Estratto del documento

Chi erano i cicisbei?

Il cicisbeo era un uomo che nel Settecento aveva il compito, pubblico e dichiarato, di vivere a fianco della moglie di un altro, nel quadro di un triangolo programmato e voluto. Il cicibeismo non si identifica con l’adulterio: è un uso accettato e riconosciuto in modo ufficiale.

Nel mondo dell'illuminismo

Le conversazioni dei cicisbei

La vita sociale dei cicisbei si inserisce in un quadro più generale di civiltà, quello della sociabilità o della conversazione. Fra Sei e Settecento la vita sociale delle nobiltà italiane si modificò nel profondo e in ciò ebbe una parte decisiva la condizione delle donne. La sfera della sociabilità è la sfera dell’incontro tra persone estranee, o almeno non appartenenti allo stesso gruppo parentale, la sfera dei ritrovi e delle feste, delle occasioni mondane, ma anche degli appuntamenti artistici e dei dibattiti culturali e scientifici.

Queste pratiche nuove o rinnovate avevano luogo al di fuori delle mura domestiche: nei teatri, nei palazzi pubblici, nelle accademie di dotti, ecc. Dall’altra parte erano le nobili case private che si convertivano alla socievolezza mondana, aprendo le loro stanze al ricevimento degli ospiti e dando così vita ai salotti, che assunsero un ruolo importante nella società del tempo.

Lo sviluppo della sociabilità si può ricondurre, sul piano politico, al modello d’incivilimento e di disciplinamento nobiliare proposto dalla vita di corte, in special modo da Luigi XIV a Versailles. L’altro carattere saliente della sociabilità fu il suo legame con la nascita dell’opinione pubblica. Le donne sono state al centro di quest’affermazione di una sociabilità ingentilita: intorno a loro maturava il costume della galanteria che era la sigla stessa della nuova cultura dei ceti dirigenti europei: essa caratterizzava le relazioni fra i sessi, dopo l’uscita delle donne dai reclusori domestici, i quali ora potevano incontrarsi facilmente nelle occasioni offerte da una vita sempre più mondana.

Questo è il quadro di riferimento in cui è sviluppata la figura del cicisbeo: una condizione della sociabilità femminile era il cambiamento dell’attitudine degli uomini in materia di gelosia e di controllo sul comportamento sessuale delle donne. Lo sviluppo della sociabilità in Italia si deve a un contributo esterno: il merito si deve per la maggior parte ai Francesi. Dopo l’epoca rinascimentale e opere quali il "Cortegiano" di Castiglione o il "Galateo" di Giovanni Della Casa, la Controriforma non aveva lasciato molto spazio alla mondanità galante.

Grazie al modello francese, si avvia anche in Italia la pratica della conversazione, nome utilizzato a indicare tutte le pratiche d’incontro e di mondanità descritte sotto il nome di sociabilità. Due modelli ci danno la misura del suo influsso in Italia:

  • Mondo letterario: La conversazione caratterizzò un’istituzione di grande importanza nel rinnovamento della cultura italiana, l’accademia dell’Arcadia;
  • Massoneria: La conversazione fra i due sessi sfiora anche una realtà tipica della sociabilità settecentesca come la Massoneria.

La conversazione diventò la sigla della vita di relazione del Settecento. Abbiamo due testimonianze che ci confermano l’importanza della conversazione in questo periodo:

  1. Poesia pubblicata nel 1783 da Luigi Vannucci. Illuminante sul modo in cui, nel contesto acquisito della civiltà della conversazione come frutto dell’incivilimento dei costumi, si poteva descrivere intorno a una coppia di sposi il nuovo profilo della modestia femminile nel matrimonio.
  2. 1778, Genova: la nobile Maria Brignole chiede di ottenere il divortium, la separazione, adducendo come motivo l’impotenza del marito. Il marito si sottrae facendo testimoniare i valletti dell’inadempienza della moglie dei suoi doveri. Quali sono dunque i doveri di una moglie? Ne esce un’immagine particolare: la buona moglie è colei che va a spasso, che si immerge nella mondanità. Maria appare in questo quadro inusitata perché passa troppo tempo in Chiesa!

È in questo ambito di “normalità della conversazione” che si situa il consolidamento del cicisbeismo.

Cicisbei e affini

Impossibile fissare la data della nascita del cicisbeismo. Si possono però prendere diversi punti di riferimento:

  • 1675, De Luca parla di galanteria, usa lo spagnolismo galano, ma non dà segno di conoscere una dimensione di corteggiamento al di fuori del matrimonio, qual è il cicisbeismo.
  • 1687, il francese Guilloré scrive un’opera tradotta da Maggi, il quale introduce anche capitoli nuovi, tra cui "Intorno al galanteo". Maggi descrive il galanteo come un corteggiamento al di fuori del matrimonio. Maggi descrive un fenomeno non ancora cristallizzato in un costume stabile, testimoniato anche dal suo ricorso alla parola galanteo, uno spagnolismo attestato in italiano già dal Cinquecento: come se il semplice “corteggiamento” non esprimesse a dovere quel nuovo fenomeno.
  • 1710, il vocabolo cicisbeo è entrato nel lessico italiano, si attesta grazie al suo uso da parte di vari letterati. I dizionari moderni sono unanimi nello spiegare il cicisbeo come una formazione onomatopeica, suggerita dal chiacchiericcio, dal bisbiglio delle paroline dolci nell’orecchio della dama. La parola cicisbeo si attesta quindi in questo periodo, mentre la figura del cicisbeo si può dire che sia comparsa addirittura alla fine del Seicento.

L’indiscusso influsso francese rimanda a una figura, quella del petit-maitre. Si tratta del giovane nobile mondano, elegante, ozioso, libertino in amore e incline alle nuove mode ideologiche. Si trova la traccia di un influsso della figura del petit-maitre in Italia: la figura del damerino francese è stata caricata di una responsabilità maggiore e puntuale, di un vero e proprio ruolo esemplare nei confronti del cicisbeo, tesi confermata anche da Andrea Doria, un nobile d’origine genovese.

Un’altra tesi dell’origine francese dei cicisbei viene da Martinelli, un letterato toscano che scrisse l’Istoria dei Cicisbei: la sua tesi si basava sul fatto che i francesi, interrompendo l’assedio di Torino nel 1710, erano andati a passare il carnevale a Genova, per corteggiarvi le dame con il consenso più o meno obbligato dei mariti. Da Genova poi il costume si era diffuso in tutta la penisola.

Nonostante queste tesi, si può affermare con certezza che il petit-maitre non è un cavalier servente, ne ha sicuramente alcuni tratti, ma gli manca quello fondante: la fissazione del legame con la dama in un ruolo ben definito. Proprio in Francia pare impossibile trovare una figura davvero corrispondente alla nostra. La libertà a tutto campo perseguita con coerenza dalla sperimentazione erotica francese ha richiesto una totale assenza di limiti e dunque rifiutato l’elemento istituzionale di regolamentazione inseparabile dall’esercizio del cicisbeismo.

In quest’ottica più istituzionale, una figura che meglio del petit-maitre aiuta a ricostruire sul piano delle concrete abitudini di vita l’origine e la funzione specifica del cavalier servente è quella del bracciere. Il bracciere era il domestico che accompagnava la dama nelle sue uscite fuori casa, porgendole il braccio per salire in carrozza o scenderne. Era un servo salariato. Braccieri e cicisbei avevano qualche tratto in comune: i primi non vennero sostituiti dai secondi ma liquidati solo successivamente alla Rivoluzione, bisogna riconoscere che i cicisbei ne ereditarono il ruolo.

L’area comune fra le rispettive competenze era quella della compagnia alla dama quando andava in pubblico senza il marito. Ci si avvicina a una prima causa dell’origine del cicisbeismo: una dama non poteva andare in giro da sola, né prima né dopo l’affermazione della sociabilità illuminata, ma quest’ultima aveva moltiplicato le occasioni della mondanità femminile, e aveva imposto un livello elevato di raffinamento culturale e gentilezza di modi: i braccieri da soli non erano più adeguati al bisogno.

Controllo o libertà?

Come si poteva concretizzare il compromesso fra controllo e libertà? I viaggiatori francesi consideravano il cicisbeo un intralcio: spesso il cicisbeo era un soffocante guardiano per la dama, più ingombrante del marito, col rischio di trasformarsi nel compagno di una spenta routine. Altre volte invece, l’equilibrio tra controllo e libertà si sbilanciava in favore di quest’ultima, solo così si spiega l’avversione riservata al cicisbeismo da un vasto fronte che comprendeva tutti i nemici dei Lumi. Il caso più significativo è quello di Pietro Verri, il capo del gruppo illuministico di Milano, nonché cicisbeo.

Avversari inoffensivi

Non c’era ostilità solo da parte di ottusi e timorosi conservatori (esempio di Parini). Di fronte alla novità emergente tra la fine del Seicento e l’inizio del secolo successivo, tutti esprimevano un giudizio negativo e preoccupato sul nuovo fenomeno, in quanto dannoso per l’onestà e l’obbedienza delle donne, per la sicurezza delle famiglie e per l’ordine sociale. All’origine della critica tradizionalistica verso le libertà femminili e quindi verso il cicisbeismo c’era un punto di riferimento positivo e molto serio, cioè il modello controriformistico della “donna forte” della Bibbia, illustrato da Bellati nel "Ritratto della donna forte de’ Proverbi".

Qui la donna viene descritta pudica e ritirata, il cui lavoro era di gestire l’economia domestica. Bellati espone in argomento ciò che era già stato presentato sotto forma di commedia da Fagiuoli nel "Cicisbeo sconsolato", dove sottolinea il dispendio di soldi causato dalla sociabilità. In effetti, la sociabilità delle conversazioni galanti introduceva nello stile di vita nelle nobiltà italiane un cambiamento rilevante anche sul piano materiale, quello dei consumi alimentari e anche della moda e del comfort degli ambienti.

Questo modello di donna biblica risultò perdente nella realtà della vita delle nobiltà italiane nel Settecento. Esiste una fonte letteraria che offre un chiaro, ampio e articolato riflesso della sconfitta della posizione conservatrice: l’opera di Goldoni. Goldoni dimostra di non apprezzare i cicisbei e indica chiaramente le cause della loro esistenza nelle contraddizioni di una società che restringe troppo i margini di libertà di scelta dei giovani e delle donne: un rilievo che non è neutrale nei confronti dei conservatori nostalgici dell’ordine antico. È decisiva a tal proposito la descrizione dell’atteggiamento degli uomini maturi o anziani, autorevoli, rispetto alla conversazione.

Si riconoscono due tipologie: la prima è quella del vecchio conservatore nemico dell’intreccio fra lusso e lussuria, generalmente raffigurato in chiave positiva. Accorre sempre in aiuto di una famiglia a lui legata che, coinvolta nel cicisbeismo, ha dissipato i suoi beni. Nella seconda fase l’immagine del conservatore cambia: il mercante economo non appare più nemmeno un cittadino borghese, perché Goldoni ne evidenzia i tratti di limitatezza e di villica rusticità.

Il nuovo clima culturale testimoniato da Goldoni è quello che permette di capire il sostanziale insuccesso della campagna anticicisbeale, convergente con quella dei capifamiglia nostalgici ma anche molto più autorevole, orchestrata dalla Chiesa cattolica. Si deve però ammettere che la diffusione del costume del cicisbeismo per oltre un secolo introduce il piegamento della Chiesa ai progressi della galanteria.

Nella società del Settecento

Celibato e cicisbeismo

Il grande fenomeno culturale di affermazione della sociabilità coinvolgeva ampiamente il clero italiano, buona parte del quale cercava di sfuggire agli aspetti più rigidi della disciplina della Controriforma. Come non si riusciva a impedire al clero di seguire la moda anche a costo di smarrire ogni segno e ogni senso di distinzione del proprio stato da quello laicale (es: era proibito indossare parrucche perché avrebbero coperto la tosatura, che corrispondeva alla rinuncia), così non si arrivava ad escluderlo dall’aperta pratica della conversazione con le dame e del loro servizio.

La capitale del cicisbeismo ecclesiastico dev’essere stata, per ragioni evidenti, Roma. La galanteria di molti alti prelati e cardinali e alcune precise relazioni di questo o quello con l’una o l’altra donna erano famose in tutta Italia; in molti casi tale galanteria esplicita deve aver preso la forma del servizio cicisbeale.

La presenza degli ecclesiastici nelle pratiche alla luce del sole della galanteria extraconiugale settecentesca è un fatto della massima rilevanza. Da una parte, può aiutare a capire le incertezze e le contraddizioni della Chiesa nella sua inconcludente battaglia per evitare lo stabilimento del cicisbeismo, dall’altra mostra con forza la centralità della questione, che va ora affrontata, dello stato civile dei serventi. Distinto dai laici sotto il profilo istituzionale, il chierico era sociologicamente, assimilabile a molti di loro nella sua condizione di celibe, un dato la cui incidenza nel cicisbeismo non può essere sottovalutata.

Per Ugo Foscolo, qui stava la chiave di volta di tutta la questione. Durante il suo esilio inglese, nel 1826, Foscolo scrisse “The women of Italy” che è un nesso tra influenza della Chiesa di Roma, celibato del clero cattolico, pratiche matrimoniali della nobiltà e diffusione dei cavalier serventi. Il celibato del clero, era secondo lui “la radice dell’intero esecrabile sistema con tutte le sue velenose ramificazioni”.

Esso corrispondeva a una strategia patrimoniale delle famiglie nobili le quali, per non disperdere i loro beni, tendevano ad evitarne il frazionamento riducendo il numero dei matrimoni delle figlie e dei figli: una strategia che produceva monacazioni femminili senza vocazione e schiere di maschi celibi predisposti al libertinaggio. Infatti i giovani scapoli, pronti ad ottenere in qualità di semplici abati qualche rendita ecclesiastica senza l’impegno di un ufficio da svolgere, vegetavano in un ozio favorevole alla lussuria; e il loro cattivo esempio non poteva che estendersi a corrompere i loro fratelli laici.

Nel corso del Seicento i ranghi del clero italiano si gonfiarono in misura abnorme, per cominciare ad assottigliarsi solo dai primi decenni del secolo successivo. Quest’abbondanza di ecclesiastici era dovuta al ricorso alla rendita di benefici come risorsa utile per la gestione economica delle famiglie; tanto più che nell’insieme del clero erano proporzionalmente molto sovrarappresentate, e lo rimasero fino all’Ottocento inoltrato, le nobiltà cittadine.

A questo punto occorrerebbero delle statistiche per mettere in rapporto la diffusione del cicisbeismo nelle varie città con i rispettivi tassi di celibato nobiliare. Ma, purtroppo, le sole valutazioni quantitative di cui disponiamo sono quelle dei viaggiatori, soggettive e spesso in contraddizione. L’unica vera statistica è stata fatta a posteriori, per gioco, da Silvio Pellico, in una noterella sul matrimonio in Italia pubblicata nel 1818.

In generale, comunque, il periodo d’incubazione del cicisbeismo, cioè la fine del Seicento, corrisponde a quello di massima estensione del celibato nobiliare; dunque l’uso dei cavalier serventi non av...

Anteprima
Vedrai una selezione di 4 pagine su 11
Riassunto esame Storia culturale dell'età moderna, prof. Levati, libro consigliato Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia, Bizzocchi Pag. 1 Riassunto esame Storia culturale dell'età moderna, prof. Levati, libro consigliato Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia, Bizzocchi Pag. 2
Anteprima di 4 pagg. su 11.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia culturale dell'età moderna, prof. Levati, libro consigliato Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia, Bizzocchi Pag. 6
Anteprima di 4 pagg. su 11.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia culturale dell'età moderna, prof. Levati, libro consigliato Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia, Bizzocchi Pag. 11
1 su 11
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.degiovanni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia culturale dell'età moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Levati Stefano.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community