Parte seconda - L'Italia fascista
La nascita della dittatura (1922-1929)
Mondo economico e fascismo
Ancora prima di presentarsi in Parlamento, Mussolini abolisce la legge sulla nominatività dei titoli, tanto odiata dagli industriali. Qualche giorno dopo ottiene pieni poteri economici e amministrativi dalla Camera. Ora che ha il controllo dell'economia, Mussolini deve ripagare il debito con gli industriali (è del '25 l'accordo Confindustria e sindacati fascisti): si elimina il disavanzo statale, si abrogano le norme sull'avocazione dei profitti in tempo di guerra, si accantonano le risultanze più gravi della commissione parlamentare d'inchiesta sulle spese di guerra, si salva l'Ansaldo e il Banco di Roma.
Un bel pacchetto di scambio per i fratelli Perrone, per il Vaticano, ma anche per tanti evasori che si sono arricchiti durante la guerra. De Stefani, ministro sia delle Finanze che dell'Economia, liberista spinto, lascia totale libertà di azione e ampi margini di profitto all'iniziativa privata, riducendo la spesa pubblica e falcidiando i dipendenti pubblici, soprattutto i ferrotramvieri: la selezione che doveva basarsi su anzianità e improduttività diviene una vera e propria epurazione politica contro le categorie più agguerrite.
Lo Stato rinuncia anche al monopolio sul telefono e sulle assicurazioni sulla vita. E c'è una concessione non diretta, ma ormai chiara: i sindacati rossi, piegati sotto le bastonate e le pistole dei Fasci di combattimento, hanno perso quasi del tutto il potere contrattuale; sono quasi scomparsi scioperi e cortei. Mussolini sta bene attento a che i sindacati fascisti non raccolgano la bandiera del conflitto che i rossi non agitano più, ponendo i sindacati fascisti sotto il diretto controllo dei Prefetti e piegati ai piani aziendali.
In cambio, Confindustria accetta come interlocutori di preferenza i sindacati fascisti, anche se per ora gli altri restano vivi. L'accordo tra Confindustria, sindacati e Mussolini di armonizzare la loro azione a quella di governo e armonizzare il rapporto capitale-lavoro è uno schiaffo alla Cgil. Mussolini, in un primo momento, voleva inglobare la Cgil, che rappresentava la maggioranza dei lavoratori, e la cosa non era fuori dal mondo visto che le dirigenze riformiste non erano per nulla indifferenti alle avances di Mussolini.
Addirittura spunta la proposta di unificazione sindacale, usando come collante tra Cgil e sindacati fascisti quei molti sindacalisti rivoluzionari che sono transitati dalle organizzazioni rosse a quelle dei Fasci, tra cui personaggi autorevoli come Giuseppe di Vittorio. Ma ci sono vari ostacoli: l'odio che il periodo dello squadrismo ha costruito e il fatto che i sindacalisti fascisti sanno che trovarsi di fronte la Cgil, comporta finire in minoranza. Mussolini, dal canto suo, dovendo continuare a illudere tutti della costituzionalizzazione del Fascismo, invita al dialogo i sindacati.
Mussolini è comunque sotto l'attenzione di tutti gli stati, sapendo bene che c'è in tavolo la questione dei debiti di guerra: per questo De Stefani cancella il deficit, comprime i consumi, fa riduzioni fiscali che stimolano l'investimento e le esportazioni. Se a questo aggiungiamo che Mussolini con USA e G.B si incontra per stabilire un calendario dei rimborsi dei debiti, si capisce come Mussolini salga in fretta nell'apprezzamento di molti stati, anche e soprattutto grazie alla sua rivoluzione antibolscevica.
Lo squadrismo non disarma
Nel dicembre del 1922, dopo due mesi di governo fascista, proseguono le violenze. Si assaltano la Camera del Lavoro e la sede dell'Ordine Nuovo e molti circoli operai torinesi con vari morti socialisti e comunisti. Da lì ci sono stati vari episodi in tutta Italia. Il Gran Consiglio del Fascismo (appena nato: vi siedono i dirigenti del PNF, il direttore generale della PS, i segretari delle corporazioni fasciste, il capo di stato maggiore della Milizia, l'addetto stampa della presidenza del Consiglio, i commissari politici del fascismo) nel gennaio del '23 dichiara sciolte le squadre d'azione.
Si decide anche la costituzione della MVSN cioè la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale in cui dovrebbero confluire gli exsquadristi, inquietante dal punto di vista costituzionale visto che è sotto il diretto controllo di Mussolini e non deve prestare fiducia al Re. Sono tutti tentativi di normalizzazione apparente, contraddetti dai fatti: poco dopo la creazione della MVSN si scatena di nuovo la violenza squadrista a La Spezia, di nuovo appoggiata dalla forza pubblica (dietro ci sono i ras Farinacci, Balbo, Forni ecc..) che non hanno nessuna voglia di perdere il potere ottenuto.
E questo dimostra che Mussolini tenta, ma non riesce, di imbrigliare i ras con la MSVN. Sa che per consolidare il suo potere, il duce deve entrare in Parlamento e sbarazzarsi delle squadracce, ma sa anche di non avere la forza per imporre il suo volere a tutto il fascismo: così pur di non avviare uno scontro interno si limita a porre dei paletti. Alla fine i ras sono un problema per il Duce, ma portano anche cose positive: socialisti e comunisti non riescono a rialzare la testa.
Qui interviene anche la polizia: il PCI viene decimato con l'arresto di Bordiga e di tutta la dirigenza nel febbraio del '23. Poco dopo tocca a Giacinto Menotti Serrati, passato al comunismo. Il processo si concluderà con una assoluzione generale, ma molti comunisti cominceranno l'esilio. Gli unici protetti restano i deputati del PCI, protetti dall'immunità parlamentare, ma non li garantisce dagli assalti delle squadre nere.
Ma la violenza dei Ras si scatena anche contro i popolari, nonostante vi siano due popolari nel governo: il punto è che i popolari ormai sono stati scavalcati dal dialogo diretto che Mussolini ha cominciato col Papa, mentre Don Sturzo si oppone sempre di più all'alleanza col PNF. Il partito si spacca tra la destra clericale e la sinistra democratica. Mussolini comincia, per arrivare dritto al cuore del popolo cattolico, a parlare del sentimento per Dio e per la Patria che hanno tutti gli italiani (e partono i crocifissi obbligatori nelle scuole e nei tribunali e il pareggio delle tasse per le scuole pubbliche e private).
Ad aprile arriva la riforma Gentile che introduce l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole e introduce l'esame di stato per le private: una parificazione delle scuole private. De Stefani salva il Banco di Roma, cassaforte della finanza vaticana, mentre Mussolini di dichiara profondamente religioso. La Santa Sede emana una circolare che invita i cattolici a non assecondare partiti: è la morte del PPI. Sotto le pressioni di Vaticano e destra popolare Sturzo si dimette da segretario del PPI.
Sarà proprio il gruppo parlamentare PPI, allo sbando, a diventare cruciale per l'approvazione della legge Acerbo: alcuni popolari escono dall'aula, altri si astengono, alcuni votano sì. La violenza squadrista, dopo il voto, si abbatte di nuovo contro i bianchi. Il Papa non muove un dito: pensa che Mussolini sia un defensor fidei più efficace, ma anche meno democratico e meno moderno dei cristiano sociali.
Piano piano si stringe il cappio anche intorno al collo dei liberali: Gobetti finisce in prigione, la casa di Nitti è devastata da una squadra fascista senza che la PS muova un dito, Amendola è pestato da una squadraccia nera. La rappresaglia parte perché i 3 si oppongono alla legge Acerbo (collegio unico nazionale, premio di maggioranza di 2/3 dei seggi del parlamento a chi ottiene la maggioranza dei voti, quorum minimo 25%).
Legge Acerbo ed elezioni del 1924
Il perché della Legge Acerbo è facile: il gruppo parlamentare fascista è numericamente molto inferiore, e più debole di quello del PPI e dei Liberali. Essi possono abbatterlo quando vogliono e Mussolini vuole privarli di questo potere prima di andare alla verifica elettorale: sa infatti che il proporzionale offre buoni vantaggi ai partiti di massa come il PPI e il PSI, troppo fastidiosi per lui. Sa cioè che mantenendo la vecchia legge elettorale, PPI, PCI e PSI saranno troppo fastidiosi per lui, anche se è certa la vittoria fascista.
Vinta la resistenza parlamentare del PSI e PCI e del PPI grazie al Vaticano, la strada per la legge Acerbo è spianata, coi liberali che votano in direzioni diverse senza una linea comune. Infatti gradiscono il ritorno all'uninominale Giolitti e Salandra e persino Amendola (anche se poi si schiera contro la legge Acerbo). Nel '23 i liberali dimostrano di non avere nessuna lungimiranza: entrano di nuovo nei blocchi nazionali, pensandoli replica di quelli del '21, ignorando l'enorme premio di maggioranza.
Così Orlando, Salandra e altri si candidano nei blocchi, mentre la destra liberale si fonde col fascismo. Salandra arriva ad affermare che Mussolini è l'erede autentico della tradizione risorgimentale. Al contrario, Amendola vede il fascismo come un cancro e pensa di poterlo sconfiggere partendo dal Sud, dove crede sia ancora possibile una reazione, rinnovando in toto le élites liberali e ricordando agli italiani che tra i motivi dell'entrata in guerra c'era la bandiera della libertà sventolata contro le autoritarie Germania e Austria.
Così, spinto da queste idee, Amendola propone la fondazione dell'Unione Nazionale, un movimento politico democratico, che sorge nel '24, per rompere silenzio e passività della vecchia classe dirigente che lascia senza guida la stragrande maggioranza degli italiani, rimasti estranei alla guerra civile, ma non impassibili di fronte alle violenze. Amendola sogna che i voti di questi elettori votino quei pochi parlamentari fedeli allo statuto per riportare il paese entro i binari costituzionali. Il Sud è la base migliore perchè lì né il PSI, né PPI e nemmeno il PNF si sono ancora radicati.
Quel che Amendola sbaglia è che al sud il PNF non penetra non perché abbia particolari vocazioni democratiche ma perché ha una popolazione ignorante e arretrata fosse anche solo per iscriversi ad un partito: non sono politicizzati. Al sud i notabili non si sono consegnati al fascismo perché lo vedevano troppo moderno e rivoluzionario. Ma dopo la presa del potere di Mussolini, magicamente, tutti i notabili del Sud si scoprono fascisti: il loro trasformismo filogovernativo è confermato. Nasceranno sì alcuni nuclei dell'Unione, ma saranno piccoli e deboli.
E anche nel resto d'Italia sono pochi gli italiani dei ceti medi che rispondono al richiamo di Amendola. Gli altri vanno verso il fascismo, molto più attrattivo. La piccola e media borghesia sogna di andare al potere grazie al fascismo che si pone come soggetto capace di rivoluzionare il paese, ma non si rendono conto che il fascismo sta prendendo il potere col Vaticano, i banchieri, i grandi imprenditori. È evidente l'equivoco di fondo creato dal linguaggio e dalla propaganda fascista.
Amendola, che si oppone al fascismo, è visto come un conservatore, un amico dei liberali e della vecchia oligarchia liberale sbagliando anche il tono: fanno appello alla legalità, alla tradizione, si doveri, alla tolleranza reciproca, all'ordine. Tutti i valori insomma che i fascisti e Mussolini calpestano fin dal primo giorno della campagna elettorale, mentre l'altra faccia, quella legale, la garantiscono i candidati liberali Salandra e Orlando.
Gli squadristi si mettono presto all'opera: viene ucciso un deputato PSI, Antonio Piccinini. Dilagano al centro e al sud. I blocchi nazionali ottengono il 64% dei voti, che fruttano con il premio 375 deputati: 275 di questi sono iscritti al PNF, hanno meno di 40 anni e provengono per la maggior parte dalle file della piccola e media borghesia. Tranne PCI e Repubblicani gli altri partiti dimezzano i consensi (in alcune regioni le liste antifasciste però prendono più voti di quelle fasciste: Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto). È la parte meno politicizzata e più arretrata che fa vincere Mussolini.
Tra le file dei socialisti, un Matteotti appena eletto denuncia la violenza e i brogli del fascismo (mentre Amendola si dissocia alla sua protesta). Matteotti viene ucciso il 10 giugno 1924, rapito e accoltellato da una squadra fascista.
Il delitto Matteotti e l'Aventino
La notizia arriva in Parlamento due giorni dopo: i socialisti accusano subito i fascisti, ma sono della stessa idea sia tutti gli altri antifascisti, sia i fascisti stessi. Mussolini viene indicato come mandante. Mussolini pochi giorni dopo garantisce il massimo impegno del governo nelle indagini e assicura la punizione dei colpevoli. Poi, incassato il voto di fiducia all'esercizio provvisorio del bilancio, fa sospendere i lavori della Camera dal presidente Alfredo Rocco.
Ma l'opposizione ora è sul piede di guerra. Tutti i gruppi parlamentari di opposizione, escluso quello liberale, compreso quello comunista, si organizzano in un comitato per decidere quali azioni intraprendere per ripristinare la legalità. I comunisti propongono lo sciopero generale, rigettato sia dalla Cgil che dagli antifascisti moderati. Amendola e Bonomi propongono di sperare nell'intervento del Re, affinché cacci Mussolini dal governo.
Per sei mesi la via reale e quella della piazza si confrontano: non troveranno accordo, ma avranno sicuramente il merito di scuotere finalmente l'opinione pubblica italiana. Il Corriere della sera cambia completamente linea editoriale e Gentile, De Stefani e altri ministri danno le dimissioni. Questo va di pari passo con lo svolgimento delle indagini, in cui spuntano sempre più dirigenti fascisti coinvolti nel delitto, mentre le notizie rimbalzano in prima pagina e fanno perdere al fascismo consensi.
Alla fine i colpevoli saranno individuati in 4 arditi milanesi e uno toscano, stipendiato dall'ufficio stampa di Mussolini. Cadono altre teste: questore e capo della polizia romana, il capo dell'Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, Mussolini stesso lascia l'interim agli Interni. Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del PNF, viene arrestato. Il Prefetto di Milano scioglie gli arditi milanesi e traballa anche la poltrona del comandante generale delle MVSN.
Mussolini in aula ribadisce ancora la volontà del fascismo di costituzionalizzarsi, ma annuncia anche che la maggioranza è stanca di prendere ultimatum dalla minoranza. Mussolini ottiene comunque la fiducia, grazie alla legge Acerbo che gli ha garantito una maggioranza così ampia da reggere un colpo duro come il delitto Matteotti.
Il 27 giugno i gruppi delle opposizioni, riuniti a Montecitorio, dopo aver commemorato Matteotti, approvano una mozione che li impegna a non partecipare più all'attività del Parlamento finché non verrà costituito un governo nuovo, sciolta ogni milizia di parte, ripristinata la piena legalità nel paese. Si ritirano quindi nell'”Aventino delle loro coscienze”, richiamando la storica secessione della plebe romana.
Mussolini, semplicemente, li ignora: il silenzio è la migliore arma, visto che qualsiasi strada si decida di percorrere crea comunque un polverone di polemiche a esclusivo vantaggio delle opposizioni. Sfruttando le misure restrittive della libertà di stampa, già votate entro la Legge Acerbo, Mussolini mette a tacere tutti i giornali che danno risonanza alla secessione aventiniana censurando tra gli altri l'”Unità” del PCI, l'Avanti del PSI, la Giustizia del PSU.
I prefetti hanno la facoltà di censurare o sopprimere le pubblicazioni che parlano dell'assassinio di Matteotti o che incitano al sovvertimento dell'ordine. Piano piano l'attenzione per la questione va scemando e gli aventiniani non se ne rendono conto, pensando invece che il ritrovamento del cadavere comporti una nuova ondata di indignazione.
La linea resta la stessa, quella scelta da Amendola: opposizione nelle istituzioni senza il ricorso alla piazza sperando di riuscire a convincere i liberali a far cadere il governo Mussolini (si punta sugli 80 deputati della maggioranza non tesserati PNF, tra cui Salandra e Orlando assieme ad altri non eletti nelle liste del PNF ma che appoggiano il governo e il manipolo di deputati liberali guidati da Giolitti). Il loro passaggio in toto non porterebbe alla caduta del fascismo, ma renderebbe difficile la vita a Mussolini e potrebbe indurre il re a muoversi.
Tra gli aventiniani PCI, socialisti e giovani democratici vogliono passare all'azione e ritengono il piano troppo macchinoso e lungo, troppo vincolato alle decisioni di quella vecchia classe dirigente che si è dimostrata filofascista o comunque pavida e incapace (si può affidare il destino dell'Italia e degli antifascisti nelle mani di un Salandra, un Orlando, un Giolitti, oggi alleati fascisti??): occorre scendere in piazza, mobilitando le masse indignate contro il PNF.
Il “partito della piazza” è largamente minoritario quando le camere riprendono i lavori dopo la pausa estiva. Nell'Aula si presentano solo i comunisti, che hanno deciso di abbandonare l'Aventino, tutti gli altri continuano lo sciopero parlamentare. Giolitti si schiera contro il governo mentre Ettore Conti esprime il disagio della Confindustria, seguito dal discorso che esprime il disagio delle forze armate. Salandra si dimette dalla presidenza della Commissione Bilancio della Camera.
Dal giornale di Amendola, “il Mondo”, viene pubblicato un memoriale di Cesare Rossi, ex capo dell'ufficio stampa della presidenza del consiglio, ora latitante, che in pratica lascia emergere la diretta responsabilità di Mussolini nell'omicidio. Mussolini il 3 gennaio del 1925 si presenta alla Camera e proclama che: “al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale e storica di quanto è avvenuto […] Se il fascismo è una associazione a delinquere io sono il capo di questa associazione”.
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