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Capitolo primo: la grande tradizione

La storia culturale era già praticata in Germania più di duecento anni fa. Prima di allora c’erano state storie della filosofia, della pittura, della letteratura, della chimica, ecc. A partire dagli ultimi venti anni del Settecento si trovano storie della cultura umana, oppure storie della cultura di particolari aree o nazioni. Nel corso dell’Ottocento il termine cultura venne impiegato sempre più spesso: il poeta e critico Arnold pubblica nel 1869 Cultura e anarchia, mentre l'antropologo Taylor pubblica nel 1871 Cultura primitiva.

Le fasi della storia culturale

La storia culturale può essere divisa in 4 fasi:

  • Classica (1800-1950)
  • “Storia sociale dell'arte”, che ebbe inizio negli anni Trenta
  • Storia della cultura popolare, negli anni Sessanta
  • La “nuova storia culturale”

Storia culturale classica

1800-1950 → storia culturale "classica" → comprende opere come La civiltà del Rinascimento in Italia di Burckhardt e L’autunno del Medioevo di Huizinga: comune a queste opere è l’idea che lo storico debba dipingere il “ritratto di un'epoca”. Questo periodo può essere chiamato classico anche in relazione alla tendenza prevalente tra gli storici culturali, concentrati sulla storia dei classici, alla ricerca di un canone per i capolavori della letteratura, dell’arte, della filosofia, della scienza, ricercando connessioni tra le diverse forme d'arte (caratteristica che li distingueva dagli storici dell’arte o della letteratura).

Tali studiosi leggevano opere specifiche di arte e poesia assumendole come testimonianze esemplari della loro epoca. Non è un caso che la storia culturale si sia sviluppata in Germania, quando quella comunità nazionale aveva un’unità culturale più che politica. Burckhardt, che nel suo lavoro di studioso ha spaziato dalla Grecia antica al Rinascimento italiano, ha riservato uno spazio ridotto alla storia degli eventi, essendo orientato alla rievocazione di una cultura passata con l'obiettivo di individuarne quelli che lui chiamava gli elementi “ricorrenti, costanti, e tipici”.

Nella sua opera più celebre, La civiltà del Rinascimento in Italia, Burckhardt descrisse ciò che lui stesso definiva l’individualismo, l’autoconsapevolezza e la modernità presenti nell’arte, nella letteratura e anche nella politica dell’Italia rinascimentale. In Storia della civiltà greca, segnala il ruolo della competizione nella vita dell’antica Grecia, nella guerra, nella politica, nella musica, così come nelle corse di carri o nei giochi olimpici.

Se il libro precedente si incentrava sullo sviluppo dell’individualità, quest’ultimo mette in risalto la tensione esistente tra ciò che è brama di acquisire fama e la richiesta sociale che gli individui si subordinino all’interesse della città.

Il contributo di Huizinga

Huizinga si interessava invece dall'India antica all'Occidente, dalla Francia del XXII secolo sino alla cultura olandese settecentesca e a quella statunitense dei suoi giorni. Secondo Huizinga, il principale obiettivo dello storico culturale è quello di comporre dei modelli di una cultura, ossia descrivere le idee e i sentimenti che caratterizzano un'epoca e il modo in cui tali idee e sentimenti trovano forma ed espressione nelle opere della letteratura e dell'arte. Lo storico scopre questi modelli di cultura studiando «simboli», «temi», «sentimenti», «forme».

In Autunno del Medio Evo Huizinga mette in pratica ciò che aveva formulato nei suoi saggi e si incentra sullo studio di ideali di vita, come la cavalleria, tratta temi quali il sentimento della decadenza, il ruolo giocato dal simbolismo nell'arte e nel pensiero, e anche i sentimenti, come la paura della morte. L’impostazione con cui Huizinga affronta la storia culturale si potrebbe definire morfologica: si interessava profondamente dello stile di una cultura. Questo progetto di storia culturale non era affatto astratto come può apparire: Autunno del Medio Evo brulica di individualità.

Dalla sociologia alla storia dell’arte

Molti sociologi contribuirono allo studio della storia culturale. Uno tra questi era Max Weber che pubblica L'etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904) che analizzava le radici culturali di quello che definiva "il sistema economico prevalente nell'Europa Occidentale e in America". Il suo obiettivo era quello di spiegare un processo di mutamento economico in termini culturali, mettendo in evidenza il ruolo giocato dall'etica o dal sistema dei valori protestanti nel processo di accumulazione del capitale e nella nascita di un sistema industriale e commerciale di grandi dimensioni.

Un altro sociologo tedesco era Norbert Elias che scrisse Il processo di civilizzazione (1939) basandosi sulla tesi di Sigmund Freud che la preservazione della civiltà impone a ogni individuo dei sacrifici sul piano delle pulsioni sessuali e dell'aggressività. Elias si concentrò sulla storia delle buone maniere a tavola per mostrare il graduale sviluppo nelle corti dell'Europa occidentale, dei meccanismi di autocontrollo o di controllo delle emozioni, riconducendo quelle che definisce le "pressioni sociali verso l'autocontrollo", operanti tra XV e XVIII secolo, a fenomeni coevi come l'accentramento dell'autorità di governo e lo sforzo regio di ammansire e disciplinare i guerrieri. Elias ha sempre affermato di occuparsi di “civiltà” e non di cultura, degli aspetti più superficiali dell'umanità e non delle sue profondità. Il suo è stato un contributo basilare a quella che oggi potrebbe essere definita la «cultura dell’autocontrollo».

Aby Warburg e la scienza della cultura

Aby Warburg era una delle figure più influenti e originali della storia culturale. Egli voleva contribuire allo sviluppo di una “scienza della cultura” che eliminasse la presenza di quella che lui chiamava la “polizia di frontiera” sui confini in cui si incontravano i domini delle diverse discipline accademiche. Nella convinzione che “Dio è nei dettagli”, preferiva scrivere saggi su particolari aspetti della cultura dell’Italia rinascimentale piuttosto che proporsi il grande obiettivo di una sintesi di storia culturale. Era soprattutto interessato alla tradizione classica e alle sue trasformazioni. Nello studio di questa tradizione si concentrò principalmente su schemi percettivi o formule, ossia gesti che esprimevano specifiche emozioni. L'idea degli schemi è risultata alquanto stimolante per gli storici culturali e non solo. Gli psicologi ritenevano che senza schemi, è impossibile percepire o ricordare qualcosa. Karl Popper sosteneva che non era possibile osservare correttamente la natura senza un criterio selettivo che possa permettere all'osservatore di percepire forme ben definite.

È però nell'opera di Gombrich che l'idea di Warburg di servirsi di schemi culturali raggiunge la sua massima realizzazione: con l’opera Arte e illusione assume come tema centrale la relazione tra due polarità che definisce con i termini “verità e stereotipo”, “schema e correzione”. Warburg diventò figura di riferimento per un gruppo di studiosi di Amburgo. Tra questi studiosi c'erano il filosofo Cassirer e gli storici dell'arte Saxl e Panofsky.

Panofsky scrisse un saggio sull'interpretazione delle immagini, indirizzato a cogliere la visione del mondo di una cultura o di un gruppo sociale, “condensata in una singola opera”. Panofsky si concentra anche sulle possibili connessioni esistenti tra domini culturali diversi. Egli prese spunto dall'osservazione che l'architettura gotica e la filosofia scolastica, associata al nome di Tommaso d'Aquino, sorsero nello stesso periodo, tra XII e XIII secolo, e nella stessa zona, l'area parigina. Ebbero quindi uno sviluppo parallelo. Tale connessione voleva dimostrare il trasferimento dalla filosofia all'architettura.

La grande diaspora

A seguito della salita al potere di Hitler, gli studiosi dell’istituto di Warburg dovettero trovare rifugio all’estero. L’istituto stesso, poiché il fondatore era ebreo, venne trasferito a Londra, mentre alcuni studiosi emigrarono negli Stati Uniti. Le conseguenze di questi Paesi sono state notevoli, per i paesi ospitanti come per la storia culturale in genere.

Negli Stati Uniti, come in Gran Bretagna, un certo interesse per il rapporto tra cultura e società si era manifestato prima ancora della grande diaspora. Un primo esempio di storia sociale della cultura venne offerto dai coniugi Beared, che scrissero nel 1927 The Rise of American Civilization, uno studio dei mutamenti culturali letti in chiave socio-economica. Fu però l’arrivo di un gruppo di studiosi in fuga dall’Europa centrale a produrre negli americani e nei britannici una consapevolezza del rapporto esistente tra cultura e società. Nel caso britannico, fu decisivo il ruolo assunto da tre ungheresi: il sociologo Karl Mannheim, il suo amico Arnold Hauser e lo storico dell’arte Frederick Antal.

Mannheim nutriva interesse per la sociologia della conoscenza, che esaminava in prospettiva storica, studiando, ad esempio, la mentalità dei conservatori tedeschi. Antal vedeva la cultura come un'espressione o anche un “riflesso” della società. Ad esempio l'arte della Firenze rinascimentale esprimeva la visione del mondo della borghesia.

Hauser → “Storia sociale dell'arte” (1951) → la cultura era strettamente connessa all'economia, ai mutamenti e ai conflitti sociali. Hauser esamina in quest'opera le lotti di classe in Italia nel Medioevo; il romanticismo come movimento della classe media; il rapporto tra l'epoca del cinema e la crisi del capitalismo.

La scoperta del popolo

L'idea di cultura popolare condivide con “storia culturale” luogo e data di nascita, ossia la Germania di fine '700. In quegli anni gli intellettuali si dedicarono alla scoperta dei prodotti della cultura popolare (canti, racconti, danze, rituali...). → Uno dei primi esempi di studio della cultura popolare fu “Storia sociale del jazz” (1959) di F. Newton (pseudonimo di Eric Hobsbawn) tale opera non si occupava solo di musica, ma anche del pubblico che lo ascoltava, della produzione di musica jazz come attività commerciale e come espressione di protesta sociale e politica. La sua conclusione era che il jazz era che il jazz esemplificava la situazione che si crea quando “una musica di produzione popolare non scompare dal circuito pubblico, ma riesce a sopravvivere nell'ambiente della moderna civiltà urbana”.

Un'altra opera degli anni '60 è quella di E. Thompson “Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra”. Thompson analizzò il peso che i cambiamenti economici e politici avevano avuto sulla formazione della classe operaia e il ruolo svolto in questo processo dalla cultura popolare. Il libro contiene descrizioni dei rituali d’iniziazione praticati dagli artigiani, definisce la funzione delle fiere nella «vita culturale dei poveri», esamina i simbolismi alimentari e l’iconografia delle rivolte. Viene analizzata la poesia dialettale al fine di cogliere quelle che Thompson definisce “le strutture del sentire della classe operaia”. → Thompson esercitò una grande influenza sulle generazioni successive di storici.

Motivi dell'interesse per la storia della cultura popolare

Come spiegare l'emergere dell'interesse per la storia della cultura popolare?

  • Motivo interno: parte da coloro che hanno fatto parte del movimento. Essi vedono la loro azione come una risposta a un deficit delle scuole precedenti, soprattutto riguardo ai limiti di una storia culturale che non si preoccupava della gente comune e a quelli di una storia politica-economica che ignorava la cultura. Costoro tendono anche a vedere se stessi come i protagonisti esclusivi del processo d’innovazione, è raro che riconoscano l’esistenza di tendenze parallele in altri settori della loro disciplina, per non parlare poi delle altre discipline o del mondo esterno agli ambienti accademici;
  • Motivo esterno: ha la tendenza di servirsi di un quadro culturale più ampio, per esempio il fatto che nella Gran Bretagna degli anni '60 la nascita della cultura popolare ha conciso con quella degli “studi culturali”. Il successo internazionale del movimento per gli studi culturali può far pensare che quest’ultimo sia stato soprattutto la risposta a un’esigenza, all’insoddisfazione alimentata dall’eccessiva insistenza delle scuole e delle università sull’alta cultura nella sua forma tradizionale, come pure al bisogno di comprendere le rapide trasformazioni in corso nel mondo delle merci, della pubblicità e della televisione.

Capitolo secondo: problemi di storia culturale

Fonti e metodologia

Uno dei problemi che si pone alla storia culturale è il modo con cui i classici utilizzano le loro fonti. Huizinga ne “L'autunno del Medio Evo” utilizza ripetutamente un ristretto numero di fonti letterarie. Era quindi probabile che con una diversa selezione di autori, il quadro complessivo dell'epoca sarebbe potuto essere diverso.

Burckhardt nella sua opera sulla civiltà greca, ha sostenuto che le conclusioni a cui erano arrivati gli storici culturali possedevano un certo grado di affidabilità. Secondo Burckhardt la storia politica della Grecia antica presentava moltissime incertezze, mentre la storia culturale aveva un certo grado di certezza, in quanto i documenti e le fonti descrivono la realtà dell'epoca senza alcuna intenzione e interesse, quasi in modo involontario. → i testimoni del passato possono dire cose che ignoravano di sapere. Il ragionamento sulle testimonianze risulta quindi “convincente”, anche se in ogni caso, gli storici culturali devono esercitare un controllo critico sulle fonti e chiedersi quali sono le loro finalità.

La metodologia di Huizinga e Burckhardt è stata però accusata di essere impressionistica e aneddotica (→ si prende nota e si ricorda solo ciò che ci interessa sul piano personale e ci si accorda con le convenzioni già acquisite e verità ben note, su cui gli storici non si sono mai fermati a riflettere). È inevitabile che la storia culturale sia destinata a dipendere dalle impressioni?

Un'alternativa a questa metodologia potrebbe essere quella che i francesi chiamano “storia seriale”, ossia l'analisi di una serie di documenti posti in ordine cronologico.

Problemi di soggettività

Un altro problema è quello della soggettività della lettura. Una possibile soluzione è quella che viene denominata “analisi dei contenuti”. → Si sceglie un testo o un corpo di testi e si analizza la frequenza con la quale un tema o più temi tornano in uno stesso testo o in un corpo di testi (es: tema della paura in Tacito). Ma il passaggio dalle parole ai temi non è così facile: uno stesso termine può infatti assumere significati diversi a seconda del contesto in cui è inserito e i temi possono essere modificati dalle associazioni che si stabiliscono tra loro.

La critica dei marxisti

La principale critica dei marxisti contro i classici è che l'impostazione dei classici è priva di ogni contatto con le basi economiche e sociali della cultura. (es: Huizinga ignora le conseguenze economiche della peste nera nella sua trattazione del senso della morte nel tardo Medio Evo). Una seconda critica marxista agli storici culturali classici è contro la tendenza a sovrastimare l'omogeneità di una cultura, ignorando i conflitti sociali. Secondo i marxisti è necessario infatti tracciare delle linee di distinzione esistenti tra le culture delle diverse classi sociali (quelle degli uomini, quelle delle donne, quelle delle diversi classi d’età che coesistono in una società) e definire delle “zone temporali” → Il marxista tedesco sosteneva che: “non tutte le persone vivono nello stesso Adesso. Lo fanno solo esteriormente […] esse si portano dietro un elemento precedente, che fa sentire la sua presenza”. Tale fenomeno minerebbe quindi l'omogeneità della cultura sostenuta dai classici.

I problemi della storiografia marxista

Anche l'impostazione marxista solleva però alcuni problemi. La celebre opera del marxista Edward Thompson, “Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra” fu criticata dagli stessi marxisti, perché accusata di “culturalismo”, ossia si occupava troppo di esperienze vissute e idee, piuttosto che della concreta realtà economica. La reazione dell'autore fu quella di accusare i suoi critici di “economicismo”. Questa opposizione tra economicismo e culturalismo ha prodotto una riflessione sui concetti base del marxismo, ossia le fondamenta socio-economiche e l'aspetto della sovrastruttura culturale. R. Williams definiva troppo rigida la formula “struttura e sovrastruttura” preferendo lo studio delle “relazioni tra gli elementi di un modo di vivere nella sua globalità”.

Williams e Thompson erano attratti dall'idea di “egemonia culturale”, ossia dall’ipotesi che le classi dominanti non esercitavano il loro dominio solo con la forza, ma anche perché le loro idee venivano accolte dalle classi subalterne. Ma che dei marxisti si liberino completamente dei concetti di struttura e sovrastruttura comporta il rischio di perdere la propria identità.

Ma allora come è possibile studiare una cultura nella sua totalità senza doverle per forza attribuire un'omogeneità che di certo non possiede?

  • Dedicandosi allo studio delle tradizioni culturali
  • Considerare la cultura dott
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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