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potenze trovarono un accordo (possibilità per i russi di accedere agli Stretti in modo da poter mantenere un collegamento con gli

alleati), perciò i turchi dovettero schierarsi contro di esse per mantenere l’indipendenza.

IL TRATTATO DI SÈVRES DELL’AGOSTO 1920 regolava le sorti dell’ex Impero:

esso si basava sul principio di divisione dei territori turchi da quelli arabi, cosicché la nuova Turchia dei “Giovani Turchi” si

distacca dal mondo arabo sia politicamente che culturalmente.

Il trattato fu preceduto da una serie di accordi tra gli Alleati a partire da quello franco-inglese già nel 1916 (accordi Sykes-Picot),

fino ad arrivare alla conferenza di Londra del febbraio 1920 in cui si decise che i Turchi avrebbero conservato Costantinopoli, ai

Greci sarebbe andata la Tracia e la regione di Smirne, agli Italiani la regione di Adalia ed ai Francesi la Cilicia, mentre gli stretti

sul mar Nero sarebbero stati smilitarizzati; in Armenia ed in Kurdistan sarebbero nati due stati indipendenti, mentre in Palestina

doveva nascere un “focolare nazionale” per gli ebrei.

Per quanto riguarda la sorte degli arabi, francesi ed inglesi ottengono dei mandati sotto il nome della SDN, mentre altri territori

sono resi indipendenti.

Qualche mese dopo questi accordi furono sanzionati definitivamente dal trattato di Sèvres.

Alla notizia di questi accordi scoppia in Turchia una rivolta popolare guidata dai “Giovani Turchi”, un movimento riformatore con

una base laica e di stampo occidentale, i quali rivendicano una separazione tra chiesa e stato (l’islam, infatti, era una teocrazia) e

l’instaurazione della repubblica.

Quando iniziano le occupazioni militari alleate previste dal trattato, il gruppo riformatore turco si organizzò militarmente sotto la

guida di Mustafà Kemal, un generale che aveva respinto durante la guerra lo sbarco inglese nella zona degli stretti.

Egli chiese subito lo sgombero delle truppe alleate, poi strinse un patto con la Russia sovietica nel 1921 per assicurare i confini

orientali (riconoscimento dei confini sovietici e dei diritti russi nella regione transcaucasica in cambio dei distretti di Kars e

Ardahan).

Nello stesso anno Ataturk riesce a fermare l’avanzata greca in Anatolia (Venizelos cadde e tornò, solo per un anno, la monarchia

con Costantino I)

e soprattutto ad ottenere senza combattere l’evacuazione italiana dall’Adalia (mantenendo comunque Rodi ed il Dodecanneso),

l’abbandono della Cilicia da parte della Francia e il riconoscimento del suo governo da parte russa e francese; i greci invece,

appoggiati dall’Inghilterra, continuano la guerra.

Nel 1923 i kemalisti sconfissero definitivamente i greci e gli inglesi nella battaglia di Smirne, dopo una guerra dove non vi furono

prigionieri.

Cominciarono dei lunghi negoziati che si conclusero con il TRATTATO DI LOSANNA DEL LUGLIO 1923.

La Turchia riconquistava tutta l’Asia Minore, Costantinopoli e manteneva una striscia europea in Tracia; perdeva tutti i territori

arabi dell’ex impero.

Le popolazioni greche in Turchia e turche in Grecia furono scambiate, la questione degli Stretti fu rimandata a tempo

indeterminato.

La rivoluzione kemalista aveva intanto trasformato completamente la Turchia: furono adottati codici giuridici italiani e francesi, il

Sultano scomparve e nacque una repubblica sulla base dei principi laici delle antiche tribù turche prima della massiccia

islamizzazione; fu adottata la separazione tra chiesa e stato e si ebbe una netta divisione tra turchi e musulmani arabi.

POLITICA ESTERA ITALIANA: FIUME,

I BALCANI E LE COLONIE.

Sulla base del Trattato segreto di Londra, gli Italiani rivendicavano l’Istria, la Carinzia ed una parte della Dalmazia, ma non

Fiume, che fu rivendicata in seguito dal primo ministro Orlando.

Le rivendicazioni jugoslave riguardavano gli stessi territori ed erano in parte sostenute da Wilson, il quale rivolse un appello

diretto al popolo italiano per l’abbandono delle rivendicazioni su Fiume senza consultare il nostro governo, provocando

l’abbandono temporaneo della Conferenza di pace da parte di Orlando e Sonnino.

Durante la loro assenza, nel maggio 1919, le potenze si divisero le ex colonie tedesche; al nostro paese non fu assegnata alcuna

colonia poiché fu adoperato il sistema dei mandati che non era previsto nel Patto di Londra.

L’Italia riuscì solo ad ottenere delle piccole rettifiche al confine libico-tunisino (due oasi) e a quello libico-egiziano (un oasi);

l’Inghilterra concesse anche il Giuba in cambio di alcuni diritti italiani sullo Zanzibar. 5

Il malcontento per la questione coloniale continuò fino alla campagna etiopica condotta da Mussolini.

- Tornando alla questione fiumana, alla conferenza di pace fu in seguito deciso su proposta italiana che la questione sarebbe stata

direttamente risolta dalle parti in causa, l’Italia e la Jugoslavia, cosa che avvenne con il Trattato di Rapallo del novembre 1920.

Per la pressione congiunta di Francia ed Inghilterra (grazie alle relazioni del nuovo ministro Sforza) e per la caduta elettorale di

Wilson, la Jugoslavia dovette accettare un trattato molto svantaggioso, in cui l’Italia otteneva tutto tranne parte della Dalmazia e la

città di Fiume, che fu riconosciuta “stato indipendente” (l’occupazione della città da parte delle truppe di D’Annunzio durò dal

settembre 1919 al dicembre 1920, dopo la firma del patto).

Le elezioni per il Parlamento di Fiume si tennero nel 1921 ed i nazionalisti italiani bruciarono le urne, successivamente nel marzo

1922 gruppi fascisti organizzarono con successo un colpo di stato nella città.

Con l’avvento al potere di Mussolini (ottobre 1922) la politica italiana si fa sempre più aggressiva, finché nel 1923, rifiutato un

arbitrato, egli invia a Fiume un amministratore italiano.

La Jugoslavia non può far altro che accettare il fatto compiuto, in quanto una richiesta di aiuto rivolta alla Francia non ha esito.

Nel gennaio 1924 fu firmato il patto di Roma, con il quale fu riconosciuta la potestà italiana su Fiume.

Sempre nell’ambito dei rapporti italiani con la Grecia e la Jugoslavia, si inserisce un problema molto importante nell’instabile

regione balcanica, quello dell’Albania.

L’Italia aveva delle mire sul piccolo stato per contrastare la neo potenza jugoslava che si andava formando di fronte le sue coste.

Si giunse ad un patto segreto con la Grecia (accordo Tittoni-Venizelos, luglio 1919), con il quale l’Italia annetteva Valona e

otteneva il mandato sull’Albania con il sostegno greco, la Grecia era sostenuta dall’Italia nelle sue rivendicazioni sulla Tracia e

sull’Epiro.

Ma qualche mese dopo i greci resero pubblico l’accordo, scatenando proteste in Jugoslavia ed un’insurrezione anti-italiana a

Valona. L’accordo fu così denunciato dal nostro governo, che in seguito cercò di intrattenere rapporti di amicizia con l’Albania in

mancanza del protettorato.

L’Italia mussoliniana ebbe gravi contrasti anche con la Grecia.

Nel 1923 un ufficiale italiano fu assassinato dai greci nella rilevazione del confine albanese; Mussolini invase per reazione l’isola

di Corfù, liberandola solo dopo l’intervento diplomatico degli altri membri del Consiglio della SDN. Negli anni seguenti la Grecia

si trovò in conflitto con la Bulgaria per il controllo di territori di frontiera (un azione militare greca fu fermata dall’intervento della

SDN, l’unico efficace della sua breve storia), ma anche con l’Albania e la Jugoslavia per fattori etnici e territoriali.

Sentendosi perlopiù tradita dalle clausole del Trattato di Versailles, l’Italia appoggiò le richieste dei paesi revisionisti (Ungheria e

Bulgaria), contro quelle dei paesi della Piccola Intesa (Jugoslavia, Romania e Cecoslovacchia, che di certo non erano revisionisti

ed erano appoggiati dalla Francia).

Nonostante ciò l’Italia di Mussolini riuscì a stringere proficui rapporti con la Cecoslovacchia (trattato di amicizia del 1924) e con

la Romania nel 1926 (grazie al filo-italianismo del generale Averescu), soprattutto sulla comune base di opposizione all’anschluss.

La competizione italo-francese continuava anche nel settore balcanico:

con l’avvento di Mussolini i rapporti tra Italia ed Albania si rafforzano, grazie anche alla firma di un patto di amicizia e di

sicurezza firmato nel 1926 con il re Zogu, il quale aveva tradito l’appoggio che gli era stato dato dagli jugoslavi per impadronirsi

del potere. Con questo patto l’Italia riconosceva l’integrità territoriale dell’Albania, i due stati si impegnavano a sottoporsi ad

arbitrato e a non pregiudicare con accordi gli interessi dell’altra parte.

Questo trattato peggiorò ulteriormente i rapporti tra Italia e Jugoslavia (che aveva a sua volta stipulato un trattato di alleanza ed

amicizia con la Francia), al punto che nel 1927 furono interrotte le relazioni diplomatiche tra i due paesi e non fu rinnovato il

“patto di amicizia e di collaborazione cordiale” firmato a Roma nel 1924; successivamente Mussolini siglò con Zogu un vero e

proprio trattato di alleanza militare, facendo entrare definitivamente l’Albania nella sfera di influenza italiana.

Nell’aprile 1927 l’Italia siglò un trattato di amicizia anche con l’Ungheria che prevedeva, però, solo i casi di arbitrato e non

comportava alleanze.

Tuttavia Mussolini considerava la zona danubiana una naturale zona di espansione italiana ed il governo ungherese stesso affermò

che “l’Ungheria entrava nella sfera degli interessi politici italiani”, in cambio di un appoggio che negli anni seguenti il Duce dette

alle sue rivendicazioni revisioniste.

- Sulla questione coloniale Mussolini dichiarò che “l’Italia aveva fame di colonie” e nel 1925 fu siglato una accordo anglo-italiano

circa la spartizione delle zone di influenza in Etiopia, stato sovrano membro della SDN dal 1923.

L’accordo fu protestato da Francia ed Etiopia alla Società delle Nazioni, ma Mussolini riuscì a rassicurare il governo etiope sulla

sua indipendenza futura, cosicché nel 1928 fu siglato un trattato di amicizia tra Italia ed Etiopia che prevedeva procedure di

conciliazione e di arbitrato e assicurava l’indipendenza dello stato africano.

CONTRASTO ANGLO-FRANCESE E RAPPORTI CON LA GERMANIA. 6

Le conferenze di Cannes, Genova e Rapallo.

Riguardo al problema tedesco l’atteggiamento della Francia è stato, dal 1919, quello della fermezza nel richiedere l’applicazione

integrale del trattato di Versailles, i cui rappresentanti principali di questa politica sono il Presidente della Repubblica Milleirand e

l’ex Presidente Poincarè.

Anche il presidente del consiglio Briand mantiene un atteggiamento di contrasto con la Germania, ma solo fino al 1921, anno in

cui egli diviene il leader di una politica di riavvicinamento franco-tedesca, appoggiato dai radicali di Herriot e dalle sinistre.

La sua nuova politica era anche vicina a quella di Lloyd George, da sempre favorevole ad una veloce ripresa economica tedesca.

E’ proprio il primo ministro inglese che stimola il riavvicinamento:

Egli propone nel nov. 1921 un piano che prevedeva di concedere alla Francia quel trattato di garanzia fallito nel ’19 a causa del

rifiuto del Senato americano, ottenendo in cambio una maggiore conciliazione francese sulle difficoltà tedesche nelle riparazioni e

la riunione di una conferenza per discutere la ripresa dei commerci in Europa alla quale avrebbero partecipato su un piano di parità

anche la Germania e la Russia sovietica.

La proposta fu accettata da Briand (che tentò di proporre, fallendo, un allargamento dell’alleanza anche ai paesi dell’est europeo),

cosicché si giunse alla Conferenza di Cannes nel gennaio 1922, con Italia, Belgio e Giappone.

La politica di avvicinamento di Briand fu aspramente contrastata a Parigi.

Milleirand indirizzò a Briand un memorandum in cui gli vietava di fare concessioni sulle riparazioni e di convocare i delegati

tedeschi.

Tornato a Parigi nel mezzo della conferenza, Briand diede le dimissioni e fu prontamente sostituito da Poincarè, il quale cercò di

far fallire subito il programma portato avanti da Briand.

Innanzitutto, il capo del governo francese fece intendere a Lloyd George il poco interesse che egli nutriva verso il patto con gli

inglesi, ma, quando l’accordo russo-tedesco di Rapallo rese questa alleanza necessaria, egli non riuscì più a riaprire il negoziato

con gli inglesi su questo punto.

Altro obiettivo di Poincarè era quello di ostacolare la Russia durante la conferenza economica promessa da Briand a Lloyd

George, cioè la Conferenza economica di Genova del maggio 1922.

L’obiettivo del vertice era quello di ottenere dalla Russia il riconoscimento dei suoi debiti di guerra ed il risarcimento delle

proprietà straniere confiscate dallo stato comunista. Queste rivendicazioni si scontrarono con una controproposta russa, che

chiedeva un risarcimento sostanzioso per i danni subiti durante la guerra civile. Si ebbe, di conseguenza, un totale fallimento.

Tuttavia la conferenza ebbe un’appendice molto importante poiché Cicerin e Rathenau si incontrarono presso Genova, dove

firmarono un accordo, il

Trattato di Rapallo, con il quale i due paesi rinunciavano simultaneamente ai debiti di guerra e alle riparazioni, stabilendo rapporti

commerciali (con la clausola della nazione più favorita) e soprattutto militari, con la quale la Germania poteva costruire armi in

Russia ed addestrare soldati.

Questi accordi ebbero fine con l’avvento di Hitler al potere. Gli alleati protestarono con la Germania, escludendola dalla

Commissione politica.

Stresemann e la questione della Ruhr.

Le conferenze di Cannes e Genova avevano lasciato da parte il problema delle riparazioni.

Nel luglio 1922 il cancelliere Wirth chiese una moratoria dei pagamenti, a causa dell’inflazione galoppante del marco. All’assenso

di Lloyd George seguì quello di Poincarè, a condizione che le miniere della Ruhr fossero date in pegno agli alleati. Iniziava, così,

la politica del “pegno produttivo”.

L’Inghilterra si oppose a questo sistema, esigendo dalla Francia il pagamento dei debiti di guerra, cosa che i francesi erano disposti

a fare solo dopo aver ricevuto le indennità tedesche. La moratoria fu quindi negata.

Altro motivo di attrito franco-inglese fu la ritirata francese dalla zona di Costantinopoli, che lasciava gli inglesi soli contro le

truppe di Kemal.

Nel novembre 1921 Lloyd George fu sostituito da Law, ma la politica inglese non mutò. Poincarè era deciso ad occupare la Ruhr

alla prima inadempienza tedesca nei pagamenti, appoggiato nella Commissione per le riparazioni dai belgi e dagli italiani. Grazie a

questi appoggi, alla conferenza di Parigi nel gennaio 1923 fu decisa l’occupazione militare della Ruhr.

Il governo tedesco protestò immediatamente e ordinò ai lavoratori della Ruhr di praticare una “resistenza passiva”, continuando ad

essere stipendiati dal governo. Vi furono scontri e sabotaggi ma, nonostante ciò, Poincarè uso l’esercito e minatori francesi per far

produrre le miniere.

Questa ostinazione ebbe effetto, in quanto la Germania non poteva mantenere gli operai in sciopero per molto. Questi

riprendevano spesso spontaneamente il lavoro per paura di essere rimpiazzati dai francesi. 7

Nell’agosto 1923 a capo del governo fu chiamato il banchiere liberale Strasemann (una carica che in quel momento pochi

agognavano in Germania) che, come primo atto, ordinò la fine della “resistenza passiva”.

La situazione interna tedesca era davvero molto critica. Strasemann dovette affrontare due tentativi rivoluzionari, uno comunista

ed un altro nel 1923 nazionalsocialista durante il quale fu arrestato Adolf Hitler.

Forte era anche la pressione dei separatisti renani, ai quali l’occupazione della Ruhr aveva offerto un ulteriore motivo di protesta.

A capo del movimento separatista vi fu il dottor Dorten, che mantenne anche contatti con la Francia nella creazione di un

“governo provvisorio della Repubblica renana”; successivamente la Francia appoggiò le rivendicazioni autonomiste più legalitarie

del sindaco di Colonia, Adenauer, ma il rifiuto inglese all’autonomia della regione renana ed il lavoro di risanamento economico

operato da Strasemann (varo del Ratenmark nel 1923) che allentò le tensioni interne in Germania, fecero si che Poincarè

abbandonasse completamente la questione, cosicché i movimenti autonomisti non sopravvissero fino al ’24.

L’eccellente operato di Stresemann riuscì soprattutto a riaprire il dialogo con la Francia sulla questione delle riparazioni; risolta la

situazione egli lasciò il posto da Cancelliere per far si che si formasse un vero e proprio governo, ma fu sempre chiamato al

ministero degli esteri.

Nel novembre 1923 Poincarè (pressato dalla crisi economica francese e dalle elezioni imminenti) accettò la proposta del

presidente americano Coolidge di istituire una commissione di esperti per valutare il problema delle riparazioni, al fine di ridare

vigore all’economia tedesca ed in tal modo far saldare ai paesi europei i loro debiti verso gli Stati Uniti.

La commissione fu presieduta dal banchiere americano Dawes e presentò il suo piano nell’aprile 1924, sia agli alleati che alla

Germania.

Strasemann si dichiarò disponibile, come pure Poincarè, più che altro per l’incalzante crisi economico che stava colpendo i due

Paesi.

Intanto in Francia ed Inghilterra i governi cambiavano guida: in Francia il “cartello delle sinistre” portò al potere il radicale Heriot,

in Inghilterra diveniva Primo Ministro il laburista MacDonald.

Entrambi chiesero a Strasemann un controllo generale sull’armamento tedesco e Heriot annunciò la fine dell’occupazione della

Ruhr con l’applicazione del piano Dawes.

Il piano Dawes consisteva in un accordo valevole per cinque anni, durante i quali la Germania avrebbe dovuto pagare rate annuali

crescenti da 1 miliardo a 2.5 miliardi di marchi oro (cifra notevolmente inferiore rispetto ai 132 miliardi di marchi oro chiesti

all’epoca dello “Stato dei pagamenti”).

Nella Conferenza di Londra del luglio 1924 si discusse sull’adozione del piano e sull’evacuazione della Ruhr (solo tra Herriot e

Strasemann); grazie anche alla mediazione di MacDonald si decise una evacuazione scaglionata in un anno, tranne la città di

Colonia (occupata in virtù del trattato di Versailles) che doveva essere liberata subito.

Questi accordi furono rigettati dagli alleati quando l’ispezione degli armamenti tedeschi rivelò la presenza di armi proibite dal

trattato di Versailles, perciò la Ruhr fu liberata nell’agosto 1925 e la zona di Colonia, in seguito ai patti di Locarno, solo nel

gennaio 1926.

GLI ESORDI DELLA SOCIETÀ DELLE NAZIONI.

A partire dal 1916 Wilson cominciò ad interessarsi, come recita il suo 14° punto, ad una “associazione generale delle nazioni, con

lo scopo di fornire mutue garanzie di indipendenza politica e di integrità territoriale ai grandi come ai piccoli stati”.

Clemanceau e Lloyd George si mostravano poco interessati a questo progetto; l’iniziativa apparteneva dunque al solo Wilson.

Durante la Conferenza di pace fu formata una commissione presieduta da Wilson che aveva il compito di elaborare il patto della

Società delle Nazioni.

Nell’aprile 1919 fu approvato un testo proposto dallo stesso Wilson; il patto della SDN fu premesso a tutti i trattati di pace.

La Società delle Nazioni nacque nel gennaio 1920, con l’entrata in vigore del trattato di Versailles. La prima riunione ebbe luogo

sei giorni dopo.

Alla SDN facevano parte le nazioni vincitrici della guerra, gli stati neutrali e ogni stato che fosse stato disposto ad accettare gli

obblighi internazionali della società; i paesi vinti ne erano temporaneamente esclusi.

La SDN si componeva di tre organi principali: l’Assemblea, il Consiglio ed il Segretariato; il Consiglio era composto da 4 membri

permanenti (Italia, Francia, Inghilterra e Giappone) e 9 membri non permanenti eletti a turno, era più o meno l’organo esecutivo

dell’assemblea, che era formata da un numero di delegati variabile da uno a tre in base alla quota versata.

Tutte le decisioni erano prese all’unanimità, quindi tutti avevano diritto di veto (cosa che non avviene all’ONU).

Si può dire che la nascita della SDN sia stata una tappa fondamentale nel processo di cooperazione internazionale avviato a partire

dal 1848.

Tuttavia essa non tutela completamente l’uguaglianza tra gli stati, in quanto i paesi vinti sono esclusi, ma possono essere ammessi

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successivamente in parità assoluta con gli altri (cosa che non avviene nell’odierno ONU).

Sicuramente la comparsa della SDN ha stimolato la cooperazione internazionale, diminuendo il bellicismo e sostituendo in parte

quella prassi consolidatasi nel tempo nei rapporti internazionali.

Nell’azione della Società delle Nazioni ci si basava sul “principio di solidarietà tra tutte le nazioni”, per il quale ogni paese

attaccato era difeso da tutti i membri, ma solo dopo che l’aggressione fosse stata ufficializzata dai membri del Consiglio (vale a

dire le grandi potenze).

Il paese aggressore poteva essere colpito da sanzioni economiche o da un attacco militare (non era però obbligatorio fornire

truppe).

Il problema era che le sanzioni erano facilmente aggirabili poiché USA e Germania non facevano parte della SDN e l’intervento

armato era difficilmente scelto volontariamente dagli stati; c’è da dire, inoltre, che l’aggressione giapponese della Manciuria e

quella italiana all’Etiopia sono state sanzionate in ritardo o molto blandamente.

La vita della Società delle Nazioni fu perciò caratterizzata da continui tentativi di revisione dello statuto.

La portata del trattato di Versailles e del patto della Società delle Nazioni fu sminuita dall’astensione degli Stati Uniti.

Infatti, il trattato di Versailles doveva essere approvato dai 2/3 del Senato americano ma Wilson, allontanatosi per malattia dalla

vita politica e disinformato per lungo periodo, non accettò di votare il trattato con degli emendamenti chiesti dai repubblicani (che

sarebbero stati accettati dagli alleati), quindi gli USA furono costretti a firmare una pace separata con la Germania, l’Austria e

l’Ungheria nell’agosto del 1921.

Il sistema dei mandati.

Nella riunione di Londra tra esperti americani ed inglesi del novembre 1918 si definirono i modi per privare la Germania delle sue

colonie e spartirle tra i paesi vincitori senza procedere ad annessioni dirette.

A tal fine fu usato il sistema dei mandati in cui la SDN, erede degli imperi, conferiva alcuni mandati a paesi successori della

Germania per amministrare temporaneamente alcuni territori (poiché giuridicamente non si trattava di annessioni l’Italia non poté

chiedere alcun territorio promesso).

I mandati si dividevano in tre categorie:

tipo A: paesi dell’ex impero ottomano, che dovevano scegliere una potenza tutrice la quale li avrebbe condotti alla piena

indipendenza.

tipo B: paesi dell’Africa, ritenuti incapaci di autoamministrarsi, sarebbero stati divisi tra le potenze mandatarie.

tipo C: paesi del Sud Ovest dell’Africa e alcune isole del Pacifico, governati direttamente dalle potenze mandatarie con le proprie

leggi.

La maggior parte dei mandati B e C furono assegnati nel maggio 1919 dal Consiglio Supremo; la delegazione italiana era assente

(protesta per il proclama di Wilson) e non partecipò alla divisione poiché, secondo Balfour, il Patto di Londra non prevedeva il

sistema dei mandati.

La Francia ottenne il Togo, l’Inghilterra ebbe il Camerun e la totalità dell’Africa Orientale tedesca, l’Australia ottenne le isole

tedesche nel Pacifico a sud dell’Equatore, quelle a nord andarono al Giappone.

Più delicata fu la questione degli ex possedimenti tedeschi in Cina: il Giappone, che aveva occupato quei territori, ne chiedeva il

riconoscimento ufficiale ai danni della Cina. Da principio gli USA, che appoggiavano la Cina, dovettero cedere, ma la questione

fu in parte risolta solo nella conferenza di Washington del 1922.

La sicurezza collettiva ed il “Protocollo di Ginevra”.

La Società delle Nazioni cominciò ad acquistare un’effettiva rilevanza politica internazionale quando, in conseguenza dei rapporti

franco-tedeschi, si poneva all’attenzione degli stati il problema della sicurezza collettiva, legata soprattutto al disarmo.

Fin dalla prima assemblea del 1920 era stata costituita una “Commissione permanente per le questioni militari”, seguita dalla

cosiddetta risoluzione 14, con la quale si affermava che, per avviare il disarmo generale, tutti gli stati dovevano poter accedere ad

un accordo difensivo di mutua assistenza tra tutti gli stati membri.

Dopo vari progetti falliti, nella riunione del 1924 (che per l’importanza del tema trattato vedeva la presenza di capi di governo

come Heriot) fu discusso il progetto presentato dal ministro degli esteri cecoslovacco Banes e conosciuto con il nome di

“protocollo di Ginevra”.

Il protocollo affermava che ogni controversia internazionale sarebbe stata giudicata sia dalla Corte di Giustizia internazionale e sia

(elemento nuovo) da un arbitrato internazionale.

Se uno stato si fosse rifiutato di accettare l’arbitrato o le sue decisioni, sarebbe incorso in sanzioni economiche e militari e, con il

voto dei due terzi degli stati facenti parte del Consiglio, tutti i membri sarebbero stati costretti ad imporre le sanzioni decise dal

Consiglio (precedentemente il consiglio doveva votare all’unanimità e non poteva imporre il suo voto all’Assemblea). 9

Infine, gli stati firmatari si sarebbero impegnati a partecipare ad una conferenza per la riduzione degli armamenti.

Nella successiva sessione del 1925, il nuovo premier inglese Chamberlain (sostenuto dall’Italia) criticò fortemente il protocollo:

egli non considerava efficaci le sanzioni economiche e la mutua assistenza avrebbe comportato, data l’estensione dell’impero,

l’intervento inglese troppo spesso.

Con l’opposizione dei Dominions (che non volevano partecipare agli affari europei) e degli Stati Uniti (che non volevano

interferenze europee in America latina) il progetto fallì definitivamente.

IL PROBLEMA SOVIETICO,

LA POLONIA E I PAESI BALTICI.

La rivoluzione bolscevica e l’instaurazione di un governo comunista in Russia fu causa di rapporti molto difficili tra gli alleati ed

il governo di Mosca, il quale aveva un impostazione ideologica giudicata “pericolosa”.

Gli stati vincitori avevano deciso (con una decisione unilaterale di dubbia validità giuridica) di annullare il trattato di Brest-

Litovsk stipulato tra la Russia e la Germania prima della fine della guerra.

Il trattato era molto oneroso per la Russia (perdeva territori vastissimi e quasi due milioni di abitanti), cosicché uno dei primi

problemi a presentarsi ai vincitori era proprio quello di evitare che i russi approfittassero della situazione mutata per avanzare

pretese su territori persi o mai posseduti, cercando di assoggettare i popoli vicini favoriti dal crollo della Germania.

Ma all’interno il paese è tutt’altro che unito: parte dei generali dell’esercito, e le armate che essi comandavano con assoluta

autorità, si schierarono contro l’adesione alla rivoluzione bolscevica e combatterono una guerra civile contro l’altra parte

dell’esercito, comandata da generali ai quali i bolscevichi avevano promesso privilegi particolarissimi all’interno del regime

(successivamente, con le purghe staliniane del ‘36-’38, essi furono condannati per “deviazionismo” dall’ideologia di regime).

I generali controrivoluzionari (i cosiddetti “bianchi”) formarono gruppi militari poco coordinati tra loro, mentre i bolscevichi

poterono organizzare la popolazione nella formazione dell’Armata Rossa; il popolo russo fu investito dagli slogan rivoluzionari

come “la terra ai contadini”, e proprio questa promessa portò i lavoratori a pensare che essi avrebbero solo lavorato per

autoprodurre, causando malumori e rivolte, la carestia per lo scarso raccolto e la Nuova Politica Economica (NEP) subito dopo la

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fine della guerra civile.

Dal canto loro i paesi vincitori decisero in un primo momento di contrastare il nuovo governo comunista, ritenuto una minaccia

per la pace raggiunta;

di conseguenza essi appoggiarono la lotta dei Bianchi, inviando soprattutto denaro ed armi, ma anche alcuni contingenti militari.

Inghilterra e Francia inviarono truppe a Odessa e Bantum in appoggio alle truppe comandate a nord da Kolcak ed a sud da Denikin

con i cosacchi, l’Italia un contingente a Sant’Arcangelo, USA e Giappone a Vladivostok.

Ma l’inarrestabile avanzata dell’Armata Rossa e la scarsità di truppe e mezzi che le spossate finanze degli occidentali potevano

permettersi, fecero mutare atteggiamento alle potenze vincitrici.

Alla conferenza di pace si cominciò a discutere circa la partecipazione della Russia alle trattative sui confini orientali; favorevole

erano Italia e Stati Uniti, neutra la Francia, contraria l’Inghilterra (gennaio 1919).

Per osservare la situazione fu affidato un mandato esplorativo all’inviato diplomatico americano Bullit, il quale riuscì ad

accordarsi con Lenin sulla partecipazione alla conferenza di pace in cambio del ritiro delle truppe dal suolo russo e del

mantenimento di una buona parte dei territori conquistati..

Ma il piano Bullit non fu accettato proprio dalle potenze vincitrici.

Questo avvenne poiché esse cominciavano a temere il diffondersi del comunismo in tutta Europa, preoccupate dai segnali della

rivolta spartachista in Germania e da quella comunista di Bela Kun in Ungheria; ma la preoccupazione maggiore fu sicuramente

data dalla adesione-promozione della Russia al Comintern, la III internazionale che rompeva con il socialismo e si poneva come

obiettivo quello di portare la rivoluzione comunista in tutto il mondo.

Questa violazione palese del principio di sovranità degli stati (allora avvertito in maniera intensa) portò alla definitiva bocciatura

del compromesso ottenuto da Bullit; inoltre i russi bianchi scatenavano nel febbraio 1919 una violenta offensiva, offrendo una

speranza agli occidentali.

Ma nel marzo essi costatano il grave onere finanziario di un’azione militare diretta (come voleva Churchill) e soprattutto la

mancanza di uomini e mezzi, cosicché decisero di continuare ad inviare solo aiuti finanziari ai bianchi.

Le truppe furono ritirate e, di conseguenza, le armate controrivoluzionarie non riuscirono più a sostenere l’urto dei bolscevichi;

Kolcak si ritirò a maggio verso la Siberia, fu successivamente fucilato dai bolscevichi, anche le armate di Denikin capitolarono e si

ebbe la fine della guerra civile.

Risolti i problemi interni, Lenin voleva ottenere un riavvicinamento all’occidente capitalista per ottenere quei capitali necessari

alla ricostruzione industriale del paese; a tal fine egli opera una parziale “correzione ideologica”, affermando che l’esportazione

della rivoluzione comunista in tutto il mondo è ancora lontana e che i due sistemi possono convivere.

L’appello è raccolto dalle potenze e vi è la ripresa dei rapporti commerciali e degli investimenti stranieri nell’industrializzazione

russa con l’arrivo di capitali soprattutto inglesi e tedeschi, ma anche francesi ed italiani.

Inizia il periodo della NEP: al latifondista si sostituisce lo Stato, i contadini non diventano padroni della terra (come avevano fatto

volutamente intendere gli slogan) ma devono lavorare per il sostentamento loro e della comunità.

Circa la definizione dei confini, gli occidentali riuscirono a limitare l’espansionismo russo, grazie ad aiuti finanziari e militari

(talvolta diretti) alle popolazioni in lotta per la loro indipendenza, concessi soprattutto dall’Inghilterra e dalla Germania; ma se non

si ebbe un nuovo conflitto fu soprattutto grazie alle concessioni in tal senso di Lenin, il quale era disposto a rinunciare a molte

rivendicazioni territoriali pur di assicurare la stabilizzazione della rivoluzione comunista in Russia.

Con l’aiuto delle truppe irregolari del generale tedesco von der Goltz la Finlandia cacciò i Russi dopo essersi proclamata

indipendente nel dic. 1918, mentre il trattato di pace ed il riconoscimento ufficiale si ebbe solo nel 1920.

Con complesse vicende anche l’Estonia, la Lettonia e la Lituania riuscirono a mantenere l’indipendenza dalla grande Russia,

anche loro avevano proclamato nel 1918 la loro indipendenza.

La pace con l’Estonia si ebbe nel 1920 su proposta russa, nonostante le interferenze occidentali per far fallire l’accordo.

La Lettonia dovette combattere contro i Russi ed i tedeschi di von der Goltz, aiutata dalla Francia e dall’Inghilterra conquistò

l’indipendenza nel 1920.

Nel luglio 1920 si ebbe anche l’accordo di pace tra Russia e Lituania (che otteneva l’indipendenza), ma i lituani dovettero subire

l’attacco dei polacchi che riuscirono ad occupare e mantenere l’importantissima città di Vilna, aggressione che successivamente la

SDN riconoscerà come fatto compiuto.

L’Ucraina e la Bielorussia accettarono di far parte della Federazione Russa.

Sembrava dunque che nel 1920 la situazione si fosse normalizzata e che i rapporti russo-occidentali andassero verso una definitiva

distensione.

Invece i rapporti furono nuovamente deteriorati a causa delle rivendicazioni territoriali della Polonia che scatena un nuovo

conflitto ad est.

Nata nel novembre 1918 la repubblica polacca combatté contro i tedeschi dopo la fine delle ostilità e contro gli ucraini ed i Russi

durante tutto il 1919.

Gli alleati proposero la definizione dei confini sulla cosiddetta “linea Curzon” (che passava per Brest-Litovsk), i russi proposero i

confini sulle posizioni del fronte, poi furono disposti ad accettare la proposta occidentale.

I polacchi rifiutarono e ripresero le ostilità nell’aprile 1920. 11

Dopo alcuni successi iniziali i polacchi subirono una dura sconfitta, i russi volevano trattative dirette e rifiutarono la mediazione

britannica, cosicché la richiesta d’aiuto fatta dalla Polonia fu accolta dai francesi, che inviarono soldati, armi ed ufficiali alla

Polonia, riuscendo a far indietreggiare i russi.

La pace russo-polacca fu firmata a Riga nel marzo 1921, stabilendo i confini dello stato polacco molto più ad est rispetto alla

“linea Curzon”.

Intanto la Francia otteneva in cambio un’alleanza militare con la Polonia, completando la sua difesa contro la Germania.

La frontiera russo-rumena fu definita interamente dal Consiglio Supremo interalleato nell’aprile 1919, il quale attribuì la

Bessarabia (o Moldavia) alla Romania, invitando i russi ad accettare questa decisione e garantendo direttamente la frontiera.

A causa di questo episodio i russi considerarono la Bessarabia “terra irredenta” e quando questi accordi di garanzia furono

definitivamente ratificati dai parlamenti degli stati occidentali (in Italia avvenne nel 1926) i rapporti tornarono a deteriorarsi.

I russi riescono a recuperare l’Azerbaigian e la Georgia grazie ad insurrezioni comuniste guidate da Mosca che cacciarono le

truppe inglesi presenti in quei territori, l’Armenia fu conquistata direttamente con una spedizione dell’Armata Rossa, grazie

all’accordo stipulato nel 1921 con la Turchia di Mustafa Kemal, il quale delimitava i confini russi e prevedeva la cessione ai

Turchi dei distretti di Kars e Ardahan in cambio della libertà di intervento nella regione Transcaucasica, dove si trovavano questi

stati.

Alla fine del 1921 vennero anche firmati gli accordi commerciali tra la Russia e l’Inghilterra, la Francia e l’Italia, ma i russi

desideravano il riconoscimento de iure del loro governo da parte della comunità internazionale.

Nonostante la convocazione della conferenza di Genova, si manifestò la non comprensione con gli occidentali circa la questione

dei debiti di guerra e del risarcimento dei capitali delle industrie occidentali confiscate dai soviet.

Una svolta si ebbe dal trattato di Rapallo con la Germania, primo stato a riconoscere la Russia sovietica, con il quale i tedeschi

potevano condurre esperimenti militari e riarmarsi ed i russi ottenevano le conoscenze tecniche necessarie al rafforzamento

dell’esercito voluto da Lenin.

Il riconoscimento dello stato bolscevico fatto dal governo tedesco fu seguito nel febbraio 1924 dal governo laburista inglese di

MacDonald e dall’Italia di Mussolini. Nello stesso anno si ebbe il riconoscimento da parte della Francia e della Cina, non dagli

USA.

Dopo la morte di Lenin (1924) e fino all’esclusione di Trotsky (1927) l’Unione Sovietica subì una grave crisi interna che la

escluse dalla politica europea, considerando il trattato di Locarno come una minaccia per la costituzione di un fronte anti-

bolscevico.

I rapporti con la Germania si mantennero attivi anche dopo l’accordo di Rapallo; nel aprile 1926 fu siglato un trattato di amicizia e

di neutralità tra i due paesi (neutralità di uno in caso di attacco non provocato all’altro, obbligo a non aderire a coalizioni di

boicottaggio economico diretto contro uno dei due stati).

Ma il 1926 fu un anno molto intenso per la politica estera russa.

Dal canto suo la Polonia cercò di arrivare ad un trattato di garanzia sulle sue frontiere, tentando la creazione di una “piccola intesa

baltica” che la Russia temeva molto.

Per impedirla, i russi proposero trattati bilaterali di garanzia e di neutralità, respingendo le proposte di un patto di garanzia globale.

Trattati bilaterali furono stipulati durante il 1926 con la Lituania, la Lettonia, la Turchia e l’Afganistan.

Accordi non ci furono con la Polonia e la Romania che, al contrario siglarono sempre nel 1926 un trattato di alleanza militare;

inoltre la spinosa questione mai sopita della Bessarabia si riaccese quando la Romania vide formalmente riconosciuti nel 1926 i

suoi confini prima dalla Francia e in settembre anche dall’Italia.

La Russia protestò con due note rivolte contro i due paesi; la situazione con la Francia era già stata compromessa dal fallimento di

una conferenza per il pagamento del debito di guerra sovietico nel febbraio 1922.

Ma i rapporti più tesi furono quelli con la Gran Bretagna: in seguito ad uno sciopero generale organizzato nel 1926 dalle Trade

Unions, che fu appoggiato da collette raccolte dai lavoratori russi, il governo Baldwin affermò che i sindacati sovietici

finanziavano quelli inglesi, mostrando l’ingerenza dei Soviet nella politica britannica.

Successivamente, in seguito alla pubblicazione di un libro in cui erano svelati i piani sovietici anti-inglesi, il governo britannico

decise di rompere le relazioni diplomatiche con i sovietici nonostante le loro proteste (mag. 1927).

L’isolamento internazionale dell’Unione Sovietica durò sino al 1929, quando l’adesione al patto Briand-Kellogg la riavvicinò ai

paesi europei.

L’EUROPA E L’APOGEO DELLA SICUREZZA COLLETTIVA.

I Trattati di Locarno e l’ammissione della Germania alla Società delle Nazioni.

Partendo da un’idea dell’ex Cancelliere Cuno, nel febbraio 1925 Strasemann redasse un memorandum ai governi alleati, il quale

12

proponeva un accordo in cui la Germania avrebbe rispettato il confine franco-tedesco e la zona smilitarizzata della renania,

accettando in questo modo solo due punti del Trattato di Versailles e tralasciando il resto.

L’Inghilterra non approva questa nuova politica revisionista di Strasemann, Mussolini avrebbe preferito anche un impegno tedesco

nel non applicare l’anschluss, mentre in Francia cadeva Heriot ed il nuovo governo francese di Painlevè con agli esteri Briand (che

manterrà questa carica fino alla morte nel 1932), accettò la proposta a condizione che la Germania fosse entrata nella SDN senza

porre condizioni particolari.

La conferenza per discutere questi ed altri temi si svolse a Locarno nell’ottobre 1925. Ad essa vi parteciparono anche

Chamberlain, il belga Vandervelde e Mussolini.

Furono stipulati una serie di trattati, il più importante dei quali fu quello che stabiliva il mutuo rispetto delle frontiere tra Francia,

Belgio e Germania, fatto con la garanzia militare dell’Inghilterra e dell’Italia.

Fu deciso, inoltre, che se la Germania avesse invaso la zona smilitarizzata si sarebbe potuto intervenire con le armi; furono

stipulati dalla Francia due trattati di alleanza con la Cecoslovacchia e la Polonia.

Il tutto fu chiuso con accordi di arbitrato tra la Germania da una parte e Francia, Belgio, Cecoslovacchia e Polonia dall’altra per

evitare conflitti.

La Germania subordinò la firma del Trattato allo sgombero della zona di Colonia, che fu accettata dalla Francia; successivamente

il Trattato fu approvato in Germania superando l’ostacolo dei nazionalisti.

Per quanto riguarda l’entrata nella Società delle Nazioni, la Germania chiese un seggio permanente e (per il suo esercito ridotto) di

non partecipare alle sanzioni militari.

Alla prima votazione del Consiglio la Germania fu esclusa per l’opposizione del Brasile, poi nel settembre 1926 fu approvata una

riforma dello Statuto per cui i membri del Consiglio divenivano 15: 6 permanenti (compresa la Germania, ammessa dopo l’uscita

del Brasile dall’organizzazione), 3 a carattere semipermanente e 6 non permanenti.

La Germania fu ammessa nella SDN nel settembre 1926, dando l’idea al mondo dell’inizio di un periodo di pace e collaborazione

tra le nazioni.

Questo riavvicinamento franco-tedesco fu soprattutto opera di Briand e Stresemann. Il primo era un idealista che operava

sinceramente per la pace invece di cercare a tutti i costi un vantaggio per la Francia o l’umiliazione della Germania (per questo fu

spesso criticato dai nazionalisti francesi);

Stresemann era invece più concreto. La sua più grande vittoria è stata proprio quella di far accettare gli accordi di Locarno ai

vincitori, poiché egli ottenne da questi il riconoscimento che il Trattato di Versailles fu un'imposizione senza la minima

mediazione con i vinti e che, inoltre, la Germania non era la sola responsabile dello scoppio della guerra.

Riuscì ad imporre il suo revisionismo ai vincitori, sconfisse l’opposizione montante all’interno della destra nazionalista e contribuì

a dare al mondo negli anni che vanno dal 1926 al 1929 una forte speranza di pace e stabilità.

Dopo Locarno Briand propose a Strasemann (accordi di Thoiry del settembre 1926) la fine dell’occupazione militare, la

restituzione della Saar e la fine dei controlli sull’arsenale militare. In cambio di queste importanti concessioni politiche egli

chiedeva alcuni vantaggi finanziari per la Francia in modo da salvare la credibilità del franco.

Il governo tedesco fu subito favorevole ma in Francia rimaneva viva soprattutto la paura per la fine dei controlli militari; il

progetto fallì perché il mese successivo il franco cominciò a rinforzarsi, rendendo non più prioritarie le manovre finanziarie.

Tuttavia la Germania ottenne comunque la fine del controllo militare a partire dal 1927, poiché la Società delle Nazioni decise di

richiamare la Commissione competente in quanto i governi non ne tenevano conto.

Il patto Briand-Kellogg ed il piano Young.

L’apogeo di questa ondata pacifista si ebbe nell’agosto 1928 con il patto Briand-Kellogg, firmato a Parigi da quasi tutte le nazioni

del mondo (57).

Esso nasce da una proposta di Briand al governo americano, vale a dire la firma di un patto che avrebbe sancito l'abbandono della

guerra come risoluzione dei conflitti tra i due stati; gli americani accettarono a condizione di allargare l’accordo a tutti gli stati,

mentre la Francia ottenne che la firma del patto non avrebbe annullato gli obblighi di Locarno (intervento armato in caso di

invasione tedesca) e della appartenenza alla Società delle

Nazioni (intervento contro uno stato inadempiente).

Presi gli accordi, il “patto di rinuncia generale alla guerra” fu accettato anche dagli altri governi, condannando il ricorso alla guerra

come risoluzione dei conflitti internazionali (art.1) e impegnandosi alla ricerca di mezzi pacifici nelle situazioni di conflitto (art.2).

La Russia vi aderì dopo aver firmato un patto simile con i suoi vicini (Polonia, Estonia, Lituania, Lettonia, Turchia e Romania)

detto “accordo di Mosca” o “protocollo Litvinov”.

Durante la firma del patto Stresemann, Briand e Poincarè (rieletto a grande maggioranza in Francia poco tempo prima) discussero

circa i due problemi ancora pendenti tra Germania e Francia: le riparazioni e l’evacuazione della Renania, occupata dalla fine del

conflitto.

Poincarè voleva (come fu per il piano Dawes) unire le due questioni, cosicché anche la Francia avrebbe potuto pagare i suoi debiti

di guerra a USA ed Inghilterra. 13

Nell’agosto 1929 una conferenza franco-anglo-tedesca tenutasi all’Aia decise che l’evacuazione della Renania sarebbe stata

completata nel luglio 1930. La questione delle riparazioni era invece più complessa: il piano Dawes aveva valenza per cinque

anni, fino al 1929 (da qui la preoccupazione di Poincarè), la Germania aveva pagato regolarmente quasi 10 miliardi di marchi-oro

in valuta e in merci prodotte.

In giugno si era riunita una commissione sotto la presidenza dell’americano Young, la quale presentò un progetto di pagamento in

36 annualità crescenti da 1,5 miliardi a 2,5 miliardi di marchi-oro (la scadenza era nel 1988, anno in cui Francia ed Inghilterra

finivano il pagamento dei debiti agli USA, ma non si era adottata appositamente la politica “clausola di salvaguardia”), pagati

dalla Germania direttamente in valuta straniera per riacquistare la sua autonomia finanziaria; inoltre la Commissione per le

riparazioni sarebbe stata soppressa.

In Francia il Piano Young fu approvato contemporaneamente con l’approvazione del pagamento dei debiti di guerra agli USA.

I PROBLEMI EXTRA EUROPEI DAL ’21 AL ’29.

La conferenza di Washington.

Gli Stati Uniti erano governati dal 1921 dal presidente Harding, il quale sosteneva l’idea del “ritorno alla normalità” consistente

nella conservazione dell’isolamento tradizionale e di non partecipazione alla SDN.

Gli USA firmarono un trattato di pace separato con la Germania nel 1921.

Harding decise di convocare una conferenza per la discussione del disarmo (in particolare di quello navale) e della situazione in

Estremo Oriente e nel Pacifico. Alla CONFERENZA DI WASHINGTON DEL NOVEMBRE 1921 parteciparono Francia,

Inghilterra, Italia, Giappone, Cina, Belgio, Olanda e Portogallo; essa si protrasse sino al febbraio del ’22.

Si discusse solo del disarmo navale (la Francia non accettava limitazioni sull’armamento terrestre) e da subito si creò una forte

coalizione anglo-americana che riuscì ad imporre determinate quote di navi civili e militari agli altri paesi.

Il trattato delle cinque potenze fu firmato nel febbraio 1922.

Esso stabiliva la parità tra le flotta militare americana e quella inglese (che doveva abbandonare il principio del “two powers

standard”), e riduceva le aspirazioni al riarmo navale francese; per le flotte civili erano assegnate le seguenti quote: 5 USA e GB, 3

Giappone, !,75 Italia e Francia.

La Francia ottenne un unico successo nel mantenere libera la costruzione di sottomarini e delle unità minori; il Giappone fu spinto

ad accettare dalla clausola che stabiliva il mantenimento dello status quo nelle fortificazioni delle isole nel Pacifico e anche perché

gli USA potevano schierare nel pacifico solo un 2,5 della flotta, mentre il Giappone aveva una quota di 3.

Per quanto concerne l’Estremo Oriente fu firmato il trattato delle quattro potenze sul pacifico nel dicembre 1921 in cui Francia,

Inghilterra, USA e Giappone stipulavano un trattato di garanzia sui possedimenti nel Pacifico, stabilendo regole di non

aggressione e di risoluzione pacifica delle controversie.

La situazione in Estremo Oriente:

Il Giappone.

Durante la sua storia il Giappone ha sempre vissuto sotto la minaccia del ben più potente impero cinese, non sviluppando una

flotta da guerra.

Essi adottavano approssimativamente un ordinamento interno a base piramidale simile al nostro sistema feudale, con l’imperatore

al vertice ed una casta di guerrieri subito dopo che adottavano forme di guerra basate sulle arti marziali, quindi sullo sviluppo del

corpo e senza armi particolari.

Il Giappone era una teocrazia, in quanto l’imperatore era considerato come un Dio in terra (“figlio del Sole”) e la sua vita stabiliva

il tempo, le ere.

La situazione cambia con l’arrivo nel 1854 di una nave commerciale americana, che stabilisce i primi contatti e provoca stupore

nel mondo nipponico per le conoscenze tecniche degli stranieri.

Nel 1868 il nuovo imperatore (che da inizio all’era Tokugawa) decide di operare un processo di modernizzazione dello stato,

adottando un sistema parlamentare (partiti, elezioni, rappresentanza) che opera una divisione tra il potere civile ed il potere

militare, entrambi autonomi e riuniti nella persona dell’imperatore.

Questo rinnovamento avviene ad imitazione dei modelli europei (creando anche e soprattutto un nuovo esercito pari a quello dei

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paesi occidentali), ma esso non nasce da una rivoluzione popolare come era successo in Europa, bensì è imposto dall’alto ed

accettato da tutti senza lotte interne.

Con il nuovo esercito i giapponesi operano una rivincita sulla Cina, occupando nel 1894 la penisola coreana, dalla quale erano

partite tutte le passate incursioni cinesi sul suolo giapponese.

Nonostante questa vittoria, però, i giapponesi non poterono annettere la Corea, poiché vi fu un intervento delle potenze occidentali

(la cosiddetta “Triplice dell’estremo oriente”, formata da Germania, Russia e Francia) che non volevano la presenza dei

giapponesi sul continente asiatico; esse imposero la decisione al Giappone con l’invio delle loro tre flotte orientali.

Come reazione a questa imposizione i giapponesi stipulano un accordo marittimo con l’Inghilterra nel 1902, il quale prevede il

sostegno giapponese all’impero inglese in India in cambio di un aiuto dell’Inghilterra alla flotta giapponese (accordo che perse

ogni sostanziale valore dopo il “Trattato delle quattro potenze del Pacifico”, che sanciva lo status quo in quell’

La prima “vendetta” contro gli stati della Triplice dell’Estremo oriente fu operata dai giapponesi ai danni della Russia, con una

guerra vinta dai giapponesi nel 1904-1905, ottenendo il controllo della ferrovia sub-manciuriana (parte importante della

Transiberiana), i diritti di presidio in Corea (poi annessa definitivamente nel 1910) e la possibilità di inserire capitali giapponesi

nella costruzione della Transiberiana.

Durante la Prima Guerra Mondiale è saldato il conto con la Germania, occupando in due mesi tutte le colonie tedesche in Estremo

Oriente (lo Xiantung e le Isole Marianne).

La conquista dello Xiantung è usata come base per una penetrazione in Cina: i giapponesi impongono una sorta di assistenza

tecnica e politica al debole governo cinese, sancita con il “Trattato delle 21 domande” del 1915.

Alla conferenza di pace il Giappone chiede il riconoscimento delle conquiste fatte ma si scontra con l’opposizione soprattutto

degli Stati Uniti, che lo vede come un pericoloso nemico ad oriente; per forzare gli americani i giapponesi chiedono un trattato

internazionale sull’eguaglianza delle razze, il quale avrebbe penalizzato quegli stati (come gli USA) che praticavano la

segregazione razziale. Ed infatti il Giappone vide riconosciute le sue richieste nel trattato di Versailles, compresa l’occupazione

dello Xiantung.

Possiamo dire che negli Stati Uniti questa vittoria diplomatica giapponese fu una delle cause che non fecero approvare il trattato

(oltre al patto di difesa militare che li legava alla Francia).

Il contrasto nippo-americano continuerà negli anni successivi sino all’attacco giapponese a Pearl Harbor e all’attacco atomico

americano.

La Cina.

La Cina compare sulla scena internazionale con le “Guerre dell’Oppio” del 1840, alle quali seguono i cosiddetti “Trattati

ineguali”, con cui gli stati europei ottengono molti privilegi nella gestione di beni, servizi e commerci sul suolo cinese (concessi

con il consenso dei potentissimi amministratori locali, i Mandarini), nonché regole privilegiati sull’extraterritorialità.

Solo gli USA mantengono il “principio della porta aperta”, protestando contro il mantenimento di zone privilegiate al commercio

di prodotti europei.

Nel 1899 si ha un risveglio nazionalista cinese, che esplode con la “rivolta dei Boxers” contro il quartiere delle ambasciate.

L’insurrezione ha un esito fallimentare poiché gli stati europei organizzano una spedizione militare che riprende il controllo del

paese.

Un processo di modernizzazione fu avviato da Sun Yat-Sen nei primi anni del secolo: si ha un parziale abbandono del vecchio

ordinamento che si attua soprattutto con l’allontanamento pacifico dell’Imperatore.

Tuttavia il paese è diviso sotto il controllo di varie autorità ed il governo di Sun Yat-Sen è esiliato a Canton, mentre a Pechino se

ne forma un altro portando il paese ad una guerra civile che rende molto più difficoltosa la conquista della piena indipendenza

dello stato dai paesi europei.

Ad approfittare di questa situazione è soprattutto il Giappone, che impose alla Cina l’accettazione del “Trattato delle 21

domande”, chiedendo l’assenso ad una “assistenza” di ministri giapponesi nel governo cinese e di forti comunità in Manciuria,

nonché il controllo dello Xiantung (allora colonia tedesca).

Mentre le potenze europee davano via libera al Giappone, gli americani si schieravano con la Cina, facendola entrare in guerra

contro la Germania per partecipare da paese libero e vincitore alle trattative per la pace.

Ma, trovandosi USA e Giappone nella stessa coalizione, essi dovettero raggiungere un accordo: nel novembre 1917 gli americani

riconoscono la presenza giapponese in Cina, mentre questi ne assicurano l’indipendenza.

Gli USA appoggiano la Cina in funzione anti giapponese e il problema della ormai prossima avanzata nipponica sul continente

asiatico è ripreso proprio durante la conferenza di Washington.

I cinesi chiedevano la revisione dei “Trattati Ineguali” e la fine delle usurpazioni territoriali straniere: Stati Uniti ed Inghilterra

erano favorevoli, secondo il “principio della porta aperta”, ad una revisione che favorisse la Cina (ostacolando le ambizioni

giapponesi), la Francia era disposta a fare piccole concessioni, il Giappone era contrario sostenendo l’instabilità della situazione

interna cinese come pretesto per non attuare le revisioni.

Dopo accese discussioni i cinesi ottennero solo un impegno dalle potenze a rispettare l’indipendenza e l’integrità territoriale della

15

Cina, a mantenere legami commerciali e a non approfittare della situazione interna dello stato;

Gli occupanti non ritiravano le loro truppe e non concedevano l’indipendenza doganale, l’extraterritorialità non fu abolita poiché si

riteneva che l’organizzazione giudiziaria cinese non offrisse sufficienti garanzie.

Questi accordi composero il “trattato delle nove potenze” (febbraio 1922).

Per quanto riguardava i rapporti con il Giappone, la Cina chiese la revisione del “trattato delle 21 domande” e l’annullamento dei

diritti giapponesi nello Xiantung. I giapponesi imposero dei colloqui bilaterali e, sotto la minaccia statunitense di un forte riarmo

navale, con l’accordo del febbraio 1922 accettarono di evacuare le truppe dallo Xiantung e restituire alla Cina il controllo delle

ferrovie su questo territorio; il “trattato delle 21 domande” rimase in vigore ma il Giappone di fatto rinunciò a molti dei privilegi

che questo “accordo” gli attribuiva. In cambio di tutte queste concessioni i giapponesi ottennero la già accennata supremazia

navale nel pacifico.

- Durante e dopo la conferenza di Washington, la Cina continuava ad essere sconvolta dalla guerra civile; il governo

momentaneamente riconosciuto dall’occidente era quello di Pechino, mentre un secondo governo guidato dal partito nazionalista

di Sun Yat sen (Kuomintang) era di stanza a Canton e vari generali occupavano d'autorità alcune province nel nord del paese.

Il problema che si poneva alle potenze era sapere con quale governo trattare.

Particolari furono le relazioni tra Cina ed URSS:

Dal 1923 al 1927 i sovietici riconobbero come legittimo il governo di Canton, stabilirono strette relazioni con Sun Yat sen,

addestrarono le armate del Kuomintang e cercarono di riformare il partito dall’interno in direzione comunista, perorando in

Giappone e all’estero la revisione dei “Trattati ineguali”; in cambio ottennero l’occupazione militare della Mongolia esterna, che

nel 1924 fu trasformata in una “Repubblica Popolare”.

Ma i rapporti ebbero fine con la morte di Sun Yat sen; il nuovo capo del Kuomintang, Chiang Kai-shek, operò una netta rottura

con i russi, i quali nel 1927 interruppero le relazioni diplomatiche con Canton.

Contemporaneamente i sovietici negoziavano un accordo con il governo di Pechino che fu firmato nel maggio 1924.

Questo trattato fu il primo per la Cina negoziato su basi paritarie: infatti, i cinesi riconoscevano il governo sovietico della Russia,

in cambio tutti i trattati tra la Cina ed il governo zarista erano annullati, la Mongolia esterna era data completamente alla Cina, i

sovietici rinunciavano alla “indennità dei Boxer” e ritiravano le loro truppe dalla zona della ferrovia orientale cinese (che era

diretta dai russi in attesa del riscatto, con alcuni membri cinesi nel consiglio di amministrazione); i sovietici rinunciavano anche ai

loro diritti di extraterritorialità sul suolo cinese.

Intanto nel 1926 Chiang Kai-shek iniziava la sua lotta di unificazione della Cina, che si concluse vittoriosamente nel 1928 con la

conquista di Pechino.

L’anno seguente egli decise di cambiare il direttore russo della ferrovia orientale con uno cinese. I sovietici risposero attaccando la

Manciuria del nord e, nel dicembre 1929 sconfissero duramente i cinesi.

Tuttavia la questione della ferrovia non fu risolta e, quando nel 1931 i giapponesi attaccarono la Manciuria, vi era ancora un

direttore cinese.

- Gli accordi di Washington cominciarono ad essere applicati nel 1922 (conferenza di Shanghai sulle tariffe doganali, istituzione di

una commissione d’inchiesta sull’extraterritorialità per stabilire la sicurezza per i cittadini occidentali in Cina e l’efficienza del

sistema giudiziario);

Ma intanto continuava l’occupazione sempre più odiosa agli occhi della popolazione, cosicché nel 1925 scoppiò a Shanghai una

forte rivolta anti-occidentale guidata dai nazionalisti; nella città la polizia inglese uccise nove cinesi e la flotta francese mitragliò

Canton.

Le trattative erano fatte con il governo di Pechino ma nel 1926 cominciò l’avanzata vittoriosa del Kuomintang; scosse dalle

violenze e per la perdita di potere del governo rappresentativo, le potenze decisero di proporre una revisione dei trattati se la Cina

avesse espresso un governo solido con il quale trattare. Nel 1928 iniziarono le trattative con il governo nazionalista del

Kuomintang che era riuscito ad unificare la Cina, il solo Giappone si rifiutava di mettere in discussione gli accordi.

A partire dal luglio di quell’anno il governo nazionalista cinese ottenne la firma di vari trattati che riconoscevano alla Cina

l’autonomia doganale, mentre per il problema dell’extraterritorialità le potenze chiedevano un ulteriore miglioramento dei codici,

quindi la situazione rimase immutata.

Situazione dell’Africa e del Medio Oriente.

- In Africa solo Sudafrica, Egitto, Etiopia e la Liberia erano Stati indipendenti, il resto dell’Africa era una colonia europea.

Abbiamo visto l’accordo stipulato tra Italia ed Inghilterra che diede agli italiani il controllo su una zona di influenza in Etiopia,

seguito poi dal Trattato di amicizia e collaborazione firmato con gli etiopici nel 1928. L’Egitto ha invece una storia a parte.

Protettorato inglese, di fatto, già dal 1882, esso aveva un’ampia autonomia all’interno dell’impero ottomano; nel 1914 gli inglesi

lo trasformarono ufficialmente in un loro protettorato.

Si creò, però, un movimento di protesta nazionale che portò a delle trattative durante il 1922 per la concessione del self-

government; queste si conclusero con un atto unilaterale con cui gli inglesi mettevano fine al protettorato con alcune riserve (le

16

comunicazioni dell’impero dovevano essere garantite, la difesa dell’Egitto spettava all’Inghilterra, il Sudan restava in statuto di

condominio).

Faud I fu nominato “re d’Egitto” nel 1923 e l’anno dopo si tennero le prime elezioni, in cui il Wafd ebbe la maggioranza in

opposizione alla corona.

Un primo incontro tra il presidente del consiglio egiziano e il primo ministro inglese Mac Donald non portò ad alcun accordo,

pochi mesi dopo fu assassinato il governatore generale inglese del Sudan e l’Inghilterra reagì ordinando l’evacuazione di tutte le

truppe egiziane dal Sudan.

Un secondo progetto di trattato fu respinto dal governo egiziano nel 1927, un terzo progetto fu boicottato dalla maggioranza del

Wafd nel 1929, un quarto negoziato fu interrotto nel 1932; sembrava impossibile ottenere un risultato.

Con la caduta dell’Impero ottomano i territori del Medio Oriente (penisola araba, Palestina, Iraq, Siria, Libano) divennero regioni

instabili e di difficile controllo per le potenze occidentali.

Ovviamente le spoglie dell’Impero furono divise tra Francia ed Inghilterra, che già da tempo erano interessate alle enormi quantità

di petrolio di quelle terre; in mancanza dell’impossibilità giuridica di una occupazione diretta esse usarono il mezzo del “mandato

della Società delle Nazioni”.

Esso consisteva in un vero e proprio contratto tra la SDN ed uno stato in cui si fissavano le regole con le quali lo stato doveva

condurre all’indipendenza un territorio occupato militarmente.

Secondo gli accordi segreti Sykes-Picot del 1916 la Francia avrebbe avuto il mandato sulla Siria e sul Libano, l’Inghilterra sulla

Palestina e l’Iraq.

- Ma questi mandati creavano una distinzione tra i paesi arabi, poiché la penisola arabica (nonostante fosse una zona più arretrata

rispetto alle altre) fu considerata l’unica regione della zona capace di “autogovernarsi”.

Nel 1918 cominciarono in Arabia gli scontri per la conquista del potere da parte delle famiglie dominanti, che si concluse nel 1925

con la vittoria di

Ibn Saud; egli proclamò la nascita del regno arabo-saudano, stabilendo la capitale nella sua città di origine, Riyadh.

In quell’anno egli ottenne anche il riconoscimento inglese, suggellato da accordi di confine: a sud della penisola Saud dovette

rinunciare allo Yemen (dove avevano interessi inglesi ed italiani), mentre al nord non ottenne il confine con la Siria poiché

avrebbe interrotto le comunicazioni tra i mandati britannici di Iraq e Transgiordania.

- Durante la guerra le due potenze sostennero i movimenti separatisti arabi contro l’Impero ottomano; durante il 1918 vi fu nei

territori turchi una rivolta araba appoggiata dagli inglesi che condusse il capo degli arabi, Faysal, alla conquista di Damasco, in

Siria, nell'ottobre dello stesso anno.

Il sogno di Faysal era quello di creare un vasto stato arabo unito ed indipendente, ma questi progetti si scontrarono duramente con

le ambizioni delle due potenze europee che, oltre ad ottenere i mandati dalla Società delle Nazioni, avevano intenzione di imporre

la nascita in Palestina di uno stato nazionale ebraico.

Nel corso del 1919 Faysal cercò quindi di rafforzare il suo potere in Siria ma, con lo sbarco delle truppe francesi in Cilicia e nella

stessa Siria, egli adottò la resistenza “diplomatica” facendosi proclamare re di Siria (1920).

Questo non impressionò più di tanto gli europei, infatti la conferenza di Sanremo confermò i mandati assegnati permettendo alle

truppe francesi di entrare tra gravi scontri a Damasco. Faysal fu espulso nello stesso anno.

Nel 1924 i francesi trasformarono la Siria in uno stato unitario che, da allora, è rimasto sempre diviso dal Libano.

Dal 1925 al 1927 vi furono violenti scontri di matrice soprattutto religiosa a causa soprattutto dell’anticlericalismo del generale

francese Sarrail che scatenò la rivolta della popolazione cristiana libanese.

A causa di questa situazione lo sviluppo socio-politico della regione fu ritardato: il Libano ebbe una costituzione nel 1926, la Siria

nel 1930.

- Anche gli inglesi dovettero affrontare in Iraq una rivolta popolare avente l’obiettivo di porre sul trono Faysal, appena cacciato

dalla Siria dai francesi.

Essi si dichiararono pronti a concedere la piena indipendenza all’Iraq sotto un regno ereditario, cosicché Faysal fu nominato re nel

1921.

La completa indipendenza doveva essere concessa nel 1923 ma fu rimandata di alcuni anni in quanto gli inglesi aiutarono l’Iraq a

conquistare i diritti sulla ricca zona petrolifera di Mosul, ai danni della Turchia.

L’Iraq fu dichiarato indipendente nel 1930, anno in cui entrò a far parte della SDN e stipulò un trattato di alleanza militare con

l’Inghilterra.

- Diversa la situazione circa l’altro mandato inglese in Palestina.

La zona comprendeva i territori palestinesi e la Giordania, non distinti culturalmente bensì uniti dall’unica fonte d’acqua nella

zona, il Giordano.

Nonostante ciò gli inglesi decisero, nel 1922, di separare i due territori allo scopo di creare una zona araba ed ebraica in Palestina

(Cisgiordania) ed una araba (Transgiordania) in cui l’immigrazione ebraica doveva essere frenata.

La creazione di uno stato nazionale ebraico era sostenuta dalle potenze europee (Giappone ed USA non se ne interessavano)

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poiché nei territori palestinesi vivevano già circa 60.000 ebrei (un decimo degli abitanti).

Gli Inglesi adottarono una politica incerta mentre gli arabi, timorosi dell’aumento della popolazione ebraica, crearono il Comitato

Esecutivo Arabo, che riuniva arabi cristiani e musulmani sul piano politico.

Il fragile equilibrio fu spezzato nel 1929, dopo un parziale ritiro delle truppe inglesi (fiduciosi nella convivenza tra le due etnie): vi

furono scontri in cui molti ebrei furono uccisi, perciò gli inglesi intensificarono l’occupazione militare e permisero la creazione

dell’Agenzia Ebraica, un’autorità amministrativa che doveva regolare l’immigrazione degli ebrei in Palestina e limitarla in

Transgiordania (organizzazione già prevista nel mandato).

In Transgiordania gli inglesi adottarono soluzioni più autoritarie: il nuovo sovrano Abdullah doveva accettare i consigli del

governo britannico in politica estera ed economica ed il controllo su alcune leggi importanti, l’indipendenza avrebbe richiesto

l’adozione di un regime costituzionale.

Nella già difficile situazione si inseriva la presenza in Palestina dei luoghi santi della religione cristiana (la Francia si autonominò

protettrice di questi luoghi), le differenze sostanziali a livello economico e sociale che ostacolavano l’integrazione tra israeliani e

palestinesi, come la gestione delle terre, l’impiego della tecnologia e l’assiduità nel lavoro degli ebrei, sconosciute o differenti nel

mondo arabo (si pensi che le terre erano equamente divise dall’autorità religiosa).

Durante il periodo della persecuzione nazista (dal ‘33-’34) il numero degli ebrei in Palestina arrivò a 500.000, ¼ della popolazione

araba.

Le relazioni interamericane.

Non tutti gli stati americani aderirono alla Società delle Nazioni; le repubbliche dell’America Latina contavano su questa

organizzazione per resistere all’imperialismo degli Stati Uniti. Furono rapidamente deluse.

Messico, Argentina, Perù, Bolivia, Costa Rica e Brasile non entrarono o si ritirarono presto dalla SDN.

Gli USA imposero la “dottrina Monroe” definitivamente all’Europa, aggiungendo il “corollario Roosevelt” che ammetteva

l’esclusivo intervento statunitense negli affari interni delle Repubbliche americane.

Dal 1921 al 1925 i repubblicani Harding ed Hughes cercarono di stemperare questa politica, provocando alcune serie

conseguenze.

Nel 1922 fu convocata la “Conferenza di Washington per l’America centrale”, durante la quale furono firmati trattati tendenti a

conservare la pace nella regione e a promuovere la cooperazione tra le cinque Repubbliche (Cuba, Honduras, San Salvador,

Nicaragua e Costa Rica).

Nel 1925 le truppe americane evacuarono il Nicaragua. Un colpo di stato militare subito dopo costrinse gli USA a rioccupare la

regione, organizzando nuove elezioni in cui fu eletto presidente Adolfo Diaz.

A preoccupare gli statunitensi era soprattutto l’influenza messicana nella regione (il Messico era in rivoluzione dal 1901 ed era

tacciato di “bolscevismo”), ma i disaccordi con il Messico, dovuti soprattutto alla nazionalizzazione del petrolio, furono risolti

diplomaticamente nel 1927 in modo che gli USA poterono progressivamente abbandonare l’interventismo militare del “corollario

Roosevelt” ed abbandonare il Nicaragua nel 1933.

In questo quadro di rapporti particolare importanza assumono anche le CONFERENZE PANAMERICANE (ricordiamo quelle di

Santiago del Cile nel 1923 e dell’Avana nel 1928) in cui si cercò di assicurare il regolamento pacifico delle dispute e di elaborare

un “Pan-American Peace System”.

All’Avana gli Stati Uniti rifiutarono di rinunciare all’interventismo (moratoria proposta dall’Argentina che per protesta si rifiutò di

firmare il Patto Briand-Kellogg e abbandonò la SDN) ma, dal 1929 il nuovo presidente Hoover (che aveva sostituito Coolidge)

inizierà il periodo della “dottrina Hoover”, con la quale gli USA non accettavano situazioni contrarie agli obblighi assunti con il

patto Briand-Kellogg.

In questo periodo si ebbero anche una serie di scontri di frontiera tra le Repubbliche dell’America Latina.

Tra questi ricordiamo il conflitto di Tacna-Arica tra Cile e Perù che si concluse nel ’29 con un accordo mediato dagli USA, il

conflitto del Chaco tra Bolivia e Paraguay che si protrasse per dieci anni e fu risolto solo nel 1935 con un embargo della SDN;

infine il conflitto di Leticia tra il Perù e la Colombia che fu risolto dopo due anni nel 1934 anch’esso con l’intervento della SDN,

che condannava ufficialmente l’aggressione fatta dal Perù.

L’indipendenza dei “Dominions” ed il Commonwealth.

Dopo la Guerra i “Dominions” cercarono di emanciparsi dalla tutela britannica: firmarono il Trattato di Versailles, nominarono

propri rappresentanti diplomatici, agirono in seno alla SDN indipendentemente e soprattutto si rifiutarono di seguire l’Inghilterra

nella guerra contro Kemal ed indussero gli inglesi a rigettare il “Protocollo di Ginevra”.

Nel 1926 ebbe fine l’Impero britannico e nacque il Commonwealth, cioè un raggruppamento di nazioni autonome e liberamente

associate, unite da un comune vincolo alla Corona.

In seguito fu stabilito il diritto di secessione e che i conflitti interni sarebbero stati risolti da inglesi nel “Comitato giudiziario del

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Consiglio privato del re”.

Il tutto fu ratificato nello Statuto di Westminster del 1931.

I PRIMI FALLIMENTI DELLA SICUREZZA COLLETTIVA.

La principale causa del fallimento del sistema della sicurezza collettiva fu sicuramente il crollo della borsa di Wall Street

dell’ottobre 1929.

Numerose banche ed imprese fallirono ed il governo americano decise di sospendere i prestiti all’estero e di far rientrare i propri

capitali; il ribasso dei prezzi mondiali provocò una crisi in tutti gli stati europei.

Gli USA scelsero di operare una politica isolazionista, lasciando campo libero alle potenze che volevano modificare gli accordi di

Versailles, soprattutto la Germania che approfittava delle crisi di governo che si successero in Francia dopo la morte di Poincarè.

Anche l’Inghilterra cercò di superare la crisi intensificando i suoi rapporti con il Commonwealth, disinteressandosi dei problemi

europei.

Il Giappone (1931), l’Italia (1932) e la Germania con Hitler (1933) furono controllate dai partiti nazionalisti che predicavano una

politica di forza; ciò avvenne proprio a causa della crisi che esasperò l’opinione pubblica e screditò il sistema democratico che

ancora vigeva in Giappone e nella Germania di Weimar.

In Italia Mussolini si orientò sempre più su di una politica di aggressione, dalla quale sembrava essersi tenuto lontano sino ad

allora.

- Ad aumentare la spaccatura definitiva degli stati europei fu anche il fallimento del progetto di “Unione europea” proposto nel

1929 da Briand all’Assemblea della SDN.

Il politico francese stilò un memorandum che inviò a tutti gli stati europei interessati, nel quale prevedeva l’estensione del regime

di sicurezza creato a Locarno a tutti gli stati europei, riuniti soprattutto a livello economico da una unione doganale e su quello

politico da una conferenza con i rappresentanti di tutti i paesi.

Nel corso del 1930 tutti i paesi interessati risposero al memorandum, ognuno con delle critiche e delle riserve: la Germania temeva

la stabilizzazione delle ristrette frontiere orientali, l’Italia voleva allargare l’Unione alla Russia e alla Turchia, la Gran Bretagna,

infine, si opponeva a particolari organismi europei privilegiando l rapporti con i dominions. Fu solo costituita una “Commissione

di studio per l’Unione europea”.

La Germania: il tentativo di Anschluss economico e la fine delle riparazioni.

- Nel marzo 1931 il nuovo ministro degli esteri tedesco Curtius (che aveva sostituito Strasemann e aveva continuato la sua

politica di non contrapposizione con la Francia) firmò un progetto di unione doganale tra la Germania e l ‘Austria, dove tutte le

forze politiche erano favorevoli a legami più stretti con la Germania.

Sul piano economico l’unione era un mezzo per superare la crisi ma in Francia l’opinione pubblica reagì con vigore, ricordando

che lo Zollverein prussiano era stato il primo passo per l’unione dell’impero tedesco.

Il parlamento francese votò contro l’Anschluss, appoggiato all’estero anche dall’opposizione ufficiale dei paesi della Piccola

Intesa e da quella di Italia ed Inghilterra; si decise, perciò, di rimettere la questione al parere della Corte Internazionale dell’Aja.

Ma la questione fu “risolta” ancora una volta dalla crisi economica che, investendo in pieno l’Austria e la Germania nell’estate del

’31, mise in gravi difficoltà i due governi che furono costretti a ritirare definitivamente il loro accordo per ricevere prestiti dalla

Francia (l’Austria) e per ottenere una moratoria sulle riparazioni (la Germania).

- Nel gennaio 1930 entrava in vigore il piano Young, che fissava definitivamente l’ammontare delle riparazioni tedesche fino al

1988, in concomitanza con il pagamento dei debiti degli alleati agli Stati Uniti.

Questa situazione fu modificata dalla crisi finanziaria: nel 1931 il presidente americano Hoover propose una moratoria generale

sia per i debiti interalleati che per le riparazioni, che fu accettata da tutti gli altri stati.

Nonostante ciò in Germania vi fu un crescente panico finanziario; un comitato di esperti riuniti a Parigi in una conferenza

internazionale affermò che l’instabilità economica della Germania era pericolosa per la stabilità finanziaria e che l’ampiezza della

crisi impediva l’applicazione rigorosa del Piano Young.

La fine delle riparazioni fu deciso alla CONFERENZA DI LOSANNA DEL 1932, nella quale la Francia dovette rassegnarsi ad

accettare la soppressione dei pagamenti tedeschi già proclamata da Inghilterra ed Italia; gli alleati continuarono a pagare con

piccole rate simboliche il debito agli USA fino al 1933, poi gli americani pretesero il rimborso totale e tutti gli stati europei

smisero ogni pagamento.

Tutto ciò portò ad un ulteriore allontanamento degli USA da un Europa il cui atteggiamento li indignava, lasciando mano libera ai

progetti revisionisti dei regimi dittatoriali; il periodo dei trattati di pace e del mantenimento degli obblighi internazionali era

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definitivamente chiuso.

La questione della Manciuria.

Il Giappone fu colpito più di altri paesi dalla crisi economica mondiale e a causa di ciò i liberali di Shidehara si indebolirono a

vantaggio di una crescente influenza della classe militare. Gli interessi nazionali in Manciuria resero questa situazione ancora più

critica.

La Manciuria del sud, compresa la zona della ferrovia era sotto il controllo di una guarnigione nipponica, in difesa dei coloni e dei

capitali investiti nella zona.

La parte settentrionale della regione era sotto il controllo del maresciallo cinese Liang, legato al Kuomintang di Chiang kay Sek;

egli stimolò l’immigrazione cinese nella regione, costruì ferrovie ed investì capitali provocando la preoccupazione dei giapponesi,

che si accrebbe quando il Kuomintang aprì nella zona un ufficio di propaganda patriottica ed anti-nipponica.

Per evitare la perdita della Manciuria lo Stato Maggiore giapponese decise di occupare tutta la regione, nonostante l’opposizione

del partito liberale ancora al governo;

l’occupazione fu attuata in poche settimane e nell’ottobre 1931 i cinesi erano ridotti all’impotenza.

Il governo cinese fece allora ricorso alla Società delle Nazioni, che ordinò il ritiro delle truppe giapponesi nella misura in cui fosse

assicurata la protezione dei loro cittadini; ma in dicembre il governo liberale del Giappone cadde e fu sostituito da uno più

conservatore appoggiato fortemente dai militari.

La conseguenza fu che il conflitto si estese anche nella zona di Shangai, occupata dai giapponesi nei primi mesi del ’32; la SDN

ancora una volta ignorò le proteste cinesi e non dichiarò il Giappone paese aggressore, ottenendo solo un armistizio a maggio.

Intanto in Manciuria continuava la politica di occupazione, nonostante la “dottrina Hoover” sconfessasse le conquiste territoriali

ottenute con la forza.

Cessata nel 1932 la debole resistenza delle truppe cinesi lo Stato Maggiore giapponese favorì la nascita di un movimento

indipendentista mancese, che fu poi attuato da un gruppo di cinesi (“Comitato esecutivo delle province del nord-est”); con

l’appoggio del governo giapponese fu così creato lo stato fantoccio del MANCIUKUÒ (marzo 1932), retto formalmente dall’ex

imperatore cinese Pu Yi ma di fatto controllato politicamente e militarmente dai giapponesi, che mantenevano forti guarnigioni.

A questo punto la Società delle Nazioni era costretta a prendere posizione sulla questione. Nel febbraio 1932, spinta dalle

conclusioni anti giapponesi del rapporto Litton, votò all’unanimità (meno il Giappone) una relazione in cui si condannava la

politica di invasione nipponica e si screditava il governo del Manciukuò, dichiarando la Manciuria regione autonoma sotto

sovranità cinese.

Per tutta risposta il Giappone abbandonò la SDN nel 1933 ma non abbandonò la sua politica di aggressione; infatti, quando il

governo militare capì che nessuna potenza avrebbe intrapreso la guerra per la Cina, iniziò anche l’occupazione del Jehol,

superando la Grande Muraglia e minacciando la stessa Pechino già nel febbraio del ’33.

A questo punto i cinesi si arresero e a maggio fu firmato un armistizio (Tregua di Tangku) in cui la Cina fu obbligata a

smilitarizzare un enorme fascia di territorio dentro la Grande Muraglia.

Il colpo di forza giapponese riuscì in pieno, dimostrando ancora una volta l’inefficacia della SDN e l’inutilità delle “condanne

morali” operate dalle democrazie occidentali. II

L’epoca di Hitler

L’AVVENTO AL POTERE DI HITLER E IL FALLIMENTO DELLA CONFERENZA SUL DISARMO. 20

Il “Patto a Quattro” e il fallimento dei piani di disarmo.

Adolf Hitler giunse al potere come cancelliere nel gennaio 1933, dopo l’incendio del Reichstag e le successive elezioni di marzo,

il partito nazista ebbe un potere assoluto;

la Costituzione di Weimar fu abolita e proclamato il III Reich.

Subito Hitler sciolse i partiti politici e riorganizzò l’amministrazione, iniziando l’odiosa persecuzione contro gli Ebrei.

Le reazioni internazionali si orientarono verso la limitazione dei rischi che poteva portare la presenza di un governo

ultranazionalista in Germania; Mussolini auspicava un accordo tra le quattro potenze europee per assicurare la pace nel vecchio

continente, in realtà egli intendeva questo patto d’intesa come un mezzo per arrivare pacificamente alla revisione dei confini di

Versailles, tramite accordi sanciti dalla SDN.

Il Duce sottopose il suo progetto a Francia, Germania ed Inghilterra: Von Papen, ispirato dagli stessi progetti revisionisti, dichiarò

l’idea “geniale”, il governo britannico assunse una posizione di attesa mentre la Francia propose delle modifiche al progetto

italiano; infatti, essa era legata agli stati della piccola intesa e al Belgio, i quali protestarono fortemente contro questo nuovo

“concerto delle Potenze” che si andava delineando.

In queste condizioni l’accordo fu comunque siglato a Roma il 7 giugno 1933, ma in esso vi erano tutte le limitazioni imposte dalla

Francia: non si parlava più di uguaglianza della Germania e di affrontare una politica europea comune, inoltre le potenze

avrebbero dovuto rispettare le decisioni del Consiglio della SDN, senza fare da sole (“Patto a quattro”).

Tuttavia, le intenzioni di Mussolini erano così diverse che il Patto non fu ratificato e sembrarono perdute le speranze di una

revisione pacifica dei trattati.

- Per quanto riguarda lo spinoso problema del disarmo, il Trattato di Versailles prevedeva un disarmo generale, che doveva essere

preceduto da quello tedesco.

A tal scopo si riunì a Ginevra nel febbraio 1932 la “Conferenza del disarmo”, che riuniva 62 paesi riuniti in una Commissione

generale con i delegati di tutti gli Stati.

Vi furono diversi progetti presentati da varie nazioni:

il “PIANO TARDIEU” (delegato francese) partiva dalla necessità francese di non disarmare e proponeva di mettere le armi più

pesanti sotto l’egida dell’ONU e a favore degli Stati attaccati.

La Germania chiese la riduzione di tutti gli armamenti ai livelli fissati dal Trattato di Versailles per l’esercito tedesco. Non si

giunse a nessun accordo.

il “PIANO HOOVER” prevedeva riduzioni di 1/3 di esercito e marina e l’eliminazione completa dell’artiglieria pesante. Francia

ed Inghilterra rifiutarono e si approvò un compromesso elaborato da Benes (inviato cecoslovacco) che invitava ad una riduzione

degli armamenti mondiali senza fissare né proporzioni né cifre, che non significava granché.

Con il pretesto che non le era stata concessa l’uguaglianza, la Germania abbandonò la conferenza e rifiutò la proposta. Per sanare

il contrasto si riunì a Ginevra una conferenza a cinque (Ita. Gb. USA. Fr. Ger.) che, alla vigilia della presa del potere di Hitler,

accordò alla Germania “l’uguaglianza dei diritti in un sistema che garantisca la sicurezza di tutte le nazioni” (settembre 1932).

il “PIANO HERRIOT” ampliava quello di Tardieu riducendo gli eserciti ad una milizia a ferma breve e poco adatta all’offensiva

per la lentezza della mobilitazione.

il “PIANO MACDONALD” (marzo 1933) fissava a 200.000 uomini gli eserciti dei paesi europei (la Germania dopo cinque anni),

Hitler accettò ma un ricorso degli Ebrei di Slesia alla SDN impressionò molto le democrazie occidentali; queste irrigidirono il loro

atteggiamento e decisero, all’opposto della proposta tedesca, di stabilire il controllo degli armamenti in Germania prima di iniziare

il disarmo dei loro eserciti.

Per questo “voltafaccia” Hitler decise a sorpresa di abbandonare la Conferenza sul disarmo nell’ottobre 1933, alla sua riapertura.

Pochi giorni dopo la Germania abbandonò anche la Società delle Nazioni; il popolo tedesco approvò con un plebiscito queste

decisioni.

il “PIANO TEDESCO” partì da una proposta fatta dalla Francia nel novembre 1933: un esercito metropolitano di 300.000 uomini

per entrambi i paesi, se la Germania tornava a Ginevra.

La Germania rifiutò di tornare alla Conferenza e alla SDN, protestando anche per la disparità degli eserciti data dalle truppe

coloniali francesi.

Per evitare la rottura l’Inghilterra tentò una mediazione tra il piano MacDonald e quello tedesco che fu accettato da Hitler; tuttavia

in Francia, dove si era costituito un governo di unità nazionale, prevalse il punto di vista di Tardieu e del maresciallo Petain che

ritenevano il regime Hitleriano sul punto di crollare.

Perciò il governo francese pubblicò una nota in cui si rifiutava di legalizzare il riarmo tedesco e affermava che avrebbe garantito la

difesa dello Stato con i propri mezzi. Mussolini propose di impedire il riarmo della Germania con una guerra preventiva ma la sua

proposta bellicosa non fu considerata dai governi occidentali.

Fu la rottura definitiva.

La crisi dell’estate 1934. 21

Nel 1934 la Germania iniziò il suo riarmo. I francesi erano sicuri della superiorità degli investimenti militari che avevano fatto, in

realtà Hitler impiegò somme enormi per la ricostruzione dell’esercito, mentre cercava pazientemente di smantellare il sistema

delle alleanze francesi in Europa.

Nel gennaio 1934 fu firmata una dichiarazione di non aggressione con la Polonia valida per dieci anni, dopo una preparazione

totalmente segreta per l’ostilità di alcuni ambienti prussiani alla Polonia e per i legami di quest’ultima con la Francia; in realtà

prima dell’accordo era fallito (su rifiuto francese) un accordo franco-polacco per un’operazione preventiva contro l’hitlerismo.

Il patto dichiarava l’inizio di rapporti pacifici tra Germania e Polonia sulla base dei principi del patto Briand-Kellogg, quindi

tramite una risoluzione pacifica delle controversie.

Sul versante italiano la tattica tedesca fu molto meno fortunata, nonostante l’ammirazione che Hitler nutriva sinceramente per

Mussolini; ciò che divideva i due dittatori era la questione dell’Anschluss e le zone di influenza nell’Europa dell’est.

L’Italia voleva sottoporre sotto la sua influenza economica l’Austria, l’Ungheria e la Croazia e nel marzo ’34 furono firmati a

Roma importanti accordi economici a tal fine, vantaggiosi soprattutto per gli austriaci; Hitler, al contrario, sosteneva il partito

nazista austriaco e riteneva che la zona danubiana fosse di influenza tedesca e che l’Italia dovesse rivolgersi verso il Mediterraneo.

Il contrasto fu a culmine nel luglio 1934, un mese dopo l’incontro tra i due che si svolse a Venezia e che non diede alcun risultato

positivo concreto e subito prima della violenta epurazione interna che Hitler operò ordinando l’assassinio di molte personalità,

ufficiali delle Sa e delle SS, compiuti nella “notte dei lunghi coltelli”(30 giugno).

Cominciò ad essere chiaro con questo episodio che i nazisti non osservavano regole.

Fu a luglio che avvenne in Austria l’assassinio del cancelliere austriaco Dollfuss, capo del partito cattolico che, insieme ai

socialisti, era contrario all’unione con la Germania nazista.

L’omicidio fu preparato in Germania e compiuto dai nazisti austriaci con lo scopo di porre come cancelliere un fantoccio di Hitler,

Rintelen; il piano fallì poiché fu tempestivamente nominato un nuovo cancelliere cattolico e perché la Heimwehr (gruppo

nazionalista legato ai fascisti italiani) occuparono la centrale telefonica ed impedirono le comunicazioni tra i nazisti e Berlino.

Reintelen fu arrestato e Mussolini (che ospitava la famiglia Dollfuss) inviò due divisioni di alpini al confine del Brennero come

monito alla Germania.

Il governo nazista si dissociò subito dall’azione ma il Duce constatò in questa occasione l’immobilità delle democrazie occidentali

verso la questione dell’Anschluss.

Il “Patto Balcanico” e la politica estera francese.

- L’ultimo successo della “pattomania” si ebbe con il “Patto Balcanico” del febbraio 1934, stipulato da Grecia, Turchia,

Jugoslavia e Romania, che garantiva l’integrità territoriale dei quattro paesi contro il revisionismo di Bulgaria ed Ungheria (la

prima godeva dell’appoggio italiano ed inglese ma, per influenza francese, non fu inclusa nel patto).

- Anche la Francia cercò di crearsi delle alleanze in funzione anti-tedesca.

Il primo passo fu il riavvicinamento all’Unione Sovietica con un patto di non aggressione siglato nel novembre 1932, prima

dell’avvento di Hitler, fatto che allontanò ulteriormente l’URSS dalla Germania e la spinse ad accentuare l’avvicinamento alla

Francia.

Infatti nel ’34 fu firmato tra i due paesi un trattato commerciale e nello stesso anno il francese Barthou presentò un progetto di

“patto orientale” che fu però rifiutato da Germania e Polonia (una sorta di patto di mutua assistenza militare tra tutti gli stati del

nord-est europeo).

La conseguenza più immediata del legame franco-russo fu l’ammissione dell’URSS nella Società delle Nazioni, avvenuta nel

settembre 1934.

L’ultima azione diplomatica di Barthou fu l’avvicinamento alla Jugoslavia: invitò in Francia il sovrano jugoslavo Alessandro in

ottobre ma lo stesso giorno i due furono assassinati da un gruppo di terroristi croati facenti capo alla “Ustascia”, società segreta

separatista sostenuta da Mussolini; ma il Duce non aveva interesse ad appoggiare l’azione (era in cantiere un accordo tra Francia

ed Italia), l’unico sostegno poteva arrivare dai nazisti.

In ogni caso il posto di Barthou fu preso da Laval, il quale non riuscì a mantenere le alleanze tessute dal suo predecessore,

trasformando la politica estera francese in una sorta di mercanteggiamenti di conciliazione a breve termine un po’ con tutti, usando

riguardi verso la Germania e l’Italia (il nuovo re jugoslavo Paolo si riavvicinò alla Germania).

- La politica conciliante di Laval si manifestò in occasione del plebiscito sulla Saar, che si tenne nel gennaio del 1935 (come

previsto dal trattato di Versailles) e vide il 90% dei sarresi votare per il ricongiungimento della regione mineraria alla Germania,

che avvenne a marzo.

Laval sembrò disinteressarsi della questione, nonostante il nuovo governo nazista in Germania avesse turbato molti animi nella

regione contesa; quindi lasciò campo libero alla massiccia propaganda orchestrata da Hitler senza tentare di ottenere vantaggi o

assicurazioni in cambio della rinuncia ad un eventuale mantenimento dello status quo (ipotesi probabile).

Anche nei confronti dell’Italia Laval fu molto conciliante: Mussolini, che aveva intenzione di annettere l’Etiopia, voleva

l’appoggio francese sulla difesa dell’Austria in considerazione dell’invio dell’esercito in Africa; oltre all’assenso per l’invasione

etiope Mussolini, nell’incontro con Laval nel gennaio 1935 (accordi di Roma), riuscì ad ottenere dei territori in Africa e l’impegno

22

francese ad una intesa in caso di minaccia tedesca all’Austria, in cambio della rinuncia italiana ad alcuni diritti italiani in Tunisia.

FALLIMENTO DELLE INTESE ANTI-NAZISTE.

Il periodo di distensione che si credeva arrivasse dopo la vittoria tedesca per la Saar fu spezzato dai preparativi militari inglesi e

francesi; preoccupato per il riarmo tedesco e per la perdita del rassicurante dominio navale, il governo britannico decise la

costruzione di una flotta aerea che potesse difendere l’Isola e la Home Fleet, la flotta di stanza nella Manica.

La RAF sarà decisiva durante la “battaglia d’Inghilterra”, riportando un successo decisivo sulla pur potente Luftwaffe tedesca e

salvando l’isola da una certa invasione.

Anche la Francia prolungò il fermo militare a due anni.

La reazione di Hitler si concretizzò nell’annuncio della prossima costruzione di una flotta aerea militare e nel ripristino della

coscrizione obbligatoria in Germania (marzo 1935), annunciò inoltre la costituzione di una marina militare pari al 35% di quella

inglese ma confermò la sua adesione agli accordi di Locarno.

L’accordo di Stresa e il patto franco-sovietico.

Dopo gli “Accordi di Roma” furono gli Italiani a cercare un accordo di tipo militare con la Francia, ma Laval si mostrò reticente

ad una vera e propria alleanza e si concluse solo un accordo detto “Gamelin-Badoglio” nel giugno ’35 (all’insaputa degli inglesi).

In risposta al riarmo tedesco fu siglato l’Accordo di Stresa nell’aprile 1935 da Francia, Italia ed Inghilterra in cui si confermava la

necessità dell’indipendenza austriaca e il rispetto dei patti; in realtà gli inglesi fecero di tutto per eliminare ogni impegno preciso.

Alcuni giorni dopo la Francia investì la SDN per la violazione del trattato di Versailles da parte della Germania, il cui

atteggiamento fu condannato.

Dopo il fallimento del “Patto dell’Est”, Laval decise di accettare le proposte russe di un patto di alleanza militare a coronamento

dei rapporti tra i due paesi iniziati nel 1932 con il patto di non aggressione; il patto franco-sovietico fu siglato nel maggio 1935, e

prevedeva un aiuto “immediato” (ma il valore del termine non era specificato) se uno stato europeo avesse attaccato uno dei due

contraenti e se il Consiglio della SDN non fosse riuscito a prendere una decisione all’unanimità. Su pressione britannica fu

aggiunto un protocollo speciale per cui, in caso di aggressione tedesca, il patto sarebbe stato applicato solo se Italia e

GranBretagna avessero giudicato i tedeschi aggressori, subordinando così il patto al sistema di sicurezza di Locarno.

In realtà il patto non era un vero e proprio accordo militare e la responsabilità di ciò sembra debba essere attribuita ancora una

volta ad una reticenza di Laval.

Simile a quest’ultimo fu il Patto ceco-sovietico siglato pochi giorni dopo e che impegnava ancora una volta la Francia poiché esso

aveva valore solo se anche i francesi avessero aiutato la Cecoslovacchia in caso di attacco. Le cose non andarono proprio così.

I Tedeschi protestarono molto per questi accordi, soprattutto per il patto franco-sovietico, dichiarando in un memorandum che

esso contraddiceva nella sostanza gli accordi di Locarno (denunciandoli indirettamente) poiché prevedeva un attacco tedesco alla

Francia, cosa impossibile perché il Trattato di Locarno comportava un patto di non aggressione tra i due stati ed inoltre perché

prevedeva, sempre contraddicendo gli accordi, un aiuto francese alla Russia in caso di attacco.

Nonostante ciò, Hitler ripeté a più riprese durante il ’35 la sua intenzione di rispettare i patti di Locarno, incantando l’opinione

pubblica inglese; egli aspettava che l’esercito fosse pronto alla rioccupazione della Renania e alla eventuale risposta francese per

denunciare il trattato di Locarno.

L’invasione dell’Etiopia e l’avvicinamento italo-tedesco.

Tuttavia la concordanza franco-anglo-italiana non ebbe lunga vita: l’Inghilterra era preoccupata per il patto franco-sovietico

diretto esplicitamente contro la Germania, che era considerata nonostante Hitler un cardine del sistema di sicurezza collettivo.

Lo stesso Fuhrer (secondo il “Main Kampf”) considerava l’Inghilterra nel campo tedesco e dunque fu siglato un “accordo navale

anglo-tedesco” che limitava la marina nazista al 35% di quella inglese lasciando libere le unità sottomarine.

Molte furono le proteste sollevate da Francia e Italia che non furono neanche consultate.

La concordanza fu definitivamente spezzata a causa dell’invasione italiana dell’Etiopia, stato membro della Società delle Nazioni.

A proposito dei rapporti dell’Italia con le colonie in Africa bisogna dire che Mussolini ereditò una patata bollente dai governi

precedenti: a fine ‘800 il governo acquista delle terre sulle coste somale ed eritree dall’impero ottomano al fine di ottenere nuove

terre e nuovi posti di lavoro in cui dirigere la forte emigrazione che partiva soprattutto dal mezzogiorno meno sviluppato.

Le terre acquistate, però, si rivelano di scarso valore e si pensa ad una conquista a danno del popolo abissino: gli Abissini erano

una civiltà più sviluppata rispetto alle altre popolazioni africane, burocratizzati e cristianizzati con rito copto avevano istituzioni

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politiche abbastanza avanzate, con un “negus neghesti” eletto a turno tra i quattro territori che componevano lo stato. Con il

trattato di Uccialli si tenta un imbroglio indegno che è subito smascherato, poi la battaglia di Adua pone tragicamente fine ad una

campagna militare organizzata con troppa sufficienza; in seguito la “politica di raccoglimento” inaugurata da Ferdinando Martini

opta per una risoluzione dei problemi interni con una maggiore attenzione alla situazione dello Stato e della società italiana, senza

“valvole di sfogo” esterne.

Nei primi del ‘900 si decide di rinunciare all’Africa Orientale e si organizza la spedizione in Libia, che è conquistata dopo una

guerra con l’impero ottomano nel 1912.

Durante la seconda guerra mondiale si ritorna a parlare delle colonie africane e comparirà sul tavolo della pace il “Memoriale

Colosimo” con il quale si auspicava la conquista dell’intera Etiopia da parte dell’Italia; Francia ed Inghilterra si opposero a queste

richieste non pattuite e fecero delle controfferte, considerando anche le rivendicazioni su Fiume (che peraltro non avevamo chiesto

prima della guerra e non figura negli “Accordi di Londra”).

Fu allora che gli oppositori del governo iniziarono la campagna della “Vittoria mutilata”, una grande strumentalizzazione

orchestrata soprattutto da Nitti (che poi riuscirà a farsi eleggere Presidente del Consiglio nel 1922 con soli 35 deputati in cambio

della soppressione di una scomoda commissione d’inchiesta sulle forniture militari durante la Grande Guerra) e dalla fazione

cattolica impersonata dal senatore Titoni, in contrasto con il governo per il prolungamento della questione romana.

Dunque è il governo Mussolini ad ereditare queste aspirazioni di conquista in Africa:

in un primo tempo egli cerca di ottenere una penetrazione economica nella zona, stipulando nel 1928 degli accordi che

prevedevano la costruzione della ferrovia Gibuti-Addis Abeba e di una strada che avrebbe messo in comunicazione l’altopiano

etiopico di 2000 metri con le pianure a sud; questi accordi di “cooperazione tecnica” non furono mai resi operativi dagli etiopici (il

dislivello dell’altipiano era la loro unica difesa naturale da un attacco).

Mussolini tentò allora la carta diplomatica, cercando di ottenere da Francia ed Inghilterra l’assenso alla costruzione di una ferrovia

nella zona sud pianeggiante dell’Etiopia per unire Eritrea e Somalia, in base ad accordi del 1906 sulla spartizione delle zone di

influenza in Etiopia, senza ottenere grandi risultati. La situazione cambiò nel 1934.

I due paesi avevano stipulato nel 1928 anche un trattato di conciliazione e di arbitrato ma nel 1934 vi fu un incidente a Ual-Ual in

cui furono uccisi 30 indigeni dell’esercito italiano. Mussolini prima rifiutò l’arbitrato poi, preoccupato dal ricorso etiopico alla

SDN, lo accettò; l’arbitrato fallì e iniziarono preparativi militari italiani in Eritrea, con truppe irregolari formate soprattutto da

“cani sciolti” appartenenti alle camice nere, cosicché l’Etiopia fece un nuovo ricorso, il giorno prima dell’annuncio del riarmo

tedesco da parte di Hitler, ponendo in difficoltà le altre due potenze locarniane.

La Francia non aveva interessi in quella zona e con gli “Accordi di Roma” del gennaio 1935 Laval dette a Mussolini via libera in

Etiopia, mentre l’Inghilterra, che vedeva come una minaccia alla via delle Indie e ai suoi possedimenti in Africa la costituzione di

un’Africa Orientale Italiana, moltiplicò gli avvertimenti a Mussolini.

Durante tutto il 1935 vi furono dei negoziati dai quali uscirono varie proposte, come quella di un “mandato comune franco-anglo-

italiano” sull’Etiopia (nonostante questa fosse uno stato membro della SDN) in cui gli italiani avrebbero avuto l’amministrazione e

l’esercito; Mussolini rifiutò tutte le proposte.

A questo punto gli inglesi tentarono con le minacce, concentrando gran parte della flotta britannica a Gibilterra e ad Alessandria,

nonostante essi non desiderassero una guerra in cui avrebbero agito da soli; la situazione cambiò quando da un sondaggio

sull’opinione pubblica inglese il governo comprese la volontà di pace della nazione (“peace ballot”) e Laval propose agli inglesi

delle “conversazioni militari” in cambio di un allentamento della tensione etiopica. Mussolini sfruttò questa situazione, richiamò le

camice nere e iniziò delle vere operazioni militari in Etiopia nell’ottobre 1935, ma ancora con l’intenzione di annettere solo la

zona sud.

La SDN reagì subito adottando contro l’Italia delle sanzioni finanziarie ed economiche, ma solo l’embargo sulle armi e il divieto

di alcune esportazioni (tra le quali, forse su pressioni inglesi e francesi, non furono inserite quelle dei prodotti utili alla guerra); in

effetti si era molto lontani dalla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie con l’aggressore disciplinata

dall’art. 16 del Conveant (patto) della SDN.

Un tentativo estremo per fermare Mussolini fu tentato in dicembre, quando fu presentato un piano anglo-francese (piano Laval-

Hoare) che consegnava all’Italia 2/3 dell’Etiopia e le garantiva un controllo sul restante territorio (teoricamente uno stato etiopico

indipendente), concedendo più terre di quante gli italiani avessero fino allora conquistato e desiderassero.

L’Etiopia fu praticamente costretta ad accettare, tuttavia il piano fallì poiché arrivò a conoscenza dell’opinione pubblica inglese e

tedesca che protestarono vivacemente (il governo nazista vedeva in questo piano un ricompattamento del fronte di Stresa e fece

una grossa campagna informativa per farlo fallire); Mussolini, irritato per il fallimento, denunciò in un sol colpo gli accordi di

Roma e quelli di Stresa e congelando quelli Gamelin-Badoglio.

L’esercito fu incrementato e si passò ad una vera e propria guerra dal gennaio 1936.

L’Inghilterra tentò allora l’embargo sui prodotti petroliferi ma gli USA potevano rifornire senza problemi l’Italia, decretando il

definitivo fallimento delle sanzioni.

La scontata vittoria arrivò tre mesi dopo ed il 7 marzo 1936, catturato l’interesse internazionale sulla denuncia da parte della

Germania del trattato di Locarno, Mussolini poté negoziare la pace richiesta dall’Etiopia senza alcuna limitazione; il colpo di forza

italiano era così perfettamente riuscito, ma nello scacchiere internazionale era cambiato molto. 24

Per aumentare il peso politico dell’Italia, Mussolini cercò appoggi in Germania, sperando così in un addolcimento dell’Inghilterra

sull’Etiopia ed in effetti il piano riuscì perfettamente; tuttavia con questa scelta l’Italia abbandonava il tavolo dei vincitori e con la

denuncia degli accordi di Stresa passava definitivamente nel campo dei paesi revisionisti, di cui la Germania nazista era

sicuramente il leader, dando così più forza ai piani di Hitler e divenendo prigioniera del programma revisionista di espansione

territoriale quasi mai supportato da chiare manovre politiche, come dimostrano le assurde rivendicazioni “Gibuti, Tunisia, Corsica,

Nizza, Savoia” fatte conoscere ai francesi nel 1938 attraverso le acclamazioni invasate nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni

direttamente dai “parlamentari” fascisti.

La conseguenza più importante di questo avvicinamento italo-tedesco fu la perdita della indipendenza austriaca (prima con

l’accordo austro-tedesco nell’estate del 1936, poi con la definitiva annessione nel 1938) ed il progressivo convincimento del Duce

ad abbandonare la politica estera danubiana e concentrarsi verso il Mediterraneo e le colonie.

La rioccupazione tedesca della Renania.

La questione della Renania si riaccese proprio nel marzo 1936, quando la camera francese ratificò il trattato franco-sovietico.

Hitler non aspettava altro: il 7 marzo denunciò il trattato di Locarno e comunicò agli ambasciatori dei paesi interessati che dei

distaccamenti tedeschi (in realtà 30.000 uomini) sarebbero penetrati in Renania, nonostante i suoi generali gli avessero prospettato

una sconfitta in caso di attacco francese.

Il governo francese si trovava a sei settimane dalle elezioni, i militari temevano che la Wehrmacht fosse superiore all'esercito

difensivo francese e auspicavano un intervento inglese fortificando ulteriormente la linea Maginot; in questa situazione

l’atteggiamento del governo e del Quai d’Orsai fu quello della rinuncia, come intuito da Hitler, nonostante l’appoggio militare

offerto subito dall’URSS e dalla Polonia (quest’ultimo subito ritirato).

Gli inglesi e i belgi, infine, riuscirono a scoraggiare il già scarso bellicismo francese e si ebbe una garanzia reciproca delle

frontiere tra Francia, Belgio e Inghilterra, non una vera alleanza.

L’unica reazione fu quella di sottoporre il caso alla SDN e alla corte di giustizia internazionale dell’Aja, ma Hitler rifiutò queste

proposte e presentò un piano di pace che sviluppava il memorandum tedesco contro il patto franco-sovietico e prevedeva dei patti

di non aggressione e il ritorno della Germania nella SDN.

La Francia rifiutò e fece una controproposta ugualmente rifiutata da Hitler, ponendo fine alle trattative; nei primi di maggio le

elezioni francesi diedero la vittoria al “Fronte popolare” della sinistra e le questioni interne presero nel paese il sopravvento.

Anche il colpo di forza tedesco, come quello italiano, era perfettamente riuscito.

La guerra civile spagnola e l’Asse Roma-Berlino.

La Spagna, dopo le dittature di Berenguer e Primo de Rivera dal 1923 al 1931, era divenuta una repubblica inizialmente guidata da

moderati di destra; nelle elezioni del febbraio 1936 si costituì un “Fronte popolare” simile a quello francese che ottenne la

maggioranza dei seggi nonostante non avesse ottenuto la maggioranza dei voti.

La situazione si surriscaldò e membri militari e di estrema destra, tra cui il generale Franco, organizzarono un colpo di stato

partendo dal Marocco spagnolo nel luglio del 1936; il giorno dopo si estese a tutta la Spagna e Franco ne prese il comando.

Le grandi potenze presero rapidamente posizione: l’Urss comunista e la Francia frontista di Leon Blum si schierarono a favore dei

repubblicani, la Gran Bretagna era timidamente favorevole ai repubblicani solo per il timore della nascita di un altro stato

dittatoriale, l’Italia era naturalmente favorevole a Franco e sembra che se non direttamente da Hitler, Franco abbia ricevuto

l’appoggio di alcuni nazisti tedeschi.

Su proposta di Blum e con l’appoggio inglese si costituì un accordo di non intervento e di divieto di invio di armi in Spagna in

Agosto; tuttavia i paesi totalitari (Urss, Germania ed Italia) non osservarono l’accordo ed inviarono ingenti aiuti alle due fazioni in

lotta.

Mussolini inviò ben quattro divisioni di “volontari”, Hitler 20.000 uomini e sfruttò la guerra per far esercitare gli aviatori della

neonata Luftwaffe, Stalin inviò mezzi pesanti, finanziò e armò le “brigate internazionali” reclutate dal Komintern: il non

intervento era nettamente fallito.

- Intanto la posizione della Germania si andava nettamente rafforzando.

Nel luglio 1936 fu firmato un accordo Austro-Tedesco in cui la Germania riconosceva la piena sovranità dell’Austria e

quest’ultima avrebbe tenuto conto di essere uno “stato tedesco”; Mussolini era consapevole di non essere più in grado di impedire

un eventuale Anshluss sia per il riarmo tedesco sia per la dispersione delle forze militari in Etiopia e in Spagna, quindi acconsentì

ad un accordo che garantiva quantomeno l’indipendenza austriaca.

Questo era il prezzo da pagare per il riconoscimento internazionale delle conquiste in Africa.

Grazie all’accordo la propaganda tedesca pose piede in Austria, molti nazisti furono amnistiati e poteva ricostituirsi il partito

nazista austriaco.

Un’altra vittoria tedesca fu l’allontanamento del Belgio dalla politica anglo-francese dopo il fallimento nell’estate del ’36 di una

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conferenza sul rispetto dei confini occidentali dopo Locarno; delusi, i Belgi decisero di rinunciare ad ogni alleanza e di non

garantire più le frontiere di Francia e Inghilterra, gestendo una politica estera indipendente e soggetta ai soli obblighi

internazionali derivanti dal patto della SDN.

Questo era una nuova sconfitta per il sistema di sicurezza della Francia, che obiettò molto, poiché i paesi dell’est divenivano

irraggiungibili e le alleanze con questi inoperabili; a ciò doveva aggiungersi l’allontanamento in atto da parte della Jugoslavia e

della Romania.

Ma probabilmente il colpo più grave la Francia lo ebbe dalla costituzione dell’Asse Roma-Berlino; la vittoria del “Fronte

popolare” aveva fatto cessare in Mussolini i propositi di collaborazione con Parigi e aveva favorito un riavvicinamento alla

Germania.

Hitler, da parte sua, era indeciso sulla collaborazione con l’Italia o con l’Inghilterra (che erano nel ’36 in contrasto) e fu convinto

da un dossier segreto del governo britannico consegnatoli da Ciano intitolato “Il pericolo tedesco”; nell’ottobre 1936 fu dunque

siglato un accordo (il “protocollo di ottobre”) che univa i due paesi nella lotta al bolscevismo e ne intensificava i rapporti. Fu

Mussolini a definirlo “Asse Roma-Berlino” e fu da questo momento che egli cominciò a volgere il suo interesse verso il

Mediterraneo, abbandonando l’antica idea di un’espansione italiana nella zona danubiana, lasciata così all’influenza tedesca.

ANSCHLUSS E CRISI CECOSLOVACCHE (1937-39).

Gli “Accordi di Pasqua” e l’Anschluss.

Durante il 1937 non vi fu alcuna nuova aggressione e questo periodo sembra essere caratterizzato dall’atteggiamento di

“Appeasement” (pacificazione) adottato dall’Inghilterra di Chamberlain, fautore delle concessioni a Hitler e Mussolini per

mantenere la pace, portando ad una distensione favorita dalla necessità del Fuhrer di aumentare i propri armamenti.

- Sul fronte della guerra di Spagna, fallita la politica del non intervento, si ebbe nel febbraio un accordo tra le quattro potenze per

effettuare pattugliamenti navali e impedire l’arrivo di armi e volontari sulle coste spagnole; a seguito di attacchi navali Italia e

Germania si ritirarono dall’accordo e pochi mesi dopo, nel corso dell’estate, navi mercantili dei governativi furono attaccate da

“sottomarini sconosciuti” ma che erano in realtà di nazionalità italiana.

Si tenne dunque, nel settembre 1935, la conferenza di Noyon in cui inglesi e francesi si facevano garanti contro questi atti di

“pirateria” nel Mediterraneo; quando ad essi si unì anche l’Italia i misteriosi sottomarini scomparvero.

- Ma il 1937 fu segnato, nonostante questi avvenimenti, dal riavvicinamento anglo-italiano dopo la tensione dell’anno prima a

causa della questione etiopica; Chamberlain e i francesi volevano staccare l’Italia dalla Germania prima della firma di una vera e

propria alleanza.

A gennaio 1937 fu firmato un “Gentlemen’s agreement” in cui i due paesi si impegnavano a mantenere lo status quo nel

Mediterraneo (paura franco-inglese per eventuali concessioni territoriali di Franco all’Italia) ma il progetto inglese non ebbe tanto

successo poiché in estate i sottomarini italiani attaccavano le navi britanniche.

L’accordo fu poi ulteriormente sviluppato all’inizio del 1938, poco prima dell’occupazione tedesca dell’Austria e dopo gli

avvenimenti di pirateria nel Mediterraneo.

Il nuovo “gentlemen’s agreement” fu firmato nell’aprile 1938 (“Accordi di Pasqua”): in generale esso prevedeva relazioni

amichevoli permanenti tra i due Paesi, regolava le questioni nell’AOI, in Arabia Saudita e nello Yemen, proibiva ogni propaganda

ostile e permetteva l’accesso di navi italiane attraverso il canale di Suez anche in guerra ma, soprattutto, Mussolini ottenne il

sospirato riconoscimento inglese sulle conquiste italiane in Etiopia in cambio dell’impegno a non ottenere vantaggi territoriali,

commerciali o economici particolari in Spagna.

Ma contrariamente ai piani anglo-francesi vi fu in quell’anno un rafforzamento dell’Asse Roma-Berlino; Mussolini fu pressato da

visite di Von Neurath, Goring e Von Ribbentrop in Italia che chiedevano l’adesione di Roma al patto anti-Komintern.

L’Italia aveva buoni rapporti con l’URSS e il Duce si convinse solo in settembre, in occasione di un viaggio in Germania in cui

parlò ad una folla enorme in favore dell’amicizia italo-tedesca, in novembre Mussolini firmò il patto anti-komintern.

Approfittando di questo ulteriore avvicinamento e dell’impegno dell’esercito italiano in Africa e soprattutto in Spagna, Hitler

decise di concludere l’Anschluss con l’Austria; del resto lo stesso Mussolini, firmando il patto anti-Komintern, aveva dichiarato

che l’Austria era “un paese tedesco per razza, lingua e cultura…l’interesse italiano non è più così vivo, anche per lo sviluppo

imperiale che ha fatto convergere l’attenzione sul Mediterraneo e sulle colonie… in caso di crisi in Austria, l’Italia non agirà…

bisogna informarsi reciprocamente delle azioni future”.

In questo modo Mussolini dava praticamente mano libera ad Hitler, il quale si sentì autorizzato dalla politica di Appeasement

adottata ancora da Inghilterra e Francia, nonostante l’Italia.

Il passo successivo del Fuhrer fu quello di convocare il cancelliere austriaco Schuschnigg a Berchtesgaden, dove egli fu

violentemente attaccato e minacciato e indotto a nominare come Ministro degli Interni il nazista Seyss-Inquart.

Per scongiurare il pericolo, Schuschnigg decise di indire un plebiscito sull’annessione; Hitler temeva il risultato e fu indotto a

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passare alle minacce esplicite: il plebiscito fu annullato, Schuschnigg si dimise e al suo posto andò Seyss-Inquart il quale, il 12

marzo 1938, fece appello alle truppe tedesche che varcarono la frontiera. Una successiva legge unì i due stati.

Le reazioni delle potenze furono pressoché nulle: l’Inghilterra consigliò all’Austria di non reagire e la Francia si limitò ad una

protesta del suo ambasciatore, frenata dall’atteggiamento inglese e dalla crisi di governo interna.

Mussolini non rispose alle richieste d’aiuto austriache; tuttavia in Italia cominciò proprio allora a nascere una certa diffidenza

verso la Germania nazista e, nonostante i legami sempre più stretti che si andavano instaurando tra le due dittature, nell’aprile

1938 fu iniziata la costruzione nel nord Italia di un sistema difensivo detto “Vallo del Littorio” contro un eventuale attacco

tedesco.

Crisi cecoslovacca e Conferenza di Monaco.

Il secondo obiettivo di Hitler era la Cecoslovacchia.

In questo paese, nella regione dei Sudeti, vivevano più di tre milioni di Tedeschi in buona armonia con i cechi; la zona era

fortemente industrializzata e militarizzata.

Il partito “Sudeten Deutsche Partei”, diretto da Henlein, raccoglieva la gran parte degli abitanti.

La Cecoslovacchia aveva un trattato di alleanza con la Francia del 1924 che prevedeva un aiuto automatico in caso di attacco

tedesco, ed un altro con l’URSS stipulato nel 1935 di assistenza militare valido se anche la Francia avesse mantenuto i suoi

impegni; per quanto riguarda i Russi, però, vi era anche il problema che Romania e Polonia impedivano il passaggio dell’Armata

Rossa sui loro territori.

Inoltre la Cecoslovacchia faceva parte con Jugoslavia e Romania della “Piccola Intesa”, diretta però più contro l’Ungheria e non si

applicava in caso di aggressione tedesca.

Dopo l’Anschluss la situazione nei Sudeti cominciò ad essere più tesa e nell’aprile 1938 il partito di Heinlen fece approvare un

programma in cui si chiedeva alla Cecoslovacchia la costituzione di un governo autonomo nella zona dei Sudeti e la libertà di

aderire all’ideologia nazista.

In Francia salì agli Esteri Bonnet, fautore della politica di appeasement sostenuta dall’Inghilterra, quindi i due governi

consigliarono ai cechi di intraprendere trattative dirette con il partito di Henlein con “spirito di comprensione”.

Tuttavia, nel maggio 1938, il governo ceco mobilitò una classe di riservisti e una guerra fu scongiurata solo per l’intervento

energico dell’Inghilterra, la quale fece capire ai francesi in questa occasione che sarebbe intervenuta solo in caso di aggressione

tedesca alla Francia e non per salvare la Cecoslovacchia; Hitler non si mosse e le misure furono revocate.

L’azione di pacificazione svolta dal governo inglese continuò con l’invio a Praga di Lord Runciman come mediatore tra il governo

ceco e il partito di Henlein; a causa anche di preparativi militari in Germania il governo ceco si rassegnò a soddisfare quasi tutte le

richieste di Henlein ma, l’inizio della crisi si ebbe con l’entrata in scena ufficiale di Hitler nella contesa, fatta nel settembre 1938

con il discorso a Norimberga davanti a una folla immensa.

Egli attaccò violentemente il governo ceco e disse che la Germania si sarebbe incaricata di riparare ai torti che i Tedeschi subivano

nei Sudeti; il giorno dopo Henlein ruppe le trattative con il governo e chiese pubblicamente l’annessione al Reich mentre

Runciman si ritirava.

Come ultima mossa diplomatica Chamberlain cercò un riavvicinamento anglo-tedesco e, in un incontro con Hitler, affermò di

ammettere l’autodeterminazione dei tedeschi del Sudeti.

Successivamente vi fu una consultazione tra i governi inglese e francese, quest’ultimo era diviso sul da farsi e ancora una volta

l’appeasement inglese ebbe la meglio; il 21 settembre ’38 il governo ceco accettò, sotto la prospettiva chiara di un non intervento

della Francia in suo aiuto, un piano anglo-francese per cui le regioni abitate da più di 50% di tedeschi sarebbero state annesse al

Reich.

Nonostante queste enormi concessioni Hitler definì il piano “inaccettabile”, anche i cittadini polacchi e ungheresi dovevano essere

vendicati contro i soprusi del governo ceco; il 27 egli fece sapere che avrebbe decretato la mobilitazione generale per il giorno

dopo.

Poche ore prima della scadenza dell’ultimatum Chamberlain fece un ultimo tentativo e invitò Hitler e Mussolini a partecipare ad

una conferenza sulla questione ceca con i capi di stato francese e inglese; convinto in extremis da Mussolini, che non essendo

pronto per la guerra era felice di poter fare la parte del mediatore, Hitler fissò la sede a Monaco.

La Conferenza di Monaco si tenne il 29 settembre 1938 e vi parteciparono Hitler con Von Ribbentrop, Mussolini e Ciano,

Chamberlain e Daladier assistito da François-Poncet.

Daladier disse subito che non poteva nascere alcun accordo se vi era l’intenzione di far scomparire la Cecoslovacchia, mentre si

poteva negoziare la cessione dei Sudeti.

Dopo dodici ore di trattative furono accolte tutte le richieste di Hitler mentre Francia e Inghilterra garantivano con un accordo le

frontiere dello stato cecoslovacco; la zona dei Sudeti passava alla Germania ed entro dieci giorni i cechi avrebbero dovuto

andarsene, negli altri territori indicati da una Commissione Internazionale abitati da tedeschi si sarebbe operato un plebiscito.

La Conferenza di Monaco, se da una parte aveva temporaneamente salvato la pace in Europa, dall’altra aveva totalmente distrutto

il sistema di alleanze della Francia, che aveva perduto buona parte del suo prestigio abbandonando un paese con cui era alleata

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mentre le piccole nazioni avevano fondati timori sulla costituzione di un “direttorio delle grandi potenze” ai loro danni.

In Germania il successo e la credibilità di Hitler erano alle stelle.

L’Inghilterra volle concretizzare il risultato firmando lo stesso giorno un trattato di non aggressione con la Germania, senza

consultare la Francia, ma in patria Chamberlain trovava serie opposizioni dai conservatori di Churchill.

Per iniziativa francese fu firmato un accordo simile anche tra la Germania e la Francia, portando un certo clima di distensione in

Europa che fu però scosso dalla “notte dei cristalli”, una campagna di assassinii contro gli ebrei provocata in Germania

dall’assassinio di un segretario dell’ambasciata tedesca a Parigi per mano di un ebreo tedesco. Roosevelt richiamò in patria

l’ambasciatore a Berlino per l’indignazione.

Rispettivamente nei mesi di ottobre e novembre anche la Polonia e l’Ungheria ottennero la cessione di territori ex cecoslovacchi:

la Polonia lanciò un ultimatum ai cechi nonostante le minacce russe e francesi e ottenne la regione di Teschen, l’Ungheria

beneficiò di un “arbitrato” italo-tedesco che le concesse un vasto territorio a sud abitato da un milione di abitanti.

In conseguenza a questi traumi nei mesi successivi la Cecoslovacchia subì una sorta di disgregazione interna e si costituirono

governi autonomi in Slovacchia e in Rutenia.

Hitler decise di completare il lavoro: convocò a Berlino il presidente Hacha e, dopo una notte di minacce sulla popolazione di

Praga, il presidente cecoslovacco firmò un documento che poneva il suo paese sotto la protezione della Germania.

Praga fu occupata il 15 aprile, la Boemia e la Moravia, primi territori non tedeschi conquistati da Hitler per assicurare alla

Germania lo “spazio vitale”, furono considerati un “protettorato tedesco” così come la Slovacchia, mentre la Rutenia fu subito

occupata dagli ungheresi.

Infine, dopo un nuovo ultimatum, il 22 marzo la Germania annetteva la città lituana di Memel.

Contrasto italo-francese e occupazione dell’Albania.

Nel maggio 1938 Mussolini aveva rifiutato di firmare un accordo con la Francia, essa allora riconobbe la conquista italiana

dell’Etiopia per tentare un riavvicinamento ma alla fine dell’anno il contrasto tra i due paesi si accentuò; a novembre si ebbero le

manifestazioni indegne del parlamento che con le loro urla misero inaspettatamente al corrente la Francia delle rivendicazioni

italiane su Tunisi, Gibuti e la Corsica.

François-Poncet, nuovo ambasciatore francese in Italia, chiese spiegazioni e Ciano per tutta risposta denunciò a dicembre gli

“Accordi di Roma” del 1935; la reazione francese fu ferma e immediata, Daladier fece un viaggio dimostrativo in Corsica e

Tunisia dove fu ben accolto.

Dopo un timido tentativo di mediazione l’Inghilterra disse che avrebbe garantito la Francia non solo contro un attacco tedesco ma

anche contro uno italiano.

In seguito, favorito dal prudente non intervento adottato da Francia e Gran Bretagna, il generale Franco riuscì a sottomettere i

governativi e nel marzo 1939 Madrid cadde; Mussolini volle approfittare dell’effetto psicologico che la vittoria di Franco poteva

suscitare in Francia (ora circondata da Stati dittatoriali) e fece delle proposte sui problemi di Gibuti e della Tunisia che il governo

francese respinse con fermezza ricordando che era stato lo stesso Mussolini a denunciare gli “Accordi di Roma”.

Intrappolato, come abbiamo già detto, da questa politica di rivendicazioni territoriali, il Duce si rivolse bruscamente verso

l’Albania, Paese soggetto dal 1921 alla netta influenza italiana;

Ciano aveva fatto in gennaio un viaggio in Jugoslavia dove Stojadinoviç, temendo mire tedesche sulla Croazia, gli aveva dato il

via libera in Albania.

Imitando i metodi di Hitler, Mussolini ordinò il 7 aprile 1939 l’invasione dell’Albania.

Il re Zog fuggì, lo stato fu reso un protettorato italiano e si ebbe l’unione delle due corone; la Germania era stata preventivamente

avvisata e l’intesa tra i due dittatori aumentava.

CRISI POLACCA E DICHIARAZIONE DI GUERRA.

La fine dell’Appesasement. Garanzie franco britanniche.

La conseguenza più rilevante dell’invasione tedesca in Slovacchia del 15 marzo fu il netto cambiamento di rotta della politica

inglese.

L’appello simil-legale fatto da Hacha non costringeva Francia ed Inghilterra ad intervenire (visto che avevano garantito le

frontiere del nuovo stato cecoslovacco a Monaco), ma due giorni dopo l'aggressione Chamberlain disse al Parlamento che non ci si

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poteva più fidare di Hitler e iniziò con l’appoggio della Francia delle conversazioni militari, dando entrambi i Paesi una serie di

garanzie ai paesi che sembravano più esposti ad un nuovo attacco nazista:

il 6 aprile la Gran Bretagna annunciò un’alleanza militare con la Polonia, pochi giorni dopo anche la Francia confermò l’alleanza

franco-polacca; il 13 i due stati davano la garanzia anche a Romania e Grecia, a maggio l’Inghilterra firmò con la Turchia una

dichiarazione di mutua assistenza, mentre la Francia, per ottenere l’alleanza turca, fu costretta a cedere il sangiaccato di

Alessandretta, una regione abitata da Turchi a nord della Siria e sotto mandato francese.

Un vero trattato di alleanza franco-anglo-turco fu firmato solo nell’ottobre 1939.

Dopo la presa di Praga, la Polonia era certamente il paese più minacciato; nell’ottobre 1938 i tedeschi chiesero amichevoli

conversazioni sulla possibilità di un passaggio di Danzica al Reich e della costruzione di strade e ferrovie di comunicazione dotate

di extraterritorialità.

Le proposte furono ripetute a gennaio e marzo ’39, e con la stessa cortesia della domanda la Polonia rifiutò in ogni occasione: Von

Ribbentrop cercava di spingere la Polonia in una sorta di alleanza contro l’URSS, il colonnello Beck, da parte sua, cercava di

bilanciare l’atteggiamento polacco con entrambe le potenze per non subire degli attacchi da una delle due; tutto questo senza

informare la Francia dei contatti diplomatici con Berlino e Mosca.

La situazione cambiò dopo il 15 marzo. Nei giorni seguenti Von Ribbentrop intimò alla Polonia di unirsi al blocco anti-sovietico e

furono poste minacciose rivendicazioni su Danzica, Beck rifiutò fermamente e in aprile vi furono le garanzie franco-inglesi.

La situazione si inasprì quando Hitler, in risposta ad un appello di non aggressione rivolto a lui e a Mussolini dal presidente

americano Roosevelt, pronunciò alla fine di aprile un discorso in cui attaccava violentemente la Polonia e denunciava il trattato

navale anglo-tedesco e l’accordo con la Polonia del ’34, rivendicando apertamente l’annessione totale di Danzica.

Il giorno dopo il governo britannico faceva adottare ai Comuni il servizio militare obbligatorio.

Il Patto d’Acciaio e i negoziati dell’URSS.

- Prima di procedere ad un eventuale attacco, Hitler voleva assicurare l’alleanza con l’Italia, firmando una vera e propria alleanza

militare.

Le proposte di Von Ribbentrop durante tutto il ’38 si infransero nei rifiuti di Mussolini, tuttavia, a causa dell’alleanza militare

francese con l’Inghilterra, il Duce decise di accettare nel gennaio 1939 e la decisione non mutò neanche dopo l’invasione tedesca

della Slovacchia.

Il 22 maggio 1939 fu firmato da Ciano e Von Ribbentrop il “Patto d’Acciaio”, un trattato offensivo che legava le due potenze ad

un intervento immediato nel caso in cui una delle due si fosse trovata in azioni belliche, anche di attacco.

Mussolini sperava che la Germania volesse ritardare la guerra almeno fino al ’43 ma Hitler fece capire a Ciano che le ostilità

sarebbero cominciate quello stesso anno; successivamente fu concluso un accordo circa il Tirolo meridionale e le popolazioni

tedesche abitanti nella zona dovettero scegliere tra l’emigrazione in Germania e la cittadinanza italiana, la Germania, in cambio,

ebbe successivamente una zona franca nel porto di Trieste.

- Sia la Germania che le democrazie occidentali cercarono di portare l’URSS nei loro rispettivi campi e fino all’agosto 1939 la

scelta dei sovietici non era ancora fatta, sviluppando negoziati paralleli con entrambi i contendenti.

Dopo l’invasione della Cecoslovacchia, l’URSS sembrò orientarsi verso una collaborazione con le democrazie e iniziò scambi di

opinioni con l’Inghilterra; gli inglesi volevano tirare il negoziato per le lunghe per la giusta intuizione che la guerra non sarebbe

scoppiata finché la Russia non avesse reso chiara la sua posizione, data la paura della “guerra su due fronti” dello Stato Maggiore

tedesco.

I sovietici cercavano una vera alleanza militare, l’Inghilterra voleva solo una garanzia russa sulla Polonia e la Romania ma non

sarebbe stata disposta ad una guerra se l’URSS fosse stata attaccata; la situazione ebbe una svolta quando Litvinov (favorevole al

sistema della sicurezza collettiva) fu sostituito dalla carica di “Commissario del Popolo agli Esteri” e al suo posto, il 3 maggio,

subentrò Molotov. Pochi giorni dopo inglesi e francesi fecero chiaramente capire alla Russia che non sarebbero entrate

automaticamente in guerra se questa fosse stata attaccata, tuttavia proposero dei patti di mutua assistenza in caso di attacchi

tedeschi contro Polonia, Romania, Grecia, Turchia e Belgio; poiché tra questi paesi non erano compresi i paesi baltici e non vi era

ancora una volta un chiaro accordo militare, Molotov rifiutò.

A questo punto, nell’agosto ’39, Francia ed Inghilterra accettarono di inviare in Russia delle delegazioni militari e navali (gli

inglesi avevano l’ordine di tenersi sul vago e guadagnare tempo), Molotov protestò per lo scarso potere di negoziazione dei

delegati, ma l’intoppo più grande si ebbe a causa del rifiuto della Polonia (nonostante le forti pressioni franco-inglesi che

arrivarono al punto di denunciare l’alleanza) di consentire il passaggio delle truppe russe sul suo territorio. L’accordo non si

trovava e dopo pochi giorni Von Ribbentrop arrivò a Mosca e concluse le trattative segrete russo-tedesche con un accordo storico.

I primi contatti russo-tedeschi iniziarono ad aprile con conversazioni di carattere economico; dopo la nomina di Molotov furono i

russi a fare le prime avances, mantenendosi da principio sul vago per capire gli umori tedeschi e per le contemporanee trattative

con gli alleati.

In giugno i tedeschi accettarono di stipulare un accordo economico ma fu solo alla fine di luglio che i russi fecero delle proposte

29

precise su di un trattato di carattere politico; i tedeschi li convinsero di come la Germania poteva offrire all’URSS molti più

vantaggi dell’Inghilterra.

Durante il mese di agosto Von Ribbentrop cercò di stringere i tempi sia perché Hitler aveva deciso di attaccare la Polonia il 1°

settembre, sia perché vi era una certa preoccupazione sulle trattative militari intraprese dalle democrazie.

Von Ribbentrop arrivò a Mosca e lo stesso giorno, il 23 agosto 1939, fu firmato il “Patto Von Ribbentrop-Molotov”,

immediatamente operante e valido per 10 anni.

Il Patto comprendeva un Trattato di non aggressione in cui i due paesi si impegnavano a non partecipare ad alcuna azione di

aggressione contro l'altro, a non unirsi con potenze ostili e a risolvere i loro conflitti per mezzo dell’arbitrato; vi era anche un

protocollo segreto che era in realtà molto più importante poiché stabiliva le zone d’influenza dei due Paesi:

la zona d’influenza russa comprendeva la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia e rimarcava l’interesse sovietico sulla Bessarabia;

l’influenza tedesca si sarebbe estesa sulla Lituania.

I due Stati non affermavano la volontà di mantenere uno Stato polacco indipendente.

L’attacco alla Polonia e la dichiarazione di guerra.

Abbiamo visto come, dopo l’invasione della Cecoslovacchia, Hitler avesse cambiato il suo atteggiamento verso la Polonia, fino ad

arrivare al discorso al Reichstaag in cui denunciava il Trattato tedesco-polacco.

Dopo questi avvenimenti iniziarono in Polonia incidenti causati dai tedeschi residenti; i polacchi decisero di intensificare i rapporti

con la Francia e in maggio si ebbe un accordo militare ma Bonnet (strenuo fautore della pace e delle concessioni alla Germania

simili alla farsa di Monaco) ottenne che il trattato militare entrasse in vigore dopo aver concordato un accordo politico, cosa che

avvenne quasi inutilmente solo il 4 settembre.

Fino alla metà di agosto a Danzica si moltiplicarono le sfilate e le parate naziste, poi dal 24 agosto, dopo la firma del Patto

Ribbentrop-Molotov, gli eventi precipitarono.

Hitler diede l’ordine di attacco alla Polonia il 25 ma poi ebbe un ripensamento, probabilmente a causa di una lettera di Mussolini

che gli spiegava l’impreparazione militare dell’Italia ad entrare in guerra ed un’altra in cui faceva richieste esorbitanti anche per la

produzione tedesca (ma si ritiene che in questa seconda lettera Ciano e Attolico abbiano appositamente gonfiato le richieste per

non far entrare il paese in guerra e sfruttare i vantaggi della neutralità), nonché per la firma in quel giorno del trattato di alleanza

anglo-polacco annunciato in aprile.

Il governo inglese tentò un ultimo tentativo di pace proponendo una mediazione diretta tra la Polonia e la Germania; Hitler accettò

l’incontro con un plenipotenziario polacco che, non essendo Beck stato avvisato per tempo dal governo inglese, si presentò solo la

sera del 30 (e non era neanche un plenipotenziario ma un semplice ambasciatore).

All’alba del 1° settembre 1939 l’esercito tedesco invadeva la Polonia

L’ultimo tentativo di pace si ebbe il 31 da parte di Mussolini che, umiliato dalla confessione della sua debolezza militare, propose

la riunione di una conferenza internazionale; il progetto fallì poiché gli inglesi chiesero che prima di trattare le truppe tedesche

avessero evacuato la Polonia.

Mussolini rifiutò di mantenere la sua proposta definendo quest’atteggiamento una “idiozia”.

Il governo francese ordinò la mobilitazione generale il 1°settembre, la Camera dei Comuni si indignò per i ritardi di Chamberlain

(dovute solo alle incertezze francesi); il 3 settembre Francia ed Inghilterra lanciarono un ultimatum al governo tedesco che

scadeva il giorno stesso.

Essendo stati entrambi respinti, il Regno Unito e la Francia dichiararono guerra alla Germania.

LA FASE EUROPEA DELLA GUERRA.

La sconfitta polacca e la “drole de guerre”.

Naturalmente, durante la guerra la diplomazia ebbe un ruolo secondario e tutto si ridusse ad una questione di forza, tutt’al più essa

servì per rafforzare le alleanze esistenti.

L’offensiva tedesca in Polonia fu folgorante, grazie all’uso combinato dell’aviazione e della penetrazione dei carri armati in

profondità nel territorio nemico.

Gli accordi Von Ribbentrop-Molotov avevano portato ad un piano prestabilito di spartizione della Polonia e l’intervento russo si

ebbe il 16 settembre, con il pretesto della difesa delle popolazioni ucraine e bielorusse dopo il disfacimento dello Stato polacco; i

30

russi avanzarono velocemente e senza subire grandi perdite, provocando anche l’irritazione dei tedeschi.

Il 28 fu firmato un nuovo trattato tedesco-sovietico che fissava la linea di demarcazione tra le due zone di occupazione, con questo

nuovo accordo lo stato polacco scompariva, Varsavia era nella zona tedesca e la Lituania passava nella zona di influenza sovietica;

questa spartizione era molto vantaggiosa per i russi, meglio anche della Linea Curzon del 1919.

I protocolli segreti di questo nuovo accordo prevedevano che i cittadini russi e tedeschi presenti nelle opposte zone di influenze

potessero rimpatriare; inoltre la Russia fece valere i vantaggi sulla sua zona d’influenza imponendo ai tre paesi baltici la cessione

di basi navali ed aeree, nonché lo stazionamento di truppe sovietiche sul loro territorio.

Per quanto riguarda l’Italia, Mussolini assistette impotente a questi avvenimenti; temendo che la Francia e l’Inghilterra volessero

portare l’Italia a rompere il “Patto d’Acciaio” (in effetti vi furono alcuni contatti) Hitler parlò con Ciano senza forzare sull’entrata

in guerra italiana, prevista d’altronde nel Patto, affermando che l’Italia sarebbe stata la padrona assoluta del Mediterraneo.

- Dopo la sconfitta della Polonia la guerra terrestre sul fronte occidentale assunse un andamento molto tranquillo, Hitler in ottobre

tentò di approfittare della situazione per offrire una pace alle democrazie e assorbire le sue conquiste: la Francia e l’Inghilterra non

potevano permettere che questo succedesse e rifiutarono senza esitazioni le proposte del Fuhrer.

Un mese dopo si ebbe anche un altro tentativo di mediazione da parte del Belgio e dell’Olanda che fu appoggiato anche da

Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia, Romania e dal Papa; tuttavia sia Hitler che le democrazie rifiutarono l’offerta mediatrice

(novembre 1939).

- In risposta a questi propositi di pace, l’Armata Rossa invase la Finlandia il 30 novembre, dopo che i finlandesi avevano rifiutato

l’installazione di basi militari russe nel loro Paese; i rifornimenti di armi verso la Finlandia fatti dall’Italia furono interrotti per la

pressione tedesca e gli stessi tedeschi osservarono una rigida neutralità in base agli accordi con i sovietici.

Con la dura vittoria i russi ottennero, con il Trattato di Mosca del marzo 1940, l’istmo di Carelia.

In seguito a questi avvenimenti Francia ed Inghilterra firmarono, il 28 marzo, un Trattato in cui si affermava che non ci sarebbe

stata né armistizio né pace separata con la Germania.

- Il passo successivo fu compiuto dai tedeschi. La Germania acquistava grandi quantità di ferro dalla Svezia che transitavano per

il porto norvegese di Narvik; se gli alleati prendevano questo porto potevano tagliare la “via del ferro” alla Germania.

Hitler impedì che questo potesse accadere con un attacco preventivo alla Danimarca e alla stessa Norvegia (9 aprile); la rapida

vittoria dei tedeschi arrivò il 10 giugno 1940 con la partenza per Londra del re di Norvegia.

Lo stesso 10 giugno 1940 i tedeschi invasero il Belgio e l’Olanda, rompendo la neutralità di questi stati e la “drole de guerre” sul

fronte occidentale; in conseguenza di questi avvenimenti in Inghilterra cadde il gabinetto di Chamberlain e fu sostituito un

governo di unità nazionale sotto la guida di Winston Churchill, fin dall’inizio ostile ai nazisti.

La sconfitta della Francia e l’armistizio; la Battaglia d’Inghilterra.

Il 10 maggio 1940 Hitler lancia l’offensiva sul fronte occidentale contro Olanda, Belgio e Francia.

Il 15 gli olandesi deposero le armi e il giorno successivo, con una spettacolare manovra a sorpresa, i carri armati tedeschi

sfondarono il fronte francese passando attraverso la foresta delle Ardenne, ritenuta a torto inaccessibile ai blindati.

Invece di puntare direttamente su Parigi, le truppe tedesche marciarono verso Ovest per bloccare i collegamenti con il resto

dell’esercito francese e chiudere in una sacca le armate del nord; sostituito Gamelin, il nuovo generalissimo Weygand non riuscì a

collegare le due armate e l’intero esercito del nord dovette imbarcarsi a Dunkerque lasciando a terra l’equipaggiamento.

Il 6 giugno l’esercito tedesco sfondava la disperata linea difensiva sulle Somme con il triplo delle forze rispetto ai francesi, il

governo (con a capo Reynaud) abbandonò Parigi il 10 giugno.

Ancora il 6 giugno Churchill annunciava l’arrivo in Francia di due divisioni britanniche, dopo le richieste di aiuto francesi non

furono più soddisfatte per garantire la sicurezza del suolo inglese.

- Per quanto riguarda l’atteggiamento italiano dopo il 1° settembre, abbiamo visto che Hitler non richiese l’entrata in guerra

forzata di Mussolini; tuttavia l’8 marzo 1940 il Fuhrer scrisse una lettera al dittatore italiano reclamando ardentemente l’entrata in

guerra italiana, poi incontrò il Duce al Brennero e in quel dialogo Mussolini disse che l’entrata in guerra era “inevitabile”.

Ciano cercava di far mantenere al Duce la neutralità ma già il 13 maggio, osservando la rapidità del successo tedesco, la decisione

di Mussolini era definitiva ed egli si arrese; il 26 Reynaud si recò a Londra per concordare delle concessioni all’Italia in cambio

della neutralità, il presidente americano Roosevelt garantì (per far dimenticare Wilson) che le concessioni sarebbero state applicate

dopo la guerra.

Queste proposte si scontrarono con il rifiuto di Mussolini; il giorno dopo i francesi arrivarono ad offrire vasti territori nell’Africa

nord orientale ma il progetto cadde per l’opposizione inglese che calcolava l’impatto morale che queste concessioni avrebbero

avuto in Francia ed Inghilterra.

Il 30 maggio Mussolini inviò ad Hitler una lettera in cui annunciava l’entrata in guerra dell’Italia per il 5 giugno, poi i due si

accordarono per l’11.

Il 10 giugno 1940 l’Italia dichiarava guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.

In quello stesso 10 giugno il governo di Reynaud abbandonò Parigi e si rifugiò a Tours, l’esercito era ormai vinto ed il problema

31

principale era quello di decidere se il governo avesse dovuto continuare la lotta trasferendosi in Nord Africa ovvero avesse dovuto

chiedere un armistizio alla Germania, che però contrastava con il Trattato franco-inglese del 28 marzo in cui si proibiva armistizio

o pace separata con i tedeschi.

L’11 si ebbe a Briare un Consiglio Supremo Interalleato con Churchill ed Eden; in seno al governo francese Pétain e Weygand,

comprendendo il disfacimento dell’esercito e seguendo il codice militare francese, non accettavano di abbandonare l’esercito ed i

cittadini in Patria e continuare la guerra con le poche divisioni d’oltremare, quindi premevano per la richiesta di armistizio

nonostante l’impegno con l’Inghilterra.

Di parere opposto erano Reynaud e i presidenti delle due Camere (tra cui il radicale Herriot), che consideravano in questo modo la

possibilità della cessione all’Inghilterra della flotta militare; Churchill affermò la volontà inglese di continuare a combattere e non

fece pressioni.

Il 16 giugno fu una giornata molto importante. Il governo francese si era trasferito a Bordeaux, Reynaud lesse al Consiglio dei

Ministri la risposta del presidente americano Roosevelt circa la richiesta di intervento militare americano; era piena di solidarietà

verso la Francia e incitava alla resistenza ma diceva che una decisione del genere poteva essere presa soltanto dal Congresso.

Credendo in una capitolazione francese il governo britannico inviò due note in cui annunciava che chiedere l’armistizio avrebbe

“messo in discussione l’onore della Francia”, poi le due note furono ritirate e gli stessi inglesi presentarono un “Progetto di Unione

franco-britannica”.

La validità e la serietà di questo progetto, un impresa enorme di cui non si erano affatto valutate le conseguenze e le

complicazioni, non deve essere esagerata in quanto, secondo lo stesso Churchill, esso aveva più che altro lo scopo di rivitalizzare

gli oppositori dell’armistizio.

Purtroppo non si ebbe il risultato sperato: in serata Reynaud rassegnò le sue dimissioni ed il suo successore, il maresciallo Pétain,

formò il nuovo governo due ore dopo, includendo tutti i fautori dell’armistizio; alle 3 del mattino fu convocato l’ambasciatore

spagnolo e fu incaricato di far trasmettere al governo spagnolo la richiesta di armistizio ai tedeschi.

Il giorno dopo Churchill tornò a chiedere a Pétain di portare la flotta francese nei porti inglesi, le note di protesta ritirate furono

subito ripresentare al governo francese; i francesi assicurarono che le navi non sarebbero state consegnate ai tedeschi ma

rifiutavano di trasferirle nei porti inglesi. A questo punto il governo britannico cercò di incoraggiare i movimenti di resistenza

all’armistizio come quello del generale De Gaulle, che il 18 giugno pronunciò il famoso discorso via radio per incitare la

popolazione francese alla resistenza, e di altri parlamentari, tra cui Daladier, che avevano lasciato per protesta Bordeaux e si erano

trasferiti a Rabat per organizzare una sorta di “governo della Resistenza” (progetto che poi Pétain bloccò).

Quando l’armistizio fu firmato, l’Inghilterra ritirò da Bordeaux il suo ambasciatore.

Hitler il 18 conferì con Mussolini il quale voleva un singolo armistizio tra i due paesi ed aveva richieste esorbitanti considerando

che l’esercito non aveva concluso nulla, alla fine Hitler impose due armistizi separati e il governo francese fece sapere che le

condizioni sine qua non erano la non occupazione dell’impero e che la flotta non fosse consegnata ai vincitori.

Il 21 ebbe luogo a Rethondes la presentazione delle condizioni tedesche nello stesso vagone ferroviario in cui i francesi avevano

imposto il Diktat alla Germania nella Grande Guerra; le condizioni erano dure, non disonorevoli e il giorno dopo furono discusse

dal governo francese che propose delle modifiche rifiutate dai tedeschi.

L’armistizio con la Germania fu firmato la sera del 22 giugno, quello con l’Italia il 24.

Le clausole politiche dell’armistizio con la Germania prevedevano la creazione a nord di una zona occupata in cui la Germania

aveva i diritti della potenza occupante, le spese di occupazione erano della Francia e nessun arma, nave o soldato potevano essere

trasferiti in Inghilterra, il governo francese poteva insediarsi a Parigi (ma fu scelta la città di Vichy nella zona “libera”); per quanto

riguarda la flotta le clausole erano poco rassicuranti per gli inglesi:

una parte doveva rimanere alla Francia per la difesa dell’Impero, la restante parte doveva essere “smobilitata e disarmata”

dall’Italia e dalla Germania.

L’armistizio con l’Italia prevedeva la smilitarizzazione di una zona di frontiera, di Ajaccio e di zone in Algeria e Tunisia, nonché

l’uso del porto di Gibuti e della ferrovia di Addis Abeba.

Con questi due armistizi si ha un ritorno al modello ottocentesco con armistizio vero e proprio e sospensione delle ostilità; anche

la Francia è ammessa al tavolo della pace.

- Con la sconfitta francese termina per Hitler l’operazione polacca, quindi egli propone agli inglesi una nuova pace (dopo quella

dell’ottobre ’39).

E’ il 19 luglio 1940 quando Hitler, con affianco Ciano, fa un discorso al Reichstaag in cui non chiedeva all’Inghilterra alcuna

cessione in cambio della pace; su pressione tedesca anche la Santa Sede fece pressione sui vescovi inglesi affinché convincessero

l’opinione pubblica ad accettare la pace, ma il clero britannico si oppose.

Un tentativo fu operato con una manovra dei servizi segreti tedeschi: il piano era di aiutare l’ex sovrano Edoardo VIII a salire sul

trono inglese; egli avrebbe spinto per la pace, appoggiato dai gruppi universitari pacifisti di Bertrand Russell, a loro volta in

contatto con l’URSS.

Il piano fallì poiché fu scoperto in tempo dai servizi segreti inglesi, Edoardo VIII fu nominato “Governatore delle Bahamhas” (ma

laggiù non poté lasciare la sua residenza) e alla fine della guerra se ne tornò a vivere in Costa Azzurra. 32

In seguito si ebbe la storica risposta di Churchill alla proposta di pace tedesca, in cui il premier inglese disse che avrebbero

combattuto sino alla fine non contro il popolo tedesco, bensì contro gli orrori del nazionalsocialismo.

Hitler, adirato dalla risposta di Churchill, decise di attaccare anche l’Inghilterra, andando per la prima volta fuori dal rigido

schema di guerra che aveva preparato con il suo Stato Maggiore.

Per invadere la Gran Bretagna bisognava innanzitutto poter sbarcare, quindi gli sforzi dell’estate furono quelli di costruire mezzi

da sbarco e di distruggere la Home Fleet, la flotta inglese di stanzia nella Manica; la flotta aveva una copertura aerea (costruita con

intelligenza a partire dal 1934), quindi la prima fase dell’operazione “Leone marino” doveva essere quella di spazzare la RAF dai

cieli e di punire la popolazione civile inglese con dei bombardamenti a tappeto sulle città (la prima ad essere rasa al suolo fu

Coventry, da qui “coventrizzazione”).

Nell’agosto 1940 inizia dunque la “Battaglia d’Inghilterra” e per la prima volta nella storia anche la popolazione civile diviene un

obiettivo militare; intere città furono rase al suolo e anche il Parlamento fu colpito ma, nonostante ciò, la popolazione inglese non

fece alcun dissenso alla guerra e al governo di unità nazionale non esisteva opposizione.

La battaglia coinvolse più di 3000 aerei, gli inglesi non avevano molti equipaggi e mantenevano quasi tutti gli apparecchi in volo e

anche aviatori francesi furono reclutati nelle file britanniche (il cosiddetto “Albo d’oro”); dopo un mese di combattimenti, i

tedeschi videro che perdevano più aerei degli inglesi (un rapporto di 3 a 1) e capirono che continuare la lotta significava mettere a

rischio la consistenza stessa della Luftwaffe.

Per questa constatazione, a metà settembre l’operazione “Leone marino” fu interrotta e rimandata a tempo indeterminato; questo

fu un punto di svolta importante nella guerra.

A suggello di ciò, Churchill disse: “mai nella storia così tanti hanno dovuto tanto a così pochi”.

Annessioni russe e tedesche; rapporti Inghilterra-Vichy.

La conseguenza più immediata del crollo francese fu l’annessione da parte dell’URSS degli Stati Baltici; i sovietici mandarono ai

tre Stati degli ultimatum, con il pretesto delle minacce che subiva l’Armata Rossa in quei territori, in cui si chiedeva

l’instaurazione di governi filo-comunisti. Appena saliti al potere i governi stessi chiesero l’incorporazione immediata dei loro stati

all’Unione Sovietica, tra il 1° e l’8 agosto 1940.

Contemporaneamente fu inviato un altro ultimatum alla Romania, nel quale i russi chiedevano la cessione immediata della

Bessarabia, di cui non avevano mai accettato la perdita, e anche della Bucovina settentrionale (questa richiesta scatenò le proteste

tedesche), una regione che non era mai appartenuta all’impero zarista.

Probabilmente questo avvenimento peggiorò in maniera definitiva i rapporti tra l’URSS e la Germania ed è in questo periodo che

fu pensato il piano d’attacco dell’operazione “Barbarossa”.

Il governo rumeno, dopo un inutile appello alla Germania e all’Italia, dovette cedere e il 2 agosto 1940 fu costituita la Repubblica

Socialista Sovietica di Moldavia; i tedeschi risposero subito inviando in Romania una missione militare, preludio di

un’occupazione ben più vasta.

Anche la Bulgaria e l’Ungheria avanzarono rivendicazioni sui territori rumeni:

la Bulgaria ottenne direttamente dal governo rumeno la Dobrugia meridionale, mentre il contrasto con l’Ungheria fu sanato solo

con l’intervento di Germania e Italia che, il 30 agosto, fecero accettare ai due contendenti il “Secondo arbitrato di Vienna” che

prevedeva la divisione della Transilvania tra i due Stati.

L’11 ottobre Hitler occupò definitivamente la Romania e i suoi preziosi pozzi petroliferi.

Il 27 settembre 1940 Italia, Germania e Giappone firmarono il “Patto Tripartito”, un trattato di alleanza politica, economica e

militare nel caso dell’entrata nel conflitto di un altro Stato; da allora in poi la politica estera tedesca fu impegnata nel cercare

adesioni a questo accordo.

L’obiettivo più importante era sicuramente quello di coinvolgere la Spagna nella Guerra;

al momento dell’armistizio con la Francia, Franco si era dichiarato pronto ma fece delle richieste abbastanza consistenti

(Gibilterra, Marocco francese e territori in Guinea) e inoltre, poiché la Spagna era uscita prostrata dalla guerra civile, volle aiuti

militari ed economici che erano abbastanza gravosi per i paesi dell’Asse.

Il 23 ottobre Hitler incontrò Franco ma la decisione definitiva sull’entrata in guerra non si ebbe.

Le uniche adesioni al “Patto Tripartito” furono quelle di Ungheria, Romania e Slovacchia.

- In questo periodo la situazione dell’Inghilterra era abbastanza problematica; i rapporti con il governo di Vichy erano pessimi e

Laval aveva proposto a Pétain addirittura di entrare in guerra contro l’Inghilterra, rea di dare protezione a De Gaulle, il quale alla

fine di luglio darà vita ad un “Consiglio di difesa della Francia d’oltremare” ottenendo l’adesione di quasi tutte le colonie.

In questa situazione, Churchill prese la decisione di mettere la flotta francese in condizione di non nuocere e il 3 luglio 1940

iniziarono una serie di operazioni della marina inglese; la flotta francese di Mers-el-Kebir fu attaccata dopo aver respinto un

ultimatum di salpare verso i porti americani, vi furono 1.200 morti, altre navi francesi furono danneggiate, sequestrate o affondate

a Dakar e a Plymouth.

La Francia ruppe le relazioni diplomatiche con Londra e non vi fu alcuna rappresaglia; paradossalmente la situazione migliorò

33

dopo il 22 settembre 1940, quando reparti francesi fedeli a De Gaulle, con l’appoggio della marina inglese, cercarono di

conquistare Dakar, in mano ai francesi di Vichy, fallendo nell’impresa.

A quel punto Churchill si rese conto che tutto ciò favoriva unicamente i tedeschi e cercò di stabilire un “modus vivendi” pacifico

con il governo di Vichy, senza abbandonare i gollisti.

Si ebbero dei primi accordi ufficiosi (Hoare – De la Baume e la “missione Rougier” che cercò di convincere il generale Weygand,

comandante delle truppe francesi in Africa del nord, a ribellarsi) che furono però bruscamente interrotti dall’incontro tra Hitler e

Pétain a Montoire il 24 ottobre 1940: quest’incontro era opera di Laval, che riuscì ad imporre a Pètain la sua politica anti-inglese;

fu firmato un accordo di “collaborazione” tra i due paesi e Laval si disse addirittura favorevole ad un attacco contro l’Inghilterra

nel lungo periodo.

Churchill, più che interessarsi alla sorte del governo di Vichy, era preoccupato soprattutto della cessione da parte di Pétain di

importanti basi militari in Africa ai tedeschi e agli italiani, quindi incoraggiò la ripresa delle trattative che si ebbe in dicembre con

gli accordi Halifax – Chevalier;

questo accordo, fatto all’insaputa dei gollisti e grazie all’allontanamento di Laval, prevedeva che le colonie francesi non sarebbero

state più oggetto di attacco e che si sarebbe mantenuta una “freddezza artificiale” tra il governo inglese e quello di Vichy, con un

reale allentamento dell’embargo sui prodotti petroliferi.

Nell’aprile 1941, grazie all’intervento del presidente Roosevelt, si ebbe un accordo tra gli USA e le colonie francesi del nord

Africa per la fornitura di materiale di prima necessità; in cambio Weygand si impegnava a difendere i territori dagli attacchi di

chicchessia.

Intanto in Francia l’ammiraglio Darlan divenne la seconda personalità del governo di Vichy; egli era convinto della vittoria

tedesca e il 28 maggio 1941, dopo alcuni colloqui con Hitler, firmò i “Tre protocolli di Parigi” che conferivano ai tedeschi basi

militari d’appoggio in Siria, a Biserta e a Dakar. Il progetto non fu accettato da Weigand e da altre personalità del governo e, con

l’inizio della campagna di Russia, fu lasciato cadere anche dai tedeschi.

Successivamente Weigand fu richiamato a Vichy sotto pressione tedesca e, con il ritorno di Laval nell’aprile ‘42, il governo di

Pétain cessò di avere qualsiasi autonomia dalla Germania.

Attacchi dell’Asse in Grecia, Jugoslavia e Russia.

Nel corso dell’estate del 1940 Mussolini progettò di attaccare la Grecia e la Jugoslavia ma, su pressione tedesca (per paura di una

reazione russa che intensificasse la presenza sovietica in Europa), l’attacco alla Jugoslavia fu abbandonato.

Indignato per l’occupazione della Romania senza preavviso, il Duce fissò l’attacco alla Grecia per il 28 ottobre, giorno in cui

incontrava Hitler a Firenze; l’operazione fu preparata male e dopo una settimana le truppe italiane dovettero ripiegare in Albania e

difendersi dagli attacchi greci.

Gli smacchi militari italiani continuarono in Africa, dove era fallito l’attacco all’Egitto e si ripiegava verso la Libia, nel 1941 gli

inglesi occuparono l’Africa Orientale italiana.

Mussolini dovette chiedere l’aiuto tedesco e di giocare il ruolo di eterno secondo in guerra.

Intanto la tensione russo-tedesca saliva: in Germania vi era preoccupazione per l’ambiguo atteggiamento dell’URSS e si decise di

fare delle proposte per allontanare i sovietici dall’Europa.

Tra ottobre e novembre vi furono degli importanti negoziati tra Molotov e Von Ribbentrop, il quale offrì ai russi di entrare a far

parte del “Patto Tripartito” nato a settembre e di dividere l’intero pianeta in precise zone di influenza tra le quattro potenze.

Concretamente, si offrì ai sovietici un protocollo segreto in cui si riconosceva la loro sfera di influenza nel Golfo Persico e

nell’Iran e il libero passaggio attraverso gli Stretti, obiettivi da sempre anelati dagli Zar, in cambio di un allontanamento della

Russia dall’Europa (i Balcani come zona di influenza italiana e tedesca, garanzia dello status quo territoriale della Turchia, ritiro

dei sovietici dalla Finlandia, dove la Germania manteneva delle truppe).

Molotov fece delle controfferte che indicavano chiaramente la volontà della Russia di rimanere saldamente in Europa; i tedeschi

non si dettero nemmeno la pena di rispondere e questo mancato accordo fece iniziare nel dicembre ’40 le prime misure operative

per il “Piano Barbarossa”, fissato dapprima per maggio poi, per il “contrattempo jugoslavo”, per il 22 giugno.

Un contrattempo ritardò l’operazione: dopo l’adesione di Ungheria e Romania al Patto Tripartito mancavano solo la Bulgaria e la

Jugoslavia per “pacificare” i Balcani e attaccare in tutta tranquillità la Russia; la Bulgaria entrò nel Patto nel febbraio 1941 e

subito dopo fu invasa dalle truppe tedesche nonostante le forti proteste dei sovietici, tuttavia i problemi vennero dalla Jugoslavia,

dove il 27 marzo 1941 vi fu un colpo di stato militare da parte di gruppi serbi e appoggiato dagli inglesi, spodestando il principe

Paolo favorevole alla Germania.

Di conseguenza Hitler decise di attaccare la Jugoslavia e di aiutare le truppe italiane in Grecia; l’operazione iniziò il 6 aprile 1941,

il 18 la Jugoslavia era sconfitta, il 27 cadde anche Atene.

In Grecia fu insediato un governo militare filonazista, la Jugoslavia subì invece una spartizione territoriale e politica: la Slovenia

del nord fu annessa direttamente alla Germania, l’Italia ebbe la Slovenia del sud e la costa dalmata da Fiume a Cattaro, la regione

di Zara, Spalato e Ragusa.

In Croazia fu creato uno stato “indipendente” che alla fine della guerra doveva essere governato dal duca di Spoleto, parente di

34

casa Savoia (il nuovo Stato comprendeva la Croazia continentale, la Bosnia-Erzegovina e due punti sulla costa “donati” al nuovo

stato dall’Italia); la Croazia aderì al Patto Tripartito in giugno e permise alle truppe italiane di attraversare il suo territorio.

Più a sud era ricreato lo Stato montenegrino, completamente soggetto all’Italia, l’Albania incorporava il Kosovo e parte della

Macedonia, mentre la restante parte era annessa dalla Bulgaria (che annetteva anche la Tracia); la Serbia era notevolmente ridotta

ai tempi della vecchia Serbia, tuttavia continuava ad esistere come stato in regime di occupazione.

- Da dicembre la Wehrmacht cominciò a schierarsi sul fronte orientale per l’Operazione Barbarossa, gli inglesi e gli americani

lanciarono parecchi avvertimenti ai russi, i quali, però, continuavano a mantenere i rapporti commerciali con la Germania ed anzi

nella primavera del 1941 cercarono di anticipare le consegne, soprattutto dell’indispensabile caucciù.

Tutto ciò non fece cambiare idea ad Hitler, il quale voleva definitivamente eliminare un alleato misterioso, scomodo e ambiguo

come la Russia, appropriandosi delle ingenti fonti energetiche del paese che gli avrebbero permesso di continuare la lunga lotta

contro l’Inghilterra.

Lo stato maggiore tedesco aveva preparato un piano che può essere definito un capolavoro di strategia militare: grazie all’avanzata

su tre direttive (peraltro molto distanti tra loro) di reparti corazzati con copertura aerea, l’esercito russo doveva essere chiuso in

enormi sacche e fatto prigioniero; la genialità consisteva nel fatto che erano stati calcolati perfettamente tutti i fattori che potevano

influenzare l’avanzata di uomini e mezzi, dalla condizione delle strade alle ore di luce e finanche le notti con una luce sufficiente

per i movimenti.

Secondo il piano, l’URSS sarebbe dovuta cadere in otto settimane, Hitler credeva in un’altra facile vittoria della guerra lampo, in

realtà l’Operazione Barbarossa si protrasse per 4 anni in territorio russo e si concluse con l’entrata dell’Armata Rossa a Berlino nel

1945.

Il mattino del 22 giugno 1941 le truppe tedesche attaccavano l’Unione Sovietica, nella prima settimana il piano tedesco portò ad

un’avanzata di 80 km al giorno e un milione di prigionieri russi, in quanto i generali russi credevano ad una avanzata omogenea e

non bloccavano le vie di comunicazione tra i reparti corazzati e le truppe.

In Russia fu il panico: Stalin non fece nulla per una settimana ed il regime rischiava di saltare; dopo lo smarrimento si fece un

appello in difesa della Patria ad imitazione di ciò che fece lo zar Alessandro contro Napoleone (in barba alle ideologie comuniste)

e si arrivò addirittura a ritirare i commissari politici del partito presso le truppe e a sostituirli con preti della Chiesa ortodossa, alla

stella rossa fu sostituita l’immagine della Madonna.

Ciò che salvò i russi fu un errore strategico di Hitler, che fece infuriare i generali e rinascere l’opposizione dell’aristocrazia

militare verso il Fuhrer, sfociata poi nell’attentato del 1944; dopo la guerra i militari scomparvero dalla scena politica e la

Germania del dopoguerra fu guidata dall’organizzazione politica delle chiese: poiché la colonna centrale, quella diretta su Mosca,

avanzava più rapidamente di quelle laterali, Hitler temette che quest’ultima potesse essere tagliata dai lati, cosicché diede ordine di

arrestarla a metà dell’operazione (fine luglio 1941), vi furono parecchie contestazioni e sostituzioni di militari, ma alla fine

l’ordine fu eseguito.

L’avanzata riprese solo dopo 40 giorni in condizioni non previste; il meccanismo si era inceppato, a ottobre vi fu un’ulteriore

avanzata ma a novembre fu impossibile proseguire, iniziava così una delle guerre d’usura più terribili della storia.

Il rafforzamento dei legami anglo-americani.

A partire dal luglio1940, inglesi e americani si sforzano di coordinare le loro politiche in funzione anti-giapponese, poi si ebbe un

riavvicinamento anche sui problemi europei:

- Nell’estate del 1940, Churchill chiese al presidente americano Roosevelt il prestito di 50-60 cacciatorpediniere in cambio

dell’occupazione di alcune basi inglesi in America (Bermuda, Bahamas, Giamaica, Antigua e la Guyana inglese); Roosevelt,

nonostante fosse nel pieno della campagna elettorale, acconsentì alla richiesta con un “executive agreement” che non aveva

bisogno dell’approvazione del Senato, inviando anche una grande quantità di armi a sostegno degli inglesi, incontrando molte

opposizioni tra gli isolazionisti.

Nondimeno la sua politica di intervento fu accettata dagli elettori e Roosevelt fu rieletto; il 16 settembre fu approvata la legge che

istituiva il servizio militare negli Stati Uniti, i quali passavano in questo periodo dalla neutralità alla “non belligeranza”.

- Ma senza ombra di dubbio il gesto più importante nel rapporto anglo-americano si ebbe nel marzo 1941 con l’emanazione della

cosiddetta “legge affitti e prestiti”.

Mesi prima Churchill aveva spiegato a Roosevelt le difficoltà future che avrebbe avuto l’Inghilterra nel continuare ad acquistare in

contanti il materiale bellico dagli Stati Uniti; il presidente americano propose un sistema che consisteva nel prestare tutto il

materiale che l’Inghilterra o i paesi amici potessero aver bisogno, subito dopo lanciò nel Paese una campagna pubblicitaria a

sostegno di quest’idea per vincere le resistenze degli isolazionisti.

A marzo si ebbe l’approvazione della legge che, in pratica, apriva all’Inghilterra un credito illimitato (pagabile in seguito anche

con rimborsi in natura)e dava al presidente americano una grande discrezionalità nel poter utilizzare a piacimento la produzione di

guerra americana.

All’inizio del ’45 le forniture agli alleati a titolo di “Affitti e prestiti” arrivarono a 36 miliardi di $.

A suggellare il rapporto, Halifax fu inviato negli Stati Uniti e Hopkins fu inviato in Inghilterra, entrambi personaggi importanti e

35

che godevano della piena fiducia dei due premier.

- La prima importante missione di Hopkins fu quella che lo condusse a Mosca all’indomani dell’attacco tedesco; egli conferì con

Molotov e Stalin, i quali gli riferirono le necessità primarie della Russia in materia di armamenti. Il 16 agosto Usa ed Inghilterra

davano il loro assenso alle forniture militari e di altro materiale necessario alla Russia.

Successivamente Hopkins fu il principale artefice dell’incontro tra Churchill e Roosevelt al largo di Terranova il 9 agosto 1941; si

parlò principalmente della minaccia di aggressione giapponese e del progetto di una “Carta Atlantica”, proposta dal premier

inglese per rafforzare il legame con gli Stati Uniti e per fugare i dubbi circa trattati segreti degli inglesi per accrescimenti

territoriali.

La Carta enunciava in 8 punti i principi democratici nel campo delle relazioni internazionali:

i due Stati non avrebbero ricercato alcun ingrandimento territoriale, ciascun popolo avrebbe scelto liberamente la propria forma di

governo e i mutamenti territoriali che lo riguardavano, tutti gli stati dovevano collaborare per sviluppare il processo economico e

sociale mondiale.

Al fine di garantire il controllo dell’Oceano Atlantico e la sicurezza dei convogli che inviavano aiuti agli alleati, l’8 luglio fu

occupata l’Islanda e l’11 settembre il presidente Roosevelt ordinò alle navi da guerra di attaccare le unità dell’Asse che fossero

penetrate nella zona di difesa americana, abbandonando definitivamente la neutralità.

I PROBLEMI EXTRA-EUROPEI DAL 1933 AL 1941.

Il Medio Oriente.

- Il fallimento dei negoziati anglo-egiziani del 1932 portò ad una situazione di stallo tra i due Paesi, risolta solo dall’aggressione

italiana dell’ottobre 1935 all’Etiopia.

In Egitto, dopo l’attacco di Mussolini, si costituì un “Fronte nazionale” guidato dal Wafd che costrinse il re Faud a cessare il

regime dittatoriale e ritornare alla costituzione del 1923, infine ripresero i negoziati con il Regno Unito alla ricerca di un’alleanza

militare difensiva.

Eden accettò la proposta e nell’agosto 1936 fu firmato un trattato anglo-egiziano che comprendeva clausole militari e politiche su

basi nuove: l’Egitto diveniva indipendente e si poneva termine all’occupazione britannica, non erano ammessi trattati politici con

altre potenze e in caso di guerra era previsto un soccorso immediato reciproco (aiuto egiziano solo fornire basi all’esercito

inglese), l’Inghilterra avrebbe appoggiato l’Egitto nell’entrata alla SDN, inoltre per dieci anni si sarebbe mantenuta una

guarnigione di 10.000 soldati inglesi a Suez in difesa del canale e il governo del Cairo avrebbe adottato armamento ed

equipaggiamento britannici.

Nel Sudan si stabiliva un regime di “condominio” con funzionari e truppe sia inglesi che egizie.

Grazie all’appoggio inglese e francese in Egitto si ebbe la fine delle “capitolazioni” e lo stato ebbe una piena libertà legislativa e

fiscale; il potere giudiziario prevedeva un regime transitorio di tribunali misti per egiziani e stranieri presenti sul territorio.

Infine, nel maggio 1937, l’Egitto era ammesso alla Società delle Nazioni.

Con l’inizio della guerra l’Egitto optò per una non belligeranza: ruppe le relazioni diplomatiche con la Germania e affermò che

avrebbe partecipato alla guerra solo se l’Italia avesse attaccato obiettivi propriamente egiziani; questa politica neutrale continuò

anche durante l’offensiva di Rommel nel pieno del territorio egizio.

- Nel 1936 fu riaperta anche la questione degli Stretti dei Dardanelli: il Trattato di Losanna affermava che in tempo di pace essi

erano aperti a tutte le navi (non da guerra), se la Turchia era coinvolta in guerra poteva impedire il passaggio delle navi nemiche;

per le navi da guerra il Trattato favoriva il passaggio delle navi delle potenze rivierasche e la Russia e la Turchia vi erano

contrarie. Gli avvenimenti nel Mediterraneo del 1936 (flotta inglese a minaccia dell’aggressione italiana) e la rimilitarizzazione

tedesca della Renania, fornirono ai Turchi l’occasione per chiedere la revisione di questo Statuto.

Questo si ebbe con la Convenzione di Montreaux firmata il 20 luglio 1936 da Francia, Italia, Inghilterra, Turchia, Giappone e

Australia: i paesi rivieraschi avevano un diritto di passaggio per le navi da guerra in tonnellaggio poco superiore a quello dei paesi

non rivieraschi (ciò favoriva la Russia), mentre la Turchia ottenne il permesso della rimilitarizzazione degli stretti ed inoltre, in

tempo di guerra, era interdetto il passaggio alle navi da guerra dei belligeranti e se la Turchia era coinvolta era interdetto il

passaggio di tutte le navi dei paesi nemici e anche di quelle dei paesi che potevano aiutare il nemico. La convenzione aveva una

durata di 20 anni.

- La situazione della Palestina era in quegli anni sempre più difficile: l’immigrazione ebraica, favorita dalla politica antisemita

nazista, si sviluppò in maniera crescente a partire per tutti gli anni ’30, accrescendo le difficoltà economiche della regione e

inasprendo i rapporti con gli arabi; nell’ottobre del 1933 vi fu una sommossa organizzata dal “Comitato esecutivo arabo” contro

gli inglesi, accusati di favorire l’acquisto delle terre da parte degli ebrei, gli estremisti ebrei ordinarono l’uccisione dei leader

moderati che cercavano un dialogo con gli arabi.

Successivamente gli arabi fecero delle richieste politiche e il commissario britannico Wauchope propose la creazione di un

Consiglio legislativo composto da arabi ed ebrei; il progetto, accettato dagli arabi, fu respinto sia dagli ebrei che dal parlamento

britannico provocando il grande sciopero e la guerriglia del 1936, sedata dall’esercito britannico solo dopo sei mesi, 36

contemporaneamente alla creazione di una “Commissione reale” d’inchiesta nominata dal parlamento inglese e guidata da Lord

Peel.

La Commissione pubblicò un rapporto nel 1937 in cui proponeva come unico rimedio per la questione la divisione della Palestina

in due, uno stato ebraico al nord (con i luoghi santi che dovevano rimanere sotto mandato) e il resto della Palestina che sarebbe

stato unito alla Transgiordania; questo progetto incontrò una viva opposizione, l’Iraq fece una protesta alla SdN, una conferenza di

tutti i Paesi arabi non accettò il principio della spartizione, anche gli ebrei erano divisi, solo in Transgiordania il progetto fu

accettato, tuttavia la “Commissione dei mandati” della Società delle Nazioni consiglio la prosecuzione del mandato britannico

nella forma attuale e il progetto non ebbe seguito, l’agitazione araba riprese e le autorità britanniche sciolsero il “Comitato

esecutivo arabo”.

Nonostante ciò, alla fine del 1938 la situazione tornò quasi alla normalità e anche il governo britannico abbandonò l’idea della

spartizione, cercando di arrivare ad un accordo tra le parti; fallita una conferenza arabo-israeliana, il governo inglese annunciò la

nascita di uno Stato di Palestina sovrano ed indipendente e nei primi 5 anni la popolazione ebraica sarebbe stata 1/3 di quella totale

del nuovo stato, successivamente lo Stato sarebbe stato diviso in tre zone, delle quali in una gli ebrei non avrebbero potuto

acquistare terre.

Questo progetto, che favoriva gli arabi, incontrò la tenace opposizione degli ebrei e lo scoppio della guerra in Europa (e le

persecuzioni ebraiche) ne bloccò l’attuazione.

- Nel 1934 l’Inghilterra aveva concesso l’indipendenza allo Yemen e lo stesso anno scoppiò la guerra tra quest’ultimo e l’Arabia

Saudita che terminò con il riconoscimento di Ibn Saud dell’indipendenza dello stato vicino; il gentlemen’s agreement del 1938 tra

Inghilterra ed Italia prevedeva di rispettare la sovranità dello Yemen e dell’Arabia Saudita.

Infine nel 1937 fu siglato il Patto di Saadabad tra Iran, Turchia, Iraq e Afghanistan, un trattato di consultazione e non aggressione

rivolto soprattutto in difesa dall’Urss e dall’agitazione comunista.

- In Iraq vi fu una forte propaganda tedesca dopo la morte del re Faysal nel 1933 e nel 1941 vi fu un colpo di stato militare con

l’influenza dei nazisti greci; dopo un primo contrasto con gli inglesi, il governo britannico iniziò una campagna militare così

efficace che i tedeschi non riuscirono a sostenere i rivoltosi iracheni, guidati da Rashid Alì, che furono presto sconfitti.

L’Inghilterra confermò l’indipendenza irachena e furono rotte le relazioni diplomatiche con l’Italia e la Germania; la guerra

all’Asse fu dichiarata nel gennaio 1943.

- Tesa fu anche la situazione in Siria e Libano; nonostante l’indipendenza promessa dalla Francia nel 1936 (con il “fronte

popolare”), la questione del sangiaccato di Alessandretta fece si che in Siria vi fosse un forte malcontento e ritardò il momento

dell’indipendenza.

Con lo scoppio della guerra, si insedia nel 1941 la Commissione d’armistizio italiana e si acconsentì al passaggio di aerei tedeschi

in sostegno ai ribelli iracheni; per evitare che la regione finisse nelle mani dell’Asse, truppe inglesi e della “Francia libera” di De

Gaulle attaccarono la Siria in giugno, ottenendo l’appoggio delle popolazioni promettendo l’indipendenza. Le forze di Vichy

furono sconfitte nell’arco di un mese e il generale De Gaulle stesso garantì l’indipendenza della regione: la Siria l’ottenne il 27

settembre ’41 e il Libano il 21 novembre dello stesso anno.

La politica americana.

Nel 1933 divenne presidente degli Stati Uniti il democratico Franklin Delano Roosevelt; egli scelse come segretario di Stato

(ministro degli esteri) un uomo che aveva un forte ascendente sul Senato, Corder Hull.

Fino al 1939 la politica estera americana fu caratterizzata da un accentuato isolazionismo, la grave crisi economica del ’29 fece

sentire i suoi effetti per tutti gli anni ’30; Roosevelt fu quindi impegnato soprattutto sul fronte interno con la realizzazione del

“New Deal” ed inoltre scarsa era la sua fiducia negli accordi economici internazionali.

Questa politica isolazionista, il cui centro era soprattutto nel Senato, portò ad un atteggiamento abbastanza timido degli Usa verso

gli aggressivi nazionalismi di Germania, Italia e Giappone, e la politica estera si occupò prevalentemente del Sud America, tutt’al

più appoggiando timidamente la SDN ma senza mai cercare di entrarvi.

I primi atti della nuova amministrazione in politica estera riguardarono il tentativo di riallacciare dei rapporti con l’Urss, sia per

avvicinarla alle democrazie in funzione anti-tedesca sia per risolvere il problema ancora sospeso dei debiti russi sulle imprese

americane espropriate.

Nel novembre 1933 Litvinov fece un viaggio negli Usa dove ottenne il riconoscimento del governo sovietico da parte degli

americani, si decise in cambio che i russi avrebbero pagato 100 milioni di dollari ma essi non dettero alcuna assicurazione di non

intromettersi negli affari americani, come richiesto, attraverso la strumentalizzazione del partito comunista statunitense.

Nel ’34 fu votato il “Johnson Act” che vietava prestiti ai paesi indebitati, Russia compresa; i rapporti, quindi, furono riallacciati

ma rimasero abbastanza mediocri.

- Per quanto riguarda l’America latina, fu mantenuta la politica del “non intervento” e “buon vicinato” al fine di guadagnarsi la

fiducia dei latino americani, nonostante i focolai di tensione a Cuba e la guerra del Chaco tra Paraguay e Bolivia; le truppe Usa

lasciarono Haiti e il Nicaragua.

Nel novembre del 1933, Cordell Hull fu l’assoluto protagonista della Conferenza panamericana di Montevideo dove furono firmati

dagli stati americani importanti trattati sulla pace (tra cui il “Patto Briand-Kellogg”) e vi fu una inversione di tendenza importante

37

nella politica estera americana poiché il Segretario di Stato annunciò che gli Usa approvavano il non intervento negli affari degli

altri Stati dell’America Latina, cosa che fino ad allora avevano rifiutato di dichiarare.

Nel 1934 si ebbe la fine della guerra del Chaco, la più sanguinosa combattuta in America nel xx secolo, grazie alla mediazione di

Argentina, Cile ed Usa, fatta dopo il fallimento della SDN.

Sempre nel 1934 una commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Nye svelò come gli Usa fossero entrati nel primo conflitto

mondiale quasi esclusivamente sotto la pressione dei banchieri e dei produttori di armi che avevano finanziato gli eserciti inglese e

francese; si diffuse nel Paese l’idea che per restare fuori dalla guerra che si profilava in Europa (l’Italia si preparava ad attaccare

l’Etiopia) sarebbe bastato proibire la vendita di armi ai Paesi belligeranti.

Il potere esecutivo, in opposizione al Congresso, voleva il potere di decidere a quali paesi imporre l'embargo che invece il Senato

voleva estendere a qualsiasi belligerante.

Una prima “legge di neutralità” vide la vittoria del Congresso e allo scoppio della guerra italo-etiope fu imposto l’embargo sulle

armi ad entrambi i Paesi, ma gli Usa non seguirono la SDN e continuarono a fornire all’Italia prodotti utili alla guerra (vi fu solo

un “embargo morale”) e tuttavia Roosevelt non riconobbe mai l’annessione dell’Etiopia all’Italia, nonostante l’approvazione

pubblica del “gentlemen’s agreement” anglo-italiano del 1938.

Nel 1936 la “seconda legge di neutralità” consentiva al presidente di decidere se esisteva o no lo stato di guerra tra i belligeranti

(così Roosevelt riuscì ad armare la Cina contro il Giappone);

allo scoppio della guerra di Spagna l’embargo sulle armi non poteva essere applicato perché si trattava di una guerra civile, ma

Curdell Hull dichiarò che gli Usa non sarebbero intervenuti in alcun modo nella guerra e non avrebbero partecipato neanche al

“comitato del non-intervento”; tuttavia Roosevelt, rieletto nel 1936, fece approvare dal Congresso una “legge speciale di neutralità

per la Spagna” nel gennaio 1937.

Sempre nel 1937 fu votata la terza legge di neutralità che, a differenza delle precedenti, doveva avere un carattere permanente e

introduceva la clausola del “cash and carry”: i prodotti destinati ai paesi belligeranti non potevano viaggiare su navi americane e

dovevano essere pagati in contanti o con crediti a breve termine.

Questa legislazione fu osteggiata da Francia ed Inghilterra poiché privava il potere esecutivo americano di poter aiutare molte

delle nazioni soggette ad un’aggressione nazi-fascista.

- Dopo la fine della guerra del Chaco nel gennaio 1936 fu convocata una nuova Conferenza Panamericana a Buenos Aires da

Hull, il quale voleva rafforzare il panamericanismo in quanto deluso dalla Società delle Nazioni e frenare la penetrazione

economica tedesca in America del Sud; gli si oppose l’argentino Lamas, che non voleva ingerenze statunitensi nel sud e preferiva

la SDN ad un panamericanismo guidato dagli Usa; la conferenza non concluse, quindi, nulla.

Un parziale successo statunitense si ebbe con la Conferenza Panamericana di Lima del 1938 dove fu deciso che in caso di

minaccia territoriale di una delle repubbliche americane tutte le altre si sarebbero consultate ed inoltre furono fatte delle

dichiarazioni che condannavano il razzismo e l’attività politica di gruppi stranieri, soprattutto tedeschi, in America del Sud.

Quindi prima della guerra si ha un rafforzamento della solidarietà americana e un timido schieramento verso le democrazie

europee, ma la prevalenza della neutralità è ancora netta.

L’espansione giapponese e gli inizi della guerra contro la Cina.

Nonostante non avesse un governo “fascista”, il Giappone assunse sempre più un atteggiamento espansionista ed imperialista,

manifestandolo palesemente nella corsa agli armamenti navali e nella guerra contro la Cina.

Nelle Conferenze di Washington (1922) e Londra (1930), in cui si decise la proporzione del naviglio da guerra tra le varie potenze,

il Giappone aveva ottenuto un rapporto 3/5 con le flotte inglese ed americana e già nel 1934, a differenza dei paesi occidentali,

aveva raggiunto il limite consentito; quando Roosevelt dichiarò che anche gli Usa avrebbero dovuto entro breve termine

raggiungere il limite, i giapponesi decisero di chiedere la parità con le flotte occidentali alla Conferenza navale di Londra del

dicembre 1935.

Già negli incontri preliminari alla conferenza il Giappone fece le sue richieste, rifiutate da Usa ed Inghilterra che dovevano

ripartire la loro flotta tra diversi oceani; come conseguenza di questo rifiuto il Giappone denunciò il Trattato navale di Washington

e si ritirò dalla Conferenza; questa si concluse nel marzo ’36 e stabilì alcune limitazioni di carattere tecnico sul tonnellaggio.

Intanto i giapponesi meditavano una ripresa dell’offensiva in Manciuria dopo la tregua di Tangku del 1933, soprattutto per

contrastare il pericolo del Kuomintang di Chiang Kai-shek, che stava tentando di riorganizzare la Cina e renderla indipendente; la

pace fu rispettata per due anni, poi ricominciò la penetrazione in territorio cinese.

Tra maggio e giugno, con dei pretesti, furono occupate le regioni della zona smilitarizzata dalla pace di Tangku, l’Ho Peh, il Siu

Yuan e il Chatar, a nord del Jehol, dove furono firmati accordi con le autorità locali cinesi; un tentativo di creare in queste zone

uno stato fantoccio simile al Manciukuò (siamo nella Mongolia interna), fu abbandonato dal governo per la reazione di Chiang

Kai-shek (ammassò truppe al confine) e per il timore di un attacco russo.

L’Urss aveva provato ad essere conciliante con il Giappone, riconoscendo il Manciukuò e cedendo in pagamento i propri diritti

sulla ferrovia orientale cinese; tuttavia vi furono scontri tra le truppe giapponesi del Manciukuò e quelle della Repubblica popolare

mongola, con il quale i russi decisero di firmare un trattato di assistenza per impedirne l’invasione. 38

Nel novembre 1935 l’avanzata giapponese in Cina continuò, arrivando nella regione di Pechino; Chiang Kay-shek, non ancora

pronto alla guerra, accettò il fatto compiuto.

Nel novembre 1936 fu firmato il patto anti-komintern tra il Giappone e la Germania; esso era in apparenza un accordo contro

l’espansione del comunismo nel mondo, in realtà la Germania accettava la penetrazione giapponese in Cina e un protocollo

segreto stabiliva che se uno dei due paesi fosse stato attaccato dall’Urss, l’altro non sarebbe intervenuto e che inoltre degli accordi

politici di uno dei due Paesi sempre con l’Urss avrebbero dovuto ottenere il consenso dell’altro firmatario.

A partire dal 1937 l’espansione giapponese in Cina assume le caratteristiche di una vera e propria occupazione con la finalità di

creare un vero e proprio protettorato su tutta l’immensa regione, creando un governo controllato da loro come nel Manciukuò.

A causa di un incidente tra soldati cinesi e giapponesi nei pressi di Pechino, scoppiò una vera e propria guerra che tuttavia non fu

dichiarata da nessuna delle due parti contendenti; a partire dal luglio i Giapponesi conquistano Pechino e si dirigono a sud verso

Shangai (ottobre), Nanchino (dicembre), conquistando lo Xiantung (gennaio ’38) e Canton (ottobre ’38); dopo queste disfatte,

Chiang Kay-shek decise di ritirarsi in una regione protetta dalle montagne dove poté organizzare una resistenza ad oltranza e nel

marzo e nell’aprile 1938 i cinesi riuscirono anche a riportare qualche vittoria, grazie ai rifornimenti di armi che giungevano

dall’estero (soprattutto dall’Urss, dalla Birmania e dal Tonkino francese e dagli Stati Uniti, poiché la guerra non era stata

dichiarata).

Successivamente, fino al 1944, i Giapponesi cercarono prevalentemente di bloccare le vie per questi rifornimenti, senza scatenare

nuove offensive e reprimendo la guerriglia interna; essi fecero anche due tentativi di pace nel ’37 e nel ’38 che furono respinti dai

cinesi.

Abbiamo detto che l’intenzione dei giapponesi non era tanto quella di annettere territori cinesi, bensì quella di creare uno in Cina

uno Stato vassallo; quindi fu deciso di fondare a Nanchino, nel gennaio 1940, un “Governo centrale della Repubblica cinese” sotto

la guida di Chiang-wei, promettendo di rispettare la sovranità della Cina e mantenendo soltanto delle guarnigioni nelle regioni

settentrionali.

Tuttavia ci si rese presto conto che, senza il sostegno dell’esercito nipponico, il governo-fantoccio di Chiang-wei sarebbe presto

caduto.

Nonostante il Giappone violasse il “Trattato delle nove potenze” e il “Patto Briand-Kellogg”, la reazione delle potenze di fronte a

questi avvenimenti fu assai debole: la Francia (nonostante la preoccupazione per l’Indocina francese), l’ Italia e la Germania erano

presi dai problemi europei e solo l’Inghilterra cercò di concordare un’azione comune con gli americani, senza tuttavia aver

davvero l’intenzione di intervenire in una guerra lontana e logorante, cosa che fu però rifiutata dal presidente Roosevelt e da Hull;

nel luglio ‘37 i due si limitarono ad inviare a tutti i governi del mondo una dichiarazione astratta in cui si enumeravano i principi

da seguire nei rapporti tra le nazioni. Essa non ebbe in pratica alcun effetto concreto.

In dicembre furono bombardate dai giapponesi due navi da guerra inglesi ed americane e l’opinione pubblica statunitense reclamò

il ritorno in patria dei soldati presenti in Cina, ma alla fine ci si limitò a continuare a fornire armi al Kuomintang di Chiang Kay-

shek.

In settembre la SDN accolse l’appello della Cina e, guardandosi bene dal dichiarare il Giappone “paese aggressore”, propose la

riunione di una conferenza tra i firmatari del “Trattato delle nove potenze” che si tenne a Bruxelles nel novembre 1937. Essa non

ottenne alcun risultato concreto.

Per quanto riguarda l’Urss, essa firmò con la Cina un patto di non aggressione dopo lo scoppio della guerra e fornì costantemente

armi al Kuomintang; i giapponesi protestarono e vi furono diversi incidenti tra cui i più gravi furono la cosiddetta “guerra del

Changkufeng” nel luglio ’38, con aspri scontri di confine tra le truppe nipponiche e sovietiche concluse con 300 morti russi e la

“guerra del lago Buir” con scontri che durarono dal maggio al settembre ’39.

Nonostante tutto ciò, nessuno dei due paesi voleva un conflitto con l’altro, i russi per i loro interessi vitali in Europa e i Giapponesi

per quelli in Cina e nell’Oceano Indiano.

Rottura tra Giappone e Stati Uniti.

A partire dall’estate del 1938 l’isolazionismo cominciò a perdere terreno tra gli americani, soprattutto a causa dei bombardamenti

giapponesi sulle popolazioni civili e si cominciò a sostenere l’idea di distinguere tra vittima ed aggressore, abbandonando la cieca

neutralità.

Intanto in Giappone andava al potere un governo più favorevole ad un ulteriore avvicinamento alle dittature di Italia e Germania,

ancora vaga nonostante il patto anti-komintern; i giapponesi sapevano che la pressione di Hitler su Francia ed Inghilterra non

permetteva ai due Stati di intervenire in Cina e durante l’estate si svilupparono scambi tesi a trovare un accordo per un’alleanza di

natura militare.

Tuttavia il patto von Ribbentrop-Molotov fu visto dai giapponesi come un “tradimento” (l’esercito aveva sempre più influenza sul

potere politico) e al momento dell’occupazione tedesca della Polonia vi fu una timida protesta del governo di Tokyo.

Con l’inizio della guerra in Europa anche gli americani iniziarono ad aumentare la loro produzione di armamenti, nel novembre

1939 fu soppresso l’embargo sulle armi ed inoltre, nel gennaio ’40, non fu rinnovato l’importante trattato di commercio con il

Giappone (cosa che portò alla caduta del governo nipponico).

A partire dal 1940 il Giappone si orientò verso una politica di espansione nei mari del sud; 39

innanzitutto il governo nipponico cercò di tagliare i rifornimenti a Chiang Kay-shek e in giugno fu chiesto alla Francia di Pètain di

bloccare i rifornimenti dall’Indocina e al governo inglese di bloccare quelli dalla Birmania e da Hong Kong (questo fu fatto

tramite un accordo dopo che Churchill aveva avuto il rifiuto dell’appoggio statunitense); in seguito vi fu un’ulteriore sostituzione

del governo (con il ritorno del principe Konoye e l’allontanamento definitivo del moderato Arita) che portò ad un rafforzamento

dell’esercito e quindi ad un riavvicinamento alla Germania e all’Italia, prevedendo la guerra con le potenze anglosassoni.

Le prime misure di questo disegno furono subito attuate: nell’agosto del ’40 fu lanciato un ultimatum al governo di Vichy per

l’invio di truppe nel Tonchino (Indocina del nord), il governo francese cedette sotto la pressione dei tedeschi e in settembre i

Giapponesi varcarono la frontiera; un mese dopo furono inviate pressanti richieste di privilegi economici alle Indie olandesi.

Il governo americano reagì votando in giugno la “legge sul rafforzamento della difesa nazionale” che aumentava

considerevolmente il numero dei soldati, inoltre furono prima limitate e poi vietate tutte le esportazioni di metalli ferrosi, azione

che comportò un grave onere all’industria metallurgica nipponica, che si riforniva ampiamente negli Usa.

Nonostante ciò i dirigenti giapponesi continuarono la politica di espansione territoriale e il 27 settembre 1940 risposero firmando a

Berlino il “Patto Tripartito” con la Germania e l’Italia; questo patto riconosceva la creazione di un “nuovo ordine” in Europa,

Africa ed Estremo Oriente fatto da Germania ed Italia, i tre Paesi riconoscevano le loro sfere di influenza (quella giapponese

arrivava fino in India), il patto non era destinato contro l’Urss (lo diceva un articolo) e, non ufficialmente, era diretto contro gli

Usa, in quanto prevedeva interventi militari combinati contro tutti i Paesi che si sarebbero inseriti nella guerra.

A partire dalla firma di questo patto, il governo americano considerò sempre maggiormente l’eventualità di una guerra; Roosevelt

fu rieletto, confermando la politica di fermezza, e nel gennaio ’41 iniziarono a Washington degli incontri segreti tra gli Stati

Maggiori inglese, americano e dei Dominions, poi fu elaborato un piano di difesa con l’Olanda e l’Australia;

fu deciso che in caso di entrata in guerra gli Usa si sarebbero concentrati nell’Atlantico e anche in Europa, dato che la Germania

era il Paese portante dell’Asse, la flotta del Pacifico non avrebbe difeso Singapore ma le Hawaii e le Filippine.

Nonostante ciò, durante l’inverno, vi furono dei contatti tra Hull e l’ambasciatore Nomura durante i quali fu proposto al Giappone

un progetto: si sarebbero ristabilite le relazioni commerciali con il Giappone e gli Usa sarebbero intervenuti come mediatori presso

Chiang Kai-shek se questo avesse usato solo mezzi pacifici nei mari del Sud e non avesse aiutato Hitler.

A fine marzo Mutsuoka propose un patto di non aggressione all’Urss e negli incontri con Hitler e von Ribbentrop questi cercarono

di convincerlo che la sconfitta imminente dell’Inghilterra favoriva un’invasione immediata di Singapore; tornato a Mosca trovò

uno Stalin preoccupato per l’atteggiamento tedesco e disposto a firmare il Trattato di non aggressione tra i due Paesi senza porre

condizioni (13 aprile 1941); ciò irritò molto Hitler.

In Giappone l’esercito premeva per un attacco immediato a sud anche in previsione di un attacco americano, il principe Konoye e

la marina non volevano la guerra con gli Usa, non era previsto un aiuto alla Germania in caso di attacco all’Urss, quindi il rispetto

del patto.

Tra giugno e luglio 1941 la politica giapponese fu definita:

nelle conferenze prevalse il parere dell’esercito, si decise di estendere l’influenza militare in Indocina e in Thailandia e di porre

termine alla resistenza di Chiang Kai-shek; i preparativi per una guerra contro l’Inghilterra e gli Usa sarebbero stati completati.

La Thailandia era in lotta con la Francia di Vichy per alcuni territori in Cambogia, nel gennaio ’41 il Giappone strinse alleanza con

la Thailandia e nel maggio di quell’anno la Francia cedette ai thailandesi i territori richiesti; a luglio i giapponesi pretesero dal

governo francese nuovi diritti e nuovi territori in Indocina; sotto la pressione tedesca, Pétain cedette e le truppe giapponesi

invasero tutta l’Indocina, minacciando Singapore (25 luglio 1941).

A questo punto Inghilterra ed Usa decisero di intervenire a livello economico: nei due Stati e nei Dominions furono congelati i

fondi nipponici e ciò impedì ai giapponesi di poter acquistare le necessarie quantità di prodotti petroliferi dagli Usa, in più furono

rilasciate delle dichiarazioni (frutto dell’incontro dell’Atlantico tra Roosevelt e Churchill) in cui si diceva che gli Usa avrebbero

preso tutte le misure necessarie per salvaguardare i loro interessi nel Pacifico e che l’Inghilterra li avrebbe sostenuti senza alcuna

esitazione.

Un progetto di incontro diretto tra Roosevelt e Konoye fu respinto dall’esecutivo statunitense, rafforzando in Giappone l’idea che i

metodi diplomatici erano ormai superati; in una conferenza a cui prese parte anche l’Imperatore nel settembre 1941 si comprese

come la conquista del Borneo, di Sumatra e della Malesia avrebbero compensato per il Giappone la carenza delle forniture

americane ma per fare ciò bisognava conquistare Singapore (Gran Bretagna) e le Filippine (Usa);

la decisione definitiva non fu raggiunta e Konoye rassegnò le dimissioni il 15 ottobre e il suo successore, Tojo, decise che

sarebbero state fatte agli Usa delle proposte finali (proposte A e B), se gli americani avessero rifiutato, sarebbe stata la guerra.

La prima proposta fu respinta da Roosevelt poiché non prevedeva un evacuazione immediata dell’Indocina, la seconda lo

prevedeva ma, in pratica, lasciava la Cina nella mani nipponiche e furono allo stesso modo respinte dagli americani; vi furono

delle controproposte di Hull che però erano inaccettabili per i progetti di espansione giapponesi (rinuncia a Cina e Indocina).

Fallite le mediazioni, come deciso, il Giappone era pronto alla guerra, mentre negli Usa non si credeva alla sua imminenza e i

preparativi militari erano ancora insufficienti; il 7 dicembre 1941 una flotta aerea giapponese attaccò di sorpresa la flotta

americana nel Pacifico di stanza a Pearl Harbor, nelle isole Hawaii, e furono sbarcate truppe in Malesia.

Gli americani furono in questo modo brutalmente cacciati nel conflitto, che diveniva mondiale; l’11 dicembre 1941 anche la

40

Germania e l’Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti.

LA FASE MONDIALE DELLA GUERRA (1941 – 45).

Il “nuovo ordine” in Europa.

La volontà di Hitler era sicuramente quella di dominare l’Europa. Tuttavia la politica di controllo sugli Stati presentava differenze:

alcune regioni erano state direttamente annesse alla Germania (Austria, Sudeti, parte della Polonia occidentale, l’Alsazia-Lorena,

il nord della Slovenia e successivamente anche Trieste e il sud Tirolo, Memel e Danzica);

altri Paesi erano soggetti ad un protettorato tedesco (Boemia e Moravia, Polonia occidentale);

in alcune regioni vi era un occupazione che si diversificava in zone in cui vi era un trattamento relativamente favorevole (Francia,

Belgio, Paesi Bassi, Danimarca e Norvegia) e Paesi soggetti ad un’occupazione estremamente dura (Grecia, Serbia, i territori

sovietici e tutta la Polonia).

Solo Svizzera, Portogallo e Svezia sfuggivano all’influenza nazista in quanto i rimanenti stati dell’Europa continentale (Italia,

Ungheria, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Croazia, Spagna e Finlandia) erano alleati della Germania o paesi amici.

I Paesi occupati avevano l’onere di mantenere le truppe di occupazione, in essi Hitler vi trovava le materie prime, i viveri e

soprattutto la manodopera, nonostante vi fosse la guerriglia in molte zone; l’adesione al “patto tripartito” era considerato un

criterio di fedeltà all’ordine nuovo e Italia, Slovacchia, Ungheria e Romania si allearono alla Germania nella lotta all’Unione

Sovietica.

- Nell’Europa occidentale l’occupazione tedesca divenne più dura a partire dal 1942.

Hitler aveva dovuto rinunciare alla “guerra lampo” dopo la resistenza dei sovietici e si trovò impegnato in un’estenuante “guerra

totale”, soprattutto nel 1943; le risorse degli stati occupati vennero sfruttate con sempre maggiore intensità, tutti i giovani furono

mandati a lavorare in Germania, gli attentati si moltiplicarono e le rappresaglie divennero sempre più dure.

Il governo danese cercava di praticare la “non belligeranza” e limitava la collaborazione con i tedeschi, in Norvegia fu creato un

governo-fantoccio che fu sempre avversato dalla popolazione, i regnanti e i governi legittimi norvegesi e olandesi erano a Londra

e lo stesso per il governo belga, mentre il re Leopoldo III era rimasto in Patria e rifiutava la collaborazione con i tedeschi.

- Per quanto riguarda la Francia, dopo il ritorno di Laval nell’aprile ’42, il governo di Vichy aveva accentuato il suo

collaborazionismo con i tedeschi; tuttavia l’11 novembre 1942 i tedeschi occuparono la zona libera francese e l’autorità di Pétain

fu ridotta a zero (fu poi portato coatto in Germania), le relazioni diplomatiche con l’estero si interruppero e si può dire che dal

1943 la Francia non ebbe più una sua politica estera.

- Dopo il 1938 l’Ungheria si schierò nettamente nel campo tedesco, annettendo il Sud della Slovacchia, la Rutenia sub carpatica, i

2/3 della Transilvania e alcuni territori in Yugoslavia; tuttavia il reggente Horty, capo dello Stato, evitava di impegnarsi nella

guerra e di praticare una politica antisemita.

Nonostante ciò, sotto il compiacente governo Bardossy, essa dichiarò guerra alla Russia, alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti;

quando Bardossy fu sostituito nel marzo ’42 da Kallay la politica estera ungherese cambiò radicalmente, poiché questi decise di

chiedere l’armistizio agli Alleati.

Dopo la disfatta ungherese di Voronez nel gennaio ’43, Kally cercò appoggio in Mussolini, il quale era troppo debole per resistere

alla Germania, cercando allo stesso tempo di stabilire dei contatti ufficiosi con gli Alleati di stanza ad Istanbul; questi chiesero una

non collaborazione militare ed economica progressiva con i tedeschi e, al momento giusto, un attacco armato.

Ma Hitler protestò energicamente contro il disimpegno ungherese, convocò Horty e gli pose una sorta di ultimatum di

collaborazione; quando egli rifiutò, i tedeschi invasero l’Ungheria (19 marzo 1943) e instaurarono un governo filo-nazista (che

tuttavia fu sostituito da Horty in agosto).

Dopo contatti con gli alleati fu firmato un armistizio a Mosca nell’ottobre 1944 che fu reso pubblico; il giorno dopo i tedeschi

fecero cadere il governo e Horty fu deportato in Germania.

Iniziavano mesi di terrore in Ungheria, fino alla liberazione.

- La Romania e la Bulgaria furono i principali alleati balcanici della Germania.

In Romania Re Carol fu costretto ad abdicare su pressione tedesca e il potere assoluto fu preso dal generale Ion Antonescu, capo

del movimento fascista della “Guardia di ferro”; egli aprì il suo Paese ai tedeschi, sviluppò la campagna anti-semita, consegnò ad

Hitler i pozzi petroliferi romeni e dichiarò guerra alla Russia in cambio, sembra, di una riconquista della Transilvania. 41

Le vittorie russe del 1943-44 favorirono la ripresa degli avversari di Antonescu, i quali iniziarono ad avere contatti con gli alleati

al Cairo; il 23 agosto 1944, con i russi ormai in territorio rumeno, vi fu un colpo di stato a Bucarest che accelerò l’avanzata

sovietica.

La Romania accettò l’armistizio alleato (firmato il 12 settembre a Mosca) e il giovane re Michele fece arrestare Antonescu e

costituì un nuovo governo.

Re Boris di Bulgaria scelse il campo tedesco nel 1940 ma, per le forti simpatie filo-russe, non dichiarò guerra all’Urss e concluse

con la Turchia un trattato di non aggressione (febb. 1941);

la Bulgaria ottenne dei vantaggi con l’annessione della Macedonia jugoslava e della Tracia, che gli dava un importantissimo

sbocco sul mar Mediterraneo.

Fino al 1944 si succedettero governi più o meno favorevoli ai nazisti, finché nell’autunno del ’44 fu chiesta la partenza delle

truppe tedesche; il 5 settembre fu dichiarata guerra alla Germania ma nonostante ciò pochi giorni dopo il Paese fu invaso

dall’Armata Rossa.

Il 28 ottobre fu firmato a Mosca l’armistizio con gli Alleati e i bulgari non riuscirono ad ottenere uno Stato macedone

indipendente né a conservare la Tracia.

- Dopo la sconfitta della Jugoslavia, re Pietro II andò in esilio a Londra, appoggiando dall’estero un movimento di resistenza

serbo guidato dal generale Mihailovic il quale decise di non compiere azioni di guerriglia e di serbare le forze per un eventuale

sbarco alleato; allo stesso modo si sviluppò un altro movimento di resistenza attivo guidato dal segretario generale del partito

comunista jugoslavo, Jozip Broz, un contadino di origine croata detto Tito.

Questo movimento di guerriglia arrivò a contare 200 mila uomini prima del ’43, poi aumentati nel numero e nei mezzi

impossessandosi delle armi dell’esercito italiano dopo l’armistizio; Tito fu moderatamente appoggiato dai Russi.

La tensione tra il movimento partigiano e il governo in esilio appoggiato dal gruppo di Mihailovic divenne estrema nel 1944,

quando il “Comitato nazionale jugoslavo” di Tito denunciò Mihailovic di collaborazionismo con i tedeschi (ciò che portò al ritiro

dell’appoggio britannico).

Il nuovo governo in esilio guidato da Subàsic riuscì ad ottenere un accordo con il movimento di liberazione nazionale nell’agosto

1944, sull’obiettivo comune della liberazione del Paese; questa liberazione si ebbe il 20 ottobre ’44 quando l’Armata Rossa entrò a

Belgrado, ma bisogna dire che la Jugoslavia fu l’unico Paese che riuscì a cacciare i nazisti con le sue sole forze.

Il governo croato tentò invano di resistere all’avanzata dei partigiani e in seguito Pavelic fuggì con i tedeschi; in Albania Enver

Hoxa costituì un governo comunista dopo la liberazione di Tirana (passata dagli italiani ai tedeschi) nel novembre 1944.

Il “nuovo ordine” giapponese in Estremo Oriente.

Nei mesi che seguirono l’attacco a Pearl Harbor, i giapponesi iniziarono un’inarrestabile avanzata che li condusse, nell’aprile del

’42, alla conquista di un impero di 8 milioni di Kmq avente il 97% della produzione di caucciù naturale del mondo; caddero il

Siam e la Malesia britannica, Singapore, il Borneo e la Nuova Britannia, le Filippine e Giava, Honk kong e la Nuova guinea,

arrivando a minacciare l’Australia.

Gli americani si riorganizzarono a partire dallo stabilimento di basi nella Nuova Caledonia francese e scatenarono un importante

battaglia aeronavale nel Mar dei Coralli, riportando la storica vittoria delle isole Midway (5 giugno 1942) e arrestando l’avanzata

giapponese.

Nei mesi seguenti vi furono molti scontri in quest’area finché, nel febbraio 1943, gli statunitensi riuscirono a liberare l’isola di

Guadalcanal e cominciarono la riconquista dei territori persi.

- Le Filippine avrebbero dovuto ottenere l’indipendenza dagli Usa intorno al ’44; all’arrivo dei giapponesi, nel gennaio ’42, fu

istituito un partito unico di tipo totalitario e tutti gli organismi politici ed economici furono posti sotto l’autorità giapponese.

La politica giapponese si rifaceva al motto “l’Asia agli asiatici” e il governo decise di dare prova di questa volontà di “autonomia e

coprosperità asiatica” facendo eleggere un’Assemblea Costituente che approvò una nuova Costituzione; successivamente

l’amministrazione militare giapponese lasciò i poteri alla nuova Repubblica indipendente delle Filippine.

Nel 1944 il nuovo governo filo-giapponese firmò un’alleanza con il Giappone; quando iniziarono i bombardamenti alleati le

Filippine dichiararono guerra agli Usa e all’Inghilterra (settembre 1944).

I giapponesi fecero un grosso sforzo per “disamericanizzare” il Paese, prendendo lo stesso una grossa parte delle sue ricchezze,

cosa che fece nascere vari movimenti di resistenza.

La liberazione delle Filippine iniziò nell’ottobre ’44 e fu completata nel febbraio 1945.

- Un metodo analogo fu adottato anche nelle Indie olandesi; quando si impadronirono del vasto arcipelago, i giapponesi

costituirono il “Movimento delle tre A” (Giappone leader dell’Asia, protettore dell’Asia, luce dell’Asia); anche qui nacquero

gruppi guidati dai leader nazionalisti, qualcuno collaborazionista e altri di resistenza e anche qui fu promessa l’indipendenza

assoluta.

Tuttavia solo nel marzo 1945 fu costituito a Giava un “Comitato d’inchiesta per la preparazione dell’indipendenza” dominato dal

leader nazionalista Sukarno, il quale il 15 agosto 1945 pubblicò una dichiarazione d’indipendenza che ebbe importanti 42

conseguenze.

- In Birmania i giapponesi trovarono un regime di autonomia stabilito dagli inglesi già nel 1935, anche se il governo britannico

manteneva un diritto di veto su importanti decisioni del governo e manteneva comunque un’autorità assoluta sulla metà del Paese;

i tentativi dei leaders dei movimenti patriottici birmani di ottenere lo status di “dominion” si scontrarono con i rifiuti di Churchill

e, quando i giapponesi conquistarono il Paese, concessero l’indipendenza e crearono un governo-satellite, il quale dichiarò guerra

agli Usa e all’Inghilterra (agosto 1943).

Il governo legale era in esilio in India e la durezza dell’occupazione resero impopolare il governo filo-giapponese, si svilupparono

movimenti di resistenza di matrice comunista e, quando il Paese fu liberato dagli Alleati (maggio 1945), nacquero agitazioni

comuniste e nazionaliste.

Diversa fu la situazione in Malesia, dove l’occupazione giapponese non fu mai preferita dai malesi a quella inglese (la mediazione

inglese serviva per controllare il crogiolo tra cinesi, indiani e malesi nello stato); i giapponesi preferirono stimolare sentimenti di

diffidenza verso i cinesi ma, con lo sbarco alleato e la liberazione, gli inglesi furono accolti con entusiasmo.

- Quando i giapponesi sbarcarono in Thailandia (ex Siam), la resistenza del governo fu nulla in ricordo dell’appoggio giapponese

dato a questo Paese nella lotta all’Indocina francese; il governo thailandese (impostato su di un regime xenofobo a partito unico),

dunque, non fu sostituito e dichiarò guerra agli Alleati nel gennaio 1942.

Nel nord del paese fu costituito un movimento indipendentista appoggiato dagli Alleati, il “Free Thai”, che riuscì ad insediare un

suo simpatizzante come primo ministro, il quale si sforzò di praticare una politica più vicina agli Anglosassoni.

- Per quanto riguarda l’Indocina, dopo l’occupazione l’ammiraglio Decoux praticò una politica “attendista” ma nel marzo 1945 i

giapponesi, temendo uno sbarco alleato in Indocina appoggiato dalle truppe francesi, lanciò un ultimatum all’ammiraglio francese

per una difesa comune del Paese; avendo Decoux rifiutato, le guarnigioni francesi furono annientate e fu posto fine allo statuto

coloniale dell’Indocina.

La colonia si divise in più parti: Cambogia, Laos e nel Tonchino, con l’appoggio di armi e tecnici americani, riuscì ad insediarsi la

“Lega per l’indipendenza del Vietnam”, comandata dal militante comunista Ho Chi Minh e naturalmente in opposizione al regime

di occupazione giapponese.

Quando i giapponesi capitolarono, la Lega (detta “Viet Minh”) proclamò l’indipendenza del Paese e Ho Chi Minh si stabilì ad

Hanoi.

Così, il metodo giapponese nel SudEst dell’Asia era consistito in uno sforzo per creare ovunque dei governi satelliti strettamente

sottomessi a Tokyo. Questo piano fu realizzato nel 1943 nelle Filippine e in Birmania e solamente nel 1945 nell’Indocina francese

e in Indonesia.

In Siam, i giapponesi poterono utilizzare il governo esistente e solo in Malesia si accontentarono di un sistema di governo diretto.

La minaccia giapponese che gravava sull’India comportava per gli inglesi una situazione abbastanza delicata riguardo la

soddisfazione dei sentimenti nazionalisti molto forti nel Paese.

Churchill, nonostante le pressioni di Roosevelt, non voleva concedere l’indipendenza nel pieno della guerra, poiché ciò avrebbe

gettato l’India nel caos (i musulmani erano contrari ad uno stato unitario che li avrebbe sommersi) e favorito l’invasione

giapponese; il Partito del Congresso di Ghandi proclamava la neutralità e la non resistenza ma una falange comprendente Nehru

era ostile alla dominazione inglese e volevano un’indipendenza immediata, pur lasciando mano libera all’esercito inglese per la

difesa del territorio.

Il gabinetto di guerra britannico decise di promettere l’indipendenza per il periodo successivo alla fine della guerra e inviò nel

marzo 1942 un suo rappresentante, sir Cripps, con delle proposte che furono però respinte dal Partito del Congresso; la situazione

rimase immutata.

A questo punto i giapponesi cercarono di sfruttare il nazionalismo indiano per la loro causa, creando (con i prigionieri di

Singapore) un “esercito nazionale indiano” che arrivò a contare un massimo di soli 30 mila uomini, ponendolo agli ordini di un

leader nazionalista indiano, Bose, il quale divenne anche Capo di Stato del governo filo-giapponese di Argad-Hind; questo

esercito fu annientato dagli Alleati nella riconquista della Birmania.

- In Cina, nei territori non controllati dai giapponesi, vi erano difficili relazioni tra il governo nazionalista del Kuomintang e i

comunisti; le ostilità si erano ridotte per far fronte all’invasione giapponese tuttavia, nel gennaio 1941, l’incidente detto “della

nuova quarta armata” fece riesplodere il conflitto (un’armata comunista aveva rifiutato di eseguire un ordine del governo ed era

stata disarmata con la forza).

Vi furono degli incontri tra le delegazioni dei due schieramenti che si risolsero con un nulla di fatto; Roosevelt, che aveva

interesse in un’unione cinese contro il Giappone, inviò il vicepresidente generale Wallace in Cina, in territorio comunista, per

mediare un risanamento del conflitto tra i comunisti (che secondo Wallace erano in mala fede) e il Kuomintang.

Le relazioni alleate dal 1942 al 1944. 43

Di fronte alle invasioni naziste e giapponesi gli Alleati coordinarono i loro sforzi ma, se tra Roosevelt e Churchill vi erano ottimi

rapporti, rimaneva diffidenza tra gli Anglosassoni e l’Urss.

Dopo l’attacco alla Russia la Germania scompare dai rapporti internazionali e la palla passa agli Alleati; con l’attacco di Pearl

Harbor, Roosevelt accettò un incontro con Churchill a Washington, dove si stabilissero solidamente le basi della collaborazione e

determinare la priorità da dare alle operazioni militari (dicembre ’41 – gennaio ’42).

La Conferenza di Washington si ebbe nel gennaio 1942, il 1° gennaio 1942 fu firmato da Inghilterra, Usa, Russia e altre 23 nazioni

un documento informale di grande valore, la “Dichiarazione delle nazioni unite nella guerra contro la Germania”, un richiamo dei

principi della Carta Atlantica con l’aggiunta della libertà religiosa, che fu accettata anche dai sovietici;

le “Nazioni unite” si impegnavano a impiegare tutte le loro risorse militari ed economiche contro l’Asse e di non firmare né

armistizi né paci separate, concentrando lo sforzo sulla Germania, sicuramente per la sua maggior potenza militare ed industriale e

per le pressioni inglesi.

Furono creati uffici comuni e fu deciso che l’autorità militare suprema sarebbe stato uno “Stato maggiore combinato” in cui la

rivalità tra americani (sostenitori della concentrazione delle forze contro lo Stato più forte nel punto più forte) e gli inglesi (che

sostenevano un logoramento del nemico nei suoi punti deboli) fu assai viva.

Durante i primi mesi del 1942 gli Alleati subirono numerose sconfitte, solo i sovietici riuscirono a riportare qualche vittoria

nell’inverno ’41-’42 e ad arrestare definitivamente l’avanzata tedesca;

Stalin chiedeva incessantemente l’apertura di un secondo fronte e una maggior fornitura di armi all’Urss, Molotov fece un viaggio

a Londra e Washington (maggio-aprile 1942), con l’Inghilterra firmò un trattato di alleanza diretto contro la Germania e di

collaborazione per la fine del conflitto, agli americani Molotov chiese l’apertura del secondo fronte per quell’anno poiché molto

probabilmente l’Armata Rossa non sarebbe arrivata alla fine del 1943, Roosevelt disse che si “poteva”, suscitando le proteste di

Marshall e Hull.

Churchill era contrario all’idea di uno sbarco in Francia e preferiva preparare uno sbarco in Africa del nord; Rommel conquistò

Tobruk in giugno, mentre Churchill era a Washington e quindi in luglio, malgrado le proteste dei generali americani, si decise per

uno sbarco in Africa del Nord (operazione Torch); stabiliti i piani, restava da far accettare a Stalin il ritardo nell’apertura del fronte

in Europa e fu direttamente Churchill a recarsi a Mosca il 12 settembre, dove incontrò uno Stalin molto scontento per queste

decisioni.

Dopo lo sbarco in Africa del Nord, Stalin ruppe il suo lungo silenzio e si felicitò per i successi riportati in Algeria e in Libia contro

gli italo-tedeschi.

Churchill e Roosevelt si incontrarono nel gennaio 1943 in Marocco, a Casablanca , Stalin non fu presente poiché quello era il

momento più critico per l’assedio di Stalingrado; quest’incontro serviva per preparare le operazioni militari nel Mediterraneo e la

conquista della Sicilia, per cercare di riconciliare i gollisti con i francesi algerini e per rassicurare i russi sulla loro volontà di

proseguire la lotta.

Nonostante quest’ultimo punto, i rapporti degli anglosassoni con l’Urss ebbero un momentaneo peggioramento proprio dopo la

Conferenza di Casablanca: Stalin moltiplicò le illazioni circa il ritardo nell’apertura del secondo fronte e le fece conoscere

vivacemente agli anglosassoni; Roosevelt non si degnò neanche di rispondere mentre Churchill rispose a tono ricordando le

passate esperienze russe nel campo tedesco.

Accortosi forse dell’errore, Stalin fece un gesto molto importante che fece ristabilite i buoni rapporti, decidendo di sciogliere il

Komintern, organizzazione ostile ad Usa ed Inghilterra.

Nella metà del ’43 vi furono degli importanti incontri tra inglesi ed americani:

a marzo Eden si recò a Washington e si ebbero dibattiti circa la situazione nel dopoguerra, il riconoscimento dell’annessione dei

Paesi Baltici e della Bessarabia all’Urss, la limitazione della Polonia ad est sulla vecchia linea Curzon e compensazione ad ovest a

spese della Germania con l’evacuazione della popolazione tedesca, lo smembramento della Germania secondo le volontà

indipendentiste delle regioni interne, l’indipendenza dell’Austria.

D’altra parte non vi fu accordo circa la Francia poiché gli inglesi volevano unificare il comando e Roosevelt preferiva continuare a

trattare con le diverse “autorità locali” e non vi fu intendimento neanche circa la questione del mandato (“trusteeship”) che gli

americani volevano in Oriente.

Nel maggio ’43 fu tenuta a Washington la conferenza “Tridente”, dove si discusse prevalentemente di operazioni militari e si

decise lo sbarco in Europa per il maggio 1944 (operazione “Overlord”) e la rinuncia ai diritti di extraterritorialità in Cina dopo la

guerra.

L’arresto di Mussolini e la nascita del governo Badoglio indussero in agosto un nuovo incontro a Quebec (conferenza

“Quadrante”) dove le quattro grandi potenze in lotta (Usa, Inghilterra, Urss e Cina) redassero il progetto di un’organizzazione

internazionale per la sicurezza futura.

Il 19 ottobre 1943 vi fu la prima riunione tra i rappresentanti dei tre alleati, avvenuta a Mosca con la Conferenza dei Ministri degli

Esteri a cui parteciparono Eden, Hull e Molotov; l’obiettivo di Molotov fu quella di affrettare uno sbarco in Francia, cosa non

desiderata da Churchill che voleva continuare le operazioni in Italia e uno sbarco nei Balcani o in Grecia, inglesi e russi

caldeggiarono un entrata in guerra della Turchia ma nella “seconda conferenza del Cairo” avutasi subito dopo quella di Teheran, i

turchi rifiutarono accampando l’insufficienza delle loro forze militari (ciò che complicò il già improbabile sbarco nei Balcani

44

voluto dal premer inglese).

Prima dell’incontro tra i tre Capi di Stato in Iran, Churchill e Roosevelt incontrarono Chiang Kay-shek al Cairo, dove fu deciso

che il Giappone sarebbe stato punito con la perdita di tutti i territori sul continente asiatico e delle isole occupate, gli inglesi

insistettero su Hong Kong.

Dal 28 novembre al 1°dicembre 1943 si ebbe la Conferenza di Teheran (l’Iran, nonostante la sua neutralità e stracciando le regole

del diritto internazionale, era stato diviso nel 1941 tra Russia ed Inghilterra e lo Scià era stato mandato in esilio).

L’incontro di Teheran portò ad una svolta nei rapporti tra i tre Paesi, l’atmosfera fu cordiale e si discusse su molti punti importanti

e Roosevelt abbandonò la sua diffidenza verso l’Urss, credendo che avrebbe intrapreso la strada della democratizzazione.

L’incontro stabiliva che le tre potenze vincitrici (con l’aggiunta della Cina) avrebbero dovuto controllare la pace nel mondo

dislocando le loro forze armate all’estero, i “quattro poliziotti” secondo l’affermazione di Roosevelt; gli americani volevano far

risorgere la vecchia SDN, dalla quale la Russia era fuori e Stalin decise di parteciparvi a condizione che non fosse ammessa la

Santa Sede; iniziò la preparazione dello statuto delle “Nazioni Unite”.

Roosevelt propose che l’Organizzazione delle Nazioni Unite fosse composta da 3 elementi:

una “Assemblea” comprendente tutti i membri e che avrebbe discusso sui problemi mondiali;

un “Comitato esecutivo” composto da i quattro grandi, due nazioni europee, una sudamericana, una mediorientale, una

dell’Estremo Oriente e da un dominion che avrebbe trattato le questioni non militari;

un “Consiglio di sicurezza” composto dai quattro grandi, incaricati di prendere misure immediate nel caso in cui la pace fosse stata

minacciata.

Sul piano militare si parlò dello sbarco in Normandia che doveva portare più di 1 milione di anglosassoni sulla costa francese; lo

sbarco contemporaneo nei Balcani chiesto da Churchill fu rifiutato dagli americani e soprattutto da Stalin, sicuramente perché non

desiderava la presenza degli alleati nella zona balcanica.

Si discusse ampiamente anche del problema polacco; già dal 1941 i russi e gli inglesi si erano detti d’accordo alla ricostituzione di

uno stato polacco indipendente all’interno dei suoi confini etnici, escludendo i 10 milioni di russi e tedeschi della “Grande

Polonia”.

Il governo polacco richiedeva addirittura lo Stato del 1872 ma l’impegno di Churchill riuscì a far accettare il punto di vista

sovietico; quando l’accordo sembrava raggiunto, furono scoperte nel 1943 le “fosse di Catin” cioè fosse comuni in cui l’Armata

Rossa aveva sepolto 11 mila ufficiali polacchi (epurazione della piccola borghesia Polacca quando i Russi erano nel Paese).

Russi ed anglo-americani respinsero le accuse polacche ma Varsavia ruppe le relazioni diplomatiche con Mosca; a quel punto i

russi decisero di risanare il contrasto accettando parte delle rivendicazioni territoriali polacche, prendendo l’impegno che la

Polonia del dopoguerra avrebbe avuto la stessa estensione che aveva prima del conflitto.

Per fare ciò, le perdite dei territori polacchi ad est andati all’Urss furono compensati con altrettanti territori ad ovest a danno della

Germania; si ha quindi uno slittamento della Polonia sulla carta politica europea verso ovest, e a causa di ciò la popolazione

tedesca nei nuovi confini polacchi raggiunge i 10 milioni di abitanti.

La soluzione migliore che si riuscì a trovare fu quella di cacciarli dal territorio polacco.

Le tre potenze si trovarono concordi anche circa uno smembramento della Germania e sull’installazione di basi militari sul

territorio tedesco, sistema suggerito anche per il Giappone;

Lo studio dello smembramento tedesco fu affidato ad una “Commissione Consultiva Europea”.

Il risollevamento francese, il crollo dell’Italia e il Medio Oriente.

E’ nella metà del 1942 che si ha una svolta negli avvenimenti politici e militari della guerra.

A maggio i tedeschi combattevano a Stalingrado e sui confini dell’Egitto; nei mesi successivi si ha lo sbarco alleato in Africa che

accellera il crollo dell’Italia e l’apertura di un nuovo fronte in Europa, portando alla fine definitiva dell’avanzata tedesca.

Tutto ciò fu possibile anche per l’ingresso nella lotta dell’impero coloniale francese, portando ad una riapparizione attiva della

Francia sulla scena internazionale.

Prima dello sbarco in Africa del nord, inglesi ed americani cercarono di individuare un’autorità francese che avrebbe potuto

sollevare le truppe dell’Africa del Nord controllate da Vichy contro la Germania; dopo il rifiuto di Weygand (fedele all’idea di

Pétain di combattere chiunque avesse attaccato le colonie francesi, Alleati, tedeschi o gollisti) si pensò allo stesso De Gaulle,

tuttavia le truppe africane erano fedeli a Pètain, soprattutto perché associavano il generale agli inglesi, il cui atteggiamento a Mers-

el-Kebir non era stato dimenticato.

Inoltre un incidente fece peggiorare le relazioni tra Roosevelt e De Gaulle: nel dicembre 1941, mentre il governo americano

assicurava Vichy circa il mantenimento dei possedimenti di questo in America, De Gaulle ordinava uno sbarco dei “francesi

liberi” sulle isole vicino Terranova di Saint-Pierre e Miquelon, dove la popolazione li accolse trionfalmente e Churchill approvò.

Pétain accusò il governo americano di “doppiezza” e Roosevelt decise di non rivelare a De Gaulle i piani di sbarco in Africa,

escludendolo dalla questione.

Gli americani preferirono optare sul generale Giraud, il quale era evaso da un carcere tedesco ed era entrato in contatto con

45

Murpy, console generale americano ad Algeri; Giraud voleva uno sbarco alleato sulla costa francese del Mediterraneo e la

direzione dell’intera operazione, che Roosevelt aveva già deciso di affidare ad Eisenhower.

Per sanare il contrasto fu siglato l’accordo “Murpy-Giraud” in cui gli Alleati si impegnavano a restituire alla Francia la sua

grandezza e i suoi possessi territoriali, la Francia sarebbe stata alleata degli Stati Uniti e il comando in Africa del nord sarebbe

stato americano per sicurezza.

Lo sbarco americano iniziò l’8 novembre dall’Algeria e dal Marocco; in queste regioni si sviluppò una certa resistenza da parte del

generale Nogues in Marocco e inizialmente di Darlan, dopo l’ordine di Pétain di resistere agli invasori.

Dopo negoziati tra Murpy e Darlan, quest’ultimo sposò per opportunismo la causa alleata e, dichiarando il maresciallo Pétain

evidentemente prigioniero dei tedeschi, prendeva il potere in Africa del Nord “a nome del maresciallo”, mantenendo dunque

all’interno il regime autoritario del governo di Vichy; gli americani si rassegnarono a questa soluzione poiché Darlan godeva di

una maggiore influenza sull’esercito in Africa rispetto a Giraud.

I rapporti tra americani e francesi furono regolati dagli accordi Darlan-Clark, meno vantaggiosi per la Francia di quelli siglati da

Giraud.

La conseguenza del voltafaccia di Darlan fu l’occupazione della zona libera francese da parte dell’esercito tedesco, ordinata da

Hitler il giorno successivo allo sbarco (9 settembre 1942), egli intendeva impadronirsi della flotta francese di Tolone ma non vi

riuscì poiché un improvviso attacco navale alleato il 27 novembre la costrinse ad autoaffondarsi.

Darlan nominò Giraud comandante delle truppe francesi in Africa settentrionale e il 4 dicembre 1942 fu costituito un “Consiglio

imperiale” che riuniva tutti i comandanti delle truppe francesi in Africa, cosa che suscitò le immediate proteste del generale De

Gaulle; Darlan fu assassinato pochi giorni dopo da un giovane fanatico gollista e il “Consiglio imperiale” nominò Giraud.

Giraud abolì le leggi di Vichy (comprese le misure contro gli Ebrei) su “consiglio” americano.

La situazione, quindi, vedeva all’inizio del ’43 due gruppi di francesi impegnati nella lotta contro la Germania, i “Francesi liberi”

di De Gaulle, attivi soprattutto in Francia, e i “Francesi di Algeri” agli ordini di Giraud aventi l’appoggio americano ma fedeli

all’anti-democrazia di Pétain.

Ci vollero lunghi e difficili negoziati per ristabilire l’unità dei francesi.

Nell’incontro alleato che si tenne a Casablanca in gennaio, Churchill fece pressioni su De Gaulle affinchè accettasse di incontrare

Giraud, ma un accordo definitivo non fu raggiunto; i contatti ripresero in marzo quando Giraud si convinse ad assumere un

atteggiamento più democratico ma un incontro ad Algeri per i giorni successivi fu impedito dagli inglesi poiché avrebbe potuto

provocare disordini nel momento in cui gli alleati erano impegnati nella battaglia decisiva contro l’Asse in Tunisia. I negoziati si

svolsero tramite intermediari e fu creato un “Comitato Francese di Liberazione Nazionale” con sede ad Algeri ed il 30 maggio De

Gaulle raggiunse questa città.

Il 13 giugno il Comitato si costituì ufficialmente con i due generali come presidenti uguali ed altri cinque membri; in seguito

Giraud, per restare comandante in capo delle operazioni militari (è merito suo la riconquista francese della Corsica), lasciò a De

Gaulle la presidenza del CFLN che fu chiamato dal giugno ’44 “governo provvisorio della Repubblica francese”.

- Parallelamente al risollevamento francese si assistette al crollo dell’Italia; l’esercito del Duce, quando non era stato supportato

dall’aiuto tedesco, aveva subito gravi disfatte che avevano scoraggiato un’opinione pubblica già poco entusiasta della

partecipazione al conflitto.

L’Italia, da partener della Germania, stava divenendo un paese occupato, durante il ’41 i tedeschi prepararono i piani per

l’invasione della penisola e delle “cellule tedesche” si formarono nelle principali città italiane, dove l’antifascismo si sviluppava

tra gli intellettuali e gli operai.

In questa atmosfera l’offensiva alleata e l’occupazione totale dell’Africa del nord ebbe un effetto disastroso sul morale italiano;

Tunisi cadde in mano alleata il 7 maggio, Pantelleria il 12 giugno e il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia, dove la

resistenza italiana crollò rapidamente.

Il 19 luglio ebbe luogo a Feltre un incontro tra Mussolini e Hitler; il Duce non parlò del bisogno di pace dell’Italia e nel governo e

negli ambienti monarchici si decise di farla finita con la sua dittatura: il 24 luglio il Gran Consiglio del Fascismo votarono una

risoluzione, proposta da Grandi, contraria alla politica di Mussolini di alleanza con la Germania e di prosecuzione della guerra, il

giorno dopo il re affidò il governo al maresciallo Badoglio e fece arrestare il Duce.

Si trattò di un vero colpo di Stato.

Badoglio costituì un governo di tecnici e dichiarò che l’Italia avrebbe continuato la guerra al fianco della Germania; in realtà egli

voleva evitare l’occupazione del Paese da parte dei Tedeschi (i quali cominciavano a far entrare truppe dal Brennero) ed iniziare a

collaborare con gli Alleati per negoziare una pace meno dura.

ChurchilI voleva il ristabilimento della monarchia in Italia e Hull non era diffidente verso Badoglio nonostante il suo passato di

alta personalità del regime; i primi contatti con gli Alleati si ebbero a Tangeri e gli Alleati vollero un armistizio senza condizioni,

tuttavia fecero capire che più l’Italia collaborava, più le clausole della pace sarebbero state sopportabili.

Un primo testo di “armistizio corto” fu consegnato a Madrid al generale Castellano da parte di Hoare (quello dell’accordo con

Laval), non erano previste condizioni ma si prometteva l’appoggio alleato alle forze italiane che si sarebbero battute contro i

tedeschi; le clausole militari furono consegnate a Lisbona il 19 al generale Ambrosio, fu chiesta dall’Italia una divisione

aereotrasportata per proteggere Roma dal sicuro attacco tedesco ed Eisenhower la promise. 46

Il 3 settembre Castellano firmò l’armistizio con gli Alleati a Cassibile, presso Siracusa, e il giorno stesso l’VIII armata britannica

sbarcò nell’Italia continentale; la divisione promessa dagli americani non fu data poiché i tedeschi avevano occupato gli aereoporti

romani.

L’armistizio fu reso pubblico da Badoglio l’8 settembre 1943.

La reazione nazista colpì Roma che fu assediata e presa l’11; il Re e il governo Badoglio si rifugiarono a Brindisi sotto la

protezione degli eserciti alleati.

Hitler fu molto addolorato per la caduta di Mussolini, suo maestro e modello, e decise di ristabilire il regime fascista in Italia

facendo occupare il nord dalle truppe tedesche, il 12 settembre le SS liberarono il Duce dal Gran Sasso e lo condussero in

Germania; il 18 fu creata la “Repubblica sociale italiana” con sede a Salò, ma Mussolini era scoraggiato e la direzione del nuovo

stato fantoccio filo-tedesco fu affidata a fascisti fanatici come Farinacci e il generale Graziani, nemico di Badoglio.

I tedeschi annettevano il Trentino, Trieste e l’Istria, i possedimenti in Francia e Jugoslavia, Hitler pensò anche all’annessione del

Veneto; i 19 votanti della mozione Grandi furono condannati, tra cui Ciano, e cinque dei sei presenti furono condannati a morte.

Il 4 giugno 1944, due giorni prima dello sbarco in Normandia, le truppe alleate liberarono Roma, Mussolini fu preso dai partigiani

e fucilato il 28 aprile 1945.

- Il Medio Oriente era controllato dagli Alleati; in Iraq, Siria e Libano la Gran Bretagna aveva rafforzato le sue posizioni e nel

1941 era stato istituito il “Middle Est Supply Center”, un organismo che controllava la ripartizione delle risorse tra i vari stati e

controllò l’economia di quest’importantissima area per tutta la durata del conflitto.

Gli Alleati cercarono di evitare discordie nell’area mediorientale e particolare fu la situazione dell’Iran, paese governato fino ad

allora dallo Scià e Stato libero.

Prima dell’Operazione Barbarossa lo Scià Pahlevi aveva cercato di sottrarsi dal dominio economico anglo-russo concedendo alla

Germania la costruzione di fabbriche e ferrovie e facendo divenire lo Stato nazista il maggior interlocutore del suo commercio

estero; gli Alleati temettero una rivolta fomentata dai tedeschi del tipo iracheno e, considerando l’importanza delle comunicazioni

con la Russia per rifornirla al fine di non capitolare, decisero che la sicurezza dell’Iran doveva essere garantita a tutti i costi.

I governi russo e britannico decisero di comune accordo di invadere il Paese e il 25 agosto 1941 le truppe entrarono in Iran

conquistandolo completamente alcuni giorni dopo; una nota diplomatica affermava che non si voleva attentare all’indipendenza

dello Stato e si chiedeva l’espulsione dei cittadini tedeschi, il governo di Teheran chiese la loro consegna alle autorità di

occupazione e delle indennità per l’occupazione.

Favorito da relazioni con Roosevelt, lo Scià Pahlevi credette di poter mantenere il suo potere ma fu costretto dagli occupanti ad

abdicare in favore di suo figlio e allontanato a Johannesburg; il nuovo governo siglò un trattato di alleanza con il Regno Unito e

l’Urss che impegnava le due potenze a difendere lo Stato e rispettarne l’integrità politica e l’indipendenza, ritirando le loro truppe

entro sei mesi dalla fine del conflitto.

La popolazione subiva questa umiliazione e il governo non fu neanche avvertito del vertice tra i tre leaders alleati del settembre

1943; tuttavia in quell’occasione gli Alleati riaffermarono la loro volontà di collaborazione con l’Iran e il rispetto per la sua futura

indipendenza.

Nel 1944 vi furono seri contrasti tra i russi, che avevano occupato il nord del Paese e cercavano di stabilirvi una solida zona

d’influenza, e gli anglosassoni: la contesa si inasprì quando delle compagnie petrolifere inglesi ed americane chiesero delle

concessioni nel sud del Paese; i russi avanzarono richieste in cinque province al confine sovietico e per evitare problemi il governo

di Teheran rifiutò di approvare tutte le domande di concessioni.

I russi organizzarono una violenta campagna appoggiando il partito comunista iraniano (Tuhed) e ottenendo le dimissioni del

governo; tuttavia il nuovo governo fece approvare una legge che vietava ai ministri di concedere commissioni petrolifere a

chicchessia e iniziando un periodo di estrema tensione nello Stato che continuò anche dopo la guerra.

- In Palestina la maggioranza dei gruppi ebraici sospesero le ostilità contro gli Inglesi per concentrarsi nella battaglia ai nazisti;

tuttavia durante la guerra nacque il “Gruppo Stern” che continuò una violenta politica anti-britannica costellata di assassinii e

sabotaggi.

- In Egitto si ebbe una certa tensione solo quando nel 1942 l’Afrika Korps di Rommel giunse ai confini dello Stato; per

precauzione gli inglesi fecero pressioni sul Re Farouk affinchè affidasse la guida del governo a Nahas Pascià, capo del partito

nazionalista Wafd.

Divenuto capo del governo, questi ottenne dagli inglesi il riconoscimento dell’Egitto come una nazione indipendente ed alleata

nella lotta ai nazisti, reclamando l’ammissione egiziana tra i firmatari della pace e l’annessione all’Egitto del Sudan anglo-

egiziano.

- Abbiamo detto che la Siria e il Libano ottennero l’indipendenza nel 1941 dopo l’appoggio dato alle truppe della “Francia libera”

di De Gaulle che avevano occupato il Paese con gli inglesi; tuttavia i francesi, data la loro momentanea debolezza, non ottennero

nei due nuovi stati indipendenti gli stessi vantaggi ottenuti, ad esempio, dagli inglesi in Egitto o in Iraq.

La presenza francese in Oriente fu definitivamente compromessa allorchè il nuovo Parlamento libanese eletto nel 1943 adottò una

riforma della Costituzione che annullava la posizione privilegiata della Francia nel Paese; il delegato francese Helleu diede allora

l'ordine di sciogliere il Parlamento, far arrestare i membri del governo ed imporre la legge marziale con la censura. 47

Subito scoppiarono dei disordini a Beirut, vi furono forti proteste contro il CFLN da parte dei governi inglese, americano, egiziano

ed iracheno, ed infine le misure furono revocate ed Helleu fu allontanato ad Algeri; la conclusione si ebbe con un accordo tra la

Francia ed i governi siriano e libanese che trasferiva a questi ultimi i poteri delle autorità francesi sul territorio.

La sconfitta dell’Asse e la conferenza di Potsdam.

L’Armata Rossa riportò durante il 1943 (gennaio e luglio) la vittoria nella battaglia di Stalingrado e quella di Kursk, liberò la

Crimea e in agosto furono nei pressi di Varsavia.

I russi non aiutarono un tentativo di rivoltosi polacchi non comunisti di liberare Varsavia; essi furono sterminati dai tedeschi e i

comunisti polacchi ebbero mano libera.

Gli alleati, dal canto loro, entrarono a Roma nel giugno ’44 dopo un inverno di stasi sul fronte, due giorni dopo vi fu

l’avvenimento militarmente più importante della guerra e cioè lo sbarco in Normandia a cui si deve la liberazione di Parigi il 15

agosto e del Belgio all’inizio di settembre; tuttavia i Tedeschi mantenevano alcune sacche (Bastogne) e l’avanzata si arrestò in

inverno come pure in Italia le posizioni si attestarono lungo la linea gotica sull’Appennino toscano.

Contemporaneamente, invece, continuava l’avanzata dell’Armata Rossa nell’Europa orientale e nell’inverno 1944-45 si

susseguirono una serie di armistizi: il 12 settembre si ebbe quello con la Romania, il 19 quello della Finlandia, la Bulgaria firmò il

26 ottobre dopo una inutile mobilitazione contro la Germania, l’Ungheria (dopo il tentato armistizio di ottobre e l’invasione

tedesca) fu conquistata dai Russi dopo il lungo assedio di Budapest e l’armistizio fu firmato il 20 gennaio.

Sul piano politico gli armistizi assegnavano la Bessarabia, la Bucovina del Nord e i territori conquistati nel 41 in Finlandia

direttamente all’Urss senza aspettare la conclusione dei trattati di Pace; si ritornava, quindi, alla situazione precedente

all’Operazione Barbarossa, le leggi razziali furono abolite e le organizzazioni fasciste disciolte.

Per quanto riguarda la Cecoslovacchia, Benes era rimasto molto deluso dall’atteggiamento francese ed inglese tenuto a Monaco e

nella successiva invasione del 15 marzo ’39, così come era grato per l’aiuto sovietico garantito se la Francia avesse mantenuto i

suoi impegni; nel dicembre 1943 egli incontrò Molotov e Stalin a Mosca, i quali lo rassicurarono circa l’intenzione dell’Urss di

rispettare le frontiere del 1937 e di trasferire i poteri al governo cecoslovacco dopo la liberazione del Paese da parte dell’Armata

Rossa; fu firmato anche un trattato di alleanza.

Altrettanto forte fu la sua delusione quando vide che dopo la liberazione i sovietici volevano annettere all’Ucraina la Rutenia

subcarpatica; Stalin appoggiava in pieno queste rivendicazioni.

Questo fu l’inizio della dominazione sovietica nell’Europa Orientale.

- La liberazione della Francia pose agli Alleati una serie di problemi circa il riconoscimento del governo francese. Roosevelt non

amava molto le tendenze autoritarie di De Gaulle ma quando Parigi fu libera e il generale si recò in patria, fu accolto da una folla

esultante che convinse gli Alleati che il governo provvisorio istituito nel Paese da De Gaulle, composto da personalità venute da

Algeri e da capi della Resistenza, poggiava su solide base popolari.

Quando poi il generale promise al più presto l’elezione di un’Assemblea nazionale per varare una nuova Costituzione, i tre Alleati

decisero di riconoscere de jure il 23 ottobre 1944 il governo gollista; inoltre a novembre Churchill annunciò che la Francia era

ammessa come membro permanente della “Commissione consultiva europea” per decidere sul futuro della Germania.

Dopo questi riconoscimenti ufficiali, De Gaulle decise di giocare il ruolo del mediatore tra gli anglosassoni e i sovietici (che

manifestavano i primi dissensi), stipulando un Trattato di alleanza con Mosca il 9 dicembre 1944: quest’alleanza era rivolta

unicamente contro la Germania, poiché le due parti si impegnavano a combattere sino alla vittoria finale e ad adottare tutte le

misure necessarie per impedire una nuova minaccia tedesca, compreso un immediato aiuto in caso di attacco tedesco ad una delle

due.

De Gaulle cercò anche di trovare appoggi in Inghilterra, in modo da allontanare gli americani dalla politica europea e trattando

unicamente con l’Urss le questioni del Vecchio continente.

L’idea di giocare il ruolo di arbitro si rivelò alla fine abbastanza deludente, dato che il governo sovietico non sosteneva affatto le

rivendicazioni francesi negli incontri internazionali; inoltre alla conferenza di Yalta De Gaulle non fu convocato poiché Roosevelt

si oppose alla sua partecipazione e quando subito dopo Roosevelt lo invitò a ragiungerlo ad Algeri, il generale rifiutò; fu egli a dire

che a Yalta vi era “stata un’oscura spartizione dell’Europa” e che la Francia non era stata invitata perché “avrebbe impedito questa

spartizione”. In realtà non fu così.

L’unico successo diplomatico ottenuto in questo periodo dal nuovo governo francese fu quello di annullare i privilegi accordati

agli italiani in Tunisia nel 1896 (febbraio 1945).

- Il 7 novembre 1944 Roosevelt fu rieletto per la quarta volta con una maggioranza ridotta; intanto l’avanzata alleata si era

fermata in Europa, la Germania provò un’offensiva nelle Ardenne e la fine della guerra non sembrò più una cosa di qualche

settimana.

Tra inglesi ed americani cominciarono a crearsi alcuni contrasti; Churchill si recò a Mosca dal 9 al 18 ottobre e per la prima volta

non potè parlare anche al nome del presidente americano; fu in questa importante riunione che Churchill e Stalin, si dice, abbiano

diviso approssimativamente alcune zone di influenza e di occupazione in Europa: all’Inghilterra la Grecia e alla Russia la

Bulgaria, in jugoslavia ci sarebbe stato un controllo paritario (“fifty-fifty”).

Questa divisione fu poco apprezzata dagli americani; Corder Hull si dimise perché ammalato e il nuovo segretario di Stato

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Stettinius ebbe seri contrasti con il governo britannico soprattutto a proposito dell’Italia: gli americani appoggiarono il Conte

Sforza a dirigere il governo italiano, già ministro in epoca prefascista, gli inglesi e soprattutto Churchill volevano la restaurazione

piena della monarchia in Italia e non si fidavano del conte Sforza, affermandolo ufficialmente.

Per appianare queste polemiche e chiarire meglio il ruolo della Russia in Polonia e con il Giappone si pensò ad un altro incontro

dei tre Grandi, da tenersi a Yalta.

La conferenza di Yalta si tenne dal 4 all’11 febbraio 1945 e molte furono le decisioni importanti.

Innanzitutto si parlò della concessione alla Francia di una zona di occupazione in Germania: Stalin fu subito molto contrario,

Roosevelt fu a fatica convinto dagli inglesi e da Hopkins che sostenevano la teoria per cui un’Europa stabile era inconcepibile

senza una Francia forte, alla fine si diede ai francesi anche la piena partecipazione alla “Commissione consultiva europea”.

Per quanto riguarda la Polonia, si era formato un governo a Lublino appoggiato dall’Urss, il quale voleva soppiantare il governo

polacco emigrato a Londra; le frontiere polacche subirono lo “slittamento” ai danni della Germania per la veemente opposizione di

Stalin alla ripresa dei vecchi confini orientali. Alla fine il confine fu stabilito alla linea Curzon del 1919.

Per quanto riguarda il governo della Polonia, gli inglesi non volevano uno stato controllato dall’Urss e dopo lunghe discussioni si

decise che si sarebbe costituito un “governo provvisorio polacco di unità nazionale”, composto da membri di Londra e Lublino

nominati da una Commissione comprendente Molotov, Harrimann e Sir Kerr.

Fu inoltre approvata una “Dichiarazione sull’Europa Liberata” in cui si affermava che negli stati liberati dalle dittature nazi-

fasciste sarebbero state organizzate delle libere elezioni con più liste al fine di eleggere assemblee costituenti con il compito di

creare nuove costituzioni o ripristinare le vecchie; queste elezioni, in effetti, si svolsero dappertutto.

A proposito dell’intervento sovietico contro il Giappone richiesto da Roosevelt, Stalin disse che l’Armata Rossa sarebbe

intervenuta due o tre mesi dopo la capitolazione del Giappone a condizione di recuperare i diritti e i territori che aveva perduto

nella sconfitta del 1905 (controllo delle ferrovie in Manciuria, arcipelago delle Curili e territori meridionali di Sahalin).

In generale la conferenza di Yalta fu molto importante anche perché i tre alleati cercarono di evitare il sorgere di contrasti al

momento della caduta tedesca: in passato le coalizioni si rompevano dopo gli armistizi e le armate conquistavano duramente e

selvaggiamente territori;

a Yalta si decise una fine delle operazioni militari “pacifica”, stabilendo una linea d’incontro tra i due eserciti sull’Elba, senza

acquisizione successiva di territori.

A metà marzo gli americani stabilirono una testa di ponte sul Reno e il 23 proseguirono.

Roosevelt non vide la fine della guerra poiché il 12 aprile morì per un’emorragia cerebrale; egli fu sostituito dal vicepresidente

Harry Truman.

Fu lui ad assistere alla capitolazione della Germania; i russi raggiunsero Vienna il 13 aprile e raggiunsero l'E’ba il 24, il giorno

dopo fu completato dall’Armata Rossa l’accerchiamento di Berlino e il 26 vi fu l’incontro con l’esercito anglo-americano.

Il 1° maggio fu annunciata la morte di Hitler e il 7 maggio 1945, nel quartier generale di Eisenhower a Reims, il generale Jodl

firmò la resa senza condizioni della Germania.

La guerra in Europa era terminata.

- Gli avvenimenti militari nel conflitto in Asia sono fondamentali per capire quelli diplomatici.

Fino all’aprile 1942 vi era stata l’avanzata folgorante delle truppe giapponesi, poi fino al novembre 1943 vi fu una fase di stallo e

di riorganizzazione da parte americana, con l’arrivo di numerose e potenti portaerei.

Da questa data iniziò la controffensiva americana, guidata dagli ammiragli Nimitz e MacArthur, che prevedeva la tattica dei “salti

di montone”, cioè l’occupazione non di interi arcipelaghi, ma di isole sempre più vicine all’arcipelago giapponese.

Nel luglio 1944 furono conquistate alcune isole nell’arcipelago delle Marianne, provocando la caduta del governo Tojo in

Giappone; le vittorie americane intanto proseguivano e si decise, su proposta di MacArthur, uno sbarco nelle Filippine; questo si

ebbe in ottobre, dopo la battaglia nei pressi dell’isola Leyte in cui gran parte della flotta giapponese fu distrutta.

Manila fu occupata il 6 febbraio, proprio al momento della conferenza di Yalta e l’offensiva continuò arrivando in prossimità

dell’arcipelago giapponese nel giugno 1945; la lotta proseguiva anche in Cina, dove nel ’44 i giapponesi avevano deciso di

riprendere la loro avanzata sulla costa ed in Cina meridionale.

Il governo di Chiang Kay-shek poteva dunque essere rifornito solo con un ponte aereo sull’Himalaya che si rivelò assai

insufficiente; inoltre le migliori truppe erano impiegate per controllare i comunisti e non si battevano contro i giapponesi.

Il governo di Chiang Kay-shek fu salvato da una spedizione anglo-americana che aveva come scopo la conquista della Birmania e

il ristabilimento dei contatti terrestri con Chiang Kay-Shek , quindi l’appoggio al governo nazionalista per non estendere

l’influenza comunista in Cina; la campagna iniziò nel marzo 1944 e nel febbraio ’45 un primo convoglio alleato arrivò in Cina,

mentre la conquista della Birmania fu completata in maggio.

Questa situazione costrinse i giapponesi ad abbandonare le loro recenti conquiste nella Cina del sud e fu grazie a questa campagna

che la Cina, dopo un periodo molto critico, si salvò; tuttavia la tensione tra comunisti e nazionalisti continuò.

Nel dicembre 1944 il generale Hurley si recò in Cina per tentare una mediazione, incontrò Mao Tsè-tung e propose a Chiang Kay-

shek un governo di coalizione sulla base dei principi di Sun Yat-sen; il leader nazionalista rifiutò il governo di coalizione,

sentendosi più intransigente per le vittorie alleate (che appoggiavano comunque il suo governo) e per la firma di un trattato tra il

suo governo e quello sovietico nell’agosto 1945. 49

Considerando tutto ciò Mao attenuò le sue richieste, limitando la partecipazione comunista nel governo e nell’esercito; tuttavia,

tutti i negoziati furono resi vani dalla questione della Manciuria e dell’inizio della guerra civile tra comunisti e nazionalisti nel

novembre 1945.

Sulla questione cinese si ebbe un incontro di Hurley con Stalin e Molotov a Mosca nell’aprile ’45;

Stalin manifestò il suo appoggio a Chiang Kay-shek e disse di non volere una guerra in Cina, ma si credette che l’Urss volesse un

controllo sulla Cina del nord e sugli Stati dell’Asia centrale.

Il rapporto con la Russia sovietica non migliorò affatto neanche dopo la Conferenza di Yalta; con l’avanzata russa in Europa si

delineò la politica che Mosca era intenzionata ad attuare nei territori occupati dall’Armata Rossa.

Nel febbraio 1945 fu indirizzato un ultimatum a Re Michele di Romania con il quale si pretendeva la costituzione di un governo

comunista sotto la guida di Groza; nonostante l’opposizione del monarca, il governo comunista fu effettivamente insediato.

Subito vi furono le proteste di Usa ed Inghilterra che invocarono la “Dichiarazione sull’Europa liberata”, che prevedeva la

formazione di governi rappresentativi di tutta la popolazione nelle nazioni liberate; anche in Polonia, Molotov accettava soltanto di

modificare il governo comunista di Lublino con qualche membro dei polacchi di Londra.

Inoltre Stalin rimproverava agli alleati di aver proposto una pace separata alla Germania sul fronte italiano, permettendo così ai

tedeschi di spostare divisioni sul fronte orientale e di rallentare l'avanzata dell’Armata Rossa; per scongiurare la rottura dell’unità

tra gli Alleati, vi fu un ultimo viaggio di Harry Hopkins a Mosca alla fine di maggio 1945, dopo la capitolazione tedesca.

Fu durante questi colloqui che Stalin lanciò una serie di accuse agli anglosassoni circa la partecipazione dell’Argentina alle

Nazioni Unite, sulla partecipazione della Francia alla “Commissione delle riparazioni, sull’improvvisa fine delle forniture “affitti e

prestiti” all’Urss e sul fatto che nessuna nave tedesca era stata consegnata ai sovietici.

Hopkins cercò di ricucire questi strappi e si decise che questo ed altri problemi (i governi comunisti in Polonia, Bulgaria e

Romania) sarebbero stati discussi in un nuovo incontro tra i tre Grandi; sulla partecipazione dell’Urss alla guerra in Asia, Stalin si

disse pronto ad attaccare il Giappone in agosto e accettò anche una trusteeship dei quattro vincitori sulla Corea.

La conferenza prevista in occasione di quest’incontro si tenne il 17 luglio 1945 a Postdam, nella regione di Berlino; questo fu

l’ultimo incontro tra i tre capi di governo.

Innanzitutto bisogna dire che i protagonisti della scena internazionale erano cambiati; il presidente Roosevelt era morto e il nuovo

presidente Truman nominò Segretario di Stato Byrnes al posto di Stettinius, inoltre durante la conferenza vi furono le elezioni

inglesi e i conservatori furono sconfitti, di conseguenza nella seconda parte della conferenza Churchill ed Eden lasciarono il posto

al nuovo premier Attle e al nuovo capo del Foregin Office Bevin.

Alla conferenza di Potsdam gli americani suggerirono la creazione di un “Consiglio dei ministri degli Esteri” che avrebbe avuto il

compito di preparare i trattati di pace con i “satelliti” della Germania (Italia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Finlandia); ogni

trattato avrebbe previsto la partecipazione delle sole nazioni vincitrici su quello stato, quindi la Francia era ammessa soltanto nella

preparazione del trattato di pace con l’Italia.

Fu deciso che la “Commissione Consultiva Europea” sarebbe stata sciolta.

Gli anglosassoni si lamentarono con Stalin della situazione in Bulgaria e Romania, dove l’Urss aveva un controllo assoluto, i

Russi replicarono con il controllo occidentale in Grecia; il problema delle industrie anglo americane confiscate dai sovietici nei

paesi occupati dall’Armata Rossa, si rimandò a speciali commissioni.

Molto importanti furono le decisioni circa il futuro della Germania, furono qui definiti i “Principi politici ed economici che

governeranno la Germania durante il periodo iniziale di controllo”:

disarmo completo e smilitarizzazione, distruzione del partito nazionalsocialista, giudizio dei criminali di guerra e abolizione delle

leggi naziste, controllo dell’istruzione tedesca.

Per quanto riguarda l’organizzazione politica della Germania, si decise di ritardare la formazione di un governo centrale e di

iniziare con delle elezioni delle amministrazioni comunali e provinciali, per poi arrivare alla formazione degli organi dei Land e

dello Stato centrale.

L’organizzazione economica fu subordinata al pagamento delle riparazioni e il livello della produzione economica sarebbe stato

controllato severamente: poiché non vi era un governo che poteva pagare, si decise di procedere con prelievi in natura nelle

rispettive zone di occupazione, solo gli americani non operarono alcun prelievo a causa dei costi di trasporto, russi, americani e

francesi spogliarono le loro zone di occupazione di ogni bene, rendendo ancora più critiche le condizioni di vita dei tedeschi, i

quali si rifugiavano sempre più nella zona controllata dagli statunitensi (finché questi non chiusero le frontiere, tranne agli ebrei);

per quanto riguarda l’organizzazione territoriale, si accettò l’idea di uno slittamento della Polonia e quindi della perdita della

Germania dello Stato guida all’unità nazionale e alla formazione della mentalità dello Stato tedesco, la Prussia.

Parte dei territori prussiani andava alla Russia e parte alla Polonia, che cacciava dal suo nuovo territorio quasi 15 milioni di

cittadini tedeschi; l’opinione pubblica internazionale accettò questo tragico esodo come una sorta di punizione per tutti i lutti che

la guerra voluta dai nazisti aveva provocato nel mondo.

- Mentre in Europa si preparava la pace, la guerra proseguiva contro il Giappone.

I giapponesi, nonostante disponessero in Asia di tre armate ancora inutilizzate di 3 milioni di soldati, erano coscienti della

sconfitta a causa della distruzione quasi totale della flotta e per i continui bombardamenti delle navi e degli aerei americane sulle

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coste e sulle industrie nipponiche, già a corto di materie prime; gli americani, inoltre, preparavano uno sbarco nell’isola più

meridionale dell’arcipelago giapponese.Tra una sconfitta logorata in lunghi anni di lotte e una capitolazione prossima, è probabile

che il governo nipponico abbia scelto la seconda, al contrario di ciò che decise Hitler in Germania; sicuramente questa decisione

fu anticipata da avvenimenti drammatici che si susseguirono nell’arco di pochi giorni: il 6 agosto cadde la prima bomba atomica

americana su Hiroshima, l’8 la Russia dichiarava guerra al Giappone, il 9 fu lanciata la seconda atomica su Nagasaki.

Durante la conferenza di Potsdam gli Alleati avevano inviato ai giapponesi un ultimatum per la resa, che era stato rifiutato; dopo

questi avvenimenti, il 10 agosto al governo americano pervenne una nota a nome dell’imperatore che accettava i termini

dell’ultimatum, ponendo la condizione che il potere dell’imperatore fosse rimasto intatto in Giappone.Questa condizione fu

accettata e le istruzioni al Giappone furono date a Manila il 20 agosto dal generale MacArthur; il 2 settembre 1945, a bordo della

corazzata Missouri, due rappresentanti dello Stato Maggiore giapponese firmarono la resa del Giappone senza condizioni. La

seconda guerra mondiale era terminata. III

IL SECONDO DOPOGUERRA

IL FALLIMENTO DELLE GRANDI CONFERENZE INTERNAZIONALI.

La creazione e gli esordi dell’ONU.

Dopo la comparsa della Carta Atlantica nell’agosto 1941 vi fu la proposta degli Stati Uniti della firma della “Dichiarazione delle

Nazioni Unite nella guerra contro la Germania”, con la quale i partecipanti si impegnavano ad elaborare un sistema di pace e di

sicurezza dopo la guerra.

L’adesione dell’Urss a questa organizzazione di Stati pacifici fu confermata anche nel corso della Conferenza di Teheran del

novembre ’43, il 9 dicembre dello stesso anno fu creato a Washington un gruppo di studio della futura organizzazione

internazionale.

Durante il periodo di settembre-ottobre 1944 furono svolti delle conferenze negli Usa, a Dumbarton Oaks, in cui anglosassoni,

russi e cinesi (il governo francese non era ancora stato riconosciuto) ponevano le basi della futura organizzazione: si decise la

struttura dell’Organizzazione e si capì che sia i russi che gli inglesi volevano restringere l’accordo ai soli problemi della sicurezza;

inoltre i russi volevano un voto nell’Assemblea per ogni stato membro che componeva la Federazione delle Repubbliche

Socialiste Sovietiche, paragonando l’Urss al Commonwealth britannico.

Per quanto concerneva il Consiglio di Sicurezza, molte autorità politiche e militari statunitensi non accettarono che gli Usa fossero

obbligati ad un intervento armato da una semplice maggioranza del Consiglio, limitando in tal modo la sovranità nazionale,

cosicché si decise che ogni potenza avrebbe avuto un diritto di veto, quindi era indispensabile che ogni decisione che dovesse

divenire operativa e vincolante, avrebbe dovuto ottenere il consenso all’unanimità di tutti i membri del consiglio, anche in caso di

guerra tra le potenze (decisione voluta da Stalin che avvertiva di essere in minoranza contro le potenze occidentali).

Un accordo definitivo si ebbe con la Conferenza di Yalta del febbraio 1945, dove fu deciso che solo l’Ucraina e la Russia Bianca

avrebbero avuto un voto separato da quello dell’Urss, la questione del veto fu accettata come detto precedentemente e si rilasciò

una dichiarazione che prevedeva l’apertura di una conferenza a San Francisco che avrebbe riunito tutte le nazioni firmatarie della

“Dichiarazione delle Nazioni Unite nella guerra contro la Germania” più quelle che avrebbero dichiarato guerra all’Asse fino al 1°

marzo 1945.

Sicuramente la nuova organizzazione non voleva rifare gli stessi sbagli della vecchia Società delle Nazioni e nessuno volle

ricostituire quella organizzazione che aveva certamente fallito nel suo obiettivo di mantenimento della pace.

Nella nuova Organizzazione le grandi Potenze avevano nel Consiglio di Sicurezza poteri superiori rispetto a quelli che

possedevano le potenze nel Consiglio della SDN e questo ne allargava il loro ruolo nella sfera internazionale.

La Conferenza di San Francisco si riunì dal 25 aprile al 25 giugno 1945, stabilendo la Costituzione della nuova organizzazione o

“Carta delle Nazioni Unite”.

La Carta definisce i principi e gli scopi dell’Organizzazione e descrive i diversi organi e il loro funzionamento: lo scopo

dell’Organizzazione è il mantenimento della pace nel Mondo e la regolazione delle controversie senza ricorrere all’uso della forza;

altro obiettivo fondamentale è quello di affermare in tutto il Mondo il diritto all’uguaglianza tra gli uomini e tra le nazioni, il

rispetto nei diritti fondamentali dell’uomo e della dignità della persona umana, nonché il diritto dei popoli a disporre di loro stessi,

evitando le interferenze nelle questioni essenzialmente interne di uno Stato.

Per ottenere un’uguaglianza di fatto tra le nazioni, le Nazioni Unite si impegnano a favorire il progresso sociale e ad instaurare

migliori condizioni di vita negli Stati poveri.

Sono considerati membri dell’ONU tutti gli Stati che hanno partecipato alla Conferenza di San Francisco, firmato e ratificato la

Carta (l’Argentina ebbe difficoltà per l’annessione e vi furono alcuni voti contrari tra cui quello dell’Urss) e che accettano gli

obblighi derivanti dalla Carta stessa.

- Gli organi previsti dalla Carta sono:

a) “l’Assemblea generale”, composta dai delegati di tutti gli Stati membri (massimo 5 per Stato), esercita il supremo potere cioè

elegge i membri non permanenti del Consiglio di sicurezza, quelli del Consiglio economico e sociale, del Consiglio di tutela e

della Corte internazionale di giustizia. 51

Essa ammette i nuovi membri ed esclude i membri inadempienti; tuttavia, almeno agli esordi, essa non ha un effettivo potere

decisionale ma solo poteri consultivi e di “pressione morale”.

b) Il “Consiglio di sicurezza” ha nelle mani la vera forza del potere decisionale dell’ONU; esso è composto da 11 membri di cui 5

permanenti (Usa, Urss, Cina, Inghilterra e Francia) ed hanno un potere immenso grazie al diritto di veto: nessuna decisione può

divenire definitiva senza l’approvazione all’unanimità dei cinque membri permanenti.

Compito del Consiglio di sicurezza è quello di salvaguardare la risoluzione pacifica dei conflitti, prima con un arbitrato

conciliativo, poi adottando misure di tipo economico ed infine, se necessario, con l’impiego della forza armata; per prendere

queste decisioni bisogna raggiungere la maggioranza dei voti favorevoli dei membri del Consiglio, quindi le 5 potenze permanenti

più due Stati non permanenti. Mentre l’Assemblea ha sedute annuali (in inverno, una sessione a gennaio e una ad ottobre, ciascuna

di un mese) i membri del Consiglio siedono insieme quasi ogni 15 giorni.

c) Il “Consiglio economico e sociale” era incaricato della cooperazione in tutte le materie che interessino il livello di vita

materiale e culturale degli uomini; con esso collaborano numerose “Istituzioni specializzate” tra cui il Fondo monetario

internazionale, la FAO (Organizzazione dell’alimentazione e dell’agricoltura), l’UNESCO (organizzazione per educazione,

scienza e cultura).

d) Il “Consiglio di tutela o di amministrazione fiduciaria” era incaricato di controllare i Paesi sotto mandato dalla vecchia SDN

che non avevano ancora ricevuto l’indipendenza e tutti i territori che richiedevano allora di essere posti sotto tutela.

e) Vi erano, inoltre, una “Corte internazionale di giustizia” e un “Segretariato”.

Nella prima assemblea (10 gennaio – 14 febbraio 1946) si riuscì ad eleggere il suo presidente, i membri non permanenti del

Consiglio di sicurezza ed il segretario generale (il socialista finlandese Trygve Lie, proposto dagli americani e accettato subito dai

russi dopo veti incrociati).

Successivamente si pose il problema delle ammissioni di nuovi membri: la Spagna fu scartata per il governo del generale Franco,

l’Urss pose il veto per l’ammissione di Portogallo, Irlanda e Transgiordania perché stati cattolici e legati strettamente

all’Inghilterra, furono ammessi Afghanistan, Svezia ed Islanda; oltre a questi vi era la candidatura dei 5 Paesi satelliti dell’Asse

(Italia, Finlandia, Romania, Bulgaria ed Ungheria) che fu perorata dall’Urss in blocco ma gli Usa si opposero all’entrata dei Paesi

dell’est e non se ne fece niente.

Fu ammesso subito il neonato stato di Israele, poi l’India, il Pakistan e lo Yemen.

Dei 51 stati iniziali, al 1948 se ne poterono aggiungere solo 9 per la politica dei veti incrociati.

I primi due anni della storia dell’ONU sono estremamente deludenti, poiché i continui veti tra i membri del Consiglio di sicurezza

intopparono continuamente il funzionamento di tutta l’Organizzazione, che solo raramente riusciva ad essere evitato.

Vi furono contrasti tra anglosassoni e russi per l’Armata Rossa in Azerbaigian (ai confini con l’Iran) e i russi si lamentarono

ugualmente per le truppe anglo-americane in Grecia e in Giordania; altro problema si ebbe con la Spagna poiché l’Urss e le

democrazie popolari dell’est premevano affinchè si intervenisse direttamente nel Paese per abbattere il regime franchista

(Inghilterra ed Usa contrari e Francia a favore), in seguito la Spagna sarebbe stata ammessa soltanto nel 1956 all’ONU.

Molto pesante fu il problema dell’energia atomica: a quel tempo solo Usa, Inghilterra e Canada conoscevano il segreto

dell’energia atomica e solo gli Stati Uniti avevano alcune bombe A; i capi dei tre governi suggerirono un’azione internazionale per

scongiurare l’uso militare dell’atomica e nel febbraio 1946 fu approvata dall’Assemblea dell’ONU la creazione di una

“Commissione per l’energia atomica”, gli americani proposero un’autorità di controllo al di fuori del diritto di veto per l’uso che

veniva fatto in tutti i paesi del materiale radioattivo, i sovietici rifiutarono e proposero un controllo da parte del Consiglio di

sicurezza con la distruzione di tutte le bombe in pochi giorni.

Gli americani, naturalmente, rifiutarono e all’inizio del 1948 la Francia suggerì l’aggiornamento sine die della Commissione

dell’energia atomica.

Occupazione della Germania e trattati con i Paesi satelliti all’Asse.

Abbiamo visto che la Conferenza di Mosca dell’ottobre ’43 vide Hull, Eden e Molotov decidere la costituzione di una

“Commissione Consultiva Europea” con sede a Londra ed incaricata di proporre i principi dell’azione alleata in Germania dopo la

Guerra; il lavoro di questa commissione fu però ostacolato dagli americani, i quali ritenevano che i problemi dell’occupazione

fossero solo di ordine militare.

L’Inghilterra propose nel gennaio 1944 un accordo sulle zone di occupazione: all’Urss, che accettò subito, andava la zona est con

il 40% del territorio ed il 36% della popolazione, gli inglesi occupavano la zona nord compresa la Ruhr e gli americani a sud nei

territori limitrofi alla Francia, Berlino era ulteriormente divisa in tre zone; Roosevelt, escluso dalla Ruhr e con le comunicazioni

dell’esercito dipendenti dalla Francia, propose uno scambio delle zone inglese e americana, poi accettò il progetto nel febbraio

1945, ottenendo alcune modifiche alle due zone e l’accesso ai militari americani nei porti del nord-ovest della Germania, in zona

britannica.

Per quanto riguarda la Francia, la sua partecipazione all’occupazione era stata perorata dagli inglesi e a Yalta essa era stata

accettata da Roosevelt e Stalin; la zona di occupazione francese fu prelevata da quella inglese e, con alcune difficoltà, da quella

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americana; essa comprendeva la Saar e il Palatinato, a Berlino i sovietici non concessero parte della loro zona e quella francese fu

ottenuta solo da quelle inglese ed americana.

Il 5 giugno 1945 vi fu una dichiarazione alleata che affermava l’assunzione del potere in Germania da parte degli Alleati e così

alla conferenza di Potsdam l’occupazione della Germania era stata completamente organizzata; a questa conferenza vi furono

parecchie rivendicazioni sui territori tedeschi da parte di Olanda, Belgio, Lussemburgo, Polonia e Cecoslovacchia, in settembre De

Gaulle chiese un distaccamento della Renania e della Ruhr dalla Germania, ponendole sotto controllo internazionale, e soprattutto

chiese il distaccamento della Saar e il controllo della Francia su quella regione.

Nel luglio 1946 vi fu una parziale annessione francese della zona e nel dicembre la Francia isolò la Saar con il resto della zona di

occupazione con un cordone doganale.

Alle quattro potenze occupanti si presentavano una serie di gravi problemi di ordine politico (elaborazione di un trattato di pace,

fusione delle zone, formazione di un governo tedesco ) ed economico (riparazioni, contenimento dell’industria tedesca) e ognuno

di esse aveva soluzioni diverse.

Conformemente agli accordi di Potsdam fu organizzata a Parigi una riunione del “Consiglio dei ministri degli Esteri” a partire

dall’aprile 1945: in questa sede Molotov si espresse favorevolmente circa l’unificazione della Germania (contro il parere francese

che non voleva un’amministrazione unica in Germania) e contro le rivendicazioni francesi sulla Saar; gli anglo-americani,

favorevoli ad una unificazione amministrativa, decisero prima una unificazione economica delle loro zone di occupazione, al fine

di ridurre i costi molto elevati del loro mantenimento.

Per quanto riguarda le riparazioni, la “Commissione delle riparazioni” decisa a Potsdam si riunì a Mosca tra novembre e dicembre,

il suo atto finale si ebbe nel gennaio 1946 a Parigi.

Si decise di non effettuare riparazioni a lungo termine per non ripetere l’errore del primo dopoguerra, bensì di operare, come

abbiamo detto, massicci trasferimenti di fabbriche e macchinari dalle rispettive zone di occupazione, usando la produzione

corrente della Germania per risanare la dissestata bilancia dei pagamenti del Paese; i russi, che prelevavano anche dalla

produzione corrente e che ottenevano anche il 5% di ciò che era prelevato nelle altre zone, smantellarono fino al marzo ’46 più di

4.000 fabbriche e in seguito decisero di deportare in Unione Sovietica anche alcuni operai specializzati come “volontari”.

La Francia, anch’essa in condizioni difficili, reclamava maggiori quantità di carbone dalla Ruhr, gli anglo-americani, invece, date

le difficoltà nei trasporti e i deficit delle loro zone che pesavano sulle loro tasche, cercavano di non applicare integralmente il

piano delle riparazioni per favorire una ripresa dell’industria tedesca ed un risanamento della bilancia.

Il livello dell’economia tedesco fu fissato a circa la metà di quello della Germania del 1938.

- Per quanto riguarda i trattati con i satelliti della Germania, si è visto come a Potsdam il compito fu affidato al “Consiglio dei

ministri degli Esteri” e le proteste francesi per la clausola che prevedeva la discussione solo per quegli stati firmatari della

discussione di resa.

Si decise, quindi, che gli Usa non avrebbero partecipato alle trattative con la Finlandia e la Francia sarebbe stata ammessa solo

nelle trattative del Trattato di pace con l’Italia.

Partendo con l’elaborazione del trattato con l’Italia fatto dai Quattro alleati, si arrivò alla Conferenza di Parigi dal luglio all’ottobre

1946, che riunì i ventuno paesi che avevano contribuito alla vittoria.

La firma dei cinque Trattati ebbe luogo solennemente a Parigi il 10 febbraio 1947.

Per quanto riguarda il problema dell’occupazione di Tangeri da parte delle truppe spagnole nel giugno 1940, nel settembre 1945

gli Alleati intimarono al governo di Franco di evacuare la zona, cosa che gli spagnoli fecero immediatamente; a Tangeri tornò a

governare l’amministrazione territoriale stabilita nel ’23, anche se con più rappresentanti sovietici ed americani.

- Il trattato con l’Italia fu discusso a partire dal 18 gennaio 1946: la Francia non ebbe pretese sulla Val d’Aosta ma vi furono solo

delle piccole rettifiche di frontiera e l’annessione di due paesi di neanche cinque mila abitanti, Tenda e Briga (un plebiscito accettò

anche l’annessione alla Francia); le rivendicazioni austriache sull’Alto Adige (o sud Tirolo) non furono considerate, mentre più

pesanti furono le perdite ad est.

Le truppe jugoslave occuparono quasi tutta la Venezia-Giulia, compresa Trieste, e si ritirarono solo dopo una forte pressione

anglo-americana nel giugno 1945; gli jugoslavi erano appoggiati dai russi e per la questione si adottò un compromesso che

prevedeva l’adozione della “linea francese” proposta da Bidault, con Gorizia e Monfalcone all’Italia e la zona di Trieste divisa in

due zone sotto controllo e con uno statuto internazionale (zona A, compresa Trieste, anglo-americana e zona B jugoslava); il

Consiglio di Sicurezza dell’ONU non riuscì a nominare un governatore per le due zone, poi l’Urss e la Jugoslavia respinsero, alla

vigilia delle elezioni italiane dell’aprile ’48, una proposta alleata di cedere la zona occupata all’Italia, quindi lo status quo fu

mantenuto.

Per quanto riguarda le clausole sulle riparazioni previste dal trattato di pace, esse furono attenuate dall’atteggiamento degli anglo-

americani, i quali restituirono i beni e il naviglio confiscati all’Italia e rinunciarono al rimborso dei debiti di guerra e alle navi

assegnate loro dal trattato; l’Urss, invece, si prese il naviglio che le spettava e pose il veto per l’ammissione dell’Italia alle Nazioni

Unite.

L’esercito, la marina e l’aviazione furono limitati; le colonie di Albania ed Etiopia ridivennero indipendenti, Rodi e il 53

Dodecanneso erano resi alla Grecia, per le colonie conquistate precedentemente (Libia, Somalia ed Eritrea) non si pervenne ad

alcun accordo.

- Dal 12 settembre 1944 (armistizio russo-rumeno) la Romania era occupata dalle truppe sovietiche.

Nel febbraio ’45 vi fu un colpo di stato che spazzò via il blocco dei partiti democratici e instaurò un regime di “democrazia

popolare” filoguidato dai comunisti sovietici.

Nel dicembre 1947 re Michele fu costretto ad abdicare e successivamente il “Consiglio dei Quattro ministri degli Esteri” (Parigi,

aprile – luglio1946) fissò le frontiere rumene a quelle del 28 giugno ’40, prima dell’attacco tedesco all’Urss e l’arbitrato di

Vienna del ’40 era dichiarato nullo; quindi la Romania recuperava tutta la Transilvania ma lasciava all’Urss la Bessarabia e la

Bucovina settentrionale e alla Bulgaria la Dobrugia meridionale, ottenendo così solo un limitato sbocco sul mare.

Gli armamenti e l’esercito furono ridotti e gli Alleati si impegnarono a ritirare le forze di occupazione (non l’Urss, che manteneva

soldati necessari ad assicurare il collegamento con l’Austria occupata), i beni alleati erano restituiti ai proprietari e l’Unione

Sovietica riceveva una forte indennità.

- Per quanto riguarda la Bulgaria, la politica interna era diretta da un “Fronte patriottico” dominato dai comunisti e nel settembre

1946 un plebiscito costrinse il Re Simeone ad abbandonare il Paese.

Il trattato di pace prevedeva clausole politiche, economiche e militari simili a quelle del trattato rumeno; sul piano territoriale, la

Bulgaria otteneva la Dobrugia meridionale ai danni della Romania e non otteneva nulla nella Tracia greca, non poteva costruire

fortificazioni sul confine greco e pagava danni di guerra alla Grecia e alla Jugoslavia.

- La situazione dell’Ungheria era abbastanza particolare: dal marzo ’44 i tedeschi costituirono un nuovo governo e l’armistizio

con l’Urss si ebbe solo nel gennaio ’45, quindi le clausole della pace furono più dure: l’Austria e la Jugoslavia recuperavano i

territori persi nel ’38, l’Urss annetteva la Rutenia subcarpatica, il “primo arbitrato di Vienna” del novembre ’38 fu annullato e di

conseguenza la Cecoslovacchia riprendeva la Slovacchia meridionale e la Romania la Transilvania; l’esercito fu ridotto e la Russia

manteneva truppe di occupazione per “mantenere i rifornimenti con la zona occupata dai sovietici in Austria”, le riparazioni

furono sostanziose.

Il 5 novembre 1945 si svolsero delle libere elezioni che diedero la vittoria al partito dei piccoli proprietari, con i comunisti che non

arrivavano al 20% dei voti.

Nel febbraio 1945 vi fu un accordo con la Cecoslovacchia imposto dall’Unione sovietica che prevedeva uno scambio di

popolazioni tra slovacchi ed ungheresi; il governo di Praga era libero di espellere tutti gli ungheresi “criminali di guerra” per

slavizzare la regione, al contrario gli slovacchi in Ungheria partivano solo se essi lo desideravano; per contro gli ungheresi

cacciarono i tedeschi dal loro territorio.

- La Cecoslovacchia sembrava godere di una posizione più favorevole rispetto agli altri Paesi dell’est europeo. Nel dicembre

1943, durante l’occupazione tedesca, il presidente Benes si era recato a Mosca e aveva firmato un trattato di alleanza militare con

l’Urss che non prevedeva una pace separata dei due Paesi con la Germania; due anni dopo, nel giugno ’45, la Cecoslovacchia

cedeva all’Urss la Rutenia sub-carpatica, essendosi rafforzata la presenza comunista nel Paese.

Nonostante ciò, Benes intendeva essere una sorta di mediatore tra gli anglosassoni e l’Unione Sovietica, mantenendo

un’autonomia dai due schieramenti che si andavano formando.

Questa politica fallì quando, guidato da Gottwald, il partito comunista prese totalmente il potere con il “Colpo di Praga” nel

febbraio 1948, facendo passare la Cecoslovacchia nel campo sovietico.

- Abbastanza complessa risultava la situazione della Polonia.

A Potsdam si era parlato di uno slittamento ad ovest dei suoi confini a danno della Germania e, nonostante gli anglo-americani

considerassero ciò un accordo provvisorio, i due Paesi interessati siglarono un accordo firmato a Mosca il 17 agosto 1945 (dopo

Potsdam) che pose fine alla questione delle frontiere ad est: la Polonia lasciava tutti i territori ucraini e bielorussi all’Urss, la

frontiera seguiva quasi perfettamente la “linea Curzon” del 1919, la Prussia orientale era divisa tra i due Paesi; ad ovest i polacchi

si rifacevano prendendo dalla Germania la Pomeriana e la Slesia con tutto le sue risorse e l’industria metallurgica, fissando il

confine sull’Oder.

In questo modo la Polonia acquisiva più di 500 km. di coste sul mar Baltico e i tedeschi presenti sui nuovi territori furono espulsi

(2 milioni) e sostituiti con coloni polacchi, mentre molti furono rimpatriati dai territori ceduti all’Unione Sovietica.

Altro problema spinoso per la Polonia era quello del governo, essendoci il governo in esilio a Londra, quello di Lublino del

"Comitato polacco di liberazione nazionale” appoggiato dall’Urss.

Il governo in esilio a Londra aveva ripreso i rapporti con l’Urss dopo l’attacco tedesco ai sovietici, in seguito vi era stata la rottura

a causa della faccenda delle “fosse di Katyn” e nell’aprile 1943 le relazioni con Mosca furono nuovamente interrotte; nel gennaio

1944 compaiono i primi nuclei del “Comitato polacco di liberazione nazionale” di matrice comunista che pose la sua sede a

Lublino finchè, il 18 gennaio 1945, esso si insediò a Varsavia e prese il nome di “governo provvisorio della repubblica polacca”,

già precedentemente riconosciuto dai russi.

Precedentemente, era fallito un tentativo di unione tra i due governi in occasione della visita di Churchill a Mosca nell’ottobre ’44,

poi il progetto fu ripreso a febbraio durante la Conferenza di Yalta e iniziarono dei negoziati infruttuosi tra il governo di Londra e

Mosca (la Polonia non fu rappresentata a San Francisco e alcuni esponenti democratici furono arrestati dall’Armata Rossa);

nonostante le difficoltà i negoziati proseguirono e il 29 giugno 1945 fu costituito un “governo provvisorio polacco di unità

54

nazionale” che vedeva tuttavia occupare i posti chiave dai comunisti.

Il governo fu riconosciuto dagli occidentali, ma in realtà si trattava di una grande vittoria della diplomazia sovietica; infatti le

elezioni del 19 gennaio 1947 diedero una schiacciante maggioranza ai comunisti e i rappresentanti “londinesi” dell’ex governo

fuggirono in Inghilterra poco tempo dopo.

- Sempre nell’est europeo fonte di contrasti fu la regolamentazione della navigazione sul Danubio, fiume che parte dall’Austria e

arriva al Mar Nero; nel primo dopoguerra il fiume era controllato da una commissione europea e da una internazionale, in seguito

Hitler ne fece un fiume tedesco e, dopo la guerra, la supremazia passò sicuramente ai russi.

Su pressioni del Presidente americano Truman, che voleva abbattere le barriere doganali in Europa, a Potsdam l’Urss accettò che

nei Trattati con i “satelliti” della Germania fosse inserita una clausola che prevedeva la navigazione libera sul Danubio a tutte le

navi mercantili di tutti gli Stati, inoltre si decise la convocazione di una conferenza internazionale sul problema; essa si riunì a

Belgrado nel giugno 1948 con tutti gli Stati rivieraschi più Francia, Inghilterra e Usa: essendo gli Stati comunisti in maggioranza,

riuscì a passare il progetto sovietico che prevedeva la soppressione delle commissioni europea ed internazionale e il controllo del

fiume da parte dei soli stati rivieraschi, estromettendo così gli occidentali.

Anche la Finlandia ebbe pesanti ripercussioni dopo la sconfitta tedesca: il trattato con la Russia firmato nel settembre 1944

prevedeva la cessione ai sovietici di importanti territori e la negazione di uno sbocco sul Oceano Artico; l’esercito, la marina e

l’aviazione furono parecchio ridimensionati e fu imposto alla Finlandia il pagamento di onerose riparazioni.

Il Medio Oriente e la Lega Araba.

Le origini della Lega Araba possono senz’altro ricercarsi nel trattato del 2 aprile 1936 tra l’Arabia Saudita e l’Iraq, il “Trattato di

fraternità e di alleanza araba”, il quale prevedeva una collaborazione tra i due Paesi al fine di unificare la cultura arabo-islamica e

le organizzazioni militari.

A questa unione si associò lo Yemen, un mese dopo l’Egitto firmò un trattato di amicizia con l’Arabia Saudita; durante la Seconda

Guerra Mondiale gli inglesi, desiderosi di stabilire una zona di influenza economica in tutto il Medio Oriente, favorirono un

ulteriore unione del mondo arabo e quando l’Asse fu scacciato dall’Africa fu l’Egitto a prendere l’iniziativa dell’Unione.

Vi furono importanti incontri al Cairo dal luglio 1943 al febbraio 1944 tra rappresentanti di Egitto, Transgiordania, Siria, Iraq,

Libano e Arabia Saudita; finalmente, dal 25 settembre al 10 ottobre 1944 si riunì ad Alessandria una Conferenza preparatoria per

l’Unione degli Stati Arabi sotto la presidenza del leader egiziano Nahas Pascià.

Fu firmato un protocollo in cui si prevedeva la creazione di una “Lega degli Stati Arabi” che sarebbe stata guidata da un Consiglio

dove tutti i Paesi sarebbero stati ugualmente rappresentati e, tramite una stretta cooperazione (anche finanziaria ed economica),

avrebbe difeso la loro indipendenza da qualsiasi aggressione; sulla questione palestinese si schieravano a fianco degli Arabi di

Palestina, proponendo anche la creazione di un “Fondo nazionale arabo” per acquistare terre in Palestina.

La “Carta della Lega” fu firmata al Cairo il 22 marzo 1945 dai rappresentanti dei sei Paesi arabi.

La prima questione che la Lega araba si trovò ad affrontare, riportando un incontestabile successo, fu quella della concessione

della piena autonomia alla Siria e al Libano da parte della Francia; i francesi di De Gaulle dovevano applicare l’accordo che

prevedeva la cessione dei poteri nei due Paesi alle autorità siriane e libanesi, fino ad arrivare alla completa indipendenza.

Tuttavia la Francia voleva avere delle garanzie sui suoi interessi economici e strategici e le trattative erano svolte in un clima di

tensione; nel maggio 1945 ripresero i negoziati e, in maniera molto inopportuna, vi fu un rafforzamento delle truppe francesi sul

territorio, provocando violenti scontri e uno sciopero generale in Siria e Libano, diversi manifestanti furono uccisi.

Churchill, allora, mandò un vero e proprio ultimatum al governo di De Gaulle, invitando il presidente a far ritirare i soldati nelle

caserme per evitare scontri tra truppe inglesi e francesi nella regione; i francesi dovettero accettare a malincuore e si rafforzò l’idea

nell’opinione pubblica transalpina che l’Inghilterra approfittasse della debolezza della Francia per estrometterla dal Medio

Oriente.

In dicembre fu raggiunto un accordo franco-inglese sull’evacuazione delle truppe, Libano e Siria protestarono all’ONU per la

lentezza del ritiro e furono appoggiate soprattutto dall’Urss; la decisione delle potenze occidentali era dovuta in parte a non voler

lasciare ai sovietici un margine per estendere la loro influenza nella regione mediorientale, forse vi furono anche pressioni

americane, in ogni caso al 31 agosto 1946 vi fu la fine dell’evacuazione delle truppe franco-inglesi dal Libano e dalla Siria, ora

completamente indipendenti.

La lega araba si occupò anche della Libia, dichiarando che gli arabi si sarebbero fermamente opposti ad un “trusteeship” sulla

regione o ad un ritorno degli italiani.

- Nello stesso periodo vi fu anche uno sforzo dell’Egitto per acquistare una piena autonomia dall’Inghilterra e annettere il Sudan,

anche in ragione dell’atteggiamento “coraggioso e corretto” tenuto dagli egiziani durante la Guerra; al fine di ottenere una

completa autonomia bisognava ritrattare l’accordo del 1936, chiedendo l’evacuazione delle truppe britanniche dal Paese.

I negoziati, svolti con Bevin del nuovo governo Attlee, iniziarono nel maggio 1946 in un clima di fervore nazionalista in Egitto

con scioperi generali e scontri organizzati dal Wafd, partito che era stato di nuovo estromesso dal governo dal Re Farouk per

corruzione dopo il “colpo di stato” inglese che lo aveva portato al potere nel ’42. 55

I britannici sembrarono ben disposti ad uno spostamento di truppe dal Cairo a Suez, ma le trattative si infransero sulla questione

del Sudan, in quanto gli inglesi non intendevano cederlo così presto;

in dicembre i negoziati furono interrotti, anche grazie alle pressioni molto esigenti del Wafd e nel luglio 1947 l’Egitto fece anche

appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, senza ottenere nulla.

- Anche in Iraq vi fu un fallimento della politica inglese: questi avevano pensato di favorire la formazione della Lega Araba per

mantenere grazie ad essa una zona di influenza, rafforzata da una serie di trattati bilaterali con i Paesi dell’area mediorientale.

Con l’Iraq fu firmato un trattato nel gennaio 1948 che lasciava agli inglesi importanti vantaggi strategici sul territorio; alla notizia

della firma, gli elementi nazionalisti organizzarono una sommossa e il Consiglio dei Ministri rifiutò di ratificare l’accordo,

respingendo il nuovo trattato.

Ancora una volta la Gran Bretagna subiva uno scacco clamoroso in Medio Oriente.

Tuttavia, dopo il ritiro da Libano e Siria e il fallimento dei colloqui con l’Egitto e l’Iraq, vi fu un importante accordo con la

Transgiordania siglato dagli inglesi il 22 marzo 1946: si riconosceva la totale indipendenza della Transgiordania ma le truppe

britanniche potevano stazionare nel Paese; naturalmente vi erano privilegi economici per gli inglesi, molto legati all’emiro

Abdullah.

- In linea generale, il fallimento della politica inglese in Medio Oriente può essere attribuito all’azione indiretta dell’Urss in

questo settore: indiretta perché i partiti comunisti non erano forti nell’area, ma i sovietici intervenivano tramite la propaganda, con

le visite dei patriarchi ortodossi nei luoghi Santi, l’esaltazione dei nazionalismi e con l’influenza dei musulmani sovietici sui

musulmani del luogo; un intervento sovietico diretto si ebbe solo in Iran, Grecia e Turchia.

In Iran, com’era stato deciso alla conferenza di Teheran, si sarebbe dovuta avere l’evacuazione delle truppe occupanti sei mesi

dopo la fine della Guerra (marzo 1946), gli inglesi si dissero d’accordo ma i sovietici mantennero le loro forze, sostituendo i

militari a Teheran con dei civili;

nell’agosto 1945 il partito filo-comunista “Tudeh” organizzò in Azerbaigian una rivolta, impadronendosi degli edifici pubblici con

l’appoggio delle truppe sovietiche.

Il 12 dicembre 1945 fu proclamata la “Repubblica autonoma di Azerbaigian”, escludendo ogni ingerenza da parte del potere

centrale di Teheran e ponendo gli anglosassoni di fronte al fatto compiuto; pochi giorni dopo, sempre con l’appoggio sovietico,

nacque la “Repubblica popolare curda” e nell’aprile ’46 i due nuovi governi firmarono un trattato di alleanza militare.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, investito dall’Iran del problema, manifestò la propria impotenza proponendo dei negoziati

diretti russo-iraniani; questi si svolsero nel febbraio ma non approdarono a nulla di concreto e, quando nel marzo le truppe anglo-

americane evacuarono l’Iran, quelle sovietiche rimasero nel Paese.

Il Consiglio di Sicurezza discusse nuovamente il problema e i russi decisero improvvisamente di ritirarsi, siglando il 14 giugno

1946 un accordo con il governo iraniano che prevedeva il ritiro dell’Armata Rossa; la vittoria sovietica più importante fu che

l’Iran accettò di esercitare in pratica una sovranità solo nominale in Azerbaigian e che alcuni membri del partito “Tudeh” furono

ammessi nel governo di Teheran, avvicinando sempre più il paese alla sfera d’influenza russa.

La reazione anglo-americana non si fece attendere e capovolse completamente la situazione: in agosto gli inglesi favorirono nel

sud del Paese delle rivolte contro il partito “Tudeh”, riuscendo ad ottenere l’espulsione dei ministri filo-comunisti dal governo e

l’arresto di molti esponenti a Teheran.

Sentendosi appoggiato dagli anglo-americani, il governo iraniano decise di riconquistare l’Azerbaigian; qui le truppe di Teheran

furono accolte con entusiasmo dalla popolazione scontenta del regime e il 14 dicembre 1946 il governo comunista azero crollò,

molti ministri furono fucilati.

In questa occasione è difficile spiegare la mancata reazione russa, forse a Mosca vi era ancora la speranza della ratifica

dell’accordo di giugno che implicava importanti concessioni petrolifere; ma, sotto pressione anglo-americana, il parlamento

iraniano non ratificò l’accordo e ancora una volta i russi non intervennero, lasciando campo libero all’invio di una missione

militare americana in Iran.

- In Turchia, la pressione sovietica fu egualmente molto forte.

I sovietici fecero pressanti richieste alla Turchia circa la modifica della “Convenzione di Montreax” sugli Stretti del 1936 e sulla

restituzione dei distretti di Kars e Ardahan, ceduti ai turchi dopo la lotta del neo stato sovietico con Ataturk.

Nel novembre 1945, su iniziativa di Truman, vi fu ai russi una proposta turco-anglo-americana che prevedeva la libertà di

navigazione per le navi da guerra dei Paesi rivieraschi sul Mar Nero (ricordiamo che Montreux stabiliva dei limiti alla circolazione

delle navi da guerra sugli stretti, anche se con dei vantaggi per i Paesi rivieraschi); i russi rifiutarono questa proposta e chiesero

che la difesa degli Stretti potesse essere assicurata dalla Russia e dalla Turchia insieme, ciò che gli avrebbe permesso di

controllare gli Stretti, da sempre sogno della politica estera degli Zar.

Gli occidentali, naturalmente, rifiutarono fermamente e la pressione sovietica si spostò sulla questione di Kars e Ardahan,

pressando per un “orientamento più amichevole della politica estera turca”; queste velate minacce suscitarono la promessa di un

aiuto militare americano alla Turchia.

- In Grecia si sviluppò un pericoloso focolaio e il Paese divenne terreno di scontro tra i comunisti e i monarchici appoggiati dal

governo inglese; ricordiamo che, secondo gli accordi di Mosca tra Churchill e Stalin dell’ottobre ’44, la Grecia faceva parte della

zona di influenza anglosassone e l’Urss non intervenne direttamente, bensì si pensa che sicuramente appoggiò i comunisti greci

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dietro azioni degli jugoslavi e dei bulgari.

Durante l’occupazione italo-tedesca si svilupparono in Grecia gruppi di resistenza partigiana, dei quali il principale era il

comunista EAM (Fronte di Liberazione Nazionale); essi si opponevano al governo monarchico rifugiato al Cairo.

Dopo la capitolazione italiana, i gruppi si impossessarono delle armi e si accrebbero i contrasti tra partigiani comunisti e moderati;

tuttavia nell’ottobre 1944 gli inglesi occuparono Atene ed imposero alle forze partigiane l’autorità del governo greco, cercando di

mantenere l’ordine in attesa delle organizzazione di libere elezioni.

Queste elezioni si ebbero il 31 marzo 1946 sotto la sorveglianza di osservatori internazionali, non russi; i monarchici ebbero la

meglio e la vittoria fu confermata anche da un successivo plebiscito; il re Giorgio II rientrò ad Atene, ma l’EAM dichiarò che le

elezioni erano state falsate dagli anglosassoni per instaurare un governo monarchico-fascista non voluto dal popolo greco.

La questione fu affrontata dall’ONU nel maggio del ’47 ma non si ebbe alcuna conclusione; all’inizio del ’47, quindi, la guerra

civile tra i due opposti schieramenti continuava furiosamente nel Paese.

Il dopoguerra in Estremo Oriente.

Dopo la capitolazione giapponese, gli americani proposero la creazione di una “Commissione consultiva per l’Estremo Oriente”

con la partecipazione di Cina, Urss, Inghilterra, Canada, Australia, Francia, Olanda, Nuova Zelanda e Filippine (“consultiva”

poiché gli Usa rifiutavano di dividere la propria autorità sul Giappone con gli altri alleati); vi furono per questo delle proteste

inglesi, che reclamava poteri deliberanti e la partecipazione autonoma dell’India, e successive proteste sovietiche sulla gestione

dell’occupazione americana in Giappone.

Durante la Conferenza dei Ministri degli Esteri che si tenne a Mosca nel novembre – dicembre 1945 fu istituita la “Commissione

per l’Estremo Oriente” con i Paesi suddetti e l’India, con sede a Tokyo e a Washington, inoltre fu creato un “Consiglio alleato per

il Giappone” presieduto da Mac Arthur e con un membro cinese, uno sovietico ed uno per Inghilterra, Australia, Nuova Zelanda e

India; questo Consiglio aveva lo scopo di assistere Mac Arthur che, in realtà, rappresentava in Giappone l’unica autorità del potere

esecutivo e le due Commissioni non ebbero che un ruolo molto ristretto.

Forte fu la tensione tra Mac Arthur e il delegato sovietico, spesso appoggiato dal cinese e dall’inglese contro la politica dittatoriale

del generale americano; in queste condizioni fu impossibile negoziare nelle due Commissioni un trattato di pace per il Giappone.

La politica degli Usa sul Giappone fu presentata in un documento accettato dal presidente Truman pochi giorni dopo la resa

nipponica: esso prevedeva la democratizzazione dello Stato giapponese, la distruzione dei grandi consorzi familiari dominanti e

l’organizzazione dell’occupazione militare anche al fine di assicurare il prelievo delle riparazioni.

Per quanto riguarda il territorio, il Giappone perdeva tutti i territori sul continente asiatico:

la Cina acquistava la Manciuria e l’isola di Formosa, la Corea sarebbe divenuta indipendente, l’Urss otteneva parecchi vantaggi,

riacquistava i diritti anteriori alla sconfitta del 1905 (se la Cina fosse stata d’accordo), riprendeva Port Arthur e le isole Curili, in

Mongolia Esterna si manteneva lo status quo e le ferrovie della Manciuria sarebbero state amministrate da una società Cino-

sovietica;

il Giappone perdeva anche i territori presi alla Germania nel 1914.

- La sconfitta giapponese, in teoria, restituiva al Kuomintang di Chiang Kay-shek tutti i territori cinesi anteriori al 1932, tuttavia il

problema fu l’azione dell’Urss in Manciuria e la guerra civile che vedeva contrapposto il partito nazionalista con i comunisti di

Mao Tsè-tung.

Il 14 agosto 1945 furono siglati 5 importanti accordi cino-sovietici riguardanti anche la Manciuria.

Vi era un’alleanza diretta contro il Giappone, l’istituzione di una compagnia russo-cinese per la ferrovia in Manciuria,

l’amministrazione in condominio di Port Arthur con la difesa affidata all’Urss, la regolazione dei problemi nelle province orientali

della Cina occupate dalle forze sovietiche; scambi di note decisero che la Manciuria e il Sinkiang sarebbero rimasti cinesi, mentre

la sorte della Mongolia Esterna sarebbe stata decisa da un plebiscito.

Tuttavia la situazione in Manciuria non fu semplice: i russi occuparono rapidamente l’intera Manciuria e fecero prigionieri

600.000 giapponesi, inoltre dichiararono di voler smantellare tutte le industrie giapponesi nella regione (industrie pesanti che

sarebbero andate pericolosamente in mano cinese) e facilitarono la penetrazione di comunisti cinesi nella regione, i quali si

impadronirono di enormi quantità di armi giapponesi, utili nella loro lotto contro Chiang Kay-shek.

In Manciuria furono creati dappertutto dei “governi del popolo”, il governo nazionale cinese reagì penetrando in parte della

Manciuria e i russi accettarono per il momento questa situazione; alla conferenza di Mosca nel dicembre 1945 non si pervenne ad

alcun accordo tra russi ed americani sulla data di evacuazione della Cina.

I russi completarono l’evacuazione della Manciuria nell’aprile 1946, subito dopo si consolidarono le posizioni: i comunisti cinesi

crearono uno Stato autonomo al nord, operando però anche azioni di disturbo nella Manciuria del sud controllata dalle truppe

nazionaliste.

Ma il conflitto tra le due fazioni si estendeva dappertutto in Cina; gli americani tentarono di arrivare ad una mediazione e per tutto

il ’46 il generale Marshall fu nel Paese per mediare un accordo tra comunisti e nazionalisti; nondimeno, il governo americano

forniva enormi quantità di materiale bellico a Chiang Kay-shek e questo portò alle proteste dei comunisti e alla rottura del “cessate

il fuoco” che Marshall era riuscito ad ottenere; inoltre i nazionalisti, forti dell’appoggio americano, non avevano alcuna intenzione

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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dei trattati e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Rossi Gianluigi.

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