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Storia dei trattati e politica internazionale

Le conseguenze dei trattati di pace nel primo dopoguerra

Testo di riferimento: Storia diplomatica dal 1919 ai giorni nostri - J.B. Cattedra Rossi Gianluigi

La Germania: nuove frontiere, garanzie e riparazioni

La sorte della Germania fu regolata dal Trattato di Versailles del giugno 1919, un minuzioso e complesso documento che regolava unilateralmente il problema delle frontiere e delle garanzie di ogni tipo che furono prese contro la Germania da parte delle potenze vincitrici. Per stabilire i nuovi confini fu adottato il “principio di nazionalità”, secondo cui ogni popolo aveva il diritto di disporre di se stesso. Ad Ovest la Germania perse l’Alsazia e la Lorena, “restituite alla Francia” nel novembre 1918, addirittura prima dell’entrata in vigore del trattato (gennaio 1920), senza che gli abitanti potessero approvare o rifiutare l’annessione allo stato francese. I francesi avrebbero voluto il distaccamento dalla Germania dell’intera Renania (la parte ad ovest del Reno) ma Clemanceau non appoggiò gli autonomisti per l’opposizione assoluta degli alleati.

La Francia avanzò pretese sulle miniere della Saar nel marzo 1919: un mese dopo fu deciso che le miniere sarebbero passate sotto la proprietà francese per 15 anni, durante i quali la zona sarebbe stata amministrata da una commissione della Società delle Nazioni composta da cinque membri; dopo i 15 anni gli abitanti avrebbero deciso con un plebiscito se unire la Saar alla Francia, alla Germania o restare sotto protettorato internazionale. Molti furono gli scontri nel ’20 tra i lavoratori tedeschi e l’esercito francese. La Germania perse due cantoni tedeschi al confine con il Belgio, il quale avanzò anche altre pretese territoriali che furono respinte dagli alleati; da questo momento il Belgio abbandona la neutralità, aderendo alla Società delle Nazioni, ottenendo nell’approvazione ufficiale a Locarno nel 1925.

I tedeschi persero anche il nord dello Schleswig, che passò alla Danimarca con un referendum popolare che mantenne il sud alla Germania. Più importanti furono le modifiche che la Germania subì ad est (dove non fu rispettato il principio di nazionalità), con la perdita della Posnania e di una parte della Prussia occidentale. Gli alleati decisero di far rinascere la Polonia, concedendo al nuovo stato uno sbocco al mare con un porto e cioè la città di Danzica. Essa era una grande città quasi completamente tedesca, nella conferenza di pace essa fu dichiarata “Città libera” sotto la protezione della Società delle Nazioni, con accesso totalmente libero ai cittadini polacchi (novembre 1920).

Nel 1921 vi fu un plebiscito sull’Alta Slesia in cui la Germania ottenne la maggioranza ma, sotto la guida di Korfanty, i polacchi scatenarono una rivolta che fu sedata dai “corpi franchi”; successivamente fu operata una spartizione del territorio, che vide i 2/3 della Slesia andare alla Germania. Il sud andava alla Polonia, compresa parte della zona industriale. Sempre nella Prussia orientale la Germania perse la regione di Memel, che fu posta sotto amministrazione internazionale senza alcun plebiscito; successivamente i lituani, che occupavano le campagne della zona, compirono nel 1923 un atto di forza che fu poi ratificato dalla Società delle Nazioni, la quale assegnò il territorio alla Lituania con statuto speciale. In totale la Germania perse 1/7 del suo territorio e 1/10 della popolazione.

Per prevenire una ripresa della potenza tedesca, gli alleati stabilirono una serie di garanzie militari e politiche:

  • Disarmo. Su proposta di Lloyd George si decise che l’esercito tedesco sarebbe stato di tipo professionale con sole 100.000 unità. L’artiglieria pesante, i carri armati e l’aviazione proibiti, la flotta avrebbe dovuto consegnarsi agli alleati (ma le navi da guerra si autoaffondarono nel 1919, prima dell’entrata in vigore del trattato), i sottomarini proibiti. Per controllare l’esecuzione delle clausole militari fu costituita una “Commissione di controllo interalleata”.
  • Smilitarizzazione ed occupazione della Renania. Oltre la riva sinistra del Reno furono proibite fortificazioni militari o manovre. Dopo l’abbandono del progetto francese di annessione, Wilson e Lloyd George accettarono un'occupazione militare temporanea della Renania, che doveva essere progressivamente abbandonata nel corso di 15 anni. L’occupazione sarebbe stata sospesa se non si fosse avuto con certezza il rischio di aggressione; le spese erano a carico della Germania.
  • Trattati di garanzia franco-inglese e franco-americano (falliti). Per far abbandonare le rivendicazioni francesi sulla Renania, Wilson e Lloyd George proposero due trattati in cui garantivano la difesa della Francia in caso di aggressione non provocata da parte della Germania. I due accordi decaddero poiché il Senato americano non approvò il trattato di Versailles e gli accordi suddetti in esso contenuti, sciogliendo in tal modo dal vincolo anche l’Inghilterra, con grande soddisfazione degli inglesi, i quali erano preoccupati delle mire imperialiste della Francia sul continente. La sola alleanza che la Francia ottenne contro la Germania fu quella con il Belgio, per la quale i francesi rinunciarono al congiungimento economico con il Lussemburgo e garantirono la partecipazione belga alla Conferenza degli Ambasciatori, che regolava l’applicazione del trattato di Versailles (accordo firmato nel settembre 1920).
  • Riparazioni di guerra. Nel trattato di Versailles fu aggiunto un piano incompleto circa il pagamento dei danni di guerra da parte della Germania. Si affermava che la Germania era responsabile dei danni subiti dagli stati alleati, in quanto essa soltanto aveva provocato il conflitto (art. 231, sorta di dichiarazione di “colpevolezza morale”, molto contestato dai tedeschi). Secondo alcuni questo articolo stabiliva una responsabilità finanziaria di diritto civile, dando una base di diritto alla riparazione dei danni subiti. Gli Alleati non fissarono subito l’ammontare delle riparazioni: si stabilì che entro il I Maggio 1921 la Germania avrebbe versato 20 miliardi di marchi-oro (sotto il controllo di una “Commissione delle riparazioni”) e che, entro quella data, si sarebbe definito l’ammontare reale dei danni di guerra con l’aggiunta delle pensioni di guerra voluta dall’Inghilterra. Durante il ’20 ed il ’21 vi fu in tutta la Germania una forte opposizione al trattato, soprattutto per le riparazioni; un violento movimento di protesta nazionale indusse gli Alleati a rinunciare all’estradizione dell’Imperatore e dei vertici militari tedeschi (Hindemburg, Ludendorff, von Tirpitz, ecc…). Corpi franchi dell’esercito giravano per il paese, vi fu un tentativo di colpo di stato e uno sciopero nella Ruhr fu interrotto dall’esercito tedesco violando la zona smilitarizzata (per reazione la Francia occupò Francoforte). Nella conferenza di Londra del marzo 1921 la Germania espose chiaramente la sua opposizione sulle pretese alleate dei pagamenti, ottenendo come conseguenza l’occupazione di Dusseldorf e di altre città. Il 30 aprile 1921 la Commissione delle riparazioni stimò i danni di guerra in 132 miliardi di marchi-oro (120 +12 di arretrati non pagati il I maggio, divisi 52% alla Francia, 22% all’Inghilterra, 10% all’Italia e 8% al Belgio), da pagare 2 miliardi all’anno ed il 26% delle esportazioni. Per costringere la Germania ad accettare fu inviato dagli Alleati un vero e proprio ultimatum, minacciando l’occupazione militare del paese. Il nuovo governo assistito dall’uomo d’affari Rathenau accettò lo “stato dei pagamenti” e nell’estate del 1921 la Germania cominciò ad onorare il suo debito, cercando di approfittare al momento opportuno delle divergenze tra la Francia (che premeva per stroncare la pericolosa economia tedesca) e l’Inghilterra, che era a favore del risollevamento economico della Germania poiché cliente principale per la sua economia.

Lo smembramento dell’Austria-Ungheria

Trattato di pace, smembramento e Anschluss. Il trattato di Saint-Germain-en-Laye del settembre 1919 regolò le sorti dell’Austria. Gli alleati cercarono di applicare il principio di nazionalità, ma furono avvantaggiati gli stati che avevano combattuto al loro fianco (Serbia, Romania, Grecia e Cecoslovacchia), mentre Austria, Ungheria e Bulgaria furono alquanto scontenti della pace (stati “revisionisti”). L’Austria perse a favore dell’Italia il Trentino ed il Tirolo meridionale, più complicata fu la questione della Venezia-Giulia, della Dalmazia, di Trieste e Fiume, poiché l’espansionismo italiano si scontrava con le rivendicazioni del nuovo Regno dei serbi, dei Croati e degli Sloveni. A nord si formò nel dicembre 1918 la nuova Repubblica cecoslovacca comprendente la Boemia, la Moravia, la Slesia ed il Sudeti, una regione con una forte presenza tedesca che tentò invano un’unione con la Germania. Ad est l’Austria cedette la Bucovina alla Romania, mentre la Galizia (dopo forti contrasti ed indecisioni degli Alleati) fu affidata alla neo costituita Polonia solo nel 1923. A sud-est nasceva il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni che, oltre a queste regioni, comprendeva anche la Dalmazia, la Bosnia e l’Erzegovina. In conclusione l’Austria diventa un piccolo stato con sette milioni di abitanti.

Forte è la tentazione degli austriaci ad unirsi alla Germania, per ragioni culturali ed economiche; i plebisciti organizzati in Austria nel 1918 vedevano il 99% di consensi a favore dell’unione. Tuttavia gli alleati proibirono l’Anschluss nel Trattato di Versailles e in quello di Saint-Germain-en-Lays. Contro l’unione austro-tedesca erano soprattutto la Francia e l’Italia (che non voleva offrire alla minoranza tedesca in Alto-adige un punto di riferimento così forte come la Grande Germania); relativamente favorevoli erano invece Stati Uniti ed Inghilterra. Per impedire l’anschluss fu usata ancora impropriamente la SDN: i diplomatici riconoscevano il diritto all’unione del popolo tedesco ma decisero che in merito avrebbe deliberato il Consiglio (dove le decisioni dovevano essere approvate all’unanimità). Il voto contrario di Francia ed Italia rese l’unione irrealizzabile, nonostante la pronuncia favorevole del Parlamento austriaco e il già citato referendum.

Nascita di Jugoslavia e Cecoslovacchia

Il principale problema dell’Impero asburgico era sempre stato quello della difficile convivenza tra molte etnie (dagli italiani ai boemi) ma, nonostante le aspettative degli alleati, le varie nazionalità non approfittano della guerra per ottenere l’autonomia, tranne italiani e rumeni che volevano la divisione. La possente amministrazione austriaca era basata sul rispetto delle nazionalità, ognuna delle quali aveva i suoi rappresentanti nei parlamenti di Vienna e di Budapest. Quindi, le minoranze non avvertivano l’oppressione dell’Impero inoltre, in uno dei 14 punti di Wilson (che era un documento politico dell’Intesa), l’Austria-Ungheria avrebbe dovuto perdere solo Trento e Trieste. La disgregazione si ebbe solo per la politica adottata da Francia, Italia ed Inghilterra che, per far uscire l’Austria dalla guerra, fomentarono le rivendicazioni autonomiste italiane, rumene, croate e boeme.

Negli Stati Uniti fu creato il Comitato cecoslovacco (patto di Pittsbourg) composto dagli esuli politici boemi, mentre il Comitato jugoslavo era composto in prevalenza da esuli politici croati e fu ufficialmente riconosciuto nell’aprile 1918 al congresso di Roma sulle “nazionalità oppresse dall’Austria-Ungheria. Il comitato jugoslavo nacque in Francia durante la guerra; la Serbia era stata invasa dagli austriaci ed il suo governo era sotto protezione italiana nell’isola di Corfù, fu allora che esso, per ottenere appoggio internazionale, decise di aderire alla proposta francese di nascita di uno stato jugoslavo, nonostante la previsione di una difficile convivenza tra serbi e croati. Con il patto di Corfù si prendono gli accordi tra i nazionalisti serbi di Pasic ed i membri croati del Comitato jugoslavo sulla nascita del Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni (Jugoslavia dal 1929). Alla conferenza di pace partecipò solo la Serbia, la quale si fece portavoce delle esose richieste territoriali slovene e croate a danno di Austria ed Italia; ma la coesione tra le due etnie nel nuovo stato è subito difficile per la sussistenza di interessi diversi.

L’iniziale prevalenza dei croati del Comitato ha fine quando essi decidono l’invasione della Carinzia (che i trattati avevano lasciato all’Austria ma che i croati rivendicavano); gli alleati inviano agli jugoslavi un durissimo ultimatum, cosicché le truppe sono costrette a ritirarsi ed i serbi hanno un comodo pretesto per screditare il gruppo direttivo croato. Successivamente è il gruppo dirigente di Pasic a controllare lo stato, avviando trattative con l’Italia per la delimitazione del confine.

L’Ungheria ed il tentativo di Carlo I d’Asburgo

Il Trattato del Trianon del giugno 1920 impose all’Ungheria la perdita delle regioni slave del sud e del Banato occidentale (zona a nord della Serbia), della Slovacchia e della Rutenia alla Cecoslovacchia, ad est la cessione completa della Transilvania alla Romania. Lo scontento ungherese si manifestò con una violenta opposizione al trattato, nel 1919 vi fu un tentativo fallito da Bela Kun di compiere una rivoluzione comunista e, per reazione, fu creato un governo contro rivoluzionario che preparò il ritorno degli Asburgo. Gli Alleati si opposero nettamente a questa eventualità ma la Francia si fece portavoce per propri interessi economici del revisionismo ungherese, sostenendone le rivendicazioni. Per prevenire colpi di mano dell’Ungheria (insieme ai tedeschi), nel 1920 Cecoslovacchia, Jugoslavia e, successivamente, la Romania sottoscrissero un’alleanza militare per aggressioni non provocate, detta Piccola Intesa.

Nel 1921 l’ex imperatore austriaco Carlo I, incoraggiato dalla Francia, fece due tentativi per ritornare sul trono che gli apparteneva di diritto e che gli era stato tolto da una decisione politica degli alleati: il primo, incruento, fallì per le pressioni di Cecoslovacchia e Jugoslavia sul reggente ungherese, l’ammiraglio Horthy; successivamente, Carlo decise di marciare su Budapest ma fu lo stesso Horthy ad inviargli contro l’esercito e a farlo esiliare. La Francia decise allora di avvicinarsi alla Piccola Intesa, la quale stabiliva un trattato di alleanza con la Polonia e manteneva buoni rapporti con l’Austria.

La Romania fu uno dei grandi beneficiari dei trattati di pace: conservava la Bessarabia nonostante le proteste sovietiche e la Dobrugia a spese della Bulgaria; nel Trattato erano previste forti autonomie per le molte minoranze etniche presenti sul territorio rumeno che furono fatte accettare con l’ennesimo ultimatum degli alleati. Il territorio jugoslavo comprese (oltre alle terre strappate all’Austria e all’Ungheria) il Montenegro, dove il parlamento votò l’unione con la Serbia, e parte della Macedonia, contando però tra i suoi 14 milioni di abitanti più di 2 milioni di cittadini facenti parte di minoranze etniche.

La Bulgaria e la fine dell’Impero ottomano

Nella regione balcanica i due Paesi vinti erano la Bulgaria e l’Impero Ottomano. Le sorti della Bulgaria furono decise nel Trattato di Neuilly del novembre 1919: essa dovette cedere parte della Macedonia alla Serbia e lasciare la Dobrugia del Sud alla Romania nonché la Tracia orientale alla Grecia, perdendo così ogni possibile sbocco sul Mediterraneo. Soprattutto l'ulteriore perdita di territori macedoni (dopo una prima cessione alla Serbia per la sconfitta nella guerra balcanica del 1913), fu la causa di anni di guerriglia in Macedonia e di rapporti tesi tra la Jugoslavia e la Bulgaria nel primo dopoguerra.

Per quanto riguarda la Turchia la situazione fu più tragica e complessa. L’impero arabo nasce dalla predicazione di Maometto nella penisola arabica (632, inizio dell’Egira), successivamente esso si espande nell’Africa del nord raggiungendo nel 1500 parte della Spagna e della Sicilia. La seconda ondata di conquiste investe la Mesopotamia e la Turchia, dove gli Arabi instaurano stretti legami con i Bizantini ortodossi, spostando il centro dell’impero dall’Arabia alla Turchia. L’invasione nell’Europa orientale balcanica giunge al culmine con l’assedio di Vienna del 1683, poi inizia un declino (questione d’Oriente) sotto la pressione del mondo russo e tedesco che porterà alla fine dei possedimenti europei nel 1911-13 (guerre balcaniche) e al crollo dell’Impero nel 1918. Durante la Grande Guerra i turchi si schierano con gli Imperi centrali; questa scelta si ebbe perché fino ad allora la rivalità anglo-russa sul controllo degli stretti e sulla questione orientale aveva permesso il mantenimento dell’impero. Ma guerra queste due potenze trovarono un accordo (possibilità per i russi di accedere agli Stretti in modo da poter mantenere un collegamento con gli alleati), perciò i turchi dovettero schierarsi contro di esse per mantenere l’indipendenza.

Il Trattato di Sèvres dell’agosto 1920

Il trattato regolava le sorti dell’ex Impero: esso si basava sul principio di divisione dei territori turchi da quelli arabi, cosicché la nuova Turchia dei “Giovani Turchi” si distacca dal mondo arabo sia politicamente che culturalmente. Il trattato fu preceduto da una serie di accordi tra gli Alleati a partire da quello franco-inglese già nel 1916 (accordi Sykes-Picot), fino ad arrivare alla conferenza di Londra del febbraio 1920 in cui si decise che i Turchi avrebbero conservato Costantinopoli, ai Greci sarebbe andata la Tracia e la regione di Smirne, agli Italiani la regione di Adalia ed ai Francesi.

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

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