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Storia della fotografia

Sulla via della scoperta (prima del 1839)

I progressi dell’agricoltura, dei trasporti e dell’industria determinano la rivoluzione industriale, creando il bisogno di un rinnovamento integrale dei modi di comunicazione e di informazione. C'è necessità di una tecnica di rappresentazione del reale.

Nel 1800 si tenta di conciliare l’arte e l’industria. La camera oscura, inizialmente concepita per fini scientifici, viene poi adottata nelle arti del disegno. Si tratta di uno strumento reso celebre durante il Rinascimento. Gerolamo Cardano propone di montare sull’orifizio una lente che rende più nitida l’immagine. Diventa portatile nel 1600 (fino ad allora era una vera e propria stanza).

I matematici già conoscono le proprietà fisiche della luce e la camera oscura esisteva già, ma mancava ancora la scoperta dell’azione della luce su certe sostanze (scoperta dei chimici). Inizialmente l’annerimento dei sali d’argento era attribuito all’aria/calore del sole e non alla luce. Le conoscenze intorno alla luce rimangono per molto ad appannaggio dei soli studiosi, solo dopo diventano di pubblico dominio. È quando queste nozioni incontrano il bisogno di riprodurre il reale che nasce la fotografia.

In Occidente, fin dal 1800, l’arte cerca la somiglianza. Il Rinascimento e il mondo classico avevano invece proposto una riproduzione della natura che fosse oggetto di interpretazione. Nell’800 si arriva all’idea di immagine come prodotto di una registrazione. Gli artisti, già prima dell’800, si sono serviti di mezzi estranei alla pittura per rappresentare spazio e volumi su una superficie piana: nel Rinascimento si usa la camera oscura come “occhio artificiale” che supporta il disegno. Ci sono anche altre macchine di supporto al disegno: camera chiara (permette di tracciare in piena luce il contorno e i particolari di un soggetto osservandolo attraverso un visore).

Nel 1700 si era affermata anche la tecnica della silhouette e si inventa anche il physionotrace (inventato da Chretien, una macchina per disegnare profili con cui una sola seduta assicura 12 copie a incisione del ritratto). Nel 1646 viene inventata anche la lanterna magica.

La società del 1700 non era pronta all’invenzione della fotografia: mancavano ancora l’ascesa della borghesia e il progresso delle scienze affinché si acuisse il desiderio di rappresentazione del reale. È la borghesia infatti a sostenere che il valore della rappresentazione sta tutto nel realismo, e il progresso scientifico esige un modo di rappresentazione che permetta di ricondurre tutto al misurabile, mentre il disegnatore trasforma involontariamente la realtà.

Il fallimento di Wedgood (Inghilterra meno interessata a trovare nella fotografia un’utilità per le arti, al contrario della Francia) è un esempio di come un’invenzione non si affermi se l’ambiente non è propizio. Florence, nel 1824 arrivato in Brasile, scopre la fotografia dopo Niepce, ma prima di Talbot.

Niepce, nel 1816, ottiene varie riproduzioni dal vero che lui chiama “punti di vista”, utilizzando la camera oscura. I primi successi sono copie per contatto di incisioni e punti di vista realizzati con camera oscura (1822). Nel 1825 incontra l’ottico Chevalier, Lemaitre (incisore) e Daguerre (pittore); Niepce propone le sue ricerche alla Royal Society inglese ma non ottiene le reazioni sperate. Nel 1829 nasce la società fra Niepce e Daguerre. Nei suoi studi sull’eliografia, Niepce sfiora un’invenzione che verrà poi attribuita a Talbot: trasformare un’immagine negativa in un gran numero di copie positive senza distruggere il supporto.

Storia di Talbot: è socio della Royal Society che premia le sue ricerche. Tra il 1834 e il 1836 ottiene impronte di oggetti (disegni fotogenici) su carta sensibilizzata con i sali d’argento e con delle piccole camere oscure (da lui chiamate “trappole per topi”) registra alcune vedute e fissa il prodotto ottenuto in una soluzione di sale da cucina. La calotipia è il primo modo per ottenere un’immagine positiva partendo da una negativa, sia lui che Niepce sono inventori della fotografia.

I primi passi della nuova immagine (1839-1850)

Daguerre era un pittore che usava la camera oscura e desiderava fissarne l’immagine. Dumas (chimico) gli rivela nel 1835 l’esistenza dell’immagine latente mediante esposizione della lastra ai vapori di mercurio, accorciando i tempi di esposizione. Gli dice anche come fissare l’immagine immergendo la lastra in una soluzione al cloruro di sodio. Argo (scienziato e segretario a vita dell’Accademia delle scienze) si interessa agli studi di Daguerre e incrementa la diffusione del dagherrotipo (1839). Subito si attiva Talbot, inglese, a rivendicare all’Accademia delle scienze francese la priorità delle sue ricerche e presenta alla Royal Society vari disegni fotogenici.

Nel 1839 Hershel (astronomo inglese) esegue la sua prima fotografia e usa l’iposolfito di sodio per fissare l’immagine, e nei suoi scritti alla Royal Society usa per la prima volta il termine fotografia.

La dagherrotipia non è né semplice né perfetta: la ripresa è invertita (speculare) ed è nitida solo se il soggetto sta in posa dai 3 ai 30 minuti. Dà un’immagine positiva diretta e unica, e il minimo sfregiamento danneggia la lastra (lo strato impressionato è sottilissimo). L’attrezzatura pesa 50 kg e le operazioni devono essere eseguite sul posto. Con il tempo le lastre vengono rese più sensibili, la lastra riceve più luce e quindi si riesce a ottenere un’immagine non invertita, il peso viene ridotto.

  • Nel 1843 il tempo di esposizione va da un secondo a 2 minuti a seconda della luminosità del cielo e del formato del dagherrotipo.
  • Si fanno sempre più ritratti, il successo commerciale rimane, ma non è possibile la moltiplicazione delle copie e il prezzo della lastra è troppo alto.

I limiti del dagherrotipo sono invece i punti di forza dell’invenzione di Talbot, che brevetta la calotipia nel 1841. Nel 1840 aveva scoperto il fenomeno dell’immagine latente e quindi aveva ridotto il tempo di esposizione a una durata abbastanza breve da pensare a un’espansione commerciale.

Bayard ottiene dei negativi su carta (1839) e poi immagini positive dirette, realizzando sempre su carta negativi ottenuti mediante lo sviluppo dell’immagine latente. Non riesce a influenzare la storia della fotografia.

La calotipia è poco praticata e ha progressi lenti in Francia poiché la divulgazione è incompleta, mentre in Inghilterra permette di praticarla solo a chi ha acquistato la licenza. Evrard apporterà una serie di miglioramenti a questa tecnica fino a darle lo slancio definitivo, imponendo l’idea che da una sola immagine si possono ottenere centinaia di copie positive.

Il nipote di Niepce rivela nel 1847 il procedimento negativo su vetro all’albumina, ora il dagherrotipo non ha neppure il primato della finezza dell’immagine.

Nonostante il procedimento al collodio soppianti definitivamente il dagherrotipo negli anni ’50 del 1800, l’immagine positiva diretta rimane (vd diapositiva e Polaroid).

Al momento lo studio del fotografo è una piccola impresa; l’apertura di uno studio è condizionata dalla presenza di una clientela potenziale, nascono prima nelle metropoli e nei grandi agglomerati urbani. Dove non viene aperto uno studio c’è il fotografo ambulante. Molti fotografi professionisti sono stati prima litografi, miniaturisti.

Presto la fotografia viene usata nei tribunali, con cause intentate da Bayard e Talbot per difendere i diritti sui loro brevetti.

Il primo periodico dedicato alla fotografia esce a New York nel 1850: “The Daguerreian Journal”; il dagherrotipo è soggetto a varie critiche, segnando l’inizio del futuro conflitto fra arte e fotografia (miniaturisti ed incisori si sentono minacciati).

I dilettanti iniziano a fondare circoli. La fotografia su carta circola dal 1849. Già con i ritratti con dagherrotipo siamo in un quadro preindustriale, inimmaginabile per le arti del disegno.

La fotografia stimola il gusto per i viaggi, che già da anni letteratura e fotografia rispecchiavano. Per moltiplicare l’immagine si usa, quando c’è il dagherrotipo, l’incisione, aggiungendo nuvole, passanti e carrozze.

Inizialmente gli studiosi si concentrano sull’esecuzione pratica della fotografia, trascurando l’aspetto estetico. Con il dagherrotipo la fotografia è solo l’invenzione di una tecnica di rappresentazione del reale. Con il calotipo invece inizia ad esserci un’estetica della fotografia: l’uso della carta genera un’immagine più sottile della rappresentazione secca della lastra del dagherrotipo.

All’inizio la fotografia su carta è praticata poco, a causa della grana difettosa del supporto e della complessità delle manipolazioni.

La fioritura della fotografia (1851-1870)

La prima esposizione universale di Londra (1851) al Crystal Palace vede la prima mostra internazionale di fotografie, prova di un riconoscimento e dell’esistenza di un movimento fotografico europeo-nordamericano. Tra le opere esposte ci sono soprattutto dagherrotipi per gli USA, calotipi per la Francia e fotografie ricavate da negativi su vetro per l’Inghilterra. Al momento dell’esposizione solo USA e Francia hanno riviste specializzate (“The Daguerreian Journal” + “The Photographic Art Journal” e “La Lumière”). In Inghilterra invece non ci sono ancora né associazioni né riviste (nel 1853 verrà fondata la Photographic Society).

Nel 1851 inizia l’impiego del collodio; comincia il successo delle ricerche intraprese sul negativo allo scopo di ottenere immagini riproducibili e nitide, riducendo il tempo di esposizione. Evrard conserva per il negativo il materiale carta, la cui grana riduce la nitidezza delle stampe e impedisce alla fotografia di competere con il dagherrotipo; è infatti il nipote di Niepce a sostituire la carta del negativo con il vetro e, dal 1848, usa l’albumina per trattenere le sostanze chimiche sulla sua superficie, ottenendo una nitidezza di stampa simile a quella dei dagherrotipi. Il vetro richiede tuttavia un tempo di esposizione elevato (da 5 a 15 minuti) e può essere utilizzato solo per fotografare oggetti immobili. Per questo rimane ancora dominante il dagherrotipo.

Nel 1851, Le Gray (Francia) e Archer (Inghilterra) sostituiscono i negativi su vetro con il collodio all’albumina, riducendo i tempi di esposizione al punto che ormai il dagherrotipo viene accantonato. Questo sarà il procedimento dominante dal 1850-1860 al 1870/80.

Nel 1851, in Francia, si tenta la moltiplicazione delle copie e inizia il ciclo del positivo. All’inizio non è possibile ottenere moltissime copie. Per risolvere questo problema la Società Eliografica costituisce una commissione di studio che crea una stamperia fotografica (impresa per la produzione di copie positive), siamo nel 1851. Evrard propone di sostituire la stampa mediante esposizione con quella mediante sviluppo. Invece che esporre alla luce un telaio contenente un foglio di carta sensibilizzata, messo sotto il negativo, si espone il telaio alla luce solo per un minuto e poi si sviluppa l’immagine latente ottenuta; il numero di copie positive stampabili in giornata aumenta notevolmente, il prezzo si ridimensiona e non serve che l’intera giornata sia soleggiata. Così Evrard apre la sua stamperia fotografica (dal 1851 al 1855).

L’abbandono del dagherrotipo avviene tra il 1850 e il 1855 in Europa, mentre tra il 1855 e il 1860 negli USA. Nell’esposizione universale del 1855 (Parigi) i dagherrotipi sono quasi scomparsi e si evidenzia la competizione fra Francia e Gran Bretagna.

Siamo in anni in cui in Europa coesistono procedimenti diversi, ma comunque si tende all’eliminazione dell’albumina per i negativi su vetro (si preferisce il collodio). Persiste il calotipo (negativo su carta).

Nel 1855 inizia una nuova fase del ciclo positivo. Le fotografie di Evrard, incollate sui fogli di cartone, hanno ancora il carattere delle illustrazioni di lusso. Il primo tentativo di moltiplicazione delle copie presenta dei limiti. All’esposizione di Parigi si propone l’alternativa dell’incisione eliografica: partendo dal negativo o dalla copia positiva si produce (con la luce e la chimica) una matrice in pietra (litografia) o in metallo (eliografia) da cui si ricavano stampe con l’uso di inchiostro e torchio. La matrice è indistruttibile e il prezzo della stampa diminuisce.

  • Prima del 1851 l’obiettivo era mettere a punto un procedimento capace di produrre un’immagine che rappresentasse conformemente la realtà e che, in quanto riproducibile, potesse essere volgarizzata. Dal 1851 l’obiettivo è assicurare l’affidabilità del procedimento (interesse per la durata dei prodotti della fotografia, piuttosto che per il suo potere figurativo).

Nel 1854 in Francia nasce la Société française de la photographie. Questa società nasce anche a causa di divisioni fra i fotografi: divergenze fra gli ex membri della società eliografica e il direttore de “La Lumière” (Lacan). I primi si fanno portatori del vero amore per l’arte e considerano il secondo interessato alla mera speculazione privata. Questa duplicità si vede nel duplice concorso del 1856, finanziato dal duca di Luynes. Il piccolo concorso mira a stimolare ricerche che risolvano il problema dell’alterabilità delle stampe ai sali d’argento (vince Poitevin che propone l’uso del carbone); il grande concorso incentiva le ricerche per arrivare all’incisione eliografica (qui si punta di più all’aumento del numero di copie e alla diminuzione del prezzo), vince ancora Poitevin.

Esposizione nella sede parigina della Société française de la photographie, nel 1855: mostra di fotografie, apparecchi, accessori, obiettivi e prodotti chimici. Il tentativo è quello di privilegiare l’arte invece dell’utilità.

Attenzione: l’idea che il calotipo sia da assimilare all’arte in quanto l’immagine che restituisce è meno nitida rispetto al procedimento al collodio è sbagliata. Il calotipo viene usato anche per fini documentari, anche sul collodio si fonda una pratica artistica.

Siamo in anni in cui coesistono il ritratto in studio (esige rapidità d’esecuzione e nitidezza dell’immagine, dagherrotipo, poi fotografia al collodio umido) e la fotografia di esterni (calotipo: motivi di peso, solidità ed economia). I fotografi di esterni utilizzano spesso il metodo Le Gray alla carta cerata (si riveste la carta negativa con la cera fusa riducendone la grana; la sua consistenza e la sua trasparenza si avvicinano a quelle del vetro). Lo stesso risultato della carta cerata viene ottenuto da Baldus, durante la Missione Eliografica, applicando gelatina iodurata sulla carta negativa.

  • I vantaggi della carta cerata asciutta rispetto al vetro sono la leggerezza e la minore fragilità, mentre rispetto al calotipo la nitidezza dei dettagli e il fatto che non debba essere preparata e sviluppata al momento della ripresa (meno cose da portare appresso per il fotografo). Purtroppo c’è bisogno di un lungo periodo di esposizione e non soddisfa tutte le esigenze figurative.

Negli USA il progressivo abbandono (tardivo rispetto al resto d’Europa) del dagherrotipo per i ritratti non avviene direttamente a favore della fotografia al collodio umido, ma a favore dell’ambrotype: negativo al collodio su vetro che, posto su fondo nero, appare positivo; sta a metà fra la fotografia al collodio e il dagherrotipo. Si usano lastre in vetro molto meno costose di quelle di rame dei dagherrotipi e non c’è bisogno di stampare (cosa che invece è necessaria per le fotografie su carta).

Nadar rifiuta di ricorrere al ritocco (molto diffuso invece fra i fotografi preoccupati del profitto). Louis ed Ernest Mayer sviluppano il ritratto colorato a mano e eseguono il ritratto dell’imperatore.

Disderi si dedica presto all’attività commerciale senza avere una vera formazione artistica. Apre a Parigi il più grande studio dell’epoca, sapendo di dover offrire ritratti a basso prezzo.

Le Carte de visite nascono in Francia nel 1858. Si tratta di un’invenzione di Disderi, il quale sa che il formato grande dei ritratti non era accessibile alla massa del pubblico, così lo riduce al biglietto da visita. Viene realizzato con un apparecchio a 4/6 obiettivi: con il telaio fisso il fotografo registra sulla stessa lastra 4/6 immagini identiche; con il telaio mobile le immagini possono essere diverse. Vengono ridotte le manipolazioni necessarie per la stampa; con la stessa manipolazione prima richiesta da una grande stampa se ne ottengono 4/6 di formato più piccolo. Una volta stampato, il foglio viene tagliato e incollato su un cartoncino rigido.

Con le carte da visita i ritratti non sono più acquistati solo dai soggetti o dai loro conoscenti, ma il ritratto dei celebri viene acquistato anche dalla massa.

Il ritratto borghese obbedisce a un rituale: il ritrattista cerca di conferire al modello un’aria intensa e di coglierne la sembianza morale. Il fotografo dispone nello studio oggetti legati al mondo borghese. L’intento di cogliere lo status morale del soggetto andrà scemando in favore di un ritratto borghese sempre più standardizzato e aperto a chiunque (comici, attori).

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiuliaS95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della fotografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Zanchetti Giorgio.
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