Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

definitivamente chiuso.

La questione della Manciuria.

Il Giappone fu colpito più di altri paesi dalla crisi economica mondiale e a causa di ciò i liberali di Shidehara si indebolirono a

vantaggio di una crescente influenza della classe militare. Gli interessi nazionali in Manciuria resero questa situazione ancora più

critica.

La Manciuria del sud, compresa la zona della ferrovia era sotto il controllo di una guarnigione nipponica, in difesa dei coloni e dei

capitali investiti nella zona.

La parte settentrionale della regione era sotto il controllo del maresciallo cinese Liang, legato al Kuomintang di Chiang kay Sek;

egli stimolò l’immigrazione cinese nella regione, costruì ferrovie ed investì capitali provocando la preoccupazione dei giapponesi,

che si accrebbe quando il Kuomintang aprì nella zona un ufficio di propaganda patriottica ed anti-nipponica.

Per evitare la perdita della Manciuria lo Stato Maggiore giapponese decise di occupare tutta la regione, nonostante l’opposizione

del partito liberale ancora al governo;

l’occupazione fu attuata in poche settimane e nell’ottobre 1931 i cinesi erano ridotti all’impotenza.

Il governo cinese fece allora ricorso alla Società delle Nazioni, che ordinò il ritiro delle truppe giapponesi nella misura in cui fosse

assicurata la protezione dei loro cittadini; ma in dicembre il governo liberale del Giappone cadde e fu sostituito da uno più

conservatore appoggiato fortemente dai militari.

La conseguenza fu che il conflitto si estese anche nella zona di Shangai, occupata dai giapponesi nei primi mesi del ’32; la SDN

ancora una volta ignorò le proteste cinesi e non dichiarò il Giappone paese aggressore, ottenendo solo un armistizio a maggio.

Intanto in Manciuria continuava la politica di occupazione, nonostante la “dottrina Hoover” sconfessasse le conquiste territoriali

ottenute con la forza.

Cessata nel 1932 la debole resistenza delle truppe cinesi lo Stato Maggiore giapponese favorì la nascita di un movimento

indipendentista mancese, che fu poi attuato da un gruppo di cinesi (“Comitato esecutivo delle province del nord-est”); con

l’appoggio del governo giapponese fu così creato lo stato fantoccio del MANCIUKUÒ (marzo 1932), retto formalmente dall’ex

imperatore cinese Pu Yi ma di fatto controllato politicamente e militarmente dai giapponesi, che mantenevano forti guarnigioni.

A questo punto la Società delle Nazioni era costretta a prendere posizione sulla questione. Nel febbraio 1932, spinta dalle

conclusioni anti giapponesi del rapporto Litton, votò all’unanimità (meno il Giappone) una relazione in cui si condannava la

politica di invasione nipponica e si screditava il governo del Manciukuò, dichiarando la Manciuria regione autonoma sotto

sovranità cinese.

Per tutta risposta il Giappone abbandonò la SDN nel 1933 ma non abbandonò la sua politica di aggressione; infatti, quando il

governo militare capì che nessuna potenza avrebbe intrapreso la guerra per la Cina, iniziò anche l’occupazione del Jehol,

superando la Grande Muraglia e minacciando la stessa Pechino già nel febbraio del ’33.

A questo punto i cinesi si arresero e a maggio fu firmato un armistizio (Tregua di Tangku) in cui la Cina fu obbligata a

smilitarizzare un enorme fascia di territorio dentro la Grande Muraglia.

Il colpo di forza giapponese riuscì in pieno, dimostrando ancora una volta l’inefficacia della SDN e l’inutilità delle “condanne

morali” operate dalle democrazie occidentali. II

L’epoca di Hitler

L’AVVENTO AL POTERE DI HITLER E IL FALLIMENTO DELLA CONFERENZA SUL DISARMO. 20

Il “Patto a Quattro” e il fallimento dei piani di disarmo.

Adolf Hitler giunse al potere come cancelliere nel gennaio 1933, dopo l’incendio del Reichstag e le successive elezioni di marzo,

il partito nazista ebbe un potere assoluto;

la Costituzione di Weimar fu abolita e proclamato il III Reich.

Subito Hitler sciolse i partiti politici e riorganizzò l’amministrazione, iniziando l’odiosa persecuzione contro gli Ebrei.

Le reazioni internazionali si orientarono verso la limitazione dei rischi che poteva portare la presenza di un governo

ultranazionalista in Germania; Mussolini auspicava un accordo tra le quattro potenze europee per assicurare la pace nel vecchio

continente, in realtà egli intendeva questo patto d’intesa come un mezzo per arrivare pacificamente alla revisione dei confini di

Versailles, tramite accordi sanciti dalla SDN.

Il Duce sottopose il suo progetto a Francia, Germania ed Inghilterra: Von Papen, ispirato dagli stessi progetti revisionisti, dichiarò

l’idea “geniale”, il governo britannico assunse una posizione di attesa mentre la Francia propose delle modifiche al progetto

italiano; infatti, essa era legata agli stati della piccola intesa e al Belgio, i quali protestarono fortemente contro questo nuovo

“concerto delle Potenze” che si andava delineando.

In queste condizioni l’accordo fu comunque siglato a Roma il 7 giugno 1933, ma in esso vi erano tutte le limitazioni imposte dalla

Francia: non si parlava più di uguaglianza della Germania e di affrontare una politica europea comune, inoltre le potenze

avrebbero dovuto rispettare le decisioni del Consiglio della SDN, senza fare da sole (“Patto a quattro”).

Tuttavia, le intenzioni di Mussolini erano così diverse che il Patto non fu ratificato e sembrarono perdute le speranze di una

revisione pacifica dei trattati.

- Per quanto riguarda lo spinoso problema del disarmo, il Trattato di Versailles prevedeva un disarmo generale, che doveva essere

preceduto da quello tedesco.

A tal scopo si riunì a Ginevra nel febbraio 1932 la “Conferenza del disarmo”, che riuniva 62 paesi riuniti in una Commissione

generale con i delegati di tutti gli Stati.

Vi furono diversi progetti presentati da varie nazioni:

il “PIANO TARDIEU” (delegato francese) partiva dalla necessità francese di non disarmare e proponeva di mettere le armi più

pesanti sotto l’egida dell’ONU e a favore degli Stati attaccati.

La Germania chiese la riduzione di tutti gli armamenti ai livelli fissati dal Trattato di Versailles per l’esercito tedesco. Non si

giunse a nessun accordo.

il “PIANO HOOVER” prevedeva riduzioni di 1/3 di esercito e marina e l’eliminazione completa dell’artiglieria pesante. Francia

ed Inghilterra rifiutarono e si approvò un compromesso elaborato da Benes (inviato cecoslovacco) che invitava ad una riduzione

degli armamenti mondiali senza fissare né proporzioni né cifre, che non significava granché.

Con il pretesto che non le era stata concessa l’uguaglianza, la Germania abbandonò la conferenza e rifiutò la proposta. Per sanare

il contrasto si riunì a Ginevra una conferenza a cinque (Ita. Gb. USA. Fr. Ger.) che, alla vigilia della presa del potere di Hitler,

accordò alla Germania “l’uguaglianza dei diritti in un sistema che garantisca la sicurezza di tutte le nazioni” (settembre 1932).

il “PIANO HERRIOT” ampliava quello di Tardieu riducendo gli eserciti ad una milizia a ferma breve e poco adatta all’offensiva

per la lentezza della mobilitazione.

il “PIANO MACDONALD” (marzo 1933) fissava a 200.000 uomini gli eserciti dei paesi europei (la Germania dopo cinque anni),

Hitler accettò ma un ricorso degli Ebrei di Slesia alla SDN impressionò molto le democrazie occidentali; queste irrigidirono il loro

atteggiamento e decisero, all’opposto della proposta tedesca, di stabilire il controllo degli armamenti in Germania prima di iniziare

il disarmo dei loro eserciti.

Per questo “voltafaccia” Hitler decise a sorpresa di abbandonare la Conferenza sul disarmo nell’ottobre 1933, alla sua riapertura.

Pochi giorni dopo la Germania abbandonò anche la Società delle Nazioni; il popolo tedesco approvò con un plebiscito queste

decisioni.

il “PIANO TEDESCO” partì da una proposta fatta dalla Francia nel novembre 1933: un esercito metropolitano di 300.000 uomini

per entrambi i paesi, se la Germania tornava a Ginevra.

La Germania rifiutò di tornare alla Conferenza e alla SDN, protestando anche per la disparità degli eserciti data dalle truppe

coloniali francesi.

Per evitare la rottura l’Inghilterra tentò una mediazione tra il piano MacDonald e quello tedesco che fu accettato da Hitler; tuttavia

in Francia, dove si era costituito un governo di unità nazionale, prevalse il punto di vista di Tardieu e del maresciallo Petain che

ritenevano il regime Hitleriano sul punto di crollare.

Perciò il governo francese pubblicò una nota in cui si rifiutava di legalizzare il riarmo tedesco e affermava che avrebbe garantito la

difesa dello Stato con i propri mezzi. Mussolini propose di impedire il riarmo della Germania con una guerra preventiva ma la sua

proposta bellicosa non fu considerata dai governi occidentali.

Fu la rottura definitiva.

La crisi dell’estate 1934. 21

Nel 1934 la Germania iniziò il suo riarmo. I francesi erano sicuri della superiorità degli investimenti militari che avevano fatto, in

realtà Hitler impiegò somme enormi per la ricostruzione dell’esercito, mentre cercava pazientemente di smantellare il sistema

delle alleanze francesi in Europa.

Nel gennaio 1934 fu firmata una dichiarazione di non aggressione con la Polonia valida per dieci anni, dopo una preparazione

totalmente segreta per l’ostilità di alcuni ambienti prussiani alla Polonia e per i legami di quest’ultima con la Francia; in realtà

prima dell’accordo era fallito (su rifiuto francese) un accordo franco-polacco per un’operazione preventiva contro l’hitlerismo.

Il patto dichiarava l’inizio di rapporti pacifici tra Germania e Polonia sulla base dei principi del patto Briand-Kellogg, quindi

tramite una risoluzione pacifica delle controversie.

Sul versante italiano la tattica tedesca fu molto meno fortunata, nonostante l’ammirazione che Hitler nutriva sinceramente per

Mussolini; ciò che divideva i due dittatori era la questione dell’Anschluss e le zone di influenza nell’Europa dell’est.

L’Italia voleva sottoporre sotto la sua influenza economica l’Austria, l’Ungheria e la Croazia e nel marzo ’34 furono firmati a

Roma importanti accordi economici a tal fine, vantaggiosi soprattutto per gli austriaci; Hitler, al contrario, sosteneva il partito

nazista austriaco e riteneva che la zona danubiana fosse di influenza tedesca e che l’Italia dovesse rivolgersi verso il Mediterraneo.

Il contrasto fu a culmine nel luglio 1934, un mese dopo l’incontro tra i due che si svolse a Venezia e che non diede alcun risultato

positivo concreto e subito prima della violenta epurazione interna che Hitler operò ordinando l’assassinio di molte personalità,

ufficiali delle Sa e delle SS, compiuti nella “notte dei lunghi coltelli”(30 giugno).

Cominciò ad essere chiaro con questo episodio che i nazisti non osservavano regole.

Fu a luglio che avvenne in Austria l’assassinio del cancelliere austriaco Dollfuss, capo del partito cattolico che, insieme ai

socialisti, era contrario all’unione con la Germania nazista.

L’omicidio fu preparato in Germania e compiuto dai nazisti austriaci con lo scopo di porre come cancelliere un fantoccio di Hitler,

Rintelen; il piano fallì poiché fu tempestivamente nominato un nuovo cancelliere cattolico e perché la Heimwehr (gruppo

nazionalista legato ai fascisti italiani) occuparono la centrale telefonica ed impedirono le comunicazioni tra i nazisti e Berlino.

Reintelen fu arrestato e Mussolini (che ospitava la famiglia Dollfuss) inviò due divisioni di alpini al confine del Brennero come

monito alla Germania.

Il governo nazista si dissociò subito dall’azione ma il Duce constatò in questa occasione l’immobilità delle democrazie occidentali

verso la questione dell’Anschluss.

Il “Patto Balcanico” e la politica estera francese.

- L’ultimo successo della “pattomania” si ebbe con il “Patto Balcanico” del febbraio 1934, stipulato da Grecia, Turchia,

Jugoslavia e Romania, che garantiva l’integrità territoriale dei quattro paesi contro il revisionismo di Bulgaria ed Ungheria (la

prima godeva dell’appoggio italiano ed inglese ma, per influenza francese, non fu inclusa nel patto).

- Anche la Francia cercò di crearsi delle alleanze in funzione anti-tedesca.

Il primo passo fu il riavvicinamento all’Unione Sovietica con un patto di non aggressione siglato nel novembre 1932, prima

dell’avvento di Hitler, fatto che allontanò ulteriormente l’URSS dalla Germania e la spinse ad accentuare l’avvicinamento alla

Francia.

Infatti nel ’34 fu firmato tra i due paesi un trattato commerciale e nello stesso anno il francese Barthou presentò un progetto di

“patto orientale” che fu però rifiutato da Germania e Polonia (una sorta di patto di mutua assistenza militare tra tutti gli stati del

nord-est europeo).

La conseguenza più immediata del legame franco-russo fu l’ammissione dell’URSS nella Società delle Nazioni, avvenuta nel

settembre 1934.

L’ultima azione diplomatica di Barthou fu l’avvicinamento alla Jugoslavia: invitò in Francia il sovrano jugoslavo Alessandro in

ottobre ma lo stesso giorno i due furono assassinati da un gruppo di terroristi croati facenti capo alla “Ustascia”, società segreta

separatista sostenuta da Mussolini; ma il Duce non aveva interesse ad appoggiare l’azione (era in cantiere un accordo tra Francia

ed Italia), l’unico sostegno poteva arrivare dai nazisti.

In ogni caso il posto di Barthou fu preso da Laval, il quale non riuscì a mantenere le alleanze tessute dal suo predecessore,

trasformando la politica estera francese in una sorta di mercanteggiamenti di conciliazione a breve termine un po’ con tutti, usando

riguardi verso la Germania e l’Italia (il nuovo re jugoslavo Paolo si riavvicinò alla Germania).

- La politica conciliante di Laval si manifestò in occasione del plebiscito sulla Saar, che si tenne nel gennaio del 1935 (come

previsto dal trattato di Versailles) e vide il 90% dei sarresi votare per il ricongiungimento della regione mineraria alla Germania,

che avvenne a marzo.

Laval sembrò disinteressarsi della questione, nonostante il nuovo governo nazista in Germania avesse turbato molti animi nella

regione contesa; quindi lasciò campo libero alla massiccia propaganda orchestrata da Hitler senza tentare di ottenere vantaggi o

assicurazioni in cambio della rinuncia ad un eventuale mantenimento dello status quo (ipotesi probabile).

Anche nei confronti dell’Italia Laval fu molto conciliante: Mussolini, che aveva intenzione di annettere l’Etiopia, voleva

l’appoggio francese sulla difesa dell’Austria in considerazione dell’invio dell’esercito in Africa; oltre all’assenso per l’invasione

etiope Mussolini, nell’incontro con Laval nel gennaio 1935 (accordi di Roma), riuscì ad ottenere dei territori in Africa e l’impegno

22

francese ad una intesa in caso di minaccia tedesca all’Austria, in cambio della rinuncia italiana ad alcuni diritti italiani in Tunisia.

FALLIMENTO DELLE INTESE ANTI-NAZISTE.

Il periodo di distensione che si credeva arrivasse dopo la vittoria tedesca per la Saar fu spezzato dai preparativi militari inglesi e

francesi; preoccupato per il riarmo tedesco e per la perdita del rassicurante dominio navale, il governo britannico decise la

costruzione di una flotta aerea che potesse difendere l’Isola e la Home Fleet, la flotta di stanza nella Manica.

La RAF sarà decisiva durante la “battaglia d’Inghilterra”, riportando un successo decisivo sulla pur potente Luftwaffe tedesca e

salvando l’isola da una certa invasione.

Anche la Francia prolungò il fermo militare a due anni.

La reazione di Hitler si concretizzò nell’annuncio della prossima costruzione di una flotta aerea militare e nel ripristino della

coscrizione obbligatoria in Germania (marzo 1935), annunciò inoltre la costituzione di una marina militare pari al 35% di quella

inglese ma confermò la sua adesione agli accordi di Locarno.

L’accordo di Stresa e il patto franco-sovietico.

Dopo gli “Accordi di Roma” furono gli Italiani a cercare un accordo di tipo militare con la Francia, ma Laval si mostrò reticente

ad una vera e propria alleanza e si concluse solo un accordo detto “Gamelin-Badoglio” nel giugno ’35 (all’insaputa degli inglesi).

In risposta al riarmo tedesco fu siglato l’Accordo di Stresa nell’aprile 1935 da Francia, Italia ed Inghilterra in cui si confermava la

necessità dell’indipendenza austriaca e il rispetto dei patti; in realtà gli inglesi fecero di tutto per eliminare ogni impegno preciso.

Alcuni giorni dopo la Francia investì la SDN per la violazione del trattato di Versailles da parte della Germania, il cui

atteggiamento fu condannato.

Dopo il fallimento del “Patto dell’Est”, Laval decise di accettare le proposte russe di un patto di alleanza militare a coronamento

dei rapporti tra i due paesi iniziati nel 1932 con il patto di non aggressione; il patto franco-sovietico fu siglato nel maggio 1935, e

prevedeva un aiuto “immediato” (ma il valore del termine non era specificato) se uno stato europeo avesse attaccato uno dei due

contraenti e se il Consiglio della SDN non fosse riuscito a prendere una decisione all’unanimità. Su pressione britannica fu

aggiunto un protocollo speciale per cui, in caso di aggressione tedesca, il patto sarebbe stato applicato solo se Italia e

GranBretagna avessero giudicato i tedeschi aggressori, subordinando così il patto al sistema di sicurezza di Locarno.

In realtà il patto non era un vero e proprio accordo militare e la responsabilità di ciò sembra debba essere attribuita ancora una

volta ad una reticenza di Laval.

Simile a quest’ultimo fu il Patto ceco-sovietico siglato pochi giorni dopo e che impegnava ancora una volta la Francia poiché esso

aveva valore solo se anche i francesi avessero aiutato la Cecoslovacchia in caso di attacco. Le cose non andarono proprio così.

I Tedeschi protestarono molto per questi accordi, soprattutto per il patto franco-sovietico, dichiarando in un memorandum che

esso contraddiceva nella sostanza gli accordi di Locarno (denunciandoli indirettamente) poiché prevedeva un attacco tedesco alla

Francia, cosa impossibile perché il Trattato di Locarno comportava un patto di non aggressione tra i due stati ed inoltre perché

prevedeva, sempre contraddicendo gli accordi, un aiuto francese alla Russia in caso di attacco.

Nonostante ciò, Hitler ripeté a più riprese durante il ’35 la sua intenzione di rispettare i patti di Locarno, incantando l’opinione

pubblica inglese; egli aspettava che l’esercito fosse pronto alla rioccupazione della Renania e alla eventuale risposta francese per

denunciare il trattato di Locarno.

L’invasione dell’Etiopia e l’avvicinamento italo-tedesco.

Tuttavia la concordanza franco-anglo-italiana non ebbe lunga vita: l’Inghilterra era preoccupata per il patto franco-sovietico

diretto esplicitamente contro la Germania, che era considerata nonostante Hitler un cardine del sistema di sicurezza collettivo.

Lo stesso Fuhrer (secondo il “Main Kampf”) considerava l’Inghilterra nel campo tedesco e dunque fu siglato un “accordo navale

anglo-tedesco” che limitava la marina nazista al 35% di quella inglese lasciando libere le unità sottomarine.

Molte furono le proteste sollevate da Francia e Italia che non furono neanche consultate.

La concordanza fu definitivamente spezzata a causa dell’invasione italiana dell’Etiopia, stato membro della Società delle Nazioni.

A proposito dei rapporti dell’Italia con le colonie in Africa bisogna dire che Mussolini ereditò una patata bollente dai governi

precedenti: a fine ‘800 il governo acquista delle terre sulle coste somale ed eritree dall’impero ottomano al fine di ottenere nuove

terre e nuovi posti di lavoro in cui dirigere la forte emigrazione che partiva soprattutto dal mezzogiorno meno sviluppato.

Le terre acquistate, però, si rivelano di scarso valore e si pensa ad una conquista a danno del popolo abissino: gli Abissini erano

una civiltà più sviluppata rispetto alle altre popolazioni africane, burocratizzati e cristianizzati con rito copto avevano istituzioni

23

politiche abbastanza avanzate, con un “negus neghesti” eletto a turno tra i quattro territori che componevano lo stato. Con il

trattato di Uccialli si tenta un imbroglio indegno che è subito smascherato, poi la battaglia di Adua pone tragicamente fine ad una

campagna militare organizzata con troppa sufficienza; in seguito la “politica di raccoglimento” inaugurata da Ferdinando Martini

opta per una risoluzione dei problemi interni con una maggiore attenzione alla situazione dello Stato e della società italiana, senza

“valvole di sfogo” esterne.

Nei primi del ‘900 si decide di rinunciare all’Africa Orientale e si organizza la spedizione in Libia, che è conquistata dopo una

guerra con l’impero ottomano nel 1912.

Durante la seconda guerra mondiale si ritorna a parlare delle colonie africane e comparirà sul tavolo della pace il “Memoriale

Colosimo” con il quale si auspicava la conquista dell’intera Etiopia da parte dell’Italia; Francia ed Inghilterra si opposero a queste

richieste non pattuite e fecero delle controfferte, considerando anche le rivendicazioni su Fiume (che peraltro non avevamo chiesto

prima della guerra e non figura negli “Accordi di Londra”).

Fu allora che gli oppositori del governo iniziarono la campagna della “Vittoria mutilata”, una grande strumentalizzazione

orchestrata soprattutto da Nitti (che poi riuscirà a farsi eleggere Presidente del Consiglio nel 1922 con soli 35 deputati in cambio

della soppressione di una scomoda commissione d’inchiesta sulle forniture militari durante la Grande Guerra) e dalla fazione

cattolica impersonata dal senatore Titoni, in contrasto con il governo per il prolungamento della questione romana.

Dunque è il governo Mussolini ad ereditare queste aspirazioni di conquista in Africa:

in un primo tempo egli cerca di ottenere una penetrazione economica nella zona, stipulando nel 1928 degli accordi che

prevedevano la costruzione della ferrovia Gibuti-Addis Abeba e di una strada che avrebbe messo in comunicazione l’altopiano

etiopico di 2000 metri con le pianure a sud; questi accordi di “cooperazione tecnica” non furono mai resi operativi dagli etiopici (il

dislivello dell’altipiano era la loro unica difesa naturale da un attacco).

Mussolini tentò allora la carta diplomatica, cercando di ottenere da Francia ed Inghilterra l’assenso alla costruzione di una ferrovia

nella zona sud pianeggiante dell’Etiopia per unire Eritrea e Somalia, in base ad accordi del 1906 sulla spartizione delle zone di

influenza in Etiopia, senza ottenere grandi risultati. La situazione cambiò nel 1934.

I due paesi avevano stipulato nel 1928 anche un trattato di conciliazione e di arbitrato ma nel 1934 vi fu un incidente a Ual-Ual in

cui furono uccisi 30 indigeni dell’esercito italiano. Mussolini prima rifiutò l’arbitrato poi, preoccupato dal ricorso etiopico alla

SDN, lo accettò; l’arbitrato fallì e iniziarono preparativi militari italiani in Eritrea, con truppe irregolari formate soprattutto da

“cani sciolti” appartenenti alle camice nere, cosicché l’Etiopia fece un nuovo ricorso, il giorno prima dell’annuncio del riarmo

tedesco da parte di Hitler, ponendo in difficoltà le altre due potenze locarniane.

La Francia non aveva interessi in quella zona e con gli “Accordi di Roma” del gennaio 1935 Laval dette a Mussolini via libera in

Etiopia, mentre l’Inghilterra, che vedeva come una minaccia alla via delle Indie e ai suoi possedimenti in Africa la costituzione di

un’Africa Orientale Italiana, moltiplicò gli avvertimenti a Mussolini.

Durante tutto il 1935 vi furono dei negoziati dai quali uscirono varie proposte, come quella di un “mandato comune franco-anglo-

italiano” sull’Etiopia (nonostante questa fosse uno stato membro della SDN) in cui gli italiani avrebbero avuto l’amministrazione e

l’esercito; Mussolini rifiutò tutte le proposte.

A questo punto gli inglesi tentarono con le minacce, concentrando gran parte della flotta britannica a Gibilterra e ad Alessandria,

nonostante essi non desiderassero una guerra in cui avrebbero agito da soli; la situazione cambiò quando da un sondaggio

sull’opinione pubblica inglese il governo comprese la volontà di pace della nazione (“peace ballot”) e Laval propose agli inglesi

delle “conversazioni militari” in cambio di un allentamento della tensione etiopica. Mussolini sfruttò questa situazione, richiamò le

camice nere e iniziò delle vere operazioni militari in Etiopia nell’ottobre 1935, ma ancora con l’intenzione di annettere solo la

zona sud.

La SDN reagì subito adottando contro l’Italia delle sanzioni finanziarie ed economiche, ma solo l’embargo sulle armi e il divieto

di alcune esportazioni (tra le quali, forse su pressioni inglesi e francesi, non furono inserite quelle dei prodotti utili alla guerra); in

effetti si era molto lontani dalla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie con l’aggressore disciplinata

dall’art. 16 del Conveant (patto) della SDN.

Un tentativo estremo per fermare Mussolini fu tentato in dicembre, quando fu presentato un piano anglo-francese (piano Laval-

Hoare) che consegnava all’Italia 2/3 dell’Etiopia e le garantiva un controllo sul restante territorio (teoricamente uno stato etiopico

indipendente), concedendo più terre di quante gli italiani avessero fino allora conquistato e desiderassero.

L’Etiopia fu praticamente costretta ad accettare, tuttavia il piano fallì poiché arrivò a conoscenza dell’opinione pubblica inglese e

tedesca che protestarono vivacemente (il governo nazista vedeva in questo piano un ricompattamento del fronte di Stresa e fece

una grossa campagna informativa per farlo fallire); Mussolini, irritato per il fallimento, denunciò in un sol colpo gli accordi di

Roma e quelli di Stresa e congelando quelli Gamelin-Badoglio.

L’esercito fu incrementato e si passò ad una vera e propria guerra dal gennaio 1936.

L’Inghilterra tentò allora l’embargo sui prodotti petroliferi ma gli USA potevano rifornire senza problemi l’Italia, decretando il

definitivo fallimento delle sanzioni.

La scontata vittoria arrivò tre mesi dopo ed il 7 marzo 1936, catturato l’interesse internazionale sulla denuncia da parte della

Germania del trattato di Locarno, Mussolini poté negoziare la pace richiesta dall’Etiopia senza alcuna limitazione; il colpo di forza

italiano era così perfettamente riuscito, ma nello scacchiere internazionale era cambiato molto. 24

Per aumentare il peso politico dell’Italia, Mussolini cercò appoggi in Germania, sperando così in un addolcimento dell’Inghilterra

sull’Etiopia ed in effetti il piano riuscì perfettamente; tuttavia con questa scelta l’Italia abbandonava il tavolo dei vincitori e con la

denuncia degli accordi di Stresa passava definitivamente nel campo dei paesi revisionisti, di cui la Germania nazista era

sicuramente il leader, dando così più forza ai piani di Hitler e divenendo prigioniera del programma revisionista di espansione

territoriale quasi mai supportato da chiare manovre politiche, come dimostrano le assurde rivendicazioni “Gibuti, Tunisia, Corsica,

Nizza, Savoia” fatte conoscere ai francesi nel 1938 attraverso le acclamazioni invasate nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni

direttamente dai “parlamentari” fascisti.

La conseguenza più importante di questo avvicinamento italo-tedesco fu la perdita della indipendenza austriaca (prima con

l’accordo austro-tedesco nell’estate del 1936, poi con la definitiva annessione nel 1938) ed il progressivo convincimento del Duce

ad abbandonare la politica estera danubiana e concentrarsi verso il Mediterraneo e le colonie.

La rioccupazione tedesca della Renania.

La questione della Renania si riaccese proprio nel marzo 1936, quando la camera francese ratificò il trattato franco-sovietico.

Hitler non aspettava altro: il 7 marzo denunciò il trattato di Locarno e comunicò agli ambasciatori dei paesi interessati che dei

distaccamenti tedeschi (in realtà 30.000 uomini) sarebbero penetrati in Renania, nonostante i suoi generali gli avessero prospettato

una sconfitta in caso di attacco francese.

Il governo francese si trovava a sei settimane dalle elezioni, i militari temevano che la Wehrmacht fosse superiore all'esercito

difensivo francese e auspicavano un intervento inglese fortificando ulteriormente la linea Maginot; in questa situazione

l’atteggiamento del governo e del Quai d’Orsai fu quello della rinuncia, come intuito da Hitler, nonostante l’appoggio militare

offerto subito dall’URSS e dalla Polonia (quest’ultimo subito ritirato).

Gli inglesi e i belgi, infine, riuscirono a scoraggiare il già scarso bellicismo francese e si ebbe una garanzia reciproca delle

frontiere tra Francia, Belgio e Inghilterra, non una vera alleanza.

L’unica reazione fu quella di sottoporre il caso alla SDN e alla corte di giustizia internazionale dell’Aja, ma Hitler rifiutò queste

proposte e presentò un piano di pace che sviluppava il memorandum tedesco contro il patto franco-sovietico e prevedeva dei patti

di non aggressione e il ritorno della Germania nella SDN.

La Francia rifiutò e fece una controproposta ugualmente rifiutata da Hitler, ponendo fine alle trattative; nei primi di maggio le

elezioni francesi diedero la vittoria al “Fronte popolare” della sinistra e le questioni interne presero nel paese il sopravvento.

Anche il colpo di forza tedesco, come quello italiano, era perfettamente riuscito.

La guerra civile spagnola e l’Asse Roma-Berlino.

La Spagna, dopo le dittature di Berenguer e Primo de Rivera dal 1923 al 1931, era divenuta una repubblica inizialmente guidata da

moderati di destra; nelle elezioni del febbraio 1936 si costituì un “Fronte popolare” simile a quello francese che ottenne la

maggioranza dei seggi nonostante non avesse ottenuto la maggioranza dei voti.

La situazione si surriscaldò e membri militari e di estrema destra, tra cui il generale Franco, organizzarono un colpo di stato

partendo dal Marocco spagnolo nel luglio del 1936; il giorno dopo si estese a tutta la Spagna e Franco ne prese il comando.

Le grandi potenze presero rapidamente posizione: l’Urss comunista e la Francia frontista di Leon Blum si schierarono a favore dei

repubblicani, la Gran Bretagna era timidamente favorevole ai repubblicani solo per il timore della nascita di un altro stato

dittatoriale, l’Italia era naturalmente favorevole a Franco e sembra che se non direttamente da Hitler, Franco abbia ricevuto

l’appoggio di alcuni nazisti tedeschi.

Su proposta di Blum e con l’appoggio inglese si costituì un accordo di non intervento e di divieto di invio di armi in Spagna in

Agosto; tuttavia i paesi totalitari (Urss, Germania ed Italia) non osservarono l’accordo ed inviarono ingenti aiuti alle due fazioni in

lotta.

Mussolini inviò ben quattro divisioni di “volontari”, Hitler 20.000 uomini e sfruttò la guerra per far esercitare gli aviatori della

neonata Luftwaffe, Stalin inviò mezzi pesanti, finanziò e armò le “brigate internazionali” reclutate dal Komintern: il non

intervento era nettamente fallito.

- Intanto la posizione della Germania si andava nettamente rafforzando.

Nel luglio 1936 fu firmato un accordo Austro-Tedesco in cui la Germania riconosceva la piena sovranità dell’Austria e

quest’ultima avrebbe tenuto conto di essere uno “stato tedesco”; Mussolini era consapevole di non essere più in grado di impedire

un eventuale Anshluss sia per il riarmo tedesco sia per la dispersione delle forze militari in Etiopia e in Spagna, quindi acconsentì

ad un accordo che garantiva quantomeno l’indipendenza austriaca.

Questo era il prezzo da pagare per il riconoscimento internazionale delle conquiste in Africa.

Grazie all’accordo la propaganda tedesca pose piede in Austria, molti nazisti furono amnistiati e poteva ricostituirsi il partito

nazista austriaco.

Un’altra vittoria tedesca fu l’allontanamento del Belgio dalla politica anglo-francese dopo il fallimento nell’estate del ’36 di una

25

conferenza sul rispetto dei confini occidentali dopo Locarno; delusi, i Belgi decisero di rinunciare ad ogni alleanza e di non

garantire più le frontiere di Francia e Inghilterra, gestendo una politica estera indipendente e soggetta ai soli obblighi

internazionali derivanti dal patto della SDN.

Questo era una nuova sconfitta per il sistema di sicurezza della Francia, che obiettò molto, poiché i paesi dell’est divenivano

irraggiungibili e le alleanze con questi inoperabili; a ciò doveva aggiungersi l’allontanamento in atto da parte della Jugoslavia e

della Romania.

Ma probabilmente il colpo più grave la Francia lo ebbe dalla costituzione dell’Asse Roma-Berlino; la vittoria del “Fronte

popolare” aveva fatto cessare in Mussolini i propositi di collaborazione con Parigi e aveva favorito un riavvicinamento alla

Germania.

Hitler, da parte sua, era indeciso sulla collaborazione con l’Italia o con l’Inghilterra (che erano nel ’36 in contrasto) e fu convinto

da un dossier segreto del governo britannico consegnatoli da Ciano intitolato “Il pericolo tedesco”; nell’ottobre 1936 fu dunque

siglato un accordo (il “protocollo di ottobre”) che univa i due paesi nella lotta al bolscevismo e ne intensificava i rapporti. Fu

Mussolini a definirlo “Asse Roma-Berlino” e fu da questo momento che egli cominciò a volgere il suo interesse verso il

Mediterraneo, abbandonando l’antica idea di un’espansione italiana nella zona danubiana, lasciata così all’influenza tedesca.

ANSCHLUSS E CRISI CECOSLOVACCHE (1937-39).

Gli “Accordi di Pasqua” e l’Anschluss.

Durante il 1937 non vi fu alcuna nuova aggressione e questo periodo sembra essere caratterizzato dall’atteggiamento di

“Appeasement” (pacificazione) adottato dall’Inghilterra di Chamberlain, fautore delle concessioni a Hitler e Mussolini per

mantenere la pace, portando ad una distensione favorita dalla necessità del Fuhrer di aumentare i propri armamenti.

- Sul fronte della guerra di Spagna, fallita la politica del non intervento, si ebbe nel febbraio un accordo tra le quattro potenze per

effettuare pattugliamenti navali e impedire l’arrivo di armi e volontari sulle coste spagnole; a seguito di attacchi navali Italia e

Germania si ritirarono dall’accordo e pochi mesi dopo, nel corso dell’estate, navi mercantili dei governativi furono attaccate da

“sottomarini sconosciuti” ma che erano in realtà di nazionalità italiana.

Si tenne dunque, nel settembre 1935, la conferenza di Noyon in cui inglesi e francesi si facevano garanti contro questi atti di

“pirateria” nel Mediterraneo; quando ad essi si unì anche l’Italia i misteriosi sottomarini scomparvero.

- Ma il 1937 fu segnato, nonostante questi avvenimenti, dal riavvicinamento anglo-italiano dopo la tensione dell’anno prima a

causa della questione etiopica; Chamberlain e i francesi volevano staccare l’Italia dalla Germania prima della firma di una vera e

propria alleanza.

A gennaio 1937 fu firmato un “Gentlemen’s agreement” in cui i due paesi si impegnavano a mantenere lo status quo nel

Mediterraneo (paura franco-inglese per eventuali concessioni territoriali di Franco all’Italia) ma il progetto inglese non ebbe tanto

successo poiché in estate i sottomarini italiani attaccavano le navi britanniche.

L’accordo fu poi ulteriormente sviluppato all’inizio del 1938, poco prima dell’occupazione tedesca dell’Austria e dopo gli

avvenimenti di pirateria nel Mediterraneo.

Il nuovo “gentlemen’s agreement” fu firmato nell’aprile 1938 (“Accordi di Pasqua”): in generale esso prevedeva relazioni

amichevoli permanenti tra i due Paesi, regolava le questioni nell’AOI, in Arabia Saudita e nello Yemen, proibiva ogni propaganda

ostile e permetteva l’accesso di navi italiane attraverso il canale di Suez anche in guerra ma, soprattutto, Mussolini ottenne il

sospirato riconoscimento inglese sulle conquiste italiane in Etiopia in cambio dell’impegno a non ottenere vantaggi territoriali,

commerciali o economici particolari in Spagna.

Ma contrariamente ai piani anglo-francesi vi fu in quell’anno un rafforzamento dell’Asse Roma-Berlino; Mussolini fu pressato da

visite di Von Neurath, Goring e Von Ribbentrop in Italia che chiedevano l’adesione di Roma al patto anti-Komintern.

L’Italia aveva buoni rapporti con l’URSS e il Duce si convinse solo in settembre, in occasione di un viaggio in Germania in cui

parlò ad una folla enorme in favore dell’amicizia italo-tedesca, in novembre Mussolini firmò il patto anti-komintern.

Approfittando di questo ulteriore avvicinamento e dell’impegno dell’esercito italiano in Africa e soprattutto in Spagna, Hitler

decise di concludere l’Anschluss con l’Austria; del resto lo stesso Mussolini, firmando il patto anti-Komintern, aveva dichiarato

che l’Austria era “un paese tedesco per razza, lingua e cultura…l’interesse italiano non è più così vivo, anche per lo sviluppo

imperiale che ha fatto convergere l’attenzione sul Mediterraneo e sulle colonie… in caso di crisi in Austria, l’Italia non agirà…

bisogna informarsi reciprocamente delle azioni future”.

In questo modo Mussolini dava praticamente mano libera ad Hitler, il quale si sentì autorizzato dalla politica di Appeasement

adottata ancora da Inghilterra e Francia, nonostante l’Italia.

Il passo successivo del Fuhrer fu quello di convocare il cancelliere austriaco Schuschnigg a Berchtesgaden, dove egli fu

violentemente attaccato e minacciato e indotto a nominare come Ministro degli Interni il nazista Seyss-Inquart.

Per scongiurare il pericolo, Schuschnigg decise di indire un plebiscito sull’annessione; Hitler temeva il risultato e fu indotto a

26

passare alle minacce esplicite: il plebiscito fu annullato, Schuschnigg si dimise e al suo posto andò Seyss-Inquart il quale, il 12

marzo 1938, fece appello alle truppe tedesche che varcarono la frontiera. Una successiva legge unì i due stati.

Le reazioni delle potenze furono pressoché nulle: l’Inghilterra consigliò all’Austria di non reagire e la Francia si limitò ad una

protesta del suo ambasciatore, frenata dall’atteggiamento inglese e dalla crisi di governo interna.

Mussolini non rispose alle richieste d’aiuto austriache; tuttavia in Italia cominciò proprio allora a nascere una certa diffidenza

verso la Germania nazista e, nonostante i legami sempre più stretti che si andavano instaurando tra le due dittature, nell’aprile

1938 fu iniziata la costruzione nel nord Italia di un sistema difensivo detto “Vallo del Littorio” contro un eventuale attacco

tedesco.

Crisi cecoslovacca e Conferenza di Monaco.

Il secondo obiettivo di Hitler era la Cecoslovacchia.

In questo paese, nella regione dei Sudeti, vivevano più di tre milioni di Tedeschi in buona armonia con i cechi; la zona era

fortemente industrializzata e militarizzata.

Il partito “Sudeten Deutsche Partei”, diretto da Henlein, raccoglieva la gran parte degli abitanti.

La Cecoslovacchia aveva un trattato di alleanza con la Francia del 1924 che prevedeva un aiuto automatico in caso di attacco

tedesco, ed un altro con l’URSS stipulato nel 1935 di assistenza militare valido se anche la Francia avesse mantenuto i suoi

impegni; per quanto riguarda i Russi, però, vi era anche il problema che Romania e Polonia impedivano il passaggio dell’Armata

Rossa sui loro territori.

Inoltre la Cecoslovacchia faceva parte con Jugoslavia e Romania della “Piccola Intesa”, diretta però più contro l’Ungheria e non si

applicava in caso di aggressione tedesca.

Dopo l’Anschluss la situazione nei Sudeti cominciò ad essere più tesa e nell’aprile 1938 il partito di Heinlen fece approvare un

programma in cui si chiedeva alla Cecoslovacchia la costituzione di un governo autonomo nella zona dei Sudeti e la libertà di

aderire all’ideologia nazista.

In Francia salì agli Esteri Bonnet, fautore della politica di appeasement sostenuta dall’Inghilterra, quindi i due governi

consigliarono ai cechi di intraprendere trattative dirette con il partito di Henlein con “spirito di comprensione”.

Tuttavia, nel maggio 1938, il governo ceco mobilitò una classe di riservisti e una guerra fu scongiurata solo per l’intervento

energico dell’Inghilterra, la quale fece capire ai francesi in questa occasione che sarebbe intervenuta solo in caso di aggressione

tedesca alla Francia e non per salvare la Cecoslovacchia; Hitler non si mosse e le misure furono revocate.

L’azione di pacificazione svolta dal governo inglese continuò con l’invio a Praga di Lord Runciman come mediatore tra il governo

ceco e il partito di Henlein; a causa anche di preparativi militari in Germania il governo ceco si rassegnò a soddisfare quasi tutte le

richieste di Henlein ma, l’inizio della crisi si ebbe con l’entrata in scena ufficiale di Hitler nella contesa, fatta nel settembre 1938

con il discorso a Norimberga davanti a una folla immensa.

Egli attaccò violentemente il governo ceco e disse che la Germania si sarebbe incaricata di riparare ai torti che i Tedeschi subivano

nei Sudeti; il giorno dopo Henlein ruppe le trattative con il governo e chiese pubblicamente l’annessione al Reich mentre

Runciman si ritirava.

Come ultima mossa diplomatica Chamberlain cercò un riavvicinamento anglo-tedesco e, in un incontro con Hitler, affermò di

ammettere l’autodeterminazione dei tedeschi del Sudeti.

Successivamente vi fu una consultazione tra i governi inglese e francese, quest’ultimo era diviso sul da farsi e ancora una volta

l’appeasement inglese ebbe la meglio; il 21 settembre ’38 il governo ceco accettò, sotto la prospettiva chiara di un non intervento

della Francia in suo aiuto, un piano anglo-francese per cui le regioni abitate da più di 50% di tedeschi sarebbero state annesse al

Reich.

Nonostante queste enormi concessioni Hitler definì il piano “inaccettabile”, anche i cittadini polacchi e ungheresi dovevano essere

vendicati contro i soprusi del governo ceco; il 27 egli fece sapere che avrebbe decretato la mobilitazione generale per il giorno

dopo.

Poche ore prima della scadenza dell’ultimatum Chamberlain fece un ultimo tentativo e invitò Hitler e Mussolini a partecipare ad

una conferenza sulla questione ceca con i capi di stato francese e inglese; convinto in extremis da Mussolini, che non essendo

pronto per la guerra era felice di poter fare la parte del mediatore, Hitler fissò la sede a Monaco.

La Conferenza di Monaco si tenne il 29 settembre 1938 e vi parteciparono Hitler con Von Ribbentrop, Mussolini e Ciano,

Chamberlain e Daladier assistito da François-Poncet.

Daladier disse subito che non poteva nascere alcun accordo se vi era l’intenzione di far scomparire la Cecoslovacchia, mentre si

poteva negoziare la cessione dei Sudeti.

Dopo dodici ore di trattative furono accolte tutte le richieste di Hitler mentre Francia e Inghilterra garantivano con un accordo le

frontiere dello stato cecoslovacco; la zona dei Sudeti passava alla Germania ed entro dieci giorni i cechi avrebbero dovuto

andarsene, negli altri territori indicati da una Commissione Internazionale abitati da tedeschi si sarebbe operato un plebiscito.

La Conferenza di Monaco, se da una parte aveva temporaneamente salvato la pace in Europa, dall’altra aveva totalmente distrutto

il sistema di alleanze della Francia, che aveva perduto buona parte del suo prestigio abbandonando un paese con cui era alleata

27

mentre le piccole nazioni avevano fondati timori sulla costituzione di un “direttorio delle grandi potenze” ai loro danni.

In Germania il successo e la credibilità di Hitler erano alle stelle.

L’Inghilterra volle concretizzare il risultato firmando lo stesso giorno un trattato di non aggressione con la Germania, senza

consultare la Francia, ma in patria Chamberlain trovava serie opposizioni dai conservatori di Churchill.

Per iniziativa francese fu firmato un accordo simile anche tra la Germania e la Francia, portando un certo clima di distensione in

Europa che fu però scosso dalla “notte dei cristalli”, una campagna di assassinii contro gli ebrei provocata in Germania

dall’assassinio di un segretario dell’ambasciata tedesca a Parigi per mano di un ebreo tedesco. Roosevelt richiamò in patria

l’ambasciatore a Berlino per l’indignazione.

Rispettivamente nei mesi di ottobre e novembre anche la Polonia e l’Ungheria ottennero la cessione di territori ex cecoslovacchi:

la Polonia lanciò un ultimatum ai cechi nonostante le minacce russe e francesi e ottenne la regione di Teschen, l’Ungheria

beneficiò di un “arbitrato” italo-tedesco che le concesse un vasto territorio a sud abitato da un milione di abitanti.

In conseguenza a questi traumi nei mesi successivi la Cecoslovacchia subì una sorta di disgregazione interna e si costituirono

governi autonomi in Slovacchia e in Rutenia.

Hitler decise di completare il lavoro: convocò a Berlino il presidente Hacha e, dopo una notte di minacce sulla popolazione di

Praga, il presidente cecoslovacco firmò un documento che poneva il suo paese sotto la protezione della Germania.

Praga fu occupata il 15 aprile, la Boemia e la Moravia, primi territori non tedeschi conquistati da Hitler per assicurare alla

Germania lo “spazio vitale”, furono considerati un “protettorato tedesco” così come la Slovacchia, mentre la Rutenia fu subito

occupata dagli ungheresi.

Infine, dopo un nuovo ultimatum, il 22 marzo la Germania annetteva la città lituana di Memel.

Contrasto italo-francese e occupazione dell’Albania.

Nel maggio 1938 Mussolini aveva rifiutato di firmare un accordo con la Francia, essa allora riconobbe la conquista italiana

dell’Etiopia per tentare un riavvicinamento ma alla fine dell’anno il contrasto tra i due paesi si accentuò; a novembre si ebbero le

manifestazioni indegne del parlamento che con le loro urla misero inaspettatamente al corrente la Francia delle rivendicazioni

italiane su Tunisi, Gibuti e la Corsica.

François-Poncet, nuovo ambasciatore francese in Italia, chiese spiegazioni e Ciano per tutta risposta denunciò a dicembre gli

“Accordi di Roma” del 1935; la reazione francese fu ferma e immediata, Daladier fece un viaggio dimostrativo in Corsica e

Tunisia dove fu ben accolto.

Dopo un timido tentativo di mediazione l’Inghilterra disse che avrebbe garantito la Francia non solo contro un attacco tedesco ma

anche contro uno italiano.

In seguito, favorito dal prudente non intervento adottato da Francia e Gran Bretagna, il generale Franco riuscì a sottomettere i

governativi e nel marzo 1939 Madrid cadde; Mussolini volle approfittare dell’effetto psicologico che la vittoria di Franco poteva

suscitare in Francia (ora circondata da Stati dittatoriali) e fece delle proposte sui problemi di Gibuti e della Tunisia che il governo

francese respinse con fermezza ricordando che era stato lo stesso Mussolini a denunciare gli “Accordi di Roma”.

Intrappolato, come abbiamo già detto, da questa politica di rivendicazioni territoriali, il Duce si rivolse bruscamente verso

l’Albania, Paese soggetto dal 1921 alla netta influenza italiana;

Ciano aveva fatto in gennaio un viaggio in Jugoslavia dove Stojadinoviç, temendo mire tedesche sulla Croazia, gli aveva dato il

via libera in Albania.

Imitando i metodi di Hitler, Mussolini ordinò il 7 aprile 1939 l’invasione dell’Albania.

Il re Zog fuggì, lo stato fu reso un protettorato italiano e si ebbe l’unione delle due corone; la Germania era stata preventivamente

avvisata e l’intesa tra i due dittatori aumentava.

CRISI POLACCA E DICHIARAZIONE DI GUERRA.

La fine dell’Appesasement. Garanzie franco britanniche.

La conseguenza più rilevante dell’invasione tedesca in Slovacchia del 15 marzo fu il netto cambiamento di rotta della politica

inglese.

L’appello simil-legale fatto da Hacha non costringeva Francia ed Inghilterra ad intervenire (visto che avevano garantito le

frontiere del nuovo stato cecoslovacco a Monaco), ma due giorni dopo l'aggressione Chamberlain disse al Parlamento che non ci si

28

poteva più fidare di Hitler e iniziò con l’appoggio della Francia delle conversazioni militari, dando entrambi i Paesi una serie di

garanzie ai paesi che sembravano più esposti ad un nuovo attacco nazista:

il 6 aprile la Gran Bretagna annunciò un’alleanza militare con la Polonia, pochi giorni dopo anche la Francia confermò l’alleanza

franco-polacca; il 13 i due stati davano la garanzia anche a Romania e Grecia, a maggio l’Inghilterra firmò con la Turchia una

dichiarazione di mutua assistenza, mentre la Francia, per ottenere l’alleanza turca, fu costretta a cedere il sangiaccato di

Alessandretta, una regione abitata da Turchi a nord della Siria e sotto mandato francese.

Un vero trattato di alleanza franco-anglo-turco fu firmato solo nell’ottobre 1939.

Dopo la presa di Praga, la Polonia era certamente il paese più minacciato; nell’ottobre 1938 i tedeschi chiesero amichevoli

conversazioni sulla possibilità di un passaggio di Danzica al Reich e della costruzione di strade e ferrovie di comunicazione dotate

di extraterritorialità.

Le proposte furono ripetute a gennaio e marzo ’39, e con la stessa cortesia della domanda la Polonia rifiutò in ogni occasione: Von

Ribbentrop cercava di spingere la Polonia in una sorta di alleanza contro l’URSS, il colonnello Beck, da parte sua, cercava di

bilanciare l’atteggiamento polacco con entrambe le potenze per non subire degli attacchi da una delle due; tutto questo senza

informare la Francia dei contatti diplomatici con Berlino e Mosca.

La situazione cambiò dopo il 15 marzo. Nei giorni seguenti Von Ribbentrop intimò alla Polonia di unirsi al blocco anti-sovietico e

furono poste minacciose rivendicazioni su Danzica, Beck rifiutò fermamente e in aprile vi furono le garanzie franco-inglesi.

La situazione si inasprì quando Hitler, in risposta ad un appello di non aggressione rivolto a lui e a Mussolini dal presidente

americano Roosevelt, pronunciò alla fine di aprile un discorso in cui attaccava violentemente la Polonia e denunciava il trattato

navale anglo-tedesco e l’accordo con la Polonia del ’34, rivendicando apertamente l’annessione totale di Danzica.

Il giorno dopo il governo britannico faceva adottare ai Comuni il servizio militare obbligatorio.

Il Patto d’Acciaio e i negoziati dell’URSS.

- Prima di procedere ad un eventuale attacco, Hitler voleva assicurare l’alleanza con l’Italia, firmando una vera e propria alleanza

militare.

Le proposte di Von Ribbentrop durante tutto il ’38 si infransero nei rifiuti di Mussolini, tuttavia, a causa dell’alleanza militare

francese con l’Inghilterra, il Duce decise di accettare nel gennaio 1939 e la decisione non mutò neanche dopo l’invasione tedesca

della Slovacchia.

Il 22 maggio 1939 fu firmato da Ciano e Von Ribbentrop il “Patto d’Acciaio”, un trattato offensivo che legava le due potenze ad

un intervento immediato nel caso in cui una delle due si fosse trovata in azioni belliche, anche di attacco.

Mussolini sperava che la Germania volesse ritardare la guerra almeno fino al ’43 ma Hitler fece capire a Ciano che le ostilità

sarebbero cominciate quello stesso anno; successivamente fu concluso un accordo circa il Tirolo meridionale e le popolazioni

tedesche abitanti nella zona dovettero scegliere tra l’emigrazione in Germania e la cittadinanza italiana, la Germania, in cambio,

ebbe successivamente una zona franca nel porto di Trieste.

- Sia la Germania che le democrazie occidentali cercarono di portare l’URSS nei loro rispettivi campi e fino all’agosto 1939 la

scelta dei sovietici non era ancora fatta, sviluppando negoziati paralleli con entrambi i contendenti.

Dopo l’invasione della Cecoslovacchia, l’URSS sembrò orientarsi verso una collaborazione con le democrazie e iniziò scambi di

opinioni con l’Inghilterra; gli inglesi volevano tirare il negoziato per le lunghe per la giusta intuizione che la guerra non sarebbe

scoppiata finché la Russia non avesse reso chiara la sua posizione, data la paura della “guerra su due fronti” dello Stato Maggiore

tedesco.

I sovietici cercavano una vera alleanza militare, l’Inghilterra voleva solo una garanzia russa sulla Polonia e la Romania ma non

sarebbe stata disposta ad una guerra se l’URSS fosse stata attaccata; la situazione ebbe una svolta quando Litvinov (favorevole al

sistema della sicurezza collettiva) fu sostituito dalla carica di “Commissario del Popolo agli Esteri” e al suo posto, il 3 maggio,

subentrò Molotov. Pochi giorni dopo inglesi e francesi fecero chiaramente capire alla Russia che non sarebbero entrate

automaticamente in guerra se questa fosse stata attaccata, tuttavia proposero dei patti di mutua assistenza in caso di attacchi

tedeschi contro Polonia, Romania, Grecia, Turchia e Belgio; poiché tra questi paesi non erano compresi i paesi baltici e non vi era

ancora una volta un chiaro accordo militare, Molotov rifiutò.

A questo punto, nell’agosto ’39, Francia ed Inghilterra accettarono di inviare in Russia delle delegazioni militari e navali (gli

inglesi avevano l’ordine di tenersi sul vago e guadagnare tempo), Molotov protestò per lo scarso potere di negoziazione dei

delegati, ma l’intoppo più grande si ebbe a causa del rifiuto della Polonia (nonostante le forti pressioni franco-inglesi che

arrivarono al punto di denunciare l’alleanza) di consentire il passaggio delle truppe russe sul suo territorio. L’accordo non si

trovava e dopo pochi giorni Von Ribbentrop arrivò a Mosca e concluse le trattative segrete russo-tedesche con un accordo storico.

I primi contatti russo-tedeschi iniziarono ad aprile con conversazioni di carattere economico; dopo la nomina di Molotov furono i

russi a fare le prime avances, mantenendosi da principio sul vago per capire gli umori tedeschi e per le contemporanee trattative

con gli alleati.

In giugno i tedeschi accettarono di stipulare un accordo economico ma fu solo alla fine di luglio che i russi fecero delle proposte

29

precise su di un trattato di carattere politico; i tedeschi li convinsero di come la Germania poteva offrire all’URSS molti più

vantaggi dell’Inghilterra.

Durante il mese di agosto Von Ribbentrop cercò di stringere i tempi sia perché Hitler aveva deciso di attaccare la Polonia il 1°

settembre, sia perché vi era una certa preoccupazione sulle trattative militari intraprese dalle democrazie.

Von Ribbentrop arrivò a Mosca e lo stesso giorno, il 23 agosto 1939, fu firmato il “Patto Von Ribbentrop-Molotov”,

immediatamente operante e valido per 10 anni.

Il Patto comprendeva un Trattato di non aggressione in cui i due paesi si impegnavano a non partecipare ad alcuna azione di

aggressione contro l'altro, a non unirsi con potenze ostili e a risolvere i loro conflitti per mezzo dell’arbitrato; vi era anche un

protocollo segreto che era in realtà molto più importante poiché stabiliva le zone d’influenza dei due Paesi:

la zona d’influenza russa comprendeva la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia e rimarcava l’interesse sovietico sulla Bessarabia;

l’influenza tedesca si sarebbe estesa sulla Lituania.

I due Stati non affermavano la volontà di mantenere uno Stato polacco indipendente.

L’attacco alla Polonia e la dichiarazione di guerra.

Abbiamo visto come, dopo l’invasione della Cecoslovacchia, Hitler avesse cambiato il suo atteggiamento verso la Polonia, fino ad

arrivare al discorso al Reichstaag in cui denunciava il Trattato tedesco-polacco.

Dopo questi avvenimenti iniziarono in Polonia incidenti causati dai tedeschi residenti; i polacchi decisero di intensificare i rapporti

con la Francia e in maggio si ebbe un accordo militare ma Bonnet (strenuo fautore della pace e delle concessioni alla Germania

simili alla farsa di Monaco) ottenne che il trattato militare entrasse in vigore dopo aver concordato un accordo politico, cosa che

avvenne quasi inutilmente solo il 4 settembre.

Fino alla metà di agosto a Danzica si moltiplicarono le sfilate e le parate naziste, poi dal 24 agosto, dopo la firma del Patto

Ribbentrop-Molotov, gli eventi precipitarono.

Hitler diede l’ordine di attacco alla Polonia il 25 ma poi ebbe un ripensamento, probabilmente a causa di una lettera di Mussolini

che gli spiegava l’impreparazione militare dell’Italia ad entrare in guerra ed un’altra in cui faceva richieste esorbitanti anche per la

produzione tedesca (ma si ritiene che in questa seconda lettera Ciano e Attolico abbiano appositamente gonfiato le richieste per

non far entrare il paese in guerra e sfruttare i vantaggi della neutralità), nonché per la firma in quel giorno del trattato di alleanza

anglo-polacco annunciato in aprile.

Il governo inglese tentò un ultimo tentativo di pace proponendo una mediazione diretta tra la Polonia e la Germania; Hitler accettò

l’incontro con un plenipotenziario polacco che, non essendo Beck stato avvisato per tempo dal governo inglese, si presentò solo la

sera del 30 (e non era neanche un plenipotenziario ma un semplice ambasciatore).

All’alba del 1° settembre 1939 l’esercito tedesco invadeva la Polonia

L’ultimo tentativo di pace si ebbe il 31 da parte di Mussolini che, umiliato dalla confessione della sua debolezza militare, propose

la riunione di una conferenza internazionale; il progetto fallì poiché gli inglesi chiesero che prima di trattare le truppe tedesche

avessero evacuato la Polonia.

Mussolini rifiutò di mantenere la sua proposta definendo quest’atteggiamento una “idiozia”.

Il governo francese ordinò la mobilitazione generale il 1°settembre, la Camera dei Comuni si indignò per i ritardi di Chamberlain

(dovute solo alle incertezze francesi); il 3 settembre Francia ed Inghilterra lanciarono un ultimatum al governo tedesco che

scadeva il giorno stesso.

Essendo stati entrambi respinti, il Regno Unito e la Francia dichiararono guerra alla Germania.

LA FASE EUROPEA DELLA GUERRA.

La sconfitta polacca e la “drole de guerre”.

Naturalmente, durante la guerra la diplomazia ebbe un ruolo secondario e tutto si ridusse ad una questione di forza, tutt’al più essa

servì per rafforzare le alleanze esistenti.

L’offensiva tedesca in Polonia fu folgorante, grazie all’uso combinato dell’aviazione e della penetrazione dei carri armati in

profondità nel territorio nemico.

Gli accordi Von Ribbentrop-Molotov avevano portato ad un piano prestabilito di spartizione della Polonia e l’intervento russo si

ebbe il 16 settembre, con il pretesto della difesa delle popolazioni ucraine e bielorusse dopo il disfacimento dello Stato polacco; i

30

russi avanzarono velocemente e senza subire grandi perdite, provocando anche l’irritazione dei tedeschi.

Il 28 fu firmato un nuovo trattato tedesco-sovietico che fissava la linea di demarcazione tra le due zone di occupazione, con questo

nuovo accordo lo stato polacco scompariva, Varsavia era nella zona tedesca e la Lituania passava nella zona di influenza sovietica;

questa spartizione era molto vantaggiosa per i russi, meglio anche della Linea Curzon del 1919.

I protocolli segreti di questo nuovo accordo prevedevano che i cittadini russi e tedeschi presenti nelle opposte zone di influenze

potessero rimpatriare; inoltre la Russia fece valere i vantaggi sulla sua zona d’influenza imponendo ai tre paesi baltici la cessione

di basi navali ed aeree, nonché lo stazionamento di truppe sovietiche sul loro territorio.

Per quanto riguarda l’Italia, Mussolini assistette impotente a questi avvenimenti; temendo che la Francia e l’Inghilterra volessero

portare l’Italia a rompere il “Patto d’Acciaio” (in effetti vi furono alcuni contatti) Hitler parlò con Ciano senza forzare sull’entrata

in guerra italiana, prevista d’altronde nel Patto, affermando che l’Italia sarebbe stata la padrona assoluta del Mediterraneo.

- Dopo la sconfitta della Polonia la guerra terrestre sul fronte occidentale assunse un andamento molto tranquillo, Hitler in ottobre

tentò di approfittare della situazione per offrire una pace alle democrazie e assorbire le sue conquiste: la Francia e l’Inghilterra non

potevano permettere che questo succedesse e rifiutarono senza esitazioni le proposte del Fuhrer.

Un mese dopo si ebbe anche un altro tentativo di mediazione da parte del Belgio e dell’Olanda che fu appoggiato anche da

Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia, Romania e dal Papa; tuttavia sia Hitler che le democrazie rifiutarono l’offerta mediatrice

(novembre 1939).

- In risposta a questi propositi di pace, l’Armata Rossa invase la Finlandia il 30 novembre, dopo che i finlandesi avevano rifiutato

l’installazione di basi militari russe nel loro Paese; i rifornimenti di armi verso la Finlandia fatti dall’Italia furono interrotti per la

pressione tedesca e gli stessi tedeschi osservarono una rigida neutralità in base agli accordi con i sovietici.

Con la dura vittoria i russi ottennero, con il Trattato di Mosca del marzo 1940, l’istmo di Carelia.

In seguito a questi avvenimenti Francia ed Inghilterra firmarono, il 28 marzo, un Trattato in cui si affermava che non ci sarebbe

stata né armistizio né pace separata con la Germania.

- Il passo successivo fu compiuto dai tedeschi. La Germania acquistava grandi quantità di ferro dalla Svezia che transitavano per

il porto norvegese di Narvik; se gli alleati prendevano questo porto potevano tagliare la “via del ferro” alla Germania.

Hitler impedì che questo potesse accadere con un attacco preventivo alla Danimarca e alla stessa Norvegia (9 aprile); la rapida

vittoria dei tedeschi arrivò il 10 giugno 1940 con la partenza per Londra del re di Norvegia.

Lo stesso 10 giugno 1940 i tedeschi invasero il Belgio e l’Olanda, rompendo la neutralità di questi stati e la “drole de guerre” sul

fronte occidentale; in conseguenza di questi avvenimenti in Inghilterra cadde il gabinetto di Chamberlain e fu sostituito un

governo di unità nazionale sotto la guida di Winston Churchill, fin dall’inizio ostile ai nazisti.

La sconfitta della Francia e l’armistizio; la Battaglia d’Inghilterra.

Il 10 maggio 1940 Hitler lancia l’offensiva sul fronte occidentale contro Olanda, Belgio e Francia.

Il 15 gli olandesi deposero le armi e il giorno successivo, con una spettacolare manovra a sorpresa, i carri armati tedeschi

sfondarono il fronte francese passando attraverso la foresta delle Ardenne, ritenuta a torto inaccessibile ai blindati.

Invece di puntare direttamente su Parigi, le truppe tedesche marciarono verso Ovest per bloccare i collegamenti con il resto

dell’esercito francese e chiudere in una sacca le armate del nord; sostituito Gamelin, il nuovo generalissimo Weygand non riuscì a

collegare le due armate e l’intero esercito del nord dovette imbarcarsi a Dunkerque lasciando a terra l’equipaggiamento.

Il 6 giugno l’esercito tedesco sfondava la disperata linea difensiva sulle Somme con il triplo delle forze rispetto ai francesi, il

governo (con a capo Reynaud) abbandonò Parigi il 10 giugno.

Ancora il 6 giugno Churchill annunciava l’arrivo in Francia di due divisioni britanniche, dopo le richieste di aiuto francesi non

furono più soddisfatte per garantire la sicurezza del suolo inglese.

- Per quanto riguarda l’atteggiamento italiano dopo il 1° settembre, abbiamo visto che Hitler non richiese l’entrata in guerra

forzata di Mussolini; tuttavia l’8 marzo 1940 il Fuhrer scrisse una lettera al dittatore italiano reclamando ardentemente l’entrata in

guerra italiana, poi incontrò il Duce al Brennero e in quel dialogo Mussolini disse che l’entrata in guerra era “inevitabile”.

Ciano cercava di far mantenere al Duce la neutralità ma già il 13 maggio, osservando la rapidità del successo tedesco, la decisione

di Mussolini era definitiva ed egli si arrese; il 26 Reynaud si recò a Londra per concordare delle concessioni all’Italia in cambio

della neutralità, il presidente americano Roosevelt garantì (per far dimenticare Wilson) che le concessioni sarebbero state applicate

dopo la guerra.

Queste proposte si scontrarono con il rifiuto di Mussolini; il giorno dopo i francesi arrivarono ad offrire vasti territori nell’Africa

nord orientale ma il progetto cadde per l’opposizione inglese che calcolava l’impatto morale che queste concessioni avrebbero

avuto in Francia ed Inghilterra.

Il 30 maggio Mussolini inviò ad Hitler una lettera in cui annunciava l’entrata in guerra dell’Italia per il 5 giugno, poi i due si

accordarono per l’11.

Il 10 giugno 1940 l’Italia dichiarava guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.

In quello stesso 10 giugno il governo di Reynaud abbandonò Parigi e si rifugiò a Tours, l’esercito era ormai vinto ed il problema

31

principale era quello di decidere se il governo avesse dovuto continuare la lotta trasferendosi in Nord Africa ovvero avesse dovuto

chiedere un armistizio alla Germania, che però contrastava con il Trattato franco-inglese del 28 marzo in cui si proibiva armistizio

o pace separata con i tedeschi.

L’11 si ebbe a Briare un Consiglio Supremo Interalleato con Churchill ed Eden; in seno al governo francese Pétain e Weygand,

comprendendo il disfacimento dell’esercito e seguendo il codice militare francese, non accettavano di abbandonare l’esercito ed i

cittadini in Patria e continuare la guerra con le poche divisioni d’oltremare, quindi premevano per la richiesta di armistizio

nonostante l’impegno con l’Inghilterra.

Di parere opposto erano Reynaud e i presidenti delle due Camere (tra cui il radicale Herriot), che consideravano in questo modo la

possibilità della cessione all’Inghilterra della flotta militare; Churchill affermò la volontà inglese di continuare a combattere e non

fece pressioni.

Il 16 giugno fu una giornata molto importante. Il governo francese si era trasferito a Bordeaux, Reynaud lesse al Consiglio dei

Ministri la risposta del presidente americano Roosevelt circa la richiesta di intervento militare americano; era piena di solidarietà

verso la Francia e incitava alla resistenza ma diceva che una decisione del genere poteva essere presa soltanto dal Congresso.

Credendo in una capitolazione francese il governo britannico inviò due note in cui annunciava che chiedere l’armistizio avrebbe

“messo in discussione l’onore della Francia”, poi le due note furono ritirate e gli stessi inglesi presentarono un “Progetto di Unione

franco-britannica”.

La validità e la serietà di questo progetto, un impresa enorme di cui non si erano affatto valutate le conseguenze e le

complicazioni, non deve essere esagerata in quanto, secondo lo stesso Churchill, esso aveva più che altro lo scopo di rivitalizzare

gli oppositori dell’armistizio.

Purtroppo non si ebbe il risultato sperato: in serata Reynaud rassegnò le sue dimissioni ed il suo successore, il maresciallo Pétain,

formò il nuovo governo due ore dopo, includendo tutti i fautori dell’armistizio; alle 3 del mattino fu convocato l’ambasciatore

spagnolo e fu incaricato di far trasmettere al governo spagnolo la richiesta di armistizio ai tedeschi.

Il giorno dopo Churchill tornò a chiedere a Pétain di portare la flotta francese nei porti inglesi, le note di protesta ritirate furono

subito ripresentare al governo francese; i francesi assicurarono che le navi non sarebbero state consegnate ai tedeschi ma

rifiutavano di trasferirle nei porti inglesi. A questo punto il governo britannico cercò di incoraggiare i movimenti di resistenza

all’armistizio come quello del generale De Gaulle, che il 18 giugno pronunciò il famoso discorso via radio per incitare la

popolazione francese alla resistenza, e di altri parlamentari, tra cui Daladier, che avevano lasciato per protesta Bordeaux e si erano

trasferiti a Rabat per organizzare una sorta di “governo della Resistenza” (progetto che poi Pétain bloccò).

Quando l’armistizio fu firmato, l’Inghilterra ritirò da Bordeaux il suo ambasciatore.

Hitler il 18 conferì con Mussolini il quale voleva un singolo armistizio tra i due paesi ed aveva richieste esorbitanti considerando

che l’esercito non aveva concluso nulla, alla fine Hitler impose due armistizi separati e il governo francese fece sapere che le

condizioni sine qua non erano la non occupazione dell’impero e che la flotta non fosse consegnata ai vincitori.

Il 21 ebbe luogo a Rethondes la presentazione delle condizioni tedesche nello stesso vagone ferroviario in cui i francesi avevano

imposto il Diktat alla Germania nella Grande Guerra; le condizioni erano dure, non disonorevoli e il giorno dopo furono discusse

dal governo francese che propose delle modifiche rifiutate dai tedeschi.

L’armistizio con la Germania fu firmato la sera del 22 giugno, quello con l’Italia il 24.

Le clausole politiche dell’armistizio con la Germania prevedevano la creazione a nord di una zona occupata in cui la Germania

aveva i diritti della potenza occupante, le spese di occupazione erano della Francia e nessun arma, nave o soldato potevano essere

trasferiti in Inghilterra, il governo francese poteva insediarsi a Parigi (ma fu scelta la città di Vichy nella zona “libera”); per quanto

riguarda la flotta le clausole erano poco rassicuranti per gli inglesi:

una parte doveva rimanere alla Francia per la difesa dell’Impero, la restante parte doveva essere “smobilitata e disarmata”

dall’Italia e dalla Germania.

L’armistizio con l’Italia prevedeva la smilitarizzazione di una zona di frontiera, di Ajaccio e di zone in Algeria e Tunisia, nonché

l’uso del porto di Gibuti e della ferrovia di Addis Abeba.

Con questi due armistizi si ha un ritorno al modello ottocentesco con armistizio vero e proprio e sospensione delle ostilità; anche

la Francia è ammessa al tavolo della pace.

- Con la sconfitta francese termina per Hitler l’operazione polacca, quindi egli propone agli inglesi una nuova pace (dopo quella

dell’ottobre ’39).

E’ il 19 luglio 1940 quando Hitler, con affianco Ciano, fa un discorso al Reichstaag in cui non chiedeva all’Inghilterra alcuna

cessione in cambio della pace; su pressione tedesca anche la Santa Sede fece pressione sui vescovi inglesi affinché convincessero

l’opinione pubblica ad accettare la pace, ma il clero britannico si oppose.

Un tentativo fu operato con una manovra dei servizi segreti tedeschi: il piano era di aiutare l’ex sovrano Edoardo VIII a salire sul

trono inglese; egli avrebbe spinto per la pace, appoggiato dai gruppi universitari pacifisti di Bertrand Russell, a loro volta in

contatto con l’URSS.

Il piano fallì poiché fu scoperto in tempo dai servizi segreti inglesi, Edoardo VIII fu nominato “Governatore delle Bahamhas” (ma

laggiù non poté lasciare la sua residenza) e alla fine della guerra se ne tornò a vivere in Costa Azzurra. 32

In seguito si ebbe la storica risposta di Churchill alla proposta di pace tedesca, in cui il premier inglese disse che avrebbero

combattuto sino alla fine non contro il popolo tedesco, bensì contro gli orrori del nazionalsocialismo.

Hitler, adirato dalla risposta di Churchill, decise di attaccare anche l’Inghilterra, andando per la prima volta fuori dal rigido

schema di guerra che aveva preparato con il suo Stato Maggiore.

Per invadere la Gran Bretagna bisognava innanzitutto poter sbarcare, quindi gli sforzi dell’estate furono quelli di costruire mezzi

da sbarco e di distruggere la Home Fleet, la flotta inglese di stanzia nella Manica; la flotta aveva una copertura aerea (costruita con

intelligenza a partire dal 1934), quindi la prima fase dell’operazione “Leone marino” doveva essere quella di spazzare la RAF dai

cieli e di punire la popolazione civile inglese con dei bombardamenti a tappeto sulle città (la prima ad essere rasa al suolo fu

Coventry, da qui “coventrizzazione”).

Nell’agosto 1940 inizia dunque la “Battaglia d’Inghilterra” e per la prima volta nella storia anche la popolazione civile diviene un

obiettivo militare; intere città furono rase al suolo e anche il Parlamento fu colpito ma, nonostante ciò, la popolazione inglese non

fece alcun dissenso alla guerra e al governo di unità nazionale non esisteva opposizione.

La battaglia coinvolse più di 3000 aerei, gli inglesi non avevano molti equipaggi e mantenevano quasi tutti gli apparecchi in volo e

anche aviatori francesi furono reclutati nelle file britanniche (il cosiddetto “Albo d’oro”); dopo un mese di combattimenti, i

tedeschi videro che perdevano più aerei degli inglesi (un rapporto di 3 a 1) e capirono che continuare la lotta significava mettere a

rischio la consistenza stessa della Luftwaffe.

Per questa constatazione, a metà settembre l’operazione “Leone marino” fu interrotta e rimandata a tempo indeterminato; questo

fu un punto di svolta importante nella guerra.

A suggello di ciò, Churchill disse: “mai nella storia così tanti hanno dovuto tanto a così pochi”.

Annessioni russe e tedesche; rapporti Inghilterra-Vichy.

La conseguenza più immediata del crollo francese fu l’annessione da parte dell’URSS degli Stati Baltici; i sovietici mandarono ai

tre Stati degli ultimatum, con il pretesto delle minacce che subiva l’Armata Rossa in quei territori, in cui si chiedeva

l’instaurazione di governi filo-comunisti. Appena saliti al potere i governi stessi chiesero l’incorporazione immediata dei loro stati

all’Unione Sovietica, tra il 1° e l’8 agosto 1940.

Contemporaneamente fu inviato un altro ultimatum alla Romania, nel quale i russi chiedevano la cessione immediata della

Bessarabia, di cui non avevano mai accettato la perdita, e anche della Bucovina settentrionale (questa richiesta scatenò le proteste

tedesche), una regione che non era mai appartenuta all’impero zarista.

Probabilmente questo avvenimento peggiorò in maniera definitiva i rapporti tra l’URSS e la Germania ed è in questo periodo che

fu pensato il piano d’attacco dell’operazione “Barbarossa”.

Il governo rumeno, dopo un inutile appello alla Germania e all’Italia, dovette cedere e il 2 agosto 1940 fu costituita la Repubblica

Socialista Sovietica di Moldavia; i tedeschi risposero subito inviando in Romania una missione militare, preludio di

un’occupazione ben più vasta.

Anche la Bulgaria e l’Ungheria avanzarono rivendicazioni sui territori rumeni:

la Bulgaria ottenne direttamente dal governo rumeno la Dobrugia meridionale, mentre il contrasto con l’Ungheria fu sanato solo

con l’intervento di Germania e Italia che, il 30 agosto, fecero accettare ai due contendenti il “Secondo arbitrato di Vienna” che

prevedeva la divisione della Transilvania tra i due Stati.

L’11 ottobre Hitler occupò definitivamente la Romania e i suoi preziosi pozzi petroliferi.

Il 27 settembre 1940 Italia, Germania e Giappone firmarono il “Patto Tripartito”, un trattato di alleanza politica, economica e

militare nel caso dell’entrata nel conflitto di un altro Stato; da allora in poi la politica estera tedesca fu impegnata nel cercare

adesioni a questo accordo.

L’obiettivo più importante era sicuramente quello di coinvolgere la Spagna nella Guerra;

al momento dell’armistizio con la Francia, Franco si era dichiarato pronto ma fece delle richieste abbastanza consistenti

(Gibilterra, Marocco francese e territori in Guinea) e inoltre, poiché la Spagna era uscita prostrata dalla guerra civile, volle aiuti

militari ed economici che erano abbastanza gravosi per i paesi dell’Asse.

Il 23 ottobre Hitler incontrò Franco ma la decisione definitiva sull’entrata in guerra non si ebbe.

Le uniche adesioni al “Patto Tripartito” furono quelle di Ungheria, Romania e Slovacchia.

- In questo periodo la situazione dell’Inghilterra era abbastanza problematica; i rapporti con il governo di Vichy erano pessimi e

Laval aveva proposto a Pétain addirittura di entrare in guerra contro l’Inghilterra, rea di dare protezione a De Gaulle, il quale alla

fine di luglio darà vita ad un “Consiglio di difesa della Francia d’oltremare” ottenendo l’adesione di quasi tutte le colonie.

In questa situazione, Churchill prese la decisione di mettere la flotta francese in condizione di non nuocere e il 3 luglio 1940

iniziarono una serie di operazioni della marina inglese; la flotta francese di Mers-el-Kebir fu attaccata dopo aver respinto un

ultimatum di salpare verso i porti americani, vi furono 1.200 morti, altre navi francesi furono danneggiate, sequestrate o affondate

a Dakar e a Plymouth.

La Francia ruppe le relazioni diplomatiche con Londra e non vi fu alcuna rappresaglia; paradossalmente la situazione migliorò

33

dopo il 22 settembre 1940, quando reparti francesi fedeli a De Gaulle, con l’appoggio della marina inglese, cercarono di

conquistare Dakar, in mano ai francesi di Vichy, fallendo nell’impresa.

A quel punto Churchill si rese conto che tutto ciò favoriva unicamente i tedeschi e cercò di stabilire un “modus vivendi” pacifico

con il governo di Vichy, senza abbandonare i gollisti.

Si ebbero dei primi accordi ufficiosi (Hoare – De la Baume e la “missione Rougier” che cercò di convincere il generale Weygand,

comandante delle truppe francesi in Africa del nord, a ribellarsi) che furono però bruscamente interrotti dall’incontro tra Hitler e

Pétain a Montoire il 24 ottobre 1940: quest’incontro era opera di Laval, che riuscì ad imporre a Pètain la sua politica anti-inglese;

fu firmato un accordo di “collaborazione” tra i due paesi e Laval si disse addirittura favorevole ad un attacco contro l’Inghilterra

nel lungo periodo.

Churchill, più che interessarsi alla sorte del governo di Vichy, era preoccupato soprattutto della cessione da parte di Pétain di

importanti basi militari in Africa ai tedeschi e agli italiani, quindi incoraggiò la ripresa delle trattative che si ebbe in dicembre con

gli accordi Halifax – Chevalier;

questo accordo, fatto all’insaputa dei gollisti e grazie all’allontanamento di Laval, prevedeva che le colonie francesi non sarebbero

state più oggetto di attacco e che si sarebbe mantenuta una “freddezza artificiale” tra il governo inglese e quello di Vichy, con un

reale allentamento dell’embargo sui prodotti petroliferi.

Nell’aprile 1941, grazie all’intervento del presidente Roosevelt, si ebbe un accordo tra gli USA e le colonie francesi del nord

Africa per la fornitura di materiale di prima necessità; in cambio Weygand si impegnava a difendere i territori dagli attacchi di

chicchessia.

Intanto in Francia l’ammiraglio Darlan divenne la seconda personalità del governo di Vichy; egli era convinto della vittoria

tedesca e il 28 maggio 1941, dopo alcuni colloqui con Hitler, firmò i “Tre protocolli di Parigi” che conferivano ai tedeschi basi

militari d’appoggio in Siria, a Biserta e a Dakar. Il progetto non fu accettato da Weigand e da altre personalità del governo e, con

l’inizio della campagna di Russia, fu lasciato cadere anche dai tedeschi.

Successivamente Weigand fu richiamato a Vichy sotto pressione tedesca e, con il ritorno di Laval nell’aprile ‘42, il governo di

Pétain cessò di avere qualsiasi autonomia dalla Germania.

Attacchi dell’Asse in Grecia, Jugoslavia e Russia.

Nel corso dell’estate del 1940 Mussolini progettò di attaccare la Grecia e la Jugoslavia ma, su pressione tedesca (per paura di una

reazione russa che intensificasse la presenza sovietica in Europa), l’attacco alla Jugoslavia fu abbandonato.

Indignato per l’occupazione della Romania senza preavviso, il Duce fissò l’attacco alla Grecia per il 28 ottobre, giorno in cui

incontrava Hitler a Firenze; l’operazione fu preparata male e dopo una settimana le truppe italiane dovettero ripiegare in Albania e

difendersi dagli attacchi greci.

Gli smacchi militari italiani continuarono in Africa, dove era fallito l’attacco all’Egitto e si ripiegava verso la Libia, nel 1941 gli

inglesi occuparono l’Africa Orientale italiana.

Mussolini dovette chiedere l’aiuto tedesco e di giocare il ruolo di eterno secondo in guerra.

Intanto la tensione russo-tedesca saliva: in Germania vi era preoccupazione per l’ambiguo atteggiamento dell’URSS e si decise di

fare delle proposte per allontanare i sovietici dall’Europa.

Tra ottobre e novembre vi furono degli importanti negoziati tra Molotov e Von Ribbentrop, il quale offrì ai russi di entrare a far

parte del “Patto Tripartito” nato a settembre e di dividere l’intero pianeta in precise zone di influenza tra le quattro potenze.

Concretamente, si offrì ai sovietici un protocollo segreto in cui si riconosceva la loro sfera di influenza nel Golfo Persico e

nell’Iran e il libero passaggio attraverso gli Stretti, obiettivi da sempre anelati dagli Zar, in cambio di un allontanamento della

Russia dall’Europa (i Balcani come zona di influenza italiana e tedesca, garanzia dello status quo territoriale della Turchia, ritiro

dei sovietici dalla Finlandia, dove la Germania manteneva delle truppe).

Molotov fece delle controfferte che indicavano chiaramente la volontà della Russia di rimanere saldamente in Europa; i tedeschi

non si dettero nemmeno la pena di rispondere e questo mancato accordo fece iniziare nel dicembre ’40 le prime misure operative

per il “Piano Barbarossa”, fissato dapprima per maggio poi, per il “contrattempo jugoslavo”, per il 22 giugno.

Un contrattempo ritardò l’operazione: dopo l’adesione di Ungheria e Romania al Patto Tripartito mancavano solo la Bulgaria e la

Jugoslavia per “pacificare” i Balcani e attaccare in tutta tranquillità la Russia; la Bulgaria entrò nel Patto nel febbraio 1941 e

subito dopo fu invasa dalle truppe tedesche nonostante le forti proteste dei sovietici, tuttavia i problemi vennero dalla Jugoslavia,

dove il 27 marzo 1941 vi fu un colpo di stato militare da parte di gruppi serbi e appoggiato dagli inglesi, spodestando il principe

Paolo favorevole alla Germania.

Di conseguenza Hitler decise di attaccare la Jugoslavia e di aiutare le truppe italiane in Grecia; l’operazione iniziò il 6 aprile 1941,

il 18 la Jugoslavia era sconfitta, il 27 cadde anche Atene.

In Grecia fu insediato un governo militare filonazista, la Jugoslavia subì invece una spartizione territoriale e politica: la Slovenia

del nord fu annessa direttamente alla Germania, l’Italia ebbe la Slovenia del sud e la costa dalmata da Fiume a Cattaro, la regione

di Zara, Spalato e Ragusa.

In Croazia fu creato uno stato “indipendente” che alla fine della guerra doveva essere governato dal duca di Spoleto, parente di

34

casa Savoia (il nuovo Stato comprendeva la Croazia continentale, la Bosnia-Erzegovina e due punti sulla costa “donati” al nuovo

stato dall’Italia); la Croazia aderì al Patto Tripartito in giugno e permise alle truppe italiane di attraversare il suo territorio.

Più a sud era ricreato lo Stato montenegrino, completamente soggetto all’Italia, l’Albania incorporava il Kosovo e parte della

Macedonia, mentre la restante parte era annessa dalla Bulgaria (che annetteva anche la Tracia); la Serbia era notevolmente ridotta

ai tempi della vecchia Serbia, tuttavia continuava ad esistere come stato in regime di occupazione.

- Da dicembre la Wehrmacht cominciò a schierarsi sul fronte orientale per l’Operazione Barbarossa, gli inglesi e gli americani

lanciarono parecchi avvertimenti ai russi, i quali, però, continuavano a mantenere i rapporti commerciali con la Germania ed anzi

nella primavera del 1941 cercarono di anticipare le consegne, soprattutto dell’indispensabile caucciù.

Tutto ciò non fece cambiare idea ad Hitler, il quale voleva definitivamente eliminare un alleato misterioso, scomodo e ambiguo

come la Russia, appropriandosi delle ingenti fonti energetiche del paese che gli avrebbero permesso di continuare la lunga lotta

contro l’Inghilterra.

Lo stato maggiore tedesco aveva preparato un piano che può essere definito un capolavoro di strategia militare: grazie all’avanzata

su tre direttive (peraltro molto distanti tra loro) di reparti corazzati con copertura aerea, l’esercito russo doveva essere chiuso in

enormi sacche e fatto prigioniero; la genialità consisteva nel fatto che erano stati calcolati perfettamente tutti i fattori che potevano

influenzare l’avanzata di uomini e mezzi, dalla condizione delle strade alle ore di luce e finanche le notti con una luce sufficiente

per i movimenti.

Secondo il piano, l’URSS sarebbe dovuta cadere in otto settimane, Hitler credeva in un’altra facile vittoria della guerra lampo, in

realtà l’Operazione Barbarossa si protrasse per 4 anni in territorio russo e si concluse con l’entrata dell’Armata Rossa a Berlino nel

1945.

Il mattino del 22 giugno 1941 le truppe tedesche attaccavano l’Unione Sovietica, nella prima settimana il piano tedesco portò ad

un’avanzata di 80 km al giorno e un milione di prigionieri russi, in quanto i generali russi credevano ad una avanzata omogenea e

non bloccavano le vie di comunicazione tra i reparti corazzati e le truppe.

In Russia fu il panico: Stalin non fece nulla per una settimana ed il regime rischiava di saltare; dopo lo smarrimento si fece un

appello in difesa della Patria ad imitazione di ciò che fece lo zar Alessandro contro Napoleone (in barba alle ideologie comuniste)

e si arrivò addirittura a ritirare i commissari politici del partito presso le truppe e a sostituirli con preti della Chiesa ortodossa, alla

stella rossa fu sostituita l’immagine della Madonna.

Ciò che salvò i russi fu un errore strategico di Hitler, che fece infuriare i generali e rinascere l’opposizione dell’aristocrazia

militare verso il Fuhrer, sfociata poi nell’attentato del 1944; dopo la guerra i militari scomparvero dalla scena politica e la

Germania del dopoguerra fu guidata dall’organizzazione politica delle chiese: poiché la colonna centrale, quella diretta su Mosca,

avanzava più rapidamente di quelle laterali, Hitler temette che quest’ultima potesse essere tagliata dai lati, cosicché diede ordine di

arrestarla a metà dell’operazione (fine luglio 1941), vi furono parecchie contestazioni e sostituzioni di militari, ma alla fine

l’ordine fu eseguito.

L’avanzata riprese solo dopo 40 giorni in condizioni non previste; il meccanismo si era inceppato, a ottobre vi fu un’ulteriore

avanzata ma a novembre fu impossibile proseguire, iniziava così una delle guerre d’usura più terribili della storia.

Il rafforzamento dei legami anglo-americani.

A partire dal luglio1940, inglesi e americani si sforzano di coordinare le loro politiche in funzione anti-giapponese, poi si ebbe un

riavvicinamento anche sui problemi europei:

- Nell’estate del 1940, Churchill chiese al presidente americano Roosevelt il prestito di 50-60 cacciatorpediniere in cambio

dell’occupazione di alcune basi inglesi in America (Bermuda, Bahamas, Giamaica, Antigua e la Guyana inglese); Roosevelt,

nonostante fosse nel pieno della campagna elettorale, acconsentì alla richiesta con un “executive agreement” che non aveva

bisogno dell’approvazione del Senato, inviando anche una grande quantità di armi a sostegno degli inglesi, incontrando molte

opposizioni tra gli isolazionisti.

Nondimeno la sua politica di intervento fu accettata dagli elettori e Roosevelt fu rieletto; il 16 settembre fu approvata la legge che

istituiva il servizio militare negli Stati Uniti, i quali passavano in questo periodo dalla neutralità alla “non belligeranza”.

- Ma senza ombra di dubbio il gesto più importante nel rapporto anglo-americano si ebbe nel marzo 1941 con l’emanazione della

cosiddetta “legge affitti e prestiti”.

Mesi prima Churchill aveva spiegato a Roosevelt le difficoltà future che avrebbe avuto l’Inghilterra nel continuare ad acquistare in

contanti il materiale bellico dagli Stati Uniti; il presidente americano propose un sistema che consisteva nel prestare tutto il

materiale che l’Inghilterra o i paesi amici potessero aver bisogno, subito dopo lanciò nel Paese una campagna pubblicitaria a

sostegno di quest’idea per vincere le resistenze degli isolazionisti.

A marzo si ebbe l’approvazione della legge che, in pratica, apriva all’Inghilterra un credito illimitato (pagabile in seguito anche

con rimborsi in natura)e dava al presidente americano una grande discrezionalità nel poter utilizzare a piacimento la produzione di

guerra americana.

All’inizio del ’45 le forniture agli alleati a titolo di “Affitti e prestiti” arrivarono a 36 miliardi di $.

A suggellare il rapporto, Halifax fu inviato negli Stati Uniti e Hopkins fu inviato in Inghilterra, entrambi personaggi importanti e

35

che godevano della piena fiducia dei due premier.

- La prima importante missione di Hopkins fu quella che lo condusse a Mosca all’indomani dell’attacco tedesco; egli conferì con

Molotov e Stalin, i quali gli riferirono le necessità primarie della Russia in materia di armamenti. Il 16 agosto Usa ed Inghilterra

davano il loro assenso alle forniture militari e di altro materiale necessario alla Russia.

Successivamente Hopkins fu il principale artefice dell’incontro tra Churchill e Roosevelt al largo di Terranova il 9 agosto 1941; si

parlò principalmente della minaccia di aggressione giapponese e del progetto di una “Carta Atlantica”, proposta dal premier

inglese per rafforzare il legame con gli Stati Uniti e per fugare i dubbi circa trattati segreti degli inglesi per accrescimenti

territoriali.

La Carta enunciava in 8 punti i principi democratici nel campo delle relazioni internazionali:

i due Stati non avrebbero ricercato alcun ingrandimento territoriale, ciascun popolo avrebbe scelto liberamente la propria forma di

governo e i mutamenti territoriali che lo riguardavano, tutti gli stati dovevano collaborare per sviluppare il processo economico e

sociale mondiale.

Al fine di garantire il controllo dell’Oceano Atlantico e la sicurezza dei convogli che inviavano aiuti agli alleati, l’8 luglio fu

occupata l’Islanda e l’11 settembre il presidente Roosevelt ordinò alle navi da guerra di attaccare le unità dell’Asse che fossero

penetrate nella zona di difesa americana, abbandonando definitivamente la neutralità.

I PROBLEMI EXTRA-EUROPEI DAL 1933 AL 1941.

Il Medio Oriente.

- Il fallimento dei negoziati anglo-egiziani del 1932 portò ad una situazione di stallo tra i due Paesi, risolta solo dall’aggressione

italiana dell’ottobre 1935 all’Etiopia.

In Egitto, dopo l’attacco di Mussolini, si costituì un “Fronte nazionale” guidato dal Wafd che costrinse il re Faud a cessare il

regime dittatoriale e ritornare alla costituzione del 1923, infine ripresero i negoziati con il Regno Unito alla ricerca di un’alleanza

militare difensiva.

Eden accettò la proposta e nell’agosto 1936 fu firmato un trattato anglo-egiziano che comprendeva clausole militari e politiche su

basi nuove: l’Egitto diveniva indipendente e si poneva termine all’occupazione britannica, non erano ammessi trattati politici con

altre potenze e in caso di guerra era previsto un soccorso immediato reciproco (aiuto egiziano solo fornire basi all’esercito

inglese), l’Inghilterra avrebbe appoggiato l’Egitto nell’entrata alla SDN, inoltre per dieci anni si sarebbe mantenuta una

guarnigione di 10.000 soldati inglesi a Suez in difesa del canale e il governo del Cairo avrebbe adottato armamento ed

equipaggiamento britannici.

Nel Sudan si stabiliva un regime di “condominio” con funzionari e truppe sia inglesi che egizie.

Grazie all’appoggio inglese e francese in Egitto si ebbe la fine delle “capitolazioni” e lo stato ebbe una piena libertà legislativa e

fiscale; il potere giudiziario prevedeva un regime transitorio di tribunali misti per egiziani e stranieri presenti sul territorio.

Infine, nel maggio 1937, l’Egitto era ammesso alla Società delle Nazioni.

Con l’inizio della guerra l’Egitto optò per una non belligeranza: ruppe le relazioni diplomatiche con la Germania e affermò che

avrebbe partecipato alla guerra solo se l’Italia avesse attaccato obiettivi propriamente egiziani; questa politica neutrale continuò

anche durante l’offensiva di Rommel nel pieno del territorio egizio.

- Nel 1936 fu riaperta anche la questione degli Stretti dei Dardanelli: il Trattato di Losanna affermava che in tempo di pace essi

erano aperti a tutte le navi (non da guerra), se la Turchia era coinvolta in guerra poteva impedire il passaggio delle navi nemiche;

per le navi da guerra il Trattato favoriva il passaggio delle navi delle potenze rivierasche e la Russia e la Turchia vi erano

contrarie. Gli avvenimenti nel Mediterraneo del 1936 (flotta inglese a minaccia dell’aggressione italiana) e la rimilitarizzazione

tedesca della Renania, fornirono ai Turchi l’occasione per chiedere la revisione di questo Statuto.

Questo si ebbe con la Convenzione di Montreaux firmata il 20 luglio 1936 da Francia, Italia, Inghilterra, Turchia, Giappone e

Australia: i paesi rivieraschi avevano un diritto di passaggio per le navi da guerra in tonnellaggio poco superiore a quello dei paesi

non rivieraschi (ciò favoriva la Russia), mentre la Turchia ottenne il permesso della rimilitarizzazione degli stretti ed inoltre, in

tempo di guerra, era interdetto il passaggio alle navi da guerra dei belligeranti e se la Turchia era coinvolta era interdetto il

passaggio di tutte le navi dei paesi nemici e anche di quelle dei paesi che potevano aiutare il nemico. La convenzione aveva una

durata di 20 anni.

- La situazione della Palestina era in quegli anni sempre più difficile: l’immigrazione ebraica, favorita dalla politica antisemita

nazista, si sviluppò in maniera crescente a partire per tutti gli anni ’30, accrescendo le difficoltà economiche della regione e

inasprendo i rapporti con gli arabi; nell’ottobre del 1933 vi fu una sommossa organizzata dal “Comitato esecutivo arabo” contro

gli inglesi, accusati di favorire l’acquisto delle terre da parte degli ebrei, gli estremisti ebrei ordinarono l’uccisione dei leader

moderati che cercavano un dialogo con gli arabi.

Successivamente gli arabi fecero delle richieste politiche e il commissario britannico Wauchope propose la creazione di un

Consiglio legislativo composto da arabi ed ebrei; il progetto, accettato dagli arabi, fu respinto sia dagli ebrei che dal parlamento

britannico provocando il grande sciopero e la guerriglia del 1936, sedata dall’esercito britannico solo dopo sei mesi, 36

contemporaneamente alla creazione di una “Commissione reale” d’inchiesta nominata dal parlamento inglese e guidata da Lord

Peel.

La Commissione pubblicò un rapporto nel 1937 in cui proponeva come unico rimedio per la questione la divisione della Palestina

in due, uno stato ebraico al nord (con i luoghi santi che dovevano rimanere sotto mandato) e il resto della Palestina che sarebbe

stato unito alla Transgiordania; questo progetto incontrò una viva opposizione, l’Iraq fece una protesta alla SdN, una conferenza di

tutti i Paesi arabi non accettò il principio della spartizione, anche gli ebrei erano divisi, solo in Transgiordania il progetto fu

accettato, tuttavia la “Commissione dei mandati” della Società delle Nazioni consiglio la prosecuzione del mandato britannico

nella forma attuale e il progetto non ebbe seguito, l’agitazione araba riprese e le autorità britanniche sciolsero il “Comitato

esecutivo arabo”.

Nonostante ciò, alla fine del 1938 la situazione tornò quasi alla normalità e anche il governo britannico abbandonò l’idea della

spartizione, cercando di arrivare ad un accordo tra le parti; fallita una conferenza arabo-israeliana, il governo inglese annunciò la

nascita di uno Stato di Palestina sovrano ed indipendente e nei primi 5 anni la popolazione ebraica sarebbe stata 1/3 di quella totale

del nuovo stato, successivamente lo Stato sarebbe stato diviso in tre zone, delle quali in una gli ebrei non avrebbero potuto

acquistare terre.

Questo progetto, che favoriva gli arabi, incontrò la tenace opposizione degli ebrei e lo scoppio della guerra in Europa (e le

persecuzioni ebraiche) ne bloccò l’attuazione.

- Nel 1934 l’Inghilterra aveva concesso l’indipendenza allo Yemen e lo stesso anno scoppiò la guerra tra quest’ultimo e l’Arabia

Saudita che terminò con il riconoscimento di Ibn Saud dell’indipendenza dello stato vicino; il gentlemen’s agreement del 1938 tra

Inghilterra ed Italia prevedeva di rispettare la sovranità dello Yemen e dell’Arabia Saudita.

Infine nel 1937 fu siglato il Patto di Saadabad tra Iran, Turchia, Iraq e Afghanistan, un trattato di consultazione e non aggressione

rivolto soprattutto in difesa dall’Urss e dall’agitazione comunista.

- In Iraq vi fu una forte propaganda tedesca dopo la morte del re Faysal nel 1933 e nel 1941 vi fu un colpo di stato militare con

l’influenza dei nazisti greci; dopo un primo contrasto con gli inglesi, il governo britannico iniziò una campagna militare così

efficace che i tedeschi non riuscirono a sostenere i rivoltosi iracheni, guidati da Rashid Alì, che furono presto sconfitti.

L’Inghilterra confermò l’indipendenza irachena e furono rotte le relazioni diplomatiche con l’Italia e la Germania; la guerra

all’Asse fu dichiarata nel gennaio 1943.

- Tesa fu anche la situazione in Siria e Libano; nonostante l’indipendenza promessa dalla Francia nel 1936 (con il “fronte

popolare”), la questione del sangiaccato di Alessandretta fece si che in Siria vi fosse un forte malcontento e ritardò il momento

dell’indipendenza.

Con lo scoppio della guerra, si insedia nel 1941 la Commissione d’armistizio italiana e si acconsentì al passaggio di aerei tedeschi

in sostegno ai ribelli iracheni; per evitare che la regione finisse nelle mani dell’Asse, truppe inglesi e della “Francia libera” di De

Gaulle attaccarono la Siria in giugno, ottenendo l’appoggio delle popolazioni promettendo l’indipendenza. Le forze di Vichy

furono sconfitte nell’arco di un mese e il generale De Gaulle stesso garantì l’indipendenza della regione: la Siria l’ottenne il 27

settembre ’41 e il Libano il 21 novembre dello stesso anno.

La politica americana.

Nel 1933 divenne presidente degli Stati Uniti il democratico Franklin Delano Roosevelt; egli scelse come segretario di Stato

(ministro degli esteri) un uomo che aveva un forte ascendente sul Senato, Corder Hull.

Fino al 1939 la politica estera americana fu caratterizzata da un accentuato isolazionismo, la grave crisi economica del ’29 fece

sentire i suoi effetti per tutti gli anni ’30; Roosevelt fu quindi impegnato soprattutto sul fronte interno con la realizzazione del

“New Deal” ed inoltre scarsa era la sua fiducia negli accordi economici internazionali.

Questa politica isolazionista, il cui centro era soprattutto nel Senato, portò ad un atteggiamento abbastanza timido degli Usa verso

gli aggressivi nazionalismi di Germania, Italia e Giappone, e la politica estera si occupò prevalentemente del Sud America, tutt’al

più appoggiando timidamente la SDN ma senza mai cercare di entrarvi.

I primi atti della nuova amministrazione in politica estera riguardarono il tentativo di riallacciare dei rapporti con l’Urss, sia per

avvicinarla alle democrazie in funzione anti-tedesca sia per risolvere il problema ancora sospeso dei debiti russi sulle imprese

americane espropriate.

Nel novembre 1933 Litvinov fece un viaggio negli Usa dove ottenne il riconoscimento del governo sovietico da parte degli

americani, si decise in cambio che i russi avrebbero pagato 100 milioni di dollari ma essi non dettero alcuna assicurazione di non

intromettersi negli affari americani, come richiesto, attraverso la strumentalizzazione del partito comunista statunitense.

Nel ’34 fu votato il “Johnson Act” che vietava prestiti ai paesi indebitati, Russia compresa; i rapporti, quindi, furono riallacciati

ma rimasero abbastanza mediocri.

- Per quanto riguarda l’America latina, fu mantenuta la politica del “non intervento” e “buon vicinato” al fine di guadagnarsi la

fiducia dei latino americani, nonostante i focolai di tensione a Cuba e la guerra del Chaco tra Paraguay e Bolivia; le truppe Usa

lasciarono Haiti e il Nicaragua.

Nel novembre del 1933, Cordell Hull fu l’assoluto protagonista della Conferenza panamericana di Montevideo dove furono firmati

dagli stati americani importanti trattati sulla pace (tra cui il “Patto Briand-Kellogg”) e vi fu una inversione di tendenza importante

37

nella politica estera americana poiché il Segretario di Stato annunciò che gli Usa approvavano il non intervento negli affari degli

altri Stati dell’America Latina, cosa che fino ad allora avevano rifiutato di dichiarare.

Nel 1934 si ebbe la fine della guerra del Chaco, la più sanguinosa combattuta in America nel xx secolo, grazie alla mediazione di

Argentina, Cile ed Usa, fatta dopo il fallimento della SDN.

Sempre nel 1934 una commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Nye svelò come gli Usa fossero entrati nel primo conflitto

mondiale quasi esclusivamente sotto la pressione dei banchieri e dei produttori di armi che avevano finanziato gli eserciti inglese e

francese; si diffuse nel Paese l’idea che per restare fuori dalla guerra che si profilava in Europa (l’Italia si preparava ad attaccare

l’Etiopia) sarebbe bastato proibire la vendita di armi ai Paesi belligeranti.

Il potere esecutivo, in opposizione al Congresso, voleva il potere di decidere a quali paesi imporre l'embargo che invece il Senato

voleva estendere a qualsiasi belligerante.

Una prima “legge di neutralità” vide la vittoria del Congresso e allo scoppio della guerra italo-etiope fu imposto l’embargo sulle

armi ad entrambi i Paesi, ma gli Usa non seguirono la SDN e continuarono a fornire all’Italia prodotti utili alla guerra (vi fu solo

un “embargo morale”) e tuttavia Roosevelt non riconobbe mai l’annessione dell’Etiopia all’Italia, nonostante l’approvazione

pubblica del “gentlemen’s agreement” anglo-italiano del 1938.

Nel 1936 la “seconda legge di neutralità” consentiva al presidente di decidere se esisteva o no lo stato di guerra tra i belligeranti

(così Roosevelt riuscì ad armare la Cina contro il Giappone);

allo scoppio della guerra di Spagna l’embargo sulle armi non poteva essere applicato perché si trattava di una guerra civile, ma

Curdell Hull dichiarò che gli Usa non sarebbero intervenuti in alcun modo nella guerra e non avrebbero partecipato neanche al

“comitato del non-intervento”; tuttavia Roosevelt, rieletto nel 1936, fece approvare dal Congresso una “legge speciale di neutralità

per la Spagna” nel gennaio 1937.

Sempre nel 1937 fu votata la terza legge di neutralità che, a differenza delle precedenti, doveva avere un carattere permanente e

introduceva la clausola del “cash and carry”: i prodotti destinati ai paesi belligeranti non potevano viaggiare su navi americane e

dovevano essere pagati in contanti o con crediti a breve termine.

Questa legislazione fu osteggiata da Francia ed Inghilterra poiché privava il potere esecutivo americano di poter aiutare molte

delle nazioni soggette ad un’aggressione nazi-fascista.

- Dopo la fine della guerra del Chaco nel gennaio 1936 fu convocata una nuova Conferenza Panamericana a Buenos Aires da

Hull, il quale voleva rafforzare il panamericanismo in quanto deluso dalla Società delle Nazioni e frenare la penetrazione

economica tedesca in America del Sud; gli si oppose l’argentino Lamas, che non voleva ingerenze statunitensi nel sud e preferiva

la SDN ad un panamericanismo guidato dagli Usa; la conferenza non concluse, quindi, nulla.

Un parziale successo statunitense si ebbe con la Conferenza Panamericana di Lima del 1938 dove fu deciso che in caso di

minaccia territoriale di una delle repubbliche americane tutte le altre si sarebbero consultate ed inoltre furono fatte delle

dichiarazioni che condannavano il razzismo e l’attività politica di gruppi stranieri, soprattutto tedeschi, in America del Sud.

Quindi prima della guerra si ha un rafforzamento della solidarietà americana e un timido schieramento verso le democrazie

europee, ma la prevalenza della neutralità è ancora netta.

L’espansione giapponese e gli inizi della guerra contro la Cina.

Nonostante non avesse un governo “fascista”, il Giappone assunse sempre più un atteggiamento espansionista ed imperialista,

manifestandolo palesemente nella corsa agli armamenti navali e nella guerra contro la Cina.

Nelle Conferenze di Washington (1922) e Londra (1930), in cui si decise la proporzione del naviglio da guerra tra le varie potenze,

il Giappone aveva ottenuto un rapporto 3/5 con le flotte inglese ed americana e già nel 1934, a differenza dei paesi occidentali,

aveva raggiunto il limite consentito; quando Roosevelt dichiarò che anche gli Usa avrebbero dovuto entro breve termine

raggiungere il limite, i giapponesi decisero di chiedere la parità con le flotte occidentali alla Conferenza navale di Londra del

dicembre 1935.

Già negli incontri preliminari alla conferenza il Giappone fece le sue richieste, rifiutate da Usa ed Inghilterra che dovevano

ripartire la loro flotta tra diversi oceani; come conseguenza di questo rifiuto il Giappone denunciò il Trattato navale di Washington

e si ritirò dalla Conferenza; questa si concluse nel marzo ’36 e stabilì alcune limitazioni di carattere tecnico sul tonnellaggio.

Intanto i giapponesi meditavano una ripresa dell’offensiva in Manciuria dopo la tregua di Tangku del 1933, soprattutto per

contrastare il pericolo del Kuomintang di Chiang Kai-shek, che stava tentando di riorganizzare la Cina e renderla indipendente; la

pace fu rispettata per due anni, poi ricominciò la penetrazione in territorio cinese.

Tra maggio e giugno, con dei pretesti, furono occupate le regioni della zona smilitarizzata dalla pace di Tangku, l’Ho Peh, il Siu

Yuan e il Chatar, a nord del Jehol, dove furono firmati accordi con le autorità locali cinesi; un tentativo di creare in queste zone

uno stato fantoccio simile al Manciukuò (siamo nella Mongolia interna), fu abbandonato dal governo per la reazione di Chiang

Kai-shek (ammassò truppe al confine) e per il timore di un attacco russo.

L’Urss aveva provato ad essere conciliante con il Giappone, riconoscendo il Manciukuò e cedendo in pagamento i propri diritti

sulla ferrovia orientale cinese; tuttavia vi furono scontri tra le truppe giapponesi del Manciukuò e quelle della Repubblica popolare

mongola, con il quale i russi decisero di firmare un trattato di assistenza per impedirne l’invasione. 38

Nel novembre 1935 l’avanzata giapponese in Cina continuò, arrivando nella regione di Pechino; Chiang Kay-shek, non ancora

pronto alla guerra, accettò il fatto compiuto.

Nel novembre 1936 fu firmato il patto anti-komintern tra il Giappone e la Germania; esso era in apparenza un accordo contro

l’espansione del comunismo nel mondo, in realtà la Germania accettava la penetrazione giapponese in Cina e un protocollo

segreto stabiliva che se uno dei due paesi fosse stato attaccato dall’Urss, l’altro non sarebbe intervenuto e che inoltre degli accordi

politici di uno dei due Paesi sempre con l’Urss avrebbero dovuto ottenere il consenso dell’altro firmatario.

A partire dal 1937 l’espansione giapponese in Cina assume le caratteristiche di una vera e propria occupazione con la finalità di

creare un vero e proprio protettorato su tutta l’immensa regione, creando un governo controllato da loro come nel Manciukuò.

A causa di un incidente tra soldati cinesi e giapponesi nei pressi di Pechino, scoppiò una vera e propria guerra che tuttavia non fu

dichiarata da nessuna delle due parti contendenti; a partire dal luglio i Giapponesi conquistano Pechino e si dirigono a sud verso

Shangai (ottobre), Nanchino (dicembre), conquistando lo Xiantung (gennaio ’38) e Canton (ottobre ’38); dopo queste disfatte,

Chiang Kay-shek decise di ritirarsi in una regione protetta dalle montagne dove poté organizzare una resistenza ad oltranza e nel

marzo e nell’aprile 1938 i cinesi riuscirono anche a riportare qualche vittoria, grazie ai rifornimenti di armi che giungevano

dall’estero (soprattutto dall’Urss, dalla Birmania e dal Tonkino francese e dagli Stati Uniti, poiché la guerra non era stata

dichiarata).

Successivamente, fino al 1944, i Giapponesi cercarono prevalentemente di bloccare le vie per questi rifornimenti, senza scatenare

nuove offensive e reprimendo la guerriglia interna; essi fecero anche due tentativi di pace nel ’37 e nel ’38 che furono respinti dai

cinesi.

Abbiamo detto che l’intenzione dei giapponesi non era tanto quella di annettere territori cinesi, bensì quella di creare uno in Cina

uno Stato vassallo; quindi fu deciso di fondare a Nanchino, nel gennaio 1940, un “Governo centrale della Repubblica cinese” sotto

la guida di Chiang-wei, promettendo di rispettare la sovranità della Cina e mantenendo soltanto delle guarnigioni nelle regioni

settentrionali.

Tuttavia ci si rese presto conto che, senza il sostegno dell’esercito nipponico, il governo-fantoccio di Chiang-wei sarebbe presto

caduto.

Nonostante il Giappone violasse il “Trattato delle nove potenze” e il “Patto Briand-Kellogg”, la reazione delle potenze di fronte a

questi avvenimenti fu assai debole: la Francia (nonostante la preoccupazione per l’Indocina francese), l’ Italia e la Germania erano

presi dai problemi europei e solo l’Inghilterra cercò di concordare un’azione comune con gli americani, senza tuttavia aver

davvero l’intenzione di intervenire in una guerra lontana e logorante, cosa che fu però rifiutata dal presidente Roosevelt e da Hull;

nel luglio ‘37 i due si limitarono ad inviare a tutti i governi del mondo una dichiarazione astratta in cui si enumeravano i principi

da seguire nei rapporti tra le nazioni. Essa non ebbe in pratica alcun effetto concreto.

In dicembre furono bombardate dai giapponesi due navi da guerra inglesi ed americane e l’opinione pubblica statunitense reclamò

il ritorno in patria dei soldati presenti in Cina, ma alla fine ci si limitò a continuare a fornire armi al Kuomintang di Chiang Kay-

shek.

In settembre la SDN accolse l’appello della Cina e, guardandosi bene dal dichiarare il Giappone “paese aggressore”, propose la

riunione di una conferenza tra i firmatari del “Trattato delle nove potenze” che si tenne a Bruxelles nel novembre 1937. Essa non

ottenne alcun risultato concreto.

Per quanto riguarda l’Urss, essa firmò con la Cina un patto di non aggressione dopo lo scoppio della guerra e fornì costantemente

armi al Kuomintang; i giapponesi protestarono e vi furono diversi incidenti tra cui i più gravi furono la cosiddetta “guerra del

Changkufeng” nel luglio ’38, con aspri scontri di confine tra le truppe nipponiche e sovietiche concluse con 300 morti russi e la

“guerra del lago Buir” con scontri che durarono dal maggio al settembre ’39.

Nonostante tutto ciò, nessuno dei due paesi voleva un conflitto con l’altro, i russi per i loro interessi vitali in Europa e i Giapponesi

per quelli in Cina e nell’Oceano Indiano.

Rottura tra Giappone e Stati Uniti.

A partire dall’estate del 1938 l’isolazionismo cominciò a perdere terreno tra gli americani, soprattutto a causa dei bombardamenti

giapponesi sulle popolazioni civili e si cominciò a sostenere l’idea di distinguere tra vittima ed aggressore, abbandonando la cieca

neutralità.

Intanto in Giappone andava al potere un governo più favorevole ad un ulteriore avvicinamento alle dittature di Italia e Germania,

ancora vaga nonostante il patto anti-komintern; i giapponesi sapevano che la pressione di Hitler su Francia ed Inghilterra non

permetteva ai due Stati di intervenire in Cina e durante l’estate si svilupparono scambi tesi a trovare un accordo per un’alleanza di

natura militare.

Tuttavia il patto von Ribbentrop-Molotov fu visto dai giapponesi come un “tradimento” (l’esercito aveva sempre più influenza sul

potere politico) e al momento dell’occupazione tedesca della Polonia vi fu una timida protesta del governo di Tokyo.

Con l’inizio della guerra in Europa anche gli americani iniziarono ad aumentare la loro produzione di armamenti, nel novembre

1939 fu soppresso l’embargo sulle armi ed inoltre, nel gennaio ’40, non fu rinnovato l’importante trattato di commercio con il

Giappone (cosa che portò alla caduta del governo nipponico).

A partire dal 1940 il Giappone si orientò verso una politica di espansione nei mari del sud; 39

innanzitutto il governo nipponico cercò di tagliare i rifornimenti a Chiang Kay-shek e in giugno fu chiesto alla Francia di Pètain di

bloccare i rifornimenti dall’Indocina e al governo inglese di bloccare quelli dalla Birmania e da Hong Kong (questo fu fatto

tramite un accordo dopo che Churchill aveva avuto il rifiuto dell’appoggio statunitense); in seguito vi fu un’ulteriore sostituzione

del governo (con il ritorno del principe Konoye e l’allontanamento definitivo del moderato Arita) che portò ad un rafforzamento

dell’esercito e quindi ad un riavvicinamento alla Germania e all’Italia, prevedendo la guerra con le potenze anglosassoni.

Le prime misure di questo disegno furono subito attuate: nell’agosto del ’40 fu lanciato un ultimatum al governo di Vichy per

l’invio di truppe nel Tonchino (Indocina del nord), il governo francese cedette sotto la pressione dei tedeschi e in settembre i

Giapponesi varcarono la frontiera; un mese dopo furono inviate pressanti richieste di privilegi economici alle Indie olandesi.

Il governo americano reagì votando in giugno la “legge sul rafforzamento della difesa nazionale” che aumentava

considerevolmente il numero dei soldati, inoltre furono prima limitate e poi vietate tutte le esportazioni di metalli ferrosi, azione

che comportò un grave onere all’industria metallurgica nipponica, che si riforniva ampiamente negli Usa.

Nonostante ciò i dirigenti giapponesi continuarono la politica di espansione territoriale e il 27 settembre 1940 risposero firmando a

Berlino il “Patto Tripartito” con la Germania e l’Italia; questo patto riconosceva la creazione di un “nuovo ordine” in Europa,

Africa ed Estremo Oriente fatto da Germania ed Italia, i tre Paesi riconoscevano le loro sfere di influenza (quella giapponese

arrivava fino in India), il patto non era destinato contro l’Urss (lo diceva un articolo) e, non ufficialmente, era diretto contro gli

Usa, in quanto prevedeva interventi militari combinati contro tutti i Paesi che si sarebbero inseriti nella guerra.

A partire dalla firma di questo patto, il governo americano considerò sempre maggiormente l’eventualità di una guerra; Roosevelt

fu rieletto, confermando la politica di fermezza, e nel gennaio ’41 iniziarono a Washington degli incontri segreti tra gli Stati

Maggiori inglese, americano e dei Dominions, poi fu elaborato un piano di difesa con l’Olanda e l’Australia;

fu deciso che in caso di entrata in guerra gli Usa si sarebbero concentrati nell’Atlantico e anche in Europa, dato che la Germania

era il Paese portante dell’Asse, la flotta del Pacifico non avrebbe difeso Singapore ma le Hawaii e le Filippine.

Nonostante ciò, durante l’inverno, vi furono dei contatti tra Hull e l’ambasciatore Nomura durante i quali fu proposto al Giappone

un progetto: si sarebbero ristabilite le relazioni commerciali con il Giappone e gli Usa sarebbero intervenuti come mediatori presso

Chiang Kai-shek se questo avesse usato solo mezzi pacifici nei mari del Sud e non avesse aiutato Hitler.

A fine marzo Mutsuoka propose un patto di non aggressione all’Urss e negli incontri con Hitler e von Ribbentrop questi cercarono

di convincerlo che la sconfitta imminente dell’Inghilterra favoriva un’invasione immediata di Singapore; tornato a Mosca trovò

uno Stalin preoccupato per l’atteggiamento tedesco e disposto a firmare il Trattato di non aggressione tra i due Paesi senza porre

condizioni (13 aprile 1941); ciò irritò molto Hitler.

In Giappone l’esercito premeva per un attacco immediato a sud anche in previsione di un attacco americano, il principe Konoye e

la marina non volevano la guerra con gli Usa, non era previsto un aiuto alla Germania in caso di attacco all’Urss, quindi il rispetto

del patto.

Tra giugno e luglio 1941 la politica giapponese fu definita:

nelle conferenze prevalse il parere dell’esercito, si decise di estendere l’influenza militare in Indocina e in Thailandia e di porre

termine alla resistenza di Chiang Kai-shek; i preparativi per una guerra contro l’Inghilterra e gli Usa sarebbero stati completati.

La Thailandia era in lotta con la Francia di Vichy per alcuni territori in Cambogia, nel gennaio ’41 il Giappone strinse alleanza con

la Thailandia e nel maggio di quell’anno la Francia cedette ai thailandesi i territori richiesti; a luglio i giapponesi pretesero dal

governo francese nuovi diritti e nuovi territori in Indocina; sotto la pressione tedesca, Pétain cedette e le truppe giapponesi

invasero tutta l’Indocina, minacciando Singapore (25 luglio 1941).

A questo punto Inghilterra ed Usa decisero di intervenire a livello economico: nei due Stati e nei Dominions furono congelati i

fondi nipponici e ciò impedì ai giapponesi di poter acquistare le necessarie quantità di prodotti petroliferi dagli Usa, in più furono

rilasciate delle dichiarazioni (frutto dell’incontro dell’Atlantico tra Roosevelt e Churchill) in cui si diceva che gli Usa avrebbero

preso tutte le misure necessarie per salvaguardare i loro interessi nel Pacifico e che l’Inghilterra li avrebbe sostenuti senza alcuna

esitazione.

Un progetto di incontro diretto tra Roosevelt e Konoye fu respinto dall’esecutivo statunitense, rafforzando in Giappone l’idea che i

metodi diplomatici erano ormai superati; in una conferenza a cui prese parte anche l’Imperatore nel settembre 1941 si comprese

come la conquista del Borneo, di Sumatra e della Malesia avrebbero compensato per il Giappone la carenza delle forniture

americane ma per fare ciò bisognava conquistare Singapore (Gran Bretagna) e le Filippine (Usa);

la decisione definitiva non fu raggiunta e Konoye rassegnò le dimissioni il 15 ottobre e il suo successore, Tojo, decise che

sarebbero state fatte agli Usa delle proposte finali (proposte A e B), se gli americani avessero rifiutato, sarebbe stata la guerra.

La prima proposta fu respinta da Roosevelt poiché non prevedeva un evacuazione immediata dell’Indocina, la seconda lo

prevedeva ma, in pratica, lasciava la Cina nella mani nipponiche e furono allo stesso modo respinte dagli americani; vi furono

delle controproposte di Hull che però erano inaccettabili per i progetti di espansione giapponesi (rinuncia a Cina e Indocina).

Fallite le mediazioni, come deciso, il Giappone era pronto alla guerra, mentre negli Usa non si credeva alla sua imminenza e i

preparativi militari erano ancora insufficienti; il 7 dicembre 1941 una flotta aerea giapponese attaccò di sorpresa la flotta

americana nel Pacifico di stanza a Pearl Harbor, nelle isole Hawaii, e furono sbarcate truppe in Malesia.

Gli americani furono in questo modo brutalmente cacciati nel conflitto, che diveniva mondiale; l’11 dicembre 1941 anche la

40

Germania e l’Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti.

LA FASE MONDIALE DELLA GUERRA (1941 – 45).

Il “nuovo ordine” in Europa.

La volontà di Hitler era sicuramente quella di dominare l’Europa. Tuttavia la politica di controllo sugli Stati presentava differenze:

alcune regioni erano state direttamente annesse alla Germania (Austria, Sudeti, parte della Polonia occidentale, l’Alsazia-Lorena,

il nord della Slovenia e successivamente anche Trieste e il sud Tirolo, Memel e Danzica);

altri Paesi erano soggetti ad un protettorato tedesco (Boemia e Moravia, Polonia occidentale);

in alcune regioni vi era un occupazione che si diversificava in zone in cui vi era un trattamento relativamente favorevole (Francia,

Belgio, Paesi Bassi, Danimarca e Norvegia) e Paesi soggetti ad un’occupazione estremamente dura (Grecia, Serbia, i territori

sovietici e tutta la Polonia).

Solo Svizzera, Portogallo e Svezia sfuggivano all’influenza nazista in quanto i rimanenti stati dell’Europa continentale (Italia,

Ungheria, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Croazia, Spagna e Finlandia) erano alleati della Germania o paesi amici.

I Paesi occupati avevano l’onere di mantenere le truppe di occupazione, in essi Hitler vi trovava le materie prime, i viveri e

soprattutto la manodopera, nonostante vi fosse la guerriglia in molte zone; l’adesione al “patto tripartito” era considerato un

criterio di fedeltà all’ordine nuovo e Italia, Slovacchia, Ungheria e Romania si allearono alla Germania nella lotta all’Unione

Sovietica.

- Nell’Europa occidentale l’occupazione tedesca divenne più dura a partire dal 1942.

Hitler aveva dovuto rinunciare alla “guerra lampo” dopo la resistenza dei sovietici e si trovò impegnato in un’estenuante “guerra

totale”, soprattutto nel 1943; le risorse degli stati occupati vennero sfruttate con sempre maggiore intensità, tutti i giovani furono

mandati a lavorare in Germania, gli attentati si moltiplicarono e le rappresaglie divennero sempre più dure.

Il governo danese cercava di praticare la “non belligeranza” e limitava la collaborazione con i tedeschi, in Norvegia fu creato un

governo-fantoccio che fu sempre avversato dalla popolazione, i regnanti e i governi legittimi norvegesi e olandesi erano a Londra

e lo stesso per il governo belga, mentre il re Leopoldo III era rimasto in Patria e rifiutava la collaborazione con i tedeschi.

- Per quanto riguarda la Francia, dopo il ritorno di Laval nell’aprile ’42, il governo di Vichy aveva accentuato il suo

collaborazionismo con i tedeschi; tuttavia l’11 novembre 1942 i tedeschi occuparono la zona libera francese e l’autorità di Pétain

fu ridotta a zero (fu poi portato coatto in Germania), le relazioni diplomatiche con l’estero si interruppero e si può dire che dal

1943 la Francia non ebbe più una sua politica estera.

- Dopo il 1938 l’Ungheria si schierò nettamente nel campo tedesco, annettendo il Sud della Slovacchia, la Rutenia sub carpatica, i

2/3 della Transilvania e alcuni territori in Yugoslavia; tuttavia il reggente Horty, capo dello Stato, evitava di impegnarsi nella

guerra e di praticare una politica antisemita.

Nonostante ciò, sotto il compiacente governo Bardossy, essa dichiarò guerra alla Russia, alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti;

quando Bardossy fu sostituito nel marzo ’42 da Kallay la politica estera ungherese cambiò radicalmente, poiché questi decise di

chiedere l’armistizio agli Alleati.

Dopo la disfatta ungherese di Voronez nel gennaio ’43, Kally cercò appoggio in Mussolini, il quale era troppo debole per resistere

alla Germania, cercando allo stesso tempo di stabilire dei contatti ufficiosi con gli Alleati di stanza ad Istanbul; questi chiesero una

non collaborazione militare ed economica progressiva con i tedeschi e, al momento giusto, un attacco armato.

Ma Hitler protestò energicamente contro il disimpegno ungherese, convocò Horty e gli pose una sorta di ultimatum di

collaborazione; quando egli rifiutò, i tedeschi invasero l’Ungheria (19 marzo 1943) e instaurarono un governo filo-nazista (che

tuttavia fu sostituito da Horty in agosto).

Dopo contatti con gli alleati fu firmato un armistizio a Mosca nell’ottobre 1944 che fu reso pubblico; il giorno dopo i tedeschi

fecero cadere il governo e Horty fu deportato in Germania.

Iniziavano mesi di terrore in Ungheria, fino alla liberazione.

- La Romania e la Bulgaria furono i principali alleati balcanici della Germania.

In Romania Re Carol fu costretto ad abdicare su pressione tedesca e il potere assoluto fu preso dal generale Ion Antonescu, capo

del movimento fascista della “Guardia di ferro”; egli aprì il suo Paese ai tedeschi, sviluppò la campagna anti-semita, consegnò ad

Hitler i pozzi petroliferi romeni e dichiarò guerra alla Russia in cambio, sembra, di una riconquista della Transilvania. 41

Le vittorie russe del 1943-44 favorirono la ripresa degli avversari di Antonescu, i quali iniziarono ad avere contatti con gli alleati

al Cairo; il 23 agosto 1944, con i russi ormai in territorio rumeno, vi fu un colpo di stato a Bucarest che accelerò l’avanzata

sovietica.

La Romania accettò l’armistizio alleato (firmato il 12 settembre a Mosca) e il giovane re Michele fece arrestare Antonescu e

costituì un nuovo governo.

Re Boris di Bulgaria scelse il campo tedesco nel 1940 ma, per le forti simpatie filo-russe, non dichiarò guerra all’Urss e concluse

con la Turchia un trattato di non aggressione (febb. 1941);

la Bulgaria ottenne dei vantaggi con l’annessione della Macedonia jugoslava e della Tracia, che gli dava un importantissimo

sbocco sul mar Mediterraneo.

Fino al 1944 si succedettero governi più o meno favorevoli ai nazisti, finché nell’autunno del ’44 fu chiesta la partenza delle

truppe tedesche; il 5 settembre fu dichiarata guerra alla Germania ma nonostante ciò pochi giorni dopo il Paese fu invaso

dall’Armata Rossa.

Il 28 ottobre fu firmato a Mosca l’armistizio con gli Alleati e i bulgari non riuscirono ad ottenere uno Stato macedone

indipendente né a conservare la Tracia.

- Dopo la sconfitta della Jugoslavia, re Pietro II andò in esilio a Londra, appoggiando dall’estero un movimento di resistenza

serbo guidato dal generale Mihailovic il quale decise di non compiere azioni di guerriglia e di serbare le forze per un eventuale

sbarco alleato; allo stesso modo si sviluppò un altro movimento di resistenza attivo guidato dal segretario generale del partito

comunista jugoslavo, Jozip Broz, un contadino di origine croata detto Tito.

Questo movimento di guerriglia arrivò a contare 200 mila uomini prima del ’43, poi aumentati nel numero e nei mezzi

impossessandosi delle armi dell’esercito italiano dopo l’armistizio; Tito fu moderatamente appoggiato dai Russi.

La tensione tra il movimento partigiano e il governo in esilio appoggiato dal gruppo di Mihailovic divenne estrema nel 1944,

quando il “Comitato nazionale jugoslavo” di Tito denunciò Mihailovic di collaborazionismo con i tedeschi (ciò che portò al ritiro

dell’appoggio britannico).

Il nuovo governo in esilio guidato da Subàsic riuscì ad ottenere un accordo con il movimento di liberazione nazionale nell’agosto

1944, sull’obiettivo comune della liberazione del Paese; questa liberazione si ebbe il 20 ottobre ’44 quando l’Armata Rossa entrò a

Belgrado, ma bisogna dire che la Jugoslavia fu l’unico Paese che riuscì a cacciare i nazisti con le sue sole forze.

Il governo croato tentò invano di resistere all’avanzata dei partigiani e in seguito Pavelic fuggì con i tedeschi; in Albania Enver

Hoxa costituì un governo comunista dopo la liberazione di Tirana (passata dagli italiani ai tedeschi) nel novembre 1944.

Il “nuovo ordine” giapponese in Estremo Oriente.

Nei mesi che seguirono l’attacco a Pearl Harbor, i giapponesi iniziarono un’inarrestabile avanzata che li condusse, nell’aprile del

’42, alla conquista di un impero di 8 milioni di Kmq avente il 97% della produzione di caucciù naturale del mondo; caddero il

Siam e la Malesia britannica, Singapore, il Borneo e la Nuova Britannia, le Filippine e Giava, Honk kong e la Nuova guinea,

arrivando a minacciare l’Australia.

Gli americani si riorganizzarono a partire dallo stabilimento di basi nella Nuova Caledonia francese e scatenarono un importante

battaglia aeronavale nel Mar dei Coralli, riportando la storica vittoria delle isole Midway (5 giugno 1942) e arrestando l’avanzata

giapponese.

Nei mesi seguenti vi furono molti scontri in quest’area finché, nel febbraio 1943, gli statunitensi riuscirono a liberare l’isola di

Guadalcanal e cominciarono la riconquista dei territori persi.

- Le Filippine avrebbero dovuto ottenere l’indipendenza dagli Usa intorno al ’44; all’arrivo dei giapponesi, nel gennaio ’42, fu

istituito un partito unico di tipo totalitario e tutti gli organismi politici ed economici furono posti sotto l’autorità giapponese.

La politica giapponese si rifaceva al motto “l’Asia agli asiatici” e il governo decise di dare prova di questa volontà di “autonomia e

coprosperità asiatica” facendo eleggere un’Assemblea Costituente che approvò una nuova Costituzione; successivamente

l’amministrazione militare giapponese lasciò i poteri alla nuova Repubblica indipendente delle Filippine.

Nel 1944 il nuovo governo filo-giapponese firmò un’alleanza con il Giappone; quando iniziarono i bombardamenti alleati le

Filippine dichiararono guerra agli Usa e all’Inghilterra (settembre 1944).

I giapponesi fecero un grosso sforzo per “disamericanizzare” il Paese, prendendo lo stesso una grossa parte delle sue ricchezze,

cosa che fece nascere vari movimenti di resistenza.

La liberazione delle Filippine iniziò nell’ottobre ’44 e fu completata nel febbraio 1945.

- Un metodo analogo fu adottato anche nelle Indie olandesi; quando si impadronirono del vasto arcipelago, i giapponesi

costituirono il “Movimento delle tre A” (Giappone leader dell’Asia, protettore dell’Asia, luce dell’Asia); anche qui nacquero

gruppi guidati dai leader nazionalisti, qualcuno collaborazionista e altri di resistenza e anche qui fu promessa l’indipendenza

assoluta.

Tuttavia solo nel marzo 1945 fu costituito a Giava un “Comitato d’inchiesta per la preparazione dell’indipendenza” dominato dal

leader nazionalista Sukarno, il quale il 15 agosto 1945 pubblicò una dichiarazione d’indipendenza che ebbe importanti 42

conseguenze.

- In Birmania i giapponesi trovarono un regime di autonomia stabilito dagli inglesi già nel 1935, anche se il governo britannico

manteneva un diritto di veto su importanti decisioni del governo e manteneva comunque un’autorità assoluta sulla metà del Paese;

i tentativi dei leaders dei movimenti patriottici birmani di ottenere lo status di “dominion” si scontrarono con i rifiuti di Churchill

e, quando i giapponesi conquistarono il Paese, concessero l’indipendenza e crearono un governo-satellite, il quale dichiarò guerra

agli Usa e all’Inghilterra (agosto 1943).

Il governo legale era in esilio in India e la durezza dell’occupazione resero impopolare il governo filo-giapponese, si svilupparono

movimenti di resistenza di matrice comunista e, quando il Paese fu liberato dagli Alleati (maggio 1945), nacquero agitazioni

comuniste e nazionaliste.

Diversa fu la situazione in Malesia, dove l’occupazione giapponese non fu mai preferita dai malesi a quella inglese (la mediazione

inglese serviva per controllare il crogiolo tra cinesi, indiani e malesi nello stato); i giapponesi preferirono stimolare sentimenti di

diffidenza verso i cinesi ma, con lo sbarco alleato e la liberazione, gli inglesi furono accolti con entusiasmo.

- Quando i giapponesi sbarcarono in Thailandia (ex Siam), la resistenza del governo fu nulla in ricordo dell’appoggio giapponese

dato a questo Paese nella lotta all’Indocina francese; il governo thailandese (impostato su di un regime xenofobo a partito unico),

dunque, non fu sostituito e dichiarò guerra agli Alleati nel gennaio 1942.

Nel nord del paese fu costituito un movimento indipendentista appoggiato dagli Alleati, il “Free Thai”, che riuscì ad insediare un

suo simpatizzante come primo ministro, il quale si sforzò di praticare una politica più vicina agli Anglosassoni.

- Per quanto riguarda l’Indocina, dopo l’occupazione l’ammiraglio Decoux praticò una politica “attendista” ma nel marzo 1945 i

giapponesi, temendo uno sbarco alleato in Indocina appoggiato dalle truppe francesi, lanciò un ultimatum all’ammiraglio francese

per una difesa comune del Paese; avendo Decoux rifiutato, le guarnigioni francesi furono annientate e fu posto fine allo statuto

coloniale dell’Indocina.

La colonia si divise in più parti: Cambogia, Laos e nel Tonchino, con l’appoggio di armi e tecnici americani, riuscì ad insediarsi la

“Lega per l’indipendenza del Vietnam”, comandata dal militante comunista Ho Chi Minh e naturalmente in opposizione al regime

di occupazione giapponese.

Quando i giapponesi capitolarono, la Lega (detta “Viet Minh”) proclamò l’indipendenza del Paese e Ho Chi Minh si stabilì ad

Hanoi.

Così, il metodo giapponese nel SudEst dell’Asia era consistito in uno sforzo per creare ovunque dei governi satelliti strettamente

sottomessi a Tokyo. Questo piano fu realizzato nel 1943 nelle Filippine e in Birmania e solamente nel 1945 nell’Indocina francese

e in Indonesia.

In Siam, i giapponesi poterono utilizzare il governo esistente e solo in Malesia si accontentarono di un sistema di governo diretto.

La minaccia giapponese che gravava sull’India comportava per gli inglesi una situazione abbastanza delicata riguardo la

soddisfazione dei sentimenti nazionalisti molto forti nel Paese.

Churchill, nonostante le pressioni di Roosevelt, non voleva concedere l’indipendenza nel pieno della guerra, poiché ciò avrebbe

gettato l’India nel caos (i musulmani erano contrari ad uno stato unitario che li avrebbe sommersi) e favorito l’invasione

giapponese; il Partito del Congresso di Ghandi proclamava la neutralità e la non resistenza ma una falange comprendente Nehru

era ostile alla dominazione inglese e volevano un’indipendenza immediata, pur lasciando mano libera all’esercito inglese per la

difesa del territorio.

Il gabinetto di guerra britannico decise di promettere l’indipendenza per il periodo successivo alla fine della guerra e inviò nel

marzo 1942 un suo rappresentante, sir Cripps, con delle proposte che furono però respinte dal Partito del Congresso; la situazione

rimase immutata.

A questo punto i giapponesi cercarono di sfruttare il nazionalismo indiano per la loro causa, creando (con i prigionieri di

Singapore) un “esercito nazionale indiano” che arrivò a contare un massimo di soli 30 mila uomini, ponendolo agli ordini di un

leader nazionalista indiano, Bose, il quale divenne anche Capo di Stato del governo filo-giapponese di Argad-Hind; questo

esercito fu annientato dagli Alleati nella riconquista della Birmania.

- In Cina, nei territori non controllati dai giapponesi, vi erano difficili relazioni tra il governo nazionalista del Kuomintang e i

comunisti; le ostilità si erano ridotte per far fronte all’invasione giapponese tuttavia, nel gennaio 1941, l’incidente detto “della

nuova quarta armata” fece riesplodere il conflitto (un’armata comunista aveva rifiutato di eseguire un ordine del governo ed era

stata disarmata con la forza).

Vi furono degli incontri tra le delegazioni dei due schieramenti che si risolsero con un nulla di fatto; Roosevelt, che aveva

interesse in un’unione cinese contro il Giappone, inviò il vicepresidente generale Wallace in Cina, in territorio comunista, per

mediare un risanamento del conflitto tra i comunisti (che secondo Wallace erano in mala fede) e il Kuomintang.

Le relazioni alleate dal 1942 al 1944. 43

Di fronte alle invasioni naziste e giapponesi gli Alleati coordinarono i loro sforzi ma, se tra Roosevelt e Churchill vi erano ottimi

rapporti, rimaneva diffidenza tra gli Anglosassoni e l’Urss.

Dopo l’attacco alla Russia la Germania scompare dai rapporti internazionali e la palla passa agli Alleati; con l’attacco di Pearl

Harbor, Roosevelt accettò un incontro con Churchill a Washington, dove si stabilissero solidamente le basi della collaborazione e

determinare la priorità da dare alle operazioni militari (dicembre ’41 – gennaio ’42).

La Conferenza di Washington si ebbe nel gennaio 1942, il 1° gennaio 1942 fu firmato da Inghilterra, Usa, Russia e altre 23 nazioni

un documento informale di grande valore, la “Dichiarazione delle nazioni unite nella guerra contro la Germania”, un richiamo dei

principi della Carta Atlantica con l’aggiunta della libertà religiosa, che fu accettata anche dai sovietici;

le “Nazioni unite” si impegnavano a impiegare tutte le loro risorse militari ed economiche contro l’Asse e di non firmare né

armistizi né paci separate, concentrando lo sforzo sulla Germania, sicuramente per la sua maggior potenza militare ed industriale e

per le pressioni inglesi.

Furono creati uffici comuni e fu deciso che l’autorità militare suprema sarebbe stato uno “Stato maggiore combinato” in cui la

rivalità tra americani (sostenitori della concentrazione delle forze contro lo Stato più forte nel punto più forte) e gli inglesi (che

sostenevano un logoramento del nemico nei suoi punti deboli) fu assai viva.

Durante i primi mesi del 1942 gli Alleati subirono numerose sconfitte, solo i sovietici riuscirono a riportare qualche vittoria

nell’inverno ’41-’42 e ad arrestare definitivamente l’avanzata tedesca;

Stalin chiedeva incessantemente l’apertura di un secondo fronte e una maggior fornitura di armi all’Urss, Molotov fece un viaggio

a Londra e Washington (maggio-aprile 1942), con l’Inghilterra firmò un trattato di alleanza diretto contro la Germania e di

collaborazione per la fine del conflitto, agli americani Molotov chiese l’apertura del secondo fronte per quell’anno poiché molto

probabilmente l’Armata Rossa non sarebbe arrivata alla fine del 1943, Roosevelt disse che si “poteva”, suscitando le proteste di

Marshall e Hull.

Churchill era contrario all’idea di uno sbarco in Francia e preferiva preparare uno sbarco in Africa del nord; Rommel conquistò

Tobruk in giugno, mentre Churchill era a Washington e quindi in luglio, malgrado le proteste dei generali americani, si decise per

uno sbarco in Africa del Nord (operazione Torch); stabiliti i piani, restava da far accettare a Stalin il ritardo nell’apertura del fronte

in Europa e fu direttamente Churchill a recarsi a Mosca il 12 settembre, dove incontrò uno Stalin molto scontento per queste

decisioni.

Dopo lo sbarco in Africa del Nord, Stalin ruppe il suo lungo silenzio e si felicitò per i successi riportati in Algeria e in Libia contro

gli italo-tedeschi.

Churchill e Roosevelt si incontrarono nel gennaio 1943 in Marocco, a Casablanca , Stalin non fu presente poiché quello era il

momento più critico per l’assedio di Stalingrado; quest’incontro serviva per preparare le operazioni militari nel Mediterraneo e la

conquista della Sicilia, per cercare di riconciliare i gollisti con i francesi algerini e per rassicurare i russi sulla loro volontà di

proseguire la lotta.

Nonostante quest’ultimo punto, i rapporti degli anglosassoni con l’Urss ebbero un momentaneo peggioramento proprio dopo la

Conferenza di Casablanca: Stalin moltiplicò le illazioni circa il ritardo nell’apertura del secondo fronte e le fece conoscere

vivacemente agli anglosassoni; Roosevelt non si degnò neanche di rispondere mentre Churchill rispose a tono ricordando le

passate esperienze russe nel campo tedesco.

Accortosi forse dell’errore, Stalin fece un gesto molto importante che fece ristabilite i buoni rapporti, decidendo di sciogliere il

Komintern, organizzazione ostile ad Usa ed Inghilterra.

Nella metà del ’43 vi furono degli importanti incontri tra inglesi ed americani:

a marzo Eden si recò a Washington e si ebbero dibattiti circa la situazione nel dopoguerra, il riconoscimento dell’annessione dei

Paesi Baltici e della Bessarabia all’Urss, la limitazione della Polonia ad est sulla vecchia linea Curzon e compensazione ad ovest a

spese della Germania con l’evacuazione della popolazione tedesca, lo smembramento della Germania secondo le volontà

indipendentiste delle regioni interne, l’indipendenza dell’Austria.

D’altra parte non vi fu accordo circa la Francia poiché gli inglesi volevano unificare il comando e Roosevelt preferiva continuare a

trattare con le diverse “autorità locali” e non vi fu intendimento neanche circa la questione del mandato (“trusteeship”) che gli

americani volevano in Oriente.

Nel maggio ’43 fu tenuta a Washington la conferenza “Tridente”, dove si discusse prevalentemente di operazioni militari e si

decise lo sbarco in Europa per il maggio 1944 (operazione “Overlord”) e la rinuncia ai diritti di extraterritorialità in Cina dopo la

guerra.

L’arresto di Mussolini e la nascita del governo Badoglio indussero in agosto un nuovo incontro a Quebec (conferenza

“Quadrante”) dove le quattro grandi potenze in lotta (Usa, Inghilterra, Urss e Cina) redassero il progetto di un’organizzazione

internazionale per la sicurezza futura.

Il 19 ottobre 1943 vi fu la prima riunione tra i rappresentanti dei tre alleati, avvenuta a Mosca con la Conferenza dei Ministri degli

Esteri a cui parteciparono Eden, Hull e Molotov; l’obiettivo di Molotov fu quella di affrettare uno sbarco in Francia, cosa non

desiderata da Churchill che voleva continuare le operazioni in Italia e uno sbarco nei Balcani o in Grecia, inglesi e russi

caldeggiarono un entrata in guerra della Turchia ma nella “seconda conferenza del Cairo” avutasi subito dopo quella di Teheran, i

turchi rifiutarono accampando l’insufficienza delle loro forze militari (ciò che complicò il già improbabile sbarco nei Balcani

44

voluto dal premer inglese).

Prima dell’incontro tra i tre Capi di Stato in Iran, Churchill e Roosevelt incontrarono Chiang Kay-shek al Cairo, dove fu deciso

che il Giappone sarebbe stato punito con la perdita di tutti i territori sul continente asiatico e delle isole occupate, gli inglesi

insistettero su Hong Kong.

Dal 28 novembre al 1°dicembre 1943 si ebbe la Conferenza di Teheran (l’Iran, nonostante la sua neutralità e stracciando le regole

del diritto internazionale, era stato diviso nel 1941 tra Russia ed Inghilterra e lo Scià era stato mandato in esilio).

L’incontro di Teheran portò ad una svolta nei rapporti tra i tre Paesi, l’atmosfera fu cordiale e si discusse su molti punti importanti

e Roosevelt abbandonò la sua diffidenza verso l’Urss, credendo che avrebbe intrapreso la strada della democratizzazione.

L’incontro stabiliva che le tre potenze vincitrici (con l’aggiunta della Cina) avrebbero dovuto controllare la pace nel mondo

dislocando le loro forze armate all’estero, i “quattro poliziotti” secondo l’affermazione di Roosevelt; gli americani volevano far

risorgere la vecchia SDN, dalla quale la Russia era fuori e Stalin decise di parteciparvi a condizione che non fosse ammessa la

Santa Sede; iniziò la preparazione dello statuto delle “Nazioni Unite”.

Roosevelt propose che l’Organizzazione delle Nazioni Unite fosse composta da 3 elementi:

una “Assemblea” comprendente tutti i membri e che avrebbe discusso sui problemi mondiali;

un “Comitato esecutivo” composto da i quattro grandi, due nazioni europee, una sudamericana, una mediorientale, una

dell’Estremo Oriente e da un dominion che avrebbe trattato le questioni non militari;

un “Consiglio di sicurezza” composto dai quattro grandi, incaricati di prendere misure immediate nel caso in cui la pace fosse stata

minacciata.

Sul piano militare si parlò dello sbarco in Normandia che doveva portare più di 1 milione di anglosassoni sulla costa francese; lo

sbarco contemporaneo nei Balcani chiesto da Churchill fu rifiutato dagli americani e soprattutto da Stalin, sicuramente perché non

desiderava la presenza degli alleati nella zona balcanica.

Si discusse ampiamente anche del problema polacco; già dal 1941 i russi e gli inglesi si erano detti d’accordo alla ricostituzione di

uno stato polacco indipendente all’interno dei suoi confini etnici, escludendo i 10 milioni di russi e tedeschi della “Grande

Polonia”.

Il governo polacco richiedeva addirittura lo Stato del 1872 ma l’impegno di Churchill riuscì a far accettare il punto di vista

sovietico; quando l’accordo sembrava raggiunto, furono scoperte nel 1943 le “fosse di Catin” cioè fosse comuni in cui l’Armata

Rossa aveva sepolto 11 mila ufficiali polacchi (epurazione della piccola borghesia Polacca quando i Russi erano nel Paese).

Russi ed anglo-americani respinsero le accuse polacche ma Varsavia ruppe le relazioni diplomatiche con Mosca; a quel punto i

russi decisero di risanare il contrasto accettando parte delle rivendicazioni territoriali polacche, prendendo l’impegno che la

Polonia del dopoguerra avrebbe avuto la stessa estensione che aveva prima del conflitto.

Per fare ciò, le perdite dei territori polacchi ad est andati all’Urss furono compensati con altrettanti territori ad ovest a danno della

Germania; si ha quindi uno slittamento della Polonia sulla carta politica europea verso ovest, e a causa di ciò la popolazione

tedesca nei nuovi confini polacchi raggiunge i 10 milioni di abitanti.

La soluzione migliore che si riuscì a trovare fu quella di cacciarli dal territorio polacco.

Le tre potenze si trovarono concordi anche circa uno smembramento della Germania e sull’installazione di basi militari sul

territorio tedesco, sistema suggerito anche per il Giappone;

Lo studio dello smembramento tedesco fu affidato ad una “Commissione Consultiva Europea”.

Il risollevamento francese, il crollo dell’Italia e il Medio Oriente.

E’ nella metà del 1942 che si ha una svolta negli avvenimenti politici e militari della guerra.

A maggio i tedeschi combattevano a Stalingrado e sui confini dell’Egitto; nei mesi successivi si ha lo sbarco alleato in Africa che

accellera il crollo dell’Italia e l’apertura di un nuovo fronte in Europa, portando alla fine definitiva dell’avanzata tedesca.

Tutto ciò fu possibile anche per l’ingresso nella lotta dell’impero coloniale francese, portando ad una riapparizione attiva della

Francia sulla scena internazionale.

Prima dello sbarco in Africa del nord, inglesi ed americani cercarono di individuare un’autorità francese che avrebbe potuto

sollevare le truppe dell’Africa del Nord controllate da Vichy contro la Germania; dopo il rifiuto di Weygand (fedele all’idea di

Pétain di combattere chiunque avesse attaccato le colonie francesi, Alleati, tedeschi o gollisti) si pensò allo stesso De Gaulle,

tuttavia le truppe africane erano fedeli a Pètain, soprattutto perché associavano il generale agli inglesi, il cui atteggiamento a Mers-

el-Kebir non era stato dimenticato.

Inoltre un incidente fece peggiorare le relazioni tra Roosevelt e De Gaulle: nel dicembre 1941, mentre il governo americano

assicurava Vichy circa il mantenimento dei possedimenti di questo in America, De Gaulle ordinava uno sbarco dei “francesi

liberi” sulle isole vicino Terranova di Saint-Pierre e Miquelon, dove la popolazione li accolse trionfalmente e Churchill approvò.

Pétain accusò il governo americano di “doppiezza” e Roosevelt decise di non rivelare a De Gaulle i piani di sbarco in Africa,

escludendolo dalla questione.

Gli americani preferirono optare sul generale Giraud, il quale era evaso da un carcere tedesco ed era entrato in contatto con

45

Murpy, console generale americano ad Algeri; Giraud voleva uno sbarco alleato sulla costa francese del Mediterraneo e la

direzione dell’intera operazione, che Roosevelt aveva già deciso di affidare ad Eisenhower.

Per sanare il contrasto fu siglato l’accordo “Murpy-Giraud” in cui gli Alleati si impegnavano a restituire alla Francia la sua

grandezza e i suoi possessi territoriali, la Francia sarebbe stata alleata degli Stati Uniti e il comando in Africa del nord sarebbe

stato americano per sicurezza.

Lo sbarco americano iniziò l’8 novembre dall’Algeria e dal Marocco; in queste regioni si sviluppò una certa resistenza da parte del

generale Nogues in Marocco e inizialmente di Darlan, dopo l’ordine di Pétain di resistere agli invasori.

Dopo negoziati tra Murpy e Darlan, quest’ultimo sposò per opportunismo la causa alleata e, dichiarando il maresciallo Pétain

evidentemente prigioniero dei tedeschi, prendeva il potere in Africa del Nord “a nome del maresciallo”, mantenendo dunque

all’interno il regime autoritario del governo di Vichy; gli americani si rassegnarono a questa soluzione poiché Darlan godeva di

una maggiore influenza sull’esercito in Africa rispetto a Giraud.

I rapporti tra americani e francesi furono regolati dagli accordi Darlan-Clark, meno vantaggiosi per la Francia di quelli siglati da

Giraud.

La conseguenza del voltafaccia di Darlan fu l’occupazione della zona libera francese da parte dell’esercito tedesco, ordinata da

Hitler il giorno successivo allo sbarco (9 settembre 1942), egli intendeva impadronirsi della flotta francese di Tolone ma non vi

riuscì poiché un improvviso attacco navale alleato il 27 novembre la costrinse ad autoaffondarsi.

Darlan nominò Giraud comandante delle truppe francesi in Africa settentrionale e il 4 dicembre 1942 fu costituito un “Consiglio

imperiale” che riuniva tutti i comandanti delle truppe francesi in Africa, cosa che suscitò le immediate proteste del generale De

Gaulle; Darlan fu assassinato pochi giorni dopo da un giovane fanatico gollista e il “Consiglio imperiale” nominò Giraud.

Giraud abolì le leggi di Vichy (comprese le misure contro gli Ebrei) su “consiglio” americano.

La situazione, quindi, vedeva all’inizio del ’43 due gruppi di francesi impegnati nella lotta contro la Germania, i “Francesi liberi”

di De Gaulle, attivi soprattutto in Francia, e i “Francesi di Algeri” agli ordini di Giraud aventi l’appoggio americano ma fedeli

all’anti-democrazia di Pétain.

Ci vollero lunghi e difficili negoziati per ristabilire l’unità dei francesi.

Nell’incontro alleato che si tenne a Casablanca in gennaio, Churchill fece pressioni su De Gaulle affinchè accettasse di incontrare

Giraud, ma un accordo definitivo non fu raggiunto; i contatti ripresero in marzo quando Giraud si convinse ad assumere un

atteggiamento più democratico ma un incontro ad Algeri per i giorni successivi fu impedito dagli inglesi poiché avrebbe potuto

provocare disordini nel momento in cui gli alleati erano impegnati nella battaglia decisiva contro l’Asse in Tunisia. I negoziati si

svolsero tramite intermediari e fu creato un “Comitato Francese di Liberazione Nazionale” con sede ad Algeri ed il 30 maggio De

Gaulle raggiunse questa città.

Il 13 giugno il Comitato si costituì ufficialmente con i due generali come presidenti uguali ed altri cinque membri; in seguito

Giraud, per restare comandante in capo delle operazioni militari (è merito suo la riconquista francese della Corsica), lasciò a De

Gaulle la presidenza del CFLN che fu chiamato dal giugno ’44 “governo provvisorio della Repubblica francese”.

- Parallelamente al risollevamento francese si assistette al crollo dell’Italia; l’esercito del Duce, quando non era stato supportato

dall’aiuto tedesco, aveva subito gravi disfatte che avevano scoraggiato un’opinione pubblica già poco entusiasta della

partecipazione al conflitto.

L’Italia, da partener della Germania, stava divenendo un paese occupato, durante il ’41 i tedeschi prepararono i piani per

l’invasione della penisola e delle “cellule tedesche” si formarono nelle principali città italiane, dove l’antifascismo si sviluppava

tra gli intellettuali e gli operai.

In questa atmosfera l’offensiva alleata e l’occupazione totale dell’Africa del nord ebbe un effetto disastroso sul morale italiano;

Tunisi cadde in mano alleata il 7 maggio, Pantelleria il 12 giugno e il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia, dove la

resistenza italiana crollò rapidamente.

Il 19 luglio ebbe luogo a Feltre un incontro tra Mussolini e Hitler; il Duce non parlò del bisogno di pace dell’Italia e nel governo e

negli ambienti monarchici si decise di farla finita con la sua dittatura: il 24 luglio il Gran Consiglio del Fascismo votarono una

risoluzione, proposta da Grandi, contraria alla politica di Mussolini di alleanza con la Germania e di prosecuzione della guerra, il

giorno dopo il re affidò il governo al maresciallo Badoglio e fece arrestare il Duce.

Si trattò di un vero colpo di Stato.

Badoglio costituì un governo di tecnici e dichiarò che l’Italia avrebbe continuato la guerra al fianco della Germania; in realtà egli

voleva evitare l’occupazione del Paese da parte dei Tedeschi (i quali cominciavano a far entrare truppe dal Brennero) ed iniziare a

collaborare con gli Alleati per negoziare una pace meno dura.

ChurchilI voleva il ristabilimento della monarchia in Italia e Hull non era diffidente verso Badoglio nonostante il suo passato di

alta personalità del regime; i primi contatti con gli Alleati si ebbero a Tangeri e gli Alleati vollero un armistizio senza condizioni,

tuttavia fecero capire che più l’Italia collaborava, più le clausole della pace sarebbero state sopportabili.

Un primo testo di “armistizio corto” fu consegnato a Madrid al generale Castellano da parte di Hoare (quello dell’accordo con

Laval), non erano previste condizioni ma si prometteva l’appoggio alleato alle forze italiane che si sarebbero battute contro i

tedeschi; le clausole militari furono consegnate a Lisbona il 19 al generale Ambrosio, fu chiesta dall’Italia una divisione

aereotrasportata per proteggere Roma dal sicuro attacco tedesco ed Eisenhower la promise. 46

Il 3 settembre Castellano firmò l’armistizio con gli Alleati a Cassibile, presso Siracusa, e il giorno stesso l’VIII armata britannica

sbarcò nell’Italia continentale; la divisione promessa dagli americani non fu data poiché i tedeschi avevano occupato gli aereoporti

romani.

L’armistizio fu reso pubblico da Badoglio l’8 settembre 1943.

La reazione nazista colpì Roma che fu assediata e presa l’11; il Re e il governo Badoglio si rifugiarono a Brindisi sotto la

protezione degli eserciti alleati.

Hitler fu molto addolorato per la caduta di Mussolini, suo maestro e modello, e decise di ristabilire il regime fascista in Italia

facendo occupare il nord dalle truppe tedesche, il 12 settembre le SS liberarono il Duce dal Gran Sasso e lo condussero in

Germania; il 18 fu creata la “Repubblica sociale italiana” con sede a Salò, ma Mussolini era scoraggiato e la direzione del nuovo

stato fantoccio filo-tedesco fu affidata a fascisti fanatici come Farinacci e il generale Graziani, nemico di Badoglio.

I tedeschi annettevano il Trentino, Trieste e l’Istria, i possedimenti in Francia e Jugoslavia, Hitler pensò anche all’annessione del

Veneto; i 19 votanti della mozione Grandi furono condannati, tra cui Ciano, e cinque dei sei presenti furono condannati a morte.

Il 4 giugno 1944, due giorni prima dello sbarco in Normandia, le truppe alleate liberarono Roma, Mussolini fu preso dai partigiani

e fucilato il 28 aprile 1945.

- Il Medio Oriente era controllato dagli Alleati; in Iraq, Siria e Libano la Gran Bretagna aveva rafforzato le sue posizioni e nel

1941 era stato istituito il “Middle Est Supply Center”, un organismo che controllava la ripartizione delle risorse tra i vari stati e

controllò l’economia di quest’importantissima area per tutta la durata del conflitto.

Gli Alleati cercarono di evitare discordie nell’area mediorientale e particolare fu la situazione dell’Iran, paese governato fino ad

allora dallo Scià e Stato libero.

Prima dell’Operazione Barbarossa lo Scià Pahlevi aveva cercato di sottrarsi dal dominio economico anglo-russo concedendo alla

Germania la costruzione di fabbriche e ferrovie e facendo divenire lo Stato nazista il maggior interlocutore del suo commercio

estero; gli Alleati temettero una rivolta fomentata dai tedeschi del tipo iracheno e, considerando l’importanza delle comunicazioni

con la Russia per rifornirla al fine di non capitolare, decisero che la sicurezza dell’Iran doveva essere garantita a tutti i costi.

I governi russo e britannico decisero di comune accordo di invadere il Paese e il 25 agosto 1941 le truppe entrarono in Iran

conquistandolo completamente alcuni giorni dopo; una nota diplomatica affermava che non si voleva attentare all’indipendenza

dello Stato e si chiedeva l’espulsione dei cittadini tedeschi, il governo di Teheran chiese la loro consegna alle autorità di

occupazione e delle indennità per l’occupazione.

Favorito da relazioni con Roosevelt, lo Scià Pahlevi credette di poter mantenere il suo potere ma fu costretto dagli occupanti ad

abdicare in favore di suo figlio e allontanato a Johannesburg; il nuovo governo siglò un trattato di alleanza con il Regno Unito e

l’Urss che impegnava le due potenze a difendere lo Stato e rispettarne l’integrità politica e l’indipendenza, ritirando le loro truppe

entro sei mesi dalla fine del conflitto.

La popolazione subiva questa umiliazione e il governo non fu neanche avvertito del vertice tra i tre leaders alleati del settembre

1943; tuttavia in quell’occasione gli Alleati riaffermarono la loro volontà di collaborazione con l’Iran e il rispetto per la sua futura

indipendenza.

Nel 1944 vi furono seri contrasti tra i russi, che avevano occupato il nord del Paese e cercavano di stabilirvi una solida zona

d’influenza, e gli anglosassoni: la contesa si inasprì quando delle compagnie petrolifere inglesi ed americane chiesero delle

concessioni nel sud del Paese; i russi avanzarono richieste in cinque province al confine sovietico e per evitare problemi il governo

di Teheran rifiutò di approvare tutte le domande di concessioni.

I russi organizzarono una violenta campagna appoggiando il partito comunista iraniano (Tuhed) e ottenendo le dimissioni del

governo; tuttavia il nuovo governo fece approvare una legge che vietava ai ministri di concedere commissioni petrolifere a

chicchessia e iniziando un periodo di estrema tensione nello Stato che continuò anche dopo la guerra.

- In Palestina la maggioranza dei gruppi ebraici sospesero le ostilità contro gli Inglesi per concentrarsi nella battaglia ai nazisti;

tuttavia durante la guerra nacque il “Gruppo Stern” che continuò una violenta politica anti-britannica costellata di assassinii e

sabotaggi.

- In Egitto si ebbe una certa tensione solo quando nel 1942 l’Afrika Korps di Rommel giunse ai confini dello Stato; per

precauzione gli inglesi fecero pressioni sul Re Farouk affinchè affidasse la guida del governo a Nahas Pascià, capo del partito

nazionalista Wafd.

Divenuto capo del governo, questi ottenne dagli inglesi il riconoscimento dell’Egitto come una nazione indipendente ed alleata

nella lotta ai nazisti, reclamando l’ammissione egiziana tra i firmatari della pace e l’annessione all’Egitto del Sudan anglo-

egiziano.

- Abbiamo detto che la Siria e il Libano ottennero l’indipendenza nel 1941 dopo l’appoggio dato alle truppe della “Francia libera”

di De Gaulle che avevano occupato il Paese con gli inglesi; tuttavia i francesi, data la loro momentanea debolezza, non ottennero

nei due nuovi stati indipendenti gli stessi vantaggi ottenuti, ad esempio, dagli inglesi in Egitto o in Iraq.

La presenza francese in Oriente fu definitivamente compromessa allorchè il nuovo Parlamento libanese eletto nel 1943 adottò una

riforma della Costituzione che annullava la posizione privilegiata della Francia nel Paese; il delegato francese Helleu diede allora

l'ordine di sciogliere il Parlamento, far arrestare i membri del governo ed imporre la legge marziale con la censura. 47

Subito scoppiarono dei disordini a Beirut, vi furono forti proteste contro il CFLN da parte dei governi inglese, americano, egiziano

ed iracheno, ed infine le misure furono revocate ed Helleu fu allontanato ad Algeri; la conclusione si ebbe con un accordo tra la

Francia ed i governi siriano e libanese che trasferiva a questi ultimi i poteri delle autorità francesi sul territorio.

La sconfitta dell’Asse e la conferenza di Potsdam.

L’Armata Rossa riportò durante il 1943 (gennaio e luglio) la vittoria nella battaglia di Stalingrado e quella di Kursk, liberò la

Crimea e in agosto furono nei pressi di Varsavia.

I russi non aiutarono un tentativo di rivoltosi polacchi non comunisti di liberare Varsavia; essi furono sterminati dai tedeschi e i

comunisti polacchi ebbero mano libera.

Gli alleati, dal canto loro, entrarono a Roma nel giugno ’44 dopo un inverno di stasi sul fronte, due giorni dopo vi fu

l’avvenimento militarmente più importante della guerra e cioè lo sbarco in Normandia a cui si deve la liberazione di Parigi il 15

agosto e del Belgio all’inizio di settembre; tuttavia i Tedeschi mantenevano alcune sacche (Bastogne) e l’avanzata si arrestò in

inverno come pure in Italia le posizioni si attestarono lungo la linea gotica sull’Appennino toscano.

Contemporaneamente, invece, continuava l’avanzata dell’Armata Rossa nell’Europa orientale e nell’inverno 1944-45 si

susseguirono una serie di armistizi: il 12 settembre si ebbe quello con la Romania, il 19 quello della Finlandia, la Bulgaria firmò il

26 ottobre dopo una inutile mobilitazione contro la Germania, l’Ungheria (dopo il tentato armistizio di ottobre e l’invasione

tedesca) fu conquistata dai Russi dopo il lungo assedio di Budapest e l’armistizio fu firmato il 20 gennaio.

Sul piano politico gli armistizi assegnavano la Bessarabia, la Bucovina del Nord e i territori conquistati nel 41 in Finlandia

direttamente all’Urss senza aspettare la conclusione dei trattati di Pace; si ritornava, quindi, alla situazione precedente

all’Operazione Barbarossa, le leggi razziali furono abolite e le organizzazioni fasciste disciolte.

Per quanto riguarda la Cecoslovacchia, Benes era rimasto molto deluso dall’atteggiamento francese ed inglese tenuto a Monaco e

nella successiva invasione del 15 marzo ’39, così come era grato per l’aiuto sovietico garantito se la Francia avesse mantenuto i

suoi impegni; nel dicembre 1943 egli incontrò Molotov e Stalin a Mosca, i quali lo rassicurarono circa l’intenzione dell’Urss di

rispettare le frontiere del 1937 e di trasferire i poteri al governo cecoslovacco dopo la liberazione del Paese da parte dell’Armata

Rossa; fu firmato anche un trattato di alleanza.

Altrettanto forte fu la sua delusione quando vide che dopo la liberazione i sovietici volevano annettere all’Ucraina la Rutenia

subcarpatica; Stalin appoggiava in pieno queste rivendicazioni.

Questo fu l’inizio della dominazione sovietica nell’Europa Orientale.

- La liberazione della Francia pose agli Alleati una serie di problemi circa il riconoscimento del governo francese. Roosevelt non

amava molto le tendenze autoritarie di De Gaulle ma quando Parigi fu libera e il generale si recò in patria, fu accolto da una folla

esultante che convinse gli Alleati che il governo provvisorio istituito nel Paese da De Gaulle, composto da personalità venute da

Algeri e da capi della Resistenza, poggiava su solide base popolari.

Quando poi il generale promise al più presto l’elezione di un’Assemblea nazionale per varare una nuova Costituzione, i tre Alleati

decisero di riconoscere de jure il 23 ottobre 1944 il governo gollista; inoltre a novembre Churchill annunciò che la Francia era

ammessa come membro permanente della “Commissione consultiva europea” per decidere sul futuro della Germania.

Dopo questi riconoscimenti ufficiali, De Gaulle decise di giocare il ruolo del mediatore tra gli anglosassoni e i sovietici (che

manifestavano i primi dissensi), stipulando un Trattato di alleanza con Mosca il 9 dicembre 1944: quest’alleanza era rivolta

unicamente contro la Germania, poiché le due parti si impegnavano a combattere sino alla vittoria finale e ad adottare tutte le

misure necessarie per impedire una nuova minaccia tedesca, compreso un immediato aiuto in caso di attacco tedesco ad una delle

due.

De Gaulle cercò anche di trovare appoggi in Inghilterra, in modo da allontanare gli americani dalla politica europea e trattando

unicamente con l’Urss le questioni del Vecchio continente.

L’idea di giocare il ruolo di arbitro si rivelò alla fine abbastanza deludente, dato che il governo sovietico non sosteneva affatto le

rivendicazioni francesi negli incontri internazionali; inoltre alla conferenza di Yalta De Gaulle non fu convocato poiché Roosevelt

si oppose alla sua partecipazione e quando subito dopo Roosevelt lo invitò a ragiungerlo ad Algeri, il generale rifiutò; fu egli a dire

che a Yalta vi era “stata un’oscura spartizione dell’Europa” e che la Francia non era stata invitata perché “avrebbe impedito questa

spartizione”. In realtà non fu così.

L’unico successo diplomatico ottenuto in questo periodo dal nuovo governo francese fu quello di annullare i privilegi accordati

agli italiani in Tunisia nel 1896 (febbraio 1945).

- Il 7 novembre 1944 Roosevelt fu rieletto per la quarta volta con una maggioranza ridotta; intanto l’avanzata alleata si era

fermata in Europa, la Germania provò un’offensiva nelle Ardenne e la fine della guerra non sembrò più una cosa di qualche

settimana.

Tra inglesi ed americani cominciarono a crearsi alcuni contrasti; Churchill si recò a Mosca dal 9 al 18 ottobre e per la prima volta

non potè parlare anche al nome del presidente americano; fu in questa importante riunione che Churchill e Stalin, si dice, abbiano

diviso approssimativamente alcune zone di influenza e di occupazione in Europa: all’Inghilterra la Grecia e alla Russia la

Bulgaria, in jugoslavia ci sarebbe stato un controllo paritario (“fifty-fifty”).

Questa divisione fu poco apprezzata dagli americani; Corder Hull si dimise perché ammalato e il nuovo segretario di Stato

48

Stettinius ebbe seri contrasti con il governo britannico soprattutto a proposito dell’Italia: gli americani appoggiarono il Conte

Sforza a dirigere il governo italiano, già ministro in epoca prefascista, gli inglesi e soprattutto Churchill volevano la restaurazione

piena della monarchia in Italia e non si fidavano del conte Sforza, affermandolo ufficialmente.

Per appianare queste polemiche e chiarire meglio il ruolo della Russia in Polonia e con il Giappone si pensò ad un altro incontro

dei tre Grandi, da tenersi a Yalta.

La conferenza di Yalta si tenne dal 4 all’11 febbraio 1945 e molte furono le decisioni importanti.

Innanzitutto si parlò della concessione alla Francia di una zona di occupazione in Germania: Stalin fu subito molto contrario,

Roosevelt fu a fatica convinto dagli inglesi e da Hopkins che sostenevano la teoria per cui un’Europa stabile era inconcepibile

senza una Francia forte, alla fine si diede ai francesi anche la piena partecipazione alla “Commissione consultiva europea”.

Per quanto riguarda la Polonia, si era formato un governo a Lublino appoggiato dall’Urss, il quale voleva soppiantare il governo

polacco emigrato a Londra; le frontiere polacche subirono lo “slittamento” ai danni della Germania per la veemente opposizione di

Stalin alla ripresa dei vecchi confini orientali. Alla fine il confine fu stabilito alla linea Curzon del 1919.

Per quanto riguarda il governo della Polonia, gli inglesi non volevano uno stato controllato dall’Urss e dopo lunghe discussioni si

decise che si sarebbe costituito un “governo provvisorio polacco di unità nazionale”, composto da membri di Londra e Lublino

nominati da una Commissione comprendente Molotov, Harrimann e Sir Kerr.

Fu inoltre approvata una “Dichiarazione sull’Europa Liberata” in cui si affermava che negli stati liberati dalle dittature nazi-

fasciste sarebbero state organizzate delle libere elezioni con più liste al fine di eleggere assemblee costituenti con il compito di

creare nuove costituzioni o ripristinare le vecchie; queste elezioni, in effetti, si svolsero dappertutto.

A proposito dell’intervento sovietico contro il Giappone richiesto da Roosevelt, Stalin disse che l’Armata Rossa sarebbe

intervenuta due o tre mesi dopo la capitolazione del Giappone a condizione di recuperare i diritti e i territori che aveva perduto

nella sconfitta del 1905 (controllo delle ferrovie in Manciuria, arcipelago delle Curili e territori meridionali di Sahalin).

In generale la conferenza di Yalta fu molto importante anche perché i tre alleati cercarono di evitare il sorgere di contrasti al

momento della caduta tedesca: in passato le coalizioni si rompevano dopo gli armistizi e le armate conquistavano duramente e

selvaggiamente territori;

a Yalta si decise una fine delle operazioni militari “pacifica”, stabilendo una linea d’incontro tra i due eserciti sull’Elba, senza

acquisizione successiva di territori.

A metà marzo gli americani stabilirono una testa di ponte sul Reno e il 23 proseguirono.

Roosevelt non vide la fine della guerra poiché il 12 aprile morì per un’emorragia cerebrale; egli fu sostituito dal vicepresidente

Harry Truman.

Fu lui ad assistere alla capitolazione della Germania; i russi raggiunsero Vienna il 13 aprile e raggiunsero l'E’ba il 24, il giorno

dopo fu completato dall’Armata Rossa l’accerchiamento di Berlino e il 26 vi fu l’incontro con l’esercito anglo-americano.

Il 1° maggio fu annunciata la morte di Hitler e il 7 maggio 1945, nel quartier generale di Eisenhower a Reims, il generale Jodl

firmò la resa senza condizioni della Germania.

La guerra in Europa era terminata.

- Gli avvenimenti militari nel conflitto in Asia sono fondamentali per capire quelli diplomatici.

Fino all’aprile 1942 vi era stata l’avanzata folgorante delle truppe giapponesi, poi fino al novembre 1943 vi fu una fase di stallo e

di riorganizzazione da parte americana, con l’arrivo di numerose e potenti portaerei.

Da questa data iniziò la controffensiva americana, guidata dagli ammiragli Nimitz e MacArthur, che prevedeva la tattica dei “salti

di montone”, cioè l’occupazione non di interi arcipelaghi, ma di isole sempre più vicine all’arcipelago giapponese.

Nel luglio 1944 furono conquistate alcune isole nell’arcipelago delle Marianne, provocando la caduta del governo Tojo in

Giappone; le vittorie americane intanto proseguivano e si decise, su proposta di MacArthur, uno sbarco nelle Filippine; questo si

ebbe in ottobre, dopo la battaglia nei pressi dell’isola Leyte in cui gran parte della flotta giapponese fu distrutta.

Manila fu occupata il 6 febbraio, proprio al momento della conferenza di Yalta e l’offensiva continuò arrivando in prossimità

dell’arcipelago giapponese nel giugno 1945; la lotta proseguiva anche in Cina, dove nel ’44 i giapponesi avevano deciso di

riprendere la loro avanzata sulla costa ed in Cina meridionale.

Il governo di Chiang Kay-shek poteva dunque essere rifornito solo con un ponte aereo sull’Himalaya che si rivelò assai

insufficiente; inoltre le migliori truppe erano impiegate per controllare i comunisti e non si battevano contro i giapponesi.

Il governo di Chiang Kay-shek fu salvato da una spedizione anglo-americana che aveva come scopo la conquista della Birmania e

il ristabilimento dei contatti terrestri con Chiang Kay-Shek , quindi l’appoggio al governo nazionalista per non estendere

l’influenza comunista in Cina; la campagna iniziò nel marzo 1944 e nel febbraio ’45 un primo convoglio alleato arrivò in Cina,

mentre la conquista della Birmania fu completata in maggio.

Questa situazione costrinse i giapponesi ad abbandonare le loro recenti conquiste nella Cina del sud e fu grazie a questa campagna

che la Cina, dopo un periodo molto critico, si salvò; tuttavia la tensione tra comunisti e nazionalisti continuò.

Nel dicembre 1944 il generale Hurley si recò in Cina per tentare una mediazione, incontrò Mao Tsè-tung e propose a Chiang Kay-

shek un governo di coalizione sulla base dei principi di Sun Yat-sen; il leader nazionalista rifiutò il governo di coalizione,

sentendosi più intransigente per le vittorie alleate (che appoggiavano comunque il suo governo) e per la firma di un trattato tra il

suo governo e quello sovietico nell’agosto 1945. 49

Considerando tutto ciò Mao attenuò le sue richieste, limitando la partecipazione comunista nel governo e nell’esercito; tuttavia,

tutti i negoziati furono resi vani dalla questione della Manciuria e dell’inizio della guerra civile tra comunisti e nazionalisti nel

novembre 1945.

Sulla questione cinese si ebbe un incontro di Hurley con Stalin e Molotov a Mosca nell’aprile ’45;

Stalin manifestò il suo appoggio a Chiang Kay-shek e disse di non volere una guerra in Cina, ma si credette che l’Urss volesse un

controllo sulla Cina del nord e sugli Stati dell’Asia centrale.

Il rapporto con la Russia sovietica non migliorò affatto neanche dopo la Conferenza di Yalta; con l’avanzata russa in Europa si

delineò la politica che Mosca era intenzionata ad attuare nei territori occupati dall’Armata Rossa.

Nel febbraio 1945 fu indirizzato un ultimatum a Re Michele di Romania con il quale si pretendeva la costituzione di un governo

comunista sotto la guida di Groza; nonostante l’opposizione del monarca, il governo comunista fu effettivamente insediato.

Subito vi furono le proteste di Usa ed Inghilterra che invocarono la “Dichiarazione sull’Europa liberata”, che prevedeva la

formazione di governi rappresentativi di tutta la popolazione nelle nazioni liberate; anche in Polonia, Molotov accettava soltanto di

modificare il governo comunista di Lublino con qualche membro dei polacchi di Londra.

Inoltre Stalin rimproverava agli alleati di aver proposto una pace separata alla Germania sul fronte italiano, permettendo così ai

tedeschi di spostare divisioni sul fronte orientale e di rallentare l'avanzata dell’Armata Rossa; per scongiurare la rottura dell’unità

tra gli Alleati, vi fu un ultimo viaggio di Harry Hopkins a Mosca alla fine di maggio 1945, dopo la capitolazione tedesca.

Fu durante questi colloqui che Stalin lanciò una serie di accuse agli anglosassoni circa la partecipazione dell’Argentina alle

Nazioni Unite, sulla partecipazione della Francia alla “Commissione delle riparazioni, sull’improvvisa fine delle forniture “affitti e

prestiti” all’Urss e sul fatto che nessuna nave tedesca era stata consegnata ai sovietici.

Hopkins cercò di ricucire questi strappi e si decise che questo ed altri problemi (i governi comunisti in Polonia, Bulgaria e

Romania) sarebbero stati discussi in un nuovo incontro tra i tre Grandi; sulla partecipazione dell’Urss alla guerra in Asia, Stalin si

disse pronto ad attaccare il Giappone in agosto e accettò anche una trusteeship dei quattro vincitori sulla Corea.

La conferenza prevista in occasione di quest’incontro si tenne il 17 luglio 1945 a Postdam, nella regione di Berlino; questo fu

l’ultimo incontro tra i tre capi di governo.

Innanzitutto bisogna dire che i protagonisti della scena internazionale erano cambiati; il presidente Roosevelt era morto e il nuovo

presidente Truman nominò Segretario di Stato Byrnes al posto di Stettinius, inoltre durante la conferenza vi furono le elezioni

inglesi e i conservatori furono sconfitti, di conseguenza nella seconda parte della conferenza Churchill ed Eden lasciarono il posto

al nuovo premier Attle e al nuovo capo del Foregin Office Bevin.

Alla conferenza di Potsdam gli americani suggerirono la creazione di un “Consiglio dei ministri degli Esteri” che avrebbe avuto il

compito di preparare i trattati di pace con i “satelliti” della Germania (Italia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Finlandia); ogni

trattato avrebbe previsto la partecipazione delle sole nazioni vincitrici su quello stato, quindi la Francia era ammessa soltanto nella

preparazione del trattato di pace con l’Italia.

Fu deciso che la “Commissione Consultiva Europea” sarebbe stata sciolta.

Gli anglosassoni si lamentarono con Stalin della situazione in Bulgaria e Romania, dove l’Urss aveva un controllo assoluto, i

Russi replicarono con il controllo occidentale in Grecia; il problema delle industrie anglo americane confiscate dai sovietici nei

paesi occupati dall’Armata Rossa, si rimandò a speciali commissioni.

Molto importanti furono le decisioni circa il futuro della Germania, furono qui definiti i “Principi politici ed economici che

governeranno la Germania durante il periodo iniziale di controllo”:

disarmo completo e smilitarizzazione, distruzione del partito nazionalsocialista, giudizio dei criminali di guerra e abolizione delle

leggi naziste, controllo dell’istruzione tedesca.

Per quanto riguarda l’organizzazione politica della Germania, si decise di ritardare la formazione di un governo centrale e di

iniziare con delle elezioni delle amministrazioni comunali e provinciali, per poi arrivare alla formazione degli organi dei Land e

dello Stato centrale.

L’organizzazione economica fu subordinata al pagamento delle riparazioni e il livello della produzione economica sarebbe stato

controllato severamente: poiché non vi era un governo che poteva pagare, si decise di procedere con prelievi in natura nelle

rispettive zone di occupazione, solo gli americani non operarono alcun prelievo a causa dei costi di trasporto, russi, americani e

francesi spogliarono le loro zone di occupazione di ogni bene, rendendo ancora più critiche le condizioni di vita dei tedeschi, i

quali si rifugiavano sempre più nella zona controllata dagli statunitensi (finché questi non chiusero le frontiere, tranne agli ebrei);

per quanto riguarda l’organizzazione territoriale, si accettò l’idea di uno slittamento della Polonia e quindi della perdita della

Germania dello Stato guida all’unità nazionale e alla formazione della mentalità dello Stato tedesco, la Prussia.

Parte dei territori prussiani andava alla Russia e parte alla Polonia, che cacciava dal suo nuovo territorio quasi 15 milioni di

cittadini tedeschi; l’opinione pubblica internazionale accettò questo tragico esodo come una sorta di punizione per tutti i lutti che

la guerra voluta dai nazisti aveva provocato nel mondo.

- Mentre in Europa si preparava la pace, la guerra proseguiva contro il Giappone.

I giapponesi, nonostante disponessero in Asia di tre armate ancora inutilizzate di 3 milioni di soldati, erano coscienti della

sconfitta a causa della distruzione quasi totale della flotta e per i continui bombardamenti delle navi e degli aerei americane sulle

50

coste e sulle industrie nipponiche, già a corto di materie prime; gli americani, inoltre, preparavano uno sbarco nell’isola più

meridionale dell’arcipelago giapponese.Tra una sconfitta logorata in lunghi anni di lotte e una capitolazione prossima, è probabile

che il governo nipponico abbia scelto la seconda, al contrario di ciò che decise Hitler in Germania; sicuramente questa decisione

fu anticipata da avvenimenti drammatici che si susseguirono nell’arco di pochi giorni: il 6 agosto cadde la prima bomba atomica

americana su Hiroshima, l’8 la Russia dichiarava guerra al Giappone, il 9 fu lanciata la seconda atomica su Nagasaki.

Durante la conferenza di Potsdam gli Alleati avevano inviato ai giapponesi un ultimatum per la resa, che era stato rifiutato; dopo

questi avvenimenti, il 10 agosto al governo americano pervenne una nota a nome dell’imperatore che accettava i termini

dell’ultimatum, ponendo la condizione che il potere dell’imperatore fosse rimasto intatto in Giappone.Questa condizione fu

accettata e le istruzioni al Giappone furono date a Manila il 20 agosto dal generale MacArthur; il 2 settembre 1945, a bordo della

corazzata Missouri, due rappresentanti dello Stato Maggiore giapponese firmarono la resa del Giappone senza condizioni. La

seconda guerra mondiale era terminata. III

IL SECONDO DOPOGUERRA

IL FALLIMENTO DELLE GRANDI CONFERENZE INTERNAZIONALI.

La creazione e gli esordi dell’ONU.

Dopo la comparsa della Carta Atlantica nell’agosto 1941 vi fu la proposta degli Stati Uniti della firma della “Dichiarazione delle

Nazioni Unite nella guerra contro la Germania”, con la quale i partecipanti si impegnavano ad elaborare un sistema di pace e di

sicurezza dopo la guerra.

L’adesione dell’Urss a questa organizzazione di Stati pacifici fu confermata anche nel corso della Conferenza di Teheran del

novembre ’43, il 9 dicembre dello stesso anno fu creato a Washington un gruppo di studio della futura organizzazione

internazionale.

Durante il periodo di settembre-ottobre 1944 furono svolti delle conferenze negli Usa, a Dumbarton Oaks, in cui anglosassoni,

russi e cinesi (il governo francese non era ancora stato riconosciuto) ponevano le basi della futura organizzazione: si decise la

struttura dell’Organizzazione e si capì che sia i russi che gli inglesi volevano restringere l’accordo ai soli problemi della sicurezza;

inoltre i russi volevano un voto nell’Assemblea per ogni stato membro che componeva la Federazione delle Repubbliche

Socialiste Sovietiche, paragonando l’Urss al Commonwealth britannico.

Per quanto concerneva il Consiglio di Sicurezza, molte autorità politiche e militari statunitensi non accettarono che gli Usa fossero

obbligati ad un intervento armato da una semplice maggioranza del Consiglio, limitando in tal modo la sovranità nazionale,

cosicché si decise che ogni potenza avrebbe avuto un diritto di veto, quindi era indispensabile che ogni decisione che dovesse

divenire operativa e vincolante, avrebbe dovuto ottenere il consenso all’unanimità di tutti i membri del consiglio, anche in caso di

guerra tra le potenze (decisione voluta da Stalin che avvertiva di essere in minoranza contro le potenze occidentali).

Un accordo definitivo si ebbe con la Conferenza di Yalta del febbraio 1945, dove fu deciso che solo l’Ucraina e la Russia Bianca

avrebbero avuto un voto separato da quello dell’Urss, la questione del veto fu accettata come detto precedentemente e si rilasciò

una dichiarazione che prevedeva l’apertura di una conferenza a San Francisco che avrebbe riunito tutte le nazioni firmatarie della

“Dichiarazione delle Nazioni Unite nella guerra contro la Germania” più quelle che avrebbero dichiarato guerra all’Asse fino al 1°

marzo 1945.

Sicuramente la nuova organizzazione non voleva rifare gli stessi sbagli della vecchia Società delle Nazioni e nessuno volle

ricostituire quella organizzazione che aveva certamente fallito nel suo obiettivo di mantenimento della pace.

Nella nuova Organizzazione le grandi Potenze avevano nel Consiglio di Sicurezza poteri superiori rispetto a quelli che

possedevano le potenze nel Consiglio della SDN e questo ne allargava il loro ruolo nella sfera internazionale.

La Conferenza di San Francisco si riunì dal 25 aprile al 25 giugno 1945, stabilendo la Costituzione della nuova organizzazione o

“Carta delle Nazioni Unite”.

La Carta definisce i principi e gli scopi dell’Organizzazione e descrive i diversi organi e il loro funzionamento: lo scopo

dell’Organizzazione è il mantenimento della pace nel Mondo e la regolazione delle controversie senza ricorrere all’uso della forza;

altro obiettivo fondamentale è quello di affermare in tutto il Mondo il diritto all’uguaglianza tra gli uomini e tra le nazioni, il

rispetto nei diritti fondamentali dell’uomo e della dignità della persona umana, nonché il diritto dei popoli a disporre di loro stessi,

evitando le interferenze nelle questioni essenzialmente interne di uno Stato.

Per ottenere un’uguaglianza di fatto tra le nazioni, le Nazioni Unite si impegnano a favorire il progresso sociale e ad instaurare

migliori condizioni di vita negli Stati poveri.

Sono considerati membri dell’ONU tutti gli Stati che hanno partecipato alla Conferenza di San Francisco, firmato e ratificato la

Carta (l’Argentina ebbe difficoltà per l’annessione e vi furono alcuni voti contrari tra cui quello dell’Urss) e che accettano gli

obblighi derivanti dalla Carta stessa.

- Gli organi previsti dalla Carta sono:

a) “l’Assemblea generale”, composta dai delegati di tutti gli Stati membri (massimo 5 per Stato), esercita il supremo potere cioè

elegge i membri non permanenti del Consiglio di sicurezza, quelli del Consiglio economico e sociale, del Consiglio di tutela e

della Corte internazionale di giustizia. 51

Essa ammette i nuovi membri ed esclude i membri inadempienti; tuttavia, almeno agli esordi, essa non ha un effettivo potere

decisionale ma solo poteri consultivi e di “pressione morale”.

b) Il “Consiglio di sicurezza” ha nelle mani la vera forza del potere decisionale dell’ONU; esso è composto da 11 membri di cui 5

permanenti (Usa, Urss, Cina, Inghilterra e Francia) ed hanno un potere immenso grazie al diritto di veto: nessuna decisione può

divenire definitiva senza l’approvazione all’unanimità dei cinque membri permanenti.

Compito del Consiglio di sicurezza è quello di salvaguardare la risoluzione pacifica dei conflitti, prima con un arbitrato

conciliativo, poi adottando misure di tipo economico ed infine, se necessario, con l’impiego della forza armata; per prendere

queste decisioni bisogna raggiungere la maggioranza dei voti favorevoli dei membri del Consiglio, quindi le 5 potenze permanenti

più due Stati non permanenti. Mentre l’Assemblea ha sedute annuali (in inverno, una sessione a gennaio e una ad ottobre, ciascuna

di un mese) i membri del Consiglio siedono insieme quasi ogni 15 giorni.

c) Il “Consiglio economico e sociale” era incaricato della cooperazione in tutte le materie che interessino il livello di vita

materiale e culturale degli uomini; con esso collaborano numerose “Istituzioni specializzate” tra cui il Fondo monetario

internazionale, la FAO (Organizzazione dell’alimentazione e dell’agricoltura), l’UNESCO (organizzazione per educazione,

scienza e cultura).

d) Il “Consiglio di tutela o di amministrazione fiduciaria” era incaricato di controllare i Paesi sotto mandato dalla vecchia SDN

che non avevano ancora ricevuto l’indipendenza e tutti i territori che richiedevano allora di essere posti sotto tutela.

e) Vi erano, inoltre, una “Corte internazionale di giustizia” e un “Segretariato”.

Nella prima assemblea (10 gennaio – 14 febbraio 1946) si riuscì ad eleggere il suo presidente, i membri non permanenti del

Consiglio di sicurezza ed il segretario generale (il socialista finlandese Trygve Lie, proposto dagli americani e accettato subito dai

russi dopo veti incrociati).

Successivamente si pose il problema delle ammissioni di nuovi membri: la Spagna fu scartata per il governo del generale Franco,

l’Urss pose il veto per l’ammissione di Portogallo, Irlanda e Transgiordania perché stati cattolici e legati strettamente

all’Inghilterra, furono ammessi Afghanistan, Svezia ed Islanda; oltre a questi vi era la candidatura dei 5 Paesi satelliti dell’Asse

(Italia, Finlandia, Romania, Bulgaria ed Ungheria) che fu perorata dall’Urss in blocco ma gli Usa si opposero all’entrata dei Paesi

dell’est e non se ne fece niente.

Fu ammesso subito il neonato stato di Israele, poi l’India, il Pakistan e lo Yemen.

Dei 51 stati iniziali, al 1948 se ne poterono aggiungere solo 9 per la politica dei veti incrociati.

I primi due anni della storia dell’ONU sono estremamente deludenti, poiché i continui veti tra i membri del Consiglio di sicurezza

intopparono continuamente il funzionamento di tutta l’Organizzazione, che solo raramente riusciva ad essere evitato.

Vi furono contrasti tra anglosassoni e russi per l’Armata Rossa in Azerbaigian (ai confini con l’Iran) e i russi si lamentarono

ugualmente per le truppe anglo-americane in Grecia e in Giordania; altro problema si ebbe con la Spagna poiché l’Urss e le

democrazie popolari dell’est premevano affinchè si intervenisse direttamente nel Paese per abbattere il regime franchista

(Inghilterra ed Usa contrari e Francia a favore), in seguito la Spagna sarebbe stata ammessa soltanto nel 1956 all’ONU.

Molto pesante fu il problema dell’energia atomica: a quel tempo solo Usa, Inghilterra e Canada conoscevano il segreto

dell’energia atomica e solo gli Stati Uniti avevano alcune bombe A; i capi dei tre governi suggerirono un’azione internazionale per

scongiurare l’uso militare dell’atomica e nel febbraio 1946 fu approvata dall’Assemblea dell’ONU la creazione di una

“Commissione per l’energia atomica”, gli americani proposero un’autorità di controllo al di fuori del diritto di veto per l’uso che

veniva fatto in tutti i paesi del materiale radioattivo, i sovietici rifiutarono e proposero un controllo da parte del Consiglio di

sicurezza con la distruzione di tutte le bombe in pochi giorni.

Gli americani, naturalmente, rifiutarono e all’inizio del 1948 la Francia suggerì l’aggiornamento sine die della Commissione

dell’energia atomica.

Occupazione della Germania e trattati con i Paesi satelliti all’Asse.

Abbiamo visto che la Conferenza di Mosca dell’ottobre ’43 vide Hull, Eden e Molotov decidere la costituzione di una

“Commissione Consultiva Europea” con sede a Londra ed incaricata di proporre i principi dell’azione alleata in Germania dopo la

Guerra; il lavoro di questa commissione fu però ostacolato dagli americani, i quali ritenevano che i problemi dell’occupazione

fossero solo di ordine militare.

L’Inghilterra propose nel gennaio 1944 un accordo sulle zone di occupazione: all’Urss, che accettò subito, andava la zona est con

il 40% del territorio ed il 36% della popolazione, gli inglesi occupavano la zona nord compresa la Ruhr e gli americani a sud nei

territori limitrofi alla Francia, Berlino era ulteriormente divisa in tre zone; Roosevelt, escluso dalla Ruhr e con le comunicazioni

dell’esercito dipendenti dalla Francia, propose uno scambio delle zone inglese e americana, poi accettò il progetto nel febbraio

1945, ottenendo alcune modifiche alle due zone e l’accesso ai militari americani nei porti del nord-ovest della Germania, in zona

britannica.

Per quanto riguarda la Francia, la sua partecipazione all’occupazione era stata perorata dagli inglesi e a Yalta essa era stata

accettata da Roosevelt e Stalin; la zona di occupazione francese fu prelevata da quella inglese e, con alcune difficoltà, da quella

52

americana; essa comprendeva la Saar e il Palatinato, a Berlino i sovietici non concessero parte della loro zona e quella francese fu

ottenuta solo da quelle inglese ed americana.

Il 5 giugno 1945 vi fu una dichiarazione alleata che affermava l’assunzione del potere in Germania da parte degli Alleati e così

alla conferenza di Potsdam l’occupazione della Germania era stata completamente organizzata; a questa conferenza vi furono

parecchie rivendicazioni sui territori tedeschi da parte di Olanda, Belgio, Lussemburgo, Polonia e Cecoslovacchia, in settembre De

Gaulle chiese un distaccamento della Renania e della Ruhr dalla Germania, ponendole sotto controllo internazionale, e soprattutto

chiese il distaccamento della Saar e il controllo della Francia su quella regione.

Nel luglio 1946 vi fu una parziale annessione francese della zona e nel dicembre la Francia isolò la Saar con il resto della zona di

occupazione con un cordone doganale.

Alle quattro potenze occupanti si presentavano una serie di gravi problemi di ordine politico (elaborazione di un trattato di pace,

fusione delle zone, formazione di un governo tedesco ) ed economico (riparazioni, contenimento dell’industria tedesca) e ognuno

di esse aveva soluzioni diverse.

Conformemente agli accordi di Potsdam fu organizzata a Parigi una riunione del “Consiglio dei ministri degli Esteri” a partire

dall’aprile 1945: in questa sede Molotov si espresse favorevolmente circa l’unificazione della Germania (contro il parere francese

che non voleva un’amministrazione unica in Germania) e contro le rivendicazioni francesi sulla Saar; gli anglo-americani,

favorevoli ad una unificazione amministrativa, decisero prima una unificazione economica delle loro zone di occupazione, al fine

di ridurre i costi molto elevati del loro mantenimento.

Per quanto riguarda le riparazioni, la “Commissione delle riparazioni” decisa a Potsdam si riunì a Mosca tra novembre e dicembre,

il suo atto finale si ebbe nel gennaio 1946 a Parigi.

Si decise di non effettuare riparazioni a lungo termine per non ripetere l’errore del primo dopoguerra, bensì di operare, come

abbiamo detto, massicci trasferimenti di fabbriche e macchinari dalle rispettive zone di occupazione, usando la produzione

corrente della Germania per risanare la dissestata bilancia dei pagamenti del Paese; i russi, che prelevavano anche dalla

produzione corrente e che ottenevano anche il 5% di ciò che era prelevato nelle altre zone, smantellarono fino al marzo ’46 più di

4.000 fabbriche e in seguito decisero di deportare in Unione Sovietica anche alcuni operai specializzati come “volontari”.

La Francia, anch’essa in condizioni difficili, reclamava maggiori quantità di carbone dalla Ruhr, gli anglo-americani, invece, date

le difficoltà nei trasporti e i deficit delle loro zone che pesavano sulle loro tasche, cercavano di non applicare integralmente il

piano delle riparazioni per favorire una ripresa dell’industria tedesca ed un risanamento della bilancia.

Il livello dell’economia tedesco fu fissato a circa la metà di quello della Germania del 1938.

- Per quanto riguarda i trattati con i satelliti della Germania, si è visto come a Potsdam il compito fu affidato al “Consiglio dei

ministri degli Esteri” e le proteste francesi per la clausola che prevedeva la discussione solo per quegli stati firmatari della

discussione di resa.

Si decise, quindi, che gli Usa non avrebbero partecipato alle trattative con la Finlandia e la Francia sarebbe stata ammessa solo

nelle trattative del Trattato di pace con l’Italia.

Partendo con l’elaborazione del trattato con l’Italia fatto dai Quattro alleati, si arrivò alla Conferenza di Parigi dal luglio all’ottobre

1946, che riunì i ventuno paesi che avevano contribuito alla vittoria.

La firma dei cinque Trattati ebbe luogo solennemente a Parigi il 10 febbraio 1947.

Per quanto riguarda il problema dell’occupazione di Tangeri da parte delle truppe spagnole nel giugno 1940, nel settembre 1945

gli Alleati intimarono al governo di Franco di evacuare la zona, cosa che gli spagnoli fecero immediatamente; a Tangeri tornò a

governare l’amministrazione territoriale stabilita nel ’23, anche se con più rappresentanti sovietici ed americani.

- Il trattato con l’Italia fu discusso a partire dal 18 gennaio 1946: la Francia non ebbe pretese sulla Val d’Aosta ma vi furono solo

delle piccole rettifiche di frontiera e l’annessione di due paesi di neanche cinque mila abitanti, Tenda e Briga (un plebiscito accettò

anche l’annessione alla Francia); le rivendicazioni austriache sull’Alto Adige (o sud Tirolo) non furono considerate, mentre più

pesanti furono le perdite ad est.

Le truppe jugoslave occuparono quasi tutta la Venezia-Giulia, compresa Trieste, e si ritirarono solo dopo una forte pressione

anglo-americana nel giugno 1945; gli jugoslavi erano appoggiati dai russi e per la questione si adottò un compromesso che

prevedeva l’adozione della “linea francese” proposta da Bidault, con Gorizia e Monfalcone all’Italia e la zona di Trieste divisa in

due zone sotto controllo e con uno statuto internazionale (zona A, compresa Trieste, anglo-americana e zona B jugoslava); il

Consiglio di Sicurezza dell’ONU non riuscì a nominare un governatore per le due zone, poi l’Urss e la Jugoslavia respinsero, alla

vigilia delle elezioni italiane dell’aprile ’48, una proposta alleata di cedere la zona occupata all’Italia, quindi lo status quo fu

mantenuto.

Per quanto riguarda le clausole sulle riparazioni previste dal trattato di pace, esse furono attenuate dall’atteggiamento degli anglo-

americani, i quali restituirono i beni e il naviglio confiscati all’Italia e rinunciarono al rimborso dei debiti di guerra e alle navi

assegnate loro dal trattato; l’Urss, invece, si prese il naviglio che le spettava e pose il veto per l’ammissione dell’Italia alle Nazioni

Unite.

L’esercito, la marina e l’aviazione furono limitati; le colonie di Albania ed Etiopia ridivennero indipendenti, Rodi e il 53

Dodecanneso erano resi alla Grecia, per le colonie conquistate precedentemente (Libia, Somalia ed Eritrea) non si pervenne ad

alcun accordo.

- Dal 12 settembre 1944 (armistizio russo-rumeno) la Romania era occupata dalle truppe sovietiche.

Nel febbraio ’45 vi fu un colpo di stato che spazzò via il blocco dei partiti democratici e instaurò un regime di “democrazia

popolare” filoguidato dai comunisti sovietici.

Nel dicembre 1947 re Michele fu costretto ad abdicare e successivamente il “Consiglio dei Quattro ministri degli Esteri” (Parigi,

aprile – luglio1946) fissò le frontiere rumene a quelle del 28 giugno ’40, prima dell’attacco tedesco all’Urss e l’arbitrato di

Vienna del ’40 era dichiarato nullo; quindi la Romania recuperava tutta la Transilvania ma lasciava all’Urss la Bessarabia e la

Bucovina settentrionale e alla Bulgaria la Dobrugia meridionale, ottenendo così solo un limitato sbocco sul mare.

Gli armamenti e l’esercito furono ridotti e gli Alleati si impegnarono a ritirare le forze di occupazione (non l’Urss, che manteneva

soldati necessari ad assicurare il collegamento con l’Austria occupata), i beni alleati erano restituiti ai proprietari e l’Unione

Sovietica riceveva una forte indennità.

- Per quanto riguarda la Bulgaria, la politica interna era diretta da un “Fronte patriottico” dominato dai comunisti e nel settembre

1946 un plebiscito costrinse il Re Simeone ad abbandonare il Paese.

Il trattato di pace prevedeva clausole politiche, economiche e militari simili a quelle del trattato rumeno; sul piano territoriale, la

Bulgaria otteneva la Dobrugia meridionale ai danni della Romania e non otteneva nulla nella Tracia greca, non poteva costruire

fortificazioni sul confine greco e pagava danni di guerra alla Grecia e alla Jugoslavia.

- La situazione dell’Ungheria era abbastanza particolare: dal marzo ’44 i tedeschi costituirono un nuovo governo e l’armistizio

con l’Urss si ebbe solo nel gennaio ’45, quindi le clausole della pace furono più dure: l’Austria e la Jugoslavia recuperavano i

territori persi nel ’38, l’Urss annetteva la Rutenia subcarpatica, il “primo arbitrato di Vienna” del novembre ’38 fu annullato e di

conseguenza la Cecoslovacchia riprendeva la Slovacchia meridionale e la Romania la Transilvania; l’esercito fu ridotto e la Russia

manteneva truppe di occupazione per “mantenere i rifornimenti con la zona occupata dai sovietici in Austria”, le riparazioni

furono sostanziose.

Il 5 novembre 1945 si svolsero delle libere elezioni che diedero la vittoria al partito dei piccoli proprietari, con i comunisti che non

arrivavano al 20% dei voti.

Nel febbraio 1945 vi fu un accordo con la Cecoslovacchia imposto dall’Unione sovietica che prevedeva uno scambio di

popolazioni tra slovacchi ed ungheresi; il governo di Praga era libero di espellere tutti gli ungheresi “criminali di guerra” per

slavizzare la regione, al contrario gli slovacchi in Ungheria partivano solo se essi lo desideravano; per contro gli ungheresi

cacciarono i tedeschi dal loro territorio.

- La Cecoslovacchia sembrava godere di una posizione più favorevole rispetto agli altri Paesi dell’est europeo. Nel dicembre

1943, durante l’occupazione tedesca, il presidente Benes si era recato a Mosca e aveva firmato un trattato di alleanza militare con

l’Urss che non prevedeva una pace separata dei due Paesi con la Germania; due anni dopo, nel giugno ’45, la Cecoslovacchia

cedeva all’Urss la Rutenia sub-carpatica, essendosi rafforzata la presenza comunista nel Paese.

Nonostante ciò, Benes intendeva essere una sorta di mediatore tra gli anglosassoni e l’Unione Sovietica, mantenendo

un’autonomia dai due schieramenti che si andavano formando.

Questa politica fallì quando, guidato da Gottwald, il partito comunista prese totalmente il potere con il “Colpo di Praga” nel

febbraio 1948, facendo passare la Cecoslovacchia nel campo sovietico.

- Abbastanza complessa risultava la situazione della Polonia.

A Potsdam si era parlato di uno slittamento ad ovest dei suoi confini a danno della Germania e, nonostante gli anglo-americani

considerassero ciò un accordo provvisorio, i due Paesi interessati siglarono un accordo firmato a Mosca il 17 agosto 1945 (dopo

Potsdam) che pose fine alla questione delle frontiere ad est: la Polonia lasciava tutti i territori ucraini e bielorussi all’Urss, la

frontiera seguiva quasi perfettamente la “linea Curzon” del 1919, la Prussia orientale era divisa tra i due Paesi; ad ovest i polacchi

si rifacevano prendendo dalla Germania la Pomeriana e la Slesia con tutto le sue risorse e l’industria metallurgica, fissando il

confine sull’Oder.

In questo modo la Polonia acquisiva più di 500 km. di coste sul mar Baltico e i tedeschi presenti sui nuovi territori furono espulsi

(2 milioni) e sostituiti con coloni polacchi, mentre molti furono rimpatriati dai territori ceduti all’Unione Sovietica.

Altro problema spinoso per la Polonia era quello del governo, essendoci il governo in esilio a Londra, quello di Lublino del

"Comitato polacco di liberazione nazionale” appoggiato dall’Urss.

Il governo in esilio a Londra aveva ripreso i rapporti con l’Urss dopo l’attacco tedesco ai sovietici, in seguito vi era stata la rottura

a causa della faccenda delle “fosse di Katyn” e nell’aprile 1943 le relazioni con Mosca furono nuovamente interrotte; nel gennaio

1944 compaiono i primi nuclei del “Comitato polacco di liberazione nazionale” di matrice comunista che pose la sua sede a

Lublino finchè, il 18 gennaio 1945, esso si insediò a Varsavia e prese il nome di “governo provvisorio della repubblica polacca”,

già precedentemente riconosciuto dai russi.

Precedentemente, era fallito un tentativo di unione tra i due governi in occasione della visita di Churchill a Mosca nell’ottobre ’44,

poi il progetto fu ripreso a febbraio durante la Conferenza di Yalta e iniziarono dei negoziati infruttuosi tra il governo di Londra e

Mosca (la Polonia non fu rappresentata a San Francisco e alcuni esponenti democratici furono arrestati dall’Armata Rossa);

nonostante le difficoltà i negoziati proseguirono e il 29 giugno 1945 fu costituito un “governo provvisorio polacco di unità

54

nazionale” che vedeva tuttavia occupare i posti chiave dai comunisti.

Il governo fu riconosciuto dagli occidentali, ma in realtà si trattava di una grande vittoria della diplomazia sovietica; infatti le

elezioni del 19 gennaio 1947 diedero una schiacciante maggioranza ai comunisti e i rappresentanti “londinesi” dell’ex governo

fuggirono in Inghilterra poco tempo dopo.

- Sempre nell’est europeo fonte di contrasti fu la regolamentazione della navigazione sul Danubio, fiume che parte dall’Austria e

arriva al Mar Nero; nel primo dopoguerra il fiume era controllato da una commissione europea e da una internazionale, in seguito

Hitler ne fece un fiume tedesco e, dopo la guerra, la supremazia passò sicuramente ai russi.

Su pressioni del Presidente americano Truman, che voleva abbattere le barriere doganali in Europa, a Potsdam l’Urss accettò che

nei Trattati con i “satelliti” della Germania fosse inserita una clausola che prevedeva la navigazione libera sul Danubio a tutte le

navi mercantili di tutti gli Stati, inoltre si decise la convocazione di una conferenza internazionale sul problema; essa si riunì a

Belgrado nel giugno 1948 con tutti gli Stati rivieraschi più Francia, Inghilterra e Usa: essendo gli Stati comunisti in maggioranza,

riuscì a passare il progetto sovietico che prevedeva la soppressione delle commissioni europea ed internazionale e il controllo del

fiume da parte dei soli stati rivieraschi, estromettendo così gli occidentali.

Anche la Finlandia ebbe pesanti ripercussioni dopo la sconfitta tedesca: il trattato con la Russia firmato nel settembre 1944

prevedeva la cessione ai sovietici di importanti territori e la negazione di uno sbocco sul Oceano Artico; l’esercito, la marina e

l’aviazione furono parecchio ridimensionati e fu imposto alla Finlandia il pagamento di onerose riparazioni.

Il Medio Oriente e la Lega Araba.

Le origini della Lega Araba possono senz’altro ricercarsi nel trattato del 2 aprile 1936 tra l’Arabia Saudita e l’Iraq, il “Trattato di

fraternità e di alleanza araba”, il quale prevedeva una collaborazione tra i due Paesi al fine di unificare la cultura arabo-islamica e

le organizzazioni militari.

A questa unione si associò lo Yemen, un mese dopo l’Egitto firmò un trattato di amicizia con l’Arabia Saudita; durante la Seconda

Guerra Mondiale gli inglesi, desiderosi di stabilire una zona di influenza economica in tutto il Medio Oriente, favorirono un

ulteriore unione del mondo arabo e quando l’Asse fu scacciato dall’Africa fu l’Egitto a prendere l’iniziativa dell’Unione.

Vi furono importanti incontri al Cairo dal luglio 1943 al febbraio 1944 tra rappresentanti di Egitto, Transgiordania, Siria, Iraq,

Libano e Arabia Saudita; finalmente, dal 25 settembre al 10 ottobre 1944 si riunì ad Alessandria una Conferenza preparatoria per

l’Unione degli Stati Arabi sotto la presidenza del leader egiziano Nahas Pascià.

Fu firmato un protocollo in cui si prevedeva la creazione di una “Lega degli Stati Arabi” che sarebbe stata guidata da un Consiglio

dove tutti i Paesi sarebbero stati ugualmente rappresentati e, tramite una stretta cooperazione (anche finanziaria ed economica),

avrebbe difeso la loro indipendenza da qualsiasi aggressione; sulla questione palestinese si schieravano a fianco degli Arabi di

Palestina, proponendo anche la creazione di un “Fondo nazionale arabo” per acquistare terre in Palestina.

La “Carta della Lega” fu firmata al Cairo il 22 marzo 1945 dai rappresentanti dei sei Paesi arabi.

La prima questione che la Lega araba si trovò ad affrontare, riportando un incontestabile successo, fu quella della concessione

della piena autonomia alla Siria e al Libano da parte della Francia; i francesi di De Gaulle dovevano applicare l’accordo che

prevedeva la cessione dei poteri nei due Paesi alle autorità siriane e libanesi, fino ad arrivare alla completa indipendenza.

Tuttavia la Francia voleva avere delle garanzie sui suoi interessi economici e strategici e le trattative erano svolte in un clima di

tensione; nel maggio 1945 ripresero i negoziati e, in maniera molto inopportuna, vi fu un rafforzamento delle truppe francesi sul

territorio, provocando violenti scontri e uno sciopero generale in Siria e Libano, diversi manifestanti furono uccisi.

Churchill, allora, mandò un vero e proprio ultimatum al governo di De Gaulle, invitando il presidente a far ritirare i soldati nelle

caserme per evitare scontri tra truppe inglesi e francesi nella regione; i francesi dovettero accettare a malincuore e si rafforzò l’idea

nell’opinione pubblica transalpina che l’Inghilterra approfittasse della debolezza della Francia per estrometterla dal Medio

Oriente.

In dicembre fu raggiunto un accordo franco-inglese sull’evacuazione delle truppe, Libano e Siria protestarono all’ONU per la

lentezza del ritiro e furono appoggiate soprattutto dall’Urss; la decisione delle potenze occidentali era dovuta in parte a non voler

lasciare ai sovietici un margine per estendere la loro influenza nella regione mediorientale, forse vi furono anche pressioni

americane, in ogni caso al 31 agosto 1946 vi fu la fine dell’evacuazione delle truppe franco-inglesi dal Libano e dalla Siria, ora

completamente indipendenti.

La lega araba si occupò anche della Libia, dichiarando che gli arabi si sarebbero fermamente opposti ad un “trusteeship” sulla

regione o ad un ritorno degli italiani.

- Nello stesso periodo vi fu anche uno sforzo dell’Egitto per acquistare una piena autonomia dall’Inghilterra e annettere il Sudan,

anche in ragione dell’atteggiamento “coraggioso e corretto” tenuto dagli egiziani durante la Guerra; al fine di ottenere una

completa autonomia bisognava ritrattare l’accordo del 1936, chiedendo l’evacuazione delle truppe britanniche dal Paese.

I negoziati, svolti con Bevin del nuovo governo Attlee, iniziarono nel maggio 1946 in un clima di fervore nazionalista in Egitto

con scioperi generali e scontri organizzati dal Wafd, partito che era stato di nuovo estromesso dal governo dal Re Farouk per

corruzione dopo il “colpo di stato” inglese che lo aveva portato al potere nel ’42. 55

I britannici sembrarono ben disposti ad uno spostamento di truppe dal Cairo a Suez, ma le trattative si infransero sulla questione

del Sudan, in quanto gli inglesi non intendevano cederlo così presto;

in dicembre i negoziati furono interrotti, anche grazie alle pressioni molto esigenti del Wafd e nel luglio 1947 l’Egitto fece anche

appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, senza ottenere nulla.

- Anche in Iraq vi fu un fallimento della politica inglese: questi avevano pensato di favorire la formazione della Lega Araba per

mantenere grazie ad essa una zona di influenza, rafforzata da una serie di trattati bilaterali con i Paesi dell’area mediorientale.

Con l’Iraq fu firmato un trattato nel gennaio 1948 che lasciava agli inglesi importanti vantaggi strategici sul territorio; alla notizia

della firma, gli elementi nazionalisti organizzarono una sommossa e il Consiglio dei Ministri rifiutò di ratificare l’accordo,

respingendo il nuovo trattato.

Ancora una volta la Gran Bretagna subiva uno scacco clamoroso in Medio Oriente.

Tuttavia, dopo il ritiro da Libano e Siria e il fallimento dei colloqui con l’Egitto e l’Iraq, vi fu un importante accordo con la

Transgiordania siglato dagli inglesi il 22 marzo 1946: si riconosceva la totale indipendenza della Transgiordania ma le truppe

britanniche potevano stazionare nel Paese; naturalmente vi erano privilegi economici per gli inglesi, molto legati all’emiro

Abdullah.

- In linea generale, il fallimento della politica inglese in Medio Oriente può essere attribuito all’azione indiretta dell’Urss in

questo settore: indiretta perché i partiti comunisti non erano forti nell’area, ma i sovietici intervenivano tramite la propaganda, con

le visite dei patriarchi ortodossi nei luoghi Santi, l’esaltazione dei nazionalismi e con l’influenza dei musulmani sovietici sui

musulmani del luogo; un intervento sovietico diretto si ebbe solo in Iran, Grecia e Turchia.

In Iran, com’era stato deciso alla conferenza di Teheran, si sarebbe dovuta avere l’evacuazione delle truppe occupanti sei mesi

dopo la fine della Guerra (marzo 1946), gli inglesi si dissero d’accordo ma i sovietici mantennero le loro forze, sostituendo i

militari a Teheran con dei civili;

nell’agosto 1945 il partito filo-comunista “Tudeh” organizzò in Azerbaigian una rivolta, impadronendosi degli edifici pubblici con

l’appoggio delle truppe sovietiche.

Il 12 dicembre 1945 fu proclamata la “Repubblica autonoma di Azerbaigian”, escludendo ogni ingerenza da parte del potere

centrale di Teheran e ponendo gli anglosassoni di fronte al fatto compiuto; pochi giorni dopo, sempre con l’appoggio sovietico,

nacque la “Repubblica popolare curda” e nell’aprile ’46 i due nuovi governi firmarono un trattato di alleanza militare.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, investito dall’Iran del problema, manifestò la propria impotenza proponendo dei negoziati

diretti russo-iraniani; questi si svolsero nel febbraio ma non approdarono a nulla di concreto e, quando nel marzo le truppe anglo-

americane evacuarono l’Iran, quelle sovietiche rimasero nel Paese.

Il Consiglio di Sicurezza discusse nuovamente il problema e i russi decisero improvvisamente di ritirarsi, siglando il 14 giugno

1946 un accordo con il governo iraniano che prevedeva il ritiro dell’Armata Rossa; la vittoria sovietica più importante fu che

l’Iran accettò di esercitare in pratica una sovranità solo nominale in Azerbaigian e che alcuni membri del partito “Tudeh” furono

ammessi nel governo di Teheran, avvicinando sempre più il paese alla sfera d’influenza russa.

La reazione anglo-americana non si fece attendere e capovolse completamente la situazione: in agosto gli inglesi favorirono nel

sud del Paese delle rivolte contro il partito “Tudeh”, riuscendo ad ottenere l’espulsione dei ministri filo-comunisti dal governo e

l’arresto di molti esponenti a Teheran.

Sentendosi appoggiato dagli anglo-americani, il governo iraniano decise di riconquistare l’Azerbaigian; qui le truppe di Teheran

furono accolte con entusiasmo dalla popolazione scontenta del regime e il 14 dicembre 1946 il governo comunista azero crollò,

molti ministri furono fucilati.

In questa occasione è difficile spiegare la mancata reazione russa, forse a Mosca vi era ancora la speranza della ratifica

dell’accordo di giugno che implicava importanti concessioni petrolifere; ma, sotto pressione anglo-americana, il parlamento

iraniano non ratificò l’accordo e ancora una volta i russi non intervennero, lasciando campo libero all’invio di una missione

militare americana in Iran.

- In Turchia, la pressione sovietica fu egualmente molto forte.

I sovietici fecero pressanti richieste alla Turchia circa la modifica della “Convenzione di Montreax” sugli Stretti del 1936 e sulla

restituzione dei distretti di Kars e Ardahan, ceduti ai turchi dopo la lotta del neo stato sovietico con Ataturk.

Nel novembre 1945, su iniziativa di Truman, vi fu ai russi una proposta turco-anglo-americana che prevedeva la libertà di

navigazione per le navi da guerra dei Paesi rivieraschi sul Mar Nero (ricordiamo che Montreux stabiliva dei limiti alla circolazione

delle navi da guerra sugli stretti, anche se con dei vantaggi per i Paesi rivieraschi); i russi rifiutarono questa proposta e chiesero

che la difesa degli Stretti potesse essere assicurata dalla Russia e dalla Turchia insieme, ciò che gli avrebbe permesso di

controllare gli Stretti, da sempre sogno della politica estera degli Zar.

Gli occidentali, naturalmente, rifiutarono fermamente e la pressione sovietica si spostò sulla questione di Kars e Ardahan,

pressando per un “orientamento più amichevole della politica estera turca”; queste velate minacce suscitarono la promessa di un

aiuto militare americano alla Turchia.

- In Grecia si sviluppò un pericoloso focolaio e il Paese divenne terreno di scontro tra i comunisti e i monarchici appoggiati dal

governo inglese; ricordiamo che, secondo gli accordi di Mosca tra Churchill e Stalin dell’ottobre ’44, la Grecia faceva parte della

zona di influenza anglosassone e l’Urss non intervenne direttamente, bensì si pensa che sicuramente appoggiò i comunisti greci

56

dietro azioni degli jugoslavi e dei bulgari.

Durante l’occupazione italo-tedesca si svilupparono in Grecia gruppi di resistenza partigiana, dei quali il principale era il

comunista EAM (Fronte di Liberazione Nazionale); essi si opponevano al governo monarchico rifugiato al Cairo.

Dopo la capitolazione italiana, i gruppi si impossessarono delle armi e si accrebbero i contrasti tra partigiani comunisti e moderati;

tuttavia nell’ottobre 1944 gli inglesi occuparono Atene ed imposero alle forze partigiane l’autorità del governo greco, cercando di

mantenere l’ordine in attesa delle organizzazione di libere elezioni.

Queste elezioni si ebbero il 31 marzo 1946 sotto la sorveglianza di osservatori internazionali, non russi; i monarchici ebbero la

meglio e la vittoria fu confermata anche da un successivo plebiscito; il re Giorgio II rientrò ad Atene, ma l’EAM dichiarò che le

elezioni erano state falsate dagli anglosassoni per instaurare un governo monarchico-fascista non voluto dal popolo greco.

La questione fu affrontata dall’ONU nel maggio del ’47 ma non si ebbe alcuna conclusione; all’inizio del ’47, quindi, la guerra

civile tra i due opposti schieramenti continuava furiosamente nel Paese.

Il dopoguerra in Estremo Oriente.

Dopo la capitolazione giapponese, gli americani proposero la creazione di una “Commissione consultiva per l’Estremo Oriente”

con la partecipazione di Cina, Urss, Inghilterra, Canada, Australia, Francia, Olanda, Nuova Zelanda e Filippine (“consultiva”

poiché gli Usa rifiutavano di dividere la propria autorità sul Giappone con gli altri alleati); vi furono per questo delle proteste

inglesi, che reclamava poteri deliberanti e la partecipazione autonoma dell’India, e successive proteste sovietiche sulla gestione

dell’occupazione americana in Giappone.

Durante la Conferenza dei Ministri degli Esteri che si tenne a Mosca nel novembre – dicembre 1945 fu istituita la “Commissione

per l’Estremo Oriente” con i Paesi suddetti e l’India, con sede a Tokyo e a Washington, inoltre fu creato un “Consiglio alleato per

il Giappone” presieduto da Mac Arthur e con un membro cinese, uno sovietico ed uno per Inghilterra, Australia, Nuova Zelanda e

India; questo Consiglio aveva lo scopo di assistere Mac Arthur che, in realtà, rappresentava in Giappone l’unica autorità del potere

esecutivo e le due Commissioni non ebbero che un ruolo molto ristretto.

Forte fu la tensione tra Mac Arthur e il delegato sovietico, spesso appoggiato dal cinese e dall’inglese contro la politica dittatoriale

del generale americano; in queste condizioni fu impossibile negoziare nelle due Commissioni un trattato di pace per il Giappone.

La politica degli Usa sul Giappone fu presentata in un documento accettato dal presidente Truman pochi giorni dopo la resa

nipponica: esso prevedeva la democratizzazione dello Stato giapponese, la distruzione dei grandi consorzi familiari dominanti e

l’organizzazione dell’occupazione militare anche al fine di assicurare il prelievo delle riparazioni.

Per quanto riguarda il territorio, il Giappone perdeva tutti i territori sul continente asiatico:

la Cina acquistava la Manciuria e l’isola di Formosa, la Corea sarebbe divenuta indipendente, l’Urss otteneva parecchi vantaggi,

riacquistava i diritti anteriori alla sconfitta del 1905 (se la Cina fosse stata d’accordo), riprendeva Port Arthur e le isole Curili, in

Mongolia Esterna si manteneva lo status quo e le ferrovie della Manciuria sarebbero state amministrate da una società Cino-

sovietica;

il Giappone perdeva anche i territori presi alla Germania nel 1914.

- La sconfitta giapponese, in teoria, restituiva al Kuomintang di Chiang Kay-shek tutti i territori cinesi anteriori al 1932, tuttavia il

problema fu l’azione dell’Urss in Manciuria e la guerra civile che vedeva contrapposto il partito nazionalista con i comunisti di

Mao Tsè-tung.

Il 14 agosto 1945 furono siglati 5 importanti accordi cino-sovietici riguardanti anche la Manciuria.

Vi era un’alleanza diretta contro il Giappone, l’istituzione di una compagnia russo-cinese per la ferrovia in Manciuria,

l’amministrazione in condominio di Port Arthur con la difesa affidata all’Urss, la regolazione dei problemi nelle province orientali

della Cina occupate dalle forze sovietiche; scambi di note decisero che la Manciuria e il Sinkiang sarebbero rimasti cinesi, mentre

la sorte della Mongolia Esterna sarebbe stata decisa da un plebiscito.

Tuttavia la situazione in Manciuria non fu semplice: i russi occuparono rapidamente l’intera Manciuria e fecero prigionieri

600.000 giapponesi, inoltre dichiararono di voler smantellare tutte le industrie giapponesi nella regione (industrie pesanti che

sarebbero andate pericolosamente in mano cinese) e facilitarono la penetrazione di comunisti cinesi nella regione, i quali si

impadronirono di enormi quantità di armi giapponesi, utili nella loro lotto contro Chiang Kay-shek.

In Manciuria furono creati dappertutto dei “governi del popolo”, il governo nazionale cinese reagì penetrando in parte della

Manciuria e i russi accettarono per il momento questa situazione; alla conferenza di Mosca nel dicembre 1945 non si pervenne ad

alcun accordo tra russi ed americani sulla data di evacuazione della Cina.

I russi completarono l’evacuazione della Manciuria nell’aprile 1946, subito dopo si consolidarono le posizioni: i comunisti cinesi

crearono uno Stato autonomo al nord, operando però anche azioni di disturbo nella Manciuria del sud controllata dalle truppe

nazionaliste.

Ma il conflitto tra le due fazioni si estendeva dappertutto in Cina; gli americani tentarono di arrivare ad una mediazione e per tutto

il ’46 il generale Marshall fu nel Paese per mediare un accordo tra comunisti e nazionalisti; nondimeno, il governo americano

forniva enormi quantità di materiale bellico a Chiang Kay-shek e questo portò alle proteste dei comunisti e alla rottura del “cessate

il fuoco” che Marshall era riuscito ad ottenere; inoltre i nazionalisti, forti dell’appoggio americano, non avevano alcuna intenzione

57

di dividere anche una minima parte del potere con i nazionalisti.

Nel gennaio ’47 Marshall abbandonò la mediazione e la guerra riprese, riportando in quell’anno le ultime vittorie dei nazionalisti,

sempre più impopolari tra la popolazione cinese.

Nascita dei due blocchi: politica di contenimento e piano Marshall.

- Dopo le tensioni del 1946 (situazione in Grecia e Azerbaigian, non mobilitazione sovietica in Europa orientale, inizio della

guerra di Indocina) si accentuò il contrasto tra americani e russi e si prese in considerazione la possibilità di uno scontro diretto.

Lo scontro divenne evidente durante la formazione dell’amministrazione di Berlino: già nel 1945 vi erano state delle elezioni che

avevano visto i comunisti sconfitti, ora si doveva eleggere il sindaco.

Le elezioni si svolsero nel settembre 1946 e i russi proposero di formare una sorta di “cartello di sinistra” con l’unione di socialisti

e comunisti in un partito operaio, il SED, tuttavia i socialisti guidati da Wiily Brandt rifiutano e gli spogli danno il 40% dei voti ai

socialisti, il 20% al SED e il 20% ai popolari, il resto a formazioni minori; ai socialisti, dunque, spettava la scelta se allearsi con i

comunisti o i popolari ed essi formarono l’amministrazione con i popolari.

Una volta nominato il sindaco, però, i russi non lo riconoscono nella loro zona e si ha dunque una prima divisione di Berlino,

poiché il sindaco si insedia solo nelle tre zone occidentali.

Questa decisione sovietica può essere spiegata con l’analisi della situazione interna dell’Urss in quel periodo: dopo la Guerra, i

militari acquistarono molto potere per aver salvato lo Stato, durante la Guerra vi è stato un enorme trauma in tutta la Russia per

l’invasione tedesca (loro ricordano la seconda guerra mondiale come la “Grande Guerra patriottica”) e Stalin si trova a gestire una

situazione molto particolare, in quanto il gruppo dirigente sovietico è messo sotto accusa per non aver saputo gestire i rapporti con

il mondo occidentale.

A questo punto, Stalin decide di tornare alle vecchie concezioni: riconferma il Partito come unica guida del Paese, organizza un

nuovo piano quinquennale come sfida alla rincorsa all’occidente, lo Zar e la sua eroica difesa contro Napoleone sono presto

dimenticati e si riparla della missione sovietica contro il capitalismo, dopo la chiusura del Komintern da parte dello stesso Stalin

nel ’43.

Tuttavia, per rendere questo progetto possibile, bisognava creare un’aura di ostilità intorno agli ex alleati, facendo andare l’Urss in

rotta di collisione con l’occidente e ponendo fine alle speranze rooseveltiane di una democratizzazione della Russia dopo il

conflitto.

Il 9 febbraio 1946 Stalin pronuncia un discorso in cui dichiara questa svolta nella politica dell’Unione Sovietica, che coglie

l’Inghilterra e gli Stati Uniti di sorpresa, Churchill parla per la prima volta di un “sipario di ferro” calato in Europa, mentre

nell’amministrazione americana si assiste ad una evoluzione con l’epurazione da parte di Truman degli elementi meno realistici.

La prima fase di questa evoluzione è segnata da una politica più energica e dalla sostituzione di Byrnes con Marshall, richiamato

dalla Cina nel gennaio ‘47; in un discorso alle Camere riunite in seduta comune, Truman parlò della gravità della situazione

internazionale e chiese di votare un aiuto di 400 milioni di dollari per la Grecia (in cui vi era una guerra civile e l’Inghilterra aveva

dichiarato di non poter mantenere il suo aiuto) e la per la Turchia (minacciata dai russi per gli Stretti): questi aiuti dovevano essere

anche di carattere militare, al fine di impedire l’instaurazione di regimi totalitari, come era già avvenuto in Polonia, Romania e

Bulgaria.

Inizia in questo modo la cosiddetta “Politica di Contenimento” altrimenti detta “dottrina Truman”: nell’Europa dell’est gli

americani accettarono la supremazia sovietica, ma iniziarono una serie di azioni, soprattutto di aiuto economico, volte a frenare

l’avanzata del comunismo non solo in Europa, ma in ogni parte del Mondo.

Il Congresso votò gli aiuti nell’aprile ’47, un mese dopo il discorso del presidente.

- In concomitanza con la dichiarazione di Truman e della svolta nella politica americana, si apriva a Mosca, il 10 marzo 1947, la

Conferenza dei Ministri degli Esteri; queste riunioni erano fatte periodicamente dai vincitori alternando la sede nelle capitali dei

quattro Stati.

In questa conferenza non vi furono accordi sostanziali e furono palesemente mostrati i disaccordi probabilmente insanabili tra

sovietici ed occidentali: mentre i russi (appoggiati in questo caso dai francesi) volevano un Germania fortemente decentralizzata,

americani ed inglesi optavano per un governo federale forte che controllasse aspetti importanti della politica dei Land; inoltre, i

russi chiedevano ancora ingenti somme di riparazione che, come detto, erano prelevate in natura e quindi privavano la Germania

di un’industria e riducevano la produzione, al contrario americani ed inglesi avevano fatto importanti sovvenzioni nelle loro zone e

chiedevano che la produzione tedesca fosse aumentata per divenire autonoma al più presto.

Molotov protestò contro la bizona creata da inglesi ed americani e alla fine della Conferenza ci si rese conto tacitamente della

concreta possibilità della formazione di due Stati tedeschi.

A Mosca si parlò anche dell’Austria (i russi volevano la cessione della Carinzia alla Jugoslavia ma fu rifiutata dagli occidentali) e

si pose il problema dei beni tedeschi in Austria che dovevano passare alla Russia a titolo di riparazioni, anche quelli confiscati e

acquisiti illegalmente, secondo i russi, mettendo in questo modo sotto controllo sovietico gran parte dell’economia austriaca.

In definitiva si può affermare che la Conferenza fu un fallimento e le prime ripercussioni si ebbero in Francia ed Italia, dove i

governi (entrambi nel maggio 1947) decidono di estromettere i ministri comunisti, schierandosi dunque più nettamente nel “campo

58

occidentale”.

La nuova politica estera americana si sviluppò in un primo tempo sul fronte economico, con aiuti economici alle nazioni europee;

il 5 giugno 1947 il Segretario di Stato Marshall pronunciò un importante discorso all’università di Harvard in cui affermò la

gravità della situazione politica ed economica in Europa, facendo capire che bisognava prima aiutare la ricostruzione e in seguito

regolare i debiti. Questi aiuti non dovevano più essere elargiti irregolarmente, ma con continuità e ai Paesi europei nel loro

insieme, quindi la proposta si indirizzava anche all’Europa orientale.

Innanzitutto, però, il “Piano Marshall” doveva essere preceduto da una cooperazione di tipo economico e politico tra i Paesi

europei, al fine di coordinare i piani nazionali ed evitare guerre; Francia, Inghilterra e Urss si riunirono a Parigi a fine giugno per

discutere il progetto: Molotov non accettava la cooperazione tra i Paesi europei per l’applicazione del Piano, infatti questa

prevedeva che si rendessero pubblici i bilanci e vi fosse un controllo comune; questo l’Urss non poteva accettarlo, in quanto essa

aveva un enorme bilancio militare segreto in contrasto con la sua politica estera basata sulla pace ed aveva già elaborato piani

economici per i Paesi dell’est.

Inoltre Molotov non voleva che gli aiuti fossero elargiti a tutti i Paesi europei, bensì solo alle vittime della Germania, la quale

avrebbe dovuto continuare a pagare le riparazioni. La Conferenza di Parigi, dunque, non ebbe successo e accentuò le differenze,

portando i Paesi comunisti dell’est a schierarsi contro, nonostante essi avrebbero voluto partecipare.

Dal 3 luglio 1947 si aprì la “Seconda conferenza di Parigi” alla quale parteciparono tutti i 16 Stati interessati a partecipare al piano

Marshall, in settembre i membri firmarono un rapporto di assenso che fu inviato negli Stati Uniti, in pratica sottomettendosi allo

strapotere economico americano.

La reazione dell’Urss e dei paesi comunisti fu violenta; essi accusarono gli Usa di “imperialismo economico” al fine di stabilire un

dominio sull’Europa ostile all’Urss e al comunismo; per contrastare tale disegno fu creato il 22 settembre 1947 il Cominform

(“Ufficio di informazione comunista”), il quale doveva svolgere il ruolo di organo di collegamento tra i governi comunisti in

Europa, alla prima riunione parteciparono anche i rappresentanti comunisti di Italia e Francia.

Fu qui che i sovietici parlarono di una divisione tra campo “imperialista” e “anti-imperialista”.

La successiva Conferenza dei Ministri degli Esteri si tenne a Londra tra novembre e dicembre ’47 e fu definita la “Conferenza

dell’ultima possibilità”. Essa fu tuttavia un totale fallimento e fu quella in cui si pose fine ai lavori del Consiglio dei Ministri degli

Esteri, turbata soprattutto dagli scioperi e dall’opposizione dura del Partito comunista francese al piano Marshall.

Molotov adottò un tono violento e rifiutò che la Saar fosse staccata dalla Germania a vantaggio della Francia, chiese

immediatamente la costituzione di un governo centrale tedesco e ripropose il problema dei beni tedeschi confiscati dall’Urss in

Austria.

Alla fine delle discussioni, si capì che il mondo si divideva nettamente in due blocchi ostili.

LA GUERRA FREDDA E I CONFLITTI LOCALIZZATI.

Nascita delle due Repubbliche tedesche e il blocco di Berlino (1948-49).

Dopo il fallimento della “conferenza dell’ultima possibilità”, si comprese l’impossibilità di stipulare accordi con l’Urss; inglesi,

americani e francesi decisero quindi di riunirsi in separata sede per discutere la situazione tedesca.

Dal febbraio al giugno 1948 si tenne a Londra la “Conferenza tripartita”, nonostante le proteste sovietiche; fino a marzo si finse di

credere che l’Urss avrebbe partecipato, poi il 20 marzo, i russi fecero smettere di funzionare tutti gli organi alleati quadripartiti, ad

eccezione della Kommandatura di Berlino.

La conferenza proseguì per tutto il mese di maggio e i tre alleati si accordarono sullo statuto delle tre zone occidentali della

Germania; gli inglesi non volevano un governo troppo decentralizzato, mentre i francesi (con l’appoggio di Belgio e Olanda,

invitati appositamente dalla Francia) premevano per aumentare i poteri dei vari Land: si giunse ad un compromesso e si decise che

sarebbe stata convocata un’assemblea costituente per il 1° settembre, nella quale i parlamentari sarebbero stati nominati tramite

suffragio universale ma con un sistema scelto in modo diverso da ciascuno dei vari Land, non perdendo potere a discapito del

governo centrale.

Alla conferenza la Francia non ottenne alcun successo politico, in quanto dovette abbandonare il progetto di

internazionalizzazione della Ruhr e fu creato solo un organo di controllo (Autorità internazionale della Ruhr, composta da 7

membri, tra cui un tedesco) che comprendeva il Benelux e i vincitori, valido fino al trattato di pace.

Già durante i negoziati, i sovietici accolsero con preoccupazione la nuova politica occidentale; il maresciallo Sokolovsky, dopo

aver interrotto il lavoro degli organi quadripartiti, decise di chiudere anche la Kommandatura e di controllare militarmente tutte le

comunicazioni tra Berlino e la Germania occidentale, con lo scopo di controllare completamente la capitale tedesca.

Accordi del 1945 avevano stabilito che gli occidentali avessero delle vie aeree e terrestri per raggiungere Berlino dalle loro zone,

tuttavia il transito terrestre fu bloccato nel mese di giugno.

Per porre fine al blocco, i russi proponevano uno scambio di territori e l’adozione ad ovest del marco orientale (dopo l’adozione

occidentale del “deutsche mark”); l’amministrazione americana, forte dell’arma atomica, non accettava alcun compromesso,

tuttavia Truman, appoggiato da Francia ed Inghilterra, non voleva una nuova guerra totale.

Si decise, dunque, di accettare la prova di forza sovietica e fu organizzato un gigantesco ponte aereo dalla zona occidentale verso

Berlino, con aerei che partivano ogni 3 minuti carichi di ogni bene necessario e che dovevano atterrare in un angusto aereoporto al

59

centro della città;

nonostante le enormi difficoltà tecniche, l’operazione riuscì perfettamente.

Durante il blocco vi furono aspre contese in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e si iniziò a parlare di “guerra fredda” tra i

due blocchi contrapposti; l’Urss opponeva sempre il veto e non si giunse ad alcuna conclusione.

Nonostante la crisi di Berlino, si decise di proseguire sulla strada dell’unità tedesca occidentale decisa a Londra: nel luglio ’48 i tre

comandanti in capo occidentali e i presidenti dei Lander delle tre zone si incontrarono a Francoforte, stabilendo la sede del

“Consiglio parlamentare” che avrebbe elaborato la Costituzione nella piccola cittadina di Bonn.

Come deciso, i lavori iniziarono il 1°settembre sotto il controllo alleato, mentre inglesi, americani e francesi si riunivano a

Washington per elaborare la nuova forma di occupazione della Germania.

L’8 aprile 1949 furono firmati importanti accordi circa le funzioni del nuovo governo tedesco compatibili con l’occupazione

alleata: i governi alleati conservavano l’autorità suprema e potevano modificare le decisioni legislative e amministrative prese

dalle autorità tedesche; in molte materie importanti gli Alleati potevano agire da soli (disarmo, controlli sulla Ruhr, riparazioni,

decentramento, affari esteri e commercio, cambi e rispetto della Costituzione federale).

A parte queste materie, le autorità tedesche avevano tutti i poteri, con decisioni valide se non incontravano il veto degli Alleati; le

funzioni civili sarebbero state assegnate agli “Alti commissari” e quelle militari ai tre “Comandanti in capo”, essi avrebbero

costituito la “Alta Commissione Alleata”, in contatto permanente con il governo tedesco (tra i membri vi era Francois-Poncet).

Nel febbraio ’49 si conclusero i lavori del “Consiglio parlamentare” ma il testo fu rifiutato dagli Alleati e solo in maggio si ebbe

una Costituzione, la “Legge fondamentale di Bonn”:

essa prevedeva una federazione di 11 Lander, ognuno avente una propria Costituzione.

Le elezioni ebbero luogo il 14 agosto 1949; il liberale Heuss fu eletto presidente della neonata Repubblica Federale Tedesca,

Konrad Adenauer fu eletto cancelliere.

Formalmente, nel settembre 1949, la Germania esisteva di nuovo come potenza politica autonoma.

La limitazione di sovranità più importante per i tedeschi fu quella sulla programmazione economica; essi non possono decidere

autonomamente quando, come e dove ricostruire (contrasto franco-americano su questo punto) e Adenauer protestò che in queste

condizioni lo Stato tedesco non poteva essere vitale.

Nonostante ciò, il Cancelliere firmò il 22 novembre gli “Accordi del Petersberg” (la collinetta vicino Bonn dove si era insediata

l’Alta Commissione Alleata), con i quali la Germania si impegnava alla smilitarizzare il territorio in cambio della sospensione

dello smantellamento di alcune fabbriche.

- l’Urss reagì immediatamente riunendo a Berlino est un “Consiglio del popolo tedesco”, il quale proclamò la creazione di una

“Repubblica democratica tedesca” il 7 ottobre 1949.

La nuova repubblica ottenne in apparenza maggiori poteri di quella federale (l’amministrazione militare sovietica fu sciolta e i

tedeschi ebbero la direzione dei propri affari esteri), tuttavia essa aveva di fatto le stesse limitazioni dei Paesi dell’Europa

orientale.

Tuttavia i sovietici, constatando il successo del ponte aereo di rifornimento a Berlino e la fermezza occidentale, decisero di

intraprendere delle trattative con gli occidentali sulla situazione tedesca:

a Parigi si riunì ancora una volta il Consiglio dei Ministri degli Esteri nel maggio-giugno 1949; gli occidentali proposero ai

sovietici la partecipazione al nuovo Stato tedesco che stava nascendo nelle tre zone unificate, i russi risposero con la votazione da

parte del “Congresso del popolo tedesco” a Berlino est di una costituzione di stampo centralista per la zona russa, facendo fallire il

tentativo.

Su proposta del Segretario di Stato americano Acheson, si tentò allora di contrattare un’unificazione di Berlino, ma Molotov

respinse delle nuove elezioni municipali comuni e il ripristino della Kommandatura; il russo fece solo una spettacolare proposta di

tipo propagandistico per acquistare le simpatie del bistrattato popolo tedesco (elaborare in tre mesi progetti di Costituzione per uno

Stato tedesco comune e ritiro delle truppe un anno dopo) che, come fece notare Bevin, era impossibili realizzare se persistevano

tante divergenze.

Per l’Austria, i russi abbandonarono l’appoggio alle rivendicazioni jugoslave sulla Carinzia;

la Conferenza, dunque, fu un ennesimo insuccesso diplomatico, tuttavia i russi decisero di togliere il blocco, cosa che avvenne nel

giugno 1949, ottenendo solo piccole rettifiche sui nuovi accordi che stabilivano i corridoi aerei e terrestri occidentali.

La questione della Saar, il Consiglio d’Europa, la politica tedesca e la CECA.

Per quanto riguarda la Francia, vi furono nuovi scioperi semi-insurrezionali comunisti nel 1948 che si conclusero con un

fallimento; i Paesi dell’est soppressero le istituzioni culturali e gli interessi economici francesi sul loro territorio, ciò portò la

Francia a concentrare la politica estera sulla questione della Saar.

Dopo l’istituzione del cordone doganale nel dicembre ‘46, nel giugno ’47 si ebbe una riforma monetaria con l’introduzione di un

marco sarrese, in attesa dell’insediamento del franco; in settembre fu elaborata una Costituzione che proclamava la separazione

politica dalla Germania e l’unione economica con la Francia, essa fu convalidata un mese dopo dalle elezioni che videro il 91%

dei votanti appoggiare i partiti che accettavano l’unione economica. 60

Nel gennaio ’48 la Francia riconobbe l’autonomia della Saar e fu siglato un accordo con gli alleati che attribuiva all’economia

francese tutto il carbone della zona; lo statuto autonomo era però limitato dal fatto che il commissario francese vistava le leggi e

dava il consenso alla nomina degli alti funzionari.

Durante il ’49 i governi francese e sarrese decisero di stipulare degli accordi che non avrebbero modificato drasticamente la

situazione esistente (assicurazione alleata ad Adenauer): nel gennaio 1950 furono firmate alcune convenzioni tra i due governi.

I francesi autolimitavano il potere di veto legislativo del loro commissario a quelle misure che potevano compromettere l’unione

monetaria e doganale; in cambio i transalpini ottennero vantaggi sull’economia sarrese (convenzioni sulle ferrovie e sulle miniere)

e la possibilità dello stabilimento facilitato di cittadini francesi nella regione, più altre assicurazioni.

Queste convenzioni, quindi, rafforzavano i legami tra la Francia e la Saar senza modificarli, tuttavia Adenauer protestò

energicamente e proponeva un’autorità internazionale sulla regione fino ad un ennesimo plebiscito; la questione della Saar fu

sempre posta dai tedeschi e i francesi cercarono di non invelenirla per non guastare i rapporti tra i due Paesi.

Nel maggio 1951 i francesi vietarono l’attività del “partito democratico sarrese”, favorevole al ricongiungimento con la Germania,

provocando le minacce di Adenauer di sottoporre il caso al Consiglio d’Europa; nel marzo 1952 la questione fu sanata con un

accordo sulla creazione di una commissione tripartita per il controllo di libere elezioni.

Ma la commissione non fu creata e si mantenne l’interdizione dei partiti filo-tedeschi, cosicché alle elezioni del 30 novembre 1952

il partito del governo filo-francese di Hoffmann ottenne un trionfo.

- Dopo il 1947 esistevano numerosi movimenti per la creazione di una federazione dei popoli d’Europa, incitata soprattutto dagli

Stati Uniti che volevano ottenere questo obiettivo politico affiancandolo all’azione militare (con la creazione del futuro Patto

Atlantico) e all’azione economica del piano Marshall; furono gli americani ad imporre ai tedeschi l’accettazione di una futura

Unione Europea, anche per placare i timori della Francia e convincerla agli accordi di Londra.

Poiché gli europei non erano molto pronti ad accettare l’Unione, gli americani incastrarono il problema dell’unificazione dello

stato tedesco con la federazione europea, abbattendo le forti resistenze che si sviluppavano negli Stati, timorosi della perdita della

sovranità nazionale (soprattutto per quanto riguarda l’Inghilterra).

Nel maggio 1948 i movimenti europeisti tennero un congresso all’Aja, in cui si espresse la volontà di creare un’Unione Europea;

in seguito, su iniziativa del Ministro degli Esteri francese Bidault e poi di Bevin (che lo sostituì al Quai d’Orsai per il fallimento

nella conferenza di Londra nella creazione di uno Stato tedesco unificato), fu istituito un “Comitato permanente per lo studio e lo

sviluppo della federazione europea” comprendente membri di Francia, Inghilterra e Benelux.

Alla interno di questo comitato vi furono contrasti tra la Francia, che voleva un’Assemblea rappresentativa, e l’Inghilterra, che

temeva la perdita della sovranità nazionale e voleva la creazione di un semplice “Comitato dei Ministri”; per questi contrasti, il

Comitato fu sciolto e Bevin preferì che una soluzione di compromesso fosse trovata dai soli Ministri degli Esteri.

Nel gennaio 1949 questi si accordarono sulla creazione di un “Consiglio d’Europa” composto da due organi: un “Comitato di

Ministri” con sedute private e una “Assemblea consultiva europea” con sedute pubbliche ma con compiti limitati (ordine del

giorno fissato dai Ministri, nessuna competenza in materia militare ed economica).

L’Italia fu immediatamente invitata grazie anche all’azione europeista svolta da De Gasperi.

Lo statuto del “Consiglio d’Europa” fu firmato il 5 maggio 1949 da 10 Paesi: Italia, Francia, Inghilterra (18 seggi), Belgio, Olanda

e Svezia (6), Danimarca, Irlanda e Norvegia (4) e Lux. (3).

Nella prima sessione furono invitate a partecipare Grecia, Turchia e Germania occidentale, contrasti franco-tedesco vi furono sulla

delegazione della Saar.

Nell’agosto ’49 Churchill propose di invitare la neo costituita Germania ovest al Consiglio d’Europa ma vi era, appunto, il

problema della Saar, poiché la Francia aveva presentato la sua candidatura e i tedeschi volevano invece una delegazione unitaria

tedesco-sarrese; un Comitato studiò la questione e decise, nell’aprile 1950, di formare due delegazioni che però non avrebbero

fatto parte del Consiglio dei Ministri, riconoscendo de facto una Saar autonoma.

Adenauer ebbe dagli Alleati l’assicurazione che la questione della Saar non sarebbe mutata sino al trattato di pace e accettò di far

entrare la Germania nel Consiglio d’Europa con 18 seggi; nel maggio 1951 la Germania è ammessa come “membro partecipante”

e può accedere al Consiglio dei Ministri.

Il ruolo del Consiglio d’Europa si ridusse drasticamente a partire dal 1950, sia perchè la Gran Bretagna si opponeva energicamente

a qualunque rinuncia della sovranità nazionale e sia per lo scarso potere che il Consiglio dei Ministri lasciava all’Assemblea

consultiva; lo sforzo di creare un’Europa unita si avrà senza l’Inghilterra con i piani Shuman e Pleven.

- Dopo l’ammissione al Consiglio d’Europa, la Germania ottenne diritti più estesi per la gestione della propria politica; gli accordi

di Londra del maggio 1950 fra i ministri degli Esteri di Francia, Gran Bretagna e Usa annunciarono l’allentamento dei controlli e

la ricostituzione di un Ministero degli Esteri alla cui guida andò lo stesso Adenauer, ricostituendo relazioni diplomatiche con tutti i

Paesi. Lo scopo degli Alleati era quello di riunificare la Germania e ricongiungerla all’Europa.

Queste misure, tuttavia, su pressione francese, dovevano essere adottate dopo la ratifica e la partecipazione da parte tedesca al

progetto di “esercito europeo”.

Prima della Saar, il problema più sentito dai tedeschi era certamente quello dell’unità; gli occidentali non erano contrari ad un

61

unificazione e nel periodo che va dal settembre 1950 al dicembre 1951 vi furono delle trattative tra Adenauer e il presidente della

DDR Grotewohl per l’organizzazione di libere elezioni nei due Stati che, come riteneva Adenauer, solo avrebbero potuto portare i

tedeschi all’unità; i sovietici erano preoccupati soprattutto per la realizzazione di un esercito europeo al quale avrebbero

partecipato anche contingenti tedeschi e accettavano il principio unitario solo se la Germania avesse mantenuto una certa neutralità

tra i due blocchi.

Raggiunto l’accordo sulle elezioni, vi furono contrasti in novembre poiché Grotewohl non accettava il controllo da parte delle

Nazioni Unite ma voleva un’azione delle sole quattro potenze vincitrici; la commissione fu egualmente creata dall’ONU ma nel

marzo 1952 la Russia fece una dichiarazione a sorpresa, accettando la riunione di una conferenza a quattro sulla Germania per la

formazione di un trattato di pace e la creazione di un esercito tedesco.

Il tema più caldo della conferenza sarebbe stato sicuramente il contrasto sulla delimitazione delle frontiere ad est della Germania,

considerate definitive con degli accordi della Germania est con Polonia e Cecoslovacchia nel giugno 1950, osteggiati dalla

Germania di Bonn con molte proteste.

- Il problema della dipendenza economica della Germania e della formazione di un’organizzazione unita a livello europeo che

mantenesse la pace (voluta dagli Usa e osteggiata dagli inglesi), furono correlati e risolti parzialmente con il “Piano Schuman”, il

quale presentò un memorandum nel maggio 1950.

Si ritiene che il progetto sia stato ispirato da Jean Monnet, un francese arricchitosi in America, o sia stato concepito direttamente

da Adenauer e dal suo collaboratore per le finanze Edgar; il progetto prevedeva una “solidarietà di fatto” tra i Paesi che vi avessero

aderito, con la messa in comune della produzione di carbone e acciaio tedesco e francese, rendendo impossibili le guerre e sotto il

controllo di un’alta autorità comune; il carbone e l’acciaio erano allora due prodotti simbolo perché necessari alla guerra,

colpivano la fantasia e facevano pensare davvero ad un’unione.

D’altra parte, il Piano Schuman prevedeva che la Germania fosse su un piano di parità rispetto agli altri Stati aderenti, quindi

avrebbe recuperato la sua libertà di programmazione economica.

Gli inglesi non aderirono al progetto poiché esso limitava la sovranità nazionale, i francesi furono titubanti ma accettarono, così

come l’Italia e i Paesi del Benelux; il 18 aprile 1951 fu firmato il trattato costitutivo della “Comunità Europea del Carbone e

dell’Acciaio” (CECA).

Questo trattato è molto importante per la storia dell’Europa, in quanto è il primo che lega gli Stati membri e ne sottrae la sovranità

su alcune questioni (questo non succederà più sino a Maastricht), i tedeschi tornarono ad essere padroni della loro economia e da

allora iniziò la lotta tra Francia e Germania sull’assegnazione di posti chiave nelle organizzazioni comunitarie.

La CECA si componeva di una “Alta autorità” composta da nove membri che prendeva le decisioni, un “Consiglio dei ministri”

con un membro per ogni stato partecipante che coordinava il lavoro dell’Alta Autorità con i governi nazionali, un “Assemblea

della Comunità” composta dallo stesso numero di membri che le nazioni avevano nel Consiglio d’Europa con il compito di

controllare e nel caso revocare l’Alta Autorità e una “Corte di giustizia” comprendente sette giudici.

Progetto di Esercito Europeo, Alleanza Atlantica e Comunità Europea di Difesa (CED).

La sconfitta della Germania e l’atteggiamento ostile dell’Urss spinse l’Inghilterra e la Francia a ricercare un nuovo sistema di

alleanze; all’inizio del ’48 Francia ed Inghilterra invitarono i Paesi del Benelux a firmare un patto di natura politica: essi

accettarono a patto che l’accordo fosse completato con degli impegni militari. Francia e Inghilterra accettarono.

Il 17 marzo 1948 fu firmato a Bruxelles il “Patto di Bruxelles”, patto politico, di cooperazione economica e di assistenza militare

automatica in caso di aggressione in qualsiasi parte del mondo.

A questo punto iniziarono contatti con l’amministrazione americana per estendere l’accordo; la cosa fu facilitata grazie

all’accettazione in giugno da parte del Senato americano della “Risoluzione Vandenberg”, che autorizzava il governo a concludere

alleanze in tempo di pace al di fuori del continente americano, rivoluzionando in tal modo la politica estera degli Stati Uniti.

Dopo l’adesione al progetto da parte del Canada, il via libera fu dato dalla riconferma a sorpresa di Truman a novembre nelle

elezioni americane; nel dicembre 1948 iniziarono i negoziati a Washington con lo scopo di coinvolgere anche la Norvegia, dopo il

fallimento di un analogo progetto dei Paesi scandinavi (per la Svezia che non voleva abbandonare la neutralità) e il tentativo fatto

ai norvegesi dall’Urss per la firma di un trattato di non aggressione.

Nel marzo 1949 i firmatari del Patto di Bruxelles, gli Stati Uniti e il Canada invitarono Norvegia, Danimarca, Islanda, Portogallo

ed Italia ad aderire al Patto; il testo fu pubblicato prima della firma per farlo conoscere all’opinione pubblica dei vari Paesi.

Il Patto prevedeva che, in caso di “minaccia” (per definire la minaccia è sufficiente che uno Stato dichiari che esiste) ci sarebbe

stata una consultazione tra gli Alleati, in caso di “aggressione” l’assistenza militare non sarebbe stata affatto automatica, ma ogni

Stato sarebbe stato libero di decidere o no se avrebbe fatto la guerra; si sarebbe creato un “Consiglio” in grado di riunirsi

rapidamente e un “Comitato di difesa”, inoltre l’ammissione di un’altra potenza sarebbe avvenuta solo con l’accordo unanime di

tutti i membri.

L’Urss si oppose con vigore al Patto Atlantico e negli Stati comunisti furono condotte campagne contro il Patto e in favore della

pace; in un memorandum l’Urss affermava che il Patto era aggressivo e diretto contro l’Unione Sovietica, in contraddizione con la

62

Carta dell’ONU e con i trattati di amicizia anglo-russo e franco-russo, nonché con tutti gli accordi firmati dagli Alleati a Yalta,

Potsdam ed altrove.

Gli Alleati risposero che il Patto era palesemente di natura difensiva e non diretto contro alcuna nazione, bensì contro una

qualsiasi aggressione; dopo la risposta, vi fu la firma a Washington il 4 aprile 1949, il Patto Atlantico entrò in vigore il 24 agosto e

l’organizzazione fu chiamata NATO.

Dopo due giorni i firmatari chiesero un aiuto economico di tipo militare agli Stati Uniti; questi aiuti furono approvati dal

Congresso il 14 ottobre, spinti dalla scoperta di un esplosione atomica in Russia avvenuta a metà settembre; questi aiuti

interessarono il Canada e i Paesi del sud America, i paesi minacciati secondo la “dottrina Truman” (Turchia, Grecia, Filippine,

Corea e Iran) e soprattutto i firmatari europei, beneficiari dell’80% degli aiuti, integrati con il Piano Marshall di risollevamento

economico dell’Europa.

Il campo di azione del Patto comprendeva l’Atlantico (tranne le colonie) e anche la difesa delle truppe di occupazione in Europa

(art. 6) che erano stanziate nella Germania occidentale e a Berlino ovest, in Austria e nelle zone alleate di Vienna e “nella zona A”

di Trieste; questo significava, almeno per gli americani, la difesa anche della Germania. Mentre gli inglesi chiedevano una difesa

sul Reno, i francesi non volevano il confine alle porte di casa e accettarono il punto di vista americano, cosa che comportava anche

l’integrazione di truppe tedesche nella difesa comune.

La creazione degli organi politici dell’Alleanza Atlantica fu più complessa e durò circa un anno, dal maggio del ’50 al maggio ’51:

il Consiglio dei dodici ministri degli Esteri si riunì a Londra in maggio e poi a Bruxelles in dicembre, in queste due riunioni furono

creati il “Consiglio Permanente” (organo esecutivo assistito da esperti con i dodici supplenti dei ministri) e tre comitati (di difesa

economica e finanziaria, di Difesa e militare con ognuno i dodici ministri competenti) che poi furono inglobati tutti nel “Consiglio

Permanente” nella conferenza di Londra del maggio 1951.

Nella seconda conferenza a Bruxelles nel 1950 fu deciso che il generale americano Eisenhower, il liberatore d’Europa che aveva

ancora un immenso prestigio sul continente, sarebbe stato il comandante supremo in Europa con un quartier generale vicino

Versailles (lo SHAPE) in contatto diretto con lo “Standing group”, un gruppo strategico permanente con rappresentanti di Usa,

Inghilterra e Francia, imponendo in modo positivo la sua personalità.

Fu deciso che tutti gli organi politici del Patto Atlantico sarebbero stati insediati a Parigi.

- L’ultimo problema riguardava l’allargamento del Patto alla Germania, alla Grecia e alla Turchia:

l’ammissione di Grecia e Turchia fu caldeggiata soprattutto dagli Usa e dall’Italia e prevalse sulla opposizione di Norvegia e

Portogallo, cosicchè i due Paesi furono invitati alla Conferenza di Lisbona che si tenne nel febbraio 1952.

- Una volta accettata una linea difensiva sull’Elba, gli americani e Churchill erano favorevoli ad un riarmo della Germania sotto

il controllo della NATO, anche per il timore della nascita di una potente polizia in Germania orientale che faceva tornare lo

spauracchio della Corea, la Francia e il governo laburista inglese si opponevano; la guerra in Corea spinse gli americani a chiedere

ufficialmente alla NATO il riarmo della Germania nel settembre 1950 e la sua inclusione nel Patto. La Francia pose il suo veto

all’entrata della Germania e rifiutò nettamente l’idea del riarmo.

In ottobre i francesi proposero il “Piano Pleven” che prevedeva l’inglobazione di piccole unità militari tedesche in un “esercito

europeo”, senza che la Germania avesse un esercito proprio; gli Usa si dissero d’accordo sotto la spinta di Eisenhower così come

l’Italia, l’Inghilterra rifiutò e iniziarono i negoziati che si protrassero con mille difficoltà senza aver stabilito nulla di preciso.

In novembre fu lo stesso Eisenhower a farsi portavoce del progetto (i Paesi del Benelux non volevano abbandonare la sovranità sui

loro eserciti nazionali) e solo il 27 gennaio 1952 si giunse finalmente ad un accordo, con l’adesione anche del Parlamento tedesco;

tuttavia Adenauer disse che era necessario includere la Germania nella NATO e ripresentò il problema della Saar, rendendo più

complicato il raggiungimento di un accordo sul tema, anche in Francia si registrava una dura opposizione da parte dei comunisti

(allora il partito più forte) e dei gollisti che non volevano una così grande cessione di sovranità.

I Tedeschi, inoltre, ponevano la condizione che la Germania tornasse padrona della sua politica estera e di difesa; in questo modo

essi cercavano di ottenere l’autonomia completa sfruttando il progetto europeista, dopo aver ottenuto quella economica con

l’istituzione della CECA.

Nella riunione del Consiglio Atlantico che nominò Eisenhover del dicembre ’50 si vide come i contrasti erano forti e il Piano

Pleven fu abbandonato, anche se i negoziati continuarono.

- I francesi si fecero allora promotori di un nuovo progetto elaborato già durante il 1951, la Comunità Europea di Difesa (CED)

che avrebbe incluso i firmatari del Piano Shumann; su proposta di De Gasperi fu accettata l’idea di un Parlamento comune ai 6

membri che avrebbe controllato l’operato di un ministro comune per gli affari della difesa (organizzazione mutuata dall’Impero

Austro-Ungarico).

Il Trattato Istitutivo della CED fu firmato a Parigi il 27 maggio 1952; subito si posero i problemi riguardanti la ratifica da parte dei

parlamenti nazionali, anche perché il giorno prima Francia, Usa e Inghilterra avevano firmato un trattato che restituiva alla

Germania l’eguaglianza dei diritti con la cessazione dell’occupazione ma la sua entrata in vigore era subordinata alla ratifica della

CED.

Ovviamente il Trattato fu subito ratificato dalla Germania e dopo anche dal Benelux, l’Italia decise di aspettare le decisioni della

Francia; molte personalità francesi erano contrarie (il presidente Auriol, De Gaulle, Herriot) secondo il motto “la difesa non si

63

delega a nessuno” che sopravvisse anche a De Gaulle in tutti i presidenti francesi del futuro, anche di sinistra.

Il Presidente Eisenhower (eletto tra i repubblicani con le elezioni del novembre 1952) aveva fatto accettare agli Usa riottosi il

Piano Pleven, con il fallimento di quest’ultimo la riuscita della CED divenne quasi un’ossessione; i francesi chiesero nel ’53 – ’54

dei “protocolli addizionali” che comprendevano lo stanziamento di truppe fisse americane e britanniche in Europa, la non presenza

di truppe tedesche in Germania e la non ingerenza del trattato in questioni vitale di sicurezza nazionale per i primi 8 anni.

Queste garanzie non furono concesse in pieno e nell’agosto 1954 il CED fu bocciato dal parlamento.

- Dopo questa decisione gli americani sembrarono irrigidirsi verso la Francia e cercare accordi diretti con Londra e Bonn; questa

soluzione non fu però ben vista dagli inglesi che proposero invece l’inclusione della Gran Bretagna in una nuova organizzazione

che avesse meno autorità sovranazionale della CED e che includesse anche il Canada e gli Usa con il compito di fissare gli

armamenti consentiti a ciascun Paese aderente.

Si ebbero così le Conferenze di Londra (fine settembre ’54 e Parigi (fine ottobre ’54) dove furono prese importanti decisioni: la

Germania riotteneva un proprio autonomo Stato Maggiore e un suo esercito, poteva aderire al Patto Atlantico con una limitazione

delle forze che vi avrebbero partecipato e l’impossibilità di fabbricare alcune armi (atomiche, chimiche, batteriologiche, aerei da

bombardamento, grandi navi da guerra) e otteneva al più presto la fine dell’occupazione e il ripristino dei suoi diritti, la Francia

otteneva il mantenimento delle truppe britanniche sul continente, inoltre Germania e Italia furono ammesse nel “Patto di

Bruxelles”, che prendeva ora il nome di “Unione dell’Europa occidentale” in sostituzione della CED.

Le relazioni interamericane e il blocco sovietico.

La Guerra rafforzò i legami tra gli Usa e le repubbliche americane; dopo Pearl Harbor le repubbliche del centro America

dichiararono guerra all’Asse, il Brasile inviò anche un corpo di spedizione in Europa, il Cile e l’Argentina si limitarono a non

considerare gli Usa Paese belligerante e mantennero rapporti normali con esso, il Messico fornì lavoratori agli Stati Uniti.

Dopo la conferenza interamericana di Lima del 1938, si ebbe quella di Città del Messico nel febbraio marzo 1945, la prima che

non faceva parte di quelle straordinarie fatte in tempo di guerra; l’Argentina non fu invitata in ragione del suo governo di matrice

fascista e il risultato essenziale della conferenza fu la firma de “l’Atto di Chapultepec” il quale prevedeva che ogni attacco fatto ad

uno degli Stati americani equivaleva ad un atto di aggressione contro tutti gli Stati americani, comportando la consultazione

immediata e, nel caso, l’uso di provvedimenti adeguati, dalla rottura delle relazioni diplomatiche all’uso della forza armata.

Questo principio fu meglio specificato alla conferenza di Rio de Janeiro (agosto-settembre 1947), con un accordo più durevole

noto con il nome di “Patto di Rio” e uguale a quello di Chapultepec, a questa conferenza non partecipò il Nicaragua, dove si era

appena verificato un colpo di Stato.

Alla conferenza di Bogotà che si riunì nel marzo-aprile 1948 (con la tensione di una pseudo insurrezione comunista in Colombia)

si giunse a siglare una “Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani” che faceva dell’Unione Panamericana un’organizzazione

regionale nel quadro dell’ONU;

essa prevedeva un sistema di risoluzione pacifica delle controversie negli Stati americani e si proponeva di organizzazrne la

cooperazione, creava un “Consiglio” con sedute permanenti che risolveva le questioni pendenti e delle “Conferenze

interamericane” con riunioni ogni 5 anni.

- Nonostante queste conferenze e questi accordi, nel dopoguerra vi fu un raffreddamento tra i Paesi latino-americani e gli Stati

Uniti: innanzitutto vi era una forte delusione a causa del Piano Marshall, che destinava consistenti aiuti in Europa e non in sud

America poi, nel dicembre 1947 il Parlamento di Panama rifiutò di ratificare un accordo per il mantenimento di alcune basi

militari statunitensi sul suo territorio; applicando correttamente la politica del “buon vicinato”, gli Usa evacuarono

immediatamente tutte le basi, ma l’opinione pubblica fu colpita dal rifiuto panamense.

Il contrasto più importante fu sicuramente quello che vide opposti Usa e Argentina: la presenza di numerosi immigrati tedeschi in

questo Paese durante la guerra portò alla nascita di organizzazioni naziste e all’investimento massiccio di capitali tedeschi, tanto

che alla conferenza di Rio del 1942 l’Argentina rifiutò di rompere le relazioni con l’Asse.

Durante la guerra si ebbe un colpo di Stato e in seguito, con il governo di Farrel e Peròn alla guerra, si ebbe un riavvicinamento

alla Germania; solo nel marzo ’45 l’Argentina dichiarò guerra all’Asse, solo per poter partecipare all’ONU, cosa che avvenne

nonostante la forte opposizione sovietica.

Nel dopoguerra gli Usa attaccarono fortemente il governo argentino e nel ’46 fu pubblicato un memorandum con lo scopo di

rendere impopolare il colonnello Peròn, ormai dittatore di fatto con metodi fascisti; nonostante ciò Peròn riuscì a farsi eleggere

Presidente della Repubblica con una campagna di stampo populista e subito dopo l’elezione egli fece mostra di avvicinarsi

all’Urss riprendendo le relazioni diplomatiche rotte dal 1917, tuttavia parlò del “pericolo comunista” e cercò più che altro di

costituire una “terza posizione” basata sul blocco latino.

Al tempo della crisi di Berlino, l’ambasciatore argentino all’ONU Bramuglia tentò senza successo una mediazione tra i due

blocchi; Peròn si avvicinò alla Spagna franchista con accordi economici.

Altro problema riguardava i possedimenti del colonialismo europeo che ancora persistevano sul suolo americano, e durante il 1948

si ebbero delle rivendicazioni contro l’Inghilterra sulle Falkland da parte dell’Argentina e del Guatemala sull’Honduras: gli

inglesi reagirono inviando un incrociatore in quelle zone; nel marzo 1949 si riunì anche una conferenza panamericana all’Avana

per esaminare la questione dei possedimenti inglesi, francesi e olandesi in America, ma essa ebbe un seguito e dei risultati

64

estremamente modesti.

Le isole dei Caraibi vedevano sicuramente la maggior presenza europea sul continente e nel 1942 inglesi e americani (dopo la

guerra anche francesi e olandesi) formarono un “Commissione dei Caraibi” che promosse una conferenza nell’aprile ’46, la quale

esaminò prevalentemente i problemi economici e sociali della regione più che quelli politici.

Il blocco sovietico e la nascita della Cina comunista.

Nel 1948 l’Urss stabilì sull’Europa orientale una vera e propria zona di influenza; questi Paesi erano legati ai russi da trattati di

carattere politico siglati all’epoca della guerra e per la presenza di regimi comunisti devoti a Mosca a capo dei governi.

Il primo di questi trattati fu quello ceco-sovietico del dicembre 1943, il quale prevedeva assistenza contro un’aggressione tedesca e

degli ex satelliti della Germania, i firmatari non partecipavano a nessuna alleanza diretta contro di loro e vi era una collaborazione

economica e culturale.

Questi trattati furono siglati tra l’Urss e Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Jugoslavia e Albania, tra questi Stati tra loro in una

forma molto simile e tra la Jugoslavia di Tito e gli altri Stati, sulla base della formazione di un’unione doganale all’interno di una

“federazione balcanica”; queste alleanze politiche furono rafforzate sul piano militare da diverse misure (un maresciallo russo a

capo dell’esercito polacco).

Tuttavia la forza dell’Urss nell’est fu l’instaurazione delle cosiddette “democrazie popolari”, cioè un governo con la dittatura del

proletariato per sconfiggere la lotta di classe e passare in seguito alla fase del socialismo che l’Urss aveva iniziato nel 1936; questi

regimi furono insediati in diversi modi:

in Albania e Jugoslavia furono le forze di sinistra a liberare il Paese e la guerra contro l’Asse fu una guerra civile contro gli

oppositori di destra, in Polonia abbiamo visto come i russi insediarono il governo di Lublino, in Romania, Bulgaria e Ungheria i

partiti comunisti erano quasi inesistenti e i regimi furono installati dall’Armata Rossa con la forza con il volto di leader emigrati.

Vi era un rituale che prevedeva l’instaurazione di un governo di coalizione autentico per un breve periodo (in Cecoslovacchia fino

al 1948), poi si formava un governo di coalizione apparente dove i comunisti avevano i pieni poteri fino a giungere ad un governo

puramente comunista (autunno 1947 in Romania e Bulgaria, febbraio 1948 in Cecoslovacchia e marzo 1948 in Ungheria).

Un caso particolare fu la Cecoslovacchia, dove il leader comunista Gottwald ottenne il 38% dei voti in un’elezione libera nel

1946; il governo di coalizione si mantenne fino al 25 febbraio 1948, data del “Colpo di Praga”, quando fu costituito un governo

interamente comunista obbligando il vecchio e malato presidente Benes a cedere, molto probabilmente il colpo di Stato si ebbe

sotto ordine e protezione dei sovietici.

- in alcuni casi l’Urss subì delle delusioni, con la Jugoslavia di Tito, con la Grecia e la Finlandia.

Tito non accettava una sottomissione completa alla Russia di Stalin, egli poteva resistere poiché il suo potere derivava da una

vittoria contro i nazi-fascisti e non era stato insediato da Mosca, inoltre il Maresciallo poteva contare sull’appoggio dei molti

nazionalisti ostili all’Unione Sovietica che vi erano in Jugoslavia.

Nel giugno 1948 gli jugoslavi si rifiutano di partecipare ad un incontro del Cominform e a quella stessa riunione vi fu un primo

richiamo ai dirigenti comunisti jugoslavi da parte di tutti i Paesi, poi si ebbero attacchi diretti da parte di Romania e Albania, in

novembre iniziarono attacchi contro Stalin su giornali jugoslavi e tutte le democrazie popolari decisero di ridurre il commercio con

gli jugoslavi fino ad arrivare ad una sorta di blocco nel giugno 1949; Tito decise allora di firmare un accordo commerciale con

l’Inghilterra e annunciò di voler riprendere le relazioni commerciali con l’Italia.

Questo portò alla rottura definitiva con l’Unione Sovietica, arrivando alla rottura del patto di amicizia nell’aprile 1945, mentre si

moltiplicavano gli incidenti di frontiera, tanto che gli occidentali decisero di appoggiare la Jugoslavia fornendole armi per resistere

ad un eventuale attacco.

Un altro insuccesso della politica sovietica fu la fine della guerra civile in Grecia, che vide la vittoria dei governativi (grazie anche

agli aiuti occidentali in applicazione della “dottrina Truman”) nell’ottobre 1949; l’Albania, unico sbocco sovietico nel

Mediterraneo, era ormai isolata dalla altre democrazie popolari fedeli a Mosca.

Particolare la situazione della Finlandia: difficilmente si comprende perché i russi non occuparono tutto lo Stato o non vi

insediarono un governo comunista fantoccio; infatti i sovietici mantennero alcune basi militari e fu firmato un trattato di mutua

assistenza nel 1948, ma all’interno della Finlandia esiste piena libertà politica e lo Stato è divenuto uno dei campioni della

neutralità.

- Abbiamo visto come i comunisti cinesi appoggiati dall’Urss avessero ottenuto il controllo del nord della Manciuria, mentre gli

Usa rifornivano di armi e denaro i nazionalisti di Chiang Kay-shek.

Nonostante questi enormi aiuti (“China Aid Act” dell’aprile ’48) la situazione dei nazionalisti si fece difficile e già nell’ottobre

1948 i comunisti occuparono tutta la Manciuria, appoggiati in tutta la Cina dalla popolazione contadina; il 22 gennaio 1949 cadde

Pechino e il governo nazionalista si trasferiva da Nanchino a Canton, tentando invano una mediazione con Mao Tsé-tung.

Nei mesi successivi fu occupato tutto il sud e il 21 settembre 1949 Mao proglamò la creazione della “Repubblica popolare cinese”;

successivamente il governo nazionalista si stabilì definitivamente nell’isola di Formosa (Taiwan) e su alcune isole costiere.

65

Naturalmente il primo contatto esterno il nuovo Stato cinese lo ebbe con l’Unione Sovietica; Mao fece un viaggio a Mosca che

durò ben due mesi e il risultato furono i tre accordi del febbraio 1950:

un “Trattato di amicizia, alleanza e mutua assistenza” rivolto contro il Giappone e qualsiasi Stato unito al Giappone in

un’aggressione e su una cooperazione economica e culturale tra i due Paesi; un accordo per la cessione alla Cina della ferrovia del

Changchun e della base navale di Porth Arthur; un accordo per un credito alla Cina di 300 milioni di dollari per un periodo di

cinque anni.

All’ONU l’Urss chiese di escludere il delegato nazionalista cinese, la proposta fu bocciata e per ritorsione i sovietici iniziarono a

boicottare il Consiglio e gli altri organi dell’Onu, creando una grave crisi che sarebbe durata sino alla Guerra di Corea.

La Cina fu subito riconosciuta da Birmania, Pakistan e dai Paesi del Commonwealth e, su pressione di questi, dall’Inghilterra; gli

Usa non riconobbero il governo comunista e la Francia fece lo stesso poiché Mao appoggiava il governo comunista dei Viet Minh

in Indocina.

La questione d’Israele e il Medio Oriente.

Alla fine della guerra la popolazione araba in Palestina era il doppio di quella ebraica, che tuttavia aveva l’affetto dell’opinione

pubblica internazionale per i massacri subiti dai nazisti.

Nel luglio 1946 il deputato Morrison propose alla Camera dei Comuni un piano che prevedeva la divisione della Palestina in

quattro zone (araba, ebraica, Gerusalemme e Negev) dotate di una forte autonomia ma mantenendo uno Stato singolo. Il progetto

non ebbe seguito e vi furono molti attentati soprattutto da parte di associazioni estremiste israeliane.

A questo punto il governo britannico accettò di sottoporre la questione palestinese all’Assemblea generale dell’ONU, che decise di

istituire una “Commissione d’inchiesta” con i rappresentanti di undici nazioni; il rapporto della Commissione prevedeva la

costituzione di due Stati, uno arabo e uno ebraico, e l’internazionalizzazione di Gerusalemme.

A differenza del piano Morrison, gli ebrei ottenevano tutto il deserto del Negev, terra irrigabile e quindi colonizzabile; questo

progetto fu accettato dall’Assemblea generale il 29 novembre 1947.

La Gran Bretagna annunciò che avrebbe posto fine al suo mandato il 15 maggio del 1948; a quella data lo Stato di Israele si

proclamò indipendente, riconosciuto subito da Usa e Urss.

Altrettanto velocemente truppe arabe penetrarono in Palestina e iniziarono una serie di operazioni militari ricordate come la

“Prima Guerra Arabo-Israeliana” che andò dal maggio ‘48 al gennaio ’49 e che vide la sostanziale vittoria dell’esercito israeliano

contro Egitto, Libano, Siria e Transgiordania, permettendo al neonato Stato ebraico di espandere notevolmente i territori che gli

erano stati assegnati dall’ONU; nel maggio 1949 Israele fu anche ammesso all’ONU, opponendosi subito

all’internazionalizzazione di Gerusalemme, considerata dagli ebrei la capitale del loro Stato.

Durante la guerra solo l’esercito transgiordano riuscì ad ottenere delle conquiste, occupando la maggior parte della Palestina araba

e la città vecchia di Gerusalemme; il Parlamento transgiordano ratificò l’annessione nell’aprile 1950, proclamando la nascita del

“Regno Hascemita di Giordania”, la Lega Araba non approvò affatto ma non protestò, mentre la Gran Bretagna fu favorevole

all’unione.

Da questo momento, accettando la sconfitta, gli Arabi insistettero sulla questione dei rifugiati palestinesi che erano stati cacciati da

Israele, chiedendone il rimpatrio; Israele voleva accettare solo quelli che era possibile integrare nella propria economia, mentre

proseguivano i rimpatri ebraici.

- - In Medio Oriente la situazione continuava ad essere molto tesa e difficile.

Dopo la sconfitta contro Israele, la Lega Araba iniziò a sfaldarsi, il re Abdullah di Giordania aveva il progetto di unire Giordania,

Siria, Iraq e Libano nella “Grande Siria”; questo progetto cessò di esistere nel 1951, quando il Re fu assassinato da un fanatico

palestinese, il nuovo Re Talal non aveva sentimenti così risolutamente filo-inglesi come il padre, ma fu accettato dagli inglesi per

garantire lo Stato contro le mire irachene.

La Lega Araba approvò nell’aprile 1950 un “Patto di difesa tra Paesi Arabi”, un impegno di assistenza anche armata in caso di

aggressione ad un Paese firmatario concepito sul modello del Patto Atlantico; la Giordania rifiutò di aderirvi. Tuttavia, dopo il

1950 si ebbe tra gli Stati Arabi una ventata di “neutralismo”, con un atteggiamento di equidistanza verso i due blocchi costituenti.

Il solo punto sul quale la Lega Araba riuscì ad ottenere l’unanimità fu l’opposizione alla politica francese in Africa del Nord,

soprattutto nei due protettorati di Tunisia e Marocco; gli Arabi decisero di portare il problema di fronte all’Assemblea dell’ONU,

ma sia nel ’50 che nel ’51 l’opposizione di Francia, Inghilterra e Usa riuscì ad impedire che la questione fosse iscritta all’ordine

del giorno e quindi discussa.

I problemi del Medio Oriente erano complicati dalle enormi quantità di petrolio presenti, oggetto del desiderio degli Stati ricchi; le

compagnie e il governo americano hanno cercato in Medio Oriente fonti di petrolio per risparmiare quello sul continente

americano, cozzando contro gli interessi da tempo tutelati dagli inglesi. Vi erano nell’area quattro grandi organismi petroliferi

regionali:

- “Irak Petroleum Company”, proprietà mista inglese, americana e in misura minore francese e irachena un importantissimo

oleodotto che finiva ad Haifa, in Israele, fu chiuso dall’Iraq nel 1948. 66

- “Anglo-Iranian Oil Company” di proprietà inglese, controllava i giacimenti iraniani del Sud-Ovest e pagava ingenti royalties al

governo di Teheran.

Dopo la risoluzione della crisi in Azerbaigian e il rifiuto della creazione di una compagnia petrolifera russo-iraniana, l’Iran sembrò

avvicinarsi all’occidente, soprattutto agli Usa dai quali ebbe importanti crediti e finanziamenti. La situazione mutò il 13 marzo

1951 quando, dopo l’assassinio del primo ministro filo-occidentale generale Razmara, il parlamento iraniano decise di

nazionalizzare il petrolio e di rilevare l’Anglo.Iranian Oil Company; questo fu effettivamente fatto e le tensioni tra Iran ed

Inghilterra crebbero molto, gli inglesi non intervennero militarmente solo per paura di una reazione russa che avrebbe

destabilizzato tutta la zona; l’Iran chiese addirittura la chiusura dei consolati.

- “Kuwait Oil Company”, mista inglese ed americana, controllava il petrolio kuwaitiano.

- “Aramco”, unione di compagnie americane che controllano il petrolio in Arabia Saudita e Bahrein.

Per l’Inghilterra vi era una situazione difficile anche in Egitto.

La sconfitta contro Israele aveva dimostrato che gli egiziani non potevano assicurare la difesa di Suez, quindi gli inglesi decisero

unilateralmente nel giugno 1948 di dare la sovranità del Sudan ad una Assemblea Costituente sudanese che escludeva così l’Egitto

dalla regione; la tensione crebbe

Al punto che il governo del Wafd di Pascià nell’ottobre 1951 chiese al Parlamento di abrogare il trattato del 1936 e di proclamare

re Farouk “re d’Egitto e del Sudan”.

Respinta dall’Egitto una proposta di un controllo internazionale sul canale, Churchill stava decidendo per l’intervento armato ma

Re Farouk sostituì il Primo Ministro e cerco di negoziare.

- Per quanto riguarda le ex colonie italiane in Africa (Libia, Eritrea, Somalia ed Etiopia), il Trattato di Pace con l’Italia prevedeva

che la questione sarebbe stata regolata con un accordo entro un anno o sulla questione avrebbe deciso l’ONU; il Trattato entrò in

vigore nel settembre 1947, dopo un anno di discussioni non fu raggiunto alcun accordo tra Usa, Inghilterra, Francia, Italia e Urss.

La questione passò all’Assemblea che respinse un piano franco-anglo-italiano (accordo Bevin-Sforza) per l’opposizione dell’Urss

e dei sudamericani, infine l’Assemblea generale prese una decisione definitiva nel novembre 1949: la Libia sarebbe diventato uno

Stato indipendente con una propria Costituzione, la Somalia sarebbe stata posta per dieci anni sotto tutela italiana, poi

indipendente, l’Etiopia sarebbe tornata indipendente e avrebbe inglobato l’Eritrea.

Nel nuovo Stato libico fu subito preponderante l’influenza inglese, esso fu incluso nell’area della sterlina e il nuovo emiro si

dichiarò ostile alla Lega Araba, Usa e Gb mantennero basi militari.

L’emancipazione dell’Asia Sud-orientale.

Dopo la sconfitta giapponese in Asia il fenomeno più importante fu la conquista dell’indipendenza da parte dei Paesi sottoposti

all’occupazione nipponica durante la guerra.

- L’indipendenza promessa nel dopoguerra da parte della Gran Bretagna all’India iniziò con l’invio di tre ministri britannici nel

marzo 1946; furono organizzate delle elezioni per la formazione di un’Assemblea Costituente che videro il “partito del

Congresso” di Nehru ottenere una vittoria rispetto alla “Lega Musulmana” che rivendicava la creazione dello Stato musulmano del

Pakistan.

I deputati della Lega rifiutarono di partecipare all’Assemblea Costituente, pur rimanendo a far parte del governo provvisorio; vista

la situazione, il governo britannico decise il ritiro inglese dall’India in tempi brevi, costringendo così il partito del Congresso ad

accettare nell’aprile 1947 le richieste autonomiste della Lega e la divisione della colonia in due Stati indipendenti, India e

Pakistan.

Le truppe britanniche furono ritirate nell’agosto 1947 e nei due anni successivi furono nominati due governatori generali ed

elaborate le costituzioni; dunque a partire dal 15 agosto 1947 nascono l’Unione Indiana e il Pakistan, grazie anche alla protesta

non violenta portata avanti sin dal 1919 contro l’occupazione inglese da Gandhi, assassinato l’anno dopo e i cui principi saranno

per un certo periodo alla base della politica non violenta e neutralista dell’India di Nehru.

La Repubblica indiana fu proclamata ufficialmente a Nuova Delhi nel gennaio 1950, con una Costituzione che prevedeva il

mantenimento dell’India nel Commonwealth e l’accettazione del Re non come sovrano diretto (essendo una repubblica), ma come

simbolo dell’unione libera degli Stati.

Tra i due nuovi Stati vi furono subito delle tensioni per il possesso di zone di confine:

nel Kashmir (territorio più a nord dell’India) risiedeva una popolazione in maggioranza musulmana e già nel 1947 iniziò una

guerra civile tra le truppe del maragià indù e i ribelli sostenuti indirettamente dalle forze pakistane; con il passare del tempo il

conflitto civile assunse le proporzioni di una guerra non dichiarata tra l’India e il Pakistan.

Il governo indiano chiese il ricorso delle Nazioni Unite e si riuscì a far adottare una tregua in vigore dal gennaio 1949 che definì

una linea di confine provvisoria accettata dalle due parti, in attesa di un plebiscito; tuttavia l’India era poco favorevole al plebiscito

e, appoggiata dalla Gran Bretagna, riuscì a congelare la situazione e a nominare rappresentanti del Kasmir nella nuova Assemblea

indiana.

Un altro conflitto si ebbe nel principato musulmano dell’Haiderabad (odierno Bangladesh), che circondato da territori indiani ma

67

che proclamò una sua indipendenza; tuttavia, i gravi disordini interni e la minaccia di una rivoluzione comunista portarono ad un

attacco dell’esercito indiano che portò all’annessione del principato all’India, pur mantenendo una particolare autonomia.

Per quanto riguarda il Tibet (odierno Nepal), il contrasto si ebbe con la Cina comunista; nonostante sembrasse avviato verso

l’indipendenza, il Tibet non ottenne l’appoggio di India e Gran Bretagna che non volevano infastidire la Cina, perciò nell’ottobre

1950 i cinesi occuparono tutta la regione.

- Per quanto riguarda la Birmania (odierno Burma), gli inglesi avevano previsto nel ’45 un periodo di self-governement di tre anni

prima di passare allo statuto di Dominion; il partito anti-fascista predominante nel Paese giudicò questo periodo troppo lungo e nel

gennaio 1947 iniziarono delle conversazioni con il governo inglese che fissò le elezioni per l’Assemblea Costituente in aprile;

questa vide un’enorme maggioranza del partito anti-fascista e proclamò la Repubblica indipendente di Birmania nel giugno 1946,

rifiutando di integrare il nuovo Stato nel Commonwealth.

Nonostante ciò gli inglesi ratificarono l’indipendenza mantenendo delle prerogative commerciali e a tutela dei propri interessi

nella regione e firmando anche un accordo militare; subito dopo l’indipendenza il Paese cadde in una cruenta guerra civile con i

comunisti e partiti autonomisti.

- Le Filippine ottennero facilmente l’indipendenza dagli Stati Uniti nel luglio 1946 che in cambio ottennero grandi vantaggi in

materia di immigrazione, commerciale e militare (con la concessione di alcune basi e un patto di mutua difesa in funzione anti-

giapponese.

- Molto più difficile fu la situazione dell’Indonesia, sottoposta al controllo dell’Olanda.

Mantenendo le promesse fatte durante la guerra, gli olandesi proposero nel febbraio 1946 l’istituzione di un Commonwealth

d’Indonesia composto da territori che avrebbero goduto del self-governement a diversi livelli; intanto nell’isola di Giava e al sud

di Sumatra si era formata un Repubblica Indonesiana che gli olandesi non volevano riconoscere.

Tuttavia si arrivò ad un accordo nel marzo 1947 (“Accordi di Cheribon”) in cui si riconosceva la Repubblica Indonesiana e la si

inseriva in una struttura federale, gli “Stati Uniti d’Indonesia” insieme agli altri territori che restavano di fatto sotto controllo

olandese, a sua volta riunita in una “Unione olandese-indonesiana” che avrebbe permesso ai Paesi Bassi di controllare la regione.

I repubblicani tentarono subito di limitare i poteri del governo olandese e il risultato fu una vasta operazione repressiva di polizia

che ridusse le forze dei repubblicani; nel settembre ’48 fu varata la Costituzione dopo una modifica degli accordi favorevole agli

olandesi, ma il rifiuto di aderire alla federazione da parte dei repubblicani provocò una nuova operazione di rappresaglia di polizia.

Questa volta, però, l’operazione fu condannata a livello internazionale e intervenne direttamente il Consiglio di Sicurezza

dell’ONU imponendo al governo olandese di riprendere i negoziati, liberare i prigionieri politici e far attuare delle elezioni; la

conferenza dell’Aja dell’agosto 1949 decise la nascita degli Stati Uniti d’Indonesia e il ritiro delle truppe olandesi.

Il 27 dicembre 1949 l’Indonesia fu ufficialmente indipendente, in seguito abbandonò la struttura federale e chiamandosi

“Repubblica d’Indonesia”; l’Unione olandese-indonesiana scomparve.

- La situazione più complicata fu sicuramente quella dell’Indocina francese:

alla fine della guerra il nord era occupato dai cinesi, il sud dagli inglesi e subito sostituiti dalle truppe francesi. La Francia voleva

applicare una federazione indocinese tra Laos, Cambogia e Vietnam incorporata in un’Unione francese sul modello olandese.

I cinesi furono allontanati con dei vantaggi sulla ferrovia dello Yunnan, Laos e Cambogia firmarono degli accordi che davano loro

una certa autonomia nel quadro dell’Unione francese; il problema era la costituzione nel Tonchino (Vietnam del nord) di una

“Repubblica del Vietnam” guidata dal Viet Minh di Ho Chi Minh che reclamava una maggiore autonomia di quella offerta dalla

Francia.

Nel dicembre 1946 iniziarono violenti scontri tra i Viet Minh e i francesi nel Tonchino, il governo socialista di Blum decise di

reagire e fu la guerra, una guerra che diveniva ideologica poiché Ho Chi Minh si avvicinava alle idee comuniste e che fu

appoggiata per questo dagli Usa; i francesi crearono a sud uno Stato del Vietnam nel marzo 1949 inglobandolo nell’Unione

francese e affidandone il governo all’ex imperatore Bao Dai con la speranza di dividere così il Viet Minh, il cui governo era stato

intanto riconosciuto dall’Urss e dalla Cina che lo finanziavano in misura sempre crescente.

La guerra continuò e nell’aprile 1952 le posizioni erano rimaste pressocchè immutate, i francesi avevano conquistato parte del

Tonchino con costi umani ed economici enormi.

La questione della Corea e il trattato di Pace con il Giappone.

Già nel 1945 alle Conferenze di Yalta e Potsdam fu deciso che la Corea sarebbe stata liberata dalla dominazione giapponese e fu

precisato che i russi avrebbero occupato il nord, gli americani il sud con una linea di demarcazione in corrispondenza del 38°

parallelo.

Ma dal 1946 iniziarono le prime difficoltà: si pensò ad un trusteeship internazionale, poi alla formazione di un governo tramite

libere elezioni ma i due blocchi non si accordarono sui partiti che vi dovevano partecipare, quindi nell’agosto 1947 gli Usa

decisero di sottoporre la questione all’Assemblea dell’ONU, nonostante le proteste sovietiche; fu creata una “Commissione

temporanea delle Nazioni Unite per la Corea” (in seguito divenuta permanente) che doveva facilitare la costituzione di un governo

nazionale coreano e l’evacuazione delle forze di occupazione.

Tuttavia, la Commissione poté operare i suoi lavori solo nella Corea del Sud, in quanto i sovietici non ne accettavano la 68

competenza ritenendo la “Comminssione mista russo-americana sufficiente”.

Durante il 1948 vi fu la contemporanea formazione di due Stati separati (analogia con la situazione tedesca) in base ad una

divisione di natura unicamente militare: nel maggio 1948 si ebbe un governo indipendente nella Corea del Sud con a capo Rhee, al

Nord il governo fu eletto da una “Assemblea del popolo di tutta la Corea” (comprendente i comunisti del sud) in settembre.

Durante il 1949 vi fu il ritiro delle truppe di occupazione, a gennaio smobilitarono i russi, seguiti a giugno dagli americani

nonostante il parere contrario della Commissione ONU per la Corea; e infatti già nei primi mesi del 1950 vi furono atti di

guerriglia da parte dei nord coreani nella zona del 38° parallelo e il 25 giugno le forze comuniste nord coreane passarono ad un

attacco su tutto il confine.

Il governo americano decise di agire contemporaneamente e rapidamente sia nell’ambito dell’ONU con una convocazione

immediata del Consiglio di Sicurezza sia sul piano militare, autorizzando il generale Mac Arthur a fornire aiuti sempre più

consistenti alle truppe sud coreane, iniziando con mezzi navali ed aerei sino ad autorizzare lo sbarco di truppe quando si comprese

la vastità dell’attacco comunista; per quanto riguarda le decisioni del Consiglio, ricordiamo che i sovietici avevano deciso di non

partecipare alla sue discussioni per protestare contro il mancato riconoscimento della Cina comunista e per il mantenimento del

seggio al delegato del Kuomintang.

Questa situazione fu sfruttata dagli americani che poterono far prendere facilmente decisioni al Consiglio senza urtare contro un

veto continuo (Egitto, India e Norvegia si astennero sempre); infatti il 7 luglio fu approvata una risoluzione che dava agli

americani il compito di designare il comandante di una missione militare internazionale che avrebbe agito in aiuto della Corea del

Sud sotto la bandiera delle Nazioni Unite. Ciò convinse i sovietici a tornare a partecipare al Consiglio.

La guerra di Corea aveva così inizio e possono essere distinte tre diverse fasi:

1) Intervento delle truppe ONU.

Il presidente Truman chiese al congresso lo stanziamento di fondi per incrementare il supporto americano in guerra, intorno al 13

luglio vi fu un primo tentativo di pace proposto dal presidente indiano Nehru che proponeva l’accettazione della Cina comunista

all’ONU in cambio della pace, ma non si ebbero risultati; intanto le forze ONU recuperarono le posizioni perse e si pose il

problema se esse avrebbero dovuto superare o meno il 38° parallelo, trasformandosi in una forza di attacco (a questa decisione

erano contrarie India, Francia ed Inghilterra, ma Mac Arthur era favorevole).

2) Intervento cinese.

L’attraversamento del confine da parte delle truppe ONU si ebbe il 7 ottobre e già il 16 fecero la loro comparsa sul teatro di guerra

forze cinesi “volontarie”; nelle settimane successive i cinesi incrementarono il numero delle loro divisioni e la situazione si

capovolse, costringendo le truppe di Mac Arthur a battere in ritirata.

Il generale fece apertamente pressioni affinché l’ONU votasse una risoluzione che gli permettesse di attaccare direttamente la Cina

comunista e la situazione internazionale divenne molto tesa, Pechino assunse un atteggiamento intransigente e Truman pensò

addirittura di usare l’arma atomica; per fortuna vi fu una mediazione del primo ministro britannico Attlee che suggerì a Truman un

atteggiamento più prudente e cercò di convincerlo a sostituire il troppo bellicoso Mac Arthur.

Questo avvenne effettivamente in quanto lo stesso Mac Arthur, galvanizzato dalla ripresa dell’avanzata delle truppe ONU propose

senza consultare Washington una tregua ai Nord coreani, pena un attacco diretto alla Cina comunista; Truman decise quindi di

sostituirlo nell’aprile 1951.

3) Dopo la revoca di Mac Arthur.

La partenza del generale distese la situazione internazionale e in giugno vi fu una proposta indiretta al negoziato da parte del

delegato sovietico all’ONU; gli americani accettarono dopo aver appreso che anche la Cina era favorevole.

I negoziati di armistizio iniziarono il 10 luglio 1951 nella “no man’s land” al confine del 38° parallelo e inizialmente non vi fu

accordo poiché i cinesi e i comunisti coreani chiedevano un immediato cessate il fuoco che avrebbe permesso loro di

riorganizzarsi e il ristabilimento del confine al 38° (mentre le truppe ONU avevano occupato posizioni strategiche a nord); il

dialogo riprese ad ottobre e il confine fu stabilito lungo la linea del fronte effettivamente esistente con una zona smilitarizzata.

La discussione andò allora sulla Commissione di Controllo e soprattutto sulla questione dello scambio dei prigionieri e si protrasse

per più di due anni; l’accordo definitivo tra le due parti fu raggiunto solo nel giugno 1953, quando fu firmata una convenzione per

il rimpatrio dei prigionieri e un accordo sulla linea di demarcazione dell’armistizio che tagliava in diagonale il 38° parallelo.

- Con l’avanzata dei comunisti in Cina gli americani dovettero modificare il loro ini8ziale progetto di alleanza con i cinesi in

funzione anti-giapponese, quindi dopo la sconfitta dei nazionalisti Mac Arthur appoggiò i partiti di destra in Giappone e cercò di

favorire un rapido risollevamento giapponese con l’aiuto anche di un trattato che desse stabilità alla situazione.

L’artefice principale di questo trattato fu il Consigliere del dipartimento di Stato americano Foster Dulles, il quale ebbe numerosi

contatti con il governo giapponese; egli inoltre fu il promotore del “Patto di Sicurezza del Pacifico” (ANZUS) che fu firmato il 1°

settembre 1951 da Usa, Australia e Nuova Zelanda contro un’eventuale risurrezione del militarismo giapponese.

Il Trattato di pace giapponese fu discusso alla Conferenza di San Francisco del settembre 1951 da 52 invitati dagli USA, con

l’esclusione della Cina comunista: l’India non partecipò per protesta (il Trattato non era dignitoso per il Giappone), Urss,

Cecoslovacchia e Polonia non firmarono.

Sul piano territoriale il Giappone rinunciava ad ogni possedimento sul continente asiatico e in Antartide, le isole Curili del Sud e

69

Sahalin restavano alla Russia (contese ancora tutt’oggi), un “trattato di sicurezza”, auspicato dagli stessi giapponesi, manteneva

forze militari americane sul suo territorio in mancanza di una difesa propria, sul piano delle riparazioni si rimandava tutto a

negoziati diretti con gli interessati; i giapponesi seguirono la politica americana scegliendo di trattare con la Cina nazionalista e

non riconoscendo il governo comunista di Mao Tsé-tung.

L’EVOLUZIONE DELLA GUERRA FREDDA (1953-1957).

L’amministrazione repubblicana e il “New Look” diplomatico.

Le elezioni americane del novembre 1952 videro il repubblicano Eisenhower a capo del governo, con Nixon vicepresidente e

Foster Dulles come Segretario di Stato.

All’inizio del 1954 si parlò di un nuovo orientamento (new look) da dare alla politica estera americana, con una riduzione

sostanziale del bilancio militare e un’intensificazione delle armi scientifiche; si sarebbe evitato di ammettere il principio di una

guerra limitata e in caso di attacco comunista contro un Paese qualsiasi la rappresaglia avrebbe potuto manifestarsi in qualunque

luogo e sarebbe stata immediata e massiccia, anche con l’impiego di armi nucleari.

Abbiamo visto come in Europa vi fu un impegno forte di Eisenhower per la CED, ma l’impegno maggiore si ebbe nel rafforzare le

alleanze asiatiche (influsso di Dulles):

tra il ’53 e il ’54 furono firmati patti d’alleanza con la Corea del Sud, il Pakistan e la Cina nazionalista, tuttavia l’accordo più

importante fu il Trattato di Manila del settembre 1954, un vero e proprio trattato di difesa collettiva per l’Asia del Sud-Est, il

SEATO, che raggruppava Usa, Francia, Inghilterra, Australia, Nuova Zelanda, Filippine , Pakistan e Thailandia; le zone in cui il

trattato garantiva la difesa erano i territori degli Stati firmatari nonché il Vietnam del Sud, il Laos e la Cambogia, gli Usa tuttavia

si impegnavano a intervenire solo in caso di aggressione comunista.

La destalinizzazione, la Jugoslavia e le democrazie popolari.

Se da una parte nella politica estera americana vi fu un irrigidimento dell’amministrazione Eisenhower su posizioni anti-

comuniste, in Unione Sovietica vi fu certamente la fine di un’era con la morte di Stalin, avvenuta nel marzo 1953, che ebbe grandi

ripercussioni a livello internazionale.

Subito si aprì la guerra all’interno del “Presidium del Comitato Centrale”, l’organo che con Stalin aveva sostituito il Politburo, il

primo a cadere fu Berija, il terribile capo della polizia politica, e il potere fu preso per un certo periodo da Malenkov, con Molotov

e Kruscev subito dopo.

L’“era Malenkov” durò per un anno e mezzo (luglio ’53 – gennaio ’55) e la caratteristica di questo periodo fu soprattutto la

sparizione del culto di Stalin e le prima allusioni ad una “direzione collegiale del potere” con una certa distensione internazionale

(primo riavvicinamento alla Jugoslavia, rinuncio alle rivendicazioni dei distretti di Kars e Ardahan dalla Turchia, ma anche

repressioni violente dei disordini in Cecoslovacchia e Germania est); direttamente collegato a questo nuovo principio fu

l’innovazione della “separazione dei poteri” tra Presidente del Consiglio e Segretario di Partito, cosa che favorì i movimenti

dissidenti delle democrazie popolari europee che già in questo periodo iniziarono le prime defezioni al regime di Mosca.

Malenkov fu estromesso all’inizio del 1955 ed iniziò l’“era Krusciov-Bulganin”, il primo capo del Partito e il maresciallo Primo

Ministro, con Molotov sempre agli Esteri; in questo periodo vi fu un aumento dell’apparente distensione iniziata con Malenkov e

l’aspetto più spettacolare fu sicuramente il riavvicinamento alla Jugoslavia di Tito, grande nemico di Stalin.

A partire dal 1953 Tito operò un cauto riavvicinamento con l’occidente, prima con il Trattato di alleanza militare di Bled firmato

con la Grecia e la Turchia (agosto ’54), sino al “Memorandum d’intesa di Londra” del 5 ottobre 1954 con Inghilterra, Usa ed Italia

che risolveva l’annoso problema di Trieste, con il ritiro delle truppe di occupazione anglo americane e il passaggio della zona A

all’amministrazione italiana e della zona B a quella jugoslava con Trieste che rimaneva porto franco.

Ma Tito iniziò subito dopo una politica di neutralità (la “politica delle zone di pace”) con l’appoggio dell’Egitto di Nasser e

dell’India di Nehru, il patto con Grecia e Turchia perse il suo valore a causa del conflitto di Cipro e comunque si ebbe già nel ’55

il riavvicinamento con l’Urss.

Questo ci fu con un viaggio di Krusciov e Bulganin a Belgrado nel maggio ’55 nel quale i dirigenti sovietici “si rincrescevano per

quello che era successo” (disse Krusciov sulla scaletta dell’aereo) e da cui risultò un nuovo principio, quello delle “diverse forme

di sviluppo socialista” nei differenti Paesi, che dava a Tito una totale autonomia e sembrava modificare le cose con le nazioni

dell’est.

Contemporaneamente l’Urss continuava a protestare energicamente contro la ratifica dell’Unione Europea Occidentale che

comportava la rimilitarizzazione della Germania e, quando nel maggio ’55 i trattati furono ratificati dappertutto, denunciò i trattati

di alleanza con l’Inghilterra e la Francia del ’42 e del ’44, indicendo anche una conferenza a Varsavia per reagire al blocco

occidentale.

Il “Patto di Varsavia” fu firmato il 15 maggio 1955 dall’Urss e dalle democrazie popolari europee (non la Jugoslavia), e prevedeva

l’organizzazione di un comando unico delle forze armate affidato ad un maresciallo sovietico.

Esso fu sostanzialmente una spettacolarizzazione ufficiale di una situazione già esistente. 70

Al XX Congresso del Partito Comunista del 14 febbraio 1956 Krusciov demolì il culto di Stalin e diede il via ad un effettivo

processo di distensione, la “destalinizzazione” che durò per qualche tempo ed ebbe le sue ripercussioni soprattutto ad est in

Polonia ed Ungheria; la dissoluzione del Cominform un paio di mesi dopo sembrò confermare che qualcosa era effettivamente

cambiato.

- La Polonia fu il primo Stato a manifestare tentativi di emancipazione dalla tutela sovietica: molte personalità imprigionate dal

regime furono rilasciate (tra essi Gomulka) ed andarono ad infoltire le fila del “gruppo progressista”, che già dal giugno ’55 iniziò

a criticare apertamente il regime; la situazione si risolse il 23 ottobre, quando Gomulka, con l’appoggio di alcuni ufficiali polacchi,

operò un vero e proprio colpo di Stato estromettendo il maresciallo sovietico Rokossovskij.

Il nuovo gruppo dirigente fu accettato da Mosca perché essi non arrivarono ad un punto di rottura con l’ordine comunista,

apportando una cauta liberalizzazione e firmando in novembre a Mosca un accordo che confermava l’indipendenza nazionale.

- Molto diversa fu la situazione in Ungheria: la situazione era già elettrica quando si ebbe notizia del colpo di Stato polacco e vi

furono manifestazioni di solidarietà che in seguito si trasformarono in una vera e propria rivolta; il progressista Nagy fu insediato a

capo del governo e iniziò a proclamare una serie di decisioni ostili a Mosca (partenza delle truppe sovietiche, abolizione del

sistema del partito unico, elezioni libere), mentre gli scontri continuarono e alla fine di ottobre le truppe russe furono costrette a

lasciare Budapest.

La reazione sovietica arrivò il 3 novembre. Ciò che preoccupava maggiormente i russi era la richiesta di libere elezioni: se fatte,

avrebbero potuto far cadere totalmente il governo comunista e ciò avrebbe significato infrangere un dogma della teoria marxista-

leninista, cioè il carattere irreversibile ed ultimo della rivoluzione comunista, punto di arrivo storico delle lotte di classe; inoltre i

russi avrebbero perso delle eccellenti basi militari al centro d’Europa.

Il 4 novembre le truppe dell’Armata Rossa attaccarono in massa, spazzarono ogni resistenza e distrussero il governo Nagy, che fu

arrestato qualche giorno dopo; il governo Kàdàr ristabiliva nel Paese una dittatura totale e tornava a chiudere le frontiere al mondo

esterno.

Con questa azione i dirigenti sovietici tornarono per un certo periodo allo stalinismo.

Le relazioni tra i due blocchi dal 1953 al 1957.

Dopo la morte di Stalin e l’apparente distensione fu Churchill a lanciare l’idea di una conferenza di alto livello che risolvesse i

principali problemi in sospeso tra i due blocchi.

- Nel gennaio – febbraio 1954 si riunì a Berlino una Conferenza dei quattro ministri degli esteri;

il risultato fu abbastanza deludente. Circa il problema dell’unificazione tedesca gli occidentali proponevano libere elezioni a zone

unificate, i russi, al contrario, non volevano né libere elezioni né una rimilitarizzazione della Germania, quindi chiedevano un

negoziato su di un piano di uguaglianza tra i due governi tedeschi e la neutralizzazione tedesca; si giunse quindi ad un punto morto

e le due tesi continueranno ad essere proposte anche nelle successive conferenze senza trovare soluzione. Anche sul problema

austriaco non vi fu accordo e si rimandò il tutto a Ginevra.

- La prima conferenza di Ginevra si aprì nell’aprile 1954, trattò dei problemi asiatici:

ad essa partecipò anche la Cina comunista, senza essere riconosciuta ufficialmente dagli Usa, non fu possibile arrivare ad un

accordo sull’unificazione della Corea per le stesse divisioni della Germania, mentre si riuscì ad ottenere un armistizio in Indocina.

Furono invitati delegati del Viet Minh e nel frattempo vi fu un cambio alla guida del governo francese proprio per questa spinosa

questione che era divenuta un fardello troppo pesante a livello economico e di vite umane per la Francia, la quale volle a tutti i

costi trovare un accordo una volta che gli americani avevano fatto intendere di negare ai francesi un appoggio militare diretto; per

il confine di armistizio tra Vietnam del Nord e del Sud ci si mise d’accordo sulla linea del 17° parallelo, nonostante la viva

opposizione e il rifiuto di firmare da parte degli Usa (che non volevano ripetere l’errore della Corea) e del primo ministro del

Vietnam del Sud.

Dopo la Germania e la Corea, il “sipario di ferro” era calato su di un nuovo Paese.

- Un passo avanti fu fatto con la conclusione del Trattato di Stato austriaco del 15 maggio 1955.

L’Urss fu probabilmente convinta dai colloqui sull’Unione dell’Europa Occidentale, assumendo un atteggiamento più conciliante;

il trattato sopprimeva le limitazioni previste nel ’49 per l’esercito ed una legge costituzionale avrebbe proclamato la neutralità

dello Stato austriaco, nonostante la partecipazione ad organizzazioni politiche come l’ONU o il Consiglio d’Europa.

- Nel luglio 1955 si tenne una Conferenza dei quattro capi di governo a Ginevra.

Ancora una volta il problema tedesco non fu risolto poiché persistevano le tesi delle libere elezioni occidentali e dei negoziati su

un piano di uguaglianza tra i due Stati tedeschi da parte sovietica.

Adducendo il non riconoscimento all’ONU della Cina comunista, i russi non vollero discutere con gli occidentali circa i problemi

con le repubbliche democratiche europee.

Per rafforzare la loro posizione sulla Germania, i sovietici invitarono Adenauer a Mosca per stabilire normali relazioni

diplomatiche tra i due Stati e far riconoscere indirettamente la DDR; Adenauer si recò prima a Washington, poi a Mosca in

settembre. Qui egli accettò di stabilire normali relazioni diplomatiche con l’Urss in cambio del rilascio dei prigionieri tedeschi

ancora nei campi sovietici. 71

Una Conferenza dei quattro ministri degli Esteri si tenne a Ginevra nell’ottobre - novembre 1955, ma i risultati sul problema

tedesco furono identici, con un Molotov molto più duro e ostinato; in definitiva la “politica dei sorrisi” sembrava lasciar

nuovamente spazio alla “guerra fredda”.

Il Mercato Comune, l’EURATOM e il conflitto Sarrese in Europa.

La Ceca e la CED dovevano far parte del cosiddetto “progetto funzionalista” di unione dell’Europa, cioè queste organizzazioni

erano delle fasi di un’unione degli Stati europei attuata per settori e per funzioni, che ebbe la prevalenza sulla “corrente

federalista” che voleva creare subito un unione politica con la nascita degli Stati Uniti d’Europa ed eliminando le nazionalità; la

nascita del Consiglio d’Europa nel maggio ’49 e la sua non riuscita nella formazione di una Costituzione comune sembrarono

evidenziare la vittoria del progetto funzionalista.

Ma il fallimento della CED sembrò indicare che perlomeno in Francia l’opinione pubblica non era favorevole all’idea

dell’integrazione europea ma quando al governo francese tornarono gli “europeisti” Faure e Pinay, il ministro degli esteri italiano

Martino propose una conferenza a Messina nel giugno ’55 per tentare un “rilancio” dell’integrazione europea.

I negoziati furono positivi continuarono, finché il 25 marzo 1957 furono firmati a Roma i trattati istitutivi del Mercato Comune e

dell’EURATOM dagli stessi 6 Paesi della CECA (Italia, Francia, Germania e Benelux) che in seguito li ratificarono entrambi

senza problemi.

Fu creato un “Consiglio dei Ministri” assistito da una “Commissione europea” composta da esperti designati dai ministri e

incaricata di preparare tecnicamente il lavoro di questi ultimi, una “Assemblea” comune per l’Euratom, il Mercato Comune e la

CECA composta da 142 parlamentari designati dai Parlamenti nazionali con il compito di dare pareri e, con la maggioranza di 2/3,

censurare la Commissione, un “Comitato economico e sociale” e un “Comitato monetario”, una “Corte di giustizia” e una “Banca

europea degli investimenti”.

Il Mercato Comune doveva realizzarsi progressivamente in tre periodi da quattro anni, le tariffe doganali erano progressivamente

abbassate e si sarebbe stabilita una tariffa doganale esterna comune, con l’apertura delle frontiere ai movimenti interni di

lavoratori e di capitali, senza tuttavia che vi fosse una politica monetaria comune.

Il trattato dell’EURATOM creò delle istituzioni simili a quelle del Mercato Comune; con esso i sei Paesi volevano coordinare le

ricerche sull’energia nucleare per scopi pacifici, al fine di produrre l’energia di cui l’Europa aveva bisogno ed emancipandola nel

campo nucleare dagli Usa (che abbassarono il prezzo dell’uranio impoverito scoraggiandone la fabbricazione autonoma agli

europei), fu creata un’agenzia che gestiva le risorse minerarie indispensabili comune ai Sei.

- Per quanto riguarda lo spinoso problema della Saar, la creazione del governo autonomista di Hoffman non rese la situazione più

facile, in quanto iniziava nel popolo sarrese un sentimento di riavvicinamento verso la Germania.

Fino all’ottobre 1954 Francia e Germania non riescono a trovare un accordo, nonostante la questione è sottoposta al Consiglio

d’Europa; una Commissione propone di europeizzare la Saar, renderla sede di organi istituzionali europei con un commissario

europeo alla Difesa e agli Esteri.

La Francia pose come condizione per l’eguaglianza di diritti della Germania la firma di un accordo sulla Saar. Esso si ebbe proprio

nell’ottobre 1954 e fu proposto uno Statuto di “europeizzazione” simile a quello proposto dal Consiglio d’Europa, che doveva

essere accettato dalla popolazione sarrese con un referendum; il voto vide la vittoria del no allo Statuto e in Francia molti videro in

questa manifestazione una volontà della Saar di riunirsi alla Germania.

Il governo Hoffman diede le dimissioni e iniziarono i negoziati: nell’ottobre 1956 la Francia riconobbe l’unità politica della Saar a

partire dal gennaio 1957, l’unione economica dopo tre anni.

In un certo senso la chiusura del conflitto della Saar era anche una sconfitta per l’integrazione europea, che da li sarebbe potuta

partire anche a livello politico.

L’indipendenza dell’Africa e la situazione in Medio Oriente.

A partire dagli anni ’50 la Francia dovette affrontare le rivendicazioni indipendentiste delle sue colonie africane, la Tunisia, il

Marocco e soprattutto l’Algeria. Diverse furono le situazioni, mentre in tutti i casi vi furono appelli all’Assemblea e al Consiglio

dell’Onu da parte di Stati Arabi e neutrali, spesso l’appoggio agli indipendentisti africani arrivò anche dal blocco sovietico.

- Sotto la guida di Bourguiba i nazionalisti tunisini reclamavano l’autonomia interna del loro Paese a partire dal 1950, una prima

tappa verso l’indipendenza; a partire dal 1953 iniziò una resistenza armata contro i Francesi e nel giugno 1955 Mendes France

acconsentì ad un accordo sull’autonomia interna con una Convenzione generale.

Tuttavia la contemporanea concessione dell’indipendenza al Marocco spinse i tunisini a chiedere una totale indipendenza che essi

ottennero pacificamente con l’accordo del giugno 1956, nonostante la Francia mantenesse delle truppe per proteggere i propri

cittadini e ostacolare i nazionalisti algerini.

- In Marocco la Francia assistette impotente alla lotta tra il Pascià di Marrakech e il Sultano appoggiato dall’Istiqual, il principale

partito nazionalista marocchino; nel 1953 il Consiglio dei Ministri francese esiliò il sultano e le truppe francesi dovettero iniziare

una logorante guerriglia contro i nazionalisti dell’Istiqual fino al 1954, anno in cui si capì che la soluzione era il ritorno del

Sultano, approvato intanto anche dal Pascià. 72


PAGINE

118

PESO

592.65 KB

AUTORE

flaviael

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dei trattati e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Rossi Gianluigi.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia dei trattati

Riassunto esame Storia dei Trattati, prof. Rossi, libro consigliato Storia Diplomatica dal 1919 ai Nostri Giorni, Duroselle
Appunto
Riassunto esame Storia contemporanea, prof. indefinito, libro consigliato La scienza e la politica come professione, Weber
Appunto
Scienza politica - Domande e risposte
Appunto
Riassunto esame Storia e Istituzioni dell'Africa, prof. indefinito, libro consigliato L'Africa, gli Stati, la Politica, i Conflitti, Carbone
Appunto