L'alba della fotografia
La rappresentazione di un istante
Perché il fotografo sceglie determinate inquadrature?
- Esigenza di documentare, congelare un istante irripetibile rendendolo permanente e accessibile. Ciò consente un uso privato della fotografia come supporto alla memoria.
- Fornire una propria visione, un'interpretazione soggettiva dei temi rappresentati. In questo caso viene prodotto un discorso che richiede interlocutori, perciò si presta principalmente a diventare pubblica e quindi medium.
In entrambi i casi le scelte dipendono dall’operatore. Nella forma analogica la cattura avviene tramite la camera oscura, dotata di un foro con lente (obiettivo) da cui penetra la luce che si riflette capovolta sul lato opposto. La fissazione avviene tramite materiali ricoperti da materiale fotosensibile. Le proprietà di alcuni materiali sensibili alla luce erano note già agli alchimisti del Medioevo, ma il primo rapporto scientifico sui composti di argento avviene nel 1694 dal tedesco Wilhelm Homberg a Parigi. La fotografia mette insieme due filoni di conoscenze (ottico-meccanico e chimico) noti da parecchio tempo. Lo fa nel periodo che va dal 1816 al 1839 e poi al 1841.
Perché nasce la fotografia?
Se c’erano le premesse tecnico-scientifiche della fotografia già da tempo, perché proprio nell’800? Probabilmente questa nascita è dovuta alla sua posizione a cavallo tra la sfera pubblica e quella privata.
Nella sfera privata la pratica del ritratto è accessibile anche alle classi medie e si aggiungono i ritratti semplificati a quelli ad olio. Queste cose divengono connotazioni di status sociale. Dalla fine del '700 crescono le esigenze di rappresentazione. Gradualmente le forme di spettacolo urbano si avvicinano verso le abitazioni. Alla fine del '700 nasce la litografia seguita dall’oleografia che permette la stampa a colori. Alla litografia si interessò molto Niepce.
Il linguaggio delle immagini è comprensibile ovunque a tutti, senza barriere linguistiche o problemi di analfabetismo, allora molto diffuso. Nasce una società di massa con la rivoluzione industriale dove si afferma una comunicazione a distanza. Viene a modificarsi il rapporto tra esperienza di vita e ciò che viene raccontato da fonti esterne, a vantaggio di ciò che è indiretto o tecnicamente riprodotto, simbolico. Le immagini dei luoghi si intrecciano col turismo.
Si diffondono dispositivi per la riproduzione meccanica del suono e dell’immagine uscendo dal circuito oralità-scrittura. Per quelli sonori c’è il disco fonografico; per l’immagine la fotografia e poi il cinema. Successivamente sarà la volta della radio e della TV, che su onde hertziane, consentono di trasmettere suoni e immagini simultaneamente agli eventi.
La fotografia è un medium in mezzo ad altri media e con essi condivide la collocazione liminare tra pubblico e privato e l’essere un crocevia tra pratiche sociali diverse. Un tratto in più è la semplicità d’uso e il costo basso che non limiteranno il campo ai soli professionisti.
Primi esperimenti
Nel 1816 Niepce fa i suoi esperimenti sulla riproduzione delle immagini. Il problema che si presenta è il fissaggio. Per realizzare i suoi point de vue, cioè le fotografie, espone la camera oscura a diverse ore di posa. La sua situazione finanziaria, a causa degli esperimenti, è difficile, perciò nel 1829 accetta un accordo con Daguerre. Egli ha già inaugurato nel 1822 il diorama. Niepce è interessato alle modalità tecniche di riproduzione dell’immagine, Daguerre al miglioramento del suo diorama. Niepce muore nel 1833 e gli succede Isidore, suo figlio. Daguerre dopo un'intuizione nel 1838 inventa il dagherrotipo (daguerrotype). Questa non è altro che una placca di metallo ricoperta da un sottile strato d’argento puro, cosparsa di iodio. Deve essere usata entro un’ora dalla preparazione in una camera oscura. Il risultato, dopo l’immersione, successiva all’esposizione, nel mercurio, è un positivo non riproducibile. Poiché Daguerre non stava messo bene economicamente decise di coinvolgere il politico Arago, anche scienziato. Ottiene così anche l’appoggio del ministro degli interni Duchâtel, così la fotografia diviene un vero e proprio affare di stato (1839). L’8 marzo un incendio brucia il diorama e Daguerre richiede una pensione in cambio della tecnologia del dagherrotipo (di cui Daguerre aveva registrato precedentemente il brevetto a Londra).
Il dagherrotipo
L’acquisto dei diritti sul dagherrotipo dello stato francese rende il procedimento di libera diffusione e internazionale. Daguerre scrive anche un breve manuale. Ci sono pittori che decidono di passare alla fotografia. Anche gli artigiani fanno lo stesso come Lorenzo Suscipj. Accanto ai professionisti troviamo gli amateurs, i maggiori acquirenti di macchinari, allettati dalla relativa facilità d’uso della macchina, ma soprattutto perché questa era uno status symbol. Il dagherrotipo è più dettagliato e realistico della pittura e le cornici che lo circondano sono una necessità non solo un richiamo all’arte figurativa conosciuta. L’immagine è capovolta. I lunghi tempi di posa non permettono riprese in movimento. Alcuni pittori negano alla fotografia una valenza artistica, altri la usano come supporto. Il genere che utilizzerà di più il dagherrotipo sarà il ritratto. Fatto per lasciare una traccia di sé ed esorcizzare la morte e si premeva perché si accorciassero i tempi di posa. Nascono quindi studi e atelier. Anche celebrità e le persone comuni lo usavano.
Negativo e positivo
La via inglese
L'età dell'oro del dagherrotipo dura tra i 10 e i 20 anni, finirà a causa della necessità della riproducibilità. Tale necessità verrà soddisfatta da Henry Fox Talbot che permetterà di riprodurre più copie. Talbot è un gentiluomo inglese appassionato di arte e anche deputato riformista. Prepara delle carte sensibili con una soluzione di nitrato d'argento, usa la camera oscura o per “contatto”. Sviluppa la carta impressionata con ioduro di potassio e sale da cucina e il risultato era il negativo. Per ottenere il positivo si doveva sovrapporre il negativo ad un secondo foglio di carta sensibile e invertire i colori. In questo modo si possono ottenere un numero elevato di copie.
C'è una guerra di date per l'invenzione della fotografia e un vantaggio commerciale. Gli esperimenti di Talbot sono precedenti al dagherrotipo (1839) ma a lui manca lo spirito e l'astuzia di Daguerre. Talbot infatti non riceve dallo stato lo stesso aiuto di Daguerre, ma continua a sperimentare. Grazie a lui possiamo conoscere l'immagine latente. Questo è il principio dello sviluppo fotografico che taglia i tempi di posa. Al prodotto finale il nome che Talbot gli dà è calotipo dal greco kalós, bello, attingendo alla cultura classica. Il brevetto è del 1841.
Egli apre uno studio fotografico nel 1843 e pubblica a puntate una collezione fotografica: The Pencil of Nature. La carta fotografica si presta di più all'editoria del dagherrotipo. L'effetto delle foto è più simile a quello pittorico, per la definizione inferiore al dagherrotipo.
David Hill, pittore scozzese, decise di dipingere un quadro commemorativo di un'assemblea di scissione dalla chiesa presbiteriana (1843). Si associa al fotografo Robert Adamson e insieme fanno più di 1500 calotipi. Adamson muore giovanissimo e Hill impiegherà 23 anni per finire la sua opera (ancora ad Edimburgo) e le foto dei due rappresentano la prima collezione di ritratti fotografici della storia. Il calotipo ebbe una diffusione minore, primo per la definizione, poi perché era coperto da brevetto, mentre invece il dagherrotipo era diffuso gratuitamente (tranne in Inghilterra perché Daguerre lo aveva registrato prima della pensione per cautelarsi).
La fotografia si diffonde
Il negativo di Talbot viene migliorato da Bayard, inventore penalizzato dal successo di Daguerre. Nel 1851 viene inventato il procedimento a collodio umido che viene applicato su lastre di vetro per il negativo e si usa l'albumina per lo sviluppo positivo su carta. Col collodio si avranno immagini di qualità con un'esposizione sotto il secondo. Esso permette anche di ottenere subito un positivo, ma di minor qualità: l'ambrotipo. Il collodio secco poi è più pratico ma allunga i tempi di posa. La fotocopia ha un assestamento tecnologico accompagna una diffusione sociale e graduali miglioramenti. Nel 1859 Nadar fa la prima foto dall'alto da un pallone aerostatico. Nel 1861 foto alle fogne con pile e manichini. Nel '65 foto sottomarine e agli astri combinando la macchina col telescopio. Nel '70 col microscopio. Nel '95 Routgen scopre i raggi X e permetterà la pratica medica della radiografia. Tutto ciò associa la fotografia alla scienza e permette inoltre di scoprire e allargare la percezione umana oltre soglie prima invalicabili.
La moda del ritratto
Nell'800 la maggior parte delle foto è composta da ritratti. Disderì, un fotografo parigino con passato di studi pittorici, aprì il suo atelier nel 1854 e brevettò la carte de visite. È il primo formato standard dell'immagine fotografica. Il soggetto è di solito in piedi, le foto sono incollate ad un cartoncino rigido con sotto e dietro il nome del fotografo e relative informazioni, necessari per una competizione commerciale. Gli elementi destinati ad orientare la ricezione e il consumo del testo di un oggetto comunicativo è chiamato paratesto. La carte de visite è un oggetto seriale della società di massa, poiché costa poco e permette a tutti di crearsi dei biglietti da visita, un'identità visiva. Il soggetto, con direzioni del fotografo, si mette in posa, per assumere un'identità, somigliare ad un modello, con una scenografia. Disderì è il fotografo ufficiale del regime, tanto che l'imperatore Napoleone III mentre nel '59 si recava in Italia per la nostra seconda guerra d'indipendenza si fermò davanti al suo studio per farsi fotografare in divisa.
Fotografia e intellettuali
A Parigi il più rappresentativo del ritratto fotografico è Nadar, agli antipodi della personalità di Disderì. Nadar proviene dal giornalismo, intellettuale con una forte venatura critica. Nel 1853 progetta una litografia con artisti e politici parigini. Nel 1854 avvia il fratello allo studio della fotografia aprendo uno studio fotografico. Si interrompono i rapporti tra i due e nel 1860 si trasferisce in uno studio non lontano da dove verrà fatta la prima proiezione dei Lumiere (1895); tanto che l'insegna sopra il suo studio è fatta dal padre dei due fratelli. Nadar incontra e fotografa un sacco di personalità intellettuali o politiche, non imita i pittori e non si “traveste” da artista anche se firma le sue foto. È il primo che interpreta la sua ispirazione per il ritratto come una funzione intellettuale e una civile. Il suo studio luminoso in vetro e ferro nel 1874 ospiterà la prima mostra impressionista. Prima di fare un ritratto parla col soggetto e scatta quando trova la posa che più lo rappresenta. Ritrae solamente la parte superiore dei soggetti. Nel 1871 utilizza i palloni aerostatici, piccioni viaggiatori e foto aeree per osservare le linee nemiche e inviare i messaggi per una Parigi assediata. In Gran Bretagna i ritratti sono meno definiti, più evocativi che precisi. Julia Cameron tra il 1864 e il 1875 ritrae amici, parenti e intellettuali nella sua tenuta. I suoi ritratti sono concentrati sul volto della persona e si parla di “pittoralismo”. In Gran Bretagna la fotografia è più “pittorica” perché non c'era l'indipendenza dai modelli classici come in Francia. Negli Stati Uniti la fotografia ha un grandissimo sviluppo dovuto alla giovane età del paese, senza tradizioni né passato, ama tutto ciò che è meccanico e ha una grande esigenza di identità. Brady ne è un esempio: usa prima il dagherrotipo e poi passa al collodio; il suo studio è tappezzato di immagini di Nadar e di Disderì; fotografa Lincoln e grazie al loro rapporto documenta fotograficamente la guerra civile americana. Il ritratto conferma la sua funzione di raccordo tra pubblico e privato, poiché può essere usato come documentario di personaggi importanti ma anche per le famiglie e i cari.
La fotografia come testimonianza
La fotografia ha un valore testimoniale perché, al contrario della pittura, il soggetto ha realmente assistito a quel reale fatto. Il primo reportage è del fotografo-avvocato Fenton della guerra di Crimea (1855). Egli andò lì per alleggerire le corrispondenze di un altro inviato del Times, Russell, quando poi le foto saranno ben più drammatiche. Non ci sono scene di combattimenti, ma rovine e militari in bella posa. Le foto saranno trasformate in litografie per i giornali. Brady e i suoi collaboratori documentarono la guerra civile americana. Le foto scattate mostrano tutta la violenza con cadaveri, morti e distruzioni materiali. Furono scattate molte foto che suscitarono lo sdegno per la malvagità dei sudisti. Alla fine della guerra si pensò a chi e come punire i responsabili. Succederà la stessa cosa con l'arrivo degli Alleati nei lager nazisti. Brady creò con le foto un'opera: The Photographic History of the Civil War, ma non fu un successo. Man mano Brady passò di moda ed andò in rovina. La fotografia con l'alternarsi tra vette di popolarità e rapido declino può considerarsi la prima professione della società dello spettacolo.
Arte e fotografia, un rapporto controverso
L'immagine artificiale
Nella seconda metà dell'Ottocento la fotografia diviene un'attività socialmente riconosciuta e si impone come una delle forme principali della rappresentazione, entrando in dialettica con la pittura e successivamente con la scrittura. L'artista che realizza un'immagine artificiale ritiene che quella che lui produce sia significativa ed importante, ed è consapevole che non si può rappresentare l'interezza della natura, quindi sceglie cosa rappresentare. Sin dall'antichità si è imparato non solo a produrre immagini artificiali ma anche a metterle in posa per aumentare la loro efficacia rappresentativa. Quando l'immagine artificiale è stata prodotta, il momento che essa rappresenta viene sottratto dall'oblio e aperto alla possibilità di ricordarlo. L'immagine aiuta a vedere ciò che non è visibile perché è passato, è lontano, non è mai esistito, esiste ma non appare.
Icone e idoli
L'immagine ha uno speciale rapporto con il divino perché può rappresentarlo e l'icona può a quel punto diventare un idolo. Le religioni politeiste ne fanno un largo uso. Mentre la Bibbia proibisce la rappresentazione per immagini appunto per evitare idoli. Le immagini sono ritenute capaci di dominare le coscienze e quindi da evitare come un rischio. In oriente, dopo una vera “guerra delle icone” nell'Impero Bizantino, l'immagine di Dio è ammessa, perché la potenza del modello è talmente forte che la personalità dell'artista esecutore passa in secondo piano. Così l'immagine artificiale diviene un'immagine automatica e l'Oriente comincia a produrre icone, ritratti frontali statici della divinità. Il secondo concilio di Nicea (787 d.C) sancisce definitivamente questi concetti ammettendo l'esposizione e il culto delle icone. In occidente San Gregorio Magno dà all'immagine una funzione didattica, persuasiva e narrativa: narrare il Vangelo e la vita dei santi in modo più comprensibile.
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