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occhi dei suoi sudditi, e Gioacchino non può far altro che acconsentire, firmando il 20 luglio un decreto in

cui viene riconosciuta ai francesi la cittadinanza napoletana.

E’ per tal motivo, ossia la mancata attuazione da parte di Napoleone della Costituzione di Baiona in merito

alla naturalizzazione degli impiegati civili stranieri, che Murat decide di non convocare il Parlamento. Un

passaggio del Diario Napoletano di Carlo De Nicola avalla quanto appena detto: Murat chiede la

convocazione dei parlamenti ma Zurlo gli consiglia il contrario, data la mancata esecuzione della

Costituzione per ciò che concerne gli impiegati stranieri; è a quel punto che Murat scrive all’Imperatore, il

quale acconsente all’allontanamento dalle cariche dei francesi non naturalizzati: otto di costoro, però,

corrono dalla Regina e la informano del tradimento di Gioacchino, il quale complotta contro Napoleone col

favore degli inglese, pronti ad intervenire nel Regno di Napoli. Così la Regina scrive al fratello,

informandolo dei fatti, il quale provvede ad emanare il decreto del 6 luglio.

N.B. De Nicola, nel proprio diario, parla di parlamenti provinciali, riferendosi ai collegi elettorali provinciali

del Parlamento nazionale e non ai consigli provinciali istituiti nel 1806, in quanto questi ultimi sono già

funzionanti da quella data e non necessitano di essere convocati.

CAPITOLO II – LE DUE CRISI. LA NASCITA DELLA CARBONERIA TRA I CENTO GIORNI DEL

1808 ED IL FREDDO INVERNO DEL 1812

I cento giorni più lunghi del Regno di Napoli

Facciamo un passo indietro. Nella primavera-estate del 1808 Napoleone Bonaparte riesce, sfruttando un

contrasto tra il re Carlo IV ed il figlio Ferdinando e facendo abdicare entrambi, a mettere sul trono di

Spagna il fratello Giuseppe. Con tale mossa, che inizialmente appare considerevole in quanto Napoleone

riesce a conquistare il trono iberico senza ricorrere alla forza del suo esercito, egli crea a se stesso, ed al

suo impero, ben due problemi di notevole rilevanza: da un lato si mette contro il popolo iberico, deciso a

non sottomettersi senza combattere, il quale da luogo ad una serrata guerriglia; dall’altro Napoleone da

modo agli inglesi, suoi eterni nemici accorsi in soccorso degli spagnoli, di studiare le tecniche di guerra

napoleoniche. Nell’estate del 1808 Napoleone inizia ad essere un imperatore temuto tanto quanto odiato:

i popoli lo vedono come un tiranno, i sovrani di tutta Europa come un conquistatore megalomane.

Napoleone, poi, commette un altro errore: tratta il fratello Giuseppe ed il cognato Gioacchino come pedine

di una sua personale scacchiera, nella quale muove un pezzo dal trono di Napoli per spostarlo in Spagna e

sostituirlo con un altro pezzo.

Ma veniamo alla situazione del Regno di Napoli. Il malcontento per l’eredità lasciata da Giuseppe

Bonaparte ormai è dilagante: egli, dopo tante promesse nel biennio di governo, lascia la terra campana

senza quelle riforme liberali che tutti si attendono e dando in eredità uno Statuto poco innovativo e

svuotato di significato dall’opposizione verso lo stesso del nuovo re Gioacchino Murat.

Quei “cento giorni” che vanno dal 23 maggio 1808, quando Giuseppe lascia Napoli diretto in Spagna, al 6

settembre dello stesso anno, quando si insedia (con un mese di ritardo) il nuovo sovrano Murat sono

considerati dalla storiografia moderna come una semplice fase di transizione, data la marginalità del regno

napoletano, ma se ci preoccupiamo maggiormente della “nostra” situazione possiamo osservare come quel

periodo fu particolarmente deludente per coloro che vivevano in quel frangente, seppur poco importante,

d’Europa. Il malcontento dei napoletani è palese: essi appaiono delusi dall’atteggiamento del loro vecchio

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sovrano, che ha lasciato un debito pubblico consistente (portando con se tutte le sue ricchezze) e non ha

attuato alcuna delle riforme promesse. Sotto un diverso profilo cresce la rabbia dei francesi presenti nel

regno, tenuto conto della norma sulla naturalizzazione presente nello Statuto di Baiona. La protesta dei

napoletani liberali e la delusione per il tradimento dei francesi generano un’opposizione consistente al

regime napoleonico: nel 1808, ad opera di Pierre Joseph Briot, nasce la carboneria meridionale. Briot è un

giacobino, un repubblicano amareggiato per la situazione creatasi. Accanto a lui figurano Giuseppe Poerio,

Vicenzo Cuoco ed altri esponenti del partito costituzionalista del Regno che pensano ad una nuova Carta

pensata appositamente per Napoli e non adattata dal modello spagnolo o da quello francese (come

auspica Briot).

Nel 1812 l’impero napoleonico entra in crisi: la disfatta in Russia e l’emanazione di costituzioni

democratiche in Spagna ed in Sicilia concesse grazie all’appoggio degli inglesi alimentano le speranze dei

patrioti, dei carbonari, appoggiati anche da Carolina Murat, reggente in assenza del marito, la quale

intende basare proprio sull’appoggio della setta (i carbonari) il suo potere, promettendo una nuova

costituzione. Ma al ritorno di Gioacchino la situazione cambia nuovamente: egli preferisce l’appoggio e

l’alleanza con gli Asburgo (austriaci) che con gli inglesi ed ordina la repressione della setta carbonara.

Pierre Joseph Briot e la carboneria: un complesso percorso storiografico

Il percorso storico che affrontiamo è lungo e complesso. Ho cercato di ridurlo quanto più possibile ai fatti

essenziali, senza trascurare elementi rilevanti.

Albert Mathiez, storico francese tra i più importanti studiosi della Rivoluzione, nelle proprie ricerche si

imbatte in Pierre Joseph Briot, per il contrasto di quest’ultimo nel 1794 con il fratello del temutissimo

Maximilien Robespierre (Augustin). Mathiez inizialmente (1925) descrive Briot come un traditore, essendo

passato dai girondini ai giacobini, un servitore dei potenti, un accesso persecutore del clero e dei suoi

oppositori politici, nonché ladro ed usurpatore, riservando al personaggio pochissima attenzione, fino a

che un discendente di Briot, tale Maurice Dayet, contatta Mathiez e lo mette al corrente del fatto che Briot

è il fondatore della carboneria napoletana e principale cospiratore, nel Regno di Napoli, contro Napoleone,

in base ad alcuni documenti visionati dallo stesso Dayet ma ormai perduti.

Mathiez, però, non è convinto, almeno sino al 1928, quando prende visione di un saggio pubblicato da

Renato Soriga sulla rivista “Risorgimento”, all’interno del quale l’italiano, prendendo spunto da un

rapporto del generale Rossetti sulla carboneria, conferma la fondazione della stessa da parte di un

francese. Questo elemento, unito al fatto che la carboneria napoletana si diffonde nel Regno di Napoli

proprio a partire dal 1806, anno in cui Briot fa il suo ingresso nel Regno di Napoli, inizia a fornire qualche

certezza al cauto Mathiez.

Dunque Briot viene raffigurato come un infiltrato che agisce dall’interno contro il regime napoleonico,

senza mai abbandonare i suoi ideali, ma i documenti fantasma su cui Dayet fonda le sue idee, senza

trascurare che egli ha un interesse diretto a riabilitare il nome del suo avo, non sono sufficienti: occorre

una ricerca dei rapporti tra carboneria napoletana e Briot da parte degli studiosi italiani.

Ecco dunque che Mastroberti trova, nell’Archivio privao Majo della Valle di Chieti, alcune lettere private

inviate da Briot a Giuseppe Ravizza, suo segretario d’intendenza in Calabria, nelle quali il francese ironizza

sulla Costituzione di Baiona e sull’obbligo di naturalizzazione in essa contenuto, mostrando tutta la sua

delusione per la persona e l’operato di Giuseppe Bonaparte e rappresentando un disagio generale vissuto

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da napoletani e francesi in quel periodo. Quindi, secondo quanto riportato sino ad ora, la carboneria

napoletana nasce proprio dalla delusione dell’operato di Giuseppe, non più riconosciuto neanche come

Maestro massone da Briot. Quest’ultimo, infatti, si distacca in questo periodo dalla loggia massonica alla

quale appartiene ed è plausibile pensare che fondi la carboneria, derivazione delle massoneria ma con riti

più semplici e con un programma più concretamente politico: una delle prime vendite carbonare di Chieti

reca il nome della vecchia loggia massonica cui appartiene Briot (e di cui è capo), nome che solo

quest’ultimo avrebbe potuto conferirgli.

Proprio se accettiamo l’idea, corredata da non poche prove, che Briot sia un cospiratore, un “nemico

dall’interno” del regime napoleonico, dobbiamo concludere che mai avremo delle prove della fondazione,

da parte sua, della carboneria napoletana: un funzionario di alto livello, un corrispondente degli odierni

prefetti, non può in alcun modo lasciare segni dei suoi legami con sette o della sua cospirazione anti-

governativa.

Vincenzo Cuoco

A Vincenzo Cuoco vari studiosi attribuiscono posizioni politiche molto diverse: c’è chi lo vede come il

“fondatore del liberalismo nazionale rivoluzionario e moderato insieme” (B. Croce), chi lo contempla come

il fautore delle sfortune storiografiche italiane del XIX secolo, perché troppo avverso alla Rivoluzione

francese (Furio Diaz), chi addirittura lo configura come “l’ideologo del democratismo d’inizi Ottocento” (De

Francesco).

Egli, in realtà, all’interno della sua opera “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799”, non mostra

alcuna avversione ideologica nei confronti della Rivoluzione, ma si limita a dire che “…volendo riformare

tutto, avea tutto distrutto”, confondendo le proprie idee con le leggi della natura. Ma se in Francia la

Rivoluzione ha una ragione storica, nel Regno di Napoli il modello francese viene imposto dalle armi e non

scaturisce dalla storia nazionale, non è figlio del popolo napoletano.

Cuoco, ispirandosi al pensiero di Gian Battista Vico e riconoscendo quest’ultimo come il fondatore della

“scienza della legislazione”, crede che le costituzioni politiche e le leggi in generale debbano adeguarsi ai

costumi e agli usi di un determinato popolo in uno specifico momento storico e non possano in alcun modo

essere imposte da altri, dovendo partire dall’interno. Egli si ispira all’idea di costituzione dell’antica Roma,

costruita secolo dopo secolo, formata da un insieme di “massi enormi legati con un cemento indissolubile”,

espressione compiuta del popolo romano.

Dopo poco tempo, però, il pensiero di Cuoco sembra mutare: egli abbraccia le riforme liberali di Giuseppe

Bonaparte, come l’abolizione della feudalità e la riforma giudiziaria, pur provenendo dall’esterno ed

ispirate alle leggi napoleoniche e motiva il suo cambiamento di pensiero spiegando che tutto ciò che porti

felicità e benefici al Regno deve essere accettato e non fronteggiato. Ecco, dunque, che Cuoco si mostra

più come uno storico attento ai cambiamenti che, da qualsiasi parte provengano, apportano dei benefici

per la situazione napoletana, che un politologo o un ideologo.

Egli vede la riforma giudiziaria come una svolta rispetto al passato, ma non dobbiamo trascurare che essa si

ispira comunque al modello francese ed appare estranea alle tradizioni napoletane, sebbene vicina alle

idee degli illuministi meridionali. Tuttavia l’ampio spazio di libertà concesso al Consiglio di Stato e,

soprattutto, ai suoi emendamenti rende la riforma incline ai bisogni del Regno, pertanto accontentando

studiosi che, come Cuoco, pretendono delle svolte e dei tagli rispetto al passato.

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Il “principio della fine” a Napoli tra paure e speranze

Il 27 dicembre 1812 viene pubblicato, nel Regno di Napoli, il 29esimo bollettino della grande armata

napoleonica, nel quale è descritta la disastrosa campagna di Russia. E’ il “principio della fine” (definizione

di Talleyrand) dell’impero di Napoleone. Durante l’assenza di Gioacchino il governo napoletano è retto

dalla moglie (e sorella dell’imperatore) Carolina, la quale stringe accordi, al fine di guadagnarsi il consenso

popolare, con la carboneria napoletana filo-napoleonica e con Briot in persona (gli vengono donati

possedimenti terrieri presso Capua e viene nominato presidente della Sezione di legislazione del Consiglio

di Stato). Briot, dunque, pur essendo avverso a Napoleone, si ritrova a doverne appoggiare l’impero

insieme alle idee della Regina, dato che l’alternativa è costituita, nel Regno, dal partito liberale

costituzionalista napoletano, che non vede di buon occhio i francesi.

Al ritorno di Gioacchino, però, la situazione cambia: i carbonari, ormai, sono ovunque ed il sovrano, in

disaccordo con la consorte, decide di avviare una dura campagna di repressione. La corrispondenza di

Briot, nel frattempo ritiratosi (1813) per dedicarsi all’hobby della floricoltura, viene costantemente

controllata ed egli è visto come personaggio sospetto e pericoloso, sebbene intoccabile perché protetto

dalla Regina in persona. Tutto questo avviene mentre in Spagna ed in Sicilia gli inglesi propongono il

costituzionalismo liberale ed appoggiano l’emanazione di due costituzioni che suscitano grande

entusiasmo.

Uno strano libro

Lo strano libro, oggetto del titolo, è la “Storia delle costituzioni politiche dell’Impero francese”: si tratta di

un’opera anonima in cui vengono pubblicate le costituzioni francesi ed i decreti istitutivi ed organizzativi

dell’Impero. Essa viene pubblicata proprio mentre in Spagna si approva la costituzione di Cadice ed in

Sicilia se ne approva una sul modello inglese e tende a legittimare il regime imperiale sotto il profilo

costituzionale.

L’autore, per la straordinaria e capillare conoscenza della storia d’Oltralpe e per il richiamo ai “nostri padri”

trattando della stessa, non può che essere un francese ed alcuni studiosi sono concordi sull’affermare che

possa trattarsi proprio di Briot, il quale appoggia in questo periodo la posizione filo-napoleonica di Carolina

Bonaparte.

Anche all’interno della carboneria, dunque, nasce uno scontro molto acceso tra filo-francesi e nazionalisti

napoletani, orientati verso la Costituzione di Cadice emanata in Spagna.

Due carbonerie, una francese ed una italiana, nella crisi del 1812?

Dunque Briot si ritrova, dopo la disfatta dell’armata napoleonica in Russia, a dover appoggiare proprio la

linea napoleonica: egli non può tradire la Patria, per cui tanto si è adoperato anche per evitare la

naturalizzazione napoletana dei funzionari pubblici francesi.

Quindi nella setta (la carboneria) viene a crearsi una netta suddivisione: da un lato i carbonari che

appoggiano Briot, presunto fondatore, e di conseguenza le idee della Regina; dall’altro i carbonari

napoletani, sostenitori di una costituzione simile a quella di Cadice (quella spagnola) e di una linea anti-

francese, anti-napoleonica. 11

Sta di fatto che, dopo la repressione del 1813, il governo di Murat inizia a manifestare una mancanza di

ostilità nei confronti della carboneria, proprio per appoggiarsi alla setta e ricevere maggiore approvazione

da parte del popolo.

Possiamo dunque parlare di una vera e propria SCISSIONE all’interno della carboneria.

CAPITOLO III – IL DIBATTITO COSTITUZIONALE. IL CREPUSCOLO DEL REGNO MURATTIANO

Il ripescaggio della costituzione di Baiona: il decreto del 23 aprile 1814

Dopo l’emanazione, da parte di Napoleone, del decreto del 6 luglio 1811 con il quale egli chiarisce che non

sono soggetti a naturalizzazione o ad esclusione dalle proprie cariche i cittadini francesi, la Costituzione di

Baiona sembra accantonata. In realtà Napoleone stesso ci tiene affinché essa rimanga in vigore, proprio

per limitare il potere di Murat all’interno del Regno, in quanto lo Statuto vincola il sovrano alla fedeltà

verso l’Impero.

Come se ciò non bastasse, prima della campagna di Russia, Napoleone invia a Napoli una “notifica solenne”

con la quale lega indissolubilmente Gioacchino alle sorti della Francia: trascurando i propri doveri verso la

Costituzione, verso il trattato di Baiona e verso l’Imperatore egli avrebbe perso qualsiasi diritto alla Corona.

Quindi lo Statuto di Baiona continua ad essere vigente nel Regno di Napoli e Gioacchino, una volta tornato

dalla campagna di Russia, accontenta Napoleone (in senso ironico) proprio dando luogo, nuovamente, ad

un decreto (23 aprile 1814) nel quale prevede la naturalizzazione napoletana di tutti coloro che occupano

un impiego pubblico: ormai la frattura tra cognati è palese e Murat tenta di stringere accordi con gli inglesi

e con gli austriaci al fine di rimanere sul trono, adottando una linea anti-napoleonica.

Ricevere la cittadinanza napoletana, tra l’altro, non è più facile come un tempo: nel Consiglio di Stato è

presente un alta rappresentanza napoletana, decisa a non concedere indiscriminatamente la

naturalizzazione a chiunque ne faccia richiesta.

L’appuntamento del 10 giugno 1814 al Consiglio di Stato

Siamo arrivati alla soluzione finale del problema “dei francesi e della loro naturalizzazione”. Data la

decisione del sovrano, al Consiglio di Stato iniziano a pervenire le domande per ottenere la cittadinanza

napoletana. Nella seduta del 3 giugno il dibattito è molto acceso e si manifesta l’intenzione di rinviare la

seduta al 10 di giugno, riunendo, però, tutto il Consiglio di Stato e non la sola “sezione dell’interno”

competente a decidere.

Il 10 giugno, dunque, si concretizza lo scontro tra il partito napoletano e quello francese: il segretario di

Stato Pignatelli informa i presenti che non possono dar luogo all’esame della questione senza una

preventiva autorizzazione del sovrano. Murat teme che vengano prese soluzioni troppo drastiche, in un

senso o nell’altro e tenta di aggirare il problema. Ma il Consiglio, orma, è deciso ad affrontare la questione:

Briot fa presente tutti i vantaggi tratti dalla partecipazione del Regno di Napoli all’Impero napoleonico,

mentre Poerio, colpito nel suo amor di patria, difende le vecchie istituzioni e l’antichissima dignità della

nazione napoletana. Il francese commette un errore quando sostiene che lo Statuto di Baiona venga

considerato come posto nel nulla o abrogato tacitamente: Poerio, sottolineando l’importanza attribuita

dallo stesso Napoleone precedentemente e da Murat negli ultimi tempi nei confronti della Costituzione

giuseppina, considera la Carta come ancora vigente e, pertanto, operativa all’interno del Regno.

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L’intervento di Briot. La questione politica

Il discorso di Briot all’interno del Consiglio di Stato parte con la considerazione che l’opinione pubblica

delle province non sia avversa, in alcun modo, ai francesi, che tra l’altro sono esigui nel numero in merito

agli impieghi pubblici, non creano un problema essendo appena trecento.

Dopo tale premessa Briot passa all’aspetto politico del discorso: egli sottolinea come il Regno di Napoli sia

formato per lo più di stranieri e si sia avvalso, nel tempo, di comandanti e strateghi stranieri; ribadisce

l’ingiustizia di mandare via quegli stessi soggetti che fino a poco tempo prima si era cercato di trattenere;

conclude, infine, con la minaccia di veder trattati i napoletani nella stessa maniera presso gli Stati esteri.

L’interpretazione “francese” della Costituzione

Dopo l’esame della situazione politica, Briot passa a discutere della Costituzione di Baiona. Egli la ritiene

“nulla e non avvenuta” per tre fondamentali motivi: perché imposta da un sovrano che aveva lasciato

Napoli per un altro trono (quello iberico); perché imposta senza consultare la Nazione e presentata senza

l’approvazione della stessa; perché “giammai messa in attività”, riferendosi alla mancata attuazione delle

innovazioni in essa contenute, come la convocazione del Parlamento Nazionale.

Briot, infine, detta una serie di criteri per la concessione della cittadinanza napoletana (ricezione della

decorazione dell’Ordine delle Due Sicilie; vantaggi a titolo di ricompensa dei servizi resi; matrimonio con

consorte napoletano; perdita di parenti per causa di servizio militare o civile; iscrizione dei figli nella

coscrizione militare del Regno; pagamento di una contribuzione fondiaria; impiego precedente

all’emanazione della Costituzione di Baiona ecc) di fatto includendo tutti i francesi del Regno nel diritto a

riceverla e prevedendo per i militari la concessione automatica della stessa.

Anche da questo discorso possiamo evincere come Briot non sia più il capo della carboneria napoletana:

egli scende in campo a difesa dei francesi e della loro cittadinanza, non tutelando più gli interessi della

setta.

L’orgogliosa risposta di Giuseppe Poerio

Quando prende la parola Giuseppe Poeri, dopo l’intervento di Briot, sono chiare da subito le sue intenzioni

di ridicolizzare quanto appena detto, ferito nel suo amor di patria come palesemente appare. Egli

comunica, comunque, di voler mantenere un tono di moderazione, nonostante le tante offese a Napoli ed

ai napoletani udite fino a quel momento.

Anzitutto Poerio spiega come Napoli sia il frutto di “differenti emigrazioni straniere” al pari di tutti i Paesi di

Europa e che già prima dell’avvento dei francesi fosse uno Stato a tutti gli effetti.

L’influenza francese, secondo Poerio, non ha fatto altro che limitare l’operato dello stesso Murat, che

altrimenti avrebbe potuto attuare una politica diversa e con maggiori risultati.

Pur dichiarando di essere d’accordo con la concessione della cittadinanza a tutti i militari che hanno

combattuto sotto le insegne napoletane, egli manifesta il suo dissenso in merito agli impiegati civili, per lo

più francesi, del Regno: il decreto imperiale che li ha salvati in precedenza è ormai venuto meno insieme al

suo imperatore (Napoleone). 13


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Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Costituzionale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro consigliato dal docente Da Baiona a Tolentino - Costituzione e Costituzionalismo nel Regno di Napoli Durante il Decennio Napoleonico di Francesco Mastroberti. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Da Baiona una costituzione improvvisa, di incerta paternità, Una convergenza di interessi, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Rodio Raffaele Guido.

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