Università degli Studi di Cagliari
Facoltà di beni culturali e spettacolo
Corso di storia del cinema e analisi dei film
Docente: Roberta Carta
Anno accademico 2018/19
Storia del cinema: dal cinema delle origini al cinema post-moderno
Il seguente testo affronta le fasi più importanti dello sviluppo storico-culturale del cinema, dalle origini con i fratelli Lumière al cinema post-moderno.
Nascita del cinema
Il 28 dicembre 1895 è la data convenzionale della nascita del cinema, quando al Gran Café di Parigi si tenne la prima proiezione di un film a pagamento. Per la prima volta, cioè, si hanno degli spettatori che comprano un biglietto per vedere una serie di film, ciascuno dei quali della durata di 1 minuto.
In realtà, il cinema nasce incorporando a sé tutte le arti plastiche e la fotografia. Secondo il critico cinematografico André Bazin, procedendo attraverso un’analisi psicoanalitica di queste, si scopre che tutto ha origine dal cosiddetto “complesso della mummia”: la statuaria egizia nasce in ambito religioso come risposta alla necessità di sconfiggere il tempo, così come il ritratto risponderà in seguito alla necessità di sconfiggere la morte spirituale.
Nel XV secolo la prospettiva porterà a una vera e propria ossessione per il realismo e nel XIX l’invenzione della fotografia permetterà di catturare immagini in movimento e quindi di fare una sorta di “calco della realtà”. Il cinema, dopo di essa, permetterà inoltre di restituire la durata di un evento.
Pur dovendo essere considerato un’invenzione internazionale, inventori del cinema sono considerati i fratelli Louis e Auguste Lumière, i quali brevettano il cinematografo. Grazie a questo dispositivo era possibile riprendere e proiettare immagini in movimento con una loro durata.
I concorrenti dei fratelli Lumière furono diversi: Reynauld brevetta il prassinoscopio, perfezionato poi nel teatro ottico, il quale permetteva di ottenere immagini in movimento soddisfacenti ma più simili a disegni animati; Etienne Marey brevetta invece il cronofotografo, che mancava però del momento della perforazione (le immagini, nella loro successione, non uscivano in maniera ordinata); Edison e Dixon brevettano invece il kinetoscopio, dispositivo formato da un cassettone di legno dotato di un oculare da cui era possibile guardare le immagini animate ma solo da uno spettatore alla volta.
Il primo film dei fratelli Lumière, di cui esistono diverse versioni, ritrae l’ingresso nella fabbrica Lumière da parte dei loro operai. La seconda versione fu girata alcuni mesi dopo rispetto alla prima e lo si nota dai diversi abiti e dalla presenza di biciclette piuttosto che di carri trainati da cavalli. Il film è composto da un’unica inquadratura, molto breve e ripresa con la macchina da presa fissa. L’assenza di movimenti di macchina è bilanciata dal grande dinamismo dei personaggi che si muovono davanti ad essa.
Tra i film più interessanti dei fratelli Lumière, il film che ritrae Auguste Lumière in compagnia della moglie e della figlia, considerato il primo “home movie” della storia del cinema. “L’innaffiatore innaffiato” è invece considerato il primo film comico: gli effetti comici sono piuttosto immediati e anche abbastanza rozzi ma, al contempo, efficaci. Evidente è la tendenza a predisporre tutti i personaggi al centro dell’inquadratura in virtù dello sviluppo narrativo.
Nel film “La partita a carte”, che ritrae invece Antoine Lumière, il dinamismo deriva dalla presenza del cameriere che, a destra e in secondo piano, compie movimenti scomposti e frenetici.
Film famosi dei Lumière
Il film dei Lumière in assoluto più conosciuto è “L’arrivo del treno alla stazione di Ciotat”, di cui esistono diverse versioni. Il treno arriva in diagonale in campo lungo da destra fino sino al primo piano a sinistra. Questo aspetto compositivo conferisce un notevole senso prospettico, accentuato dal chiaroscuro e dal dinamismo del profilmico (tutto ciò che si trova davanti alla macchina da presa).
Altro film interessante è intitolato “Demolizione di un muro”. Durante le riprese, un inconveniente costrinse a dare al film un andamento comico: grazie a un effetto di rewind in seguito alla sua demolizione il muro sembra ricostruirsi da solo.
I fratelli Lumière realizzano poi una serie di film dedicati a Lione, loro città natale, e altri dedicati a scorci panoramici di città come Londra, Dublino, Venezia, ecc. I soggetti privilegiati sono gli operai, a partire dagli stessi operai delle fabbriche Lumière, ma anche gli scorci cittadini.
Tutti i film si compongono di una sola inquadratura, di durata breve e priva di movimenti di macchina. Il dinamismo delle scene deriva dai movimenti dei personaggi che si muovono davanti alla macchina da presa.
Per quanto riguarda il cinematografo come invenzione, in esso si possono individuare, al di là delle comparazioni che si potrebbero fare con gli attuali strumenti cinematografici, pregi e difetti. Un pregio è sicuramente la sua reversibilità, essendo in grado di riprendere le immagini in movimento ma stampare anche i positivi e proiettarne i risultati, e l’essere maneggevole rispetto ai dispositivi brevettati dai concorrenti dei Lumière.
Tuttavia, il cinematografo era sì solido, ma non abbastanza da poter essere posto su un supporto ed essere spostato, da cui deriva l’assenza di movimenti di macchina nei film. Inoltre, la pellicola da 17 m non permetteva di realizzare film della durata maggiore di 50 secondi e, una volta terminata, sostituirla con un’altra pellicola da 17 m richiedeva un’enorme quantità di tempo.
In tutti i film notiamo sempre un via vai di persone e oggetti che si muovono nel campo, escono e rientrano. Questo sottolinea la presenza di un fuori campo, che potremmo anche non vedere mai, ma che per lo spettatore esiste. La dialettica tra campo e fuori campo diventerà fondamentale quando il cinema assumerà un’impronta narrativa.
Tutti i film dei fratelli Lumière sono realizzati nel 1894, nel 1895 si registra la prima proiezione a pagamento e fino al 1897 la quantità di film prodotti si moltiplica. Nel 1897 si registra la prima contrazione fino al 1905, anno in cui i film realizzati dai Lumière è pari a 0.
Nonostante questo, si può parlare di una vera e propria scuola di estetica dei Lumière: i film, realizzati per la stragrande maggioranza dai loro operatori, erano curati dal punto di vista compositivo e rispettavano tutta una serie di convenzioni conformi allo spirito del tempo. Particolare è il carattere documentaristico che si può individuare in questi film che, consapevolmente o meno, forniscono a noi spettatore odierni informazioni dal punto di vista storico e culturale dell’epoca in cui essi sono stati girati.
Per poter parlare tuttavia di documentario bisognerà aspettare agli anni a metà degli anni 10 quando, durante e subito dopo la Grande Guerra, il cinema permetterà di fornire giudizi sugli avvenimenti ripresi. Si parla più che altro dei film dei Lumière come di vedute, cioè diapositive fotografiche in movimento.
Si è spesso parlato di Louis Lumière come del padre del cinema di impianto realistico, che evidenzia cioè un atteggiamento mimetico nei confronti della realtà, ma anche come dell’ultimo pittore impressionista. Pur non avendo egli interessi nel cinema dal punto di vista espressivo, i film Lumière affrontano alcuni dei problemi affrontati dai pittori impressionisti, come la luce e l’aria.
Dal 1894 fino alla metà degli anni 10 il cinema è fondato sul modo di rappresentazione primitiva, in quanto tutti i film sono basati su una sola inquadratura, considerata l’elemento attorno al quale il film ruota. Tali film sono perciò detti monopuntuali. Dal 1902 si cominciano a realizzare film pluripuntuali, costituiti cioè da più inquadrature che, tuttavia, faticano a raccordarsi con le altre come se ciascuna inquadratura fosse a sé stante.
Dal 1894 al 1908 inoltre domina il cosiddetto sistema delle attrazioni mostrative, in quanto scopo dei film non è tanto quello di raccontare quanto quello di attrare lo spettatore e mostrare oggetti, persone, ecc. Questo si contrappone invece al sistema di integrazione narrativa, che domina invece negli anni tra il 1908 e il 1915.
George Méliès
In questo arco di anni troviamo un altro colosso del cinema delle origini: George Méliès. Méliès nasce nel 1861 e svolge l’attività di illusionista negli studi Robert Houdin, da lui acquistati negli anni 80 del XIX secolo.
Nel 1895 è tra gli spettatori della prima proiezione a pagamento dei fratelli Lumière, ai quali chiede di cedergli una copia del cinematografo, proposta che i due fratelli non accettano. Méliès riuscirà in seguito ad acquistare un dispositivo simile, il bioscope, che adatterà e utilizzerà per produrre film da inserire all’interno dei suoi spettacoli.
Egli abbandona poi il teatro e si dedica esclusivamente al cinema: i suoi film sono la prosecuzione logica della sua attività da illusionista, quindi hanno molto a che fare con trucchi, effetti speciali e numeri di magia, motivo per cui per molti anni Méliès sarà considerato il padre del cinema di finzione.
Méliès fonda la sua casa di produzione, la Star Film, producendo circa 500 film. A partire dal 1913, il suo cinema viene declassato in favore di film drammatici e film comici, portando Méliès ad abbandonare il cinema e lavorare come venditore di caramelle e giocattoli.
Caratteristica principale dei suoi film è la teatralità. Se con i fratelli Lumière motivo ricorrente era la diagonale, nei film di Méliès troviamo esclusivamente il punto di vista frontale: come se uno spettatore immaginario fosse seduto davanti a un palcoscenico teatrale, vediamo i personaggi che entrano in campo da destra o da sinistra ed escono dal lato opposto e che interagiscono con il pubblico tramite l’“interpellazione”, fondali di carta pesta e dipinti, ecc.
Altra nozione è quella del trucco: nei film di Méliès l’impianto narrativo diventa un pretesto per infarcire il film di trucchi ed effetti speciali. (Méliès come codificatore del cinema come spettacolo).
A proposito dei film di Méliès, a posteriori si è spesso sottolineato la quasi totale assenza di montaggio e la possibilità invece di identificarli nel “tableau” essendo la dimensione predominante quella pittorica/teatrale.
Forme di montaggio in realtà le troviamo presenti sia legate al trucco sia come comunicazione tra un’inquadratura e quella successiva, come nel caso del raccordo di direzione e della dissolvenza incrociata.
Il film più famoso di Méliès è intitolato “Il viaggio sulla luna”, del 1902 e della durata di 10 minuti. Del film esiste una copia a colori, recuperata nella Biblioteca Catalana e restaurata digitalmente nel 1999 in occasione del Festival del Cinema di Cannes.
L’assetto del film è prettamente teatrale: i personaggi entrano ed escono di scena, il punto di vista è frontale, i fondali sono dipinti e non ci sono movimenti di macchina. Il film è costituito da 15/20 inquadrature in cui vediamo quelli che sono i personaggi ricorrenti dei film di Méliès:
- Gli astronauti
- La luna
- Personaggi decapitati
- Danzatrici
Tutto è concepito per immergere lo spettatore nella dimensione fantastica. Evidente è anche l’elemento ludico, legato alla dimensione parodistica, anch’essa tipica dei film di Méliès.
La scena più celebre del film ritrae la Luna che dalla profondità di campo passa in primo piano e la nave che si schianta al suolo mentre gli astronomi comunicano con i seleniti, cioè gli abitanti della Luna.
Vi sono 4 inquadrature in particolare che comunicano tra loro tramite il raccordo di direzione legato al movimento del razzo nel suo ritorno dalla Luna alla Terra. Questo film, nonostante sia molto lontano dalla visione moderna di cinema, è rimasto nell’immaginario collettivo al punto tale che nel 1996 il gruppo musicale Smashing Pumpkins lancia la canzone “Tonight, Tonight” accompagna da un video che è una rilettura in chiave post-moderna e sentimentale de “Il viaggio sulla Luna”; nel 2007 Brian Selznick scrive “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”, una graphic novel dove dietro al personaggio di Hugo Cabret vi è chiaramente George Méliès.
Altro film cardine del cinema delle origini è “La grande rapina al treno”, diretto nel 1903 dal registra americano Porter. Il film ha una durata di circa 10 minuti, è composto di una quindicina di inquadrature e assume particolare importanza perché:
- È un colossal, definizione dovuta al fatto che per la sua realizzazione fu necessario un grande impegno produttivo e circa 40 tra attori e comparse
- Contiene un primo embrione di sceneggiatura
La gran parte del film è caratterizzata dal campo medio, cioè da un’inquadratura in cui vi è equilibrio tra le figure umane e l’ambiente. Solo nella scena finale troviamo un primo piano. Nella prima inquadratura i banditi fanno irruzione in un edificio postale e dalle finestre, tramite l’utilizzo del mascherino contro mascherino, è possibile scorgere il treno (fotogramma realizzato in un secondo momento e poi fatto combaciare con il primo).
Nelle successive inquadrature si notano leggeri assestamenti panoramici, ovvero la rotazione della macchina da presa sul proprio asse. Successive inquadrature sono ambientate nuovamente nell’ufficio postale ma essendo collocate troppo distanti fra loro, la comunicazione tra queste e la prima non si instaura. In tutte la macchina da presa mantiene una certa distanza dall’azione, impedendo allo spettatore di entrare nel vivo della storia e dei personaggi, di cui non sappiamo né il nome né lo stato d’animo (nel cinema degli anni successivi la macchina da presa farà uso del piano ravvicinato per guidare l’attenzione dello spettatore sui personaggi).
Il cinema muto
Con l’espressione cinema muto si intende l’insieme dei film prodotti dal 28 dicembre 1895 al 1927, anno in cui, con il film “Il cantante di jazz” diretto da Alan Crosland, si ha il passaggio da cinema muto a cinema sonoro. Questo passaggio in realtà avviene molto lentamente e richiede uno sforzo enorme per la conversione degli strumenti tecnologici ed enormi costi dal punto di vista economico.
In Italia, per esempio, il primo film sonoro arriva nel 1930 con “La canzone dell’amore” diretto da Gennaro Righelli. Quando si parla di cinema muto, si è spesso convinti che tutti i film muti fossero privi di qualsiasi componente sonora e che fossero tutti in bianco e nero. In realtà, i film muti non furono mai totalmente privi di componenti sonore:
- Le sale dove venivano riprodotti i film non erano esclusivamente adibite alla proiezione, per cui capitava spesso di sentire il rumore del proiettore stesso e il chiacchierio del pubblico.
- Era frequente la presenza di un “imbonitore” che anticipava alcuni eventi del film per giocare con le attese del pubblico e, in seguito all’introduzione delle didascalie, aiutava il pubblico analfabeta nella loro comprensione.
- I film erano accompagnati spesso da una componente musicale che variava di serata in serata (musicisti, orchestre, carillon).
Per quanto riguarda la componente cromatica, i film muti venivano realizzati in bianco e nero ma colorati in seguito con diversi metodi di colorazione:
- Colorazione a mano con dei pennelli appositi, procedimento faticoso e molto costoso, preferito da Méliès.
- Colorazione a tampone, che dava una componente policroma a ciascun fotogramma.
- Imbibizione e viraggio, insieme o separate, davano a ciascun fotogramma una sola componente cromatica.
Il colore era un modo per conferire al film un certo grado di drammaticità. Caratteristica dei film muti era la velocità di proiezione e ripresa variabile: tendenzialmente non poteva essere inferiore ai 14 fotogrammi al secondo, mentre con il cinema sonoro si stabilizzerà a 24 fotogrammi al secondo intorno alla metà degli anni 20.
Nel 1926, con l’uscita del film-documentario “Moana” diretto da Flaherty, il cinema conosce il passaggio dalla pellicola ortocromatica alla pellicola pancromatica. La pellicola ortocromatica era molto sensibile alla luce, quindi rendeva alla perfezione la profondità di campo e la tridimensionalità, ma poco sensibile ad alcune radiazioni dello spettro cromatico (poco al giallo e al verde, per nulla al rosso).
La pellicola pancromatica invece era poco sensibile alla luce e molto sensibile a tutte le radiazioni dello spettro cromatico, perciò rendeva le immagini e la gamma di grigi molto più morbidi.
Il cinema muto italiano
Nel 1896 in Italia arriva il cinematografo. Tuttavia, fino al 1905, non si può parlare dell’Italia come di un polo di produzione cinematografica in quanto si limitava in questi anni alla sola distribuzione e al solo esercizio.
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