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La cornice: tempi, spazi, oggetti

Circoli, conversazione, ritrovi, società o, infine, sempre più frequentemente a mano a mano che ci si inoltra nell’Ottocento, salotti: le oscillazioni semantiche che definiscono nei primi decenni del secolo scorso l’abitudine al ricevimento serale indicano bene i tanti sensi di un’attività che unisce in sé significati differenti, sociali, individuali, antropologici, fino alla definizione destinata a prevalere, quella di salotti, con cui si intendono sia la comunità dei partecipanti sia il luogo fisico dell’incontro, all’interno della casa privata. È dentro casa che si tiene il salotto, intorno ad una signora che intrattiene, e con il fine principale di fare della conversazione. Presente in forma frammentaria nell’Italia del Settecento questo tipo di incontro è diffuso nel corso del secolo successivo in differenti contesti spazio-temporali, almeno fino agli anni Ottanta. L’élite della penisola, borghese o aristocratica, dimostra di scegliere volentieri, per buona parte dell’Ottocento, la pratica mondana del salotto di conversazione come spazio privilegiato d’incontro e di confronto, nell’ambito di una concezione di vita che in buona misura è ancora quella nobiliare. I motivi dell’imitazione da parte di ceti medi e altoborghesi di uno stile di comportamento dai connotati aristocratici sono diversi: primo, l’identificazione in una storia ed in uno status che garantiscono supremazia morale e stabilità, in secondo luogo la necessità di evidenziare nuove barriere di distinzione e diseguaglianza nei confronti dell’esterno.

Il tempo degli impegni non è sentito in contraddizione con il tempo libero, ma si armonizza con esso, ed il secondo costituisce il naturale prolungamento del primo. Melchiorre Gioia nel Nuovo Galateo sintetizza con lucidità questa convivenza, che sarà permanente nel secolo, tra tempo della socialità e tempo del lavoro, e la interpreta da un punto di viste borghese, considerando il tempo dello svago come necessario e funzionale al benessere di una società ed alla sua crescita economica. Se l’illimitata disponibilità di tempo stava alla base della concezione del mondo aristocratica nell’ancien régime, le élite dell’Ottocento, che comprendono in misura maggiore individui legati ad un’attività professionale o politica, non rinunciano ad un uso dilatato del tempo dell’incontro e del divertimento: contemporaneamente si sente la necessità di teorizzarne l’accettabilità e l’economicità all’interno di ritmi sociali che vanno mutando.

Il salotto di conversazione svolge un ruolo molteplice: non solo di intrattenimento e socializzazione, ma anche di educazione ed identificazione per il singolo e per i gruppi di partecipanti. Perché funzioni è necessario che gli aderenti pratichino un linguaggio comune, composto da comuni regole, simbologie, che interagiscono partecipando ai segni di una ritualità condivisa.

Nei salotti il gusto e l’atmosfera dell’arredamento cambiano a seconda delle abitudini, della posizione sociale, della stessa origine geografica di chi riceve: quello che è comune è la funzione dell’ambiente come luogo di élite, destinato ad un pubblico scelto. Raffinatezza e sontuosità non sono obbligatori. L’arredamento svela il gusto e la storia, personali e famigliari, dei padroni di casa, delimitando i confini materiali dell’appartenenza di gruppo. Simbolicamente al centro dello spazio riservato alla conversazione serale, l’album di casa raccoglie la memoria di quanti, amici o visitatori, si fermano a tracciarvi qualche frase o anche una sola firma. L’album è il diario della loro vita sociale.

Il tempo che scorre nelle stanze dei salotti in un’epoca di cambiamenti come l’Ottocento intreccia strettamente vicende quotidiane e personali ai grandi avvenimenti della storia. In ogni caso, la vita media di un salotto è di vent’anni, cosa che permette non solo un radicarsi nel tessuto cittadino, ma anche l’avvicendamento di generazioni diverse nello stesso spazio sociale. Si riceve preferibilmente a sera tarda fino a notte ma non mancano le occasioni di incontro pomeridiano di solito riservate a un numero più ristretto di persone. Ordinariamente si è diffusa l’abitudine di stabilire uno o più giorni della settimana istituzionalizzati, in cui il salotto apre ufficialmente le sue porte.

Le norme dell'accoglienza e dell'apprendistato mondano

Il gruppo che frequenta un salotto di solito esprime una sostanziale compattezza famigliare. L’integrazione al suo interno parte da una rete di contatti cui la famiglia costituisce il centro, in maniera tanto più evidente quanto più forte è l’impronta aristocratica del salotto. Di contro, nei salotti degli anni Cinquanta, più liberi e socialmente misti, la presenza di uno stretto ventaglio di famiglie convive con una mescolanza di individui coinvolti al di fuori dell’identità del nome e dell’ignaggio.

Accanto all’appartenenza famigliare anche l’adesione ad un determinato gruppo intellettuale può funzionare come sicuro mezzo di affiliazione ad un circolo mondano: in entrambi i casi la modalità è simile, e corrisponde a una sorta di iniziazione che vede da un lato il padre accompagnare il figlio e dall’altro il letterato più affermato presentare in società quello più giovane ed inesperto. La presentazione diretta è a volta sostituita dalla lettera di raccomandazione, indispensabile nel bagaglio di quanti debbano inserirsi in una città diversa dalla propria.

Prioritario, comunque, per introdurre un neofita all’interno del salotto è il ruolo della padrona di casa perché è suo compito quello di proteggere l’ultimo arrivato, di sostenerlo e accompagnarlo, di addolcirgli l’impatto difficile con i giudizi dei presenti. Più complicato il discorso relativo all’accoglienza dentro i salotti di orientamenti culturali troppo difformi. Se da un lato la tendenza della conversazione è quella all’eclettismo ed alla convivenza mondana, dall’altro il gusto e le preferenze dei padroni di casa finiscono per fare da filtro alle tendenze politiche. Anche in ambienti più tolleranti il gruppo dei frequentatori si sceglie in conformità con le posizioni di chi gestisce il salotto.

Se insomma non è sostenibile l’idea del salotto come territorio neutro, è vero che la tendenza all’accoglienza ne rimane un requisito di fondo, anche in tempi in cui si ragiona in termini di schieramenti: il che a sua volta non impedisce ai salons di rientrare a loro volta in questi schieramenti a pieno titolo. Il microcosmo salottiero mette in scena le difficoltà ed i problemi della vita funzionando come una sorta di rito iniziatico in cui l’individuo apprende a controllare se stesso, ad osservare i suoi simili, e nello stesso tempo a rielaborare idee ed informazioni secondo un procedimento che non sfugge agli stessi protagonisti. Proprio i diplomatici, grandi frequentatori di salotti, ne apprezzavano la funzione propedeutica alla vita e alle sue convenzioni.

La parola e le sue regole

Anima del salotto e fondamento della sua funzione educativa è la conversazione, intesa da Melchiorre Gioia nel Galateo come principio di civilizzazione e di moralizzazione ma, anche, come strumento attraverso cui il singolo costruisce la propria personalità. Ovviamente affinché la conversazione funzioni ed assolva le proprie potenzialità, ci vogliono regole ed un insieme di persone che finalizzino il loro stare insieme soprattutto al parlare, creando le condizioni di reciproca disponibilità che lo consentano.

Il rispetto delle regole assume un forte significato sociale, diventando paradigmi di rapporti tanto più civili quanto più armonici e basati sulla reciproca accettazione di ruoli diversi e delle diverse funzioni. La chiacchiera vivace e leggera costituisce il lievito anche dei salotti più impegnati. Chi dà prova di possedere esprit, umorismo, vivacità, diventa beniamino dei circoli mondani. Nella conversazione come intrattenimento ruolo di primo piano assume il racconto disimpegnato e divertente di aneddoti, storielle, barzellette; in ogni salon c’è qualcuno specializzato in quest’attività. Questa figura sottolinea la sopravvivenza ad Ottocento inoltrato la convivenza tra il gioco, il disimpegno, il tono effimero e gli argomenti alti. Caratteristica da tenere presente anche per i più impegnati salotti di conversazione.

Del rito mondano, dove non manca la presenza femminile, il linguaggio galante è parte fondamentale. In questo mondo la letteratura d’occasione come gioco è frequente, si trovano soprattutto versi d’amore o d’elogio galante. È uno stile che si esprime anche nelle corrispondenze quotidiane, in quei bigliettini che si lasciano ai domestici di casa per fare un invito o per accettarlo. Due gli esempi importanti, tratti dal contesto milanese del pieno Ottocento: Bigliettino scritto da Giuseppe Verdi, indirizzato a Emilia Morosini; 1. Da Gino Visconti-Venosta a Vittoria Cima.

Se la galanteria è il linguaggio più consono alla vita mondana, in quanto regola la tensione tra i sessi, capita a tratti che nella vita e nelle cronache di un salon prorompa la realtà incontrollabile delle concrete relazioni tra uomini e donne, della loro complessità, degli amori, delle gelosie, dei tradimenti. Allora può succedere che la padrona di casa, nume tutelare del salon, si arroghi il compito di intervenire a mediare situazioni difficili o giudicate sconvenienti. Bisogna rispettare l’armonia del salotto, escludere l’eccentricità e la trasgressività. Ciò che è importante è che si rispetti la convenzionalità, intesa come regola fondamentale della coesistenza e stile di comportamento.

Quello della salonnière, inoltre, è un ruolo molto faticoso, che presuppone doti come autocontrollo, conoscenza degli altri, autorevolezza, tutta la tattica maliziosa, insomma, dell’usage du monde. Chi non sta alla norma, e non rispetta le convenienze del buon convivere mondano, non è tollerato nelle società e rischia l’emarginazione, tanto più se si tratta di una donna. Che il rispetto delle regole del bon ton rischi di appiattire gli individui nell’ipocrisia delle apparenze, privilegiando le belle maniere a scapito della spontaneità, è del resto connaturato ad un modello di relazioni personali costruito sulle convenzioni qual è quello dei salotti.

La parola, nascondendo il pensiero, rischia di diventare puro esercizio verbale, e la socievolezza rischia di girare a vuoto, di non prendere contatto con la realtà, mentre il dialogo tra anime affini si trasforma in inefficace confronto tra maschere. L’uomo reale è sostituito da un individuo astratto. In realtà, se la contraddizione della mondanità (contrasto libertà dell’individuo e la costrizione delle regole) può portare al disagio, la vita vissuta dei salotti sembra non rispecchiare le pagine di un galateo ottocentesco.

Fra le tante spiegazioni dei manuali di etichetta editi nel secolo, quella che sembra più funzionale a chiarirne la relazione con la vita salottiera delle élite è l’interpretarli come una rappresentazione non solo ottimale, ma anche praticabile, che esse fanno di se stesse, riconoscendovisi come modello sociale proposto alle classi subalterne. Vale a dire un invito ad adottare le norme di un codice elaborato espressamente per offrire un canale possibile di integrazione sociale. È questa l’impostazione di fondo del primo Galateo italiano dell’Ottocento, quello di Melchiorre Gioia, edito la prima volta nel 1802. Non a caso la massima produzione di galatei si ha in Italia subito dopo l’unità, quando diventa importante stabilire segni di riconoscimento, quando maggiore è la tendenza alla mobilità sociale. Il prototipo cui sottintendono è quello di una famiglia borghese media a cui proporre un modello, preconfezionato, che unisce distinzione aristocratica e pragmatismo borghese. Ne deriva un appiattimento e banalizzazione delle regole della convivenza mondana per cui sono stigmatizzati i giochi psicologici di società, diffusissimi invece nei salotti d’élite.

Nel salotto delle élite, invece, l’acquisizione delle regole avviene attraverso la pratica mondana, il rapporto personale diretto, la linea di trasmissione famigliare. Nel momento in cui cambia referente sociale, l’istituzione della normativa comportamentale finisce col perdere l’effettivo legame con la situazione socio-ambientale da cui è derivata, diventa pura norma astratta che riduce l’etichetta alla semplice precettistica.

Conclusioni

Il salotto è un modello di ritrovo assimilabile alla corte di antico regime: ne imita la finalità disciplinante dell’etichetta e del galateo, il carattere educativo delle regole, il valore dato alle apparenze, la funzione di identificazione sociale per gli aderenti. Questa tipologia di ritrovo è diffusa largamente in tutta la penisola per buona parte dell’Ottocento, ma tra gli anni Settanta e Ottanta comincia a sfumarsi, trasformandosi in un tipo di incontro e di socializzazione dalle caratteristiche diverse, con il carattere più del ricevimento che del circolo privato. Qui vengono meno il valore educativo e simbolico attribuito alla pratica mondana, il ruolo delle regole come iniziazione a un percorso formativo. Tornando al modello “salotto di conversazione”, si può notare come abbia una duplice natura: da un lato tramanda per decenni un sistema di relazioni, uno stile di vita, persino un atteggiamento psicologico ereditati dall’antico regime; dall’altro non si sottrae ai mutamenti del secolo, contribuendo ad affermarli.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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