinarie come furono la legge salica e l’Editto dei Rotari. Nonostante molti

studi, siamo lontani dal conoscere , in modo soddisfacente il diritto consuetudinario,

ma possiamo comunque tracciarne alcune linee.

Diciamo che a proposito, partiamo dal regno franco e longobardo e poi impero

carolingio e post carolingio, in cui punto di partenza è il sistema della personalità del

diritto. Trattasi di una situazione in cui vi è una pluralità di leggi che vige nello stesso

momento, nello stesso territorio, e ciascuna di esse si applica alla propria stirpe;

questo vuol dire pertanto che il diritto franco si applica i franchi, quello longobardo ai

longobardi e quello romano ai romani. All’interno di questo sistema, la consuetudine,

ha grande importanza, primo perché i diritti germanici, non sono originariamente

redatti per iscritto, poi perché le leggi, anche quelle che venivano approvate, non

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includevano, tutti gli usi e le tradizioni giuridiche di ogni popolo. Con il passare del

tempo, la coesistenza di più leggi personali, all’interno di uno stesso ordinamento,

portò a difficoltà, questo perché i rapporti giuridici, tra uomini di diversa stirpe si

fecero sempre più frequenti e ciò portò, a inevitabili conflitti tra leggi. Se osserviamo

la situazione italiana, ad ex, vediamo che Pipino, si era mosso nella direzione di

risolvere i conflitti stabilendo, che nelle controversie, circa lo stato delle persone, in

materia di libertà, o servitù ognuno, si poteva difendere con la propria legge, e che la

composizione pecuniaria, dovuta per atti illeciti, doveva essere fissata in base alla

legge della persona offesa. Questo comunque non fu la soluzione ottimale poiché,

molti erano i casi in cui il conflitto rimaneva aperto. Con il tempo le leggi longobarde

e i capitolari avevano assunto carattere territoriale cioè, erano diventate vincolanti per

tutti, a prescindere dalla stirpe, ma nonostante ciò, non si ebbe la scomparsa della

personalità del diritto, visto che molti erano gli istituti, che non erano regolati dalla

legge. In un contesto come questo, la crisi era evidente, ma nonostante ciò, il sistema

sopravvisse, ancora per secoli. Nei secoli, IX e X, si affermò la prassi di dichiarare

nei singoli negozi, la legge di appartenenza attraverso le professioni di legge,

importanti per valutare,la consistenza delle etnie nelle diverse zone. Occorre

comunque tener presente, che nelle zone in cui prevaleva un’etnia, la professione di

legge veniva dichiarata solo da coloro che se ne distinguevano. Tutto questo

comunque non è tutto, l’esame di documenti, rivela infatti, che vi sono individui, i

quali professano legge longobarda, ma adottano ad ex regole tipicamente

romanistiche. Molto spesso poi, la citazione della legge professata, non vuol dire

regole giuridiche differenziate, nel senso che ad ex le differenze sono semplicemente

di forma; un esempio è quello che accade nelle disposizioni di ultima volontà, che

sono simili nell’intera Italia. In altri casi, è proprio l’oggetto, a differenziarsi per

regolamentazione; ad ex la donazione dei romani è solitamente, priva di

controprestazioni, mentre quella longobarda, prevede, un corrispettivo più o meno

simbolico detto “launegild”, senza il quale è sempre revocabile. Per quanto riguarda,

il contenuto, le consuetudini, rappresentano un insieme di tradizioni longobarde, e

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principi romanistica, ma anche di regole nuove. Il diritto romano, anche se con

sporadici principi, si è senza dubbio affermato, in alcuni profili del diritto di famiglia,

delle successioni, dei contratti, ma non solo; vediamo infatti come nella disciplina del

processo, incontriamo, una forma di tutela del possesso, detta “ investitura salvo

querela”.

Questa è una procedura, che consentiva all’attore, il quale sosteneva di essere stato

privato ingiustamente del possesso di un immobile, di riottenere giudizialmente lo

stesso possesso, qualora il convenuto fosse contumace (latitante); ma ne imponeva la

restituzione qualora il convenuto si presentasse in giudizio entro 1 anno. È da notare,

che in questo procedimento, la decisione circa il possesso, è distinta e autonoma

rispetto alla proprietà: il possesso è tutelato come tale e trasferito all’attore in caso di

contumacia da parte del convenuto; e anche nel caso vi sia la restituzione del

possesso allo stesso contumace, che si è presentato in giudizio entro 1 anno, non

risolve la questione della proprietà, la quale invece si otterrà solo con la prescrizione

30nnale, o 40nnale. Ora questa disciplina risulta essere molto affine a quella prevista

nel codice giustinianeo, a tal punto da non far pensare ad un rapporto di derivazione.

Ma tutto ciò, non è tutto, nel senso che la riaffermazione, del ruolo del diritto romano,

trova in questa età, altre manifestazioni: intorno all’anno 1000, l’imperatore Ottone

III, durante l’investitura, della carica di un giudice, gli pose in mano, il codice

Giustinianeo, “orinandogli, di giudicare, Roma e il mondo intero, secondo questo

libro”. Poco più tardi, nel 1027, Corrado II, imponeva a tutti gli abitanti di Roma, di

adottare il diritto romano, a prescindere dalla stirpe di appartenenza; nello stesso arco

di tempo, si verifica un altrettanto, fenomeno rilevante ossia: la formazione di

consuetudini legate a una singola terra e vincolanti per tutti, coloro che lo abitano, a

prescindere dalla stirpe di origine. Essendo gli usi, quasi sempre non scritti, in caso

di contestazione, essi venivano accertati attraverso la testimonianza di uomini del

posto. Nei settori, in cui vi erano meno conflitti, e più consenso, come ad ex nel caso

dei regimi successori, le consuetudini, poterono invece conservarsi intatte per secoli.

Notiamo pertanto come si è passati da consuetudini di stirpe, a consuetudini locali,

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maturate dalla convivenza di uomini di diversa stirpe, che in alcuni casi risultarono

essere innovatrici, rispetto alle tradizioni, della singole etnie; tradizioni che

comunque, continuarono a vivere al lungo, affianco alle consuetudini locali.

Nonostante ciò comunque c’è da dire, che l’esame di documenti, quali contratti

agrari, vendite, dimostra come nonostante le tradizioni diverse, in uno stesso luogo, la

prassi dei negozi, sia divenuta quasi sempre uniforme. Diciamo che la nascita delle

consuetudini, è un fatto che ha segnato una svolta giuridica, nella storia giuridica

d’occidente. Se vogliamo possiamo dire, che l’intera storia del diritto, di tutto il

continente, è la costruzione secolare di una progressiva “unità”, intesa nel senso che

nonostante vi era la formazione di consuetudini locali, non vi erano comunque

differenze profonde, nelle regole che poi venivano osservate nei diversi luoghi;

ovunque, o quasi troviamo contratti agrari, che bilanciano i diritti e i vantaggi del

colono, con quelli del proprietario della terra, ma oneri scadenza e pagamenti, e

anche il nome dello stesso contratto, cambiano, quindi sì unità ma è pur vero che

trattasi consuetudini non uniformi. Nonostante tutto, il sistema consuetudinario, non è

privo di confini, nel senso che vi sono innanzitutto i limiti fissati dalla stessa legge,

nel momento in cui ne viene proclamato il primato della stessa, ma soprattutto, altro

limite era quello che esse non dovevano, contravvenire ai canoni di una società, che

si proclamava cristiana.

NOTAI GIUDICI E CULTURA GIURIDICA

In un mondo prevalentemente contadino, regolato da consuetudini non vi era, spazio

per tecniche giuridiche specializzate, visto che le regole di condotta e i criteri di

risoluzione delle controversie, erano conseguenza di comportamenti ripetuti nel

tempo, anziché frutto di leggi scritte o di decisioni giurisprudenziali. A questo punto

verrebbe da definire questa un’età senza cultura giuridica , in realtà non è così, e

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questo perché bisogna tenere presente il fatto che le consuetudini altomediali, in

parte:  Si sono trasformate in testi legislativi scritti;

 Si sono realizzate attraverso l’opera dei notai rogatori(coloro che stipulano

atti);

 E solo in parte hanno costituito, comportamenti non investiti, se così si può

dire, dalla scrittura o dall’intervento di giuristi.

Abbiano appena detto, che anche se in parte, le consuetudini, si sono realizzate

attraverso l’opera dei notai; ed è proprio il notariato, che ha assunto un ruolo

fondamentale, si fa strada, nel corso del X secolo, uno stile di redazione dei

documenti molto uniforme, che ci fa pensare alla presenza di formulari a cui i notai,

facevano riferimento, nel redigere gli atti. In realtà per l’Italia, non è attestata

l’esistenza di raccolta di formule: il più antico formulario italiano, il “cartularium

langobardicium”il quale peraltro non può essere datato a prima del IX secolo, ma

questo non è solo l’unico motivo, infatti esso non contiene le formule di tutti gli atti,

ma solo di alcuni e comunque neppure in modo completo. Quindi come facevano? Si

pensa che i notai, abbiano operato sulla base di precedenti, ossia prendendo come

riferimento i documenti disponibili, risalendo sino all’età imperiale. In seguito,

l’uniformità delle formule, potrebbe essere stata, imposta dal potere centrale o può

darsi si sia verificata spontaneamente per imitazione. Il rapporto dei notai, con i

pubblici poteri, venne espresso come un rapporto di dipendenza degli stessi dai missi

regi. Ma ben presto accanto a i semplici notai comparvero, anche i “notai del sacro

palazzo, i quali, crebbero subito di numero rispetto agli altri a tal punto, da divenirne

la maggioranza. Questo avvenimento, avvenne Pavia, terminò di essere capitale del

regno, in seguito alla distruzione del Palatinium, avvenuta nel 1024, ad opera degli

stessi pavesi, che pensavano così di liberarsi dei pesanti oneri, connessi al

mantenimento della corte regia. La storiografia, mostra come vi fossero, in diverse

città italiane, famiglie, aristocratiche, dalle quali uscivano frequentemente uomini,

destinati alle funzioni di notai o di giudice, che non di rado, operavano anche

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all’esterno della propria sede di residenza. Per quanto riguarda il terreno giudiziario,

a partire dal X secolo, tutti i processi sono diventati uguali, non vi è contraddittorio,

ma solo riconoscimento delle ragioni dell’avversario davanti al giudice, il quale così

facendo svolge il ruolo, sulla base di accordi intervenuti previamente tra le parti. La

cultura dei giuristi, è quindi una cultura di pratici del diritto, in cui notai e giudici,

operano redigendo Charte e Notitiae, sulla base di formule trasportate e adattate al

singolo caso.

Cosa sono?

 Charta, eè un documento privato, nel quale l’autore conclude in forma

soggettiva, un negozio, davanti a i testimoni. Tale documento che riporta le

sottoscrizioni autografe di autore e testimoni, ha carattere costitutivo e

viene consegnato all’altra parte, interessata al negozio.

 Notitiae, invece ha carattere probatorio(che costituisce elemento di prova),

e contiene i nomi dei testimoni presenti al negozio o alla controversia, ed è

redatta in forma oggettiva.

Esistono comunque, anche testimonianze di cultura giuridica di diversa natura, opere

di interpretazione sui testi giuridici della tradizione romanistica. A proposito diciamo

che Savigny, si è dedicato con grande attenzione allo studio di questo aspetto per

cercare di rintracciare ogni elemento di continuità del diritto romano in occidente. Il

filone Teodosiano, ha dato una serie di compendi, che si possono ricondurre alla

Francia dei secoli V e IX, dove il diritto giustinianeo, è giunto in minima parte; al

filone Giustinianeo, appartengono invece alcune opere: le istituzioni di Giustiniano,

che hanno formato oggetto di brevi glosse dal secolo VI in poi. Il codice è stato

utilizzato nel territorio romano- ravennate ma in maniera molto concisa; dell’uso del

Digesto invece, nonostante ricerche non si hanno notizie fino alla fine del XI secolo.

Tutte queste opere presentano caratteri comuni, ossia trattasi di sommari molto

semplici, in cui non vi è traccia di approfondimento analitico, in cui una parola viene

chiarita con un sinonimo, ma senza preoccuparsi di approfondire le questioni dubbie,

e i problemi circa la coesistenza di più norme. L’età carolingia, ha conosciuta una

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forte rinascita culturale confermata dall’adozione di una nuova scrittura, e da una

riforma dell’istruzione superiore, anche se comunque non abbiamo elementi che ci

consentono di affermare con esattezza, se fosse stato istituito, un curriculum

scolastico precisamente destinato ai giuristi. Sappiamo che il diritto, non era dotato di

una propria autonomia didattica, con molta probabilità i notai e i giudici, dopo aver

imparato il sapere nelle scuole di arti liberali, presenti in chiese e monasteri,

imparassero poi i modelli specifici, del proprio mestiere da altri notai e giudici, vale a

dire nell’apprendistato delle professioni legali. La prima svolta si coglie nel XI

secolo, dove vi sono delle testimonianze, circa la fioritura di scuole nell’Italia

Settentrionale, in cui il diritto assumeva un ruolo primario. Un’opera composta nel

1070, “l’Expositio ad Librum Papiensem”, dimostra infatti in modo certo l’esistenza

di un nuovo modo di interpretare i testi longobardi e franchi; interpretazione avvenuta

ad opera di un gruppo di giuristi di questa età. Si vede come nel commentare i

capitoli dell’opera citata, l’autore, imposta e risolve una serie di quesiti, analizzando

il testo in maniera tale da renderne semplice la comprensione e non tralasciando la

combinazione di norme tra loro discordanti; mai la cultura giuridica aveva prodotto

nulla di simile. IL DIRITTO CANONICO NEI SECOLI IX E X

Nell’età carolingia, la Chiesa, ottenne dai sovrani, del regno franco, un valido

supporto, ma nello stesso tempo si trovò ad affrontare situazioni che più volte misero

in pericolo la libertà e l’autonomia della stessa. In tale contesto anche le chiese locali,

molto spesso, diedero vita a consuetudini liturgiche, che erano discordanti rispetto a

quelle di matrice romana; ad ex la prassi di suddividere la penitenza tra gli amici del

penitente che portava, alla riduzione in pochi giorni di una penitenza di anni; avvolte

poi si poteva ottenere lo stesso risultato, mediante il pagamento di una somma di

denaro. Ancora poi i secoli IX e X, accanto alle compilazioni ecclesiastiche,

conobbero anche compilazioni, in cui erano contenuti testi autentici, ma anche testi

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manomessi, dando vita a norme nuove, che furono attribuite ad autorità che mai le

avevano emesse. Esempio: “le decretali pseudoisidoriane”. Ma perché nascevano?

La risposta a ciò, è che da un lato si volevano rimuovere, quei vincoli imposti alla

Chiesa dai poteri laici, come l’obbligo della milizia per il clero, e dall’altro si voleva

rendere più solida la gerarchia ecclesiastica, riaffermando la potestà del Papa, in sede

giurisdizionale, ma non solo, si spingeva il clero, ad una più rigorosa disciplina di

vita e di attività pastorale, si richiamavano i laici all’osservanza dell’indissolubilità

del matrimonio, e all’osservanza degli impedimenti canonici, nascenti dalla parentela.

Secondo una tesi che poi risulta essere la più accreditata, il momento della

composizione delle decretali, pseudoisidoriane, avvenne tra il 847- 852 e autore, fu

l’arcivescovo Incmaro di Reims. Grande fu la fortuna che l’opera ebbe, fu addirittura

recepita nella più importante collezione canonica: il decreto di Burcardo, la quale era

una raccolta di testi, in cui il potere episcopale(vescovo), veniva esaltato, nei

confronti, dei metropoliti, mentre meno rilevante sembrava il ruolo del papa. Anche

se stupisce questa situazione, in realtà non dobbiamo molto meravigliarci, se teniamo

conto delle condizioni, in cui la Chiesa versava a causa delle istituzioni, feudali, e

signorili, che della stessa chiesa ne avevano intaccato, struttura e funzioni. Vediamo

come nelle chiese locali, i vescovi erano scelti dai sovrani temporali, i quali, non si

limitavano a consegnare a questi, le insegne episcopali(anello e pastorale), ma

accadeva che affidavano ai vescovi, la cura d’anime; i sovrani inoltre si riservavano,

il diritto di rimuovere i vescovi. Anche la nomina dei sacerdoti, era influenzata dai

poteri signorili, ma non solo, nel senso che si cominciarono ad avvertire, le pretese da

parte dell’imperatore, di designare il papa, non considerando le scelte del clero e del

popolo. Vediamo come in tutti i contesti, ma in particolar modo, al livello

dell’episcopato, le nomine dei pastori, erano determinate dai rapporti di parentela e

dall’offerta di denaro, e tutto ciò, era negativo, visto che si assisteva ad un accesso,

alle funzioni sacerdotali, e vescovili, di uomini privi di vocazione, e di conseguenza

poco inclini alle rinunce che dalla stessa carica discendevano, come ad ex il celibato.

Assistiamo pertanto ad una larga diffusione del concubinato ecclesiastico

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(nicolaismo), questo tipo di concubinato, si differenziava dal matrimonio, per quanto

riguardava gli aspetti patrimoniali, perché privo della dote e degli assegni maritali,

ma comportava la naturale conseguenza di creare, aspettative per i figli, nonostante

l’assenza di un loro formale diritto di successione.

RIFORMA DELLA CHIESA E DIRITTO DA CLUNY A WORMS

Intorno al XI secolo, una pesante reazione si delineò nella chiesa: innanzitutto, vi fu

una rilevante riforma monacale; la spiritualità benedettina, aveva conosciuto, una

fioritura nel monastero di Cluny in Borgogna; ora la condotta dei devoti, la severità

della disciplina, si accompagnavano ad un nuovo ordinamento, delle singole

comunità, strettamente dipendenti dalla casa madre. Era l’abate di Cluny a nominare i

priori, e gli abati dei monasteri dipendenti. Nel frattempo, si sviluppa in Italia, un

nuovo eremitismo, sostenuto da Ronaldo di Ravenna ; negli stessi anni, alcuni

uomini, affrontarono, i temi della riforma della Chiesa,

cominciando dal vescovo Wazo di Liegi, che criticava le intromissioni dei laici, nelle

nomine ecclesiastiche, la simonia (lucro sulle cose sacre), nonché il

concubinato(vivere insieme senza essere sposati) del clero. Ma egli non fu

l’unico,ricordiamo ad ex un monaco Umberto di Moyenmoutier, il quale esprimeva

la convinzione, che l’acquisto per denaro delle cariche ecclesiastiche, era da ritenersi

eresia, e ancora altro protagonista fu Pier Damiani, il quale condannava anche egli la

simonia e che insieme ad Umberto, ebbero, circa le loro posizioni eco favorevole

presso la sede papale. A Roma, l’imperatore, Enrico III rimossi 3 papi, aveva eletto

papa il vescovo Leone IX, e da questo momento, in poi i pontefici, vennero scelti tra i

dignitari ecclesiastici; vediamo infatti come nonostante l’opposizione

dell’aristocrazia romana nel 1059, venne eletto papa il vescovo Gerardo di Firenze ,

detto poi Niccolò II. Egli nonostante ebbe un breve pontificato(1059 – 1061), stabilì,

un nuovo modo di elezione del pontefice romano, affidandone la designazione ai

cardinali vescovi, l’approvazione al clero romano, l’acclamazione al popolo, così

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facendo la scelta del papa fu sottratta non solo all’aristocrazia romana, ma anche alla

volontà degli imperatori. Nello stesso tempo, veniva espressa la condanna nei

confronti dei laici, che procedessero al conferimento, di beni ecclesiastici. Queste

erano le prime vittorie di quello che fu il partito riformatore all’interno della Chiesa.

C’è da dire comunque che all’interno dello stesso clero, vi furono delle resistenze, al

mutamento di consuetudini, ormai radicate; vediamo ad ex come nel 1059, Pier

Damiani, venne inviato, dal papa a Milano per risolvere la controversia sulla simonia

tra l’arcivescovo Guido de Velate, e il movimento riformatore detto della Pataria; qui

il clero favorevole, a Guido, tentò di istigare il popolo contro Pier Damiani,

appoggiandosi sull’argomento secondo cui, la Chiesa Ambrosiana, non doveva essere

sottoposta alla Chiesa Romana. In quegli anni, a sostegno delle riforme, un ruolo

dominante, ebbe un monaco, il cui nome fu Ildebrando di Soana, il quale divenne

papa, assumendo il nome di Gregorio VII; con egli, il contrasto con l’impero,

raggiunse l’apice, in quanto osò dichiarare, decaduto il re e l’imperatore e addirittura,

sciolse, i sudditi dal giuramento di fedeltà al loro sovrano. La scomunica, fu revocata

solo dopo un’attesa di Enrico durata 3 giorni, davanti al castello di Canossa al freddo.

Questo comunque non fu un episodio isolato, nel senso che vi fu una seconda

scomunica, cui fecero seguito una spedizione romana dell’imperatore, la nomina di

un antipapa, e il ritiro di Gregorio a Salerno a cui fece seguito la sua morte. Alla base

di questi scontri, vi erano 2 modi differenti di concepire la Chiesa e il potere

temporale. L’imperatore considerava il proprio ruolo come assegnatogli, direttamente

da Dio, il papa invece riteneva preminente il sacerdozio rispetto al regno, definendo

demoniaco il potere temporale, se non era in armonia con i principi, religiosi e morali

della chiesa. Si crearono, pertanto delle divergenze, in cui compariva la questione

delle investiture, ossia chi tra l’imperatore e il papa fosse abilitato a investire i

vescovi del loro ufficio. La teoria gregoriana è espressa nel “Dictatus papae” del

1075, in cui sono appunto affermati i privilegi del pontefice romano, in base al quale

il papa può deporre i vescovi e trasferirli, anche senza la convocazione di un sinodo

(adunanza episcopale); allo stesso pontefice, spettano le decisioni per quanto riguarda

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le cause di diritto canonico, le sue pronunce sono inappellabili e non può, dirsi

cattolico, chi non concordi con Roma; ma non solo, infatti il papa si riserva il diritto

di deporre gli imperatori e di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà. Mai in

questo modo era stata proclamata l’autonomia della chiesa; ora non era possibile

l’ambiguità da quel momento in poi, ogni vescovo, si trovò a dover scegliere tra la

fedeltà della Chiesa di Roma e la fedeltà del proprio sovrano. La chiarezza e

l’intransigenza nel perseguire gli obbiettivi, delle riforme, furono gli elementi che

fecero si che la stessa riforma, sia stata spesso chiamata gregoriana anche se nata

prima . le collezioni canoniche preesistenti, furono presto sostituite da altre collezioni

che si ispiravano ai nuovi principi, come ad ex osservanza delle norme canoniche, in

materia di elezioni episcopali, condanna della simonia e concubinato del clero.

Esempio di questa collezione, fu: la collezione in 74 titoli composta a Roma intorno

al 1076;ma questa non fu l’unica ricordiamo infatti anche quella del cardinale

Deusdedit, e il Liber de vita christiana del vescovo Bonizone. Fuori Italia occorre

menzionare, la Tripartita, il Decretum, e la Panormia, composte dal vescovo Ivo di

Chartes, il quale ha dato un apporto fondamentale sul fronte del pensiero giuridico

canonistico, nelle teorie dell’interpretazione; egli con un celebre testo “de

consonantia canonum”enuncia , i criteri che consentono di superare i contrasti tra i

canoni, distinguendo il diritto divino, immutabile, dal diritto umano, che invece è

mutabile, e ancora distingue la giustizia dalla misericordia, la regola costante a quella

legata a circostanze di tempo e luogo; tutto ciò fu di fondamentale importanza in

quanto, tali principi se applicati, sono in grado di assicurare a norme pur diverse un

proprio ambito di validità.

COMUNI IMPERO E MONARCHIE

Negli stessi anni che la chiesa si riformava, la società europea evidenzia segni di

evoluzione. La crescita demografica, era destinata a proseguire e ad essa si

accompagnò, un aumento della produzione agraria, ottenuto innanzitutto, con

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l’estensione delle terre coltivate, sottratte al pascolo e alla foresta e grazie anche,

all’adozione di tecniche nuovi, quali la rotazione triennale, la quale risultò essere

molto più vantaggiosa rispetto a quella biennale, in quanto lasciava a riposo, 1 anno

su 3 anziché 1 su 2. artefice della rinascita delle città, fu anche lo sviluppo, di un

intenso commercio, tra le regioni dell’Europa e l’Oriente Mediterraneo. Per quanto

riguarda le istituzioni religiose, la Chiesa si ristrutturava come abbiamo visto, e

nascevano nuove forme monastiche oltre a quella benedettina, come i Cistercensi,

Certosini, ma anche e soprattutto 2 massimi ordini mendicanti fondati da San

Francesco e San Domenico, ognuno dotato di specifiche norme. Sul piano del diritto,

la nuova scienza ha elaborato concetti e metodi destinati a sopravvivere sino all’età

contemporanea; un nuovo gruppo sociale ha assunto il ruolo di protagonista,

nell’applicazione di regole giuridiche: stiamo parlando del ceto dei giuristi di

professione. LA FORMAZIONE DEI COMUNI CITTADINI:

Fu nel corso del XI secolo, che in regioni d’Europa si evidenziarono, segni di una

nuova civiltà cittadina. Il commercio ricominciò a prosperare, protagoniste di ciò,

furono Venezia e Amalfi, ma anche nella Francia Settentrionale, in Germania dove

appunto, nascevano centri, di scambio soprattutto, lungo i fiumi o in località

marittime, dotate di porti naturali. La storiografia ha comunque attribuito, ruolo

rilevante, al commercio circa la nascita delle città, ma attenzione è da sottolineare che

ha avuto un ruolo rilevante ma non determinante, vediamo infatti che da una parte

alcune città, nacquero, per iniziativa pubblica, da parte dei principi e sovrani, i quali

crearono incentivi economici, per nuovi insediamenti, e dall’altro già, l’alto

medioevo, aveva conosciuto, il commercio ma questo non aveva, determinato il

sorgere delle città. La tipologia, delle città medievali, è varia ma ciò che conta è che

essa non fu un’agglomerazione di uomini all’interno di mura, ne tanto meno solo

centro di produzione e di scambio. Essa divenne soggetto autonomo, nel senso che fu

capace di determinare liberamente, le proprie scelte civili. Vediamo come

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inizialmente ogni città, ogni villaggio, o castello, che sia faceva capo a un signore

laico, o ecclesiastico, che di fatto aveva il monopolio, delle funzioni

giurisdizionali,politiche, e anzi, in molti casi aveva la diretta proprietà del luogo

abitato. Ma già nella metà del secolo X alcuni privilegi sovrani, assicurarono ad

alcune città, come ad ex avvenne per Genova, un certo grado di autonomia, e nell’XI

secolo, tali privilegi, divennero frequenti, nel senso che il signore non rinunciava alla

propria signoria, ma concedeva una serie di attribuzioni quali fiscali, giurisdizionali,

conformi agli abitanti della città. Non ci stupiremo se affermiamo che in alcune città,

l’autonomia fu il risultato di sforzi e aspre lotte tra gli abitanti e il signore del luogo;

ad ex a Cambrai, in seguito ad una rivolta dei mercanti, della città, contro il vescovo,

fu giurata nel 1076, un’associazione analoga, ebbe un certo spessore nel 1112, i

cittadini prestarono un giuramento comune che aveva come obbiettivo , quello di

darsi un reggimento autonomo. Nello specifico, l’associazione giurata(communio),

vincolava coloro, che l’avevano voluta, all’obbligo del sostegno reciproco, alla

rinuncia penalmente sanzionata, a tutti quei comportamenti violenti che si

rivolgevano a qualsiasi altro associato; questo perché la violenza era dilagante. Per

tutto ciò che riguarda la struttura istituzionale, non si sa molto; vediamo infatti che in

alcuni casi, giurati, erano tutti gli abitanti della città di diversa estrazione sociale,

altre volte si trattava di gruppi di uomini con funzioni amministrative e giudiziarie ,

eletti dalla cittadinanza riunita. Una cosa è certa , ossia che i mercanti ebbero un

ruolo primario, nel promuovere l’autonomia cittadina; si trattava di quei mercanti che

in molte città quale ad ex Tiel Verdun, Colonia, avevano originato, un’associazione

privata, la Gilda , dotata di proprie regole, e strutture per la gestione del commercio.

Tale associazione più tardi decadde, ma senza dubbio, agevolò, molto la formazione

dell’associazione cittadina giurata. Molte città del Reno, della Mosella, vennero

invece amministrate da un collegio di scabini, che erano scelti tra i cittadini , ma

nominati dal signore della città e al quale, essi giuravano fedeltà secondo gli schemi

feudali; la loro nomina, era per lo più vitalizia, e anche la dove si era formata

l’associazione giurata, gli scabini, non scomparvero, ma anzi conservarono le loro

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attribuzioni al fianco dei giurati. La situazione che si era creata, era quella che la

cittadinanza, era divenuta in ogni città, un fattore politico di cui non ne si poteva

ignorare l’esistenza. Nell’Italia Settentrionale e Centrale, lo sviluppo delle istituzioni,

cittadine, fu precoce e tra la fine del XI e XII secolo, molte città raggiunsero

l’autonomia, attraverso, la nomina di consoli, i quali erano responsabili dell’ordine

interno, della difesa, della giustizia, non solo entro le mura ma anche nel contado

circostante. Ogni città, giunse attraverso vicende all’istituzione del comune. Ad ex a

Genova, dopo una serie di contrasti, tra la cittadinanza e il vescovo, si giunse nel

1099, a stipulare un’associazione volontaria, giurata di tutti gli abitanti, con

l’elezione di consoli, e la rinuncia da parte del vescovo all’esercizio della

giurisdizione temporale. A Firenze, il comune nacque, intorno agli anni 1125-38, con

l’istituzione dei consoli, e più tardi di un consiglio di Boni Homines e di una

magistratura, di Provisores, che aveva il compito di esaminare i reclami dei cittadini,

mentre l’assemblea, si riuniva 4 volte l’anno.

Dall’Italia, il consolato, si trasmise, alle città della Provenza e della Linguadoca, che

avevano maggiori, rapporti commerciali, direttamente con l’Italia, ma nel corso del

duecento, il modello italiano, divenne così crescente tale da imporsi, come prevalente

in Europa. Anche in questo caso il conseguimento, dell’autonomia da parte della

città, non fu indolore, nel senso che si verificò una resistenza dei poteri legittimi;

nelle città vescovili, si instaurò per un periodo una diarchia tra il vescovo, e il

comune, i quali delimitarono, le proprie competenze. Vi furono poi altre città che

invece raggiunsero, un tale livello di indipendenza e autonomia, nel senso che

acquisirono diritto di pace e di guerra, piena giurisdizione civile e criminale, diritto di

battere moneta, e imporre tributi, tali da essere definite Stato-Città; è questo il caso

della Lombardia della Toscana e del Veneto. Federico Barbarossa, cercò in tutti i

modi di ricondurre le città italiane, entro l’orbita giuridica dell’impero, ma incontrò

una resistenza non indifferente; all’inizio l’imperatore germanico, sembrava essere

riuscito nella realizzazione dell’impresa, e nel 1158, Milano assediata promise, di

restituire all’imperatore tutti i diritti a lui spettanti(le regalie), a partire dalla

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giurisdizione, ma quando Milano, decise di ribellarsi, andò incontro alla totale

distruzione(1162). Nel frattempo, l’imperatore non poteva, non gratificare alcune

città a lui fedeli, con privilegi e ciò avvenne per Pisa - Genova – Pavia. Non è da

trascurare che sotto la guida di Milano, nasceva una lega antimperiale, che sconfisse

nel 1176 a Legano, Federico, il quale appunto dovette cedere.

La pace di Costanza, del 1183, riconobbe ai principali comuni italiani, l’esercizio

della giurisdizione e la validità delle consuetudini cittadine. L’imperatore, si

riservava una giurisdizione d’appello la quale doveva essere amministrata da giudici

speciali, da lui nominati, anche se comunque anche questa pian piano scomparve;

solo allora il comune non fu più un’associazione privata, ma bensì soggetto di diritto

pubblico. I CONSOLI E IL NUOVO DIRITTO CITTADINO

I comuni, stabilirono sin dall’inizio, che la carica consolare, dovesse avere durata

breve, solitamente 1 anno, al termine del quale, le stesse persone non potevano essere

rielette. Il numero dei consoli, fu vario nelle diverse città da 2 a 4 anni e di diversa

estrazione sociale. Per quanto riguarda i loro compiti, circa la giustizia ad ex questa

ebbe importanza fondamentale, nel senso che all’inizio era gestita in comune col

vescovo o col signore, e che finì per essere integralmente sia nel campo civile che in

quello penale, amministrata dai consoli. Accanto ai consoli, operavano una pluralità

di organismi. L’assemblea generale degli abitanti(concio), si riuniva periodicamente,

per decisioni riguardanti guerre o alleanze con altre città. Essa approvava per

acclamazione le proposte avanzate dal console, ma ben presto fu sostituita da un

organo meno ampio: il consiglio maggiore, costituito in genere da alcune centinaia di

cittadini. Vi era poi un collegio minore, formato da alcune decina di uomini, e che

coadiuvava, i consoli nelle decisioni politiche e civili. All’interno della città, i

quartieri, coesistevano con le parrocchie e furono proprio, i quali rappresentavano la

cellula-base della città, anche ai fini elettorali, che assunsero, una propria identità

giuridica e sociale, in cui il cittadino, era prima su tutto un membro della sua

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contrada; si imposero nuove regole giuridiche, nei confronti di tutti gli abitanti a

prescindere dal loro status giuridico e sociale. Il diritto cittadino, contiene nuove e

severe regole penali, che tendono ad assicurare la pace interna ed evitare la vendetta.

Ma ciò non è tutto, in molte città, è previsto l’istituto della pace privata che sancisce

una diminuzione della pena, nel caso in cui l’autore di un reato e la sua vittima si

siano pacificati; ma la pace interna è tutelata anche in altre forme, come ad ex

equiparando la riapertura di atti di ostilità tra famiglie e individui, all’omicidio. Si

vanno affermando nuove regole di diritto privato, e di procedura, nascono così nuove

norme sulle obbligazioni sui beni immobili sottratti ai vincoli feudali e di

conseguenza liberamente alienabili; nascono nuove norme sul diritto di famiglia con

l’affermazione del diritto di prelazione dei parenti, in caso di vendita o di successione

testamentaria: il cd. “Retratto agnatio”. Uno degli aspetti fondamentali, della parte

giuridica della città, riguarda la libertà personale degli abitanti; si fece strada la

consuetudine secondo cui il rispetto era garantito dai tribunali cittadini in base al

quale, chi avesse vissuto per 1 anno e 1 giorno nella città, era considerato libero, a

prescindere dal suo status originario. Il ruolo politico e giuridico, svolto dalla

popolazione cittadina, induce ad attribuire alle istituzioni comunali, la qualifica di

democrazie , ma in realtà non è proprio così in quanto: innanzitutto i consoli, non

venivano eletti dall’assemblea generale, ma erano designati dai consoli uscenti,

oppure scelti da elettori di 2 grado, che erano designati dalla sorte all’interno del

consiglio maggiore sostituitosi a tutti i cittadini. Anche il consiglio maggiore non era

formato, con una procedura propriamente democratica, in quanto i suoi membri

venivano scelti per lo più da elettori designati dalla sorte o dai capi degli stessi

comuni, all’interno di quartieri. Nonostante quanto detto, comunque c’è da dire che la

democrazia cittadina, fu creazione nuova, che non aveva mostrato rapporto diretto,

col mondo antico; ma non ci si deve fare indurre in errore, per quanto riguarda la

terminologia, nel senso che i consoli del comune non erano i consoli, della Roma

Repubblicana, nonostante e non solo per il nome ma anche per la durata furono

desunti da fonti romaniche. Il comune fu un edificio nuovo, realizzato con

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti sull'età tardo antica nella materia di Storia del diritto italiano. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: struttura istituzionale tarda, la legislazione post-classica, cristianesimo, Chiesa e diritto nei primi secoli, Stato Chiesa da Costantino a Giustiniano.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2006-2007

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