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Sotto questi aspetti sarò costretto, tanto per cominciare, a qualche autocitazione, e me ne scuso: non

fosse altro che perché i due brevi saggi che ho dedicato tempo fa al tema sono gli unici studi più

recenti, fatte salve alcune considerazioni di Massimo Maccarelli che, lo sappiamo, ha dedicato un

corposo lavoro alla storia delle Cassazioni regionali italiane dall'Unità alla loro unificazione nel

1923 nella Cassazione romana.

Quanto a Napoli: i due momenti che a me sembrano particolarmente espressivi delle tante tensioni e

polemiche che la presenza della Corte suprema nel sistema giudiziario del Regno provocò tra gli

addetti ai lavori e nell'opinione pubblica sono quello del 1825- 27 e del 1837 con qualche

propaggine nei primi anni Quaranta.

Furono due momenti peraltro particolarmente emblematici, come dirò; ma in effetti quelle

controversie accanite non ebbero mai fine né soluzioni di continuità, per cui, si può dire,

accompagnarono l'intero percorso della nuova istituzione.

Cominciarono subito, infatti, fin dalle prime discussioni sulla riforma del sistema giudiziario e dei

procedimenti necessari alla formazione della res iudicata, ossia dalla metà del 1806, cioè poco dopo

l'avvento del regime napoleonico, come testimoniano tra gli altri Vincenzo Cuoco, autorevole

componente del nuovo gruppo dirigente divenuto, dopo la pubblicazione delle due edizioni del

Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, scrittore di fama, e come ci conferma

l'avvocato Carlo De Nicola, nel suo Diario napoletano, nel quale registrava quotidianamente fatti e

stati d'animo dei giuristi, dei politici e dell'opinione pubblica del suo tempo. Si sa che i verbali

contenenti la documentazione diretta dei lavori del Consiglio di Stato andarono distrutti, per cui ci

si serve in genere di fonti indirette.

Si protrassero quelle polemiche per tutto il Decennio francese, alimentate spesso dalle forti tensioni

suscitate dalla separazione dei poteri, (in particolare dallo spostamento dell'asse degli equilibri

costituzionali del Regno dal giudiziario all'esecutivo) ma non produssero risultati significativi né sul

terreno di possibili cambiamenti nella struttura della Corte suprema né nelle procedure di

formazione della res judicata.

Ripresero fiato durante la Restaurazione, ottenendo qualche modesto successo che lasciò ben

sperare agli oppositori del sistema francese. Furono infatti concentrati nella sola Corte d'appello di

Napoli tutti i rinvìi delle sentenze annullate dalla Cassazione. Un itinerario di riforme, non saprei

dire se ragionevoli o meno, tracciato dal Supremo Consiglio di Cancelleria, che nel restaurato stato

borbonico aveva soppiantato il Consiglio di Stato napoleonico. Riforme presto accantonate dallo

sviluppo drammatico degli avvenimenti del 1820-21 e della sanguinosa repressione che ne seguì.

Perciò solo dopo il 1825 la discussione riprese su larga scala ed investì tutti gli aspetti del sistema

giudiziario e legislativo d'origine francese e quindi anche della Corte Suprema, ed in particolare dei

suoi poteri in tema di annullamento.

Tuttavia alcuni progetti di riforma elaborati nella Consulta generale del Regno e presentati nel 1827

non produssero, a quanto pare, alcun risultato.

Della faccenda si ridiscusse, anche questa volta senza alcun esito dieci anni più tardi, nel 1837, in

coincidenza, non saprei dire fino a che punto casuale, con la importante decisione assunta in Francia

di abolire il référé legislatif : l'iter processuale si sarebbe concluso nella Cassazione toutes les

chambres réunies, eliminando perciò il ricorso al Sovrano nel caso di dubbio di legge, Tali

cambiamenti nel regno di Napoli non ebbero luogo: ragion per cui quelli che si potevano

considerare i vizi d'origine dell'istituto sarebbero restati tali fino alla fine del Regno.

In questa sede naturalmente accennerò soltanto ad alcuni dei tanti temi in discussione, quelli che si

possono considerare tra i più espressivi dei termini della questione, avendone trattato in un lavoro di

qualche anno fa più estesamente.

L'occasione immediata di quelle/discussioni, polemiche senza fine, opposizioni accanite, iniziate

durante il Decennio francese ma sviluppatesi molto più ampiamente nella prima metà degli anni

Venti, fu data dalle condizioni dell'ordine pubblico, dopo gli sconvolgimenti della rivoluzione

costituzionale del 1820-21.

I disordini d'ogni genere diffusi in tutto il paese sembravano richiedere un più stretto controllo del

governo su tutte le pieghe della società, ed in particolare una più diffusa presenza delle corti di

giustizia, in particolare della giustizia criminale sull'intero territorio: un riesame della normativa

vigente e del sistema giudiziario appariva a questo proposito indispensabile.

Discutendo sui numerosi aspetti e problemi della giustizia, ed in particolare del rapporto delle

singole magistrature col numero degli abitanti dei distretti provinciali, il Consiglio dei Ministri nel

1824 si era orientato infatti ad un riesame complessivo del sistema.

D'altra parte le leggi del 29 maggio 1817 e del 7 giugno 1819 che regolavano rispettivamente

l'ordinamento giudiziario delle province continentali del Regno e di quelle della Sicilia (che

avevano ricalcato lo schema della Legge organica 20 maggio 1808, cioè di età napoleonica) erano

in vigore ormai da molti anni, per cui sarebbe stato possibile "conoscere gli effetti che hanno avuto

sull'amministrazione della giustizia e rilevarne modifiche e miglioramenti", secondo quanto si legge

nel rapporto con cui il Ministero spedì i vari quesiti alla Consulta generale.

Ragion per cui anche il problema delle inefficienze e del cattivo funzionamento della Cassazione,

tante volte denunciato dal Ministero e dallo stesso Consiglio dei Ministri, poteva essere affrontato,

com'era del resto ragionevole, nell'ambito di un

riesame complessivo del sistema.

La complicata questione fu dunque demandata alla Consulta generale, il nuovo

organo consultivo creato nel 1824 su sollecitazione del Mettermeli che ripetutamente aveva insistito

perché i sovrani italiani si dotassero, sull'esempio austriaco, di organismi consultivi che potessero

coadiuvare i governi, soddisfare almeno in parte le aspirazioni e le idealità politiche delle borghesie

liberali, dare insomma più stabilità ai troni dopo gli sconvolgimenti del 1820-21, indicando una

sorta di terza via tra la Monarchia assoluta e la Monarchia costituzionale.

Il re di Napoli, si sa, resistette a lungo alle pressioni austriache, e finì con l'accettare obtorto collo la

creazione della Consulta, che fu infine istituita ma non fu dotata di poteri effettivi di orientamento

politico; le furono attribuite materie tutto sommato d'importanza marginale e funzionò poco e male.

Il Regno borbonico mantenne perciò le sue forme illiberali fino all'unificazione nazionale: per cui

se si assumesse come linea interpretativa della storia politica e costituzionale delle Sicilie quella

della Monarchia consultiva, essa non ci porterebbe da nessuna parte.

Tuttavia l'ampia documentazione prodotta dalla Consulta generale, sia quella relativa agli atti del

1825- 27, sia quella della fine degli anni Trenta giunta fino a noi può essere considerata come un

insieme di fonti utilissime, una documentazione diretta ed estremamente consapevole degli umori di

tanta parte del sapere giuridico nei confronti del sistema giudiziario francese e dei suoi referenti

sociali e politici; un esame attento delle virtù e dei difetti di un ordinamento mai del tutto condiviso,

quello basato per l'appunto sul doppio grado di giurisdizione e sul giudizio di legittimità.

Cassazione o revisione? Entro questi due poli si svolsero infatti le tante discussioni che

accompagnarono l'intero percorso della Corte suprema nell'Italia preunitaria, nel regno delle Due

Sicilie, e nell'Italia unita.

Difatti nel Regno meridionale durante la Restaurazione se ne discusse ampiamente sia negli

organismi di governo sia nel più generale dibattito sull'opportunità di mantenere in vita le istituzioni

del decennio. Tuttavia in quel periodo l'esperienza della Cassazione napoletana era ancora troppo

breve. Essa era stata istituita infatti con la Legge organica del 20 maggio 1808 ed era entrata in

funzione il primo gennaio 1809 assieme al Codice civile. Perciò "non aveva ancora scoperti tutti i

difetti del nuovo", come sarebbe stato notato nella Consulta qualche anno più tardi. Ancora troppo

scarsa la sua giurisprudenza, mentre quella francese non era ancora conosciuta a sufficienza.

Fu dunque saggia la decisione dovuta in gran parte al ministro della Giustizia Donato Tommasi,

"il lasciar in questa parte le cose come si trovavano". Il Tommasi assieme a Luigi de' Medici era

stato uno dei principali sostenitori della politica cosiddetta dell'amalgama, che come suo obbiettivo

aveva quello di realizzare un compromesso tra le diverse anime della cultura politica meridionale

(quella murattiana, la borbonica, la reazionaria) e di mantenere in vita la legge francese e le

istituzioni amministrative e giudiziarie di età napoleonica, sia pure con qualche ritocco.

Tuttavia sia per mascherare la derivazione straniera della Cassazione, sia per prefigurare un

itinerario diretto alla sua modifica in tribunale di revisione secondo il modello austriaco e tedesco le

fu cambiato il nome in Corte Suprema di Giustizia "dandosi così preludio del cambiamento che la

cosa avrebbe potuto ricevere appresso, adattandola ad un nome capace di sostenere diversi sistemi",

come notava Gaspare Capone, che fu per molto tempo il principale animatore all'interno della

Consulta generale dei dibattiti sui poteri della Corte Suprema.

Ma proprio questo era il punto più delicato. Come sarebbe stato possibile innestare il procedimento

della doppia conforme nel nuovo sistema rigidamente gerarchico, fondato sul doppio grado di

giurisdizione?

Comunque i tempi sembravano ormai maturi per un riesame complessivo del sistema francese

definito dallo stesso presidente della Consulta, il Principe di Cardito, "un rottame".

Numerose furono dunque le incongruenze imputabili a questa "invenzione infernale".

In questa sede ne riporterò solo qualche esempio, ampiamente comprensivo del resto, perché

riferibile ad una ambiguità d'origine dell'istituto che sarebbe stata corretta in Francia solo nel 1837,

ma che restò inalterata nella Cassazione napoletana.

E' da notare che il confronto con l'esperienza francese appariva necessario per entrambi gli

schieramenti, quelli a favore ed i contrari.

In Francia, prima della rivoluzione, si sosteneva dalla parte avversa alla Cassazione, il Sovrano

amministrava abitualmente un rimedio straordinario contro le decisioni dei Parlamenti, i grandi

tribunali del Regno soppressi dalla rivoluzione, in conseguenza della loro doppia ingerenza nella

sfera del potere legislativo.

Una indebita ingerenza che si realizzava sia rifiutando di registrare le ordinanze del Re "quando

loro non piacevano", notavano i consultori napoletani, sia producendo degli "arresti regolamentari",

giacché essi stabilivano "in via generale" massime di diritto sostanziale o di rito, surrogando perciò

una funzione propria del legislativo. Non era forse vero del resto che i Parlamenti si consideravano i

depositari ed i custodi delle lois fondamentales della Monarchia temperata?

Altra storia quella del regno di Napoli dove il rimedio straordinario era stato sempre "riguardato

come abusivo".

Ragioni dunque di natura politica e giuridica quelle secondo le quali i sovrani del Regno avevano

negato costantemente quel rimedio. In ogni caso i rarissimi interventi del re, non avevano mai

comportato come necessaria conseguenza che costui si arrogasse poteri di natura giurisdizionale,


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AUTORE

Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Liberati Gianfranco.

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