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ANSCHLUSS E CRISI CECOSLOVACCHE (1937-39).

Gli “Accordi di Pasqua” e l’Anschluss.

Durante il 1937 non vi fu alcuna nuova aggressione e questo periodo sembra essere caratterizzato dall’atteggiamento di

“Appeasement” (pacificazione) adottato dall’Inghilterra di Chamberlain, fautore delle concessioni a Hitler e Mussolini per

mantenere la pace, portando ad una distensione favorita dalla necessità del Fuhrer di aumentare i propri armamenti.

- Sul fronte della guerra di Spagna, fallita la politica del non intervento, si ebbe nel febbraio un accordo tra le quattro

potenze per effettuare pattugliamenti navali e impedire l’arrivo di armi e volontari sulle coste spagnole; a seguito di attacchi

navali Italia e Germania si ritirarono dall’accordo e pochi mesi dopo, nel corso dell’estate, navi mercantili dei governativi

furono attaccate da “sottomarini sconosciuti” ma che erano in realtà di nazionalità italiana.

Si tenne dunque, nel settembre 1935, la conferenza di Noyon in cui inglesi e francesi si facevano garanti contro questi atti di

“pirateria” nel Mediterraneo; quando ad essi si unì anche l’Italia i misteriosi sottomarini scomparvero.

- Ma il 1937 fu segnato, nonostante questi avvenimenti, dal riavvicinamento anglo-italiano dopo la tensione dell’anno

prima a causa della questione etiopica; Chamberlain e i francesi volevano staccare l’Italia dalla Germania prima della firma

di una vera e propria alleanza.

A gennaio 1937 fu firmato un “Gentlemen’s agreement” in cui i due paesi si impegnavano a mantenere lo status quo nel

Mediterraneo (paura franco-inglese per eventuali concessioni territoriali di Franco all’Italia) ma il progetto inglese non ebbe

tanto successo poiché in estate i sottomarini italiani attaccavano le navi britanniche.

L’accordo fu poi ulteriormente sviluppato all’inizio del 1938, poco prima dell’occupazione tedesca dell’Austria e dopo gli

avvenimenti di pirateria nel Mediterraneo.

Il nuovo “gentlemen’s agreement” fu firmato nell’aprile 1938 (“Accordi di Pasqua”): in generale esso prevedeva relazioni

amichevoli permanenti tra i due Paesi, regolava le questioni nell’AOI, in Arabia Saudita e nello Yemen, proibiva ogni

propaganda ostile e permetteva l’accesso di navi italiane attraverso il canale di Suez anche in guerra ma, soprattutto,

Mussolini ottenne il sospirato riconoscimento inglese sulle conquiste italiane in Etiopia in cambio dell’impegno a non

ottenere vantaggi territoriali, commerciali o economici particolari in Spagna.

Ma contrariamente ai piani anglo-francesi vi fu in quell’anno un rafforzamento dell’Asse Roma-Berlino; Mussolini fu

pressato da visite di Von Neurath, Goring e Von Ribbentrop in Italia che chiedevano l’adesione di Roma al patto anti-

Komintern.

L’Italia aveva buoni rapporti con l’URSS e il Duce si convinse solo in settembre, in occasione di un viaggio in Germania in

cui parlò ad una folla enorme in favore dell’amicizia italo-tedesca, in novembre Mussolini firmò il patto anti-komintern.

Approfittando di questo ulteriore avvicinamento e dell’impegno dell’esercito italiano in Africa e soprattutto in Spagna,

Hitler decise di concludere l’Anschluss con l’Austria; del resto lo stesso Mussolini, firmando il patto anti-Komintern, aveva

dichiarato che l’Austria era “un paese tedesco per razza, lingua e cultura…l’interesse italiano non è più così vivo, anche per

lo sviluppo imperiale che ha fatto convergere l’attenzione sul Mediterraneo e sulle colonie… in caso di crisi in Austria,

l’Italia non agirà…bisogna informarsi reciprocamente delle azioni future”.

In questo modo Mussolini dava praticamente mano libera ad Hitler, il quale si sentì autorizzato dalla politica di

Appeasement adottata ancora da Inghilterra e Francia, nonostante l’Italia.

Il passo successivo del Fuhrer fu quello di convocare il cancelliere austriaco Schuschnigg a Berchtesgaden, dove egli fu

violentemente attaccato e minacciato e indotto a nominare come Ministro degli Interni il nazista Seyss-Inquart.

Per scongiurare il pericolo, Schuschnigg decise di indire un plebiscito sull’annessione; Hitler temeva il risultato e fu indotto

a passare alle minacce esplicite: il plebiscito fu annullato, Schuschnigg si dimise e al suo posto andò Seyss-Inquart il quale,

il 12 marzo 1938, fece appello alle truppe tedesche che varcarono la frontiera. Una successiva legge unì i due stati.

Le reazioni delle potenze furono pressoché nulle: l’Inghilterra consigliò all’Austria di non reagire e la Francia si limitò ad

una protesta del suo ambasciatore, frenata dall’atteggiamento inglese e dalla crisi di governo interna.

Mussolini non rispose alle richieste d’aiuto austriache; tuttavia in Italia cominciò proprio allora a nascere una certa

diffidenza verso la Germania nazista e, nonostante i legami sempre più stretti che si andavano instaurando tra le due

dittature, nell’aprile 1938 fu iniziata la costruzione nel nord Italia di un sistema difensivo detto “Vallo del Littorio” contro

un eventuale attacco tedesco.

Crisi cecoslovacca e Conferenza di Monaco.

Il secondo obiettivo di Hitler era la Cecoslovacchia.

In questo paese, nella regione dei Sudeti, vivevano più di tre milioni di Tedeschi in buona armonia con i cechi; la zona era

fortemente industrializzata e militarizzata.

Il partito “Sudeten Deutsche Partei”, diretto da Henlein, raccoglieva la gran parte degli abitanti.

La Cecoslovacchia aveva un trattato di alleanza con la Francia del 1924 che prevedeva un aiuto automatico in caso di

attacco tedesco, ed un altro con l’URSS stipulato nel 1935 di assistenza militare valido se anche la Francia avesse

mantenuto i suoi impegni; per quanto riguarda i Russi, però, vi era anche il problema che Romania e Polonia impedivano il

passaggio dell’Armata Rossa sui loro territori.

Inoltre la Cecoslovacchia faceva parte con Jugoslavia e Romania della “Piccola Intesa”, diretta però più contro l’Ungheria e

non si applicava in caso di aggressione tedesca.

Dopo l’Anschluss la situazione nei Sudeti cominciò ad essere più tesa e nell’aprile 1938 il partito di Heinlen fece approvare

un programma in cui si chiedeva alla Cecoslovacchia la costituzione di un governo autonomo nella zona dei Sudeti e la

libertà di aderire all’ideologia nazista.

In Francia salì agli Esteri Bonnet, fautore della politica di appeasement sostenuta dall’Inghilterra, quindi i due governi

consigliarono ai cechi di intraprendere trattative dirette con il partito di Henlein con “spirito di comprensione”.

Tuttavia, nel maggio 1938, il governo ceco mobilitò una classe di riservisti e una guerra fu scongiurata solo per l’intervento

energico dell’Inghilterra, la quale fece capire ai francesi in questa occasione che sarebbe intervenuta solo in caso di

aggressione tedesca alla Francia e non per salvare la Cecoslovacchia; Hitler non si mosse e le misure furono revocate.

L’azione di pacificazione svolta dal governo inglese continuò con l’invio a Praga di Lord Runciman come mediatore tra il

governo ceco e il partito di Henlein; a causa anche di preparativi militari in Germania il governo ceco si rassegnò a

soddisfare quasi tutte le richieste di Henlein ma, l’inizio della crisi si ebbe con l’entrata in scena ufficiale di Hitler nella

contesa, fatta nel settembre 1938 con il discorso a Norimberga davanti a una folla immensa.

Egli attaccò violentemente il governo ceco e disse che la Germania si sarebbe incaricata di riparare ai torti che i Tedeschi

subivano nei Sudeti; il giorno dopo Henlein ruppe le trattative con il governo e chiese pubblicamente l’annessione al Reich

mentre Runciman si ritirava.

Come ultima mossa diplomatica Chamberlain cercò un riavvicinamento anglo-tedesco e, in un incontro con Hitler, affermò

di ammettere l’autodeterminazione dei tedeschi del Sudeti.

Successivamente vi fu una consultazione tra i governi inglese e francese, quest’ultimo era diviso sul da farsi e ancora una

volta l’appeasement inglese ebbe la meglio; il 21 settembre ’38 il governo ceco accettò, sotto la prospettiva chiara di un non

intervento della Francia in suo aiuto, un piano anglo-francese per cui le regioni abitate da più di 50% di tedeschi sarebbero

state annesse al Reich.

Nonostante queste enormi concessioni Hitler definì il piano “inaccettabile”, anche i cittadini polacchi e ungheresi dovevano

essere vendicati contro i soprusi del governo ceco; il 27 egli fece sapere che avrebbe decretato la mobilitazione generale per

il giorno dopo.

Poche ore prima della scadenza dell’ultimatum Chamberlain fece un ultimo tentativo e invitò Hitler e Mussolini a

partecipare ad una conferenza sulla questione ceca con i capi di stato francese e inglese; convinto in extremis da Mussolini,

che non essendo pronto per la guerra era felice di poter fare la parte del mediatore, Hitler fissò la sede a Monaco.

La Conferenza di Monaco si tenne il 29 settembre 1938 e vi parteciparono Hitler con Von Ribbentrop, Mussolini e Ciano,

Chamberlain e Daladier assistito da François-Poncet.

Daladier disse subito che non poteva nascere alcun accordo se vi era l’intenzione di far scomparire la Cecoslovacchia,

mentre si poteva negoziare la cessione dei Sudeti.

Dopo dodici ore di trattative furono accolte tutte le richieste di Hitler mentre Francia e Inghilterra garantivano con un

accordo le frontiere dello stato cecoslovacco; la zona dei Sudeti passava alla Germania ed entro dieci giorni i cechi

avrebbero dovuto andarsene, negli altri territori indicati da una Commissione Internazionale abitati da tedeschi si sarebbe

operato un plebiscito.

La Conferenza di Monaco, se da una parte aveva temporaneamente salvato la pace in Europa, dall’altra aveva totalmente

distrutto il sistema di alleanze della Francia, che aveva perduto buona parte del suo prestigio abbandonando un paese con

cui era alleata mentre le piccole nazioni avevano fondati timori sulla costituzione di un “direttorio delle grandi potenze” ai

loro danni.

In Germania il successo e la credibilità di Hitler erano alle stelle.

L’Inghilterra volle concretizzare il risultato firmando lo stesso giorno un trattato di non aggressione con la Germania, senza

consultare la Francia, ma in patria Chamberlain trovava serie opposizioni dai conservatori di Churchill.

Per iniziativa francese fu firmato un accordo simile anche tra la Germania e la Francia, portando un certo clima di

distensione in Europa che fu però scosso dalla “notte dei cristalli”, una campagna di assassinii contro gli ebrei provocata in

Germania dall’assassinio di un segretario dell’ambasciata tedesca a Parigi per mano di un ebreo tedesco. Roosevelt richiamò

in patria l’ambasciatore a Berlino per l’indignazione.

Rispettivamente nei mesi di ottobre e novembre anche la Polonia e l’Ungheria ottennero la cessione di territori ex

cecoslovacchi: la Polonia lanciò un ultimatum ai cechi nonostante le minacce russe e francesi e ottenne la regione di

Teschen, l’Ungheria beneficiò di un “arbitrato” italo-tedesco che le concesse un vasto territorio a sud abitato da un milione

di abitanti.

In conseguenza a questi traumi nei mesi successivi la Cecoslovacchia subì una sorta di disgregazione interna e si

costituirono governi autonomi in Slovacchia e in Rutenia.

Hitler decise di completare il lavoro: convocò a Berlino il presidente Hacha e, dopo una notte di minacce sulla popolazione

di Praga, il presidente cecoslovacco firmò un documento che poneva il suo paese sotto la protezione della Germania.

Praga fu occupata il 15 aprile, la Boemia e la Moravia, primi territori non tedeschi conquistati da Hitler per assicurare alla

Germania lo “spazio vitale”, furono considerati un “protettorato tedesco” così come la Slovacchia, mentre la Rutenia fu

subito occupata dagli ungheresi.

Infine, dopo un nuovo ultimatum, il 22 marzo la Germania annetteva la città lituana di Memel.

Contrasto italo-francese e occupazione dell’Albania.

Nel maggio 1938 Mussolini aveva rifiutato di firmare un accordo con la Francia, essa allora riconobbe la conquista italiana

dell’Etiopia per tentare un riavvicinamento ma alla fine dell’anno il contrasto tra i due paesi si accentuò; a novembre si

ebbero le manifestazioni indegne del parlamento che con le loro urla misero inaspettatamente al corrente la Francia delle

rivendicazioni italiane su Tunisi, Gibuti e la Corsica.

François-Poncet, nuovo ambasciatore francese in Italia, chiese spiegazioni e Ciano per tutta risposta denunciò a dicembre

gli “Accordi di Roma” del 1935; la reazione francese fu ferma e immediata, Daladier fece un viaggio dimostrativo in

Corsica e Tunisia dove fu ben accolto.

Dopo un timido tentativo di mediazione l’Inghilterra disse che avrebbe garantito la Francia non solo contro un attacco

tedesco ma anche contro uno italiano.

In seguito, favorito dal prudente non intervento adottato da Francia e Gran Bretagna, il generale Franco riuscì a sottomettere

i governativi e nel marzo 1939 Madrid cadde; Mussolini volle approfittare dell’effetto psicologico che la vittoria di Franco

poteva suscitare in Francia (ora circondata da Stati dittatoriali) e fece delle proposte sui problemi di Gibuti e della Tunisia

che il governo francese respinse con fermezza ricordando che era stato lo stesso Mussolini a denunciare gli “Accordi di

Roma”.

Intrappolato, come abbiamo già detto, da questa politica di rivendicazioni territoriali, il Duce si rivolse bruscamente verso

l’Albania, Paese soggetto dal 1921 alla netta influenza italiana;

Ciano aveva fatto in gennaio un viaggio in Jugoslavia dove Stojadinoviç, temendo mire tedesche sulla Croazia, gli aveva

dato il via libera in Albania.

Imitando i metodi di Hitler, Mussolini ordinò il 7 aprile 1939 l’invasione dell’Albania.

Il re Zog fuggì, lo stato fu reso un protettorato italiano e si ebbe l’unione delle due corone; la Germania era stata

preventivamente avvisata e l’intesa tra i due dittatori aumentava.

CRISI POLACCA E DICHIARAZIONE DI GUERRA.

La fine dell’Appesasement. Garanzie franco britanniche.

La conseguenza più rilevante dell’invasione tedesca in Slovacchia del 15 marzo fu il netto cambiamento di rotta della

politica inglese.

L’appello simil-legale fatto da Hacha non costringeva Francia ed Inghilterra ad intervenire (visto che avevano garantito le

frontiere del nuovo stato cecoslovacco a Monaco), ma due giorni dopo l'aggressione Chamberlain disse al Parlamento che

non ci si poteva più fidare di Hitler e iniziò con l’appoggio della Francia delle conversazioni militari, dando entrambi i

Paesi una serie di garanzie ai paesi che sembravano più esposti ad un nuovo attacco nazista:

il 6 aprile la Gran Bretagna annunciò un’alleanza militare con la Polonia, pochi giorni dopo anche la Francia confermò

l’alleanza franco-polacca; il 13 i due stati davano la garanzia anche a Romania e Grecia, a maggio l’Inghilterra firmò con la

Turchia una dichiarazione di mutua assistenza, mentre la Francia, per ottenere l’alleanza turca, fu costretta a cedere il

sangiaccato di Alessandretta, una regione abitata da Turchi a nord della Siria e sotto mandato francese.

Un vero trattato di alleanza franco-anglo-turco fu firmato solo nell’ottobre 1939.

Dopo la presa di Praga, la Polonia era certamente il paese più minacciato; nell’ottobre 1938 i tedeschi chiesero amichevoli

conversazioni sulla possibilità di un passaggio di Danzica al Reich e della costruzione di strade e ferrovie di comunicazione

dotate di extraterritorialità.

Le proposte furono ripetute a gennaio e marzo ’39, e con la stessa cortesia della domanda la Polonia rifiutò in ogni

occasione: Von Ribbentrop cercava di spingere la Polonia in una sorta di alleanza contro l’URSS, il colonnello Beck, da

parte sua, cercava di bilanciare l’atteggiamento polacco con entrambe le potenze per non subire degli attacchi da una delle

due; tutto questo senza informare la Francia dei contatti diplomatici con Berlino e Mosca.

La situazione cambiò dopo il 15 marzo. Nei giorni seguenti Von Ribbentrop intimò alla Polonia di unirsi al blocco anti-

sovietico e furono poste minacciose rivendicazioni su Danzica, Beck rifiutò fermamente e in aprile vi furono le garanzie

franco-inglesi.

La situazione si inasprì quando Hitler, in risposta ad un appello di non aggressione rivolto a lui e a Mussolini dal presidente

americano Roosevelt, pronunciò alla fine di aprile un discorso in cui attaccava violentemente la Polonia e denunciava il

trattato navale anglo-tedesco e l’accordo con la Polonia del ’34, rivendicando apertamente l’annessione totale di Danzica.

Il giorno dopo il governo britannico faceva adottare ai Comuni il servizio militare obbligatorio.

Il Patto d’Acciaio e i negoziati dell’URSS.

- Prima di procedere ad un eventuale attacco, Hitler voleva assicurare l’alleanza con l’Italia, firmando una vera e propria

alleanza militare.

Le proposte di Von Ribbentrop durante tutto il ’38 si infransero nei rifiuti di Mussolini, tuttavia, a causa dell’alleanza

militare francese con l’Inghilterra, il Duce decise di accettare nel gennaio 1939 e la decisione non mutò neanche dopo

l’invasione tedesca della Slovacchia.

Il 22 maggio 1939 fu firmato da Ciano e Von Ribbentrop il “Patto d’Acciaio”, un trattato offensivo che legava le due

potenze ad un intervento immediato nel caso in cui una delle due si fosse trovata in azioni belliche, anche di attacco.

Mussolini sperava che la Germania volesse ritardare la guerra almeno fino al ’43 ma Hitler fece capire a Ciano che le

ostilità sarebbero cominciate quello stesso anno; successivamente fu concluso un accordo circa il Tirolo meridionale e le

popolazioni tedesche abitanti nella zona dovettero scegliere tra l’emigrazione in Germania e la cittadinanza italiana, la

Germania, in cambio, ebbe successivamente una zona franca nel porto di Trieste.

- Sia la Germania che le democrazie occidentali cercarono di portare l’URSS nei loro rispettivi campi e fino all’agosto

1939 la scelta dei sovietici non era ancora fatta, sviluppando negoziati paralleli con entrambi i contendenti.

Dopo l’invasione della Cecoslovacchia, l’URSS sembrò orientarsi verso una collaborazione con le democrazie e iniziò

scambi di opinioni con l’Inghilterra; gli inglesi volevano tirare il negoziato per le lunghe per la giusta intuizione che la

guerra non sarebbe scoppiata finché la Russia non avesse reso chiara la sua posizione, data la paura della “guerra su due

fronti” dello Stato Maggiore tedesco.

I sovietici cercavano una vera alleanza militare, l’Inghilterra voleva solo una garanzia russa sulla Polonia e la Romania ma

non sarebbe stata disposta ad una guerra se l’URSS fosse stata attaccata; la situazione ebbe una svolta quando Litvinov

(favorevole al sistema della sicurezza collettiva) fu sostituito dalla carica di “Commissario del Popolo agli Esteri” e al suo

posto, il 3 maggio, subentrò Molotov. Pochi giorni dopo inglesi e francesi fecero chiaramente capire alla Russia che non

sarebbero entrate automaticamente in guerra se questa fosse stata attaccata, tuttavia proposero dei patti di mutua assistenza

in caso di attacchi tedeschi contro Polonia, Romania, Grecia, Turchia e Belgio; poiché tra questi paesi non erano compresi i

paesi baltici e non vi era ancora una volta un chiaro accordo militare, Molotov rifiutò.

A questo punto, nell’agosto ’39, Francia ed Inghilterra accettarono di inviare in Russia delle delegazioni militari e navali

(gli inglesi avevano l’ordine di tenersi sul vago e guadagnare tempo), Molotov protestò per lo scarso potere di negoziazione

dei delegati, ma l’intoppo più grande si ebbe a causa del rifiuto della Polonia (nonostante le forti pressioni franco-inglesi

che arrivarono al punto di denunciare l’alleanza) di consentire il passaggio delle truppe russe sul suo territorio. L’accordo

non si trovava e dopo pochi giorni Von Ribbentrop arrivò a Mosca e concluse le trattative segrete russo-tedesche con un

accordo storico.

I primi contatti russo-tedeschi iniziarono ad aprile con conversazioni di carattere economico; dopo la nomina di Molotov

furono i russi a fare le prime avances, mantenendosi da principio sul vago per capire gli umori tedeschi e per le

contemporanee trattative con gli alleati.

In giugno i tedeschi accettarono di stipulare un accordo economico ma fu solo alla fine di luglio che i russi fecero delle

proposte precise su di un trattato di carattere politico; i tedeschi li convinsero di come la Germania poteva offrire all’URSS

molti più vantaggi dell’Inghilterra.

Durante il mese di agosto Von Ribbentrop cercò di stringere i tempi sia perché Hitler aveva deciso di attaccare la Polonia il

1° settembre, sia perché vi era una certa preoccupazione sulle trattative militari intraprese dalle democrazie.

Von Ribbentrop arrivò a Mosca e lo stesso giorno, il 23 agosto 1939, fu firmato il “Patto Von Ribbentrop-Molotov”,

immediatamente operante e valido per 10 anni.

Il Patto comprendeva un Trattato di non aggressione in cui i due paesi si impegnavano a non partecipare ad alcuna azione di

aggressione contro l'altro, a non unirsi con potenze ostili e a risolvere i loro conflitti per mezzo dell’arbitrato; vi era anche

un protocollo segreto che era in realtà molto più importante poiché stabiliva le zone d’influenza dei due Paesi:

la zona d’influenza russa comprendeva la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia e rimarcava l’interesse sovietico sulla

Bessarabia; l’influenza tedesca si sarebbe estesa sulla Lituania.

I due Stati non affermavano la volontà di mantenere uno Stato polacco indipendente.

L’attacco alla Polonia e la dichiarazione di guerra.

Abbiamo visto come, dopo l’invasione della Cecoslovacchia, Hitler avesse cambiato il suo atteggiamento verso la Polonia,

fino ad arrivare al discorso al Reichstaag in cui denunciava il Trattato tedesco-polacco.

Dopo questi avvenimenti iniziarono in Polonia incidenti causati dai tedeschi residenti; i polacchi decisero di intensificare i

rapporti con la Francia e in maggio si ebbe un accordo militare ma Bonnet (strenuo fautore della pace e delle concessioni

alla Germania simili alla farsa di Monaco) ottenne che il trattato militare entrasse in vigore dopo aver concordato un

accordo politico, cosa che avvenne quasi inutilmente solo il 4 settembre.

Fino alla metà di agosto a Danzica si moltiplicarono le sfilate e le parate naziste, poi dal 24 agosto, dopo la firma del Patto

Ribbentrop-Molotov, gli eventi precipitarono.

Hitler diede l’ordine di attacco alla Polonia il 25 ma poi ebbe un ripensamento, probabilmente a causa di una lettera di

Mussolini che gli spiegava l’impreparazione militare dell’Italia ad entrare in guerra ed un’altra in cui faceva richieste

esorbitanti anche per la produzione tedesca (ma si ritiene che in questa seconda lettera Ciano e Attolico abbiano

appositamente gonfiato le richieste per non far entrare il paese in guerra e sfruttare i vantaggi della neutralità), nonché per la

firma in quel giorno del trattato di alleanza anglo-polacco annunciato in aprile.

Il governo inglese tentò un ultimo tentativo di pace proponendo una mediazione diretta tra la Polonia e la Germania; Hitler

accettò l’incontro con un plenipotenziario polacco che, non essendo Beck stato avvisato per tempo dal governo inglese, si

presentò solo la sera del 30 (e non era neanche un plenipotenziario ma un semplice ambasciatore).

All’alba del 1° settembre 1939 l’esercito tedesco invadeva la Polonia

L’ultimo tentativo di pace si ebbe il 31 da parte di Mussolini che, umiliato dalla confessione della sua debolezza militare,

propose la riunione di una conferenza internazionale; il progetto fallì poiché gli inglesi chiesero che prima di trattare le

truppe tedesche avessero evacuato la Polonia.

Mussolini rifiutò di mantenere la sua proposta definendo quest’atteggiamento una “idiozia”.

Il governo francese ordinò la mobilitazione generale il 1°settembre, la Camera dei Comuni si indignò per i ritardi di

Chamberlain (dovute solo alle incertezze francesi); il 3 settembre Francia ed Inghilterra lanciarono un ultimatum al governo

tedesco che scadeva il giorno stesso.

Essendo stati entrambi respinti, il Regno Unito e la Francia dichiararono guerra alla Germania.

LA FASE EUROPEA DELLA GUERRA.

La sconfitta polacca e la “drole de guerre”.

Naturalmente, durante la guerra la diplomazia ebbe un ruolo secondario e tutto si ridusse ad una questione di forza, tutt’al

più essa servì per rafforzare le alleanze esistenti.

L’offensiva tedesca in Polonia fu folgorante, grazie all’uso combinato dell’aviazione e della penetrazione dei carri armati in

profondità nel territorio nemico.

Gli accordi Von Ribbentrop-Molotov avevano portato ad un piano prestabilito di spartizione della Polonia e l’intervento

russo si ebbe il 16 settembre, con il pretesto della difesa delle popolazioni ucraine e bielorusse dopo il disfacimento dello

Stato polacco; i russi avanzarono velocemente e senza subire grandi perdite, provocando anche l’irritazione dei tedeschi.

Il 28 fu firmato un nuovo trattato tedesco-sovietico che fissava la linea di demarcazione tra le due zone di occupazione, con

questo nuovo accordo lo stato polacco scompariva, Varsavia era nella zona tedesca e la Lituania passava nella zona di

influenza sovietica; questa spartizione era molto vantaggiosa per i russi, meglio anche della Linea Curzon del 1919.

I protocolli segreti di questo nuovo accordo prevedevano che i cittadini russi e tedeschi presenti nelle opposte zone di

influenze potessero rimpatriare; inoltre la Russia fece valere i vantaggi sulla sua zona d’influenza imponendo ai tre paesi

baltici la cessione di basi navali ed aeree, nonché lo stazionamento di truppe sovietiche sul loro territorio.

Per quanto riguarda l’Italia, Mussolini assistette impotente a questi avvenimenti; temendo che la Francia e l’Inghilterra

volessero portare l’Italia a rompere il “Patto d’Acciaio” (in effetti vi furono alcuni contatti) Hitler parlò con Ciano senza

forzare sull’entrata in guerra italiana, prevista d’altronde nel Patto, affermando che l’Italia sarebbe stata la padrona assoluta

del Mediterraneo.

- Dopo la sconfitta della Polonia la guerra terrestre sul fronte occidentale assunse un andamento molto tranquillo, Hitler in

ottobre tentò di approfittare della situazione per offrire una pace alle democrazie e assorbire le sue conquiste: la Francia e

l’Inghilterra non potevano permettere che questo succedesse e rifiutarono senza esitazioni le proposte del Fuhrer.

Un mese dopo si ebbe anche un altro tentativo di mediazione da parte del Belgio e dell’Olanda che fu appoggiato anche da

Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia, Romania e dal Papa; tuttavia sia Hitler che le democrazie rifiutarono l’offerta

mediatrice (novembre 1939).

- In risposta a questi propositi di pace, l’Armata Rossa invase la Finlandia il 30 novembre, dopo che i finlandesi avevano

rifiutato l’installazione di basi militari russe nel loro Paese; i rifornimenti di armi verso la Finlandia fatti dall’Italia furono

interrotti per la pressione tedesca e gli stessi tedeschi osservarono una rigida neutralità in base agli accordi con i sovietici.

Con la dura vittoria i russi ottennero, con il Trattato di Mosca del marzo 1940, l’istmo di Carelia.

In seguito a questi avvenimenti Francia ed Inghilterra firmarono, il 28 marzo, un Trattato in cui si affermava che non ci

sarebbe stata né armistizio né pace separata con la Germania.

- Il passo successivo fu compiuto dai tedeschi. La Germania acquistava grandi quantità di ferro dalla Svezia che

transitavano per il porto norvegese di Narvik; se gli alleati prendevano questo porto potevano tagliare la “via del ferro” alla

Germania.

Hitler impedì che questo potesse accadere con un attacco preventivo alla Danimarca e alla stessa Norvegia (9 aprile); la

rapida vittoria dei tedeschi arrivò il 10 giugno 1940 con la partenza per Londra del re di Norvegia.

Lo stesso 10 giugno 1940 i tedeschi invasero il Belgio e l’Olanda, rompendo la neutralità di questi stati e la “drole de

guerre” sul fronte occidentale; in conseguenza di questi avvenimenti in Inghilterra cadde il gabinetto di Chamberlain e fu

sostituito un governo di unità nazionale sotto la guida di Winston Churchill, fin dall’inizio ostile ai nazisti.

La sconfitta della Francia e l’armistizio; la Battaglia d’Inghilterra.

Il 10 maggio 1940 Hitler lancia l’offensiva sul fronte occidentale contro Olanda, Belgio e Francia.

Il 15 gli olandesi deposero le armi e il giorno successivo, con una spettacolare manovra a sorpresa, i carri armati tedeschi

sfondarono il fronte francese passando attraverso la foresta delle Ardenne, ritenuta a torto inaccessibile ai blindati.

Invece di puntare direttamente su Parigi, le truppe tedesche marciarono verso Ovest per bloccare i collegamenti con il resto

dell’esercito francese e chiudere in una sacca le armate del nord; sostituito Gamelin, il nuovo generalissimo Weygand non

riuscì a collegare le due armate e l’intero esercito del nord dovette imbarcarsi a Dunkerque lasciando a terra

l’equipaggiamento.

Il 6 giugno l’esercito tedesco sfondava la disperata linea difensiva sulle Somme con il triplo delle forze rispetto ai francesi,

il governo (con a capo Reynaud) abbandonò Parigi il 10 giugno.

Ancora il 6 giugno Churchill annunciava l’arrivo in Francia di due divisioni britanniche, dopo le richieste di aiuto francesi

non furono più soddisfatte per garantire la sicurezza del suolo inglese.

- Per quanto riguarda l’atteggiamento italiano dopo il 1° settembre, abbiamo visto che Hitler non richiese l’entrata in guerra

forzata di Mussolini; tuttavia l’8 marzo 1940 il Fuhrer scrisse una lettera al dittatore italiano reclamando ardentemente

l’entrata in guerra italiana, poi incontrò il Duce al Brennero e in quel dialogo Mussolini disse che l’entrata in guerra era

“inevitabile”.

Ciano cercava di far mantenere al Duce la neutralità ma già il 13 maggio, osservando la rapidità del successo tedesco, la

decisione di Mussolini era definitiva ed egli si arrese; il 26 Reynaud si recò a Londra per concordare delle concessioni

all’Italia in cambio della neutralità, il presidente americano Roosevelt garantì (per far dimenticare Wilson) che le

concessioni sarebbero state applicate dopo la guerra.

Queste proposte si scontrarono con il rifiuto di Mussolini; il giorno dopo i francesi arrivarono ad offrire vasti territori

nell’Africa nord orientale ma il progetto cadde per l’opposizione inglese che calcolava l’impatto morale che queste

concessioni avrebbero avuto in Francia ed Inghilterra.

Il 30 maggio Mussolini inviò ad Hitler una lettera in cui annunciava l’entrata in guerra dell’Italia per il 5 giugno, poi i due si

accordarono per l’11.

Il 10 giugno 1940 l’Italia dichiarava guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.

In quello stesso 10 giugno il governo di Reynaud abbandonò Parigi e si rifugiò a Tours, l’esercito era ormai vinto ed il

problema principale era quello di decidere se il governo avesse dovuto continuare la lotta trasferendosi in Nord Africa

ovvero avesse dovuto chiedere un armistizio alla Germania, che però contrastava con il Trattato franco-inglese del 28 marzo

in cui si proibiva armistizio o pace separata con i tedeschi.

L’11 si ebbe a Briare un Consiglio Supremo Interalleato con Churchill ed Eden; in seno al governo francese Pétain e

Weygand, comprendendo il disfacimento dell’esercito e seguendo il codice militare francese, non accettavano di

abbandonare l’esercito ed i cittadini in Patria e continuare la guerra con le poche divisioni d’oltremare, quindi premevano

per la richiesta di armistizio nonostante l’impegno con l’Inghilterra.

Di parere opposto erano Reynaud e i presidenti delle due Camere (tra cui il radicale Herriot), che consideravano in questo

modo la possibilità della cessione all’Inghilterra della flotta militare; Churchill affermò la volontà inglese di continuare a

combattere e non fece pressioni.

Il 16 giugno fu una giornata molto importante. Il governo francese si era trasferito a Bordeaux, Reynaud lesse al Consiglio

dei Ministri la risposta del presidente americano Roosevelt circa la richiesta di intervento militare americano; era piena di

solidarietà verso la Francia e incitava alla resistenza ma diceva che una decisione del genere poteva essere presa soltanto dal

Congresso.

Credendo in una capitolazione francese il governo britannico inviò due note in cui annunciava che chiedere l’armistizio

avrebbe “messo in discussione l’onore della Francia”, poi le due note furono ritirate e gli stessi inglesi presentarono un

“Progetto di Unione franco-britannica”.

La validità e la serietà di questo progetto, un impresa enorme di cui non si erano affatto valutate le conseguenze e le

complicazioni, non deve essere esagerata in quanto, secondo lo stesso Churchill, esso aveva più che altro lo scopo di

rivitalizzare gli oppositori dell’armistizio.

Purtroppo non si ebbe il risultato sperato: in serata Reynaud rassegnò le sue dimissioni ed il suo successore, il maresciallo

Pétain, formò il nuovo governo due ore dopo, includendo tutti i fautori dell’armistizio; alle 3 del mattino fu convocato

l’ambasciatore spagnolo e fu incaricato di far trasmettere al governo spagnolo la richiesta di armistizio ai tedeschi.

Il giorno dopo Churchill tornò a chiedere a Pétain di portare la flotta francese nei porti inglesi, le note di protesta ritirate

furono subito ripresentare al governo francese; i francesi assicurarono che le navi non sarebbero state consegnate ai tedeschi

ma rifiutavano di trasferirle nei porti inglesi. A questo punto il governo britannico cercò di incoraggiare i movimenti di

resistenza all’armistizio come quello del generale De Gaulle, che il 18 giugno pronunciò il famoso discorso via radio per

incitare la popolazione francese alla resistenza, e di altri parlamentari, tra cui Daladier, che avevano lasciato per protesta

Bordeaux e si erano trasferiti a Rabat per organizzare una sorta di “governo della Resistenza” (progetto che poi Pétain

bloccò).

Quando l’armistizio fu firmato, l’Inghilterra ritirò da Bordeaux il suo ambasciatore.

Hitler il 18 conferì con Mussolini il quale voleva un singolo armistizio tra i due paesi ed aveva richieste esorbitanti

considerando che l’esercito non aveva concluso nulla, alla fine Hitler impose due armistizi separati e il governo francese

fece sapere che le condizioni sine qua non erano la non occupazione dell’impero e che la flotta non fosse consegnata ai

vincitori.

Il 21 ebbe luogo a Rethondes la presentazione delle condizioni tedesche nello stesso vagone ferroviario in cui i francesi

avevano imposto il Diktat alla Germania nella Grande Guerra; le condizioni erano dure, non disonorevoli e il giorno dopo

furono discusse dal governo francese che propose delle modifiche rifiutate dai tedeschi.

L’armistizio con la Germania fu firmato la sera del 22 giugno, quello con l’Italia il 24.

Le clausole politiche dell’armistizio con la Germania prevedevano la creazione a nord di una zona occupata in cui la

Germania aveva i diritti della potenza occupante, le spese di occupazione erano della Francia e nessun arma, nave o soldato

potevano essere trasferiti in Inghilterra, il governo francese poteva insediarsi a Parigi (ma fu scelta la città di Vichy nella

zona “libera”); per quanto riguarda la flotta le clausole erano poco rassicuranti per gli inglesi:

una parte doveva rimanere alla Francia per la difesa dell’Impero, la restante parte doveva essere “smobilitata e disarmata”

dall’Italia e dalla Germania.

L’armistizio con l’Italia prevedeva la smilitarizzazione di una zona di frontiera, di Ajaccio e di zone in Algeria e Tunisia,

nonché l’uso del porto di Gibuti e della ferrovia di Addis Abeba.

Con questi due armistizi si ha un ritorno al modello ottocentesco con armistizio vero e proprio e sospensione delle ostilità;

anche la Francia è ammessa al tavolo della pace.

- Con la sconfitta francese termina per Hitler l’operazione polacca, quindi egli propone agli inglesi una nuova pace (dopo

quella dell’ottobre ’39).

E’ il 19 luglio 1940 quando Hitler, con affianco Ciano, fa un discorso al Reichstaag in cui non chiedeva all’Inghilterra

alcuna cessione in cambio della pace; su pressione tedesca anche la Santa Sede fece pressione sui vescovi inglesi affinché

convincessero l’opinione pubblica ad accettare la pace, ma il clero britannico si oppose.

Un tentativo fu operato con una manovra dei servizi segreti tedeschi: il piano era di aiutare l’ex sovrano Edoardo VIII a

salire sul trono inglese; egli avrebbe spinto per la pace, appoggiato dai gruppi universitari pacifisti di Bertrand Russell, a

loro volta in contatto con l’URSS.

Il piano fallì poiché fu scoperto in tempo dai servizi segreti inglesi, Edoardo VIII fu nominato “Governatore delle

Bahamhas” (ma laggiù non poté lasciare la sua residenza) e alla fine della guerra se ne tornò a vivere in Costa Azzurra.

In seguito si ebbe la storica risposta di Churchill alla proposta di pace tedesca, in cui il premier inglese disse che avrebbero

combattuto sino alla fine non contro il popolo tedesco, bensì contro gli orrori del nazionalsocialismo.

Hitler, adirato dalla risposta di Churchill, decise di attaccare anche l’Inghilterra, andando per la prima volta fuori dal rigido

schema di guerra che aveva preparato con il suo Stato Maggiore.

Per invadere la Gran Bretagna bisognava innanzitutto poter sbarcare, quindi gli sforzi dell’estate furono quelli di costruire

mezzi da sbarco e di distruggere la Home Fleet, la flotta inglese di stanzia nella Manica; la flotta aveva una copertura aerea

(costruita con intelligenza a partire dal 1934), quindi la prima fase dell’operazione “Leone marino” doveva essere quella di

spazzare la RAF dai cieli e di punire la popolazione civile inglese con dei bombardamenti a tappeto sulle città (la prima ad

essere rasa al suolo fu Coventry, da qui “coventrizzazione”).

Nell’agosto 1940 inizia dunque la “Battaglia d’Inghilterra” e per la prima volta nella storia anche la popolazione civile

diviene un obiettivo militare; intere città furono rase al suolo e anche il Parlamento fu colpito ma, nonostante ciò, la

popolazione inglese non fece alcun dissenso alla guerra e al governo di unità nazionale non esisteva opposizione.

La battaglia coinvolse più di 3000 aerei, gli inglesi non avevano molti equipaggi e mantenevano quasi tutti gli apparecchi in

volo e anche aviatori francesi furono reclutati nelle file britanniche (il cosiddetto “Albo d’oro”); dopo un mese di

combattimenti, i tedeschi videro che perdevano più aerei degli inglesi (un rapporto di 3 a 1) e capirono che continuare la

lotta significava mettere a rischio la consistenza stessa della Luftwaffe.

Per questa constatazione, a metà settembre l’operazione “Leone marino” fu interrotta e rimandata a tempo indeterminato;

questo fu un punto di svolta importante nella guerra.

A suggello di ciò, Churchill disse: “mai nella storia così tanti hanno dovuto tanto a così pochi”.

Annessioni russe e tedesche; rapporti Inghilterra-Vichy.

La conseguenza più immediata del crollo francese fu l’annessione da parte dell’URSS degli Stati Baltici; i sovietici

mandarono ai tre Stati degli ultimatum, con il pretesto delle minacce che subiva l’Armata Rossa in quei territori, in cui si

chiedeva l’instaurazione di governi filo-comunisti. Appena saliti al potere i governi stessi chiesero l’incorporazione

immediata dei loro stati all’Unione Sovietica, tra il 1° e l’8 agosto 1940.

Contemporaneamente fu inviato un altro ultimatum alla Romania, nel quale i russi chiedevano la cessione immediata della

Bessarabia, di cui non avevano mai accettato la perdita, e anche della Bucovina settentrionale (questa richiesta scatenò le

proteste tedesche), una regione che non era mai appartenuta all’impero zarista.

Probabilmente questo avvenimento peggiorò in maniera definitiva i rapporti tra l’URSS e la Germania ed è in questo

periodo che fu pensato il piano d’attacco dell’operazione “Barbarossa”.

Il governo rumeno, dopo un inutile appello alla Germania e all’Italia, dovette cedere e il 2 agosto 1940 fu costituita la

Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia; i tedeschi risposero subito inviando in Romania una missione militare,

preludio di un’occupazione ben più vasta.

Anche la Bulgaria e l’Ungheria avanzarono rivendicazioni sui territori rumeni:

la Bulgaria ottenne direttamente dal governo rumeno la Dobrugia meridionale, mentre il contrasto con l’Ungheria fu sanato

solo con l’intervento di Germania e Italia che, il 30 agosto, fecero accettare ai due contendenti il “Secondo arbitrato di

Vienna” che prevedeva la divisione della Transilvania tra i due Stati.

L’11 ottobre Hitler occupò definitivamente la Romania e i suoi preziosi pozzi petroliferi.

Il 27 settembre 1940 Italia, Germania e Giappone firmarono il “Patto Tripartito”, un trattato di alleanza politica, economica

e militare nel caso dell’entrata nel conflitto di un altro Stato; da allora in poi la politica estera tedesca fu impegnata nel

cercare adesioni a questo accordo.

L’obiettivo più importante era sicuramente quello di coinvolgere la Spagna nella Guerra;

al momento dell’armistizio con la Francia, Franco si era dichiarato pronto ma fece delle richieste abbastanza consistenti

(Gibilterra, Marocco francese e territori in Guinea) e inoltre, poiché la Spagna era uscita prostrata dalla guerra civile, volle

aiuti militari ed economici che erano abbastanza gravosi per i paesi dell’Asse.

Il 23 ottobre Hitler incontrò Franco ma la decisione definitiva sull’entrata in guerra non si ebbe.

Le uniche adesioni al “Patto Tripartito” furono quelle di Ungheria, Romania e Slovacchia.

- In questo periodo la situazione dell’Inghilterra era abbastanza problematica; i rapporti con il governo di Vichy erano

pessimi e Laval aveva proposto a Pétain addirittura di entrare in guerra contro l’Inghilterra, rea di dare protezione a De

Gaulle, il quale alla fine di luglio darà vita ad un “Consiglio di difesa della Francia d’oltremare” ottenendo l’adesione di

quasi tutte le colonie.

In questa situazione, Churchill prese la decisione di mettere la flotta francese in condizione di non nuocere e il 3 luglio 1940

iniziarono una serie di operazioni della marina inglese; la flotta francese di Mers-el-Kebir fu attaccata dopo aver respinto un

ultimatum di salpare verso i porti americani, vi furono 1.200 morti, altre navi francesi furono danneggiate, sequestrate o

affondate a Dakar e a Plymouth.

La Francia ruppe le relazioni diplomatiche con Londra e non vi fu alcuna rappresaglia; paradossalmente la situazione

migliorò dopo il 22 settembre 1940, quando reparti francesi fedeli a De Gaulle, con l’appoggio della marina inglese,

cercarono di conquistare Dakar, in mano ai francesi di Vichy, fallendo nell’impresa.

A quel punto Churchill si rese conto che tutto ciò favoriva unicamente i tedeschi e cercò di stabilire un “modus vivendi”

pacifico con il governo di Vichy, senza abbandonare i gollisti.

Si ebbero dei primi accordi ufficiosi (Hoare – De la Baume e la “missione Rougier” che cercò di convincere il generale

Weygand, comandante delle truppe francesi in Africa del nord, a ribellarsi) che furono però bruscamente interrotti

dall’incontro tra Hitler e Pétain a Montoire il 24 ottobre 1940: quest’incontro era opera di Laval, che riuscì ad imporre a

Pètain la sua politica anti-inglese; fu firmato un accordo di “collaborazione” tra i due paesi e Laval si disse addirittura

favorevole ad un attacco contro l’Inghilterra nel lungo periodo.

Churchill, più che interessarsi alla sorte del governo di Vichy, era preoccupato soprattutto della cessione da parte di Pétain

di importanti basi militari in Africa ai tedeschi e agli italiani, quindi incoraggiò la ripresa delle trattative che si ebbe in

dicembre con gli accordi Halifax – Chevalier;

questo accordo, fatto all’insaputa dei gollisti e grazie all’allontanamento di Laval, prevedeva che le colonie francesi non

sarebbero state più oggetto di attacco e che si sarebbe mantenuta una “freddezza artificiale” tra il governo inglese e quello di

Vichy, con un reale allentamento dell’embargo sui prodotti petroliferi.

Nell’aprile 1941, grazie all’intervento del presidente Roosevelt, si ebbe un accordo tra gli USA e le colonie francesi del

nord Africa per la fornitura di materiale di prima necessità; in cambio Weygand si impegnava a difendere i territori dagli

attacchi di chicchessia.

Intanto in Francia l’ammiraglio Darlan divenne la seconda personalità del governo di Vichy; egli era convinto della vittoria

tedesca e il 28 maggio 1941, dopo alcuni colloqui con Hitler, firmò i “Tre protocolli di Parigi” che conferivano ai tedeschi

basi militari d’appoggio in Siria, a Biserta e a Dakar. Il progetto non fu accettato da Weigand e da altre personalità del

governo e, con l’inizio della campagna di Russia, fu lasciato cadere anche dai tedeschi.

Successivamente Weigand fu richiamato a Vichy sotto pressione tedesca e, con il ritorno di Laval nell’aprile ‘42, il governo

di Pétain cessò di avere qualsiasi autonomia dalla Germania.

Attacchi dell’Asse in Grecia, Jugoslavia e Russia.

Nel corso dell’estate del 1940 Mussolini progettò di attaccare la Grecia e la Jugoslavia ma, su pressione tedesca (per paura

di una reazione russa che intensificasse la presenza sovietica in Europa), l’attacco alla Jugoslavia fu abbandonato.

Indignato per l’occupazione della Romania senza preavviso, il Duce fissò l’attacco alla Grecia per il 28 ottobre, giorno in

cui incontrava Hitler a Firenze; l’operazione fu preparata male e dopo una settimana le truppe italiane dovettero ripiegare in

Albania e difendersi dagli attacchi greci.

Gli smacchi militari italiani continuarono in Africa, dove era fallito l’attacco all’Egitto e si ripiegava verso la Libia, nel

1941 gli inglesi occuparono l’Africa Orientale italiana.

Mussolini dovette chiedere l’aiuto tedesco e di giocare il ruolo di eterno secondo in guerra.

Intanto la tensione russo-tedesca saliva: in Germania vi era preoccupazione per l’ambiguo atteggiamento dell’URSS e si

decise di fare delle proposte per allontanare i sovietici dall’Europa.

Tra ottobre e novembre vi furono degli importanti negoziati tra Molotov e Von Ribbentrop, il quale offrì ai russi di entrare a

far parte del “Patto Tripartito” nato a settembre e di dividere l’intero pianeta in precise zone di influenza tra le quattro

potenze.

Concretamente, si offrì ai sovietici un protocollo segreto in cui si riconosceva la loro sfera di influenza nel Golfo Persico e

nell’Iran e il libero passaggio attraverso gli Stretti, obiettivi da sempre anelati dagli Zar, in cambio di un allontanamento

della Russia dall’Europa (i Balcani come zona di influenza italiana e tedesca, garanzia dello status quo territoriale della

Turchia, ritiro dei sovietici dalla Finlandia, dove la Germania manteneva delle truppe).

Molotov fece delle controfferte che indicavano chiaramente la volontà della Russia di rimanere saldamente in Europa; i

tedeschi non si dettero nemmeno la pena di rispondere e questo mancato accordo fece iniziare nel dicembre ’40 le prime

misure operative per il “Piano Barbarossa”, fissato dapprima per maggio poi, per il “contrattempo jugoslavo”, per il 22

giugno.

Un contrattempo ritardò l’operazione: dopo l’adesione di Ungheria e Romania al Patto Tripartito mancavano solo la

Bulgaria e la Jugoslavia per “pacificare” i Balcani e attaccare in tutta tranquillità la Russia; la Bulgaria entrò nel Patto nel

febbraio 1941 e subito dopo fu invasa dalle truppe tedesche nonostante le forti proteste dei sovietici, tuttavia i problemi

vennero dalla Jugoslavia, dove il 27 marzo 1941 vi fu un colpo di stato militare da parte di gruppi serbi e appoggiato dagli

inglesi, spodestando il principe Paolo favorevole alla Germania.

Di conseguenza Hitler decise di attaccare la Jugoslavia e di aiutare le truppe italiane in Grecia; l’operazione iniziò il 6 aprile

1941, il 18 la Jugoslavia era sconfitta, il 27 cadde anche Atene.

In Grecia fu insediato un governo militare filonazista, la Jugoslavia subì invece una spartizione territoriale e politica: la

Slovenia del nord fu annessa direttamente alla Germania, l’Italia ebbe la Slovenia del sud e la costa dalmata da Fiume a

Cattaro, la regione di Zara, Spalato e Ragusa.

In Croazia fu creato uno stato “indipendente” che alla fine della guerra doveva essere governato dal duca di Spoleto, parente

di casa Savoia (il nuovo Stato comprendeva la Croazia continentale, la Bosnia-Erzegovina e due punti sulla costa “donati”

al nuovo stato dall’Italia); la Croazia aderì al Patto Tripartito in giugno e permise alle truppe italiane di attraversare il suo

territorio.

Più a sud era ricreato lo Stato montenegrino, completamente soggetto all’Italia, l’Albania incorporava il Kosovo e parte

della Macedonia, mentre la restante parte era annessa dalla Bulgaria (che annetteva anche la Tracia); la Serbia era

notevolmente ridotta ai tempi della vecchia Serbia, tuttavia continuava ad esistere come stato in regime di occupazione.

- Da dicembre la Wehrmacht cominciò a schierarsi sul fronte orientale per l’Operazione Barbarossa, gli inglesi e gli

americani lanciarono parecchi avvertimenti ai russi, i quali, però, continuavano a mantenere i rapporti commerciali con la

Germania ed anzi nella primavera del 1941 cercarono di anticipare le consegne, soprattutto dell’indispensabile caucciù.

Tutto ciò non fece cambiare idea ad Hitler, il quale voleva definitivamente eliminare un alleato misterioso, scomodo e

ambiguo come la Russia, appropriandosi delle ingenti fonti energetiche del paese che gli avrebbero permesso di continuare

la lunga lotta contro l’Inghilterra.

Lo stato maggiore tedesco aveva preparato un piano che può essere definito un capolavoro di strategia militare: grazie

all’avanzata su tre direttive (peraltro molto distanti tra loro) di reparti corazzati con copertura aerea, l’esercito russo doveva

essere chiuso in enormi sacche e fatto prigioniero; la genialità consisteva nel fatto che erano stati calcolati perfettamente

tutti i fattori che potevano influenzare l’avanzata di uomini e mezzi, dalla condizione delle strade alle ore di luce e finanche

le notti con una luce sufficiente per i movimenti.

Secondo il piano, l’URSS sarebbe dovuta cadere in otto settimane, Hitler credeva in un’altra facile vittoria della guerra

lampo, in realtà l’Operazione Barbarossa si protrasse per 4 anni in territorio russo e si concluse con l’entrata dell’Armata

Rossa a Berlino nel 1945.

Il mattino del 22 giugno 1941 le truppe tedesche attaccavano l’Unione Sovietica, nella prima settimana il piano tedesco

portò ad un’avanzata di 80 km al giorno e un milione di prigionieri russi, in quanto i generali russi credevano ad una

avanzata omogenea e non bloccavano le vie di comunicazione tra i reparti corazzati e le truppe.

In Russia fu il panico: Stalin non fece nulla per una settimana ed il regime rischiava di saltare; dopo lo smarrimento si fece

un appello in difesa della Patria ad imitazione di ciò che fece lo zar Alessandro contro Napoleone (in barba alle ideologie

comuniste) e si arrivò addirittura a ritirare i commissari politici del partito presso le truppe e a sostituirli con preti della

Chiesa ortodossa, alla stella rossa fu sostituita l’immagine della Madonna.

Ciò che salvò i russi fu un errore strategico di Hitler, che fece infuriare i generali e rinascere l’opposizione dell’aristocrazia

militare verso il Fuhrer, sfociata poi nell’attentato del 1944; dopo la guerra i militari scomparvero dalla scena politica e la

Germania del dopoguerra fu guidata dall’organizzazione politica delle chiese: poiché la colonna centrale, quella diretta su

Mosca, avanzava più rapidamente di quelle laterali, Hitler temette che quest’ultima potesse essere tagliata dai lati, cosicché

diede ordine di arrestarla a metà dell’operazione (fine luglio 1941), vi furono parecchie contestazioni e sostituzioni di

militari, ma alla fine l’ordine fu eseguito.

L’avanzata riprese solo dopo 40 giorni in condizioni non previste; il meccanismo si era inceppato, a ottobre vi fu

un’ulteriore avanzata ma a novembre fu impossibile proseguire, iniziava così una delle guerre d’usura più terribili della

storia.

Il rafforzamento dei legami anglo-americani.

A partire dal luglio1940, inglesi e americani si sforzano di coordinare le loro politiche in funzione anti-giapponese, poi si

ebbe un riavvicinamento anche sui problemi europei:

- Nell’estate del 1940, Churchill chiese al presidente americano Roosevelt il prestito di 50-60 cacciatorpediniere in cambio

dell’occupazione di alcune basi inglesi in America (Bermuda, Bahamas, Giamaica, Antigua e la Guyana inglese);

Roosevelt, nonostante fosse nel pieno della campagna elettorale, acconsentì alla richiesta con un “executive agreement” che

non aveva bisogno dell’approvazione del Senato, inviando anche una grande quantità di armi a sostegno degli inglesi,

incontrando molte opposizioni tra gli isolazionisti.

Nondimeno la sua politica di intervento fu accettata dagli elettori e Roosevelt fu rieletto; il 16 settembre fu approvata la

legge che istituiva il servizio militare negli Stati Uniti, i quali passavano in questo periodo dalla neutralità alla “non

belligeranza”.

- Ma senza ombra di dubbio il gesto più importante nel rapporto anglo-americano si ebbe nel marzo 1941 con l’emanazione

della cosiddetta “legge affitti e prestiti”.

Mesi prima Churchill aveva spiegato a Roosevelt le difficoltà future che avrebbe avuto l’Inghilterra nel continuare ad

acquistare in contanti il materiale bellico dagli Stati Uniti; il presidente americano propose un sistema che consisteva nel

prestare tutto il materiale che l’Inghilterra o i paesi amici potessero aver bisogno, subito dopo lanciò nel Paese una

campagna pubblicitaria a sostegno di quest’idea per vincere le resistenze degli isolazionisti.

A marzo si ebbe l’approvazione della legge che, in pratica, apriva all’Inghilterra un credito illimitato (pagabile in seguito

anche con rimborsi in natura)e dava al presidente americano una grande discrezionalità nel poter utilizzare a piacimento la

produzione di guerra americana.

All’inizio del ’45 le forniture agli alleati a titolo di “Affitti e prestiti” arrivarono a 36 miliardi di $.

A suggellare il rapporto, Halifax fu inviato negli Stati Uniti e Hopkins fu inviato in Inghilterra, entrambi personaggi

importanti e che godevano della piena fiducia dei due premier.

- La prima importante missione di Hopkins fu quella che lo condusse a Mosca all’indomani dell’attacco tedesco; egli

conferì con Molotov e Stalin, i quali gli riferirono le necessità primarie della Russia in materia di armamenti. Il 16 agosto

Usa ed Inghilterra davano il loro assenso alle forniture militari e di altro materiale necessario alla Russia.

Successivamente Hopkins fu il principale artefice dell’incontro tra Churchill e Roosevelt al largo di Terranova il 9 agosto

1941; si parlò principalmente della minaccia di aggressione giapponese e del progetto di una “Carta Atlantica”, proposta dal

premier inglese per rafforzare il legame con gli Stati Uniti e per fugare i dubbi circa trattati segreti degli inglesi per

accrescimenti territoriali.

La Carta enunciava in 8 punti i principi democratici nel campo delle relazioni internazionali:

i due Stati non avrebbero ricercato alcun ingrandimento territoriale, ciascun popolo avrebbe scelto liberamente la propria

forma di governo e i mutamenti territoriali che lo riguardavano, tutti gli stati dovevano collaborare per sviluppare il

processo economico e sociale mondiale.

Al fine di garantire il controllo dell’Oceano Atlantico e la sicurezza dei convogli che inviavano aiuti agli alleati, l’8 luglio fu

occupata l’Islanda e l’11 settembre il presidente Roosevelt ordinò alle navi da guerra di attaccare le unità dell’Asse che

fossero penetrate nella zona di difesa americana, abbandonando definitivamente la neutralità.

I PROBLEMI EXTRA-EUROPEI DAL 1933 AL 1941.

Il Medio Oriente.

- Il fallimento dei negoziati anglo-egiziani del 1932 portò ad una situazione di stallo tra i due Paesi, risolta solo

dall’aggressione italiana dell’ottobre 1935 all’Etiopia.

In Egitto, dopo l’attacco di Mussolini, si costituì un “Fronte nazionale” guidato dal Wafd che costrinse il re Faud a cessare il

regime dittatoriale e ritornare alla costituzione del 1923, infine ripresero i negoziati con il Regno Unito alla ricerca di

un’alleanza militare difensiva.

Eden accettò la proposta e nell’agosto 1936 fu firmato un trattato anglo-egiziano che comprendeva clausole militari e

politiche su basi nuove: l’Egitto diveniva indipendente e si poneva termine all’occupazione britannica, non erano ammessi

trattati politici con altre potenze e in caso di guerra era previsto un soccorso immediato reciproco (aiuto egiziano solo

fornire basi all’esercito inglese), l’Inghilterra avrebbe appoggiato l’Egitto nell’entrata alla SDN, inoltre per dieci anni si

sarebbe mantenuta una guarnigione di 10.000 soldati inglesi a Suez in difesa del canale e il governo del Cairo avrebbe

adottato armamento ed equipaggiamento britannici.

Nel Sudan si stabiliva un regime di “condominio” con funzionari e truppe sia inglesi che egizie.

Grazie all’appoggio inglese e francese in Egitto si ebbe la fine delle “capitolazioni” e lo stato ebbe una piena libertà

legislativa e fiscale; il potere giudiziario prevedeva un regime transitorio di tribunali misti per egiziani e stranieri presenti

sul territorio.

Infine, nel maggio 1937, l’Egitto era ammesso alla Società delle Nazioni.

Con l’inizio della guerra l’Egitto optò per una non belligeranza: ruppe le relazioni diplomatiche con la Germania e affermò

che avrebbe partecipato alla guerra solo se l’Italia avesse attaccato obiettivi propriamente egiziani; questa politica neutrale

continuò anche durante l’offensiva di Rommel nel pieno del territorio egizio.

- Nel 1936 fu riaperta anche la questione degli Stretti dei Dardanelli: il Trattato di Losanna affermava che in tempo di pace

essi erano aperti a tutte le navi (non da guerra), se la Turchia era coinvolta in guerra poteva impedire il passaggio delle navi

nemiche; per le navi da guerra il Trattato favoriva il passaggio delle navi delle potenze rivierasche e la Russia e la Turchia

vi erano contrarie. Gli avvenimenti nel Mediterraneo del 1936 (flotta inglese a minaccia dell’aggressione italiana) e la

rimilitarizzazione tedesca della Renania, fornirono ai Turchi l’occasione per chiedere la revisione di questo Statuto.

Questo si ebbe con la Convenzione di Montreaux firmata il 20 luglio 1936 da Francia, Italia, Inghilterra, Turchia, Giappone

e Australia: i paesi rivieraschi avevano un diritto di passaggio per le navi da guerra in tonnellaggio poco superiore a quello

dei paesi non rivieraschi (ciò favoriva la Russia), mentre la Turchia ottenne il permesso della rimilitarizzazione degli stretti

ed inoltre, in tempo di guerra, era interdetto il passaggio alle navi da guerra dei belligeranti e se la Turchia era coinvolta era

interdetto il passaggio di tutte le navi dei paesi nemici e anche di quelle dei paesi che potevano aiutare il nemico. La

convenzione aveva una durata di 20 anni.

- La situazione della Palestina era in quegli anni sempre più difficile: l’immigrazione ebraica, favorita dalla politica

antisemita nazista, si sviluppò in maniera crescente a partire per tutti gli anni ’30, accrescendo le difficoltà economiche della

regione e inasprendo i rapporti con gli arabi; nell’ottobre del 1933 vi fu una sommossa organizzata dal “Comitato esecutivo

arabo” contro gli inglesi, accusati di favorire l’acquisto delle terre da parte degli ebrei, gli estremisti ebrei ordinarono

l’uccisione dei leader moderati che cercavano un dialogo con gli arabi.

Successivamente gli arabi fecero delle richieste politiche e il commissario britannico Wauchope propose la creazione di un

Consiglio legislativo composto da arabi ed ebrei; il progetto, accettato dagli arabi, fu respinto sia dagli ebrei che dal

parlamento britannico provocando il grande sciopero e la guerriglia del 1936, sedata dall’esercito britannico solo dopo sei

mesi, contemporaneamente alla creazione di una “Commissione reale” d’inchiesta nominata dal parlamento inglese e

guidata da Lord Peel.

La Commissione pubblicò un rapporto nel 1937 in cui proponeva come unico rimedio per la questione la divisione della

Palestina in due, uno stato ebraico al nord (con i luoghi santi che dovevano rimanere sotto mandato) e il resto della Palestina

che sarebbe stato unito alla Transgiordania; questo progetto incontrò una viva opposizione, l’Iraq fece una protesta alla

SdN, una conferenza di tutti i Paesi arabi non accettò il principio della spartizione, anche gli ebrei erano divisi, solo in

Transgiordania il progetto fu accettato, tuttavia la “Commissione dei mandati” della Società delle Nazioni consiglio la

prosecuzione del mandato britannico nella forma attuale e il progetto non ebbe seguito, l’agitazione araba riprese e le

autorità britanniche sciolsero il “Comitato esecutivo arabo”.

Nonostante ciò, alla fine del 1938 la situazione tornò quasi alla normalità e anche il governo britannico abbandonò l’idea

della spartizione, cercando di arrivare ad un accordo tra le parti; fallita una conferenza arabo-israeliana, il governo inglese

annunciò la nascita di uno Stato di Palestina sovrano ed indipendente e nei primi 5 anni la popolazione ebraica sarebbe stata

1/3 di quella totale del nuovo stato, successivamente lo Stato sarebbe stato diviso in tre zone, delle quali in una gli ebrei non

avrebbero potuto acquistare terre.

Questo progetto, che favoriva gli arabi, incontrò la tenace opposizione degli ebrei e lo scoppio della guerra in Europa (e le

persecuzioni ebraiche) ne bloccò l’attuazione.

- Nel 1934 l’Inghilterra aveva concesso l’indipendenza allo Yemen e lo stesso anno scoppiò la guerra tra quest’ultimo e

l’Arabia Saudita che terminò con il riconoscimento di Ibn Saud dell’indipendenza dello stato vicino; il gentlemen’s

agreement del 1938 tra Inghilterra ed Italia prevedeva di rispettare la sovranità dello Yemen e dell’Arabia Saudita.

Infine nel 1937 fu siglato il Patto di Saadabad tra Iran, Turchia, Iraq e Afghanistan, un trattato di consultazione e non

aggressione rivolto soprattutto in difesa dall’Urss e dall’agitazione comunista.

- In Iraq vi fu una forte propaganda tedesca dopo la morte del re Faysal nel 1933 e nel 1941 vi fu un colpo di stato militare

con l’influenza dei nazisti greci; dopo un primo contrasto con gli inglesi, il governo britannico iniziò una campagna militare

così efficace che i tedeschi non riuscirono a sostenere i rivoltosi iracheni, guidati da Rashid Alì, che furono presto sconfitti.

L’Inghilterra confermò l’indipendenza irachena e furono rotte le relazioni diplomatiche con l’Italia e la Germania; la guerra

all’Asse fu dichiarata nel gennaio 1943.

- Tesa fu anche la situazione in Siria e Libano; nonostante l’indipendenza promessa dalla Francia nel 1936 (con il “fronte

popolare”), la questione del sangiaccato di Alessandretta fece si che in Siria vi fosse un forte malcontento e ritardò il

momento dell’indipendenza.

Con lo scoppio della guerra, si insedia nel 1941 la Commissione d’armistizio italiana e si acconsentì al passaggio di aerei

tedeschi in sostegno ai ribelli iracheni; per evitare che la regione finisse nelle mani dell’Asse, truppe inglesi e della “Francia

libera” di De Gaulle attaccarono la Siria in giugno, ottenendo l’appoggio delle popolazioni promettendo l’indipendenza. Le

forze di Vichy furono sconfitte nell’arco di un mese e il generale De Gaulle stesso garantì l’indipendenza della regione: la

Siria l’ottenne il 27 settembre ’41 e il Libano il 21 novembre dello stesso anno.

La politica americana.

Nel 1933 divenne presidente degli Stati Uniti il democratico Franklin Delano Roosevelt; egli scelse come segretario di Stato

(ministro degli esteri) un uomo che aveva un forte ascendente sul Senato, Corder Hull.

Fino al 1939 la politica estera americana fu caratterizzata da un accentuato isolazionismo, la grave crisi economica del ’29

fece sentire i suoi effetti per tutti gli anni ’30; Roosevelt fu quindi impegnato soprattutto sul fronte interno con la

realizzazione del “New Deal” ed inoltre scarsa era la sua fiducia negli accordi economici internazionali.

Questa politica isolazionista, il cui centro era soprattutto nel Senato, portò ad un atteggiamento abbastanza timido degli Usa

verso gli aggressivi nazionalismi di Germania, Italia e Giappone, e la politica estera si occupò prevalentemente del Sud

America, tutt’al più appoggiando timidamente la SDN ma senza mai cercare di entrarvi.

I primi atti della nuova amministrazione in politica estera riguardarono il tentativo di riallacciare dei rapporti con l’Urss, sia

per avvicinarla alle democrazie in funzione anti-tedesca sia per risolvere il problema ancora sospeso dei debiti russi sulle

imprese americane espropriate.

Nel novembre 1933 Litvinov fece un viaggio negli Usa dove ottenne il riconoscimento del governo sovietico da parte degli

americani, si decise in cambio che i russi avrebbero pagato 100 milioni di dollari ma essi non dettero alcuna assicurazione di

non intromettersi negli affari americani, come richiesto, attraverso la strumentalizzazione del partito comunista statunitense.

Nel ’34 fu votato il “Johnson Act” che vietava prestiti ai paesi indebitati, Russia compresa; i rapporti, quindi, furono

riallacciati ma rimasero abbastanza mediocri.

- Per quanto riguarda l’America latina, fu mantenuta la politica del “non intervento” e “buon vicinato” al fine di

guadagnarsi la fiducia dei latino americani, nonostante i focolai di tensione a Cuba e la guerra del Chaco tra Paraguay e

Bolivia; le truppe Usa lasciarono Haiti e il Nicaragua.

Nel novembre del 1933, Cordell Hull fu l’assoluto protagonista della Conferenza panamericana di Montevideo dove furono

firmati dagli stati americani importanti trattati sulla pace (tra cui il “Patto Briand-Kellogg”) e vi fu una inversione di

tendenza importante nella politica estera americana poiché il Segretario di Stato annunciò che gli Usa approvavano il non

intervento negli affari degli altri Stati dell’America Latina, cosa che fino ad allora avevano rifiutato di dichiarare.

Nel 1934 si ebbe la fine della guerra del Chaco, la più sanguinosa combattuta in America nel xx secolo, grazie alla

mediazione di Argentina, Cile ed Usa, fatta dopo il fallimento della SDN.

Sempre nel 1934 una commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Nye svelò come gli Usa fossero entrati nel primo

conflitto mondiale quasi esclusivamente sotto la pressione dei banchieri e dei produttori di armi che avevano finanziato gli

eserciti inglese e francese; si diffuse nel Paese l’idea che per restare fuori dalla guerra che si profilava in Europa (l’Italia si

preparava ad attaccare l’Etiopia) sarebbe bastato proibire la vendita di armi ai Paesi belligeranti.

Il potere esecutivo, in opposizione al Congresso, voleva il potere di decidere a quali paesi imporre l'embargo che invece il

Senato voleva estendere a qualsiasi belligerante.

Una prima “legge di neutralità” vide la vittoria del Congresso e allo scoppio della guerra italo-etiope fu imposto l’embargo

sulle armi ad entrambi i Paesi, ma gli Usa non seguirono la SDN e continuarono a fornire all’Italia prodotti utili alla guerra

(vi fu solo un “embargo morale”) e tuttavia Roosevelt non riconobbe mai l’annessione dell’Etiopia all’Italia, nonostante

l’approvazione pubblica del “gentlemen’s agreement” anglo-italiano del 1938.

Nel 1936 la “seconda legge di neutralità” consentiva al presidente di decidere se esisteva o no lo stato di guerra tra i

belligeranti (così Roosevelt riuscì ad armare la Cina contro il Giappone);

allo scoppio della guerra di Spagna l’embargo sulle armi non poteva essere applicato perché si trattava di una guerra civile,

ma Curdell Hull dichiarò che gli Usa non sarebbero intervenuti in alcun modo nella guerra e non avrebbero partecipato

neanche al “comitato del non-intervento”; tuttavia Roosevelt, rieletto nel 1936, fece approvare dal Congresso una “legge

speciale di neutralità per la Spagna” nel gennaio 1937.

Sempre nel 1937 fu votata la terza legge di neutralità che, a differenza delle precedenti, doveva avere un carattere

permanente e introduceva la clausola del “cash and carry”: i prodotti destinati ai paesi belligeranti non potevano viaggiare

su navi americane e dovevano essere pagati in contanti o con crediti a breve termine.

Questa legislazione fu osteggiata da Francia ed Inghilterra poiché privava il potere esecutivo americano di poter aiutare

molte delle nazioni soggette ad un’aggressione nazi-fascista.

- Dopo la fine della guerra del Chaco nel gennaio 1936 fu convocata una nuova Conferenza Panamericana a Buenos Aires

da Hull, il quale voleva rafforzare il panamericanismo in quanto deluso dalla Società delle Nazioni e frenare la penetrazione

economica tedesca in America del Sud; gli si oppose l’argentino Lamas, che non voleva ingerenze statunitensi nel sud e

preferiva la SDN ad un panamericanismo guidato dagli Usa; la conferenza non concluse, quindi, nulla.

Un parziale successo statunitense si ebbe con la Conferenza Panamericana di Lima del 1938 dove fu deciso che in caso di

minaccia territoriale di una delle repubbliche americane tutte le altre si sarebbero consultate ed inoltre furono fatte delle

dichiarazioni che condannavano il razzismo e l’attività politica di gruppi stranieri, soprattutto tedeschi, in America del Sud.

Quindi prima della guerra si ha un rafforzamento della solidarietà americana e un timido schieramento verso le democrazie

europee, ma la prevalenza della neutralità è ancora netta.

L’espansione giapponese e gli inizi della guerra contro la Cina.

Nonostante non avesse un governo “fascista”, il Giappone assunse sempre più un atteggiamento espansionista ed

imperialista, manifestandolo palesemente nella corsa agli armamenti navali e nella guerra contro la Cina.

Nelle Conferenze di Washington (1922) e Londra (1930), in cui si decise la proporzione del naviglio da guerra tra le varie

potenze, il Giappone aveva ottenuto un rapporto 3/5 con le flotte inglese ed americana e già nel 1934, a differenza dei paesi

occidentali, aveva raggiunto il limite consentito; quando Roosevelt dichiarò che anche gli Usa avrebbero dovuto entro breve

termine raggiungere il limite, i giapponesi decisero di chiedere la parità con le flotte occidentali alla Conferenza navale di

Londra del dicembre 1935.

Già negli incontri preliminari alla conferenza il Giappone fece le sue richieste, rifiutate da Usa ed Inghilterra che dovevano

ripartire la loro flotta tra diversi oceani; come conseguenza di questo rifiuto il Giappone denunciò il Trattato navale di

Washington e si ritirò dalla Conferenza; questa si concluse nel marzo ’36 e stabilì alcune limitazioni di carattere tecnico sul

tonnellaggio.

Intanto i giapponesi meditavano una ripresa dell’offensiva in Manciuria dopo la tregua di Tangku del 1933, soprattutto per

contrastare il pericolo del Kuomintang di Chiang Kai-shek, che stava tentando di riorganizzare la Cina e renderla

indipendente; la pace fu rispettata per due anni, poi ricominciò la penetrazione in territorio cinese.

Tra maggio e giugno, con dei pretesti, furono occupate le regioni della zona smilitarizzata dalla pace di Tangku, l’Ho Peh, il

Siu Yuan e il Chatar, a nord del Jehol, dove furono firmati accordi con le autorità locali cinesi; un tentativo di creare in

queste zone uno stato fantoccio simile al Manciukuò (siamo nella Mongolia interna), fu abbandonato dal governo per la

reazione di Chiang Kai-shek (ammassò truppe al confine) e per il timore di un attacco russo.

L’Urss aveva provato ad essere conciliante con il Giappone, riconoscendo il Manciukuò e cedendo in pagamento i propri

diritti sulla ferrovia orientale cinese; tuttavia vi furono scontri tra le truppe giapponesi del Manciukuò e quelle della

Repubblica popolare mongola, con il quale i russi decisero di firmare un trattato di assistenza per impedirne l’invasione.

Nel novembre 1935 l’avanzata giapponese in Cina continuò, arrivando nella regione di Pechino; Chiang Kay-shek, non

ancora pronto alla guerra, accettò il fatto compiuto.

Nel novembre 1936 fu firmato il patto anti-komintern tra il Giappone e la Germania; esso era in apparenza un accordo

contro l’espansione del comunismo nel mondo, in realtà la Germania accettava la penetrazione giapponese in Cina e un

protocollo segreto stabiliva che se uno dei due paesi fosse stato attaccato dall’Urss, l’altro non sarebbe intervenuto e che

inoltre degli accordi politici di uno dei due Paesi sempre con l’Urss avrebbero dovuto ottenere il consenso dell’altro

firmatario.

A partire dal 1937 l’espansione giapponese in Cina assume le caratteristiche di una vera e propria occupazione con la

finalità di creare un vero e proprio protettorato su tutta l’immensa regione, creando un governo controllato da loro come nel

Manciukuò.

A causa di un incidente tra soldati cinesi e giapponesi nei pressi di Pechino, scoppiò una vera e propria guerra che tuttavia

non fu dichiarata da nessuna delle due parti contendenti; a partire dal luglio i Giapponesi conquistano Pechino e si dirigono

a sud verso Shangai (ottobre), Nanchino (dicembre), conquistando lo Xiantung (gennaio ’38) e Canton (ottobre ’38); dopo

queste disfatte, Chiang Kay-shek decise di ritirarsi in una regione protetta dalle montagne dove poté organizzare una

resistenza ad oltranza e nel marzo e nell’aprile 1938 i cinesi riuscirono anche a riportare qualche vittoria, grazie ai

rifornimenti di armi che giungevano dall’estero (soprattutto dall’Urss, dalla Birmania e dal Tonkino francese e dagli Stati

Uniti, poiché la guerra non era stata dichiarata).

Successivamente, fino al 1944, i Giapponesi cercarono prevalentemente di bloccare le vie per questi rifornimenti, senza

scatenare nuove offensive e reprimendo la guerriglia interna; essi fecero anche due tentativi di pace nel ’37 e nel ’38 che

furono respinti dai cinesi.

Abbiamo detto che l’intenzione dei giapponesi non era tanto quella di annettere territori cinesi, bensì quella di creare uno in

Cina uno Stato vassallo; quindi fu deciso di fondare a Nanchino, nel gennaio 1940, un “Governo centrale della Repubblica

cinese” sotto la guida di Chiang-wei, promettendo di rispettare la sovranità della Cina e mantenendo soltanto delle

guarnigioni nelle regioni settentrionali.

Tuttavia ci si rese presto conto che, senza il sostegno dell’esercito nipponico, il governo-fantoccio di Chiang-wei sarebbe

presto caduto.

Nonostante il Giappone violasse il “Trattato delle nove potenze” e il “Patto Briand-Kellogg”, la reazione delle potenze di

fronte a questi avvenimenti fu assai debole: la Francia (nonostante la preoccupazione per l’Indocina francese), l’ Italia e la

Germania erano presi dai problemi europei e solo l’Inghilterra cercò di concordare un’azione comune con gli americani,

senza tuttavia aver davvero l’intenzione di intervenire in una guerra lontana e logorante, cosa che fu però rifiutata dal

presidente Roosevelt e da Hull; nel luglio ‘37 i due si limitarono ad inviare a tutti i governi del mondo una dichiarazione

astratta in cui si enumeravano i principi da seguire nei rapporti tra le nazioni. Essa non ebbe in pratica alcun effetto

concreto.

In dicembre furono bombardate dai giapponesi due navi da guerra inglesi ed americane e l’opinione pubblica statunitense

reclamò il ritorno in patria dei soldati presenti in Cina, ma alla fine ci si limitò a continuare a fornire armi al Kuomintang di

Chiang Kay-shek.

In settembre la SDN accolse l’appello della Cina e, guardandosi bene dal dichiarare il Giappone “paese aggressore”,

propose la riunione di una conferenza tra i firmatari del “Trattato delle nove potenze” che si tenne a Bruxelles nel novembre

1937. Essa non ottenne alcun risultato concreto.

Per quanto riguarda l’Urss, essa firmò con la Cina un patto di non aggressione dopo lo scoppio della guerra e fornì

costantemente armi al Kuomintang; i giapponesi protestarono e vi furono diversi incidenti tra cui i più gravi furono la

cosiddetta “guerra del Changkufeng” nel luglio ’38, con aspri scontri di confine tra le truppe nipponiche e sovietiche

concluse con 300 morti russi e la “guerra del lago Buir” con scontri che durarono dal maggio al settembre ’39.

Nonostante tutto ciò, nessuno dei due paesi voleva un conflitto con l’altro, i russi per i loro interessi vitali in Europa e i

Giapponesi per quelli in Cina e nell’Oceano Indiano.

Rottura tra Giappone e Stati Uniti.

A partire dall’estate del 1938 l’isolazionismo cominciò a perdere terreno tra gli americani, soprattutto a causa dei

bombardamenti giapponesi sulle popolazioni civili e si cominciò a sostenere l’idea di distinguere tra vittima ed aggressore,

abbandonando la cieca neutralità.

Intanto in Giappone andava al potere un governo più favorevole ad un ulteriore avvicinamento alle dittature di Italia e

Germania, ancora vaga nonostante il patto anti-komintern; i giapponesi sapevano che la pressione di Hitler su Francia ed

Inghilterra non permetteva ai due Stati di intervenire in Cina e durante l’estate si svilupparono scambi tesi a trovare un

accordo per un’alleanza di natura militare.

Tuttavia il patto von Ribbentrop-Molotov fu visto dai giapponesi come un “tradimento” (l’esercito aveva sempre più

influenza sul potere politico) e al momento dell’occupazione tedesca della Polonia vi fu una timida protesta del governo di

Tokyo.

Con l’inizio della guerra in Europa anche gli americani iniziarono ad aumentare la loro produzione di armamenti, nel

novembre 1939 fu soppresso l’embargo sulle armi ed inoltre, nel gennaio ’40, non fu rinnovato l’importante trattato di

commercio con il Giappone (cosa che portò alla caduta del governo nipponico).

A partire dal 1940 il Giappone si orientò verso una politica di espansione nei mari del sud;

innanzitutto il governo nipponico cercò di tagliare i rifornimenti a Chiang Kay-shek e in giugno fu chiesto alla Francia di

Pètain di bloccare i rifornimenti dall’Indocina e al governo inglese di bloccare quelli dalla Birmania e da Hong Kong

(questo fu fatto tramite un accordo dopo che Churchill aveva avuto il rifiuto dell’appoggio statunitense); in seguito vi fu

un’ulteriore sostituzione del governo (con il ritorno del principe Konoye e l’allontanamento definitivo del moderato Arita)

che portò ad un rafforzamento dell’esercito e quindi ad un riavvicinamento alla Germania e all’Italia, prevedendo la guerra

con le potenze anglosassoni.

Le prime misure di questo disegno furono subito attuate: nell’agosto del ’40 fu lanciato un ultimatum al governo di Vichy

per l’invio di truppe nel Tonchino (Indocina del nord), il governo francese cedette sotto la pressione dei tedeschi e in

settembre i Giapponesi varcarono la frontiera; un mese dopo furono inviate pressanti richieste di privilegi economici alle

Indie olandesi.

Il governo americano reagì votando in giugno la “legge sul rafforzamento della difesa nazionale” che aumentava

considerevolmente il numero dei soldati, inoltre furono prima limitate e poi vietate tutte le esportazioni di metalli ferrosi,

azione che comportò un grave onere all’industria metallurgica nipponica, che si riforniva ampiamente negli Usa.

Nonostante ciò i dirigenti giapponesi continuarono la politica di espansione territoriale e il 27 settembre 1940 risposero

firmando a Berlino il “Patto Tripartito” con la Germania e l’Italia; questo patto riconosceva la creazione di un “nuovo

ordine” in Europa, Africa ed Estremo Oriente fatto da Germania ed Italia, i tre Paesi riconoscevano le loro sfere di influenza

(quella giapponese arrivava fino in India), il patto non era destinato contro l’Urss (lo diceva un articolo) e, non

ufficialmente, era diretto contro gli Usa, in quanto prevedeva interventi militari combinati contro tutti i Paesi che si

sarebbero inseriti nella guerra.

A partire dalla firma di questo patto, il governo americano considerò sempre maggiormente l’eventualità di una guerra;

Roosevelt fu rieletto, confermando la politica di fermezza, e nel gennaio ’41 iniziarono a Washington degli incontri segreti

tra gli Stati Maggiori inglese, americano e dei Dominions, poi fu elaborato un piano di difesa con l’Olanda e l’Australia;

fu deciso che in caso di entrata in guerra gli Usa si sarebbero concentrati nell’Atlantico e anche in Europa, dato che la

Germania era il Paese portante dell’Asse, la flotta del Pacifico non avrebbe difeso Singapore ma le Hawaii e le Filippine.

Nonostante ciò, durante l’inverno, vi furono dei contatti tra Hull e l’ambasciatore Nomura durante i quali fu proposto al

Giappone un progetto: si sarebbero ristabilite le relazioni commerciali con il Giappone e gli Usa sarebbero intervenuti come

mediatori presso Chiang Kai-shek se questo avesse usato solo mezzi pacifici nei mari del Sud e non avesse aiutato Hitler.

A fine marzo Mutsuoka propose un patto di non aggressione all’Urss e negli incontri con Hitler e von Ribbentrop questi

cercarono di convincerlo che la sconfitta imminente dell’Inghilterra favoriva un’invasione immediata di Singapore; tornato

a Mosca trovò uno Stalin preoccupato per l’atteggiamento tedesco e disposto a firmare il Trattato di non aggressione tra i

due Paesi senza porre condizioni (13 aprile 1941); ciò irritò molto Hitler.

In Giappone l’esercito premeva per un attacco immediato a sud anche in previsione di un attacco americano, il principe

Konoye e la marina non volevano la guerra con gli Usa, non era previsto un aiuto alla Germania in caso di attacco all’Urss,

quindi il rispetto del patto.

Tra giugno e luglio 1941 la politica giapponese fu definita:

nelle conferenze prevalse il parere dell’esercito, si decise di estendere l’influenza militare in Indocina e in Thailandia e di

porre termine alla resistenza di Chiang Kai-shek; i preparativi per una guerra contro l’Inghilterra e gli Usa sarebbero stati

completati.

La Thailandia era in lotta con la Francia di Vichy per alcuni territori in Cambogia, nel gennaio ’41 il Giappone strinse

alleanza con la Thailandia e nel maggio di quell’anno la Francia cedette ai thailandesi i territori richiesti; a luglio i

giapponesi pretesero dal governo francese nuovi diritti e nuovi territori in Indocina; sotto la pressione tedesca, Pétain

cedette e le truppe giapponesi invasero tutta l’Indocina, minacciando Singapore (25 luglio 1941).

A questo punto Inghilterra ed Usa decisero di intervenire a livello economico: nei due Stati e nei Dominions furono

congelati i fondi nipponici e ciò impedì ai giapponesi di poter acquistare le necessarie quantità di prodotti petroliferi dagli

Usa, in più furono rilasciate delle dichiarazioni (frutto dell’incontro dell’Atlantico tra Roosevelt e Churchill) in cui si diceva

che gli Usa avrebbero preso tutte le misure necessarie per salvaguardare i loro interessi nel Pacifico e che l’Inghilterra li

avrebbe sostenuti senza alcuna esitazione.

Un progetto di incontro diretto tra Roosevelt e Konoye fu respinto dall’esecutivo statunitense, rafforzando in Giappone

l’idea che i metodi diplomatici erano ormai superati; in una conferenza a cui prese parte anche l’Imperatore nel settembre

1941 si comprese come la conquista del Borneo, di Sumatra e della Malesia avrebbero compensato per il Giappone la

carenza delle forniture americane ma per fare ciò bisognava conquistare Singapore (Gran Bretagna) e le Filippine (Usa);

la decisione definitiva non fu raggiunta e Konoye rassegnò le dimissioni il 15 ottobre e il suo successore, Tojo, decise che

sarebbero state fatte agli Usa delle proposte finali (proposte A e B), se gli americani avessero rifiutato, sarebbe stata la

guerra.

La prima proposta fu respinta da Roosevelt poiché non prevedeva un evacuazione immediata dell’Indocina, la seconda lo

prevedeva ma, in pratica, lasciava la Cina nella mani nipponiche e furono allo stesso modo respinte dagli americani; vi

furono delle controproposte di Hull che però erano inaccettabili per i progetti di espansione giapponesi (rinuncia a Cina e

Indocina).

Fallite le mediazioni, come deciso, il Giappone era pronto alla guerra, mentre negli Usa non si credeva alla sua imminenza e

i preparativi militari erano ancora insufficienti; il 7 dicembre 1941 una flotta aerea giapponese attaccò di sorpresa la flotta

americana nel Pacifico di stanza a Pearl Harbor, nelle isole Hawaii, e furono sbarcate truppe in Malesia.

Gli americani furono in questo modo brutalmente cacciati nel conflitto, che diveniva mondiale; l’11 dicembre 1941 anche la

Germania e l’Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti.

LA FASE MONDIALE DELLA GUERRA (1941 – 45).

Il “nuovo ordine” in Europa.

La volontà di Hitler era sicuramente quella di dominare l’Europa. Tuttavia la politica di controllo sugli Stati presentava

differenze:

alcune regioni erano state direttamente annesse alla Germania (Austria, Sudeti, parte della Polonia occidentale, l’Alsazia-

Lorena, il nord della Slovenia e successivamente anche Trieste e il sud Tirolo, Memel e Danzica);

altri Paesi erano soggetti ad un protettorato tedesco (Boemia e Moravia, Polonia occidentale);

in alcune regioni vi era un occupazione che si diversificava in zone in cui vi era un trattamento relativamente favorevole

(Francia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca e Norvegia) e Paesi soggetti ad un’occupazione estremamente dura (Grecia,

Serbia, i territori sovietici e tutta la Polonia).

Solo Svizzera, Portogallo e Svezia sfuggivano all’influenza nazista in quanto i rimanenti stati dell’Europa continentale

(Italia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Croazia, Spagna e Finlandia) erano alleati della Germania o paesi amici.

I Paesi occupati avevano l’onere di mantenere le truppe di occupazione, in essi Hitler vi trovava le materie prime, i viveri e

soprattutto la manodopera, nonostante vi fosse la guerriglia in molte zone; l’adesione al “patto tripartito” era considerato un

criterio di fedeltà all’ordine nuovo e Italia, Slovacchia, Ungheria e Romania si allearono alla Germania nella lotta

all’Unione Sovietica.

- Nell’Europa occidentale l’occupazione tedesca divenne più dura a partire dal 1942.

Hitler aveva dovuto rinunciare alla “guerra lampo” dopo la resistenza dei sovietici e si trovò impegnato in un’estenuante

“guerra totale”, soprattutto nel 1943; le risorse degli stati occupati vennero sfruttate con sempre maggiore intensità, tutti i

giovani furono mandati a lavorare in Germania, gli attentati si moltiplicarono e le rappresaglie divennero sempre più dure.

Il governo danese cercava di praticare la “non belligeranza” e limitava la collaborazione con i tedeschi, in Norvegia fu

creato un governo-fantoccio che fu sempre avversato dalla popolazione, i regnanti e i governi legittimi norvegesi e olandesi

erano a Londra e lo stesso per il governo belga, mentre il re Leopoldo III era rimasto in Patria e rifiutava la collaborazione

con i tedeschi.

- Per quanto riguarda la Francia, dopo il ritorno di Laval nell’aprile ’42, il governo di Vichy aveva accentuato il suo

collaborazionismo con i tedeschi; tuttavia l’11 novembre 1942 i tedeschi occuparono la zona libera francese e l’autorità di

Pétain fu ridotta a zero (fu poi portato coatto in Germania), le relazioni diplomatiche con l’estero si interruppero e si può

dire che dal 1943 la Francia non ebbe più una sua politica estera.

- Dopo il 1938 l’Ungheria si schierò nettamente nel campo tedesco, annettendo il Sud della Slovacchia, la Rutenia sub

carpatica, i 2/3 della Transilvania e alcuni territori in Yugoslavia; tuttavia il reggente Horty, capo dello Stato, evitava di

impegnarsi nella guerra e di praticare una politica antisemita.

Nonostante ciò, sotto il compiacente governo Bardossy, essa dichiarò guerra alla Russia, alla Gran Bretagna e agli Stati

Uniti; quando Bardossy fu sostituito nel marzo ’42 da Kallay la politica estera ungherese cambiò radicalmente, poiché

questi decise di chiedere l’armistizio agli Alleati.

Dopo la disfatta ungherese di Voronez nel gennaio ’43, Kally cercò appoggio in Mussolini, il quale era troppo debole per

resistere alla Germania, cercando allo stesso tempo di stabilire dei contatti ufficiosi con gli Alleati di stanza ad Istanbul;

questi chiesero una non collaborazione militare ed economica progressiva con i tedeschi e, al momento giusto, un attacco

armato.

Ma Hitler protestò energicamente contro il disimpegno ungherese, convocò Horty e gli pose una sorta di ultimatum di

collaborazione; quando egli rifiutò, i tedeschi invasero l’Ungheria (19 marzo 1943) e instaurarono un governo filo-nazista

(che tuttavia fu sostituito da Horty in agosto).

Dopo contatti con gli alleati fu firmato un armistizio a Mosca nell’ottobre 1944 che fu reso pubblico; il giorno dopo i

tedeschi fecero cadere il governo e Horty fu deportato in Germania.

Iniziavano mesi di terrore in Ungheria, fino alla liberazione.

- La Romania e la Bulgaria furono i principali alleati balcanici della Germania.

In Romania Re Carol fu costretto ad abdicare su pressione tedesca e il potere assoluto fu preso dal generale Ion Antonescu,

capo del movimento fascista della “Guardia di ferro”; egli aprì il suo Paese ai tedeschi, sviluppò la campagna anti-semita,

consegnò ad Hitler i pozzi petroliferi romeni e dichiarò guerra alla Russia in cambio, sembra, di una riconquista della

Transilvania.

Le vittorie russe del 1943-44 favorirono la ripresa degli avversari di Antonescu, i quali iniziarono ad avere contatti con gli

alleati al Cairo; il 23 agosto 1944, con i russi ormai in territorio rumeno, vi fu un colpo di stato a Bucarest che accelerò

l’avanzata sovietica.

La Romania accettò l’armistizio alleato (firmato il 12 settembre a Mosca) e il giovane re Michele fece arrestare Antonescu e

costituì un nuovo governo.

Re Boris di Bulgaria scelse il campo tedesco nel 1940 ma, per le forti simpatie filo-russe, non dichiarò guerra all’Urss e

concluse con la Turchia un trattato di non aggressione (febb. 1941);

la Bulgaria ottenne dei vantaggi con l’annessione della Macedonia jugoslava e della Tracia, che gli dava un importantissimo

sbocco sul mar Mediterraneo.

Fino al 1944 si succedettero governi più o meno favorevoli ai nazisti, finché nell’autunno del ’44 fu chiesta la partenza delle

truppe tedesche; il 5 settembre fu dichiarata guerra alla Germania ma nonostante ciò pochi giorni dopo il Paese fu invaso

dall’Armata Rossa.

Il 28 ottobre fu firmato a Mosca l’armistizio con gli Alleati e i bulgari non riuscirono ad ottenere uno Stato macedone

indipendente né a conservare la Tracia.

- Dopo la sconfitta della Jugoslavia, re Pietro II andò in esilio a Londra, appoggiando dall’estero un movimento di

resistenza serbo guidato dal generale Mihailovic il quale decise di non compiere azioni di guerriglia e di serbare le forze per

un eventuale sbarco alleato; allo stesso modo si sviluppò un altro movimento di resistenza attivo guidato dal segretario

generale del partito comunista jugoslavo, Jozip Broz, un contadino di origine croata detto Tito.

Questo movimento di guerriglia arrivò a contare 200 mila uomini prima del ’43, poi aumentati nel numero e nei mezzi

impossessandosi delle armi dell’esercito italiano dopo l’armistizio; Tito fu moderatamente appoggiato dai Russi.

La tensione tra il movimento partigiano e il governo in esilio appoggiato dal gruppo di Mihailovic divenne estrema nel

1944, quando il “Comitato nazionale jugoslavo” di Tito denunciò Mihailovic di collaborazionismo con i tedeschi (ciò che

portò al ritiro dell’appoggio britannico).

Il nuovo governo in esilio guidato da Subàsic riuscì ad ottenere un accordo con il movimento di liberazione nazionale

nell’agosto 1944, sull’obiettivo comune della liberazione del Paese; questa liberazione si ebbe il 20 ottobre ’44 quando

l’Armata Rossa entrò a Belgrado, ma bisogna dire che la Jugoslavia fu l’unico Paese che riuscì a cacciare i nazisti con le sue

sole forze.

Il governo croato tentò invano di resistere all’avanzata dei partigiani e in seguito Pavelic fuggì con i tedeschi; in Albania

Enver Hoxa costituì un governo comunista dopo la liberazione di Tirana (passata dagli italiani ai tedeschi) nel novembre

1944.

Il “nuovo ordine” giapponese in Estremo Oriente.

Nei mesi che seguirono l’attacco a Pearl Harbor, i giapponesi iniziarono un’inarrestabile avanzata che li condusse,

nell’aprile del ’42, alla conquista di un impero di 8 milioni di Kmq avente il 97% della produzione di caucciù naturale del

mondo; caddero il Siam e la Malesia britannica, Singapore, il Borneo e la Nuova Britannia, le Filippine e Giava, Honk kong

e la Nuova guinea, arrivando a minacciare l’Australia.

Gli americani si riorganizzarono a partire dallo stabilimento di basi nella Nuova Caledonia francese e scatenarono un

importante battaglia aeronavale nel Mar dei Coralli, riportando la storica vittoria delle isole Midway (5 giugno 1942) e

arrestando l’avanzata giapponese.

Nei mesi seguenti vi furono molti scontri in quest’area finché, nel febbraio 1943, gli statunitensi riuscirono a liberare l’isola

di Guadalcanal e cominciarono la riconquista dei territori persi.

- Le Filippine avrebbero dovuto ottenere l’indipendenza dagli Usa intorno al ’44; all’arrivo dei giapponesi, nel gennaio ’42,

fu istituito un partito unico di tipo totalitario e tutti gli organismi politici ed economici furono posti sotto l’autorità

giapponese.

La politica giapponese si rifaceva al motto “l’Asia agli asiatici” e il governo decise di dare prova di questa volontà di

“autonomia e coprosperità asiatica” facendo eleggere un’Assemblea Costituente che approvò una nuova Costituzione;

successivamente l’amministrazione militare giapponese lasciò i poteri alla nuova Repubblica indipendente delle Filippine.

Nel 1944 il nuovo governo filo-giapponese firmò un’alleanza con il Giappone; quando iniziarono i bombardamenti alleati le

Filippine dichiararono guerra agli Usa e all’Inghilterra (settembre 1944).

I giapponesi fecero un grosso sforzo per “disamericanizzare” il Paese, prendendo lo stesso una grossa parte delle sue

ricchezze, cosa che fece nascere vari movimenti di resistenza.

La liberazione delle Filippine iniziò nell’ottobre ’44 e fu completata nel febbraio 1945.

- Un metodo analogo fu adottato anche nelle Indie olandesi; quando si impadronirono del vasto arcipelago, i giapponesi

costituirono il “Movimento delle tre A” (Giappone leader dell’Asia, protettore dell’Asia, luce dell’Asia); anche qui

nacquero gruppi guidati dai leader nazionalisti, qualcuno collaborazionista e altri di resistenza e anche qui fu promessa

l’indipendenza assoluta.

Tuttavia solo nel marzo 1945 fu costituito a Giava un “Comitato d’inchiesta per la preparazione dell’indipendenza”

dominato dal leader nazionalista Sukarno, il quale il 15 agosto 1945 pubblicò una dichiarazione d’indipendenza che ebbe

importanti conseguenze.

- In Birmania i giapponesi trovarono un regime di autonomia stabilito dagli inglesi già nel 1935, anche se il governo

britannico manteneva un diritto di veto su importanti decisioni del governo e manteneva comunque un’autorità assoluta

sulla metà del Paese; i tentativi dei leaders dei movimenti patriottici birmani di ottenere lo status di “dominion” si

scontrarono con i rifiuti di Churchill e, quando i giapponesi conquistarono il Paese, concessero l’indipendenza e crearono un

governo-satellite, il quale dichiarò guerra agli Usa e all’Inghilterra (agosto 1943).

Il governo legale era in esilio in India e la durezza dell’occupazione resero impopolare il governo filo-giapponese, si

svilupparono movimenti di resistenza di matrice comunista e, quando il Paese fu liberato dagli Alleati (maggio 1945),

nacquero agitazioni comuniste e nazionaliste.

Diversa fu la situazione in Malesia, dove l’occupazione giapponese non fu mai preferita dai malesi a quella inglese (la

mediazione inglese serviva per controllare il crogiolo tra cinesi, indiani e malesi nello stato); i giapponesi preferirono

stimolare sentimenti di diffidenza verso i cinesi ma, con lo sbarco alleato e la liberazione, gli inglesi furono accolti con

entusiasmo.

- Quando i giapponesi sbarcarono in Thailandia (ex Siam), la resistenza del governo fu nulla in ricordo dell’appoggio

giapponese dato a questo Paese nella lotta all’Indocina francese; il governo thailandese (impostato su di un regime xenofobo

a partito unico), dunque, non fu sostituito e dichiarò guerra agli Alleati nel gennaio 1942.

Nel nord del paese fu costituito un movimento indipendentista appoggiato dagli Alleati, il “Free Thai”, che riuscì ad

insediare un suo simpatizzante come primo ministro, il quale si sforzò di praticare una politica più vicina agli Anglosassoni.

- Per quanto riguarda l’Indocina, dopo l’occupazione l’ammiraglio Decoux praticò una politica “attendista” ma nel marzo

1945 i giapponesi, temendo uno sbarco alleato in Indocina appoggiato dalle truppe francesi, lanciò un ultimatum

all’ammiraglio francese per una difesa comune del Paese; avendo Decoux rifiutato, le guarnigioni francesi furono annientate

e fu posto fine allo statuto coloniale dell’Indocina.

La colonia si divise in più parti: Cambogia, Laos e nel Tonchino, con l’appoggio di armi e tecnici americani, riuscì ad

insediarsi la “Lega per l’indipendenza del Vietnam”, comandata dal militante comunista Ho Chi Minh e naturalmente in

opposizione al regime di occupazione giapponese.

Quando i giapponesi capitolarono, la Lega (detta “Viet Minh”) proclamò l’indipendenza del Paese e Ho Chi Minh si stabilì

ad Hanoi.

Così, il metodo giapponese nel SudEst dell’Asia era consistito in uno sforzo per creare ovunque dei governi satelliti

strettamente sottomessi a Tokyo. Questo piano fu realizzato nel 1943 nelle Filippine e in Birmania e solamente nel 1945

nell’Indocina francese e in Indonesia.

In Siam, i giapponesi poterono utilizzare il governo esistente e solo in Malesia si accontentarono di un sistema di governo

diretto.

La minaccia giapponese che gravava sull’India comportava per gli inglesi una situazione abbastanza delicata riguardo la

soddisfazione dei sentimenti nazionalisti molto forti nel Paese.

Churchill, nonostante le pressioni di Roosevelt, non voleva concedere l’indipendenza nel pieno della guerra, poiché ciò

avrebbe gettato l’India nel caos (i musulmani erano contrari ad uno stato unitario che li avrebbe sommersi) e favorito

l’invasione giapponese; il Partito del Congresso di Ghandi proclamava la neutralità e la non resistenza ma una falange

comprendente Nehru era ostile alla dominazione inglese e volevano un’indipendenza immediata, pur lasciando mano libera

all’esercito inglese per la difesa del territorio.

Il gabinetto di guerra britannico decise di promettere l’indipendenza per il periodo successivo alla fine della guerra e inviò

nel marzo 1942 un suo rappresentante, sir Cripps, con delle proposte che furono però respinte dal Partito del Congresso; la

situazione rimase immutata.

A questo punto i giapponesi cercarono di sfruttare il nazionalismo indiano per la loro causa, creando (con i prigionieri di

Singapore) un “esercito nazionale indiano” che arrivò a contare un massimo di soli 30 mila uomini, ponendolo agli ordini di

un leader nazionalista indiano, Bose, il quale divenne anche Capo di Stato del governo filo-giapponese di Argad-Hind;

questo esercito fu annientato dagli Alleati nella riconquista della Birmania.

- In Cina, nei territori non controllati dai giapponesi, vi erano difficili relazioni tra il governo nazionalista del Kuomintang

e i comunisti; le ostilità si erano ridotte per far fronte all’invasione giapponese tuttavia, nel gennaio 1941, l’incidente detto

“della nuova quarta armata” fece riesplodere il conflitto (un’armata comunista aveva rifiutato di eseguire un ordine del

governo ed era stata disarmata con la forza).

Vi furono degli incontri tra le delegazioni dei due schieramenti che si risolsero con un nulla di fatto; Roosevelt, che aveva

interesse in un’unione cinese contro il Giappone, inviò il vicepresidente generale Wallace in Cina, in territorio comunista,

per mediare un risanamento del conflitto tra i comunisti (che secondo Wallace erano in mala fede) e il Kuomintang.

Le relazioni alleate dal 1942 al 1944.

Di fronte alle invasioni naziste e giapponesi gli Alleati coordinarono i loro sforzi ma, se tra Roosevelt e Churchill vi erano

ottimi rapporti, rimaneva diffidenza tra gli Anglosassoni e l’Urss.

Dopo l’attacco alla Russia la Germania scompare dai rapporti internazionali e la palla passa agli Alleati; con l’attacco di

Pearl Harbor, Roosevelt accettò un incontro con Churchill a Washington, dove si stabilissero solidamente le basi della

collaborazione e determinare la priorità da dare alle operazioni militari (dicembre ’41 – gennaio ’42).

La Conferenza di Washington si ebbe nel gennaio 1942, il 1° gennaio 1942 fu firmato da Inghilterra, Usa, Russia e altre 23

nazioni un documento informale di grande valore, la “Dichiarazione delle nazioni unite nella guerra contro la Germania”, un

richiamo dei principi della Carta Atlantica con l’aggiunta della libertà religiosa, che fu accettata anche dai sovietici;

le “Nazioni unite” si impegnavano a impiegare tutte le loro risorse militari ed economiche contro l’Asse e di non firmare né

armistizi né paci separate, concentrando lo sforzo sulla Germania, sicuramente per la sua maggior potenza militare ed

industriale e per le pressioni inglesi.

Furono creati uffici comuni e fu deciso che l’autorità militare suprema sarebbe stato uno “Stato maggiore combinato” in cui

la rivalità tra americani (sostenitori della concentrazione delle forze contro lo Stato più forte nel punto più forte) e gli inglesi

(che sostenevano un logoramento del nemico nei suoi punti deboli) fu assai viva.

Durante i primi mesi del 1942 gli Alleati subirono numerose sconfitte, solo i sovietici riuscirono a riportare qualche vittoria

nell’inverno ’41-’42 e ad arrestare definitivamente l’avanzata tedesca;

Stalin chiedeva incessantemente l’apertura di un secondo fronte e una maggior fornitura di armi all’Urss, Molotov fece un

viaggio a Londra e Washington (maggio-aprile 1942), con l’Inghilterra firmò un trattato di alleanza diretto contro la

Germania e di collaborazione per la fine del conflitto, agli americani Molotov chiese l’apertura del secondo fronte per

quell’anno poiché molto probabilmente l’Armata Rossa non sarebbe arrivata alla fine del 1943, Roosevelt disse che si

“poteva”, suscitando le proteste di Marshall e Hull.

Churchill era contrario all’idea di uno sbarco in Francia e preferiva preparare uno sbarco in Africa del nord; Rommel

conquistò Tobruk in giugno, mentre Churchill era a Washington e quindi in luglio, malgrado le proteste dei generali

americani, si decise per uno sbarco in Africa del Nord (operazione Torch); stabiliti i piani, restava da far accettare a Stalin il

ritardo nell’apertura del fronte in Europa e fu direttamente Churchill a recarsi a Mosca il 12 settembre, dove incontrò uno

Stalin molto scontento per queste decisioni.

Dopo lo sbarco in Africa del Nord, Stalin ruppe il suo lungo silenzio e si felicitò per i successi riportati in Algeria e in Libia

contro gli italo-tedeschi.

Churchill e Roosevelt si incontrarono nel gennaio 1943 in Marocco, a Casablanca , Stalin non fu presente poiché quello era

il momento più critico per l’assedio di Stalingrado; quest’incontro serviva per preparare le operazioni militari nel

Mediterraneo e la conquista della Sicilia, per cercare di riconciliare i gollisti con i francesi algerini e per rassicurare i russi

sulla loro volontà di proseguire la lotta.

Nonostante quest’ultimo punto, i rapporti degli anglosassoni con l’Urss ebbero un momentaneo peggioramento proprio

dopo la Conferenza di Casablanca: Stalin moltiplicò le illazioni circa il ritardo nell’apertura del secondo fronte e le fece

conoscere vivacemente agli anglosassoni; Roosevelt non si degnò neanche di rispondere mentre Churchill rispose a tono

ricordando le passate esperienze russe nel campo tedesco.

Accortosi forse dell’errore, Stalin fece un gesto molto importante che fece ristabilite i buoni rapporti, decidendo di

sciogliere il Komintern, organizzazione ostile ad Usa ed Inghilterra.

Nella metà del ’43 vi furono degli importanti incontri tra inglesi ed americani:

a marzo Eden si recò a Washington e si ebbero dibattiti circa la situazione nel dopoguerra, il riconoscimento dell’annessione

dei Paesi Baltici e della Bessarabia all’Urss, la limitazione della Polonia ad est sulla vecchia linea Curzon e compensazione

ad ovest a spese della Germania con l’evacuazione della popolazione tedesca, lo smembramento della Germania secondo le

volontà indipendentiste delle regioni interne, l’indipendenza dell’Austria.

D’altra parte non vi fu accordo circa la Francia poiché gli inglesi volevano unificare il comando e Roosevelt preferiva

continuare a trattare con le diverse “autorità locali” e non vi fu intendimento neanche circa la questione del mandato

(“trusteeship”) che gli americani volevano in Oriente.

Nel maggio ’43 fu tenuta a Washington la conferenza “Tridente”, dove si discusse prevalentemente di operazioni militari e

si decise lo sbarco in Europa per il maggio 1944 (operazione “Overlord”) e la rinuncia ai diritti di extraterritorialità in Cina

dopo la guerra.

L’arresto di Mussolini e la nascita del governo Badoglio indussero in agosto un nuovo incontro a Quebec (conferenza

“Quadrante”) dove le quattro grandi potenze in lotta (Usa, Inghilterra, Urss e Cina) redassero il progetto di

un’organizzazione internazionale per la sicurezza futura.

Il 19 ottobre 1943 vi fu la prima riunione tra i rappresentanti dei tre alleati, avvenuta a Mosca con la Conferenza dei Ministri

degli Esteri a cui parteciparono Eden, Hull e Molotov; l’obiettivo di Molotov fu quella di affrettare uno sbarco in Francia,

cosa non desiderata da Churchill che voleva continuare le operazioni in Italia e uno sbarco nei Balcani o in Grecia, inglesi e

russi caldeggiarono un entrata in guerra della Turchia ma nella “seconda conferenza del Cairo” avutasi subito dopo quella di

Teheran, i turchi rifiutarono accampando l’insufficienza delle loro forze militari (ciò che complicò il già improbabile sbarco

nei Balcani voluto dal premer inglese).

Prima dell’incontro tra i tre Capi di Stato in Iran, Churchill e Roosevelt incontrarono Chiang Kay-shek al Cairo, dove fu

deciso che il Giappone sarebbe stato punito con la perdita di tutti i territori sul continente asiatico e delle isole occupate, gli

inglesi insistettero su Hong Kong.

Dal 28 novembre al 1°dicembre 1943 si ebbe la Conferenza di Teheran (l’Iran, nonostante la sua neutralità e stracciando le

regole del diritto internazionale, era stato diviso nel 1941 tra Russia ed Inghilterra e lo Scià era stato mandato in esilio).

L’incontro di Teheran portò ad una svolta nei rapporti tra i tre Paesi, l’atmosfera fu cordiale e si discusse su molti punti

importanti e Roosevelt abbandonò la sua diffidenza verso l’Urss, credendo che avrebbe intrapreso la strada della

democratizzazione.

L’incontro stabiliva che le tre potenze vincitrici (con l’aggiunta della Cina) avrebbero dovuto controllare la pace nel mondo

dislocando le loro forze armate all’estero, i “quattro poliziotti” secondo l’affermazione di Roosevelt; gli americani volevano

far risorgere la vecchia SDN, dalla quale la Russia era fuori e Stalin decise di parteciparvi a condizione che non fosse

ammessa la Santa Sede; iniziò la preparazione dello statuto delle “Nazioni Unite”.

Roosevelt propose che l’Organizzazione delle Nazioni Unite fosse composta da 3 elementi:

una “Assemblea” comprendente tutti i membri e che avrebbe discusso sui problemi mondiali;

un “Comitato esecutivo” composto da i quattro grandi, due nazioni europee, una sudamericana, una mediorientale, una

dell’Estremo Oriente e da un dominion che avrebbe trattato le questioni non militari;

un “Consiglio di sicurezza” composto dai quattro grandi, incaricati di prendere misure immediate nel caso in cui la pace

fosse stata minacciata.

Sul piano militare si parlò dello sbarco in Normandia che doveva portare più di 1 milione di anglosassoni sulla costa

francese; lo sbarco contemporaneo nei Balcani chiesto da Churchill fu rifiutato dagli americani e soprattutto da Stalin,

sicuramente perché non desiderava la presenza degli alleati nella zona balcanica.

Si discusse ampiamente anche del problema polacco; già dal 1941 i russi e gli inglesi si erano detti d’accordo alla

ricostituzione di uno stato polacco indipendente all’interno dei suoi confini etnici, escludendo i 10 milioni di russi e tedeschi

della “Grande Polonia”.

Il governo polacco richiedeva addirittura lo Stato del 1872 ma l’impegno di Churchill riuscì a far accettare il punto di vista

sovietico; quando l’accordo sembrava raggiunto, furono scoperte nel 1943 le “fosse di Catin” cioè fosse comuni in cui

l’Armata Rossa aveva sepolto 11 mila ufficiali polacchi (epurazione della piccola borghesia Polacca quando i Russi erano

nel Paese).

Russi ed anglo-americani respinsero le accuse polacche ma Varsavia ruppe le relazioni diplomatiche con Mosca; a quel

punto i russi decisero di risanare il contrasto accettando parte delle rivendicazioni territoriali polacche, prendendo l’impegno

che la Polonia del dopoguerra avrebbe avuto la stessa estensione che aveva prima del conflitto.

Per fare ciò, le perdite dei territori polacchi ad est andati all’Urss furono compensati con altrettanti territori ad ovest a danno

della Germania; si ha quindi uno slittamento della Polonia sulla carta politica europea verso ovest, e a causa di ciò la

popolazione tedesca nei nuovi confini polacchi raggiunge i 10 milioni di abitanti.

La soluzione migliore che si riuscì a trovare fu quella di cacciarli dal territorio polacco.

Le tre potenze si trovarono concordi anche circa uno smembramento della Germania e sull’installazione di basi militari sul

territorio tedesco, sistema suggerito anche per il Giappone;

Lo studio dello smembramento tedesco fu affidato ad una “Commissione Consultiva Europea”.

Il risollevamento francese, il crollo dell’Italia e il Medio Oriente.

E’ nella metà del 1942 che si ha una svolta negli avvenimenti politici e militari della guerra.

A maggio i tedeschi combattevano a Stalingrado e sui confini dell’Egitto; nei mesi successivi si ha lo sbarco alleato in

Africa che accellera il crollo dell’Italia e l’apertura di un nuovo fronte in Europa, portando alla fine definitiva dell’avanzata

tedesca.

Tutto ciò fu possibile anche per l’ingresso nella lotta dell’impero coloniale francese, portando ad una riapparizione attiva

della Francia sulla scena internazionale.

Prima dello sbarco in Africa del nord, inglesi ed americani cercarono di individuare un’autorità francese che avrebbe potuto

sollevare le truppe dell’Africa del Nord controllate da Vichy contro la Germania; dopo il rifiuto di Weygand (fedele all’idea

di Pétain di combattere chiunque avesse attaccato le colonie francesi, Alleati, tedeschi o gollisti) si pensò allo stesso De

Gaulle, tuttavia le truppe africane erano fedeli a Pètain, soprattutto perché associavano il generale agli inglesi, il cui

atteggiamento a Mers-el-Kebir non era stato dimenticato.

Inoltre un incidente fece peggiorare le relazioni tra Roosevelt e De Gaulle: nel dicembre 1941, mentre il governo americano

assicurava Vichy circa il mantenimento dei possedimenti di questo in America, De Gaulle ordinava uno sbarco dei “francesi

liberi” sulle isole vicino Terranova di Saint-Pierre e Miquelon, dove la popolazione li accolse trionfalmente e Churchill

approvò.

Pétain accusò il governo americano di “doppiezza” e Roosevelt decise di non rivelare a De Gaulle i piani di sbarco in

Africa, escludendolo dalla questione.

Gli americani preferirono optare sul generale Giraud, il quale era evaso da un carcere tedesco ed era entrato in contatto con

Murpy, console generale americano ad Algeri; Giraud voleva uno sbarco alleato sulla costa francese del Mediterraneo e la

direzione dell’intera operazione, che Roosevelt aveva già deciso di affidare ad Eisenhower.

Per sanare il contrasto fu siglato l’accordo “Murpy-Giraud” in cui gli Alleati si impegnavano a restituire alla Francia la sua

grandezza e i suoi possessi territoriali, la Francia sarebbe stata alleata degli Stati Uniti e il comando in Africa del nord

sarebbe stato americano per sicurezza.

Lo sbarco americano iniziò l’8 novembre dall’Algeria e dal Marocco; in queste regioni si sviluppò una certa resistenza da

parte del generale Nogues in Marocco e inizialmente di Darlan, dopo l’ordine di Pétain di resistere agli invasori.

Dopo negoziati tra Murpy e Darlan, quest’ultimo sposò per opportunismo la causa alleata e, dichiarando il maresciallo

Pétain evidentemente prigioniero dei tedeschi, prendeva il potere in Africa del Nord “a nome del maresciallo”, mantenendo

dunque all’interno il regime autoritario del governo di Vichy; gli americani si rassegnarono a questa soluzione poiché

Darlan godeva di una maggiore influenza sull’esercito in Africa rispetto a Giraud.

I rapporti tra americani e francesi furono regolati dagli accordi Darlan-Clark, meno vantaggiosi per la Francia di quelli

siglati da Giraud.

La conseguenza del voltafaccia di Darlan fu l’occupazione della zona libera francese da parte dell’esercito tedesco, ordinata

da Hitler il giorno successivo allo sbarco (9 settembre 1942), egli intendeva impadronirsi della flotta francese di Tolone ma

non vi riuscì poiché un improvviso attacco navale alleato il 27 novembre la costrinse ad autoaffondarsi.

Darlan nominò Giraud comandante delle truppe francesi in Africa settentrionale e il 4 dicembre 1942 fu costituito un

“Consiglio imperiale” che riuniva tutti i comandanti delle truppe francesi in Africa, cosa che suscitò le immediate proteste

del generale De Gaulle; Darlan fu assassinato pochi giorni dopo da un giovane fanatico gollista e il “Consiglio imperiale”

nominò Giraud.

Giraud abolì le leggi di Vichy (comprese le misure contro gli Ebrei) su “consiglio” americano.

La situazione, quindi, vedeva all’inizio del ’43 due gruppi di francesi impegnati nella lotta contro la Germania, i “Francesi

liberi” di De Gaulle, attivi soprattutto in Francia, e i “Francesi di Algeri” agli ordini di Giraud aventi l’appoggio americano

ma fedeli all’anti-democrazia di Pétain.

Ci vollero lunghi e difficili negoziati per ristabilire l’unità dei francesi.

Nell’incontro alleato che si tenne a Casablanca in gennaio, Churchill fece pressioni su De Gaulle affinchè accettasse di

incontrare Giraud, ma un accordo definitivo non fu raggiunto; i contatti ripresero in marzo quando Giraud si convinse ad

assumere un atteggiamento più democratico ma un incontro ad Algeri per i giorni successivi fu impedito dagli inglesi

poiché avrebbe potuto provocare disordini nel momento in cui gli alleati erano impegnati nella battaglia decisiva contro

l’Asse in Tunisia. I negoziati si svolsero tramite intermediari e fu creato un “Comitato Francese di Liberazione Nazionale”

con sede ad Algeri ed il 30 maggio De Gaulle raggiunse questa città.

Il 13 giugno il Comitato si costituì ufficialmente con i due generali come presidenti uguali ed altri cinque membri; in

seguito Giraud, per restare comandante in capo delle operazioni militari (è merito suo la riconquista francese della Corsica),

lasciò a De Gaulle la presidenza del CFLN che fu chiamato dal giugno ’44 “governo provvisorio della Repubblica

francese”.

- Parallelamente al risollevamento francese si assistette al crollo dell’Italia; l’esercito del Duce, quando non era stato

supportato dall’aiuto tedesco, aveva subito gravi disfatte che avevano scoraggiato un’opinione pubblica già poco entusiasta

della partecipazione al conflitto.

L’Italia, da partener della Germania, stava divenendo un paese occupato, durante il ’41 i tedeschi prepararono i piani per

l’invasione della penisola e delle “cellule tedesche” si formarono nelle principali città italiane, dove l’antifascismo si

sviluppava tra gli intellettuali e gli operai.

In questa atmosfera l’offensiva alleata e l’occupazione totale dell’Africa del nord ebbe un effetto disastroso sul morale

italiano; Tunisi cadde in mano alleata il 7 maggio, Pantelleria il 12 giugno e il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in

Sicilia, dove la resistenza italiana crollò rapidamente.

Il 19 luglio ebbe luogo a Feltre un incontro tra Mussolini e Hitler; il Duce non parlò del bisogno di pace dell’Italia e nel

governo e negli ambienti monarchici si decise di farla finita con la sua dittatura: il 24 luglio il Gran Consiglio del Fascismo

votarono una risoluzione, proposta da Grandi, contraria alla politica di Mussolini di alleanza con la Germania e di

prosecuzione della guerra, il giorno dopo il re affidò il governo al maresciallo Badoglio e fece arrestare il Duce.

Si trattò di un vero colpo di Stato.

Badoglio costituì un governo di tecnici e dichiarò che l’Italia avrebbe continuato la guerra al fianco della Germania; in

realtà egli voleva evitare l’occupazione del Paese da parte dei Tedeschi (i quali cominciavano a far entrare truppe dal

Brennero) ed iniziare a collaborare con gli Alleati per negoziare una pace meno dura.

ChurchilI voleva il ristabilimento della monarchia in Italia e Hull non era diffidente verso Badoglio nonostante il suo

passato di alta personalità del regime; i primi contatti con gli Alleati si ebbero a Tangeri e gli Alleati vollero un armistizio

senza condizioni, tuttavia fecero capire che più l’Italia collaborava, più le clausole della pace sarebbero state sopportabili.

Un primo testo di “armistizio corto” fu consegnato a Madrid al generale Castellano da parte di Hoare (quello dell’accordo

con Laval), non erano previste condizioni ma si prometteva l’appoggio alleato alle forze italiane che si sarebbero battute

contro i tedeschi; le clausole militari furono consegnate a Lisbona il 19 al generale Ambrosio, fu chiesta dall’Italia una

divisione aereotrasportata per proteggere Roma dal sicuro attacco tedesco ed Eisenhower la promise.

Il 3 settembre Castellano firmò l’armistizio con gli Alleati a Cassibile, presso Siracusa, e il giorno stesso l’VIII armata

britannica sbarcò nell’Italia continentale; la divisione promessa dagli americani non fu data poiché i tedeschi avevano

occupato gli aereoporti romani.

L’armistizio fu reso pubblico da Badoglio l’8 settembre 1943.

La reazione nazista colpì Roma che fu assediata e presa l’11; il Re e il governo Badoglio si rifugiarono a Brindisi sotto la

protezione degli eserciti alleati.

Hitler fu molto addolorato per la caduta di Mussolini, suo maestro e modello, e decise di ristabilire il regime fascista in

Italia facendo occupare il nord dalle truppe tedesche, il 12 settembre le SS liberarono il Duce dal Gran Sasso e lo

condussero in Germania; il 18 fu creata la “Repubblica sociale italiana” con sede a Salò, ma Mussolini era scoraggiato e la

direzione del nuovo stato fantoccio filo-tedesco fu affidata a fascisti fanatici come Farinacci e il generale Graziani, nemico

di Badoglio.

I tedeschi annettevano il Trentino, Trieste e l’Istria, i possedimenti in Francia e Jugoslavia, Hitler pensò anche

all’annessione del Veneto; i 19 votanti della mozione Grandi furono condannati, tra cui Ciano, e cinque dei sei presenti

furono condannati a morte.

Il 4 giugno 1944, due giorni prima dello sbarco in Normandia, le truppe alleate liberarono Roma, Mussolini fu preso dai

partigiani e fucilato il 28 aprile 1945.

- Il Medio Oriente era controllato dagli Alleati; in Iraq, Siria e Libano la Gran Bretagna aveva rafforzato le sue posizioni e

nel 1941 era stato istituito il “Middle Est Supply Center”, un organismo che controllava la ripartizione delle risorse tra i vari

stati e controllò l’economia di quest’importantissima area per tutta la durata del conflitto.

Gli Alleati cercarono di evitare discordie nell’area mediorientale e particolare fu la situazione dell’Iran, paese governato

fino ad allora dallo Scià e Stato libero.

Prima dell’Operazione Barbarossa lo Scià Pahlevi aveva cercato di sottrarsi dal dominio economico anglo-russo

concedendo alla Germania la costruzione di fabbriche e ferrovie e facendo divenire lo Stato nazista il maggior interlocutore

del suo commercio estero; gli Alleati temettero una rivolta fomentata dai tedeschi del tipo iracheno e, considerando

l’importanza delle comunicazioni con la Russia per rifornirla al fine di non capitolare, decisero che la sicurezza dell’Iran

doveva essere garantita a tutti i costi.

I governi russo e britannico decisero di comune accordo di invadere il Paese e il 25 agosto 1941 le truppe entrarono in Iran

conquistandolo completamente alcuni giorni dopo; una nota diplomatica affermava che non si voleva attentare

all’indipendenza dello Stato e si chiedeva l’espulsione dei cittadini tedeschi, il governo di Teheran chiese la loro consegna

alle autorità di occupazione e delle indennità per l’occupazione.

Favorito da relazioni con Roosevelt, lo Scià Pahlevi credette di poter mantenere il suo potere ma fu costretto dagli occupanti

ad abdicare in favore di suo figlio e allontanato a Johannesburg; il nuovo governo siglò un trattato di alleanza con il Regno

Unito e l’Urss che impegnava le due potenze a difendere lo Stato e rispettarne l’integrità politica e l’indipendenza, ritirando

le loro truppe entro sei mesi dalla fine del conflitto.

La popolazione subiva questa umiliazione e il governo non fu neanche avvertito del vertice tra i tre leaders alleati del

settembre 1943; tuttavia in quell’occasione gli Alleati riaffermarono la loro volontà di collaborazione con l’Iran e il rispetto

per la sua futura indipendenza.

Nel 1944 vi furono seri contrasti tra i russi, che avevano occupato il nord del Paese e cercavano di stabilirvi una solida zona

d’influenza, e gli anglosassoni: la contesa si inasprì quando delle compagnie petrolifere inglesi ed americane chiesero delle

concessioni nel sud del Paese; i russi avanzarono richieste in cinque province al confine sovietico e per evitare problemi il

governo di Teheran rifiutò di approvare tutte le domande di concessioni.

I russi organizzarono una violenta campagna appoggiando il partito comunista iraniano (Tuhed) e ottenendo le dimissioni

del governo; tuttavia il nuovo governo fece approvare una legge che vietava ai ministri di concedere commissioni petrolifere

a chicchessia e iniziando un periodo di estrema tensione nello Stato che continuò anche dopo la guerra.

- In Palestina la maggioranza dei gruppi ebraici sospesero le ostilità contro gli Inglesi per concentrarsi nella battaglia ai

nazisti; tuttavia durante la guerra nacque il “Gruppo Stern” che continuò una violenta politica anti-britannica costellata di

assassinii e sabotaggi.

- In Egitto si ebbe una certa tensione solo quando nel 1942 l’Afrika Korps di Rommel giunse ai confini dello Stato; per

precauzione gli inglesi fecero pressioni sul Re Farouk affinchè affidasse la guida del governo a Nahas Pascià, capo del

partito nazionalista Wafd.

Divenuto capo del governo, questi ottenne dagli inglesi il riconoscimento dell’Egitto come una nazione indipendente ed

alleata nella lotta ai nazisti, reclamando l’ammissione egiziana tra i firmatari della pace e l’annessione all’Egitto del Sudan

anglo-egiziano.

- Abbiamo detto che la Siria e il Libano ottennero l’indipendenza nel 1941 dopo l’appoggio dato alle truppe della “Francia

libera” di De Gaulle che avevano occupato il Paese con gli inglesi; tuttavia i francesi, data la loro momentanea debolezza,

non ottennero nei due nuovi stati indipendenti gli stessi vantaggi ottenuti, ad esempio, dagli inglesi in Egitto o in Iraq.

La presenza francese in Oriente fu definitivamente compromessa allorchè il nuovo Parlamento libanese eletto nel 1943

adottò una riforma della Costituzione che annullava la posizione privilegiata della Francia nel Paese; il delegato francese

Helleu diede allora l'ordine di sciogliere il Parlamento, far arrestare i membri del governo ed imporre la legge marziale con

la censura.

Subito scoppiarono dei disordini a Beirut, vi furono forti proteste contro il CFLN da parte dei governi inglese, americano,

egiziano ed iracheno, ed infine le misure furono revocate ed Helleu fu allontanato ad Algeri; la conclusione si ebbe con un

accordo tra la Francia ed i governi siriano e libanese che trasferiva a questi ultimi i poteri delle autorità francesi sul

territorio.

La sconfitta dell’Asse e la conferenza di Potsdam.

L’Armata Rossa riportò durante il 1943 (gennaio e luglio) la vittoria nella battaglia di Stalingrado e quella di Kursk, liberò

la Crimea e in agosto furono nei pressi di Varsavia.

I russi non aiutarono un tentativo di rivoltosi polacchi non comunisti di liberare Varsavia; essi furono sterminati dai tedeschi

e i comunisti polacchi ebbero mano libera.

Gli alleati, dal canto loro, entrarono a Roma nel giugno ’44 dopo un inverno di stasi sul fronte, due giorni dopo vi fu

l’avvenimento militarmente più importante della guerra e cioè lo sbarco in Normandia a cui si deve la liberazione di Parigi

il 15 agosto e del Belgio all’inizio di settembre; tuttavia i Tedeschi mantenevano alcune sacche (Bastogne) e l’avanzata si

arrestò in inverno come pure in Italia le posizioni si attestarono lungo la linea gotica sull’Appennino toscano.

Contemporaneamente, invece, continuava l’avanzata dell’Armata Rossa nell’Europa orientale e nell’inverno 1944-45 si

susseguirono una serie di armistizi: il 12 settembre si ebbe quello con la Romania, il 19 quello della Finlandia, la Bulgaria

firmò il 26 ottobre dopo una inutile mobilitazione contro la Germania, l’Ungheria (dopo il tentato armistizio di ottobre e

l’invasione tedesca) fu conquistata dai Russi dopo il lungo assedio di Budapest e l’armistizio fu firmato il 20 gennaio.

Sul piano politico gli armistizi assegnavano la Bessarabia, la Bucovina del Nord e i territori conquistati nel 41 in Finlandia

direttamente all’Urss senza aspettare la conclusione dei trattati di Pace; si ritornava, quindi, alla situazione precedente

all’Operazione Barbarossa, le leggi razziali furono abolite e le organizzazioni fasciste disciolte.

Per quanto riguarda la Cecoslovacchia, Benes era rimasto molto deluso dall’atteggiamento francese ed inglese tenuto a

Monaco e nella successiva invasione del 15 marzo ’39, così come era grato per l’aiuto sovietico garantito se la Francia

avesse mantenuto i suoi impegni; nel dicembre 1943 egli incontrò Molotov e Stalin a Mosca, i quali lo rassicurarono circa

l’intenzione dell’Urss di rispettare le frontiere del 1937 e di trasferire i poteri al governo cecoslovacco dopo la liberazione

del Paese da parte dell’Armata Rossa; fu firmato anche un trattato di alleanza.

Altrettanto forte fu la sua delusione quando vide che dopo la liberazione i sovietici volevano annettere all’Ucraina la

Rutenia subcarpatica; Stalin appoggiava in pieno queste rivendicazioni.

Questo fu l’inizio della dominazione sovietica nell’Europa Orientale.

- La liberazione della Francia pose agli Alleati una serie di problemi circa il riconoscimento del governo francese.

Roosevelt non amava molto le tendenze autoritarie di De Gaulle ma quando Parigi fu libera e il generale si recò in patria, fu

accolto da una folla esultante che convinse gli Alleati che il governo provvisorio istituito nel Paese da De Gaulle, composto

da personalità venute da Algeri e da capi della Resistenza, poggiava su solide base popolari.

Quando poi il generale promise al più presto l’elezione di un’Assemblea nazionale per varare una nuova Costituzione, i tre

Alleati decisero di riconoscere de jure il 23 ottobre 1944 il governo gollista; inoltre a novembre Churchill annunciò che la

Francia era ammessa come membro permanente della “Commissione consultiva europea” per decidere sul futuro della

Germania.

Dopo questi riconoscimenti ufficiali, De Gaulle decise di giocare il ruolo del mediatore tra gli anglosassoni e i sovietici (che

manifestavano i primi dissensi), stipulando un Trattato di alleanza con Mosca il 9 dicembre 1944: quest’alleanza era rivolta

unicamente contro la Germania, poiché le due parti si impegnavano a combattere sino alla vittoria finale e ad adottare tutte

le misure necessarie per impedire una nuova minaccia tedesca, compreso un immediato aiuto in caso di attacco tedesco ad

una delle due.

De Gaulle cercò anche di trovare appoggi in Inghilterra, in modo da allontanare gli americani dalla politica europea e

trattando unicamente con l’Urss le questioni del Vecchio continente.

L’idea di giocare il ruolo di arbitro si rivelò alla fine abbastanza deludente, dato che il governo sovietico non sosteneva

affatto le rivendicazioni francesi negli incontri internazionali; inoltre alla conferenza di Yalta De Gaulle non fu convocato

poiché Roosevelt si oppose alla sua partecipazione e quando subito dopo Roosevelt lo invitò a ragiungerlo ad Algeri, il

generale rifiutò; fu egli a dire che a Yalta vi era “stata un’oscura spartizione dell’Europa” e che la Francia non era stata

invitata perché “avrebbe impedito questa spartizione”. In realtà non fu così.

L’unico successo diplomatico ottenuto in questo periodo dal nuovo governo francese fu quello di annullare i privilegi

accordati agli italiani in Tunisia nel 1896 (febbraio 1945).

- Il 7 novembre 1944 Roosevelt fu rieletto per la quarta volta con una maggioranza ridotta; intanto l’avanzata alleata si era

fermata in Europa, la Germania provò un’offensiva nelle Ardenne e la fine della guerra non sembrò più una cosa di qualche

settimana.

Tra inglesi ed americani cominciarono a crearsi alcuni contrasti; Churchill si recò a Mosca dal 9 al 18 ottobre e per la prima

volta non potè parlare anche al nome del presidente americano; fu in questa importante riunione che Churchill e Stalin, si

dice, abbiano diviso approssimativamente alcune zone di influenza e di occupazione in Europa: all’Inghilterra la Grecia e

alla Russia la Bulgaria, in jugoslavia ci sarebbe stato un controllo paritario (“fifty-fifty”).

Questa divisione fu poco apprezzata dagli americani; Corder Hull si dimise perché ammalato e il nuovo segretario di Stato

Stettinius ebbe seri contrasti con il governo britannico soprattutto a proposito dell’Italia: gli americani appoggiarono il

Conte Sforza a dirigere il governo italiano, già ministro in epoca prefascista, gli inglesi e soprattutto Churchill volevano la

restaurazione piena della monarchia in Italia e non si fidavano del conte Sforza, affermandolo ufficialmente.

Per appianare queste polemiche e chiarire meglio il ruolo della Russia in Polonia e con il Giappone si pensò ad un altro

incontro dei tre Grandi, da tenersi a Yalta.

La conferenza di Yalta si tenne dal 4 all’11 febbraio 1945 e molte furono le decisioni importanti.

Innanzitutto si parlò della concessione alla Francia di una zona di occupazione in Germania: Stalin fu subito molto

contrario, Roosevelt fu a fatica convinto dagli inglesi e da Hopkins che sostenevano la teoria per cui un’Europa stabile era

inconcepibile senza una Francia forte, alla fine si diede ai francesi anche la piena partecipazione alla “Commissione

consultiva europea”.

Per quanto riguarda la Polonia, si era formato un governo a Lublino appoggiato dall’Urss, il quale voleva soppiantare il

governo polacco emigrato a Londra; le frontiere polacche subirono lo “slittamento” ai danni della Germania per la veemente

opposizione di Stalin alla ripresa dei vecchi confini orientali. Alla fine il confine fu stabilito alla linea Curzon del 1919.

Per quanto riguarda il governo della Polonia, gli inglesi non volevano uno stato controllato dall’Urss e dopo lunghe

discussioni si decise che si sarebbe costituito un “governo provvisorio polacco di unità nazionale”, composto da membri di

Londra e Lublino nominati da una Commissione comprendente Molotov, Harrimann e Sir Kerr.

Fu inoltre approvata una “Dichiarazione sull’Europa Liberata” in cui si affermava che negli stati liberati dalle dittature nazi-

fasciste sarebbero state organizzate delle libere elezioni con più liste al fine di eleggere assemblee costituenti con il compito

di creare nuove costituzioni o ripristinare le vecchie; queste elezioni, in effetti, si svolsero dappertutto.

A proposito dell’intervento sovietico contro il Giappone richiesto da Roosevelt, Stalin disse che l’Armata Rossa sarebbe

intervenuta due o tre mesi dopo la capitolazione del Giappone a condizione di recuperare i diritti e i territori che aveva

perduto nella sconfitta del 1905 (controllo delle ferrovie in Manciuria, arcipelago delle Curili e territori meridionali di

Sahalin).

In generale la conferenza di Yalta fu molto importante anche perché i tre alleati cercarono di evitare il sorgere di contrasti al

momento della caduta tedesca: in passato le coalizioni si rompevano dopo gli armistizi e le armate conquistavano duramente

e selvaggiamente territori;

a Yalta si decise una fine delle operazioni militari “pacifica”, stabilendo una linea d’incontro tra i due eserciti sull’Elba,

senza acquisizione successiva di territori.

A metà marzo gli americani stabilirono una testa di ponte sul Reno e il 23 proseguirono.

Roosevelt non vide la fine della guerra poiché il 12 aprile morì per un’emorragia cerebrale; egli fu sostituito dal

vicepresidente Harry Truman.

Fu lui ad assistere alla capitolazione della Germania; i russi raggiunsero Vienna il 13 aprile e raggiunsero l'E’ba il 24, il

giorno dopo fu completato dall’Armata Rossa l’accerchiamento di Berlino e il 26 vi fu l’incontro con l’esercito anglo-

americano.

Il 1° maggio fu annunciata la morte di Hitler e il 7 maggio 1945, nel quartier generale di Eisenhower a Reims, il generale

Jodl firmò la resa senza condizioni della Germania.

La guerra in Europa era terminata.

- Gli avvenimenti militari nel conflitto in Asia sono fondamentali per capire quelli diplomatici.

Fino all’aprile 1942 vi era stata l’avanzata folgorante delle truppe giapponesi, poi fino al novembre 1943 vi fu una fase di

stallo e di riorganizzazione da parte americana, con l’arrivo di numerose e potenti portaerei.

Da questa data iniziò la controffensiva americana, guidata dagli ammiragli Nimitz e MacArthur, che prevedeva la tattica dei

“salti di montone”, cioè l’occupazione non di interi arcipelaghi, ma di isole sempre più vicine all’arcipelago giapponese.

Nel luglio 1944 furono conquistate alcune isole nell’arcipelago delle Marianne, provocando la caduta del governo Tojo in

Giappone; le vittorie americane intanto proseguivano e si decise, su proposta di MacArthur, uno sbarco nelle Filippine;

questo si ebbe in ottobre, dopo la battaglia nei pressi dell’isola Leyte in cui gran parte della flotta giapponese fu distrutta.

Manila fu occupata il 6 febbraio, proprio al momento della conferenza di Yalta e l’offensiva continuò arrivando in

prossimità dell’arcipelago giapponese nel giugno 1945; la lotta proseguiva anche in Cina, dove nel ’44 i giapponesi avevano

deciso di riprendere la loro avanzata sulla costa ed in Cina meridionale.

Il governo di Chiang Kay-shek poteva dunque essere rifornito solo con un ponte aereo sull’Himalaya che si rivelò assai

insufficiente; inoltre le migliori truppe erano impiegate per controllare i comunisti e non si battevano contro i giapponesi.

Il governo di Chiang Kay-shek fu salvato da una spedizione anglo-americana che aveva come scopo la conquista della

Birmania e il ristabilimento dei contatti terrestri con Chiang Kay-Shek , quindi l’appoggio al governo nazionalista per non

estendere l’influenza comunista in Cina; la campagna iniziò nel marzo 1944 e nel febbraio ’45 un primo convoglio alleato

arrivò in Cina, mentre la conquista della Birmania fu completata in maggio.

Questa situazione costrinse i giapponesi ad abbandonare le loro recenti conquiste nella Cina del sud e fu grazie a questa

campagna che la Cina, dopo un periodo molto critico, si salvò; tuttavia la tensione tra comunisti e nazionalisti continuò.

Nel dicembre 1944 il generale Hurley si recò in Cina per tentare una mediazione, incontrò Mao Tsè-tung e propose a

Chiang Kay-shek un governo di coalizione sulla base dei principi di Sun Yat-sen; il leader nazionalista rifiutò il governo di

coalizione, sentendosi più intransigente per le vittorie alleate (che appoggiavano comunque il suo governo) e per la firma di

un trattato tra il suo governo e quello sovietico nell’agosto 1945.

Considerando tutto ciò Mao attenuò le sue richieste, limitando la partecipazione comunista nel governo e nell’esercito;

tuttavia, tutti i negoziati furono resi vani dalla questione della Manciuria e dell’inizio della guerra civile tra comunisti e

nazionalisti nel novembre 1945.

Sulla questione cinese si ebbe un incontro di Hurley con Stalin e Molotov a Mosca nell’aprile ’45;

Stalin manifestò il suo appoggio a Chiang Kay-shek e disse di non volere una guerra in Cina, ma si credette che l’Urss

volesse un controllo sulla Cina del nord e sugli Stati dell’Asia centrale.

Il rapporto con la Russia sovietica non migliorò affatto neanche dopo la Conferenza di Yalta; con l’avanzata russa in Europa

si delineò la politica che Mosca era intenzionata ad attuare nei territori occupati dall’Armata Rossa.

Nel febbraio 1945 fu indirizzato un ultimatum a Re Michele di Romania con il quale si pretendeva la costituzione di un

governo comunista sotto la guida di Groza; nonostante l’opposizione del monarca, il governo comunista fu effettivamente

insediato.

Subito vi furono le proteste di Usa ed Inghilterra che invocarono la “Dichiarazione sull’Europa liberata”, che prevedeva la

formazione di governi rappresentativi di tutta la popolazione nelle nazioni liberate; anche in Polonia, Molotov accettava

soltanto di modificare il governo comunista di Lublino con qualche membro dei polacchi di Londra.

Inoltre Stalin rimproverava agli alleati di aver proposto una pace separata alla Germania sul fronte italiano, permettendo

così ai tedeschi di spostare divisioni sul fronte orientale e di rallentare l'avanzata dell’Armata Rossa; per scongiurare la

rottura dell’unità tra gli Alleati, vi fu un ultimo viaggio di Harry Hopkins a Mosca alla fine di maggio 1945, dopo la

capitolazione tedesca.

Fu durante questi colloqui che Stalin lanciò una serie di accuse agli anglosassoni circa la partecipazione dell’Argentina alle

Nazioni Unite, sulla partecipazione della Francia alla “Commissione delle riparazioni, sull’improvvisa fine delle forniture

“affitti e prestiti” all’Urss e sul fatto che nessuna nave tedesca era stata consegnata ai sovietici.

Hopkins cercò di ricucire questi strappi e si decise che questo ed altri problemi (i governi comunisti in Polonia, Bulgaria e

Romania) sarebbero stati discussi in un nuovo incontro tra i tre Grandi; sulla partecipazione dell’Urss alla guerra in Asia,

Stalin si disse pronto ad attaccare il Giappone in agosto e accettò anche una trusteeship dei quattro vincitori sulla Corea.

La conferenza prevista in occasione di quest’incontro si tenne il 17 luglio 1945 a Postdam, nella regione di Berlino; questo

fu l’ultimo incontro tra i tre capi di governo.

Innanzitutto bisogna dire che i protagonisti della scena internazionale erano cambiati; il presidente Roosevelt era morto e il

nuovo presidente Truman nominò Segretario di Stato Byrnes al posto di Stettinius, inoltre durante la conferenza vi furono le

elezioni inglesi e i conservatori furono sconfitti, di conseguenza nella seconda parte della conferenza Churchill ed Eden

lasciarono il posto al nuovo premier Attle e al nuovo capo del Foregin Office Bevin.

Alla conferenza di Potsdam gli americani suggerirono la creazione di un “Consiglio dei ministri degli Esteri” che avrebbe

avuto il compito di preparare i trattati di pace con i “satelliti” della Germania (Italia, Bulgaria, Romania, Ungheria e

Finlandia); ogni trattato avrebbe previsto la partecipazione delle sole nazioni vincitrici su quello stato, quindi la Francia era

ammessa soltanto nella preparazione del trattato di pace con l’Italia.

Fu deciso che la “Commissione Consultiva Europea” sarebbe stata sciolta.

Gli anglosassoni si lamentarono con Stalin della situazione in Bulgaria e Romania, dove l’Urss aveva un controllo assoluto,

i Russi replicarono con il controllo occidentale in Grecia; il problema delle industrie anglo americane confiscate dai

sovietici nei paesi occupati dall’Armata Rossa, si rimandò a speciali commissioni.

Molto importanti furono le decisioni circa il futuro della Germania, furono qui definiti i “Principi politici ed economici che

governeranno la Germania durante il periodo iniziale di controllo”:

disarmo completo e smilitarizzazione, distruzione del partito nazionalsocialista, giudizio dei criminali di guerra e abolizione

delle leggi naziste, controllo dell’istruzione tedesca.

Per quanto riguarda l’organizzazione politica della Germania, si decise di ritardare la formazione di un governo centrale e di

iniziare con delle elezioni delle amministrazioni comunali e provinciali, per poi arrivare alla formazione degli organi dei

Land e dello Stato centrale.

L’organizzazione economica fu subordinata al pagamento delle riparazioni e il livello della produzione economica sarebbe

stato controllato severamente: poiché non vi era un governo che poteva pagare, si decise di procedere con prelievi in natura

nelle rispettive zone di occupazione, solo gli americani non operarono alcun prelievo a causa dei costi di trasporto, russi,

americani e francesi spogliarono le loro zone di occupazione di ogni bene, rendendo ancora più critiche le condizioni di vita

dei tedeschi, i quali si rifugiavano sempre più nella zona controllata dagli statunitensi (finché questi non chiusero le

frontiere, tranne agli ebrei); per quanto riguarda l’organizzazione territoriale, si accettò l’idea di uno slittamento della

Polonia e quindi della perdita della Germania dello Stato guida all’unità nazionale e alla formazione della mentalità dello

Stato tedesco, la Prussia.

Parte dei territori prussiani andava alla Russia e parte alla Polonia, che cacciava dal suo nuovo territorio quasi 15 milioni di

cittadini tedeschi; l’opinione pubblica internazionale accettò questo tragico esodo come una sorta di punizione per tutti i

lutti che la guerra voluta dai nazisti aveva provocato nel mondo.

- Mentre in Europa si preparava la pace, la guerra proseguiva contro il Giappone.

I giapponesi, nonostante disponessero in Asia di tre armate ancora inutilizzate di 3 milioni di soldati, erano coscienti della

sconfitta a causa della distruzione quasi totale della flotta e per i continui bombardamenti delle navi e degli aerei americane

sulle coste e sulle industrie nipponiche, già a corto di materie prime; gli americani, inoltre, preparavano uno sbarco

nell’isola più meridionale dell’arcipelago giapponese.Tra una sconfitta logorata in lunghi anni di lotte e una capitolazione

prossima, è probabile che il governo nipponico abbia scelto la seconda, al contrario di ciò che decise Hitler in Germania;

sicuramente questa decisione fu anticipata da avvenimenti drammatici che si susseguirono nell’arco di pochi giorni: il 6

agosto cadde la prima bomba atomica americana su Hiroshima, l’8 la Russia dichiarava guerra al Giappone, il 9 fu lanciata

la seconda atomica su Nagasaki.

Durante la conferenza di Potsdam gli Alleati avevano inviato ai giapponesi un ultimatum per la resa, che era stato rifiutato;

dopo questi avvenimenti, il 10 agosto al governo americano pervenne una nota a nome dell’imperatore che accettava i

termini dell’ultimatum, ponendo la condizione che il potere dell’imperatore fosse rimasto intatto in Giappone.Questa

condizione fu accettata e le istruzioni al Giappone furono date a Manila il 20 agosto dal generale MacArthur; il 2 settembre

1945, a bordo della corazzata Missouri, due rappresentanti dello Stato Maggiore giapponese firmarono la resa del Giappone

senza condizioni. La seconda guerra mondiale era terminata. III

IL SECONDO DOPOGUERRA

IL FALLIMENTO DELLE GRANDI CONFERENZE INTERNAZIONALI.

La creazione e gli esordi dell’ONU.

Dopo la comparsa della Carta Atlantica nell’agosto 1941 vi fu la proposta degli Stati Uniti della firma della “Dichiarazione

delle Nazioni Unite nella guerra contro la Germania”, con la quale i partecipanti si impegnavano ad elaborare un sistema di

pace e di sicurezza dopo la guerra.

L’adesione dell’Urss a questa organizzazione di Stati pacifici fu confermata anche nel corso della Conferenza di Teheran

del novembre ’43, il 9 dicembre dello stesso anno fu creato a Washington un gruppo di studio della futura organizzazione

internazionale.

Durante il periodo di settembre-ottobre 1944 furono svolti delle conferenze negli Usa, a Dumbarton Oaks, in cui

anglosassoni, russi e cinesi (il governo francese non era ancora stato riconosciuto) ponevano le basi della futura

organizzazione: si decise la struttura dell’Organizzazione e si capì che sia i russi che gli inglesi volevano restringere

l’accordo ai soli problemi della sicurezza; inoltre i russi volevano un voto nell’Assemblea per ogni stato membro che

componeva la Federazione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, paragonando l’Urss al Commonwealth britannico.

Per quanto concerneva il Consiglio di Sicurezza, molte autorità politiche e militari statunitensi non accettarono che gli Usa

fossero obbligati ad un intervento armato da una semplice maggioranza del Consiglio, limitando in tal modo la sovranità

nazionale, cosicché si decise che ogni potenza avrebbe avuto un diritto di veto, quindi era indispensabile che ogni decisione

che dovesse divenire operativa e vincolante, avrebbe dovuto ottenere il consenso all’unanimità di tutti i membri del

consiglio, anche in caso di guerra tra le potenze (decisione voluta da Stalin che avvertiva di essere in minoranza contro le

potenze occidentali).

Un accordo definitivo si ebbe con la Conferenza di Yalta del febbraio 1945, dove fu deciso che solo l’Ucraina e la Russia

Bianca avrebbero avuto un voto separato da quello dell’Urss, la questione del veto fu accettata come detto precedentemente

e si rilasciò una dichiarazione che prevedeva l’apertura di una conferenza a San Francisco che avrebbe riunito tutte le

nazioni firmatarie della “Dichiarazione delle Nazioni Unite nella guerra contro la Germania” più quelle che avrebbero

dichiarato guerra all’Asse fino al 1° marzo 1945.

Sicuramente la nuova organizzazione non voleva rifare gli stessi sbagli della vecchia Società delle Nazioni e nessuno volle

ricostituire quella organizzazione che aveva certamente fallito nel suo obiettivo di mantenimento della pace.

Nella nuova Organizzazione le grandi Potenze avevano nel Consiglio di Sicurezza poteri superiori rispetto a quelli che

possedevano le potenze nel Consiglio della SDN e questo ne allargava il loro ruolo nella sfera internazionale.

La Conferenza di San Francisco si riunì dal 25 aprile al 25 giugno 1945, stabilendo la Costituzione della nuova

organizzazione o “Carta delle Nazioni Unite”.

La Carta definisce i principi e gli scopi dell’Organizzazione e descrive i diversi organi e il loro funzionamento: lo scopo

dell’Organizzazione è il mantenimento della pace nel Mondo e la regolazione delle controversie senza ricorrere all’uso della

forza; altro obiettivo fondamentale è quello di affermare in tutto il Mondo il diritto all’uguaglianza tra gli uomini e tra le

nazioni, il rispetto nei diritti fondamentali dell’uomo e della dignità della persona umana, nonché il diritto dei popoli a

disporre di loro stessi, evitando le interferenze nelle questioni essenzialmente interne di uno Stato.

Per ottenere un’uguaglianza di fatto tra le nazioni, le Nazioni Unite si impegnano a favorire il progresso sociale e ad

instaurare migliori condizioni di vita negli Stati poveri.

Sono considerati membri dell’ONU tutti gli Stati che hanno partecipato alla Conferenza di San Francisco, firmato e

ratificato la Carta (l’Argentina ebbe difficoltà per l’annessione e vi furono alcuni voti contrari tra cui quello dell’Urss) e che

accettano gli obblighi derivanti dalla Carta stessa.

- Gli organi previsti dalla Carta sono:

a) “l’Assemblea generale”, composta dai delegati di tutti gli Stati membri (massimo 5 per Stato), esercita il supremo potere

cioè elegge i membri non permanenti del Consiglio di sicurezza, quelli del Consiglio economico e sociale, del Consiglio di

tutela e della Corte internazionale di giustizia.

Essa ammette i nuovi membri ed esclude i membri inadempienti; tuttavia, almeno agli esordi, essa non ha un effettivo

potere decisionale ma solo poteri consultivi e di “pressione morale”.

b) Il “Consiglio di sicurezza” ha nelle mani la vera forza del potere decisionale dell’ONU; esso è composto da 11 membri

di cui 5 permanenti (Usa, Urss, Cina, Inghilterra e Francia) ed hanno un potere immenso grazie al diritto di veto: nessuna

decisione può divenire definitiva senza l’approvazione all’unanimità dei cinque membri permanenti.

Compito del Consiglio di sicurezza è quello di salvaguardare la risoluzione pacifica dei conflitti, prima con un arbitrato

conciliativo, poi adottando misure di tipo economico ed infine, se necessario, con l’impiego della forza armata; per prendere

queste decisioni bisogna raggiungere la maggioranza dei voti favorevoli dei membri del Consiglio, quindi le 5 potenze

permanenti più due Stati non permanenti. Mentre l’Assemblea ha sedute annuali (in inverno, una sessione a gennaio e una

ad ottobre, ciascuna di un mese) i membri del Consiglio siedono insieme quasi ogni 15 giorni.

c) Il “Consiglio economico e sociale” era incaricato della cooperazione in tutte le materie che interessino il livello di vita

materiale e culturale degli uomini; con esso collaborano numerose “Istituzioni specializzate” tra cui il Fondo monetario

internazionale, la FAO (Organizzazione dell’alimentazione e dell’agricoltura), l’UNESCO (organizzazione per educazione,

scienza e cultura).

d) Il “Consiglio di tutela o di amministrazione fiduciaria” era incaricato di controllare i Paesi sotto mandato dalla vecchia

SDN che non avevano ancora ricevuto l’indipendenza e tutti i territori che richiedevano allora di essere posti sotto tutela.

e) Vi erano, inoltre, una “Corte internazionale di giustizia” e un “Segretariato”.

Nella prima assemblea (10 gennaio – 14 febbraio 1946) si riuscì ad eleggere il suo presidente, i membri non permanenti del

Consiglio di sicurezza ed il segretario generale (il socialista finlandese Trygve Lie, proposto dagli americani e accettato

subito dai russi dopo veti incrociati).

Successivamente si pose il problema delle ammissioni di nuovi membri: la Spagna fu scartata per il governo del generale

Franco, l’Urss pose il veto per l’ammissione di Portogallo, Irlanda e Transgiordania perché stati cattolici e legati

strettamente all’Inghilterra, furono ammessi Afghanistan, Svezia ed Islanda; oltre a questi vi era la candidatura dei 5 Paesi

satelliti dell’Asse (Italia, Finlandia, Romania, Bulgaria ed Ungheria) che fu perorata dall’Urss in blocco ma gli Usa si

opposero all’entrata dei Paesi dell’est e non se ne fece niente.

Fu ammesso subito il neonato stato di Israele, poi l’India, il Pakistan e lo Yemen.

Dei 51 stati iniziali, al 1948 se ne poterono aggiungere solo 9 per la politica dei veti incrociati.

I primi due anni della storia dell’ONU sono estremamente deludenti, poiché i continui veti tra i membri del Consiglio di

sicurezza intopparono continuamente il funzionamento di tutta l’Organizzazione, che solo raramente riusciva ad essere

evitato.

Vi furono contrasti tra anglosassoni e russi per l’Armata Rossa in Azerbaigian (ai confini con l’Iran) e i russi si lamentarono

ugualmente per le truppe anglo-americane in Grecia e in Giordania; altro problema si ebbe con la Spagna poiché l’Urss e le

democrazie popolari dell’est premevano affinchè si intervenisse direttamente nel Paese per abbattere il regime franchista

(Inghilterra ed Usa contrari e Francia a favore), in seguito la Spagna sarebbe stata ammessa soltanto nel 1956 all’ONU.

Molto pesante fu il problema dell’energia atomica: a quel tempo solo Usa, Inghilterra e Canada conoscevano il segreto

dell’energia atomica e solo gli Stati Uniti avevano alcune bombe A; i capi dei tre governi suggerirono un’azione

internazionale per scongiurare l’uso militare dell’atomica e nel febbraio 1946 fu approvata dall’Assemblea dell’ONU la

creazione di una “Commissione per l’energia atomica”, gli americani proposero un’autorità di controllo al di fuori del diritto

di veto per l’uso che veniva fatto in tutti i paesi del materiale radioattivo, i sovietici rifiutarono e proposero un controllo da

parte del Consiglio di sicurezza con la distruzione di tutte le bombe in pochi giorni.

Gli americani, naturalmente, rifiutarono e all’inizio del 1948 la Francia suggerì l’aggiornamento sine die della Commissione

dell’energia atomica.

Occupazione della Germania e trattati con i Paesi satelliti all’Asse.

Abbiamo visto che la Conferenza di Mosca dell’ottobre ’43 vide Hull, Eden e Molotov decidere la costituzione di una

“Commissione Consultiva Europea” con sede a Londra ed incaricata di proporre i principi dell’azione alleata in Germania

dopo la Guerra; il lavoro di questa commissione fu però ostacolato dagli americani, i quali ritenevano che i problemi

dell’occupazione fossero solo di ordine militare.

L’Inghilterra propose nel gennaio 1944 un accordo sulle zone di occupazione: all’Urss, che accettò subito, andava la zona

est con il 40% del territorio ed il 36% della popolazione, gli inglesi occupavano la zona nord compresa la Ruhr e gli

americani a sud nei territori limitrofi alla Francia, Berlino era ulteriormente divisa in tre zone; Roosevelt, escluso dalla Ruhr

e con le comunicazioni dell’esercito dipendenti dalla Francia, propose uno scambio delle zone inglese e americana, poi

accettò il progetto nel febbraio 1945, ottenendo alcune modifiche alle due zone e l’accesso ai militari americani nei porti del

nord-ovest della Germania, in zona britannica.

Per quanto riguarda la Francia, la sua partecipazione all’occupazione era stata perorata dagli inglesi e a Yalta essa era stata

accettata da Roosevelt e Stalin; la zona di occupazione francese fu prelevata da quella inglese e, con alcune difficoltà, da

quella americana; essa comprendeva la Saar e il Palatinato, a Berlino i sovietici non concessero parte della loro zona e

quella francese fu ottenuta solo da quelle inglese ed americana.

Il 5 giugno 1945 vi fu una dichiarazione alleata che affermava l’assunzione del potere in Germania da parte degli Alleati e

così alla conferenza di Potsdam l’occupazione della Germania era stata completamente organizzata; a questa conferenza vi

furono parecchie rivendicazioni sui territori tedeschi da parte di Olanda, Belgio, Lussemburgo, Polonia e Cecoslovacchia, in

settembre De Gaulle chiese un distaccamento della Renania e della Ruhr dalla Germania, ponendole sotto controllo

internazionale, e soprattutto chiese il distaccamento della Saar e il controllo della Francia su quella regione.

Nel luglio 1946 vi fu una parziale annessione francese della zona e nel dicembre la Francia isolò la Saar con il resto della

zona di occupazione con un cordone doganale.

Alle quattro potenze occupanti si presentavano una serie di gravi problemi di ordine politico (elaborazione di un trattato di

pace, fusione delle zone, formazione di un governo tedesco ) ed economico (riparazioni, contenimento dell’industria

tedesca) e ognuno di esse aveva soluzioni diverse.

Conformemente agli accordi di Potsdam fu organizzata a Parigi una riunione del “Consiglio dei ministri degli Esteri” a

partire dall’aprile 1945: in questa sede Molotov si espresse favorevolmente circa l’unificazione della Germania (contro il

parere francese che non voleva un’amministrazione unica in Germania) e contro le rivendicazioni francesi sulla Saar; gli

anglo-americani, favorevoli ad una unificazione amministrativa, decisero prima una unificazione economica delle loro zone

di occupazione, al fine di ridurre i costi molto elevati del loro mantenimento.

Per quanto riguarda le riparazioni, la “Commissione delle riparazioni” decisa a Potsdam si riunì a Mosca tra novembre e

dicembre, il suo atto finale si ebbe nel gennaio 1946 a Parigi.

Si decise di non effettuare riparazioni a lungo termine per non ripetere l’errore del primo dopoguerra, bensì di operare, come

abbiamo detto, massicci trasferimenti di fabbriche e macchinari dalle rispettive zone di occupazione, usando la produzione

corrente della Germania per risanare la dissestata bilancia dei pagamenti del Paese; i russi, che prelevavano anche dalla

produzione corrente e che ottenevano anche il 5% di ciò che era prelevato nelle altre zone, smantellarono fino al marzo ’46

più di 4.000 fabbriche e in seguito decisero di deportare in Unione Sovietica anche alcuni operai specializzati come

“volontari”.

La Francia, anch’essa in condizioni difficili, reclamava maggiori quantità di carbone dalla Ruhr, gli anglo-americani,

invece, date le difficoltà nei trasporti e i deficit delle loro zone che pesavano sulle loro tasche, cercavano di non applicare

integralmente il piano delle riparazioni per favorire una ripresa dell’industria tedesca ed un risanamento della bilancia.

Il livello dell’economia tedesco fu fissato a circa la metà di quello della Germania del 1938.

- Per quanto riguarda i trattati con i satelliti della Germania, si è visto come a Potsdam il compito fu affidato al “Consiglio

dei ministri degli Esteri” e le proteste francesi per la clausola che prevedeva la discussione solo per quegli stati firmatari

della discussione di resa.

Si decise, quindi, che gli Usa non avrebbero partecipato alle trattative con la Finlandia e la Francia sarebbe stata ammessa

solo nelle trattative del Trattato di pace con l’Italia.

Partendo con l’elaborazione del trattato con l’Italia fatto dai Quattro alleati, si arrivò alla Conferenza di Parigi dal luglio

all’ottobre 1946, che riunì i ventuno paesi che avevano contribuito alla vittoria.

La firma dei cinque Trattati ebbe luogo solennemente a Parigi il 10 febbraio 1947.

Per quanto riguarda il problema dell’occupazione di Tangeri da parte delle truppe spagnole nel giugno 1940, nel settembre

1945 gli Alleati intimarono al governo di Franco di evacuare la zona, cosa che gli spagnoli fecero immediatamente; a

Tangeri tornò a governare l’amministrazione territoriale stabilita nel ’23, anche se con più rappresentanti sovietici ed

americani.

- Il trattato con l’Italia fu discusso a partire dal 18 gennaio 1946: la Francia non ebbe pretese sulla Val d’Aosta ma vi

furono solo delle piccole rettifiche di frontiera e l’annessione di due paesi di neanche cinque mila abitanti, Tenda e Briga

(un plebiscito accettò anche l’annessione alla Francia); le rivendicazioni austriache sull’Alto Adige (o sud Tirolo) non

furono considerate, mentre più pesanti furono le perdite ad est.

Le truppe jugoslave occuparono quasi tutta la Venezia-Giulia, compresa Trieste, e si ritirarono solo dopo una forte pressione

anglo-americana nel giugno 1945; gli jugoslavi erano appoggiati dai russi e per la questione si adottò un compromesso che

prevedeva l’adozione della “linea francese” proposta da Bidault, con Gorizia e Monfalcone all’Italia e la zona di Trieste

divisa in due zone sotto controllo e con uno statuto internazionale (zona A, compresa Trieste, anglo-americana e zona B

jugoslava); il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non riuscì a nominare un governatore per le due zone, poi l’Urss e la

Jugoslavia respinsero, alla vigilia delle elezioni italiane dell’aprile ’48, una proposta alleata di cedere la zona occupata

all’Italia, quindi lo status quo fu mantenuto.

Per quanto riguarda le clausole sulle riparazioni previste dal trattato di pace, esse furono attenuate dall’atteggiamento degli

anglo-americani, i quali restituirono i beni e il naviglio confiscati all’Italia e rinunciarono al rimborso dei debiti di guerra e

alle navi assegnate loro dal trattato; l’Urss, invece, si prese il naviglio che le spettava e pose il veto per l’ammissione

dell’Italia alle Nazioni Unite.

L’esercito, la marina e l’aviazione furono limitati; le colonie di Albania ed Etiopia ridivennero indipendenti, Rodi e il

Dodecanneso erano resi alla Grecia, per le colonie conquistate precedentemente (Libia, Somalia ed Eritrea) non si pervenne

ad alcun accordo.

- Dal 12 settembre 1944 (armistizio russo-rumeno) la Romania era occupata dalle truppe sovietiche.

Nel febbraio ’45 vi fu un colpo di stato che spazzò via il blocco dei partiti democratici e instaurò un regime di “democrazia

popolare” filoguidato dai comunisti sovietici.

Nel dicembre 1947 re Michele fu costretto ad abdicare e successivamente il “Consiglio dei Quattro ministri degli Esteri”

(Parigi, aprile – luglio1946) fissò le frontiere rumene a quelle del 28 giugno ’40, prima dell’attacco tedesco all’Urss e

l’arbitrato di Vienna del ’40 era dichiarato nullo; quindi la Romania recuperava tutta la Transilvania ma lasciava all’Urss la

Bessarabia e la Bucovina settentrionale e alla Bulgaria la Dobrugia meridionale, ottenendo così solo un limitato sbocco sul

mare.

Gli armamenti e l’esercito furono ridotti e gli Alleati si impegnarono a ritirare le forze di occupazione (non l’Urss, che

manteneva soldati necessari ad assicurare il collegamento con l’Austria occupata), i beni alleati erano restituiti ai proprietari

e l’Unione Sovietica riceveva una forte indennità.

- Per quanto riguarda la Bulgaria, la politica interna era diretta da un “Fronte patriottico” dominato dai comunisti e nel

settembre 1946 un plebiscito costrinse il Re Simeone ad abbandonare il Paese.

Il trattato di pace prevedeva clausole politiche, economiche e militari simili a quelle del trattato rumeno; sul piano

territoriale, la Bulgaria otteneva la Dobrugia meridionale ai danni della Romania e non otteneva nulla nella Tracia greca,

non poteva costruire fortificazioni sul confine greco e pagava danni di guerra alla Grecia e alla Jugoslavia.

- La situazione dell’Ungheria era abbastanza particolare: dal marzo ’44 i tedeschi costituirono un nuovo governo e

l’armistizio con l’Urss si ebbe solo nel gennaio ’45, quindi le clausole della pace furono più dure: l’Austria e la Jugoslavia

recuperavano i territori persi nel ’38, l’Urss annetteva la Rutenia subcarpatica, il “primo arbitrato di Vienna” del novembre

’38 fu annullato e di conseguenza la Cecoslovacchia riprendeva la Slovacchia meridionale e la Romania la Transilvania;

l’esercito fu ridotto e la Russia manteneva truppe di occupazione per “mantenere i rifornimenti con la zona occupata dai

sovietici in Austria”, le riparazioni furono sostanziose.

Il 5 novembre 1945 si svolsero delle libere elezioni che diedero la vittoria al partito dei piccoli proprietari, con i comunisti

che non arrivavano al 20% dei voti.

Nel febbraio 1945 vi fu un accordo con la Cecoslovacchia imposto dall’Unione sovietica che prevedeva uno scambio di

popolazioni tra slovacchi ed ungheresi; il governo di Praga era libero di espellere tutti gli ungheresi “criminali di guerra” per

slavizzare la regione, al contrario gli slovacchi in Ungheria partivano solo se essi lo desideravano; per contro gli ungheresi

cacciarono i tedeschi dal loro territorio.

- La Cecoslovacchia sembrava godere di una posizione più favorevole rispetto agli altri Paesi dell’est europeo. Nel

dicembre 1943, durante l’occupazione tedesca, il presidente Benes si era recato a Mosca e aveva firmato un trattato di

alleanza militare con l’Urss che non prevedeva una pace separata dei due Paesi con la Germania; due anni dopo, nel giugno

’45, la Cecoslovacchia cedeva all’Urss la Rutenia sub-carpatica, essendosi rafforzata la presenza comunista nel Paese.

Nonostante ciò, Benes intendeva essere una sorta di mediatore tra gli anglosassoni e l’Unione Sovietica, mantenendo

un’autonomia dai due schieramenti che si andavano formando.

Questa politica fallì quando, guidato da Gottwald, il partito comunista prese totalmente il potere con il “Colpo di Praga” nel

febbraio 1948, facendo passare la Cecoslovacchia nel campo sovietico.

- Abbastanza complessa risultava la situazione della Polonia.

A Potsdam si era parlato di uno slittamento ad ovest dei suoi confini a danno della Germania e, nonostante gli anglo-

americani considerassero ciò un accordo provvisorio, i due Paesi interessati siglarono un accordo firmato a Mosca il 17

agosto 1945 (dopo Potsdam) che pose fine alla questione delle frontiere ad est: la Polonia lasciava tutti i territori ucraini e

bielorussi all’Urss, la frontiera seguiva quasi perfettamente la “linea Curzon” del 1919, la Prussia orientale era divisa tra i

due Paesi; ad ovest i polacchi si rifacevano prendendo dalla Germania la Pomeriana e la Slesia con tutto le sue risorse e

l’industria metallurgica, fissando il confine sull’Oder.

In questo modo la Polonia acquisiva più di 500 km. di coste sul mar Baltico e i tedeschi presenti sui nuovi territori furono

espulsi (2 milioni) e sostituiti con coloni polacchi, mentre molti furono rimpatriati dai territori ceduti all’Unione Sovietica.

Altro problema spinoso per la Polonia era quello del governo, essendoci il governo in esilio a Londra, quello di Lublino del

"Comitato polacco di liberazione nazionale” appoggiato dall’Urss.

Il governo in esilio a Londra aveva ripreso i rapporti con l’Urss dopo l’attacco tedesco ai sovietici, in seguito vi era stata la

rottura a causa della faccenda delle “fosse di Katyn” e nell’aprile 1943 le relazioni con Mosca furono nuovamente interrotte;

nel gennaio 1944 compaiono i primi nuclei del “Comitato polacco di liberazione nazionale” di matrice comunista che pose

la sua sede a Lublino finchè, il 18 gennaio 1945, esso si insediò a Varsavia e prese il nome di “governo provvisorio della

repubblica polacca”, già precedentemente riconosciuto dai russi.

Precedentemente, era fallito un tentativo di unione tra i due governi in occasione della visita di Churchill a Mosca

nell’ottobre ’44, poi il progetto fu ripreso a febbraio durante la Conferenza di Yalta e iniziarono dei negoziati infruttuosi tra

il governo di Londra e Mosca (la Polonia non fu rappresentata a San Francisco e alcuni esponenti democratici furono

arrestati dall’Armata Rossa);

nonostante le difficoltà i negoziati proseguirono e il 29 giugno 1945 fu costituito un “governo provvisorio polacco di unità

nazionale” che vedeva tuttavia occupare i posti chiave dai comunisti.

Il governo fu riconosciuto dagli occidentali, ma in realtà si trattava di una grande vittoria della diplomazia sovietica; infatti

le elezioni del 19 gennaio 1947 diedero una schiacciante maggioranza ai comunisti e i rappresentanti “londinesi” dell’ex

governo fuggirono in Inghilterra poco tempo dopo.

- Sempre nell’est europeo fonte di contrasti fu la regolamentazione della navigazione sul Danubio, fiume che parte

dall’Austria e arriva al Mar Nero; nel primo dopoguerra il fiume era controllato da una commissione europea e da una

internazionale, in seguito Hitler ne fece un fiume tedesco e, dopo la guerra, la supremazia passò sicuramente ai russi.

Su pressioni del Presidente americano Truman, che voleva abbattere le barriere doganali in Europa, a Potsdam l’Urss

accettò che nei Trattati con i “satelliti” della Germania fosse inserita una clausola che prevedeva la navigazione libera sul

Danubio a tutte le navi mercantili di tutti gli Stati, inoltre si decise la convocazione di una conferenza internazionale sul

problema; essa si riunì a Belgrado nel giugno 1948 con tutti gli Stati rivieraschi più Francia, Inghilterra e Usa: essendo gli

Stati comunisti in maggioranza, riuscì a passare il progetto sovietico che prevedeva la soppressione delle commissioni

europea ed internazionale e il controllo del fiume da parte dei soli stati rivieraschi, estromettendo così gli occidentali.

Anche la Finlandia ebbe pesanti ripercussioni dopo la sconfitta tedesca: il trattato con la Russia firmato nel settembre 1944

prevedeva la cessione ai sovietici di importanti territori e la negazione di uno sbocco sul Oceano Artico; l’esercito, la

marina e l’aviazione furono parecchio ridimensionati e fu imposto alla Finlandia il pagamento di onerose riparazioni.

Il Medio Oriente e la Lega Araba.

Le origini della Lega Araba possono senz’altro ricercarsi nel trattato del 2 aprile 1936 tra l’Arabia Saudita e l’Iraq, il

“Trattato di fraternità e di alleanza araba”, il quale prevedeva una collaborazione tra i due Paesi al fine di unificare la cultura

arabo-islamica e le organizzazioni militari.

A questa unione si associò lo Yemen, un mese dopo l’Egitto firmò un trattato di amicizia con l’Arabia Saudita; durante la

Seconda Guerra Mondiale gli inglesi, desiderosi di stabilire una zona di influenza economica in tutto il Medio Oriente,

favorirono un ulteriore unione del mondo arabo e quando l’Asse fu scacciato dall’Africa fu l’Egitto a prendere l’iniziativa

dell’Unione.

Vi furono importanti incontri al Cairo dal luglio 1943 al febbraio 1944 tra rappresentanti di Egitto, Transgiordania, Siria,

Iraq, Libano e Arabia Saudita; finalmente, dal 25 settembre al 10 ottobre 1944 si riunì ad Alessandria una Conferenza

preparatoria per l’Unione degli Stati Arabi sotto la presidenza del leader egiziano Nahas Pascià.

Fu firmato un protocollo in cui si prevedeva la creazione di una “Lega degli Stati Arabi” che sarebbe stata guidata da un

Consiglio dove tutti i Paesi sarebbero stati ugualmente rappresentati e, tramite una stretta cooperazione (anche finanziaria ed

economica), avrebbe difeso la loro indipendenza da qualsiasi aggressione; sulla questione palestinese si schieravano a

fianco degli Arabi di Palestina, proponendo anche la creazione di un “Fondo nazionale arabo” per acquistare terre in

Palestina.

La “Carta della Lega” fu firmata al Cairo il 22 marzo 1945 dai rappresentanti dei sei Paesi arabi.

La prima questione che la Lega araba si trovò ad affrontare, riportando un incontestabile successo, fu quella della

concessione della piena autonomia alla Siria e al Libano da parte della Francia; i francesi di De Gaulle dovevano applicare

l’accordo che prevedeva la cessione dei poteri nei due Paesi alle autorità siriane e libanesi, fino ad arrivare alla completa

indipendenza.

Tuttavia la Francia voleva avere delle garanzie sui suoi interessi economici e strategici e le trattative erano svolte in un

clima di tensione; nel maggio 1945 ripresero i negoziati e, in maniera molto inopportuna, vi fu un rafforzamento delle

truppe francesi sul territorio, provocando violenti scontri e uno sciopero generale in Siria e Libano, diversi manifestanti

furono uccisi.

Churchill, allora, mandò un vero e proprio ultimatum al governo di De Gaulle, invitando il presidente a far ritirare i soldati

nelle caserme per evitare scontri tra truppe inglesi e francesi nella regione; i francesi dovettero accettare a malincuore e si

rafforzò l’idea nell’opinione pubblica transalpina che l’Inghilterra approfittasse della debolezza della Francia per

estrometterla dal Medio Oriente.

In dicembre fu raggiunto un accordo franco-inglese sull’evacuazione delle truppe, Libano e Siria protestarono all’ONU per

la lentezza del ritiro e furono appoggiate soprattutto dall’Urss; la decisione delle potenze occidentali era dovuta in parte a

non voler lasciare ai sovietici un margine per estendere la loro influenza nella regione mediorientale, forse vi furono anche

pressioni americane, in ogni caso al 31 agosto 1946 vi fu la fine dell’evacuazione delle truppe franco-inglesi dal Libano e

dalla Siria, ora completamente indipendenti.

La lega araba si occupò anche della Libia, dichiarando che gli arabi si sarebbero fermamente opposti ad un “trusteeship”

sulla regione o ad un ritorno degli italiani.

- Nello stesso periodo vi fu anche uno sforzo dell’Egitto per acquistare una piena autonomia dall’Inghilterra e annettere il

Sudan, anche in ragione dell’atteggiamento “coraggioso e corretto” tenuto dagli egiziani durante la Guerra; al fine di

ottenere una completa autonomia bisognava ritrattare l’accordo del 1936, chiedendo l’evacuazione delle truppe britanniche

dal Paese.

I negoziati, svolti con Bevin del nuovo governo Attlee, iniziarono nel maggio 1946 in un clima di fervore nazionalista in

Egitto con scioperi generali e scontri organizzati dal Wafd, partito che era stato di nuovo estromesso dal governo dal Re

Farouk per corruzione dopo il “colpo di stato” inglese che lo aveva portato al potere nel ’42.

I britannici sembrarono ben disposti ad uno spostamento di truppe dal Cairo a Suez, ma le trattative si infransero sulla

questione del Sudan, in quanto gli inglesi non intendevano cederlo così presto;

in dicembre i negoziati furono interrotti, anche grazie alle pressioni molto esigenti del Wafd e nel luglio 1947 l’Egitto fece

anche appello al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, senza ottenere nulla.

- Anche in Iraq vi fu un fallimento della politica inglese: questi avevano pensato di favorire la formazione della Lega Araba

per mantenere grazie ad essa una zona di influenza, rafforzata da una serie di trattati bilaterali con i Paesi dell’area

mediorientale.

Con l’Iraq fu firmato un trattato nel gennaio 1948 che lasciava agli inglesi importanti vantaggi strategici sul territorio; alla

notizia della firma, gli elementi nazionalisti organizzarono una sommossa e il Consiglio dei Ministri rifiutò di ratificare

l’accordo, respingendo il nuovo trattato.

Ancora una volta la Gran Bretagna subiva uno scacco clamoroso in Medio Oriente.

Tuttavia, dopo il ritiro da Libano e Siria e il fallimento dei colloqui con l’Egitto e l’Iraq, vi fu un importante accordo con la

Transgiordania siglato dagli inglesi il 22 marzo 1946: si riconosceva la totale indipendenza della Transgiordania ma le

truppe britanniche potevano stazionare nel Paese; naturalmente vi erano privilegi economici per gli inglesi, molto legati

all’emiro Abdullah.

- In linea generale, il fallimento della politica inglese in Medio Oriente può essere attribuito all’azione indiretta dell’Urss in

questo settore: indiretta perché i partiti comunisti non erano forti nell’area, ma i sovietici intervenivano tramite la

propaganda, con le visite dei patriarchi ortodossi nei luoghi Santi, l’esaltazione dei nazionalismi e con l’influenza dei

musulmani sovietici sui musulmani del luogo; un intervento sovietico diretto si ebbe solo in Iran, Grecia e Turchia.

In Iran, com’era stato deciso alla conferenza di Teheran, si sarebbe dovuta avere l’evacuazione delle truppe occupanti sei

mesi dopo la fine della Guerra (marzo 1946), gli inglesi si dissero d’accordo ma i sovietici mantennero le loro forze,

sostituendo i militari a Teheran con dei civili;

nell’agosto 1945 il partito filo-comunista “Tudeh” organizzò in Azerbaigian una rivolta, impadronendosi degli edifici

pubblici con l’appoggio delle truppe sovietiche.

Il 12 dicembre 1945 fu proclamata la “Repubblica autonoma di Azerbaigian”, escludendo ogni ingerenza da parte del potere

centrale di Teheran e ponendo gli anglosassoni di fronte al fatto compiuto; pochi giorni dopo, sempre con l’appoggio

sovietico, nacque la “Repubblica popolare curda” e nell’aprile ’46 i due nuovi governi firmarono un trattato di alleanza

militare.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, investito dall’Iran del problema, manifestò la propria impotenza proponendo dei

negoziati diretti russo-iraniani; questi si svolsero nel febbraio ma non approdarono a nulla di concreto e, quando nel marzo

le truppe anglo-americane evacuarono l’Iran, quelle sovietiche rimasero nel Paese.

Il Consiglio di Sicurezza discusse nuovamente il problema e i russi decisero improvvisamente di ritirarsi, siglando il 14

giugno 1946 un accordo con il governo iraniano che prevedeva il ritiro dell’Armata Rossa; la vittoria sovietica più

importante fu che l’Iran accettò di esercitare in pratica una sovranità solo nominale in Azerbaigian e che alcuni membri del

partito “Tudeh” furono ammessi nel governo di Teheran, avvicinando sempre più il paese alla sfera d’influenza russa.

La reazione anglo-americana non si fece attendere e capovolse completamente la situazione: in agosto gli inglesi favorirono

nel sud del Paese delle rivolte contro il partito “Tudeh”, riuscendo ad ottenere l’espulsione dei ministri filo-comunisti dal

governo e l’arresto di molti esponenti a Teheran.

Sentendosi appoggiato dagli anglo-americani, il governo iraniano decise di riconquistare l’Azerbaigian; qui le truppe di

Teheran furono accolte con entusiasmo dalla popolazione scontenta del regime e il 14 dicembre 1946 il governo comunista

azero crollò, molti ministri furono fucilati.

In questa occasione è difficile spiegare la mancata reazione russa, forse a Mosca vi era ancora la speranza della ratifica

dell’accordo di giugno che implicava importanti concessioni petrolifere; ma, sotto pressione anglo-americana, il parlamento

iraniano non ratificò l’accordo e ancora una volta i russi non intervennero, lasciando campo libero all’invio di una missione

militare americana in Iran.

- In Turchia, la pressione sovietica fu egualmente molto forte.

I sovietici fecero pressanti richieste alla Turchia circa la modifica della “Convenzione di Montreax” sugli Stretti del 1936 e

sulla restituzione dei distretti di Kars e Ardahan, ceduti ai turchi dopo la lotta del neo stato sovietico con Ataturk.

Nel novembre 1945, su iniziativa di Truman, vi fu ai russi una proposta turco-anglo-americana che prevedeva la libertà di

navigazione per le navi da guerra dei Paesi rivieraschi sul Mar Nero (ricordiamo che Montreux stabiliva dei limiti alla

circolazione delle navi da guerra sugli stretti, anche se con dei vantaggi per i Paesi rivieraschi); i russi rifiutarono questa

proposta e chiesero che la difesa degli Stretti potesse essere assicurata dalla Russia e dalla Turchia insieme, ciò che gli

avrebbe permesso di controllare gli Stretti, da sempre sogno della politica estera degli Zar.

Gli occidentali, naturalmente, rifiutarono fermamente e la pressione sovietica si spostò sulla questione di Kars e Ardahan,

pressando per un “orientamento più amichevole della politica estera turca”; queste velate minacce suscitarono la promessa

di un aiuto militare americano alla Turchia.

- In Grecia si sviluppò un pericoloso focolaio e il Paese divenne terreno di scontro tra i comunisti e i monarchici appoggiati

dal governo inglese; ricordiamo che, secondo gli accordi di Mosca tra Churchill e Stalin dell’ottobre ’44, la Grecia faceva

parte della zona di influenza anglosassone e l’Urss non intervenne direttamente, bensì si pensa che sicuramente appoggiò i

comunisti greci dietro azioni degli jugoslavi e dei bulgari.

Durante l’occupazione italo-tedesca si svilupparono in Grecia gruppi di resistenza partigiana, dei quali il principale era il

comunista EAM (Fronte di Liberazione Nazionale); essi si opponevano al governo monarchico rifugiato al Cairo.

Dopo la capitolazione italiana, i gruppi si impossessarono delle armi e si accrebbero i contrasti tra partigiani comunisti e

moderati; tuttavia nell’ottobre 1944 gli inglesi occuparono Atene ed imposero alle forze partigiane l’autorità del governo

greco, cercando di mantenere l’ordine in attesa delle organizzazione di libere elezioni.

Queste elezioni si ebbero il 31 marzo 1946 sotto la sorveglianza di osservatori internazionali, non russi; i monarchici ebbero

la meglio e la vittoria fu confermata anche da un successivo plebiscito; il re Giorgio II rientrò ad Atene, ma l’EAM dichiarò

che le elezioni erano state falsate dagli anglosassoni per instaurare un governo monarchico-fascista non voluto dal popolo

greco.

La questione fu affrontata dall’ONU nel maggio del ’47 ma non si ebbe alcuna conclusione; all’inizio del ’47, quindi, la

guerra civile tra i due opposti schieramenti continuava furiosamente nel Paese.

Il dopoguerra in Estremo Oriente.

Dopo la capitolazione giapponese, gli americani proposero la creazione di una “Commissione consultiva per l’Estremo

Oriente” con la partecipazione di Cina, Urss, Inghilterra, Canada, Australia, Francia, Olanda, Nuova Zelanda e Filippine

(“consultiva” poiché gli Usa rifiutavano di dividere la propria autorità sul Giappone con gli altri alleati); vi furono per

questo delle proteste inglesi, che reclamava poteri deliberanti e la partecipazione autonoma dell’India, e successive proteste

sovietiche sulla gestione dell’occupazione americana in Giappone.

Durante la Conferenza dei Ministri degli Esteri che si tenne a Mosca nel novembre – dicembre 1945 fu istituita la

“Commissione per l’Estremo Oriente” con i Paesi suddetti e l’India, con sede a Tokyo e a Washington, inoltre fu creato un

“Consiglio alleato per il Giappone” presieduto da Mac Arthur e con un membro cinese, uno sovietico ed uno per Inghilterra,

Australia, Nuova Zelanda e India; questo Consiglio aveva lo scopo di assistere Mac Arthur che, in realtà, rappresentava in

Giappone l’unica autorità del potere esecutivo e le due Commissioni non ebbero che un ruolo molto ristretto.

Forte fu la tensione tra Mac Arthur e il delegato sovietico, spesso appoggiato dal cinese e dall’inglese contro la politica

dittatoriale del generale americano; in queste condizioni fu impossibile negoziare nelle due Commissioni un trattato di pace

per il Giappone.

La politica degli Usa sul Giappone fu presentata in un documento accettato dal presidente Truman pochi giorni dopo la resa

nipponica: esso prevedeva la democratizzazione dello Stato giapponese, la distruzione dei grandi consorzi familiari

dominanti e l’organizzazione dell’occupazione militare anche al fine di assicurare il prelievo delle riparazioni.

Per quanto riguarda il territorio, il Giappone perdeva tutti i territori sul continente asiatico:

la Cina acquistava la Manciuria e l’isola di Formosa, la Corea sarebbe divenuta indipendente, l’Urss otteneva parecchi

vantaggi, riacquistava i diritti anteriori alla sconfitta del 1905 (se la Cina fosse stata d’accordo), riprendeva Port Arthur e le

isole Curili, in Mongolia Esterna si manteneva lo status quo e le ferrovie della Manciuria sarebbero state amministrate da

una società Cino-sovietica;

il Giappone perdeva anche i territori presi alla Germania nel 1914.

- La sconfitta giapponese, in teoria, restituiva al Kuomintang di Chiang Kay-shek tutti i territori cinesi anteriori al 1932,

tuttavia il problema fu l’azione dell’Urss in Manciuria e la guerra civile che vedeva contrapposto il partito nazionalista con i

comunisti di Mao Tsè-tung.

Il 14 agosto 1945 furono siglati 5 importanti accordi cino-sovietici riguardanti anche la Manciuria.

Vi era un’alleanza diretta contro il Giappone, l’istituzione di una compagnia russo-cinese per la ferrovia in Manciuria,

l’amministrazione in condominio di Port Arthur con la difesa affidata all’Urss, la regolazione dei problemi nelle province

orientali della Cina occupate dalle forze sovietiche; scambi di note decisero che la Manciuria e il Sinkiang sarebbero rimasti

cinesi, mentre la sorte della Mongolia Esterna sarebbe stata decisa da un plebiscito.

Tuttavia la situazione in Manciuria non fu semplice: i russi occuparono rapidamente l’intera Manciuria e fecero prigionieri

600.000 giapponesi, inoltre dichiararono di voler smantellare tutte le industrie giapponesi nella regione (industrie pesanti

che sarebbero andate pericolosamente in mano cinese) e facilitarono la penetrazione di comunisti cinesi nella regione, i

quali si impadronirono di enormi quantità di armi giapponesi, utili nella loro lotto contro Chiang Kay-shek.

In Manciuria furono creati dappertutto dei “governi del popolo”, il governo nazionale cinese reagì penetrando in parte della

Manciuria e i russi accettarono per il momento questa situazione; alla conferenza di Mosca nel dicembre 1945 non si

pervenne ad alcun accordo tra russi ed americani sulla data di evacuazione della Cina.

I russi completarono l’evacuazione della Manciuria nell’aprile 1946, subito dopo si consolidarono le posizioni: i comunisti

cinesi crearono uno Stato autonomo al nord, operando però anche azioni di disturbo nella Manciuria del sud controllata

dalle truppe nazionaliste.

Ma il conflitto tra le due fazioni si estendeva dappertutto in Cina; gli americani tentarono di arrivare ad una mediazione e

per tutto il ’46 il generale Marshall fu nel Paese per mediare un accordo tra comunisti e nazionalisti; nondimeno, il governo

americano forniva enormi quantità di materiale bellico a Chiang Kay-shek e questo portò alle proteste dei comunisti e alla

rottura del “cessate il fuoco” che Marshall era riuscito ad ottenere; inoltre i nazionalisti, forti dell’appoggio americano, non

avevano alcuna intenzione di dividere anche una minima parte del potere con i nazionalisti.

Nel gennaio ’47 Marshall abbandonò la mediazione e la guerra riprese, riportando in quell’anno le ultime vittorie dei

nazionalisti, sempre più impopolari tra la popolazione cinese.

Nascita dei due blocchi: politica di contenimento e piano Marshall.

- Dopo le tensioni del 1946 (situazione in Grecia e Azerbaigian, non mobilitazione sovietica in Europa orientale, inizio

della guerra di Indocina) si accentuò il contrasto tra americani e russi e si prese in considerazione la possibilità di uno

scontro diretto.

Lo scontro divenne evidente durante la formazione dell’amministrazione di Berlino: già nel 1945 vi erano state delle

elezioni che avevano visto i comunisti sconfitti, ora si doveva eleggere il sindaco.

Le elezioni si svolsero nel settembre 1946 e i russi proposero di formare una sorta di “cartello di sinistra” con l’unione di

socialisti e comunisti in un partito operaio, il SED, tuttavia i socialisti guidati da Wiily Brandt rifiutano e gli spogli danno il

40% dei voti ai socialisti, il 20% al SED e il 20% ai popolari, il resto a formazioni minori; ai socialisti, dunque, spettava la

scelta se allearsi con i comunisti o i popolari ed essi formarono l’amministrazione con i popolari.

Una volta nominato il sindaco, però, i russi non lo riconoscono nella loro zona e si ha dunque una prima divisione di

Berlino, poiché il sindaco si insedia solo nelle tre zone occidentali.

Questa decisione sovietica può essere spiegata con l’analisi della situazione interna dell’Urss in quel periodo: dopo la

Guerra, i militari acquistarono molto potere per aver salvato lo Stato, durante la Guerra vi è stato un enorme trauma in tutta

la Russia per l’invasione tedesca (loro ricordano la seconda guerra mondiale come la “Grande Guerra patriottica”) e Stalin

si trova a gestire una situazione molto particolare, in quanto il gruppo dirigente sovietico è messo sotto accusa per non aver

saputo gestire i rapporti con il mondo occidentale.

A questo punto, Stalin decide di tornare alle vecchie concezioni: riconferma il Partito come unica guida del Paese, organizza

un nuovo piano quinquennale come sfida alla rincorsa all’occidente, lo Zar e la sua eroica difesa contro Napoleone sono

presto dimenticati e si riparla della missione sovietica contro il capitalismo, dopo la chiusura del Komintern da parte dello

stesso Stalin nel ’43.

Tuttavia, per rendere questo progetto possibile, bisognava creare un’aura di ostilità intorno agli ex alleati, facendo andare

l’Urss in rotta di collisione con l’occidente e ponendo fine alle speranze rooseveltiane di una democratizzazione della

Russia dopo il conflitto.

Il 9 febbraio 1946 Stalin pronuncia un discorso in cui dichiara questa svolta nella politica dell’Unione Sovietica, che coglie

l’Inghilterra e gli Stati Uniti di sorpresa, Churchill parla per la prima volta di un “sipario di ferro” calato in Europa, mentre

nell’amministrazione americana si assiste ad una evoluzione con l’epurazione da parte di Truman degli elementi meno

realistici.

La prima fase di questa evoluzione è segnata da una politica più energica e dalla sostituzione di Byrnes con Marshall,

richiamato dalla Cina nel gennaio ‘47; in un discorso alle Camere riunite in seduta comune, Truman parlò della gravità della

situazione internazionale e chiese di votare un aiuto di 400 milioni di dollari per la Grecia (in cui vi era una guerra civile e

l’Inghilterra aveva dichiarato di non poter mantenere il suo aiuto) e la per la Turchia (minacciata dai russi per gli Stretti):

questi aiuti dovevano essere anche di carattere militare, al fine di impedire l’instaurazione di regimi totalitari, come era già

avvenuto in Polonia, Romania e Bulgaria.

Inizia in questo modo la cosiddetta “Politica di Contenimento” altrimenti detta “dottrina Truman”: nell’Europa dell’est gli

americani accettarono la supremazia sovietica, ma iniziarono una serie di azioni, soprattutto di aiuto economico, volte a

frenare l’avanzata del comunismo non solo in Europa, ma in ogni parte del Mondo.

Il Congresso votò gli aiuti nell’aprile ’47, un mese dopo il discorso del presidente.

- In concomitanza con la dichiarazione di Truman e della svolta nella politica americana, si apriva a Mosca, il 10 marzo

1947, la Conferenza dei Ministri degli Esteri; queste riunioni erano fatte periodicamente dai vincitori alternando la sede

nelle capitali dei quattro Stati.

In questa conferenza non vi furono accordi sostanziali e furono palesemente mostrati i disaccordi probabilmente insanabili

tra sovietici ed occidentali: mentre i russi (appoggiati in questo caso dai francesi) volevano un Germania fortemente

decentralizzata, americani ed inglesi optavano per un governo federale forte che controllasse aspetti importanti della politica

dei Land; inoltre, i russi chiedevano ancora ingenti somme di riparazione che, come detto, erano prelevate in natura e quindi

privavano la Germania di un’industria e riducevano la produzione, al contrario americani ed inglesi avevano fatto importanti

sovvenzioni nelle loro zone e chiedevano che la produzione tedesca fosse aumentata per divenire autonoma al più presto.

Molotov protestò contro la bizona creata da inglesi ed americani e alla fine della Conferenza ci si rese conto tacitamente

della concreta possibilità della formazione di due Stati tedeschi.

A Mosca si parlò anche dell’Austria (i russi volevano la cessione della Carinzia alla Jugoslavia ma fu rifiutata dagli

occidentali) e si pose il problema dei beni tedeschi in Austria che dovevano passare alla Russia a titolo di riparazioni, anche

quelli confiscati e acquisiti illegalmente, secondo i russi, mettendo in questo modo sotto controllo sovietico gran parte

dell’economia austriaca.

In definitiva si può affermare che la Conferenza fu un fallimento e le prime ripercussioni si ebbero in Francia ed Italia, dove

i governi (entrambi nel maggio 1947) decidono di estromettere i ministri comunisti, schierandosi dunque più nettamente nel

“campo occidentale”.

La nuova politica estera americana si sviluppò in un primo tempo sul fronte economico, con aiuti economici alle nazioni

europee; il 5 giugno 1947 il Segretario di Stato Marshall pronunciò un importante discorso all’università di Harvard in cui

affermò la gravità della situazione politica ed economica in Europa, facendo capire che bisognava prima aiutare la

ricostruzione e in seguito regolare i debiti. Questi aiuti non dovevano più essere elargiti irregolarmente, ma con continuità e

ai Paesi europei nel loro insieme, quindi la proposta si indirizzava anche all’Europa orientale.

Innanzitutto, però, il “Piano Marshall” doveva essere preceduto da una cooperazione di tipo economico e politico tra i Paesi

europei, al fine di coordinare i piani nazionali ed evitare guerre; Francia, Inghilterra e Urss si riunirono a Parigi a fine

giugno per discutere il progetto: Molotov non accettava la cooperazione tra i Paesi europei per l’applicazione del Piano,

infatti questa prevedeva che si rendessero pubblici i bilanci e vi fosse un controllo comune; questo l’Urss non poteva

accettarlo, in quanto essa aveva un enorme bilancio militare segreto in contrasto con la sua politica estera basata sulla pace

ed aveva già elaborato piani economici per i Paesi dell’est.

Inoltre Molotov non voleva che gli aiuti fossero elargiti a tutti i Paesi europei, bensì solo alle vittime della Germania, la

quale avrebbe dovuto continuare a pagare le riparazioni. La Conferenza di Parigi, dunque, non ebbe successo e accentuò le

differenze, portando i Paesi comunisti dell’est a schierarsi contro, nonostante essi avrebbero voluto partecipare.

Dal 3 luglio 1947 si aprì la “Seconda conferenza di Parigi” alla quale parteciparono tutti i 16 Stati interessati a partecipare al

piano Marshall, in settembre i membri firmarono un rapporto di assenso che fu inviato negli Stati Uniti, in pratica

sottomettendosi allo strapotere economico americano.

La reazione dell’Urss e dei paesi comunisti fu violenta; essi accusarono gli Usa di “imperialismo economico” al fine di

stabilire un dominio sull’Europa ostile all’Urss e al comunismo; per contrastare tale disegno fu creato il 22 settembre 1947

il Cominform (“Ufficio di informazione comunista”), il quale doveva svolgere il ruolo di organo di collegamento tra i

governi comunisti in Europa, alla prima riunione parteciparono anche i rappresentanti comunisti di Italia e Francia.

Fu qui che i sovietici parlarono di una divisione tra campo “imperialista” e “anti-imperialista”.

La successiva Conferenza dei Ministri degli Esteri si tenne a Londra tra novembre e dicembre ’47 e fu definita la

“Conferenza dell’ultima possibilità”. Essa fu tuttavia un totale fallimento e fu quella in cui si pose fine ai lavori del

Consiglio dei Ministri degli Esteri, turbata soprattutto dagli scioperi e dall’opposizione dura del Partito comunista francese

al piano Marshall.

Molotov adottò un tono violento e rifiutò che la Saar fosse staccata dalla Germania a vantaggio della Francia, chiese

immediatamente la costituzione di un governo centrale tedesco e ripropose il problema dei beni tedeschi confiscati dall’Urss

in Austria.

Alla fine delle discussioni, si capì che il mondo si divideva nettamente in due blocchi ostili.

LA GUERRA FREDDA E I CONFLITTI LOCALIZZATI.

Nascita delle due Repubbliche tedesche e il blocco di Berlino (1948-49).

Dopo il fallimento della “conferenza dell’ultima possibilità”, si comprese l’impossibilità di stipulare accordi con l’Urss;

inglesi, americani e francesi decisero quindi di riunirsi in separata sede per discutere la situazione tedesca.

Dal febbraio al giugno 1948 si tenne a Londra la “Conferenza tripartita”, nonostante le proteste sovietiche; fino a marzo si

finse di credere che l’Urss avrebbe partecipato, poi il 20 marzo, i russi fecero smettere di funzionare tutti gli organi alleati

quadripartiti, ad eccezione della Kommandatura di Berlino.

La conferenza proseguì per tutto il mese di maggio e i tre alleati si accordarono sullo statuto delle tre zone occidentali della

Germania; gli inglesi non volevano un governo troppo decentralizzato, mentre i francesi (con l’appoggio di Belgio e

Olanda, invitati appositamente dalla Francia) premevano per aumentare i poteri dei vari Land: si giunse ad un compromesso

e si decise che sarebbe stata convocata un’assemblea costituente per il 1° settembre, nella quale i parlamentari sarebbero

stati nominati tramite suffragio universale ma con un sistema scelto in modo diverso da ciascuno dei vari Land, non

perdendo potere a discapito del governo centrale.

Alla conferenza la Francia non ottenne alcun successo politico, in quanto dovette abbandonare il progetto di

internazionalizzazione della Ruhr e fu creato solo un organo di controllo (Autorità internazionale della Ruhr, composta da 7

membri, tra cui un tedesco) che comprendeva il Benelux e i vincitori, valido fino al trattato di pace.

Già durante i negoziati, i sovietici accolsero con preoccupazione la nuova politica occidentale; il maresciallo Sokolovsky,

dopo aver interrotto il lavoro degli organi quadripartiti, decise di chiudere anche la Kommandatura e di controllare

militarmente tutte le comunicazioni tra Berlino e la Germania occidentale, con lo scopo di controllare completamente la

capitale tedesca.

Accordi del 1945 avevano stabilito che gli occidentali avessero delle vie aeree e terrestri per raggiungere Berlino dalle loro

zone, tuttavia il transito terrestre fu bloccato nel mese di giugno.

Per porre fine al blocco, i russi proponevano uno scambio di territori e l’adozione ad ovest del marco orientale (dopo

l’adozione occidentale del “deutsche mark”); l’amministrazione americana, forte dell’arma atomica, non accettava alcun

compromesso, tuttavia Truman, appoggiato da Francia ed Inghilterra, non voleva una nuova guerra totale.

Si decise, dunque, di accettare la prova di forza sovietica e fu organizzato un gigantesco ponte aereo dalla zona occidentale

verso Berlino, con aerei che partivano ogni 3 minuti carichi di ogni bene necessario e che dovevano atterrare in un angusto

aereoporto al centro della città;

nonostante le enormi difficoltà tecniche, l’operazione riuscì perfettamente.

Durante il blocco vi furono aspre contese in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e si iniziò a parlare di “guerra fredda”

tra i due blocchi contrapposti; l’Urss opponeva sempre il veto e non si giunse ad alcuna conclusione.

Nonostante la crisi di Berlino, si decise di proseguire sulla strada dell’unità tedesca occidentale decisa a Londra: nel luglio

’48 i tre comandanti in capo occidentali e i presidenti dei Lander delle tre zone si incontrarono a Francoforte, stabilendo la

sede del “Consiglio parlamentare” che avrebbe elaborato la Costituzione nella piccola cittadina di Bonn.

Come deciso, i lavori iniziarono il 1°settembre sotto il controllo alleato, mentre inglesi, americani e francesi si riunivano a

Washington per elaborare la nuova forma di occupazione della Germania.

L’8 aprile 1949 furono firmati importanti accordi circa le funzioni del nuovo governo tedesco compatibili con l’occupazione

alleata: i governi alleati conservavano l’autorità suprema e potevano modificare le decisioni legislative e amministrative

prese dalle autorità tedesche; in molte materie importanti gli Alleati potevano agire da soli (disarmo, controlli sulla Ruhr,

riparazioni, decentramento, affari esteri e commercio, cambi e rispetto della Costituzione federale).

A parte queste materie, le autorità tedesche avevano tutti i poteri, con decisioni valide se non incontravano il veto degli

Alleati; le funzioni civili sarebbero state assegnate agli “Alti commissari” e quelle militari ai tre “Comandanti in capo”, essi

avrebbero costituito la “Alta Commissione Alleata”, in contatto permanente con il governo tedesco (tra i membri vi era

Francois-Poncet).

Nel febbraio ’49 si conclusero i lavori del “Consiglio parlamentare” ma il testo fu rifiutato dagli Alleati e solo in maggio si

ebbe una Costituzione, la “Legge fondamentale di Bonn”:

essa prevedeva una federazione di 11 Lander, ognuno avente una propria Costituzione.

Le elezioni ebbero luogo il 14 agosto 1949; il liberale Heuss fu eletto presidente della neonata Repubblica Federale

Tedesca, Konrad Adenauer fu eletto cancelliere.

Formalmente, nel settembre 1949, la Germania esisteva di nuovo come potenza politica autonoma.

La limitazione di sovranità più importante per i tedeschi fu quella sulla programmazione economica; essi non possono

decidere autonomamente quando, come e dove ricostruire (contrasto franco-americano su questo punto) e Adenauer protestò

che in queste condizioni lo Stato tedesco non poteva essere vitale.

Nonostante ciò, il Cancelliere firmò il 22 novembre gli “Accordi del Petersberg” (la collinetta vicino Bonn dove si era

insediata l’Alta Commissione Alleata), con i quali la Germania si impegnava alla smilitarizzare il territorio in cambio della

sospensione dello smantellamento di alcune fabbriche.

- l’Urss reagì immediatamente riunendo a Berlino est un “Consiglio del popolo tedesco”, il quale proclamò la creazione di

una “Repubblica democratica tedesca” il 7 ottobre 1949.

La nuova repubblica ottenne in apparenza maggiori poteri di quella federale (l’amministrazione militare sovietica fu sciolta

e i tedeschi ebbero la direzione dei propri affari esteri), tuttavia essa aveva di fatto le stesse limitazioni dei Paesi dell’Europa

orientale.

Tuttavia i sovietici, constatando il successo del ponte aereo di rifornimento a Berlino e la fermezza occidentale, decisero di

intraprendere delle trattative con gli occidentali sulla situazione tedesca:

a Parigi si riunì ancora una volta il Consiglio dei Ministri degli Esteri nel maggio-giugno 1949; gli occidentali proposero ai

sovietici la partecipazione al nuovo Stato tedesco che stava nascendo nelle tre zone unificate, i russi risposero con la

votazione da parte del “Congresso del popolo tedesco” a Berlino est di una costituzione di stampo centralista per la zona

russa, facendo fallire il tentativo.

Su proposta del Segretario di Stato americano Acheson, si tentò allora di contrattare un’unificazione di Berlino, ma Molotov

respinse delle nuove elezioni municipali comuni e il ripristino della Kommandatura; il russo fece solo una spettacolare

proposta di tipo propagandistico per acquistare le simpatie del bistrattato popolo tedesco (elaborare in tre mesi progetti di

Costituzione per uno Stato tedesco comune e ritiro delle truppe un anno dopo) che, come fece notare Bevin, era impossibili

realizzare se persistevano tante divergenze.

Per l’Austria, i russi abbandonarono l’appoggio alle rivendicazioni jugoslave sulla Carinzia;

la Conferenza, dunque, fu un ennesimo insuccesso diplomatico, tuttavia i russi decisero di togliere il blocco, cosa che

avvenne nel giugno 1949, ottenendo solo piccole rettifiche sui nuovi accordi che stabilivano i corridoi aerei e terrestri

occidentali.

La questione della Saar, il Consiglio d’Europa, la politica tedesca e la CECA.

Per quanto riguarda la Francia, vi furono nuovi scioperi semi-insurrezionali comunisti nel 1948 che si conclusero con un

fallimento; i Paesi dell’est soppressero le istituzioni culturali e gli interessi economici francesi sul loro territorio, ciò portò la

Francia a concentrare la politica estera sulla questione della Saar.

Dopo l’istituzione del cordone doganale nel dicembre ‘46, nel giugno ’47 si ebbe una riforma monetaria con l’introduzione

di un marco sarrese, in attesa dell’insediamento del franco; in settembre fu elaborata una Costituzione che proclamava la

separazione politica dalla Germania e l’unione economica con la Francia, essa fu convalidata un mese dopo dalle elezioni

che videro il 91% dei votanti appoggiare i partiti che accettavano l’unione economica.

Nel gennaio ’48 la Francia riconobbe l’autonomia della Saar e fu siglato un accordo con gli alleati che attribuiva

all’economia francese tutto il carbone della zona; lo statuto autonomo era però limitato dal fatto che il commissario francese

vistava le leggi e dava il consenso alla nomina degli alti funzionari.

Durante il ’49 i governi francese e sarrese decisero di stipulare degli accordi che non avrebbero modificato drasticamente la

situazione esistente (assicurazione alleata ad Adenauer): nel gennaio 1950 furono firmate alcune convenzioni tra i due

governi.

I francesi autolimitavano il potere di veto legislativo del loro commissario a quelle misure che potevano compromettere

l’unione monetaria e doganale; in cambio i transalpini ottennero vantaggi sull’economia sarrese (convenzioni sulle ferrovie

e sulle miniere) e la possibilità dello stabilimento facilitato di cittadini francesi nella regione, più altre assicurazioni.

Queste convenzioni, quindi, rafforzavano i legami tra la Francia e la Saar senza modificarli, tuttavia Adenauer protestò

energicamente e proponeva un’autorità internazionale sulla regione fino ad un ennesimo plebiscito; la questione della Saar

fu sempre posta dai tedeschi e i francesi cercarono di non invelenirla per non guastare i rapporti tra i due Paesi.

Nel maggio 1951 i francesi vietarono l’attività del “partito democratico sarrese”, favorevole al ricongiungimento con la

Germania, provocando le minacce di Adenauer di sottoporre il caso al Consiglio d’Europa; nel marzo 1952 la questione fu

sanata con un accordo sulla creazione di una commissione tripartita per il controllo di libere elezioni.

Ma la commissione non fu creata e si mantenne l’interdizione dei partiti filo-tedeschi, cosicché alle elezioni del 30

novembre 1952 il partito del governo filo-francese di Hoffmann ottenne un trionfo.

- Dopo il 1947 esistevano numerosi movimenti per la creazione di una federazione dei popoli d’Europa, incitata soprattutto

dagli Stati Uniti che volevano ottenere questo obiettivo politico affiancandolo all’azione militare (con la creazione del

futuro Patto Atlantico) e all’azione economica del piano Marshall; furono gli americani ad imporre ai tedeschi

l’accettazione di una futura Unione Europea, anche per placare i timori della Francia e convincerla agli accordi di Londra.

Poiché gli europei non erano molto pronti ad accettare l’Unione, gli americani incastrarono il problema dell’unificazione

dello stato tedesco con la federazione europea, abbattendo le forti resistenze che si sviluppavano negli Stati, timorosi della

perdita della sovranità nazionale (soprattutto per quanto riguarda l’Inghilterra).

Nel maggio 1948 i movimenti europeisti tennero un congresso all’Aja, in cui si espresse la volontà di creare un’Unione

Europea; in seguito, su iniziativa del Ministro degli Esteri francese Bidault e poi di Bevin (che lo sostituì al Quai d’Orsai

per il fallimento nella conferenza di Londra nella creazione di uno Stato tedesco unificato), fu istituito un “Comitato

permanente per lo studio e lo sviluppo della federazione europea” comprendente membri di Francia, Inghilterra e Benelux.

Alla interno di questo comitato vi furono contrasti tra la Francia, che voleva un’Assemblea rappresentativa, e l’Inghilterra,

che temeva la perdita della sovranità nazionale e voleva la creazione di un semplice “Comitato dei Ministri”; per questi

contrasti, il Comitato fu sciolto e Bevin preferì che una soluzione di compromesso fosse trovata dai soli Ministri degli

Esteri.

Nel gennaio 1949 questi si accordarono sulla creazione di un “Consiglio d’Europa” composto da due organi: un “Comitato

di Ministri” con sedute private e una “Assemblea consultiva europea” con sedute pubbliche ma con compiti limitati (ordine

del giorno fissato dai Ministri, nessuna competenza in materia militare ed economica).

L’Italia fu immediatamente invitata grazie anche all’azione europeista svolta da De Gasperi.

Lo statuto del “Consiglio d’Europa” fu firmato il 5 maggio 1949 da 10 Paesi: Italia, Francia, Inghilterra (18 seggi), Belgio,

Olanda e Svezia (6), Danimarca, Irlanda e Norvegia (4) e Lux. (3).

Nella prima sessione furono invitate a partecipare Grecia, Turchia e Germania occidentale, contrasti franco-tedesco vi

furono sulla delegazione della Saar.

Nell’agosto ’49 Churchill propose di invitare la neo costituita Germania ovest al Consiglio d’Europa ma vi era, appunto, il

problema della Saar, poiché la Francia aveva presentato la sua candidatura e i tedeschi volevano invece una delegazione

unitaria tedesco-sarrese; un Comitato studiò la questione e decise, nell’aprile 1950, di formare due delegazioni che però non

avrebbero fatto parte del Consiglio dei Ministri, riconoscendo de facto una Saar autonoma.

Adenauer ebbe dagli Alleati l’assicurazione che la questione della Saar non sarebbe mutata sino al trattato di pace e accettò

di far entrare la Germania nel Consiglio d’Europa con 18 seggi; nel maggio 1951 la Germania è ammessa come “membro

partecipante” e può accedere al Consiglio dei Ministri.

Il ruolo del Consiglio d’Europa si ridusse drasticamente a partire dal 1950, sia perchè la Gran Bretagna si opponeva

energicamente a qualunque rinuncia della sovranità nazionale e sia per lo scarso potere che il Consiglio dei Ministri lasciava

all’Assemblea consultiva; lo sforzo di creare un’Europa unita si avrà senza l’Inghilterra con i piani Shuman e Pleven.

- Dopo l’ammissione al Consiglio d’Europa, la Germania ottenne diritti più estesi per la gestione della propria politica; gli

accordi di Londra del maggio 1950 fra i ministri degli Esteri di Francia, Gran Bretagna e Usa annunciarono l’allentamento

dei controlli e la ricostituzione di un Ministero degli Esteri alla cui guida andò lo stesso Adenauer, ricostituendo relazioni

diplomatiche con tutti i Paesi. Lo scopo degli Alleati era quello di riunificare la Germania e ricongiungerla all’Europa.

Queste misure, tuttavia, su pressione francese, dovevano essere adottate dopo la ratifica e la partecipazione da parte tedesca

al progetto di “esercito europeo”.

Prima della Saar, il problema più sentito dai tedeschi era certamente quello dell’unità; gli occidentali non erano contrari ad

un unificazione e nel periodo che va dal settembre 1950 al dicembre 1951 vi furono delle trattative tra Adenauer e il

presidente della DDR Grotewohl per l’organizzazione di libere elezioni nei due Stati che, come riteneva Adenauer, solo

avrebbero potuto portare i tedeschi all’unità; i sovietici erano preoccupati soprattutto per la realizzazione di un esercito

europeo al quale avrebbero partecipato anche contingenti tedeschi e accettavano il principio unitario solo se la Germania

avesse mantenuto una certa neutralità tra i due blocchi.

Raggiunto l’accordo sulle elezioni, vi furono contrasti in novembre poiché Grotewohl non accettava il controllo da parte

delle Nazioni Unite ma voleva un’azione delle sole quattro potenze vincitrici; la commissione fu egualmente creata

dall’ONU ma nel marzo 1952 la Russia fece una dichiarazione a sorpresa, accettando la riunione di una conferenza a quattro

sulla Germania per la formazione di un trattato di pace e la creazione di un esercito tedesco.

Il tema più caldo della conferenza sarebbe stato sicuramente il contrasto sulla delimitazione delle frontiere ad est della

Germania, considerate definitive con degli accordi della Germania est con Polonia e Cecoslovacchia nel giugno 1950,

osteggiati dalla Germania di Bonn con molte proteste.

- Il problema della dipendenza economica della Germania e della formazione di un’organizzazione unita a livello europeo

che mantenesse la pace (voluta dagli Usa e osteggiata dagli inglesi), furono correlati e risolti parzialmente con il “Piano

Schuman”, il quale presentò un memorandum nel maggio 1950.

Si ritiene che il progetto sia stato ispirato da Jean Monnet, un francese arricchitosi in America, o sia stato concepito

direttamente da Adenauer e dal suo collaboratore per le finanze Edgar; il progetto prevedeva una “solidarietà di fatto” tra i

Paesi che vi avessero aderito, con la messa in comune della produzione di carbone e acciaio tedesco e francese, rendendo

impossibili le guerre e sotto il controllo di un’alta autorità comune; il carbone e l’acciaio erano allora due prodotti simbolo

perché necessari alla guerra, colpivano la fantasia e facevano pensare davvero ad un’unione.

D’altra parte, il Piano Schuman prevedeva che la Germania fosse su un piano di parità rispetto agli altri Stati aderenti,

quindi avrebbe recuperato la sua libertà di programmazione economica.

Gli inglesi non aderirono al progetto poiché esso limitava la sovranità nazionale, i francesi furono titubanti ma accettarono,

così come l’Italia e i Paesi del Benelux; il 18 aprile 1951 fu firmato il trattato costitutivo della “Comunità Europea del

Carbone e dell’Acciaio” (CECA).

Questo trattato è molto importante per la storia dell’Europa, in quanto è il primo che lega gli Stati membri e ne sottrae la

sovranità su alcune questioni (questo non succederà più sino a Maastricht), i tedeschi tornarono ad essere padroni della loro

economia e da allora iniziò la lotta tra Francia e Germania sull’assegnazione di posti chiave nelle organizzazioni

comunitarie.

La CECA si componeva di una “Alta autorità” composta da nove membri che prendeva le decisioni, un “Consiglio dei

ministri” con un membro per ogni stato partecipante che coordinava il lavoro dell’Alta Autorità con i governi nazionali, un

“Assemblea della Comunità” composta dallo stesso numero di membri che le nazioni avevano nel Consiglio d’Europa con il

compito di controllare e nel caso revocare l’Alta Autorità e una “Corte di giustizia” comprendente sette giudici.

Progetto di Esercito Europeo, Alleanza Atlantica e Comunità Europea di Difesa (CED).

La sconfitta della Germania e l’atteggiamento ostile dell’Urss spinse l’Inghilterra e la Francia a ricercare un nuovo sistema

di alleanze; all’inizio del ’48 Francia ed Inghilterra invitarono i Paesi del Benelux a firmare un patto di natura politica: essi

accettarono a patto che l’accordo fosse completato con degli impegni militari. Francia e Inghilterra accettarono.

Il 17 marzo 1948 fu firmato a Bruxelles il “Patto di Bruxelles”, patto politico, di cooperazione economica e di assistenza

militare automatica in caso di aggressione in qualsiasi parte del mondo.

A questo punto iniziarono contatti con l’amministrazione americana per estendere l’accordo; la cosa fu facilitata grazie

all’accettazione in giugno da parte del Senato americano della “Risoluzione Vandenberg”, che autorizzava il governo a

concludere alleanze in tempo di pace al di fuori del continente americano, rivoluzionando in tal modo la politica estera degli

Stati Uniti.

Dopo l’adesione al progetto da parte del Canada, il via libera fu dato dalla riconferma a sorpresa di Truman a novembre

nelle elezioni americane; nel dicembre 1948 iniziarono i negoziati a Washington con lo scopo di coinvolgere anche la

Norvegia, dopo il fallimento di un analogo progetto dei Paesi scandinavi (per la Svezia che non voleva abbandonare la

neutralità) e il tentativo fatto ai norvegesi dall’Urss per la firma di un trattato di non aggressione.

Nel marzo 1949 i firmatari del Patto di Bruxelles, gli Stati Uniti e il Canada invitarono Norvegia, Danimarca, Islanda,

Portogallo ed Italia ad aderire al Patto; il testo fu pubblicato prima della firma per farlo conoscere all’opinione pubblica dei

vari Paesi.

Il Patto prevedeva che, in caso di “minaccia” (per definire la minaccia è sufficiente che uno Stato dichiari che esiste) ci

sarebbe stata una consultazione tra gli Alleati, in caso di “aggressione” l’assistenza militare non sarebbe stata affatto

automatica, ma ogni Stato sarebbe stato libero di decidere o no se avrebbe fatto la guerra; si sarebbe creato un “Consiglio”

in grado di riunirsi rapidamente e un “Comitato di difesa”, inoltre l’ammissione di un’altra potenza sarebbe avvenuta solo

con l’accordo unanime di tutti i membri.

L’Urss si oppose con vigore al Patto Atlantico e negli Stati comunisti furono condotte campagne contro il Patto e in favore

della pace; in un memorandum l’Urss affermava che il Patto era aggressivo e diretto contro l’Unione Sovietica, in

contraddizione con la Carta dell’ONU e con i trattati di amicizia anglo-russo e franco-russo, nonché con tutti gli accordi

firmati dagli Alleati a Yalta, Potsdam ed altrove.

Gli Alleati risposero che il Patto era palesemente di natura difensiva e non diretto contro alcuna nazione, bensì contro una

qualsiasi aggressione; dopo la risposta, vi fu la firma a Washington il 4 aprile 1949, il Patto Atlantico entrò in vigore il 24

agosto e l’organizzazione fu chiamata NATO.

Dopo due giorni i firmatari chiesero un aiuto economico di tipo militare agli Stati Uniti; questi aiuti furono approvati dal

Congresso il 14 ottobre, spinti dalla scoperta di un esplosione atomica in Russia avvenuta a metà settembre; questi aiuti

interessarono il Canada e i Paesi del sud America, i paesi minacciati secondo la “dottrina Truman” (Turchia, Grecia,

Filippine, Corea e Iran) e soprattutto i firmatari europei, beneficiari dell’80% degli aiuti, integrati con il Piano Marshall di

risollevamento economico dell’Europa.

Il campo di azione del Patto comprendeva l’Atlantico (tranne le colonie) e anche la difesa delle truppe di occupazione in

Europa (art. 6) che erano stanziate nella Germania occidentale e a Berlino ovest, in Austria e nelle zone alleate di Vienna e

“nella zona A” di Trieste; questo significava, almeno per gli americani, la difesa anche della Germania. Mentre gli inglesi

chiedevano una difesa sul Reno, i francesi non volevano il confine alle porte di casa e accettarono il punto di vista

americano, cosa che comportava anche l’integrazione di truppe tedesche nella difesa comune.

La creazione degli organi politici dell’Alleanza Atlantica fu più complessa e durò circa un anno, dal maggio del ’50 al

maggio ’51: il Consiglio dei dodici ministri degli Esteri si riunì a Londra in maggio e poi a Bruxelles in dicembre, in queste

due riunioni furono creati il “Consiglio Permanente” (organo esecutivo assistito da esperti con i dodici supplenti dei

ministri) e tre comitati (di difesa economica e finanziaria, di Difesa e militare con ognuno i dodici ministri competenti) che

poi furono inglobati tutti nel “Consiglio Permanente” nella conferenza di Londra del maggio 1951.

Nella seconda conferenza a Bruxelles nel 1950 fu deciso che il generale americano Eisenhower, il liberatore d’Europa che

aveva ancora un immenso prestigio sul continente, sarebbe stato il comandante supremo in Europa con un quartier generale

vicino Versailles (lo SHAPE) in contatto diretto con lo “Standing group”, un gruppo strategico permanente con

rappresentanti di Usa, Inghilterra e Francia, imponendo in modo positivo la sua personalità.

Fu deciso che tutti gli organi politici del Patto Atlantico sarebbero stati insediati a Parigi.

- L’ultimo problema riguardava l’allargamento del Patto alla Germania, alla Grecia e alla Turchia:

l’ammissione di Grecia e Turchia fu caldeggiata soprattutto dagli Usa e dall’Italia e prevalse sulla opposizione di Norvegia

e Portogallo, cosicchè i due Paesi furono invitati alla Conferenza di Lisbona che si tenne nel febbraio 1952.

- Una volta accettata una linea difensiva sull’Elba, gli americani e Churchill erano favorevoli ad un riarmo della Germania

sotto il controllo della NATO, anche per il timore della nascita di una potente polizia in Germania orientale che faceva

tornare lo spauracchio della Corea, la Francia e il governo laburista inglese si opponevano; la guerra in Corea spinse gli

americani a chiedere ufficialmente alla NATO il riarmo della Germania nel settembre 1950 e la sua inclusione nel Patto. La

Francia pose il suo veto all’entrata della Germania e rifiutò nettamente l’idea del riarmo.

In ottobre i francesi proposero il “Piano Pleven” che prevedeva l’inglobazione di piccole unità militari tedesche in un

“esercito europeo”, senza che la Germania avesse un esercito proprio; gli Usa si dissero d’accordo sotto la spinta di

Eisenhower così come l’Italia, l’Inghilterra rifiutò e iniziarono i negoziati che si protrassero con mille difficoltà senza aver

stabilito nulla di preciso.

In novembre fu lo stesso Eisenhower a farsi portavoce del progetto (i Paesi del Benelux non volevano abbandonare la

sovranità sui loro eserciti nazionali) e solo il 27 gennaio 1952 si giunse finalmente ad un accordo, con l’adesione anche del

Parlamento tedesco; tuttavia Adenauer disse che era necessario includere la Germania nella NATO e ripresentò il problema

della Saar, rendendo più complicato il raggiungimento di un accordo sul tema, anche in Francia si registrava una dura

opposizione da parte dei comunisti (allora il partito più forte) e dei gollisti che non volevano una così grande cessione di

sovranità.

I Tedeschi, inoltre, ponevano la condizione che la Germania tornasse padrona della sua politica estera e di difesa; in questo

modo essi cercavano di ottenere l’autonomia completa sfruttando il progetto europeista, dopo aver ottenuto quella

economica con l’istituzione della CECA.

Nella riunione del Consiglio Atlantico che nominò Eisenhover del dicembre ’50 si vide come i contrasti erano forti e il

Piano Pleven fu abbandonato, anche se i negoziati continuarono.

- I francesi si fecero allora promotori di un nuovo progetto elaborato già durante il 1951, la Comunità Europea di Difesa

(CED) che avrebbe incluso i firmatari del Piano Shumann; su proposta di De Gasperi fu accettata l’idea di un Parlamento

comune ai 6 membri che avrebbe controllato l’operato di un ministro comune per gli affari della difesa (organizzazione

mutuata dall’Impero Austro-Ungarico).

Il Trattato Istitutivo della CED fu firmato a Parigi il 27 maggio 1952; subito si posero i problemi riguardanti la ratifica da

parte dei parlamenti nazionali, anche perché il giorno prima Francia, Usa e Inghilterra avevano firmato un trattato che

restituiva alla Germania l’eguaglianza dei diritti con la cessazione dell’occupazione ma la sua entrata in vigore era

subordinata alla ratifica della CED.

Ovviamente il Trattato fu subito ratificato dalla Germania e dopo anche dal Benelux, l’Italia decise di aspettare le decisioni

della Francia; molte personalità francesi erano contrarie (il presidente Auriol, De Gaulle, Herriot) secondo il motto “la

difesa non si delega a nessuno” che sopravvisse anche a De Gaulle in tutti i presidenti francesi del futuro, anche di sinistra.

Il Presidente Eisenhower (eletto tra i repubblicani con le elezioni del novembre 1952) aveva fatto accettare agli Usa riottosi

il Piano Pleven, con il fallimento di quest’ultimo la riuscita della CED divenne quasi un’ossessione; i francesi chiesero nel

’53 – ’54 dei “protocolli addizionali” che comprendevano lo stanziamento di truppe fisse americane e britanniche in Europa,

la non presenza di truppe tedesche in Germania e la non ingerenza del trattato in questioni vitale di sicurezza nazionale per i

primi 8 anni.

Queste garanzie non furono concesse in pieno e nell’agosto 1954 il CED fu bocciato dal parlamento.

- Dopo questa decisione gli americani sembrarono irrigidirsi verso la Francia e cercare accordi diretti con Londra e Bonn;

questa soluzione non fu però ben vista dagli inglesi che proposero invece l’inclusione della Gran Bretagna in una nuova

organizzazione che avesse meno autorità sovranazionale della CED e che includesse anche il Canada e gli Usa con il

compito di fissare gli armamenti consentiti a ciascun Paese aderente.

Si ebbero così le Conferenze di Londra (fine settembre ’54 e Parigi (fine ottobre ’54) dove furono prese importanti

decisioni: la Germania riotteneva un proprio autonomo Stato Maggiore e un suo esercito, poteva aderire al Patto Atlantico

con una limitazione delle forze che vi avrebbero partecipato e l’impossibilità di fabbricare alcune armi (atomiche, chimiche,

batteriologiche, aerei da bombardamento, grandi navi da guerra) e otteneva al più presto la fine dell’occupazione e il

ripristino dei suoi diritti, la Francia otteneva il mantenimento delle truppe britanniche sul continente, inoltre Germania e

Italia furono ammesse nel “Patto di Bruxelles”, che prendeva ora il nome di “Unione dell’Europa occidentale” in

sostituzione della CED.

Le relazioni interamericane e il blocco sovietico.

La Guerra rafforzò i legami tra gli Usa e le repubbliche americane; dopo Pearl Harbor le repubbliche del centro America

dichiararono guerra all’Asse, il Brasile inviò anche un corpo di spedizione in Europa, il Cile e l’Argentina si limitarono a

non considerare gli Usa Paese belligerante e mantennero rapporti normali con esso, il Messico fornì lavoratori agli Stati

Uniti.

Dopo la conferenza interamericana di Lima del 1938, si ebbe quella di Città del Messico nel febbraio marzo 1945, la prima

che non faceva parte di quelle straordinarie fatte in tempo di guerra; l’Argentina non fu invitata in ragione del suo governo

di matrice fascista e il risultato essenziale della conferenza fu la firma de “l’Atto di Chapultepec” il quale prevedeva che

ogni attacco fatto ad uno degli Stati americani equivaleva ad un atto di aggressione contro tutti gli Stati americani,

comportando la consultazione immediata e, nel caso, l’uso di provvedimenti adeguati, dalla rottura delle relazioni

diplomatiche all’uso della forza armata.

Questo principio fu meglio specificato alla conferenza di Rio de Janeiro (agosto-settembre 1947), con un accordo più

durevole noto con il nome di “Patto di Rio” e uguale a quello di Chapultepec, a questa conferenza non partecipò il

Nicaragua, dove si era appena verificato un colpo di Stato.

Alla conferenza di Bogotà che si riunì nel marzo-aprile 1948 (con la tensione di una pseudo insurrezione comunista in

Colombia) si giunse a siglare una “Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani” che faceva dell’Unione Panamericana

un’organizzazione regionale nel quadro dell’ONU;

essa prevedeva un sistema di risoluzione pacifica delle controversie negli Stati americani e si proponeva di organizzazrne la

cooperazione, creava un “Consiglio” con sedute permanenti che risolveva le questioni pendenti e delle “Conferenze

interamericane” con riunioni ogni 5 anni.

- Nonostante queste conferenze e questi accordi, nel dopoguerra vi fu un raffreddamento tra i Paesi latino-americani e gli

Stati Uniti: innanzitutto vi era una forte delusione a causa del Piano Marshall, che destinava consistenti aiuti in Europa e

non in sud America poi, nel dicembre 1947 il Parlamento di Panama rifiutò di ratificare un accordo per il mantenimento di

alcune basi militari statunitensi sul suo territorio; applicando correttamente la politica del “buon vicinato”, gli Usa

evacuarono immediatamente tutte le basi, ma l’opinione pubblica fu colpita dal rifiuto panamense.

Il contrasto più importante fu sicuramente quello che vide opposti Usa e Argentina: la presenza di numerosi immigrati

tedeschi in questo Paese durante la guerra portò alla nascita di organizzazioni naziste e all’investimento massiccio di capitali

tedeschi, tanto che alla conferenza di Rio del 1942 l’Argentina rifiutò di rompere le relazioni con l’Asse.

Durante la guerra si ebbe un colpo di Stato e in seguito, con il governo di Farrel e Peròn alla guerra, si ebbe un

riavvicinamento alla Germania; solo nel marzo ’45 l’Argentina dichiarò guerra all’Asse, solo per poter partecipare all’ONU,

cosa che avvenne nonostante la forte opposizione sovietica.

Nel dopoguerra gli Usa attaccarono fortemente il governo argentino e nel ’46 fu pubblicato un memorandum con lo scopo di

rendere impopolare il colonnello Peròn, ormai dittatore di fatto con metodi fascisti; nonostante ciò Peròn riuscì a farsi

eleggere Presidente della Repubblica con una campagna di stampo populista e subito dopo l’elezione egli fece mostra di

avvicinarsi all’Urss riprendendo le relazioni diplomatiche rotte dal 1917, tuttavia parlò del “pericolo comunista” e cercò più

che altro di costituire una “terza posizione” basata sul blocco latino.

Al tempo della crisi di Berlino, l’ambasciatore argentino all’ONU Bramuglia tentò senza successo una mediazione tra i due

blocchi; Peròn si avvicinò alla Spagna franchista con accordi economici.

Altro problema riguardava i possedimenti del colonialismo europeo che ancora persistevano sul suolo americano, e durante

il 1948 si ebbero delle rivendicazioni contro l’Inghilterra sulle Falkland da parte dell’Argentina e del Guatemala

sull’Honduras: gli inglesi reagirono inviando un incrociatore in quelle zone; nel marzo 1949 si riunì anche una conferenza

panamericana all’Avana per esaminare la questione dei possedimenti inglesi, francesi e olandesi in America, ma essa ebbe

un seguito e dei risultati estremamente modesti.

Le isole dei Caraibi vedevano sicuramente la maggior presenza europea sul continente e nel 1942 inglesi e americani (dopo

la guerra anche francesi e olandesi) formarono un “Commissione dei Caraibi” che promosse una conferenza nell’aprile ’46,

la quale esaminò prevalentemente i problemi economici e sociali della regione più che quelli politici.

Il blocco sovietico e la nascita della Cina comunista.

Nel 1948 l’Urss stabilì sull’Europa orientale una vera e propria zona di influenza; questi Paesi erano legati ai russi da trattati

di carattere politico siglati all’epoca della guerra e per la presenza di regimi comunisti devoti a Mosca a capo dei governi.

Il primo di questi trattati fu quello ceco-sovietico del dicembre 1943, il quale prevedeva assistenza contro un’aggressione

tedesca e degli ex satelliti della Germania, i firmatari non partecipavano a nessuna alleanza diretta contro di loro e vi era una

collaborazione economica e culturale.

Questi trattati furono siglati tra l’Urss e Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Jugoslavia e Albania, tra questi Stati tra loro

in una forma molto simile e tra la Jugoslavia di Tito e gli altri Stati, sulla base della formazione di un’unione doganale

all’interno di una “federazione balcanica”; queste alleanze politiche furono rafforzate sul piano militare da diverse misure

(un maresciallo russo a capo dell’esercito polacco).

Tuttavia la forza dell’Urss nell’est fu l’instaurazione delle cosiddette “democrazie popolari”, cioè un governo con la

dittatura del proletariato per sconfiggere la lotta di classe e passare in seguito alla fase del socialismo che l’Urss aveva

iniziato nel 1936; questi regimi furono insediati in diversi modi:

in Albania e Jugoslavia furono le forze di sinistra a liberare il Paese e la guerra contro l’Asse fu una guerra civile contro gli

oppositori di destra, in Polonia abbiamo visto come i russi insediarono il governo di Lublino, in Romania, Bulgaria e

Ungheria i partiti comunisti erano quasi inesistenti e i regimi furono installati dall’Armata Rossa con la forza con il volto di

leader emigrati.

Vi era un rituale che prevedeva l’instaurazione di un governo di coalizione autentico per un breve periodo (in

Cecoslovacchia fino al 1948), poi si formava un governo di coalizione apparente dove i comunisti avevano i pieni poteri

fino a giungere ad un governo puramente comunista (autunno 1947 in Romania e Bulgaria, febbraio 1948 in Cecoslovacchia

e marzo 1948 in Ungheria).

Un caso particolare fu la Cecoslovacchia, dove il leader comunista Gottwald ottenne il 38% dei voti in un’elezione libera

nel 1946; il governo di coalizione si mantenne fino al 25 febbraio 1948, data del “Colpo di Praga”, quando fu costituito un

governo interamente comunista obbligando il vecchio e malato presidente Benes a cedere, molto probabilmente il colpo di

Stato si ebbe sotto ordine e protezione dei sovietici.

- in alcuni casi l’Urss subì delle delusioni, con la Jugoslavia di Tito, con la Grecia e la Finlandia.

Tito non accettava una sottomissione completa alla Russia di Stalin, egli poteva resistere poiché il suo potere derivava da

una vittoria contro i nazi-fascisti e non era stato insediato da Mosca, inoltre il Maresciallo poteva contare sull’appoggio dei

molti nazionalisti ostili all’Unione Sovietica che vi erano in Jugoslavia.

Nel giugno 1948 gli jugoslavi si rifiutano di partecipare ad un incontro del Cominform e a quella stessa riunione vi fu un

primo richiamo ai dirigenti comunisti jugoslavi da parte di tutti i Paesi, poi si ebbero attacchi diretti da parte di Romania e

Albania, in novembre iniziarono attacchi contro Stalin su giornali jugoslavi e tutte le democrazie popolari decisero di

ridurre il commercio con gli jugoslavi fino ad arrivare ad una sorta di blocco nel giugno 1949; Tito decise allora di firmare

un accordo commerciale con l’Inghilterra e annunciò di voler riprendere le relazioni commerciali con l’Italia.

Questo portò alla rottura definitiva con l’Unione Sovietica, arrivando alla rottura del patto di amicizia nell’aprile 1945,

mentre si moltiplicavano gli incidenti di frontiera, tanto che gli occidentali decisero di appoggiare la Jugoslavia fornendole

armi per resistere ad un eventuale attacco.

Un altro insuccesso della politica sovietica fu la fine della guerra civile in Grecia, che vide la vittoria dei governativi (grazie

anche agli aiuti occidentali in applicazione della “dottrina Truman”) nell’ottobre 1949; l’Albania, unico sbocco sovietico nel

Mediterraneo, era ormai isolata dalla altre democrazie popolari fedeli a Mosca.

Particolare la situazione della Finlandia: difficilmente si comprende perché i russi non occuparono tutto lo Stato o non vi

insediarono un governo comunista fantoccio; infatti i sovietici mantennero alcune basi militari e fu firmato un trattato di

mutua assistenza nel 1948, ma all’interno della Finlandia esiste piena libertà politica e lo Stato è divenuto uno dei campioni

della neutralità.

- Abbiamo visto come i comunisti cinesi appoggiati dall’Urss avessero ottenuto il controllo del nord della Manciuria,

mentre gli Usa rifornivano di armi e denaro i nazionalisti di Chiang Kay-shek.

Nonostante questi enormi aiuti (“China Aid Act” dell’aprile ’48) la situazione dei nazionalisti si fece difficile e già

nell’ottobre 1948 i comunisti occuparono tutta la Manciuria, appoggiati in tutta la Cina dalla popolazione contadina; il 22

gennaio 1949 cadde Pechino e il governo nazionalista si trasferiva da Nanchino a Canton, tentando invano una mediazione

con Mao Tsé-tung.

Nei mesi successivi fu occupato tutto il sud e il 21 settembre 1949 Mao proglamò la creazione della “Repubblica popolare

cinese”; successivamente il governo nazionalista si stabilì definitivamente nell’isola di Formosa (Taiwan) e su alcune isole

costiere.

Naturalmente il primo contatto esterno il nuovo Stato cinese lo ebbe con l’Unione Sovietica; Mao fece un viaggio a Mosca

che durò ben due mesi e il risultato furono i tre accordi del febbraio 1950:

un “Trattato di amicizia, alleanza e mutua assistenza” rivolto contro il Giappone e qualsiasi Stato unito al Giappone in

un’aggressione e su una cooperazione economica e culturale tra i due Paesi; un accordo per la cessione alla Cina della

ferrovia del Changchun e della base navale di Porth Arthur; un accordo per un credito alla Cina di 300 milioni di dollari per

un periodo di cinque anni.

All’ONU l’Urss chiese di escludere il delegato nazionalista cinese, la proposta fu bocciata e per ritorsione i sovietici

iniziarono a boicottare il Consiglio e gli altri organi dell’Onu, creando una grave crisi che sarebbe durata sino alla Guerra di

Corea.

La Cina fu subito riconosciuta da Birmania, Pakistan e dai Paesi del Commonwealth e, su pressione di questi,

dall’Inghilterra; gli Usa non riconobbero il governo comunista e la Francia fece lo stesso poiché Mao appoggiava il governo

comunista dei Viet Minh in Indocina.

La questione d’Israele e il Medio Oriente.

Alla fine della guerra la popolazione araba in Palestina era il doppio di quella ebraica, che tuttavia aveva l’affetto

dell’opinione pubblica internazionale per i massacri subiti dai nazisti.

Nel luglio 1946 il deputato Morrison propose alla Camera dei Comuni un piano che prevedeva la divisione della Palestina in

quattro zone (araba, ebraica, Gerusalemme e Negev) dotate di una forte autonomia ma mantenendo uno Stato singolo. Il

progetto non ebbe seguito e vi furono molti attentati soprattutto da parte di associazioni estremiste israeliane.

A questo punto il governo britannico accettò di sottoporre la questione palestinese all’Assemblea generale dell’ONU, che

decise di istituire una “Commissione d’inchiesta” con i rappresentanti di undici nazioni; il rapporto della Commissione

prevedeva la costituzione di due Stati, uno arabo e uno ebraico, e l’internazionalizzazione di Gerusalemme.

A differenza del piano Morrison, gli ebrei ottenevano tutto il deserto del Negev, terra irrigabile e quindi colonizzabile;

questo progetto fu accettato dall’Assemblea generale il 29 novembre 1947.

La Gran Bretagna annunciò che avrebbe posto fine al suo mandato il 15 maggio del 1948; a quella data lo Stato di Israele si

proclamò indipendente, riconosciuto subito da Usa e Urss.

Altrettanto velocemente truppe arabe penetrarono in Palestina e iniziarono una serie di operazioni militari ricordate come la

“Prima Guerra Arabo-Israeliana” che andò dal maggio ‘48 al gennaio ’49 e che vide la sostanziale vittoria dell’esercito

israeliano contro Egitto, Libano, Siria e Transgiordania, permettendo al neonato Stato ebraico di espandere notevolmente i

territori che gli erano stati assegnati dall’ONU; nel maggio 1949 Israele fu anche ammesso all’ONU, opponendosi subito

all’internazionalizzazione di Gerusalemme, considerata dagli ebrei la capitale del loro Stato.

Durante la guerra solo l’esercito transgiordano riuscì ad ottenere delle conquiste, occupando la maggior parte della Palestina

araba e la città vecchia di Gerusalemme; il Parlamento transgiordano ratificò l’annessione nell’aprile 1950, proclamando la

nascita del “Regno Hascemita di Giordania”, la Lega Araba non approvò affatto ma non protestò, mentre la Gran Bretagna

fu favorevole all’unione.

Da questo momento, accettando la sconfitta, gli Arabi insistettero sulla questione dei rifugiati palestinesi che erano stati

cacciati da Israele, chiedendone il rimpatrio; Israele voleva accettare solo quelli che era possibile integrare nella propria

economia, mentre proseguivano i rimpatri ebraici.

- - In Medio Oriente la situazione continuava ad essere molto tesa e difficile.

Dopo la sconfitta contro Israele, la Lega Araba iniziò a sfaldarsi, il re Abdullah di Giordania aveva il progetto di unire

Giordania, Siria, Iraq e Libano nella “Grande Siria”; questo progetto cessò di esistere nel 1951, quando il Re fu assassinato

da un fanatico palestinese, il nuovo Re Talal non aveva sentimenti così risolutamente filo-inglesi come il padre, ma fu

accettato dagli inglesi per garantire lo Stato contro le mire irachene.

La Lega Araba approvò nell’aprile 1950 un “Patto di difesa tra Paesi Arabi”, un impegno di assistenza anche armata in caso

di aggressione ad un Paese firmatario concepito sul modello del Patto Atlantico; la Giordania rifiutò di aderirvi. Tuttavia,

dopo il 1950 si ebbe tra gli Stati Arabi una ventata di “neutralismo”, con un atteggiamento di equidistanza verso i due

blocchi costituenti.

Il solo punto sul quale la Lega Araba riuscì ad ottenere l’unanimità fu l’opposizione alla politica francese in Africa del

Nord, soprattutto nei due protettorati di Tunisia e Marocco; gli Arabi decisero di portare il problema di fronte all’Assemblea

dell’ONU, ma sia nel ’50 che nel ’51 l’opposizione di Francia, Inghilterra e Usa riuscì ad impedire che la questione fosse

iscritta all’ordine del giorno e quindi discussa.

I problemi del Medio Oriente erano complicati dalle enormi quantità di petrolio presenti, oggetto del desiderio degli Stati

ricchi; le compagnie e il governo americano hanno cercato in Medio Oriente fonti di petrolio per risparmiare quello sul

continente americano, cozzando contro gli interessi da tempo tutelati dagli inglesi. Vi erano nell’area quattro grandi

organismi petroliferi regionali:

- “Irak Petroleum Company”, proprietà mista inglese, americana e in misura minore francese e irachena un importantissimo

oleodotto che finiva ad Haifa, in Israele, fu chiuso dall’Iraq nel 1948.

- “Anglo-Iranian Oil Company” di proprietà inglese, controllava i giacimenti iraniani del Sud-Ovest e pagava ingenti

royalties al governo di Teheran.

Dopo la risoluzione della crisi in Azerbaigian e il rifiuto della creazione di una compagnia petrolifera russo-iraniana, l’Iran

sembrò avvicinarsi all’occidente, soprattutto agli Usa dai quali ebbe importanti crediti e finanziamenti. La situazione mutò il

13 marzo 1951 quando, dopo l’assassinio del primo ministro filo-occidentale generale Razmara, il parlamento iraniano

decise di nazionalizzare il petrolio e di rilevare l’Anglo.Iranian Oil Company; questo fu effettivamente fatto e le tensioni tra

Iran ed Inghilterra crebbero molto, gli inglesi non intervennero militarmente solo per paura di una reazione russa che

avrebbe destabilizzato tutta la zona; l’Iran chiese addirittura la chiusura dei consolati.

- “Kuwait Oil Company”, mista inglese ed americana, controllava il petrolio kuwaitiano.

- “Aramco”, unione di compagnie americane che controllano il petrolio in Arabia Saudita e Bahrein.

Per l’Inghilterra vi era una situazione difficile anche in Egitto.

La sconfitta contro Israele aveva dimostrato che gli egiziani non potevano assicurare la difesa di Suez, quindi gli inglesi

decisero unilateralmente nel giugno 1948 di dare la sovranità del Sudan ad una Assemblea Costituente sudanese che

escludeva così l’Egitto dalla regione; la tensione crebbe

Al punto che il governo del Wafd di Pascià nell’ottobre 1951 chiese al Parlamento di abrogare il trattato del 1936 e di

proclamare re Farouk “re d’Egitto e del Sudan”.

Respinta dall’Egitto una proposta di un controllo internazionale sul canale, Churchill stava decidendo per l’intervento

armato ma Re Farouk sostituì il Primo Ministro e cerco di negoziare.

- Per quanto riguarda le ex colonie italiane in Africa (Libia, Eritrea, Somalia ed Etiopia), il Trattato di Pace con l’Italia

prevedeva che la questione sarebbe stata regolata con un accordo entro un anno o sulla questione avrebbe deciso l’ONU; il

Trattato entrò in vigore nel settembre 1947, dopo un anno di discussioni non fu raggiunto alcun accordo tra Usa, Inghilterra,

Francia, Italia e Urss.

La questione passò all’Assemblea che respinse un piano franco-anglo-italiano (accordo Bevin-Sforza) per l’opposizione

dell’Urss e dei sudamericani, infine l’Assemblea generale prese una decisione definitiva nel novembre 1949: la Libia

sarebbe diventato uno Stato indipendente con una propria Costituzione, la Somalia sarebbe stata posta per dieci anni sotto

tutela italiana, poi indipendente, l’Etiopia sarebbe tornata indipendente e avrebbe inglobato l’Eritrea.

Nel nuovo Stato libico fu subito preponderante l’influenza inglese, esso fu incluso nell’area della sterlina e il nuovo emiro si

dichiarò ostile alla Lega Araba, Usa e Gb mantennero basi militari.

L’emancipazione dell’Asia Sud-orientale.

Dopo la sconfitta giapponese in Asia il fenomeno più importante fu la conquista dell’indipendenza da parte dei Paesi

sottoposti all’occupazione nipponica durante la guerra.

- L’indipendenza promessa nel dopoguerra da parte della Gran Bretagna all’India iniziò con l’invio di tre ministri britannici

nel marzo 1946; furono organizzate delle elezioni per la formazione di un’Assemblea Costituente che videro il “partito del

Congresso” di Nehru ottenere una vittoria rispetto alla “Lega Musulmana” che rivendicava la creazione dello Stato

musulmano del Pakistan.

I deputati della Lega rifiutarono di partecipare all’Assemblea Costituente, pur rimanendo a far parte del governo

provvisorio; vista la situazione, il governo britannico decise il ritiro inglese dall’India in tempi brevi, costringendo così il

partito del Congresso ad accettare nell’aprile 1947 le richieste autonomiste della Lega e la divisione della colonia in due

Stati indipendenti, India e Pakistan.

Le truppe britanniche furono ritirate nell’agosto 1947 e nei due anni successivi furono nominati due governatori generali ed

elaborate le costituzioni; dunque a partire dal 15 agosto 1947 nascono l’Unione Indiana e il Pakistan, grazie anche alla

protesta non violenta portata avanti sin dal 1919 contro l’occupazione inglese da Gandhi, assassinato l’anno dopo e i cui

principi saranno per un certo periodo alla base della politica non violenta e neutralista dell’India di Nehru.

La Repubblica indiana fu proclamata ufficialmente a Nuova Delhi nel gennaio 1950, con una Costituzione che prevedeva il

mantenimento dell’India nel Commonwealth e l’accettazione del Re non come sovrano diretto (essendo una repubblica), ma

come simbolo dell’unione libera degli Stati.

Tra i due nuovi Stati vi furono subito delle tensioni per il possesso di zone di confine:

nel Kashmir (territorio più a nord dell’India) risiedeva una popolazione in maggioranza musulmana e già nel 1947 iniziò

una guerra civile tra le truppe del maragià indù e i ribelli sostenuti indirettamente dalle forze pakistane; con il passare del

tempo il conflitto civile assunse le proporzioni di una guerra non dichiarata tra l’India e il Pakistan.

Il governo indiano chiese il ricorso delle Nazioni Unite e si riuscì a far adottare una tregua in vigore dal gennaio 1949 che

definì una linea di confine provvisoria accettata dalle due parti, in attesa di un plebiscito; tuttavia l’India era poco

favorevole al plebiscito e, appoggiata dalla Gran Bretagna, riuscì a congelare la situazione e a nominare rappresentanti del

Kasmir nella nuova Assemblea indiana.

Un altro conflitto si ebbe nel principato musulmano dell’Haiderabad (odierno Bangladesh), che circondato da territori

indiani ma che proclamò una sua indipendenza; tuttavia, i gravi disordini interni e la minaccia di una rivoluzione comunista

portarono ad un attacco dell’esercito indiano che portò all’annessione del principato all’India, pur mantenendo una

particolare autonomia.

Per quanto riguarda il Tibet (odierno Nepal), il contrasto si ebbe con la Cina comunista; nonostante sembrasse avviato verso

l’indipendenza, il Tibet non ottenne l’appoggio di India e Gran Bretagna che non volevano infastidire la Cina, perciò

nell’ottobre 1950 i cinesi occuparono tutta la regione.

- Per quanto riguarda la Birmania (odierno Burma), gli inglesi avevano previsto nel ’45 un periodo di self-governement di

tre anni prima di passare allo statuto di Dominion; il partito anti-fascista predominante nel Paese giudicò questo periodo

troppo lungo e nel gennaio 1947 iniziarono delle conversazioni con il governo inglese che fissò le elezioni per l’Assemblea

Costituente in aprile; questa vide un’enorme maggioranza del partito anti-fascista e proclamò la Repubblica indipendente di

Birmania nel giugno 1946, rifiutando di integrare il nuovo Stato nel Commonwealth.

Nonostante ciò gli inglesi ratificarono l’indipendenza mantenendo delle prerogative commerciali e a tutela dei propri

interessi nella regione e firmando anche un accordo militare; subito dopo l’indipendenza il Paese cadde in una cruenta

guerra civile con i comunisti e partiti autonomisti.

- Le Filippine ottennero facilmente l’indipendenza dagli Stati Uniti nel luglio 1946 che in cambio ottennero grandi vantaggi

in materia di immigrazione, commerciale e militare (con la concessione di alcune basi e un patto di mutua difesa in funzione

anti-giapponese.

- Molto più difficile fu la situazione dell’Indonesia, sottoposta al controllo dell’Olanda.

Mantenendo le promesse fatte durante la guerra, gli olandesi proposero nel febbraio 1946 l’istituzione di un Commonwealth

d’Indonesia composto da territori che avrebbero goduto del self-governement a diversi livelli; intanto nell’isola di Giava e al

sud di Sumatra si era formata un Repubblica Indonesiana che gli olandesi non volevano riconoscere.

Tuttavia si arrivò ad un accordo nel marzo 1947 (“Accordi di Cheribon”) in cui si riconosceva la Repubblica Indonesiana e

la si inseriva in una struttura federale, gli “Stati Uniti d’Indonesia” insieme agli altri territori che restavano di fatto sotto

controllo olandese, a sua volta riunita in una “Unione olandese-indonesiana” che avrebbe permesso ai Paesi Bassi di

controllare la regione.

I repubblicani tentarono subito di limitare i poteri del governo olandese e il risultato fu una vasta operazione repressiva di

polizia che ridusse le forze dei repubblicani; nel settembre ’48 fu varata la Costituzione dopo una modifica degli accordi

favorevole agli olandesi, ma il rifiuto di aderire alla federazione da parte dei repubblicani provocò una nuova operazione di

rappresaglia di polizia.

Questa volta, però, l’operazione fu condannata a livello internazionale e intervenne direttamente il Consiglio di Sicurezza

dell’ONU imponendo al governo olandese di riprendere i negoziati, liberare i prigionieri politici e far attuare delle elezioni;

la conferenza dell’Aja dell’agosto 1949 decise la nascita degli Stati Uniti d’Indonesia e il ritiro delle truppe olandesi.

Il 27 dicembre 1949 l’Indonesia fu ufficialmente indipendente, in seguito abbandonò la struttura federale e chiamandosi

“Repubblica d’Indonesia”; l’Unione olandese-indonesiana scomparve.

- La situazione più complicata fu sicuramente quella dell’Indocina francese:

alla fine della guerra il nord era occupato dai cinesi, il sud dagli inglesi e subito sostituiti dalle truppe francesi. La Francia

voleva applicare una federazione indocinese tra Laos, Cambogia e Vietnam incorporata in un’Unione francese sul modello

olandese.

I cinesi furono allontanati con dei vantaggi sulla ferrovia dello Yunnan, Laos e Cambogia firmarono degli accordi che

davano loro una certa autonomia nel quadro dell’Unione francese; il problema era la costituzione nel Tonchino (Vietnam

del nord) di una “Repubblica del Vietnam” guidata dal Viet Minh di Ho Chi Minh che reclamava una maggiore autonomia

di quella offerta dalla Francia.

Nel dicembre 1946 iniziarono violenti scontri tra i Viet Minh e i francesi nel Tonchino, il governo socialista di Blum decise

di reagire e fu la guerra, una guerra che diveniva ideologica poiché Ho Chi Minh si avvicinava alle idee comuniste e che fu

appoggiata per questo dagli Usa; i francesi crearono a sud uno Stato del Vietnam nel marzo 1949 inglobandolo nell’Unione

francese e affidandone il governo all’ex imperatore Bao Dai con la speranza di dividere così il Viet Minh, il cui governo era

stato intanto riconosciuto dall’Urss e dalla Cina che lo finanziavano in misura sempre crescente.

La guerra continuò e nell’aprile 1952 le posizioni erano rimaste pressocchè immutate, i francesi avevano conquistato parte

del Tonchino con costi umani ed economici enormi.

La questione della Corea e il trattato di Pace con il Giappone.

Già nel 1945 alle Conferenze di Yalta e Potsdam fu deciso che la Corea sarebbe stata liberata dalla dominazione giapponese

e fu precisato che i russi avrebbero occupato il nord, gli americani il sud con una linea di demarcazione in corrispondenza

del 38° parallelo.

Ma dal 1946 iniziarono le prime difficoltà: si pensò ad un trusteeship internazionale, poi alla formazione di un governo

tramite libere elezioni ma i due blocchi non si accordarono sui partiti che vi dovevano partecipare, quindi nell’agosto 1947

gli Usa decisero di sottoporre la questione all’Assemblea dell’ONU, nonostante le proteste sovietiche; fu creata una

“Commissione temporanea delle Nazioni Unite per la Corea” (in seguito divenuta permanente) che doveva facilitare la

costituzione di un governo nazionale coreano e l’evacuazione delle forze di occupazione.

Tuttavia, la Commissione poté operare i suoi lavori solo nella Corea del Sud, in quanto i sovietici non ne accettavano la

competenza ritenendo la “Comminssione mista russo-americana sufficiente”.

Durante il 1948 vi fu la contemporanea formazione di due Stati separati (analogia con la situazione tedesca) in base ad una

divisione di natura unicamente militare: nel maggio 1948 si ebbe un governo indipendente nella Corea del Sud con a capo

Rhee, al Nord il governo fu eletto da una “Assemblea del popolo di tutta la Corea” (comprendente i comunisti del sud) in

settembre.

Durante il 1949 vi fu il ritiro delle truppe di occupazione, a gennaio smobilitarono i russi, seguiti a giugno dagli americani

nonostante il parere contrario della Commissione ONU per la Corea; e infatti già nei primi mesi del 1950 vi furono atti di

guerriglia da parte dei nord coreani nella zona del 38° parallelo e il 25 giugno le forze comuniste nord coreane passarono ad

un attacco su tutto il confine.

Il governo americano decise di agire contemporaneamente e rapidamente sia nell’ambito dell’ONU con una convocazione

immediata del Consiglio di Sicurezza sia sul piano militare, autorizzando il generale Mac Arthur a fornire aiuti sempre più

consistenti alle truppe sud coreane, iniziando con mezzi navali ed aerei sino ad autorizzare lo sbarco di truppe quando si

comprese la vastità dell’attacco comunista; per quanto riguarda le decisioni del Consiglio, ricordiamo che i sovietici

avevano deciso di non partecipare alla sue discussioni per protestare contro il mancato riconoscimento della Cina comunista

e per il mantenimento del seggio al delegato del Kuomintang.

Questa situazione fu sfruttata dagli americani che poterono far prendere facilmente decisioni al Consiglio senza urtare

contro un veto continuo (Egitto, India e Norvegia si astennero sempre); infatti il 7 luglio fu approvata una risoluzione che

dava agli americani il compito di designare il comandante di una missione militare internazionale che avrebbe agito in aiuto

della Corea del Sud sotto la bandiera delle Nazioni Unite. Ciò convinse i sovietici a tornare a partecipare al Consiglio.

La guerra di Corea aveva così inizio e possono essere distinte tre diverse fasi:

1) Intervento delle truppe ONU.

Il presidente Truman chiese al congresso lo stanziamento di fondi per incrementare il supporto americano in guerra, intorno

al 13 luglio vi fu un primo tentativo di pace proposto dal presidente indiano Nehru che proponeva l’accettazione della Cina

comunista all’ONU in cambio della pace, ma non si ebbero risultati; intanto le forze ONU recuperarono le posizioni perse e

si pose il problema se esse avrebbero dovuto superare o meno il 38° parallelo, trasformandosi in una forza di attacco (a

questa decisione erano contrarie India, Francia ed Inghilterra, ma Mac Arthur era favorevole).

2) Intervento cinese.

L’attraversamento del confine da parte delle truppe ONU si ebbe il 7 ottobre e già il 16 fecero la loro comparsa sul teatro di

guerra forze cinesi “volontarie”; nelle settimane successive i cinesi incrementarono il numero delle loro divisioni e la

situazione si capovolse, costringendo le truppe di Mac Arthur a battere in ritirata.

Il generale fece apertamente pressioni affinché l’ONU votasse una risoluzione che gli permettesse di attaccare direttamente

la Cina comunista e la situazione internazionale divenne molto tesa, Pechino assunse un atteggiamento intransigente e

Truman pensò addirittura di usare l’arma atomica; per fortuna vi fu una mediazione del primo ministro britannico Attlee che

suggerì a Truman un atteggiamento più prudente e cercò di convincerlo a sostituire il troppo bellicoso Mac Arthur.

Questo avvenne effettivamente in quanto lo stesso Mac Arthur, galvanizzato dalla ripresa dell’avanzata delle truppe ONU

propose senza consultare Washington una tregua ai Nord coreani, pena un attacco diretto alla Cina comunista; Truman

decise quindi di sostituirlo nell’aprile 1951.

3) Dopo la revoca di Mac Arthur.

La partenza del generale distese la situazione internazionale e in giugno vi fu una proposta indiretta al negoziato da parte del

delegato sovietico all’ONU; gli americani accettarono dopo aver appreso che anche la Cina era favorevole.

I negoziati di armistizio iniziarono il 10 luglio 1951 nella “no man’s land” al confine del 38° parallelo e inizialmente non vi

fu accordo poiché i cinesi e i comunisti coreani chiedevano un immediato cessate il fuoco che avrebbe permesso loro di

riorganizzarsi e il ristabilimento del confine al 38° (mentre le truppe ONU avevano occupato posizioni strategiche a nord); il

dialogo riprese ad ottobre e il confine fu stabilito lungo la linea del fronte effettivamente esistente con una zona

smilitarizzata.

La discussione andò allora sulla Commissione di Controllo e soprattutto sulla questione dello scambio dei prigionieri e si

protrasse per più di due anni; l’accordo definitivo tra le due parti fu raggiunto solo nel giugno 1953, quando fu firmata una

convenzione per il rimpatrio dei prigionieri e un accordo sulla linea di demarcazione dell’armistizio che tagliava in

diagonale il 38° parallelo.

- Con l’avanzata dei comunisti in Cina gli americani dovettero modificare il loro ini8ziale progetto di alleanza con i cinesi

in funzione anti-giapponese, quindi dopo la sconfitta dei nazionalisti Mac Arthur appoggiò i partiti di destra in Giappone e

cercò di favorire un rapido risollevamento giapponese con l’aiuto anche di un trattato che desse stabilità alla situazione.

L’artefice principale di questo trattato fu il Consigliere del dipartimento di Stato americano Foster Dulles, il quale ebbe

numerosi contatti con il governo giapponese; egli inoltre fu il promotore del “Patto di Sicurezza del Pacifico” (ANZUS) che

fu firmato il 1° settembre 1951 da Usa, Australia e Nuova Zelanda contro un’eventuale risurrezione del militarismo

giapponese.

Il Trattato di pace giapponese fu discusso alla Conferenza di San Francisco del settembre 1951 da 52 invitati dagli USA,

con l’esclusione della Cina comunista: l’India non partecipò per protesta (il Trattato non era dignitoso per il Giappone),

Urss, Cecoslovacchia e Polonia non firmarono.

Sul piano territoriale il Giappone rinunciava ad ogni possedimento sul continente asiatico e in Antartide, le isole Curili del

Sud e Sahalin restavano alla Russia (contese ancora tutt’oggi), un “trattato di sicurezza”, auspicato dagli stessi giapponesi,

manteneva forze militari americane sul suo territorio in mancanza di una difesa propria, sul piano delle riparazioni si

rimandava tutto a negoziati diretti con gli interessati; i giapponesi seguirono la politica americana scegliendo di trattare con

la Cina nazionalista e non riconoscendo il governo comunista di Mao Tsé-tung.

L’EVOLUZIONE DELLA GUERRA FREDDA (1953-1957).

L’amministrazione repubblicana e il “New Look” diplomatico.

Le elezioni americane del novembre 1952 videro il repubblicano Eisenhower a capo del governo, con Nixon vicepresidente

e Foster Dulles come Segretario di Stato.

All’inizio del 1954 si parlò di un nuovo orientamento (new look) da dare alla politica estera americana, con una riduzione

sostanziale del bilancio militare e un’intensificazione delle armi scientifiche; si sarebbe evitato di ammettere il principio di

una guerra limitata e in caso di attacco comunista contro un Paese qualsiasi la rappresaglia avrebbe potuto manifestarsi in

qualunque luogo e sarebbe stata immediata e massiccia, anche con l’impiego di armi nucleari.

Abbiamo visto come in Europa vi fu un impegno forte di Eisenhower per la CED, ma l’impegno maggiore si ebbe nel

rafforzare le alleanze asiatiche (influsso di Dulles):

tra il ’53 e il ’54 furono firmati patti d’alleanza con la Corea del Sud, il Pakistan e la Cina nazionalista, tuttavia l’accordo

più importante fu il Trattato di Manila del settembre 1954, un vero e proprio trattato di difesa collettiva per l’Asia del Sud-

Est, il SEATO, che raggruppava Usa, Francia, Inghilterra, Australia, Nuova Zelanda, Filippine , Pakistan e Thailandia; le

zone in cui il trattato garantiva la difesa erano i territori degli Stati firmatari nonché il Vietnam del Sud, il Laos e la

Cambogia, gli Usa tuttavia si impegnavano a intervenire solo in caso di aggressione comunista.

La destalinizzazione, la Jugoslavia e le democrazie popolari.

Se da una parte nella politica estera americana vi fu un irrigidimento dell’amministrazione Eisenhower su posizioni anti-

comuniste, in Unione Sovietica vi fu certamente la fine di un’era con la morte di Stalin, avvenuta nel marzo 1953, che ebbe

grandi ripercussioni a livello internazionale.

Subito si aprì la guerra all’interno del “Presidium del Comitato Centrale”, l’organo che con Stalin aveva sostituito il

Politburo, il primo a cadere fu Berija, il terribile capo della polizia politica, e il potere fu preso per un certo periodo da

Malenkov, con Molotov e Kruscev subito dopo.

L’“era Malenkov” durò per un anno e mezzo (luglio ’53 – gennaio ’55) e la caratteristica di questo periodo fu soprattutto la

sparizione del culto di Stalin e le prima allusioni ad una “direzione collegiale del potere” con una certa distensione

internazionale (primo riavvicinamento alla Jugoslavia, rinuncio alle rivendicazioni dei distretti di Kars e Ardahan dalla

Turchia, ma anche repressioni violente dei disordini in Cecoslovacchia e Germania est); direttamente collegato a questo

nuovo principio fu l’innovazione della “separazione dei poteri” tra Presidente del Consiglio e Segretario di Partito, cosa che

favorì i movimenti dissidenti delle democrazie popolari europee che già in questo periodo iniziarono le prime defezioni al

regime di Mosca.

Malenkov fu estromesso all’inizio del 1955 ed iniziò l’“era Krusciov-Bulganin”, il primo capo del Partito e il maresciallo

Primo Ministro, con Molotov sempre agli Esteri; in questo periodo vi fu un aumento dell’apparente distensione iniziata con

Malenkov e l’aspetto più spettacolare fu sicuramente il riavvicinamento alla Jugoslavia di Tito, grande nemico di Stalin.

A partire dal 1953 Tito operò un cauto riavvicinamento con l’occidente, prima con il Trattato di alleanza militare di Bled

firmato con la Grecia e la Turchia (agosto ’54), sino al “Memorandum d’intesa di Londra” del 5 ottobre 1954 con

Inghilterra, Usa ed Italia che risolveva l’annoso problema di Trieste, con il ritiro delle truppe di occupazione anglo

americane e il passaggio della zona A all’amministrazione italiana e della zona B a quella jugoslava con Trieste che

rimaneva porto franco.

Ma Tito iniziò subito dopo una politica di neutralità (la “politica delle zone di pace”) con l’appoggio dell’Egitto di Nasser e

dell’India di Nehru, il patto con Grecia e Turchia perse il suo valore a causa del conflitto di Cipro e comunque si ebbe già

nel ’55 il riavvicinamento con l’Urss.

Questo ci fu con un viaggio di Krusciov e Bulganin a Belgrado nel maggio ’55 nel quale i dirigenti sovietici “si

rincrescevano per quello che era successo” (disse Krusciov sulla scaletta dell’aereo) e da cui risultò un nuovo principio,

quello delle “diverse forme di sviluppo socialista” nei differenti Paesi, che dava a Tito una totale autonomia e sembrava

modificare le cose con le nazioni dell’est.

Contemporaneamente l’Urss continuava a protestare energicamente contro la ratifica dell’Unione Europea Occidentale

che comportava la rimilitarizzazione della Germania e, quando nel maggio ’55 i trattati furono ratificati dappertutto,

denunciò i trattati di alleanza con l’Inghilterra e la Francia del ’42 e del ’44, indicendo anche una conferenza a Varsavia per

reagire al blocco occidentale.

Il “Patto di Varsavia” fu firmato il 15 maggio 1955 dall’Urss e dalle democrazie popolari europee (non la Jugoslavia), e

prevedeva l’organizzazione di un comando unico delle forze armate affidato ad un maresciallo sovietico.

Esso fu sostanzialmente una spettacolarizzazione ufficiale di una situazione già esistente.

Al XX Congresso del Partito Comunista del 14 febbraio 1956 Krusciov demolì il culto di Stalin e diede il via ad un effettivo

processo di distensione, la “destalinizzazione” che durò per qualche tempo ed ebbe le sue ripercussioni soprattutto ad est in

Polonia ed Ungheria; la dissoluzione del Cominform un paio di mesi dopo sembrò confermare che qualcosa era

effettivamente cambiato.

- La Polonia fu il primo Stato a manifestare tentativi di emancipazione dalla tutela sovietica: molte personalità imprigionate

dal regime furono rilasciate (tra essi Gomulka) ed andarono ad infoltire le fila del “gruppo progressista”, che già dal giugno

’55 iniziò a criticare apertamente il regime; la situazione si risolse il 23 ottobre, quando Gomulka, con l’appoggio di alcuni

ufficiali polacchi, operò un vero e proprio colpo di Stato estromettendo il maresciallo sovietico Rokossovskij.

Il nuovo gruppo dirigente fu accettato da Mosca perché essi non arrivarono ad un punto di rottura con l’ordine comunista,

apportando una cauta liberalizzazione e firmando in novembre a Mosca un accordo che confermava l’indipendenza

nazionale.

- Molto diversa fu la situazione in Ungheria: la situazione era già elettrica quando si ebbe notizia del colpo di Stato polacco

e vi furono manifestazioni di solidarietà che in seguito si trasformarono in una vera e propria rivolta; il progressista Nagy fu

insediato a capo del governo e iniziò a proclamare una serie di decisioni ostili a Mosca (partenza delle truppe sovietiche,

abolizione del sistema del partito unico, elezioni libere), mentre gli scontri continuarono e alla fine di ottobre le truppe russe

furono costrette a lasciare Budapest.

La reazione sovietica arrivò il 3 novembre. Ciò che preoccupava maggiormente i russi era la richiesta di libere elezioni: se

fatte, avrebbero potuto far cadere totalmente il governo comunista e ciò avrebbe significato infrangere un dogma della teoria

marxista-leninista, cioè il carattere irreversibile ed ultimo della rivoluzione comunista, punto di arrivo storico delle lotte di

classe; inoltre i russi avrebbero perso delle eccellenti basi militari al centro d’Europa.

Il 4 novembre le truppe dell’Armata Rossa attaccarono in massa, spazzarono ogni resistenza e distrussero il governo Nagy,

che fu arrestato qualche giorno dopo; il governo Kàdàr ristabiliva nel Paese una dittatura totale e tornava a chiudere le

frontiere al mondo esterno.

Con questa azione i dirigenti sovietici tornarono per un certo periodo allo stalinismo.

Le relazioni tra i due blocchi dal 1953 al 1957.

Dopo la morte di Stalin e l’apparente distensione fu Churchill a lanciare l’idea di una conferenza di alto livello che

risolvesse i principali problemi in sospeso tra i due blocchi.

- Nel gennaio – febbraio 1954 si riunì a Berlino una Conferenza dei quattro ministri degli esteri;

il risultato fu abbastanza deludente. Circa il problema dell’unificazione tedesca gli occidentali proponevano libere elezioni a

zone unificate, i russi, al contrario, non volevano né libere elezioni né una rimilitarizzazione della Germania, quindi

chiedevano un negoziato su di un piano di uguaglianza tra i due governi tedeschi e la neutralizzazione tedesca; si giunse

quindi ad un punto morto e le due tesi continueranno ad essere proposte anche nelle successive conferenze senza trovare

soluzione. Anche sul problema austriaco non vi fu accordo e si rimandò il tutto a Ginevra.

- La prima conferenza di Ginevra si aprì nell’aprile 1954, trattò dei problemi asiatici:

ad essa partecipò anche la Cina comunista, senza essere riconosciuta ufficialmente dagli Usa, non fu possibile arrivare ad un

accordo sull’unificazione della Corea per le stesse divisioni della Germania, mentre si riuscì ad ottenere un armistizio in

Indocina.

Furono invitati delegati del Viet Minh e nel frattempo vi fu un cambio alla guida del governo francese proprio per questa

spinosa questione che era divenuta un fardello troppo pesante a livello economico e di vite umane per la Francia, la quale

volle a tutti i costi trovare un accordo una volta che gli americani avevano fatto intendere di negare ai francesi un appoggio

militare diretto; per il confine di armistizio tra Vietnam del Nord e del Sud ci si mise d’accordo sulla linea del 17° parallelo,

nonostante la viva opposizione e il rifiuto di firmare da parte degli Usa (che non volevano ripetere l’errore della Corea) e del

primo ministro del Vietnam del Sud.

Dopo la Germania e la Corea, il “sipario di ferro” era calato su di un nuovo Paese.

- Un passo avanti fu fatto con la conclusione del Trattato di Stato austriaco del 15 maggio 1955.

L’Urss fu probabilmente convinta dai colloqui sull’Unione dell’Europa Occidentale, assumendo un atteggiamento più

conciliante; il trattato sopprimeva le limitazioni previste nel ’49 per l’esercito ed una legge costituzionale avrebbe

proclamato la neutralità dello Stato austriaco, nonostante la partecipazione ad organizzazioni politiche come l’ONU o il

Consiglio d’Europa.

- Nel luglio 1955 si tenne una Conferenza dei quattro capi di governo a Ginevra.

Ancora una volta il problema tedesco non fu risolto poiché persistevano le tesi delle libere elezioni occidentali e dei

negoziati su un piano di uguaglianza tra i due Stati tedeschi da parte sovietica.

Adducendo il non riconoscimento all’ONU della Cina comunista, i russi non vollero discutere con gli occidentali circa i

problemi con le repubbliche democratiche europee.

Per rafforzare la loro posizione sulla Germania, i sovietici invitarono Adenauer a Mosca per stabilire normali relazioni

diplomatiche tra i due Stati e far riconoscere indirettamente la DDR; Adenauer si recò prima a Washington, poi a Mosca in

settembre. Qui egli accettò di stabilire normali relazioni diplomatiche con l’Urss in cambio del rilascio dei prigionieri

tedeschi ancora nei campi sovietici.

Una Conferenza dei quattro ministri degli Esteri si tenne a Ginevra nell’ottobre - novembre 1955, ma i risultati sul problema

tedesco furono identici, con un Molotov molto più duro e ostinato; in definitiva la “politica dei sorrisi” sembrava lasciar

nuovamente spazio alla “guerra fredda”.

Il Mercato Comune, l’EURATOM e il conflitto Sarrese in Europa.

La Ceca e la CED dovevano far parte del cosiddetto “progetto funzionalista” di unione dell’Europa, cioè queste

organizzazioni erano delle fasi di un’unione degli Stati europei attuata per settori e per funzioni, che ebbe la prevalenza

sulla “corrente federalista” che voleva creare subito un unione politica con la nascita degli Stati Uniti d’Europa ed

eliminando le nazionalità; la nascita del Consiglio d’Europa nel maggio ’49 e la sua non riuscita nella formazione di una

Costituzione comune sembrarono evidenziare la vittoria del progetto funzionalista.

Ma il fallimento della CED sembrò indicare che perlomeno in Francia l’opinione pubblica non era favorevole all’idea

dell’integrazione europea ma quando al governo francese tornarono gli “europeisti” Faure e Pinay, il ministro degli esteri

italiano Martino propose una conferenza a Messina nel giugno ’55 per tentare un “rilancio” dell’integrazione europea.

I negoziati furono positivi continuarono, finché il 25 marzo 1957 furono firmati a Roma i trattati istitutivi del Mercato

Comune e dell’EURATOM dagli stessi 6 Paesi della CECA (Italia, Francia, Germania e Benelux) che in seguito li

ratificarono entrambi senza problemi.

Fu creato un “Consiglio dei Ministri” assistito da una “Commissione europea” composta da esperti designati dai ministri e

incaricata di preparare tecnicamente il lavoro di questi ultimi, una “Assemblea” comune per l’Euratom, il Mercato Comune

e la CECA composta da 142 parlamentari designati dai Parlamenti nazionali con il compito di dare pareri e, con la

maggioranza di 2/3, censurare la Commissione, un “Comitato economico e sociale” e un “Comitato monetario”, una “Corte

di giustizia” e una “Banca europea degli investimenti”.

Il Mercato Comune doveva realizzarsi progressivamente in tre periodi da quattro anni, le tariffe doganali erano

progressivamente abbassate e si sarebbe stabilita una tariffa doganale esterna comune, con l’apertura delle frontiere ai

movimenti interni di lavoratori e di capitali, senza tuttavia che vi fosse una politica monetaria comune.

Il trattato dell’EURATOM creò delle istituzioni simili a quelle del Mercato Comune; con esso i sei Paesi volevano

coordinare le ricerche sull’energia nucleare per scopi pacifici, al fine di produrre l’energia di cui l’Europa aveva bisogno ed

emancipandola nel campo nucleare dagli Usa (che abbassarono il prezzo dell’uranio impoverito scoraggiandone la

fabbricazione autonoma agli europei), fu creata un’agenzia che gestiva le risorse minerarie indispensabili comune ai Sei.

- Per quanto riguarda lo spinoso problema della Saar, la creazione del governo autonomista di Hoffman non rese la

situazione più facile, in quanto iniziava nel popolo sarrese un sentimento di riavvicinamento verso la Germania.

Fino all’ottobre 1954 Francia e Germania non riescono a trovare un accordo, nonostante la questione è sottoposta al

Consiglio d’Europa; una Commissione propone di europeizzare la Saar, renderla sede di organi istituzionali europei con un

commissario europeo alla Difesa e agli Esteri.

La Francia pose come condizione per l’eguaglianza di diritti della Germania la firma di un accordo sulla Saar. Esso si ebbe

proprio nell’ottobre 1954 e fu proposto uno Statuto di “europeizzazione” simile a quello proposto dal Consiglio d’Europa,

che doveva essere accettato dalla popolazione sarrese con un referendum; il voto vide la vittoria del no allo Statuto e in

Francia molti videro in questa manifestazione una volontà della Saar di riunirsi alla Germania.

Il governo Hoffman diede le dimissioni e iniziarono i negoziati: nell’ottobre 1956 la Francia riconobbe l’unità politica della

Saar a partire dal gennaio 1957, l’unione economica dopo tre anni.

In un certo senso la chiusura del conflitto della Saar era anche una sconfitta per l’integrazione europea, che da li sarebbe

potuta partire anche a livello politico.

L’indipendenza dell’Africa e la situazione in Medio Oriente.

A partire dagli anni ’50 la Francia dovette affrontare le rivendicazioni indipendentiste delle sue colonie africane, la Tunisia,

il Marocco e soprattutto l’Algeria. Diverse furono le situazioni, mentre in tutti i casi vi furono appelli all’Assemblea e al

Consiglio dell’Onu da parte di Stati Arabi e neutrali, spesso l’appoggio agli indipendentisti africani arrivò anche dal blocco

sovietico.

- Sotto la guida di Bourguiba i nazionalisti tunisini reclamavano l’autonomia interna del loro Paese a partire dal 1950, una

prima tappa verso l’indipendenza; a partire dal 1953 iniziò una resistenza armata contro i Francesi e nel giugno 1955

Mendes France acconsentì ad un accordo sull’autonomia interna con una Convenzione generale.

Tuttavia la contemporanea concessione dell’indipendenza al Marocco spinse i tunisini a chiedere una totale indipendenza

che essi ottennero pacificamente con l’accordo del giugno 1956, nonostante la Francia mantenesse delle truppe per

proteggere i propri cittadini e ostacolare i nazionalisti algerini.

- In Marocco la Francia assistette impotente alla lotta tra il Pascià di Marrakech e il Sultano appoggiato dall’Istiqual, il

principale partito nazionalista marocchino; nel 1953 il Consiglio dei Ministri francese esiliò il sultano e le truppe francesi

dovettero iniziare una logorante guerriglia contro i nazionalisti dell’Istiqual fino al 1954, anno in cui si capì che la soluzione

era il ritorno del Sultano, approvato intanto anche dal Pascià.

Nel novembre 1955 il Sultano tornò e ottenne l’indipendenza del Marocco come Stato libero e sovrano in un quadro di

interdipendenza con la Francia, al governo molte personalità dell’Istiqual.

- Il problema dell’Algeria fu molto più complesso, anche perché a differenza di Tunisia e Marocco, questa terra non aveva

mai costituito in passato una nazione ed era parte integrante del Territorio della Francia, con la presenza di più di un milione

di cittadini francesi residenti.

Un primo movimento di resistenza armata contro i francesi si scatenò nel novembre 1954 guidato dalla nuova

organizzazione del “Fronte di Liberazione Nazionale” con a capo Ben Bella; iniziò una terribile guerra partigiana e negli

anni seguenti gli effettivi francesi arrivarono a mezzo milione, inoltre la scoperta di ingenti giacimenti di petrolio rafforzò

nell’opinione pubblica la volontà di assicurare la “presenza francese” nella zona, se non si voleva sostenere l’onere

dell’integrazione.

Intanto continuava all’ONU l’attacco degli Stati arabi ed asiatici alla Francia, mentre solo gli Stati Uniti, preoccupati della

diminuzione delle truppe francesi in Europa, davano il loro pieno appoggio; la situazione si complicò ulteriormente quando

Ben Bella fu arrestato mentre effettuava un viaggio invitato dal Marocco alla Tunisia. I Rapporti tra la Francia e questi due

Paesi si interruppero e furono riallacciati solo con la minaccia del taglio dei finanziamenti e della caduta dei privilegi

commerciali.

Nel maggio 1958 una numerosa folla di francesi d’oltremare (quelli più avversi alla concessione dell’indipendenza)

occuparono per protesta il Governatorato e i capi militari a capo della protesta fecero sapere a Parigi che non avrebbero

tollerato altri cedimenti della politica francese; si temeva addirittura un colpo di Stato a Parigi da parte di truppe provenienti

dal Nord Africa.

Questa situazione fu una delle cause del ritorno al potere di de Gaulle che, come dimostrerà anche nella concessione

dell’indipendenza alle altre colonie francesi in Africa, non credeva fosse vantaggioso mantenere un’occupazione militare

costosa e contro la volontà dei popoli quando si poteva concedere l’indipendenza e stabilire scambi proficui; tuttavia

l’intransigenza dei coloni francesi rendeva la situazione difficile e de Gaulle non potè manifestare subito le proprie

intenzioni: egli lo fece dopo un anno, appoggiando la creazione di un governo algerino e per gli algerini, appoggiato

sull’aiuto della Francia nell’economia, la difesa, l’insegnamento e le relazioni estere.

I coloni organizzarono subito movimenti di protesta appoggiati da certi ambienti dell’esercito e nel gennaio 1960 vi fu una

rivolta, contemporaneamente ad un referendum voluto da de Gaulle in cui il popolo francese esprimeva la sua volontà di

porre fine al conflitto anche con la concessione dell’indipendenza.

Nel maggio 1961 iniziarono dei colloqui tra la Francia e il FNL a Evian, il negoziato fu interrotto per lo scoppio di una

nuova guerra civile in Algeria condotta da generali ribelli con la simpatia della quasi totalità dei coloni francesi; la rivolta fu

stroncata dall’esercito e le trattative ripresero ancora, arrivando nel marzo 1962 alla firma degli accordi di Evian che

prevedevano un referendum con cui l’Algeria otteneva l’indipendenza mantenendo alcuni legami economici e commerciali

con la Francia. Vi fu un’enorme maggioranza favorevole e si pose così fine alla colonizzazione algerina.

In questi anni il Medio Oriente diviene una terra dove i due blocchi si misurano indirettamente, la posizione strategica e le

immense risorse petrolifere attiravano sia gli Usa, che cercavano appoggi con aiuti economici e alleanze militari indirette,

sia l’Urss che dava ai Paesi arabi un appoggio alla lotta contro Israele e riforniva di armi particolarmente la Siria e l’Egitto.

- In Egitto, nel luglio 1952, vi fu un colpo di Stato militare guidato dal generale Neguib che costrinse il re Farouk a fuggire,

arrivando alla proclamazione della Repubblica egiziana; il nuovo regime non sembrava ostile all’Occidente ma le cose

cambiarono quando il generale Neguib fu eliminato e la guida del Paese passò al colonnello Nasser, nel marzo 1954, il

quale aveva come piano la sollevazione nazionalista del mondo arabo ed unificarlo sotto la sua autorità.

Nell’ottobre ’54 egli ottenne un trattato dall’Inghilterra che assicurava l’evacuazione di Suez da parte delle truppe

britanniche nel termine di un anno, anche se le basi sarebbero rimaste funzionanti e a disposizione degli inglesi in caso di

attacco, per poi ritirarsi nuovamente cessate le ostilità.

La politica di Nasser, nonostante i legami con l’India di Nehru e la Jugoslavia di Tito, applicava una neutralità che aveva un

carattere abbastanza antioccidentale, infatti nel 1955 egli ricevette armamenti dall’Urss e continuava i suoi attacchi contro

Israele e contro il “Patto di Baghdad”; questo patto fu il tentativo americano per controllare la regione mediorientale e

sottrarre alcuni Paesi alla crescente influenza che gli appelli di Nasser iniziavano ad esercitare.

La politica americana in Medio Oriente parte dall’appoggio al colpo di Stato in Iran da parte di militari nell’agosto 1953; il

nuovo regime dello Scià ebbe subito l’appoggio statunitense, i risultati furono il pagamento all’Anglo-Iranian di un

indennizzo per la nazionalizzazione e un accordo tra il governo iraniano e il “Consorzio delle Compagnie Petrolifere”

controllata da capitali americani.

Il “Patto di Baghdad” nasce nel febbraio 1955, quando, su proposta dell’Iraq, la Turchia accetta di sottoscriverlo per

contrastare l’avanzata comunista in Medio Oriente; in aprile aderì anche l’Inghilterra, rendendo il Patto di Baghdad

formalmente collegato al Patto Atlantico, aggiungendosi in seguito Pakistan ed Iran a completare la catena anti comunista.

Nasser e i sovietici accolsero con forti proteste la nascita del Patto di Baghdad, per reazione l’Egitto stipulò un Patto di

sicurezza collettiva con l’Arabia Saudita e la Siria, cercando invano di staccare l’Iraq; la Giordania fu più esitante, durante il

1955 vi fu una preponderanza degli elementi nasseriani dopo uno stretto legame con gli inglesi, poi nel 1956 il giovane re

Hussein tornò nel campo filo occidentale, cosa che nello stesso anno fece anche l’Arabia Saudita.

La politica americana fu però esitante con Nasser: nel luglio 1956 gli Usa comunicarono all’Egitto il ritiro del loro

finanziamento previsto per la costruzione della diga di Assuan, molto importante per l’economia egiziana. La reazione di

Nasser fu immediata, decidendo la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez, controllata da imprese francesi

ed inglesi; inoltre era a rischio anche la Convenzione sul Canale del 1888 che prevedeva che questo sarebbe stato aperto a

tutte le navi sia in tempo di pace che in guerra. Nasser aveva già proibito il passaggio di navi e prodotti israeliani, si

rischiava di dover subire una restrizione arbitraria da parte del Colonnello.

L’Urss sostenne il progetto solo perché infastidiva gli occidentali, gli Usa volevano mantenere buoni rapporti con i Paesi

produttori di petrolio, la Francia e l’Inghilterra dovevano agire da soli, e Dulles escluse dal principio l’uso della forza; i

negoziati con Nasser non ebbero alcun esito e in ottobre Francia e Inghilterra portarono la questione al Consiglio di

Sicurezza, dove furono elaborati “sei principi” (libertà di transito, rispetto della sovranità egiziana, fissazione dei diritti di

pedaggio, ecc.).

La goccia che fece traboccare il vaso arrivò però da Israele; in Giordania le nuove elezioni avevano visto nuovamente la

vittoria degli anti-occidentali e truppe irachene (Stato molto contrario ad Israele) erano nel nord del Paese, la presenza di

armi sovietiche nel Sinai fece il resto.

Israele si sentì circondato e il 30 ottobre 1956 invase il Sinai, sbaragliando l’esercito egiziano (Guerra di Suez);

contemporaneamente Francia ed Inghilterra lanciarono un ultimatum ai due belligeranti per sospendere le ostilità e ritirare le

loro truppe dal Canale, Israele accettò subito, l’Egitto rifiutò e fu la guerra che, però, gli anglo francesi condussero con

molta lentezza.

Il 5 novembre le truppe israeliani avevano occupato tutti i loro obiettivi, i due alleati erano appena sbarcati in Egitto, mentre

la loro posizione internazionale si era fatta critica poiché i russi si schierarono apertamente contro, Eisenhower parlò di

tradimento del Patto Atlantico, gli Stati Europei erano adirati poiché nel frattempo l’Urss procedeva indisturbata nella

soppressione della rivolta ungherese, i neutralisti e gli Stati asiatici condannarono l’attacco.

Il 2 novembre l’Assemblea dell’ONU impose un cessate il fuoco immediato e pochi giorni dopo creò una forza di pace che

doveva rimpiazzare le forze franco britanniche nel Canale (peraltro ancora non completamente sotto il loro controllo).

Nasser otteneva un’enorme vittoria diplomatica, la Giordania rinunciò ad ogni appoggio inglese, Israele dovette

abbandonare il Sinai e anche la striscia di Gaza, le truppe dell’ONU abbandonarono il Canale e nell’aprile del 1957 Nasser

potè proporre un piano che tutti furono costretti ad accettare, cioè il pagamento di una tariffa di transito all’Egitto, senza

tenere conto dei “sei principi” ONU.

Dopo la crisi di Suez, Francia ed Inghilterra persero completamente la loro influenza in Medio Oriente, gli Usa la

rafforzarono varando nel gennaio 1957 la cosiddetta “dottrina Eisenhower” che dava al presidente americano la possibilità

di rispondere immediatamente ad un attacco comunista contro un Paese del Medio Oriente ed un aiuto economico ai Paesi

che accettavano questa dottrina.

In questo modo gli Usa riuscirono a portare dalla loro parte l’Arabia Saudita e la Giordania.

L’Estremo Oriente e le relazioni interamericane.

I rapporti tra Cina ed Urss sono sicuramente fondamentali per il Medio Oriente, l’Urss riconobbe subito la Cina comunista,

già dalla sua formazione nell’ottobre 1949 e cercò in tutti i modi di far accettare agli occidentali la sua ammissione

all’ONU; ma la Cina non era affatto un Paese satellite, Mao aveva un’enorme influenza sui comunisti asiatici che si

accrebbe dopo la morte di Stalin.

Nell’ottobre 1954 furono firmati degli accordi Cino-sovietici che sostituivano quelli del 1950 ed evidenziavano quanto la

Cina avesse preso maggior influenza: si aveva un trattato di alleanza e mutua assistenza, la denuncia delle aggressioni

occidentali e contro il trattato di Pace giapponese e il SEATO, poi si annunciava l’evacuazione sovietica di Port Arthur a

favore della Cina e il trasferimento di società miste nel Sinkiang alla sola Cina, la costruzione di due linee ferroviarie.

La Cina recuperava la sua totale sovranità sulla Manciuria, sul Sinkiang e rafforzava i contatti con la Mongolia Esterna per

mezzo delle linee ferroviarie.

- Una situazione di tensione tra Cina e Usa si ebbe per la questione di Formosa e soprattutto delle isole Pescadores molto

vicini alla costa cinese; nel settembre 1954 iniziò un bombardamento cinese contro queste isole. Eisenhower riunì un

Consiglio di Sicurezza interno dove l’attacco diretto alla Cina fu scartato e si optò per l’offerta di un trattato di difesa

reciproca (siglato in dicembre) ed evacuando le isole poco difendibili, lasciandole in mano ai Cinesi nel ’55.

Tutto ciò fu fatto mantenendo un apparente politica di fermezza in difesa di Formosa, politica che riuscì in parte a fermare i

cinesi da un attacco diretto alla grande isole di fronte alle loro coste.

- Intanto anche il Giappone usciva pian piano dalla sua immobilità diplomatica e, sentendo il bisogno d’intensificare il suo

commercio con la Cina comunista, siglò con essa un trattato di commercio nel maggio ’55, nonostante il non

riconoscimento statunitense della Cina comunista; nell’ottobre 1956 il Giappone riuscì anche a ristabilire normali rapporti

diplomatici con l’Unione Sovietica, nonostante il mantenimento dell’occupazione delle Curili, e delle isole a nord di

Hokkaido e nonostante l’Urss non avesse accettato il trattato di pace giapponese proposto a San Francisco.

Il Giappone fu ammesso all’ONU nel dicembre 1956.

- Nonostante la sua scarsa potenza economica e militare, l’India si sforzava di svolgere un ruolo importante nella

diplomazia mondiale, essendo il Paese campione della politica “neutralista” e non violenta di ispirazione gandhiana,

soprattutto anti-colonialista.

Nonostante ciò, si ebbe l’impressione che il neutralismo fosse di stampo molto anti-occidentale; l’India protestò per il

sostegno americano al Pakistan, per il SEATO e per il “Patto di Baghdad”, protestò contro lo sbarco di Suez, ebbe contrasti

con la Francia per alcune zone di confine che poi annesse, mentre il Portogallo si rifiutò di cedere Goa che fu poi occupata

con la forza nel 1961, solo con la Gran Bretagna i rapporti erano buoni e l’appartenenza al Commonwealth non fu mai in

discussione. I rapporti con la Cina e l’Urss erano buoni (Nehru ci mise 14 giorni per condannare l’intervento sovietico in

Ungheria) ma con l’avvicinamento a Tito e Nasser che si ebbe tra il 1954 e il 1957 sembrò che il Paese aderisse davvero ad

una politica neutralista.

E fu proprio l’India che promosse la Conferenza di Bandung, in Indonesia, nell’aprile 1955, cercando di creare una sorta di

fronte asiatico neutralista, malgrado la presenza del Pakistan, e per cercare una soluzione al problema sempre aperto

dell’Indocina; a questa conferenza furono invitati 30 Paesi africani e asiatici (compresi Cina comunista, Giappone e i due

Vietnam), esclusi furono Israele, le due Coree e la Cina nazionalista.

Fu condannato all’unanimità il colonialismo e si ebbe dopo questi incontri una grande spinta dei Paesi africani per ottenere

l’indipendenza dall’Europa (movimenti che otterranno l’indipendenza dal 1957 al 1961), la segregazione razziale, la politica

francese nel nord Africa e quella di Israele che schiacciava i diritti del popolo arabo in Palestina; circa il neutralismo non vi

furono progressi poiché le nazioni affermarono il diritto di difendersi anche collettivamente.

- Per quanto riguarda le relazioni interamericane, si ebbe un’importante conferenza nel marzo 1954 in cui Dulles propose di

votare una risoluzione anti-comunista più chiara di quelle precedentemente già approvate a Bogotà; i latino-americani la

votarono più per ricevere aiuti economici che non sarebbero stati concessi ai Paesi che avessero rifiutato quella

dichiarazione.

Questa decisione statunitense venne in seguito alla questione del Guatemala dove proprio nel marzo 1951 si installò un

governo nettamente favorevole ai comunisti, che avevano importanti cariche nella amministrazione; il governo durò solo

fino a giugno, quando le truppe di Castillo Armas marciarono sul Guatemala con un appoggio certo degli Stati Uniti, i quali

si preoccuparono di insabbiare la questione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

L’ERA DELLE CRISI (1957 – 1962).

Mentre gli Usa continuavano nella loro politica di “containment” e di rappresaglia massiccia, in Unione Sovietica Krusciov

si era impadronito del potere e, fiducioso nella superiorità sovietica in campo missilistico (nell’ottobre 1957 vi fu il lancio

dello “Sputnik” che, con le prove di missili intercontinentali, crearono in America la preoccupazione per il “missile gap”), si

lanciò in una serie di conflitti parziali, non volendo la guerra totale, per saggiare la capacità di reazione statunitense.

I conflitti in Asia e la crisi di Berlino.

Dopo la crisi di Suez, la “dottrina Eisenhower” sembrava largamente fallita, in quanto Nasser aveva convinto i governi arabi

a rifiutare l’aiuto economico americano; egli si spinse anche più in la, in quanto trovando una appoggio nel partito socialista

siriano (il baath) i due Paesi realizzarono nel febbraio 1958 una unione politica, la cosiddetta “Repubblica Araba Unita” che

vedrà la secessione della Siria nel 1961 a causa di un colpo di Stato interno.

Questa iniziativa ebbe effetti immediati in Iraq, Libano e Giordania, Paesi sotto l’influenza sicura degli Usa: in Iraq (luglio

1958) il re fu ucciso durante una rivolta e nel nuovo governo i comunisti ricevettero incarichi importanti (ma in seguito

l’influenza comunista andò diminuendo e gli americani poterono tranquillizzarsi), gli Usa non intervennero ma quando vi

furono segni di agitazione politica anche in Libano e Giordania vi fu l’occupazione di Beirut da parte di soldati americani e

di Amman da parte di soldati dei corpi speciali inglesi.

Molte furono le proteste internazionali, dall’Urss all’Egitto, dall’India alla Francia di De Gaulle, il quale propose anche una

conferenza tra le cinque potenze; il conflitto fu risolto quando in agosto tutti i Paesi Arabi compreso Israele fecero

approvare all’Assemblea dell’ONU una risoluzione con la quale il Medio Oriente doveva essere lasciato fuori dai contrasti

tra le grandi potenze, aderendo completamente ai più popolari slogan del neutralismo e dell’unità del Mondo Arabo di

Nasser.

- Contemporaneamente, nell’agosto 1958, la Cina riapriva la sopita questione di Formosa, riprendendo i bombardamenti

sulle principali isole dell’arcipelago delle Pescadores; nonostante l’appoggio sovietico (che arrivò in ritardo), le relazioni tra

i due Stati comunisti mostravano delle incrinature, probabilmente a causa delle riforme cinesi annunciate in quel periodo,

“le comuni popolari” (collettivizzazione brutale delle terre) e “il grande balzo in avanti”, cioè il passaggio diretto dal

socialismo dalla democrazia popolare (“a ciascuno secondo le sue capacità”) alla fase ultima del comunismo (“a ciascuno

secondo i suoi bisogni”), cosa secondo i russi molto “avventurosa”.

La crisi di Formosa si placò in ottobre, con la spontanea diminuzione dei bombardamenti cinesi, molti pensarono che questa

fosse una dimostrazione di indipendenza totale dall’Urss.

- La crisi di Berlino andò dal novembre 1958 all’agosto 1961, data di costruzione del muro.

Grazie all’accesso libero alla zona ovest, la Germania orientale aveva perso in dieci anni più di un milione di abitanti che

avevano scelto di passare all’ostentata agiatezza del sistema capitalista; nel novembre 1958, seguendo la tesi del capo della

RDT Ulbricht, secondo la quale il riarmo della Germania ovest violava gli accordi di Potsdam e quindi gli alleati non

avevano diritto di rimanere a Berlino, i russi inviarono una nota ai governi occidentali in cui erano modificate le sue

posizioni circa Berlino e la Germania. L’Urss avrebbe trasferito i suoi poteri alla RDT, riconoscendo in pieno il nuovo

Stato, Berlino ovest avrebbe dovuto trasformarsi in una “città libera” sotto controllo dell’ONU entro sei mesi (ultimatum)

altrimenti l’Urss avrebbe fatto una pace separata con la Germania, costringendo gli occidentali a negoziare l’accesso a

Berlino direttamente con la RDT, quindi riconoscendola di fatto e avvicinandosi alla tesi sovietica del negoziato tra due

Stati indipendenti.

Gli alleati non avevano riconosciuto al Germania ovest e, tra l’intransigenza di De Gaulle e i tentativi di mediazione inglese,

gli americani erano incerti sulla risoluzione del problema; valeva la pena scatenare una guerra atomica con centinaia di

milioni di vittime per alcuni quartieri di Berlino?

Sul problema vi fu una riunione dei quattro ministri degli Esteri a Ginevra (Dulles morì allora) da maggio a luglio 1959 ma

le tesi delle libere elezioni occidentali e dei negoziati tra Stati russa non fu mutata, tuttavia i russi sembravano non

considerare imperativo l’ultimatum di sei mesi; fu durante questi incontri che Krusciov fu invitato negli Stati Uniti.

Questo viaggio fu fatto nel settembre 1959, poco prima che un razzo russo raggiungesse la luna; Eisenhower fece

incautamente intendere che lo Statuto di Berlino ovest non era perfetto e Krusciov sembrò molto soddisfatto di ciò, si decise

anche la riunione di una Conferenza a Parigi per la risoluzione del problema; la Conferenza di Parigi si svolse nel maggio

1960 ma fu un totale fallimento in quanto Krusciov, che aveva capito che in realtà lo Statuto di Berlino non sarebbe stato

modificato, prese come pretesto per farla fallire la cattura di un aereo-spia americano U2 sul territorio sovietico. La

situazione tornò ad essere tesa.

Alla riunione dell’Assemblea ONU del 12 ottobre 1960, per protesta contro una dichiarazione americana e filippina sulla

necessità di liberare i popoli che vivevano dietro il sipario di ferro, Krusciov battè più volte la scarpa sul tavolo, gesto

singolare rimasto certamente nella storia; nonostante questi contrasti, la risoluzione della crisi berlinese fu risolta da un

gesto spettacolare e vergognoso quando, il 13 agosto 1961, le autorità tedesco orientali sbarrarono il passaggio sulla linea di

demarcazione tra la zona sovietica e quelle occidenatli, iniziando la costruzione del muro.

Da questa data i sovietici non parlarono più di cambiare lo Statuto di Berlino o di trattati separati.

Le crisi cubane (1961 – 62) e l’inizio della tensione cino-sovietica.

L’isola di Cuba era strettamente legata agli Stati Uniti sin dall’inizio del secolo, la sua economia dipendeva interamente

dalle esportazioni di zucchero agli Usa, se questi avessero cessato le importazioni di zucchero, per Cuba sarebbe stata la

rovina.

Dal 1934 la vita politica cubana era controllata dal colonnello Batista, il quale aveva inasprito la sua dittatura proprio

all’inizio degli anni ’50, al prezzo di migliaia di vittime; nel luglio 1953 il giovane avvocato Fidel Castro tentò con un

centinaio di sostenitori di attaccare una caserma, ma il suo piano fallì e fu esiliato in Messico, dove reclutò nuovi sostenitori

tra cui Ernesto Che Guevara.

Nel dicembre 1956 Castro sbarcò nuovamente a Cuba e dopo due anni di lotta partigiana tra le montagne delle Sierra

Maestra, Batista fu costretto a fuggire nel gennaio 1959, lasciando il potere al gruppo di Castro. Gli americani furono in un

primo tempo favorevoli al regime castrista.

Tuttavia Castro voleva sottrarsi dall’influenza economica e politica americana, anche se nel primo periodo sembrò tendere

verso l’ala moderata, aspettando forse un aiuto economico americano che non si ebbe in quanto il regime accettava

collaboratori comunisti; nel maggio 1959 si ebbe la svolta: Castro decise una riforma agraria che prevedeva la divisione

delle terre, compresi gli enormi latifondi della società americana “United Fruit Company”.

Questa decisione rese la tensione tra Washington e l’Avana estrema, anche perché dei rifugiati anticastristi confermarono la

svolta comunista della politica cubana; i rifugiati organizzarono raid aerei appoggiati dagli Usa, mentre nel febbraio 1960

Castro prendeva contatto con la Russia e si emancipava dal controllo economico americano, firmando un patto commerciale

con i sovietici che accettavano di comprare lo zucchero cubano, in seguito furono confiscate le imprese americane.

I contatti con i russi si intensificarono, mentre gli americani bloccavano l’ingresso dei prodotti cubani inasprendo

ulteriormente la situazione; nel gennaio 1961 Eisenhower fu sostituito dal primo presidente cattolico americano, Jonh

Fitzgerald Kennedy, il quale fu convinto dai vertici della CIA e del FBI ad approvare un’azione militare contro Cuba

operata dagli esuli anticastristi con l’appoggio logistico americano, confidando in una sicura sollevazione delle masse

contadine.

Nell’aprile 1961 Kennedy diede l’assenso al progetto, precisando che le forze americane non sarebbero intervenute; lo

sbarco si ebbe alla Baia dei Porci e fu un totale fallimento, in due giorni gli esuli cubani furono arrestati e solo alcuni furono

salvati dalla marina statunitense, il popolo appoggiò in pieno Castro e il regime ne uscì rafforzato, annunciando una

Costituzione socialista.

Kennedy decise allora di seguire una politica più cauta, cercando di impedire la diffusione del comunismo in America

Latina, operando la cosiddetta “Alleanza per il progresso”, un piano di enormi aiuti economici ai Paesi americani che il

governo non fu in grado di mantenere; la seconda mossa fu quella di far espellere Cuba dall’Organizzazione degli Stati

Americani, nonostante Brasile, Argentina, Cile e Messico avessero votato contro la risoluzione. Cuba era isolata.

Poiché Castro riteneva un attacco americano imminente, Che Guevara e Raoul Castro si recarono a Mosca nell’estate 1962

per chiedere l’aiuto sovietico contro un’eventuale aggressione; sull’isola arrivarono tecnici e materiale e furono iniziati

lavori segretamente per la costruzione di rampe missilistiche che avrebbero potuto colpire qualsiasi punto del territorio

americano.

Le rampe furono scoperte da un aereo spia americano nell’ottobre 1962; da quel momento Kennedy formò un Consiglio

segreto che doveva rapidamente decidere il da farsi. Le soluzioni erano tre:

Invasione totale di Cuba, con il rischio di un intervento atomico sovietico.

Raid aerei per distruggere le basi missilistiche, con il rischio di fallire e di una reazione sovietica.

Blocco navale per impedire l’arrivo dei missili a Cuba, lasciando la scelta dell’escalation all’Urss.

Dopo giorni difficili, Kennedy scelse la terza possibilità e il 22 ottobre la comunicò agli americani con un discorso

televisivo, mentre le foto degli U2 erano pubblicate in tutto il mondo.

Krusciov fu molto impressionato dalla decisione americana e, non volendo assolutamente la guerra, fece tornare indietro le

navi con i missili e inviò un ambasciatore ufficioso per trattare; alla fine si ebbe un compromesso ragionevole: gli Usa non

avrebbero attaccato Cuba in cambio del ritiro dei missili (sotto il controllo di una Commissione dell’ONU) e dell’impegno a

non reinstallarli in futuro. L’accordo fu raggiunto il 26 ottobre e il mondo tirò un sospiro di sollievo.

Problemi successivi si ebbero da parte di Castro, che si sentì escluso dalle decisioni delle due superpotenze, rifiutando il

Controllo dell’ONU e rischiando di far fallire l’intero accordo; dopo alcune trattative il delegato sovietico lo convinse, ma la

tensione con l’Urss rimase.

Dopo questa crisi l’amministrazione Kennedy, su proposta del Segretario alla Difesa Mac Namara, adottò una nuova

strategia che doveva sostituire la “rappresaglia massiccia” di Eisenhower, detta “risposta flessibile”, che consisteva nel

rispondere ad una azione dell’avversario con un’altra azione contraria in modo da graduare l’escalation e per non arrivare ad

una guerra atomica per una piccola azione militare. Il problema era prevedere se l’escalation, una volta arrestata, avrebbe

potuto essere fermata e allo scopo fu istituito tra Mosca e Washington il “telefono rosso”; la risposta flessibile comportava

spese militari elevate e il bilancio militare americano crebbe di anno in anno.

- Le relazioni tra la Cina e l’Unione Sovietica si mantennero su di un ottimo livello (trattati del febbraio 1950 e dell’ottobre

1954) sino al 1956, fino alle accuse di Krusciov sul ruolo di Stalin; Mao fece sapere ai sovietici che “i meriti di Stalin erano

superiori ai suoi errori”, comunque il contrasto non sembrava sin lì rilevante e in ottobre i cinesi avevano approvato le

rappresaglie in Ungheria.

Il conflitto tra due Stati socialisti può nascere circa la dottrina e sul modo di applicarla alla realtà: dal ’53 al ’58 i cinesi

intrapresero la strada delle “comuni popolari” e del “grande balzo in avanti” che dovettero abbandonare nel ’59, l’intero

progetto fu aspramente criticato dai sovietici.

Dopo la crisi del Libano e le tensioni per Formosa, la politica di Krusciov sembrò orientarsi verso l’idea di una pacifica

coesistenza con l’occidente capitalista, in una battaglia soprattutto a livello economico per garantire ai cittadini dei Paesi

comunisti condizioni migliori di quelle di allora; questa linea di condotta fu alla base del contrasto ideologico con il Partito

Comunista Cinese, al cui interno i sostenitori dell’alleanza con l’Urss perdevano sempre più potere.

Il contrasto divenne molto aspro in occasione del conflitto in Tibet, scoppiato nel marzo 1959 con una rivolta armata dei

tibetani contro la Cina e appoggiati dall’India; con grande irritazione cinese, i russi si schierarono con l’India, concedendo a

questo Paese un prestito che non era mai stato concesso alla Cina comunista, in più la crisi fu aggravata dalla decisione di

Mosca circa un anno dopo di ritirare i suoi tecnici dalla Cina, usati per far sviluppare nel Paese un industria moderna.

Nel novembre 1960 vi fu una conferenza di 81 partiti comunisti a Mosca, dove il contrasto, che comunque era segreto per il

mondo intero e riguardava solo i direttivi dei Partiti comunisti dei due Paesi, prese un carattere ideologico: i sovietici

definivano i cinesi “dogmatici” (davano una falsa interpretazione alla dottrina senza tenere conto della realtà) e i cinesi a

loro volta affermavano che i sovietici erano “revisionisti” (modificavano la dottrina per scopi non comunisti e avevano

rinunciato all’espansione mondiale della rivoluzione).

Altro punto di frizione fu la questione dell’Albania: nel maggio 1960 i sovietici ritirarono navi e appoggio tecnico ed

economico agli albanesi, in quanto questi continuavano ad attaccare la Jugoslavia di “sciovinismo” e di “tradimento del

marxismo-leninismo”, mentre ai russi stava molto a cuore la distensione ottenuta da pochi anni con il regime di Tito; gli

albanesi, rimasti isolati, trovarono appoggio nella Cina, che le diede aiuti economici e tecnici.

La crisi divenne di dominio pubblico solo nell’ottobre 1961, quando si tenne a Mosca il XXII Congresso del partito

comunista dell’Unione Sovietica, al quale parteciparono un numero fino ad allora mai visto di partiti comunisti provenienti

da tutti i continenti; l’Albania non era stata invitata.

Il discorso di Krusciov irritò i cinesi per due atteggiamenti: gli attacchi pubblici all’operato di Stalin e una condanna

pubblica del “dogmatismo” albanese, velatamente collegato all’atteggiamento cinese, intransigente contro l’imperialismo

americano e di rifiuto verso qualsiasi accordo; la replica cinese si ebbe tramite attacchi personali a Krusciov e al suo

revisionismo che favoriva l’imperialismo occidentale e in occasione della crisi di Cuba, i cinesi disapprovarono la resa

russa.

Nel maggio 1962 vi furono i primi scontri di frontiera tra russi e cinesi e nello stesso periodo i cinesi ripresero le ostilità con

l’India, rivendicando alcune zone sul versante sud dell’Himalaya; ancora una volta i sovietici si schierarono con gli indiani e

fornirono aiuti militari quando nell’ottobre 1962 i cinesi superarono l’Himalaya e ottennero una schiacciante vittoria sugli

indiani.

Si consumava in quegli anni, dunque, la rottura tra i maggiori Stati socialisti.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia dei trattati e politica internazionale riguardanti la storia diplomatica dal 1919 ai giorni nostri: le conseguenze dei trattati di pace nel primo dopoguerra, lo smembramento dell'Austria-Ungheria, nascita di Jugoslavia e Cecoslovacchia, l’Ungheria e il tentativo di Carlo I d’Asburgo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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