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normative vigenti. L’applicazione degli editti, chiaramente, fu a discrezione dei

governatori provinciali:

In una regione, si colpivano tutti i cristiani;

• In un’altra, il dettato dell’editto era applicato letteralmente, per lasciare

• indenni quelle categorie di cristiani non contemplate dagli editti;

Qualche altro governatore tardò nella loro applicazione e la popolazione

• pagana non sembra abbia contribuito a collaborare a danno dei cristiani.

La loro presenza stava per essere accettata come fatto normale. La sconfitta di Valeriano

nel 260, pose la parola fine agli editti contro i cristiani, perché il nuovo imperatore non

aveva intenzione di continuare quella linea. Giacché Valeriano aveva dichiarato che la

chiesa in quanto tale non aveva diritto di esistere, Gallieno poteva operare solo in due

modi: Poteva confermare la politica persecutoria del padre;

Ù Riconoscere l’esistenza della chiesa anche di diritto.

Ù

Egli scelse la seconda opzione, perché la situazione gli consigliava di eliminare ogni

motivo di discordia. In questo nuovo clima, egli riuscì a comprendere che la via del

riconoscimento legale della religione era la scelta più ragionevole per non aggiungere

ostilità a quelle che gli provenivano da altre parti. La svolta impressa da Gallieno ai

rapporti Chiesa – impero non deve far pensare alla cessazione delle inimicizie tra le due

istituzioni. Alcuni anni dopo, Porfirio, scrisse un opera anticristiana, conosciuta con

il titolo CONTRO I CRISTIANI, in cui potenziava le accuse che Celso aveva mosso

contro di loro. Di quest’opera ci rimangono solo pochi frammenti, ma sappiamo che

l’autore aveva conosciuto Origene ed aveva avuto rapporti con qualche comunità

cristiana e questo gli aveva permesso di compilare un’opera molto ben

documentata. Va sottolineato anche il suo rilievo in negativo a proposito

dell’importanza attribuita alle donne nelle comunità cristiane. Questa critica

scatenò numerose reazioni anche tra i cristiani colti e fu oggetto di numerose

confutazioni. In effetti, l’autore, rifletteva l’atteggiamento negativo, nei confronti

dei cristiani, tipico degli intellettuali che consideravano la religione cristiana

incompatibile con gli ideali della paideia tradizionale.

In ambito romano, erano soprattutto i tradizionalisti che erano contrari alla nuova fede,

attribuendole la responsabilità dell’attuale decadenza dell’impero a causa dell’ irritazione

degli dei tradizionali, che venivano sempre più trascurati. Questa motivazione aveva forte

presa anche a livello popolare, scatenando reazioni anticristiane. Anche in ambito

cristiano era attiva una minoranza di rigoristi, che predicava l’astensione dei fedeli da

ogni professione e mestiere riguardante la religione pagana. In questo ambiente,

diventava difficile riuscire a trovare un mestiere adatto a chi seguiva la nuova fede: i

divieti, però, venivano puntualmente non rispettati.

Varie fonti cristiane, fra cui anche Eusebio e Lattanzio, accennano alle intenzioni

persecutorie dell’imperatore Aureliano negli ultimi tempi del suo regno, intenzioni che

furono bloccate solo dalla sua morte violenta nel 275. Non possiamo sapere quale livello

di attendibilità dare alle fonti in nostro possesso, ma sappiamo che la riforma religiosa di

questo imperatore si colloca nel 274: essa aveva carattere fondamentalmente politico,

nel senso ogni tentativo di restaurare un impero decadente, aveva come suo

fondamento il piano religioso, in quanto il favore della divinità era la condizione

essenziale per la riuscita dell’iniziativa. Egli accentuò il carattere divino

  37  

dell’imperatore e per la prima volta assunse l’appellativo di dominus et deus. Questo

genere di tentativo non poteva fare altro che ritorcersi contro i cristiani. Mentre la

religione giudaica era ormai stata accettata e metabolizzata, la religione cristiana, solo

da poco tempo aveva ricevuto lo status di religione tollerata e si presentava, agli occhi dei

pagani, in una fase di espansione, soprattutto in alcune regioni. La morte di Aureliano

ritardò solo la persecuzione cristiana e la non tolleranza della nuova fede, che si sarebbe

verificata con Diocleziano.

Nella sostanza l’organizzazione della chiesa nel III secolo rimane la stessa di quella nel II

secolo, ossia rimangono quelle singole comunità che avevano nella loro struttura interna

quella episcopale, in quella esterna quella federale. È inevitabile che in un organismo in

espansione, potessero verificarsi aggiustamenti notevoli. I primi due furono:

Istituto del concilio;

⇒ Accrescimento dell’autorità della chiesa ubicata nella città capitale e del suo

⇒ vescovo.

Il dilatarsi delle comunità aveva portato, soprattutto nelle città più grandi, una

accentuata litigiosità nell’ambito del clero; in queste sedi, infatti, la chiesa:

Era diventata una entità importante in ambito urbano;

⇒ Possedeva edifici e cimiteri;

⇒ Amministrava le somme di denaro e le rilevanti quantità cibarie e di vestiti

⇒ che i più ricchi elargivano per i più indigenti.

Questo dava la possibilità a chi era vescovo o presbitero di Roma, Alessandria,

Antiochia e Cartagine di detenere una posizione importante, anche se a tratti

pericolosa. A maggior ragione, il concilio era lo strumento più utilizzato per dirimere

questioni di natura disciplinare o dottrinale che potevano coinvolgere l’intera comunità o

più comunità nella stessa regione in contrasto tra loro. La decisione del concilio

diventava definitiva, anche in assenza di vere e proprie normative scritte, tanto che ci

non la rispettava, veniva estromesso dalla comunità. All’interno della comunità, la

struttura di governo episcopale era molto diffusa nel III secolo e continua ad acuire la

propria sacralità: la gerarchia tende a complicarsi, nel senso che cominciano a

crearsi ordini e funzioni minori, così che l’episcopato si pone come meta finale di

una carriera, tra l’altro molto ambita.

Un posto da considerare a parte è quello occupato dal DIACONO:

È un gradino sotto il presbitero;

⇒ Non ha la facoltà di presiedere la celebrazione eucaristica;

⇒ Il suo apporto è grande e tende ad aumentare perché a lui viene devoluta

⇒ l’amministrazione dei fondi e dei beni della chiesa, che nelle comunità più

grandi erano rilevanti.

Nel corso del III secolo, inoltre, l’elezione del vescovo si ripartisce in due momenti:

1. Nel primo, tutti coloro che fanno parte della comunità designano uno dei

propri membri;

2. In un secondo momento, alcuni vescovi di sedi vicine, consacrano il

designato, trasferendogli il carisma inerente alla sua nuova funzione.

Questa prassi si giustifica solo a livello teorico, in quanto il carisma episcopale poteva

essere trasmesso anche da uno che già ne fosse in possesso, ma già da questo possiamo

vedere come si allontana la scelta popolare del vescovo, a favore del secondo dei due

momenti ivi descritti. Le funzioni più importanti presiedute dal vescovo erano:

  38  

a. La celebrazione settimanale;

b. La celebrazione dell’eucarestia: tende a dilatarsi e a normalizzarsi nel tempo.

c. La celebrazione del battesimo una volta all’ anno: il rito si fa più complesso,

comprendendo, oltre che la triplice immersione nella piscina, anche l’unzione.

L’innovazione più evidente di questo periodo è sicuramente la recita del CREDO, che

rimarrà un elemento fondante anche nella chiesa occidentale attuale.

Oltre alla partecipazione a queste celebrazioni collettive, i fedeli erano invitati a pregare

anche a livello individuale. E proprio in questo contesto, viene introdotto il culto dei

santi. È  un  fenomeno  di  evidente  distacco  dalla  tradizione  giudaica.  Si  cerca  

come  mediatore  tra  Dio  e  gli  uomini,  non  più  solo  una  figura,  ma  un  

moltiplicarsi  di  piccoli  mediatori.  

Già Celso, negli anni sessanta del II secolo aveva sottolineato la litigiosità delle comunità

cristiane, nell’epoca in cui non era ancora avvenuta una vera e propria distinzione tra

eterodossia ed eresia. Qualche decennio dopo, il quadro era già più definito, visto che nel

quadro generale delle diverse comunità cristiane, si andavano delineando delle comunità

minori:

Maggioritaria era la chiesa;

⇒ Attorno a lei si formarono piccoli raggruppamenti diversi, che vengono

⇒ definiti ERETICI.

Il gruppo più conosciuto è sicuramente quello degli GNOSTICI, le cui convinzioni

dottrinali erano in continua evoluzione e la loro modesta consistenza ne esaltava il

carattere elitario all’interno di una moltitudine di fedeli di più basso livello. Il loro

distacco dalla chiesa cattolica appare, con il passare del tempo, più rilevato a causa

dell’enfasi prodotta attorno ad alcuni elementi della loro dottrina, dichiaratamente di

origine pagana. Indizi significativi della loro presenza ci permettono di collocarli in città

come: Roma

⇒ Alessandria

⇒ Cartagine

Dove continuano a interessare l’attività dei controversisti cattolici.

Ancora più rilevante doveva essere la presenza dei MARCIONITI, visto l’impegno

dispiegato contro di loro da dottori cattolici come Tertulliano e Origene. Essi non amano

scrivere e per noi è difficile trovare loro descrizioni o particolari sulla diffusione del

movimento.

Altre sette minori da ricordare sono quella degli ENCRATICI, o quella dei giudeocristiani

radicali, detti EBIONITI.

  39  

Nelle comunità cattoliche, oltre a fronteggiare le esigenze dal punto di vista eretico, si

aggiungeva la necessità di affrontare la sempre più accesa conflittualità interna. La

scarsa documentazione ci permette di fare alcuni nomi per la prima metà del III secolo:

Roma;

⇒ Cartagine;

⇒ Alessandria.

⇒ Antiochia (solo in seguito)

Il disagio in Oriente, invece, era molto più diffuso, soprattutto in:

Egitto;

⇒ Siria;

⇒ Palestina.

Mentre, la carenza di documentazione va interpretata come l’impossibilità di esprimersi

in termini letterari validi. In questo secolo, l’argomento principale della polemica, diventa

CRISTO, implicato in due questioni:

Come si concilia la divinità di Cristo con l’unicità del dio nell’AT e nel NT?

“ Come si concilia in Cristo divinità e umanità?

“

Per il III secolo e per il IV è soprattutto il primo argomento quello predominante, che

comportava, quindi, l’esigenza di spiegare il rapporto che intercorre tra Cristo e Dio

Padre, nell’ambito di un’unica divinità. Il carattere divisivo della dottrina del LOGOS,

aveva provocato la reazione monarchiana nella duplice visione:

Adozionista – TEODOTO: riprendeva la concezione giudeocristiana di Cristo,

“ semplice uomo divinamente ispirato, ebbe in quel momento poca fortuna. Ritroveremo

questa dottrina diffusa in Siria e nei dintorni alla metà del II secolo.

Modalista – NOETO: inizialmente predicato il Asia, da Noeto, si diffuse a

“ Roma, dove venne accolto in modo molto favorevole. Questo insegnamento

fu condannato nei suoi aspetti più radicali, che identificavano

completamente Cristo con il Padre, ma influenzò la dottrina della comunità

cattolica di Roma in senso monarchiano. Venne poi esportato sotto il nome

di Sabellio, in Egitto, dove andò a confliggere con la dottrina del Logos.

Nel frattempo, Alessandria, sulla spinta delle riflessioni di Origene, esportava un’evoluta

teoria esegetica, molto aperta ad una allegorizzazione del testo biblico e un patrimonio

filosofico di stampo platoniano. La sua diffusione provocò esiti del tutto differenti:

In ambito pagano, il suo influsso fu notevole, perché minimizzava molte delle

 critiche che i pagani avevano rivolto ai cristiani;

In ambito cristiano, ci furono reazioni di aperta ostilità.

A questo tipo di contrasti, dobbiamo aggiungere anche quelli di carattere esegetico,

giacché gli asiatici, erano soliti interpretare in modo piuttosto vario, spaziando

dall’esegesi letterale a quella allegorica di carattere tipologico, senza avvertire necessità di

coerenza, oltre che correttezza filologica, che l’esegesi alessandrina ormai imponeva.

In più, verso la fine del III secolo, si cominciò ad avvertire in oriente e in seguito in

occidente il pericolo del MANICHEISMO.

  40  

Era   una   vera   e   propria   religione,   fondata   da   Mani,   un   giudeocristiano   che   risiedeva   in   Babilonia   e   che   era  

deceduto   nel   274   a   causa   delle   torture   subite   durante   la   prigionia.   Le   sue   dottrine   furono   condannate   nel  

regno  persiano  e  anche  nell’impero  romano  di  Diocleziano.  La  condanna  di  questa  religione  non  fece  desistere  

i  suoi  adepti,  che  continuarono  un’intensa  attività  missionaria  per  diffondere  la  propria  fede.  Il  fondamento  

della   sua   dottrina   era   DUALISTA,   perché   spiegava   le   vicende   dell’uomo   come   il   risultato   dell’alternarsi  

periodico  della  prevalenza  del  principio  divino  della  luce  o  quello  opposto  delle  tenebre,  tra  loro  equipollenti.  

Questo   contrasto   era   presentato  n  forma   di  mitologia,  in  cui   confluivano  elementi  iranici,  giudaici,  cristiani.  

Una  caratteristica  di  questa  religione  fu  la  sua  tendenza  al  SINCRETISMO,  al  fine  di  facilitare  la  penetrazione  

della   nuova   religione.   Essi   si   dettero   una   organizzazione   gerarchica   e   oltre   alle   astensioni   e   ai   vari   digiuni,  

predicavano   l’astensione   dalla   procreazione,   facendo   grande   uso   di   calcoli   e   sistemi   contraccettivi.   Furono  

ovunque  condannati  e  presto  capirono  di  doversi  affidare  alla  clandestinità.  

Il panorama delle comunità del III secolo si presenta meno frammentario, per due fattori

in diverso modo unificante:

In primo luogo, i contatti tra le varie comunità si fanno più frequenti e si

 moltiplicano le occasioni che impongono riunioni conciliari e coinvolgono

comunità diverse, a volte di diverse regioni.

In secondo luogo, è necessario considerare l’influenza esercitata da Origene,

 visto che si diffuse in gran parte dell’oriente, con esiti controversi.

In altri termini, possiamo affermare che i contrasti dottrinali tendono a passare da locali

a generalizzati e a coinvolgere parti consistenti della cristianità. Questo succede anche se

la vita comunitaria continua a svolgersi su base locale.

ROMA E L’AFRICA

I dati sono quelli relativi a episodi in cui furono chiamate a interferire:

Roma;

 Africa.

Noi conosciamo queste vicende grazie all’epistolario di Cipriano, da cui apprendiamo le

vicende:

Della chiesa di Arles in Gallia

 Della chiesa di Merida

 Della chiesa di Leon in Spagna.

Uniche chiese, che ci offrono notizie storicamente importanti. È cospicua la presenza

cristiana in Italia, dove un concilio tenuto a Roma nel 251 raduna circa 60 vescovi. Poco

sappiamo della diffusione in Grecia e Macedonia, ancora meno sappiamo dell’Illirico.

Su Roma, possiamo trarre alcune informazioni, una delle quali da Eusebio. Egli ci riporta

una lettera di papa Cornelio, che riporta un dato interessante relativo alla presenza

cristiana a Roma alla metà del III secolo; la comunità contava:

46 presbiteri;

⇒ 7 diaconi;

⇒ 42 accoliti;

⇒ 52 esorcisti;

⇒ lettori e portieri;

⇒ 1500 vedove e indigenti erano assistiti dalla comunità.

  41  

La città era ecclesiasticamente divisa in base ad una ripartizione per tituli, che

anticipava quella successiva delle parrocchie. Il titulus indicava la presenza di una

chiesa, alla cui attività presiedeva un presbitero. Tra i più antichi:

titulus Bizantii;

⇒ titulus Pammachii;

⇒ titulus Equitiii;

⇒ titulus S.Silvestri.

La vita di questa comunità nella prima metà del III secolo fu travagliata, per contrasti

interni. Per quanto riguarda l’esterno, non sembra che la comunità al tempo di Settimio

Severo, abbia risentito di quel clima di stato di conflitto di cui abbiamo notizia per altre

comunità. Dal punto di vista interno, invece, la comunità cristiana cattolica, la maggiore,

era impegnata nel confronto con le sette eretiche. L’unica setta riconoscibile dalle fonti e

relativa agli eretici riguarda la setta degli adozionisti, che dopo Teodoto di Bisanzio

furono guidati da Artemone. I contrasti più accesi si ebbero all’interno della comunità

cattolica dopo la diffusione della dottrina monarchiana a Roma. Essa, identificando

Cristo con Dio Padre, in qualche modo ne salvaguardava e potenziava la divinità,

incontrò una buona accoglienza e anche una grande ostilità da parte dei sostenitori

della dottrina del Logos. Essi si raccoglievano attorno all’autorità di un personaggio,

chiamato l’Autore dell’Elenchos. Egli   riproponeva   la   dottrina   tradizionale   che   affermava   Cristo  

Logos,   quale   entità   divina   distinta   da   Dio   Padre   e   a   lui  

subordinata.  

Callisto  cercò  di  mediare  tra  le  due  parti,  ma  le  loro  convinzioni  erano  

particolarmente   monarchiane,   così   che   considerarono   diteista   la  

dottrina   dell’Autore   dell’Elenchos   e   lo   proclamarono   pubblicamente.  

Callisto  espulse  dalla  comunità  lui  e  i  suoi  sostenitori,  oltre  che  la  

frangia   radicale   del   monarchismo   patripassiano   capeggiata   da  

Sabellio,   a   beneficio   della   formula   che   voleva   essere   di  

compromesso,   ma   che   si   era   sbilanciata   in   senso   monarchiano.  

 

Essa   affermava   l’esistenza   di   uno   spirito   divino,   in   cui   coincidevano   il  

Padre   e   il   suo   Logos   e   distingueva   nel   crocifisso   l’uomo   Gesù   come  

Figlio   e   Dio   Padre   come   lo   spirito   divino   che   aveva   partecipato   alla  

passione   dell’uomo.   L’Autore   dell’Elenchos   faceva   carico   a   Callisto   di  

professare   una   dottrina   che   egli   considerava   eretica,   ma   anche   di  

praticare   una   politica   penitenziale   troppo   lassista   e   aperta  

all’accoglienza   dei   peccatori.   Il   contrasto   fra   i   due   si   sviluppava  

principalmente  nei  confronti  della  rispettiva  concezione  della  Chiesa.    

L’Autore  la  concepiva  come  una  comunità  di  puri,  chiusa  in  se  stessa  e  

chiusa   a   ogni   debolezza   umana   e   per   questo   motivo   culturalmente  

evoluta   e   fortemente   elitaria.   Callisto,   invece,   riteneva   che   la   Chiesa  

dovesse   aprirsi   alle   debolezze   degli   uomini,   purchè   fossero   espiate   e  

rinviando   la   separazione   al   momento   del   giudizio   finale,   una   sorta   di  

comunità  di  impostazione  più  popolare.  

  42  

La comunità di Callisto ebbe la vittoria e quella del suo avversario fu destinata

all’estinzione. Questa vittoria ebbe ripercussioni anche sulle sorti della comunità

cristiana di Roma: la sua concezione universalista della chiesa, favoriva il

potenziamento degli aspetti più popolari, anche i meno esigenti a livello morale a

scapito delle esigenze di carattere culturale. un’attività del genere finiva per

valorizzare solo gli aspetti pratici della vita comunitaria, sacrificando quelli intellettuali:

di conseguenza, acuiva il distacco tra gerarchia e laicato e, nell’ambito della gerarchia, il

potere del vescovo aumentava, ma non in qualità. Finisce ogni genere di attività

intellettuale.

Per quanto concerne l’Africa, la documentazione in nostro possesso si concentra su

Cartagine e ci mette al corrente su una comunità fiorente, ma con una storia travagliata.

Le difficoltà in questo caso provengono anche dall’esterno. Uno scritto di TERTULLIANO,

Ad Scapulam, ci informa dell’attività anticristiana di questo console tra il 211 e il 213.

Anche prima di questo episodio, comunque, furono molti i casi di martirio; in particolare

viene ricordato quello di 5 catecumeni e il loro catechista. Questo evento è stato fissato

dalla PASSIO PERPETUA, un racconto composito, opera di un redattore che ha voluto

legare assieme il racconto autobiografico di una delle martiri, con il resoconto del

catechista e altre notizie. Questo testo è molto importante, perché ci descrive la forte

personalità della donna, alla quale vengono ispirate pagine nuove e alla quale viene

attribuita una autocoscienza della sua dignità come donna, non usuali per quel tempo.

Forse in maniera eccessiva vi si è voluto vedere uno sfondo montanista.

Un personaggio particolarmente rilevante è SETTIMIO FIORENTE TERTULLIANO:

attivo tra gli ultimi anni del II secolo e i primi ventanni del III;

• dopo la conversione, fu autore di opere di vari argomenti: apologetico,

• sacramentale, morale, disciplinare.

Tende sempre a forzare i toni, che si percepiscono nella forma di ciò che

• scrive: ha una scrittura ad effetto, grande vis polemica, tendenza ad

abbracciare tesi radicali,

Si forma sui testi dei dottori asiatici e sulla base di un grande fondamento

• filosofico di impostazione stoica.

Ottimo conoscitore della Scrittura, anche se non ha lasciato nulla di scritto

• più specificatamente esegetico.

Egli trasferì e adattò in lingua latina la problematica che aveva impoegnato i

• dottori asiatici sulla polemica con gnostici e marcioniti e la questione del

tema cristologico.

Nel primo dei due ambiti, fece le proprie risultanze delle fonti greche, a volte

semplicemente ripetendole, altre adattandole e integrandole, con un particolare interesse

riguardo al tema della resurrezione della carne. In ambito cristologico, sostenne contro il

docetismo gnostico e marcionita l’integrità del corpo umano assunto da Cristo, ma inserì

questa rivendicazione in un contesto di cristologia alta: egli professa della Trinità 3

persone l’una diversa dall’altra, disposte in ordine di dignità, ma unite tra loro non

solo per identità di operazione, ma anche per l’unità di sostanza. Concepisce Dio

alla maniera stoica, come uno spirito corporeo, di cui il Padre costituisce la totalità

e il Figlio, una parte. in ambito morale fu un rigorista radicale e fu proprio questo

  43  

spirito a spingerlo alla conversione. Egli preferì sempre vivere con distacco dalla società

pagana:

Al cristiano non è permesso sposarsi una seconda volta;

• Al cristiano non è permesso fare il soldato;

• Al cristiano non è permesso sottrarsi all’arresto con la fuga in caso di

• persecuzione.

I suoi scritti sono di grande importanza perché ci permettono di vedere molti aspetti della

comunità di Cartagine del suo tempo:

Vi troviamo eretici riuniti in comunità di dissidenti, con tutti i quali la

• polemica sarebbe stata assidua (Tertulliano consiglia ai cristiani di basso

livello culturale di confrontarcisi);

Le polemiche si innescavano anche con pagani e con giudei.

• I cristiani ci sembrano bene integrati nella vita cittadina, provocando il

• dissenso dei confratelli più rigoristi.

Dopo il 220 perdiamo le tracce di Tertulliano e perdiamo anche la possibilità di conoscere

la situazione africana.

L’unica notizia giuntaci riguarda il 220, anno in cui il vescovo di Cartagine Agrippino

riunì un concilio di vescovi per discutere sulla validità del battesimo impartitogli nella

sua setta. L’esito fu negativo e il consiglio fu quello di farsi battezzare nuovamente. Nel

246 a Cartagine si convertì Cipriano:

Cittadino molto ricco;

• Appartenente alla classe degli honestiores;

• Si convertì per esigenze di carattere morale;

• Fu eletto vescovo di Cartagine nel 249.

• Poco dopo la sua elezione cominciò la persecuzione di Decio.

A Roma, la persecuzione ebbe inizio prima che nelle province:

Nel 250 venne messo a morte Papa Fabiano

⇒ Vari cristiani che non avevano abiurato vennero arrestati per poi essere

⇒ rilasciati alla fine della persecuzione.

Vennero condannati a morte anche Calocerio e Partenio, due membri della

⇒ familia imperiale.

In un primo tempo, la persecuzione ebbe risultati clamorosi, nel senso che chiunque si

presentasse davanti alla commissione decideva di abiurare; questo spiega anche il motivo

per cui non si sia infierito troppo a danno di coloro che avevano opposto resistenza. In

questa difficile situazione, la comunità fu retta dal collegio dei presbiteri che erano fuggiti

all’arresto, perché si ritenne opportuno cercare un successore di Fabiano, solo quando la

persecuzione fosse giunta al termine e fosse ritornata la pace nella comunità. Nel

frattempo, i presbiteri furono costretti ad arginare il fenomeno dei LAPSI, ossia coloro che

esercitavano pressioni al fine di essere riammessi nella chiesa. I presbiteri, dal canto

loro, preferirono rimandare le decisioni al termine della persecuzione, per poter

esaminare i casi con la calma dovuta e assegnare le adeguate penitenze.

A Cartagine, invece, Cipriano era sfuggito alla commissione, suscitando lo sdegno

dei rigoristi e di alcuni avversari, che con questo pretesto, cominciarono a

riammettere nella comunità tutti i lapsi, nonostante l’opinione di Cipriano di

seguire una procedura analoga a quella romana. Si scatenò una situazione di

  44  

confusione e disordine, che terminò solo quando Cipriano riprese il suo potere nel

251 e fece scomunicare i suoi avversari da un concilio di vescovi africani.

A Roma, invece, la fine della persecuzione non calmò le tensioni interne, visto che

l’elezione del successore di Fabiano, provocò un contrasto tra i presbiteri:

NOVAZIANO: Aveva svolto un ruolo di prim’ordine nel governo della comunità

⇒ durante la persecuzione ed era culturalmente più dotato del suo avversario, ma

erano note le sue tendenze rigoriste verso i lapsi.

CORNELIO: fu regolarmente ordinato vescovo.

Novaziano, però, riuscì a farsi ordinare da alcuni suoi sostenitori e dette inizio allo

scisma che da lui ha tratto il nome. Cipriano, nonostante i suoi rapporti con Novaziano,

decise di appoggiare Cornelio e ne consolidò la posizione. Un concilio sanzionò Novaziano

per il suo comportamento.

La questione aveva sconvolto tutte le chiese d’Occidente, ma la scarna documentazione

in proposito ci lascia allo scuro di ogni particolare a riguardo, tranne che per due

eccezioni:

1. La prima riguarda le chiese spagnole di Leon e Merida, i cui vescovi avevano

apostatato ed erano stati sostituiti da Sabino e Felice. I vescovi precedenti

furono poi riabilitati con l’ordine di Stefano, vescovo di Roma, di reintegrarli

nella comunità. I fedeli fecero allora appello a Cipriano, che riunì un concilio

nel 254, in cui prendeva una posizione opposta alla volontà del vescovo di

Roma.

2. Il contrasto tra Stefano e Ciprianosi ripercosse anche per la situazione di

Arles, in cui il vescovo aveva aderito allo scisma di Novaziano e tentava di

riammettere i lapsi. Non sappiamo in questo caso le soluzioni adottate.

Le vie di questi due importanti personaggi cominciarono a entrare in collisione sulla

questione relativa al battesimo degli eretici:

Sappiamo che le chiese africane non consideravano valido questo battesimo

“ e imponevano all’eretico di farsi battezzare nuovamente;

A Roma la situazione era gestita diversamente, perché si considerava valido

“ il battesimo impartito dagli eretici e il richiedente doveva solo sottoporsi

all’imposizione delle mani del vescovo.

Stefano pretese di imporre la prassi romana anche alle chiese africane, ma Cipriano

rifiutò di appoggiare questa decisione. La situazione prese piede a ridosso del 257 e

venne fermata dalla persecuzione di Valeriano. Non sappiamo in che modalità, ma le

chiese africane finirono per conformarsi alla prassi battesimale romana. In ogni caso, il

contrasto tra i due fu molto importante dal punto di vista della disciplina ecclesiastica:

Stefano considera la sede romana in grado di assumere la funzione di

Ù appello;

Cipriano, anche se disposto a riconoscerne la supremazia del vescovo, gli

Ù oppone la superiorità del concilio.

Ad ogni modo, il primo editto di Valeriano non sembra aver sortito particolari effetti a

Roma, ma il secondo provocò la morte di Papa Sisto, mentre stava celebrando

l’eucarestia.

  45  

ALESSANDRIA

La politica di accentramento perseguita da Demetrio sortì conseguenze non troppo

positive per Origene e per i suoi seguaci. In ogni caso, il contrasto di Origene con la

gerarchia s’impose solo gradualmente. All’inizio, circa nel 205, egli si inserì nelle attività

della comunità come dirigente della scuola catechetica, cercando di alternare

l’insegnamento con l’approfondimento della sua preparazione culturale, in particolare

filosofica, nella scuola di AMMONIO SACCA, che presto diventò molto famosa. Essa fu

divisa in due livelli:

Quello inferiore era dedicato alla preparazione dei catecumeni e fu affidato al

Ù filosofo Eracla;

rimase a Origene il superiore, aperto al più libero studio della Scrittura.

Ù

Da questa divisione possiamo dedurre come Demetrio abbia cercato di limitare

l’influenza di Origene nella comunità, anche se la fama di questo dottore continuava a

crescere. Quando fu ordinato presbitero, Demetrio lo condannò e Tertulliano si trasferì a

Cesarea, città in cui cercò di affiancare all’insegnamento scolastico, un’assidua

predicazione in chiesa e in questo modo riuscì a svolgere un’intensa attività intellettuale

e letteraria di grande spessore. Fu arrestato durante la persecuzione di Decio e

persistette nella sua professione di fede. Morì a causa delle torture a Tiro. Egli pubblicò

moltissimo, anche grazie ai mezzi messigli a disposizione da Ambrogio, per la sua

predicazione. Proprio questo fu il motivo della grande diffusione degli scritti di Origene,

che fu sicuramente maggiore a quella di altri studiosi. Possiamo riassumere alcuni

aspetti della sua riflessione:

i molti aspetti della sua riflessione, trovano spiegazione nel fatto che ogni

⇒ cristiano dovrebbe proporsi il fine di innalzarsi in ogni campo della sua

attività, dal livello della realtà sensibile a quello della realtà spirituale,

dall’umanità alla divinità di Cristo;

la Scrittura fu il fulcro della sua riflessione e della sua attività scrittoria. Ci è

⇒ giunta solo parte della sua produzione e molta di essa solo in traduzione

latina, mentre molto è stato perduto per la grande mole delle sue opere.

La sua riflessione si estese a tutti i campi della letteratura cristiana e di

⇒ conseguenza investì tutti i settori della vita cristiana di allora.

In primo luogo, va evidenziata un’esigenza di rigore filosofico, che fino a quel momento

era sconosciuta alle lettere cristiane e che era presente in Origene direttamente grazie

alla tradizione grammaticale alessandrina. Questo tipo di esigenza si esercitò sulla critica

testuale, richiamando l’attenzione sull’opportunità di ricavare la corretta lezione

attraverso il confronto con altri esemplari. L’esito più immediato furono gli HEXAPLA, di

cui ci sono giunti solo frammenti.

I principali antagonisti di Origene furono gli gnostici e altri gruppi di questo tipo, proprio

perché aveva guardato con preoccupazione la situazione dottrinale all’interno della

Chiesa. Egli affermò la completa incorporeità di Dio, dedicando all’argomento molte

pagine dei suoi scritti. Egli sviluppò anche una propria dottrina del LOGOS,

articolandola in tre livelli in linea verticale:

1. In alto il Padre;

2. Sotto di lui il Figlio;

3. Ancora di più lo Spirito Santo.

  46  

le finalità antignostiche e culturali della sua riflessione furono rese attive ed efficaci in

ambito comunitario, proprio continuando l’attività di Panteno e Clemente. È fuori

discussione che il progetto che egli perseguiva, fosse di carattere elitario, visto che tutto

poteva andare a beneficio soltanto di pochi e stabiliva definitivamente l’inferiorità

intellettuale della maggioranza dei fedeli. In effetti, Origene impostava il suo

insegnamento sulla base delle scuole di filosofia. Egli non riteneva indispensabile che la

discussione avesse una conclusione, perché considerava la ricerca e la discussione come

fini a se stesse e in quanto tali da esercitare in modo ascetico, oltre che intellettuale, solo

chi ne fosse realmente interessato e farlo così progredire fino al raggiungimento della

perfezione.

I risultati di Origene furono tali da innescare anche l’interesse dell’intellettualità pagana,

in un momento di grande crisi politica, economica e sociale. La diffusione delle sue idee

incontrò però qualche ostilità all’interno della comunità cristiana, perché all’adesione

entusiatica di alcuni rispondeva il rifiuto di altri.

Durante la prima metà del III secolo, la religione cristiana sembra continuare la propria

diffusione in Egitto, intensificandosi nel periodo successivo alle persecuzioni, in modalità

che non ci è possibile chiarire. Alla morte di Demetrio, gli successe Eracla:

Era considerato un intellettuale

⇒ Pare non abbia scritto nulla

⇒ Conosciamo solo l’atto di condanna di Origene.

Nell’anno 247/248 gli successe Dionigi:

Di grande famiglia;

⇒ Molto colto;

⇒ Autore di scritti filosofici;

⇒ Autore di scritti esegetici;

varie lettere ci danno numerose informazioni sulle persecuzioni di:

1. Decio: si allontanò da Alessandria

2. Valeriano: fu mandato in esilio.

Nel 262 Gallieno inviò a Dionigi e ad altri vescovi egiziani la lettera che estendeva a loro

beneficio la restituzione dei beni ecclesiastici confiscati per ordine di Valeriano. Durante

il suo ufficio, egli dovette affrontare anche difficoltà di carattere dottrinale:

Problema della presenza millenarista in Egitto: non abbiamo finora notizia di

condanne vere e proprie verso questa tendenza. Un focolaio era attivo in Egitto e

aveva a capo Nepos. Sappiamo che alla sua morte, Dionigi si recò da loro per

discutere e riuscì a convincerli ad abbandonare la propria dottrina, anche se non vi

riuscì con tutti. Nessuno parla perà di una vera e propria condanna

Problema dei sabelliani: nel 258 egli si trovò a polemizzare con loro, anche se non

sappiamo che rapporti avessero con Sabellio, visto che il sabellianismo orientale

presentava carattere molto differenti. Essi affermavano l’esistenza di una monade

divina che si presentava nel mondo e nella storia stotto aspetti di precisa finalità, ora

come Padre, ora come Figlio. Respingendo questa dottrina, Dionigi aveva parlato di

un Figlio come creatura del Padre.

  47  

Alcuni fedeli, non in accordo con la posizione di Dionigi, chiesero l’intervento di Dionigi,

vescovo di Roma. La contesa tra i due Dionigi non ci è chiara, ma possiamo riassumerla

con i pochi dati a nostra disposizione:

Il ROMANO aveva accusato il collega di predicare tre ipostasi separate della

• divinità, perciò tre divinità e di aver definito il Figlio come creatura del

Padre.

L’ALESSANDRINO, invece, ammise di aver esagerato a causa della durezza

• della polemica e ritrattò ciò che aveva affermato, anche se mantenne con

fermezza la propria posizione trinitaria.

Lo scambio di accuse tra Dionigi e i suoi avversari assumeva contorni ambigui, anche

per il duplice significato di OUSIA, intesa come essenza, ma anche come ciò che è

comune ad esseri dello stesso genere. Quest’ultima nella tradizione aristotelica era

astratta, al contrario della tradizione platonica. Non abbiamo altre informazioni sulla

questione, ma:

Il ROMANO lascia trasparire una concezione trinitaria più unitaria,

⇒ integrando il rifiuto delle tre ipostasi con l’affermazione della monade divina

e senza chiarire in che modo Figlio e Spirito siano diversi dal Padre. Non

esita a caratterizzare questa sua teoria col nome di MONARCHIA, termine

che i sostenitori della dottrina del Logos rifiutavano. Possiamo definire

questo atteggiamento come un monarchianismo moderato.

Non sappiamo come Dionigi di Alessandria abbia chiuso la questione con gli

⇒ avversari non sabelliani d’Egitto.

Nel 265 Dionigi di Alessandria fu invitato a collaborare all’iniziativa che i vari vescovi siro

- palestinesi avevano intrapreso per contrastare l’attività di Paolo di Samosata. Gli

succedette Massimo, di cui non sappiamo nulla e poi Teona, di cui sappiamo molto poco.

Per concludere, possiamo affermare che anche dopo l’allontanamento di Origene, la

scuola continua in modo prevalente il suo insegnamento:

Sia dal punto di vista delle acquisizioni;

⇒ Sia dal punto di vista del metodo di insegnamento.

Ormai appaiono acquisite:

Il metodo per interpretare allegoricamente la Scrittura, con largo ricorso

⇒ all’allegorizzazione;

Dottrine come l’incorporeità di Dio, le tre ipostasi trinitarie; coeternità del

⇒ Figlio con il Padre.

L’unica dottrina origeniana combattuta fu quella della preesistenza delle anime rispetto

ai corpi, in quanto troppo tributaria dalla filosofia greca e priva di conforto scritturistico.

Origene si era fatto propugnatore di un progetto culturale molto grande:

Esegesi;

⇒ Dottrina;

⇒ Spiritualità.

Questo progetto era fondato sul ricorso alla filosofia greca, in particolare platonica e

poteva essere considerato di casa ad Alessandria, città in cui presentava forti legami con:

Filone;

⇒ Clemente.

  48  

Il suo trasferimento a Cesarea di Palestina condusse all’istituzione di un nuovo centro

d’irradiazione di cultura alessandrina in una regione che non sembra aver percepito

alcun elemento da Alessandria cristiana. Per diffondere le proprie idee, Origene era

agevolato dall’amicizia con Teoctisto, Alessandro e Firmiliano. Al di là di questo,

sicuramente la familiarità con questi personaggi, implicava l’adesione al suo progetto

della Palestina e delle regioni limitrofe, Arabia e Siria. Sappiamo invece poco della

condizione culturale delle comunità cristiane in queste regioni prima della diffusione

delle nuove idee.

Ad esempio, le vicende di una comunità importante come Antiochia, sappiamo

veramente pochissimo. Quasi tutti i vescovi citati da Eusebio rappresentano per noi

soltanto dei nomi. Sappiamo in ogni caso, che Asclepiade era in buoni rapporti con

Alessandro, amico di Origene e che Fabio fu il destinatario di una lunga lettera da parte

di papa Cornelio, che cercava il suo appoggio contro lo scisma di Novaziano, pressato

anche da Dionigi di Alessandria. Tuttavia, Fabio era un rigorista e inclinava verso gli

scismatici.

Ancora meno possiamo conoscere di comunità di:

1. Palestina

2. Arabia

3. E il resto della Siria.

Le discussioni pubbliche di Origene con Berillo di Bostra e Eracla sono l’unico indizio

che ci permette di stabilire la penetrazione delle sue idee in quelle zone. Possiamo

ipotizzare, almeno per quanto riguarda la Palestina, una serie di conflitti locali con esito

alterno, ma maggiormente favorevole alle sue idee, soprattutto in virtù dell’appoggio dei

due importanti vescovi della regione. Lo scontro decisivo si ebbe quando Antiochia vide

Paolo succedere a Demetriano. Ci troviamo in anni difficili, che vedono il declino della

potenza romana in oriente, che ha portato in primo piano:

Il principe siriaco Palmira Odenato;

§ La vedova Zenobia.

§

Il punto focale del loro contrasto con Paolo era sostanzialmente di carattere dottrinale:

Paolo era di tendenza monarchiana;

I suoi avversari professavano la dottrina del Logos.

Per contestualizzare la posizione di Paolo vanno rammentate le persistenze giudaizzante

nelle comunità cristiane di area palestinese e nella cultura asiatica; in un’ottica più

ristretta va ricordata la continua conflittualità che contraddistinse la comunità di

Antiochia in ambito dottrinale. Al tempo di Paolo era chiaro il dominio incontrastato della

corrente monarchiana e proprio su questa posizione fecero forza i vescovi avversari per

metterlo sotto accusa nella propria sede episcopale.

Nel 268 i vescovi di area siro – palestinese si riunirono in Antiochia e misero sotto

accusa Paolo, al quale si imputava una condotta immorale e una falsa dottrina. In

questo contesto, si inserisce la lettera che sei vescovi gli inviarono:

1. Imeneo di Elia Capitolina;

2. Teoctecno di Cesarea;

3. Massimo di Bostra;

4. Teofilo;

5. Proclo;

6. Bolano.

  49  

La conclusione del concilio fu la deposizione di Paolo, nonostante egli con

l’appoggio di Zenobia rifiutò di abbandonare la sede episcopale.

Solo durante l’impero di Aureliano, i suoi avversari riuscirono a cacciarlo e questa

decisione si spiega come il ricorso all’autorità civile per questioni di carattere

palesemente religioso. Abbiamo già ricordato come il momento decisivo del concilio fu di

carattere dottrinale e come questo si ricavi dalla lettera dei sei vescovi:

Essa ci permette di vedere una impostazione trinitaria di stampo origeniano,

individuata nella distinzione tra il Dio Padre e il Logos Figlio per ipostasi e

ousia, in cui il secondo termine è usato come sinonimo di ipostasi.

A Paolo, Malchione, rimproverò di concepire l’unione tra l’uomo Gesù e il

Logos divino, in modo accidentale e non secondo sostanza.

Malchione ebbe occasione di enunciare di passaggio una prima definizione

dello schema cristologico secondo cui nel Cristo incarnato il Logos divino

avrebbe assunto la funzione egemone e la presenza dell’anima umana in

Cristo diventa di fatto pleonastica.

La posizione di Paolo poteva essere identificata come monarchiana di

tendenza adozionista, ma la novità stava nel fatto che venisse valorizzato il

concetto di Logos divino, che si era unito all’uomo Gesù e questa unione fu

concepita da lui in modo molto più forte di quanto credessero gli avversari.

Il punto principale del contrasto era che il Logos veniva concepita come una entità

individuale divina, distante dal Padre. È quest’ultimo che discende in Maria per

assumere l’uomo Gesù, che non appare dotato di anima.

Per Paolo, invece, il soggetto era l’uomo Gesù, su cui era disceso il Logos, che aveva

preso posto in lui come in un tempio, facendo di lui il Figlio di Dio.

Paolo non accettava le tesi dell’avversario e fu condannato in quanto negava la

preesistenza del personale Logos divino prima dell’incarnazione in Maria e in questo

modo faceva iniziare Cristo dal grado più basso, cioè dall’uomo. Nella seconda metà del

III secolo il panorama dottrinale della cristianità si presentava piuttosto frastagliato in

tema di cristologia:

La dottrina del Logos aveva trionfato con Dionigi e Origene solo in Egitto;

⇒ In occidente, vediamo Roma rifiutare la dottrina delle tre ipostasi;

⇒ In oriente, la dottrina del Logos era in espansione, in area siro – palestinese.

⇒ Anche altrove il progetto culturale di Origene doveva aver fatto presa.

Nonostante le resistenze siano state notevoli, la sconfitta di Paolo ad Antiochia ebbe un

valore piuttosto decisivo, tanto che anche la situazione ad Antiochia subì dei

ribaltamenti. All’inizio del IV secolo abbiamo ancora piccoli residui di monarchiani, che

saranno, tra l’altro in grado di incidere sulle decisioni del concilio di Nicea, anche se non

  50  

troppo supportati. La vittoria della dottrina del Logos, avrebbe portato conseguenze

importanti nell’ambito cristologico, ossia nell’ambito della definizione del rapporto tra

divinità e umanità in Cristo. Il problema posto da Paolo riemerse qualche tempo dopo

sulla base di questi presupposti:

Se Paolo partiva dalla cristologia bassa, in cui Gesù era l’uomo divinamente

⇒ ispirato e dotato della presenza del Logos;

La cristologia alta avrebbe dovuto affrontare il problema di come assicurare

⇒ l’unità di Cristo, senza ridurre due soggetti in uno.

Al posto di Paolo, venne eletto DOMNO, chiaramente non monarchiano. Negli anni

immediatamente successivi si colloca la vicenda di LUCIANO, un dotto presbitero

antiocheno, probabilmente a capo di una scuola, estromesso dalla chiesa di Antiochia.

Egli morì nel 311 e divenne oggetto di grande venerazione, facendoci presupporre che

all’inizio della persecuzione egli possa essere stato riammesso nella comunità

antiochena. È sicura la notizia che alla sua autorità si sarebbero richiamati Ario e i suoi

collaboratori, visto che la loro teoria si presenta come una forma radicale di origenismo.

Si presume che Luciano abbia professato una dottrina di stampo origeniano soprattutto

per certi aspetti. La conferma delle nostre interpretazioni ci deriva da EUSTAZIO:

Fu eletto vescovo di Antiochia nel 325;

o Leggiamo di lui solo pochi frammenti che ci lasciano presupporre che la sua

o attività dottrinale fosse stata di molto anteriore.

Partecipa alla cristologia alta, in quanto considera il Logos divino

o preesistente all’incarnazione.

Rifiuta la dottrina delle ipostasi e afferma una sola ipostasi divina.

o Risente dell’influenza di Paolo di Samosata, soprattutto nella ripresa della

o definizione dell’umanità di Cristo.

Di lui ci interessa particolarmente il trattato esegetico SULLA PITONESSA, giacchè

si vale dell’interpretazione origeniana di 1 REG.28 per metterne in discussione

l’impostazione esegetica, basata su un allegorismo esagerato. Egli rifiuta tutto il

progetto culturale origeniano.

Grazie a lui, riusciamo a spiegare un altro scritto e un altro autore: l’APOLOGIA che

Panfilo compose per Origene. Il testo è fondamentale per il contenuto, ma è privo di

riferimenti personali, in quanto l’autore lo compose quando attendeva il martirio, anche

se i fatti a cui allude riguardano decenni anteriori. Panfilo:

Fu presbitero a Cesarea di Palestina;

o Fu maestro di Eusebio;

o Trascrisse di suo pugno molti scritti di Origene.

o

Abbiamo già accennato all’amicizia tra Origene e Firmiliano, con la conseguenza che in

questa regione prese vita un centro di cultura alessandrina. Questo ci viene confermato

dall’origine cappadocia di alcuni membri del movimento ariano, vista la configurazione

dottrinale di radicale origenismo del movimento in questione. Neppure per quanto

concerne la Cappadocia la diffusione di questa dottrina fu tranquilla. La figura di spicco

viene identificata in GREGORIO IL TAUMATURGO, un vescovo che dovette la sua fama

all’attribuzione di alcuni miracoli. Gli studi recenti hanno revisionato questa attribuzione

e hanno messo in rilievo i tratti dottrinali orientati in senso monarchiano. Gli scritti a lui

attribuiti ci dimostrano come in Cappadocia e nel Ponto si sia esteso il conflitto tra

  51  

monarchianismo e dottrina del Logos. Ci interessa anche per lo scritto PARAFRASI

DELL’ECCLESIASTE, in cui troviamo svariate espressione che mal si conciliano con la

morale giudaica e cristiana. Origene aveva risolto le difficoltà del testo attraverso la sua

allegorizzazione.

Monarchianismo (dal greco - mone, unico e - arché, principio) era un movimento

µoνoς αρχεω

teologico fiorito nel II e III secolo. Alla sua base stava l'unità del concetto di Dio che, di

conseguenza, comportava la negazione della Trinità e della natura divina di Cristo.

La parola "Monarchiani" fu usata per la prima volta da Tertulliano come nomignolo per i

Patripassiani,[1] ma veniva usata solo raramente dagli antichi. In tempi moderni il significato

del termine è stato esteso ed ora comprende: i Monarchiani modalisti, anche detti

Patripassiani o Sabelliani, e i Monarchiani dinamici o Adozionisti.

 

La situazione delle regioni interne dell’Asia Minore verso le coste dell’Egeo, ci rimane

particolarmente oscura. L’assenza quasi totale di una letteratura asiatica per tutto il III

secolo, non deve però farci pensare che in quelle comunità non si continuasse a

discutere di:

Dottrina;

o Esegesi;

o Ecclesiologia.

o

A compensare questa carenza ci ha pensato l’Asia romana, che ci ha restituito una serie

di epigrafi cristiane:

a) In una stele rinvenuta in Frigia Metrodoro si professa vescovo e il lettore

nomina addirrittura Cristo;

b) L’epitaffio di Abercio è l’epigrafe più conosciuta. Egli era vescovo di Gerapoli.

Egli scrisse il suo epitaffio in esametri approssimativi e invita il lettore a

pregare per lui che si fa conoscere come un discepolo di un pstore puro,

parla dei suoi viaggi, del pane, del vino,… in essa, va rilevata la conoscenza

del simbolo cristologico del pesce.

c) Una tavola di bronzo rinvenuta a Platea presenta un elenco di 40 nomi

maschili. Tre sono configurati come PRESBUTEROI, il quarto come lettore.

La notizia va rilevata, ma non presenta particolare importanza.

La polemica antiorigeniana ebbe ripercussioni anche in Siria interna, che faceva capo a

Edessa. Siamo in una zona marginale:

La comunità cristiana rimane divisa in varie conventicole, tra cui quella dei

o marcioniti è ancora la più importante nel IV secolo;

Il manicheismo ha la sua posizione di nichhia;

o Grande varietà e confusione dottrinale per via del frazionamento;

o Tardò di molto l’imporsi del canone cattolico del NT.

o

Taziano compose una sorta di armonia dei quattro vangeli, il DIATESSARON, che ebbe

grande fortuna e fu tradotto in molte lingue. La confusione che regnava in quel territorio

si rifletteva anche negli scritti che non erano di facile interpretazione dottrinale.

  52  

L'influenza di Origene sul pensiero di altri autori cristiani, fino al VII secolo, fu enorme. Tra questi possiamo ricordare:

• Dionisio di Alessandria (o Dionigi Magno) (circa 190-264), che contrastò il sabellianesimo rifacendosi ad argomentazioni di tipo origenista;

• Teognosto (morto intorno al 282) e Pierio (morto intorno al 310), immediati successori di Origene alla direzione del Didaskaleion;

• Panfilo di Cesarea (circa 240-309) ed Eusebio di Cesarea (circa 260-340) autori dell'"Apologia di Origene";

• papa Damaso I (circa 304-384), che ne tradusse due omelie in latino;

• Didimo il Cieco (circa 313-398), condannato dal Concilio di Costantinopoli del 553 per la sua difesa delle idee di Origene;

• Ilario di Poitiers (circa 315-367), che venne in contatto con le sue opere durante l'esilio in Frigia;

• Basilio Magno (circa 330-379), Gregorio di Nissa (circa 330-395) e Gregorio di Nazianzo (329-389), che difesero a spada tratta il credo niceno.

• Ambrogio da Milano (circa 339-397), che utilizzava ampiamente l'interpretazione allegorica della Bibbia alla stregua di Origene stesso.

• Sofronio Eusebio Girolamo (circa 342-420), prima ammiratore, poi detrattore del catechista alessandrino.

• Tirranio Rufino, che ne tradusse in latino molte opere;

• Evagrio Pontico (346-399), ispiratore del monachesimo orientale e maestro di Giovanni Cassiano (circa 360-435), ispiratore di quello

occidentale.

• Massimo il Confessore (circa 580-662), che fu il più importante teologo del VII secolo.

Costoro diedero vita al movimento origenista che, poiché non sempre si basava sul pensiero di Origene nella sua interpretazione originaria, si

scontrò due volte con il Cristianesimo ortodosso nelle cosiddette crisi origeniste.

Le controversie su Origene e sui suoi insegnamenti sono di carattere molto singolare e molto complesso. Esse irruppero all'improvviso, dopo

lunghi intervalli, e assunsero un'importanza tale da essere stata imprevedibile pensando al loro leggero inizio. Furono rese complesse da dispute

personali e questioni estranee al soggetto fondamentale di cui si dibatteva, tanto che una breve e rapida esposizione delle polemiche è difficile e

pressoché impossibile. Improvvisamente calarono di tono in maniera così repentina che si è costretti a concludere che le controversie erano

superficiali e che l'ortodossia di Origene non era il solo punto in discussione.

Prima crisi origenista [modifica]

Eruppe nei deserti egiziani, raggiunse il suo massimo in Palestina e terminò a Costantinopoli con la condanna di Giovanni Crisostomo. Nella

seconda metà del IV secolo, i monaci di Nitria professavano un esagerato entusiasmo per Origene, mentre il fratelli del vicino monastero di Sceta,

per paura dell'allegorismo caddero nell'antropomorfismo. Queste dispute dottrinali gradualmente contagiarono i conventi di Palestina che

dipendevano da Epifanio di Salamina, convinto antiorigenista, che aveva combattuto con le sue opere l'origenismo, era determinato a prevenirne

l'espansione e a estirparlo completamente. Quest'ultimo, nel 394, si recò a Gerusalemme. Qui, alla presenza del vescovo di quella città, Giovanni

che era ritenuto un origenista, predicò scagliandosi con forza contro gli errori di Origene. Giovanni, a sua volta, si scagliò contro

l'antropomorfismo, riferendosi così chiaramente a Epifanio, che nessuno poté fraintenderlo. Presto, però, la disputa fu resa più accesa da un altro

incidente: Epifanio consacrò sacerdote Paoliniano, fratello di Girolamo, in un luogo soggetto alla sede di Gerusalemme. Giovanni si lamentò

profondamente di questa violazione delle sue prerogative e la replica di Epifanio non fu di natura tale da placarlo.

Due nuovi personaggi, a questo punto, irruppero nella mischia. Fin dai tempi in cui Girolamo e Rufino si stabilirono uno a Betlemme e l'altro sul

Monte Oliveto, erano vissuti in amicizia fraterna. Entrambi ammirarono, imitarono, e tradussero Origene, ed erano in buoni rapporti col loro

vescovo, finché, nel 392, Aterbio, un monaco di Sceta, venne a Gerusalemme e li accusò entrambi di origenismo. Girolamo, molto sensibile alla

questione dell'ortodossia, si risentì molto dell'insinuazione di Aterbio e, due anni più tardi, passò dalla parte di Epifanio, di cui tradusse in latino la

replica a Giovanni di Gerusalemme. Rufino, non si sa come, venne a conoscenza di questa traduzione che non doveva essere pubblica e

Girolamo lo sospettò di averla ottenuta con dei sotterfugi. Poco tempo dopo si riconciliarono, ma non durò a lungo. Nel 397 Rufino, che si era

trasferito a Roma, tradusse in latino il De principiis di Origene e, nella sua prefazione, seguì l'esempio di Girolamo di cui ricordava l'elogio in

ditirambi che questi aveva indirizzato al catechista alessandrino. L'eremita di Betlemme, fortemente indispettito da questa azione, scrisse ai suoi

amici per confutare il suo coinvolgimento tramite Rufino, denunciare gli errori di Origene a Papa Anastasio I, tentare di portare il Patriarca di

Alessandria alla causa antiorigenista e iniziare una disputa con Rufino, caratterizzata da grande acredine da ambo le parti.

Fino al 400 Teofilo di Alessandria fu un noto origenista. Era in confidenza con Isidoro, un ex monaco di Nitria, e i suoi amici, "gli Alti Fratelli",

leader accreditati del partito origenista. Questi aveva sostenuto Giovanni di Gerusalemme contro Epifanio, il cui antropomorfismo aveva

denunciato a papa Siricio. Improvvisamente cambiò idea, non se ne seppe mai la ragione. Si disse che i monaci di Sceta, dispiaciuti per la sua

lettera pasquale del 399, occuparono la sua residenza episcopale e lo minacciarono di morte se non avesse salmodiato la palinodia. Tuttavia, la

cosa certa è che litigò per questioni economiche con Isidoro e "gli Alti Fratelli" che lo criticavano per la sua avidità e la sua mondanità. Quando

Isidoro e "gli Alti Fratelli" ripararono a Costantinopoli, dove Crisostomo gli offrì ospitalità e intercedette per loro senza, tuttavia, ammetterli alla

comunione finché non fossero state ritirate le censure pronunciate contro di loro, l'irascibile Patriarca di Alessandria giurò di sopprimere

dappertutto l'origenismo e, con questo pretesto, di distruggere Crisostomo che odiava e invidiava. Per i successivi quattro anni fu spietatamente

attivo: condannò i libri di Origene al Concilio di Alessandria (400), con l'ausilio di un gruppo di armati scacciò i monaci da Nitria, scrisse ai vescovi

di Cipro e di Palestina per farli aderire alla sua crociata antiorigenista, compose le lettere pasquali del 401, 402, e 404 contro la dottrina di

Origene e spedì una lettera a Papa Anastasio con la quale chiedeva la condanna dell'origenismo. Il successo che ebbe superò persino le sue

speranze; i vescovi di Cipro accettarono il suo invito. Quelli di Palestina, riuniti a Gerusalemme, condannarono gli errori loro indicati, aggiungendo

che non venivano insegnati nelle loro diocesi: Anastasio, pur dichiarando che Origene gli era del tutto ignoto, condannò i brani estratti dai suoi

libri; Girolamo iniziò a tradurre in latino le varie elucubrazioni del patriarca e la sua violenta diatriba con Crisostomo; Epifanio, precedendo Teofilo

a Costantinopoli, trattò Crisostomo come temerario e quasi eretico, finché intravide la verità e sospettò che, probabilmente, era stato ingannato.

Pertanto, lasciò improvvisamente Costantinopoli e morì in mare prima di arrivare a Salamina.

È ben noto come Teofilo, convocato dall'imperatore per giustificare la sua condotta nei confronti di Isidoro e degli "Alti Fratelli", grazie alle sue

macchinazioni riuscì abilmente a cambiare ruolo. Invece di essere l'accusato, divenne l'accusatore. Fece convocare Crisostomo di fronte al

conciliabolo della Quercia (ad Quercum) e ne provocò la condanna. Non appena la sete di vendetta di Teofilo si fu saziata, non si sentì più nulla

dell'origenismo. Il Patriarca di Alessandria cominciò a leggere Origene, pretendendo di poter dividere le rose dalle spine, e si riconciliò con gli "Alti

Fratelli" senza chiedergli di ritrattare. Appena le dispute personali si sopirono, lo spettro dell'origenismo svanì.

  53  

Seconda crisi origenista [modifica]

Nel 514 alcune dottrine eterodosse di carattere molto singolare si erano diffuse fra i monaci di Gerusalemme e

della sua periferia. Probabilmente i semi della disputa furono sparsi da Stefano Bar-Sudaili, un problematico

monaco espulso da Edessa, che giunse a un origenismo tutto particolare, infarcito di panteismo. Disegni e

intrighi continuarono per i successivi 30 anni. I monaci sospettati di origenismo venivano espulsi dai loro

conventi e poi riammessi, solamente per essere nuovamente scacciati. I loro leader e protettori erano Nonno

che, fino alla sua morte avvenuta nel 547, li tenne uniti, Teodoro Askidas e Domiziano che si erano guadagnati il

favore dell'imperatore ed erano stati ordinati vescovi, uno della sede di Ancyra in Galazia, l'altro di quella di

Cesarea in Cappadocia, sebbene continuassero a risiedere a corte (537). In queste circostanze, fu inviato a

Giustiniano uno scritto contro l'origenismo, da chi e in quale occasione è ignoto, poiché i due racconti che ci

sono giunti differiscono tra loro (Cirillo di Scitopoli, Vita Sabae; e Liberato, Breviarium, XXIII). Dopo la morte di

Nonno, il nuovo movimento origenista si divise in due correnti:

• isocristi, che sostenevano che alla fine del mondo tutti gli spiriti sarebbero divenute uguali a quello di Cristo,

l'unico spirito non macchiato dal peccato originale;

• protoctisti, che sostenevano che Cristo era superiore e migliore di tutti gli altri spiriti. Essi rifiutarono la

preesistenza delle anime e si schierarono con gli ortodossi contro gli isocristi. Costoro li

soprannominarono tetraditi, poiché li accusavano di trasformare la Trinità in una tetrade con

l'introduzione della natura umana di Cristo.

In ogni caso, l'imperatore in seguito scrisse il suo Liber adversus Origenem, contenente, oltre a un'esposizione

delle ragioni della sua condanna, ventiquattro testi censurabili tratti dal De principiis, e dieci precetti da

anatemizzare. Giustiniano ordinò che il patriarca Menna riunisse tutti i vescovi presenti a Costantinopoli e gli

facesse sottoscrivere questi anatemi. Ciò avvenne nel sinodo locale (synodos endemousa) del 543. Una copia

dell'editto imperiale fu inviata agli altri patriarchi, compreso Papa Vigilio. Tutti confermarono la loro piena

adesione. Per Vigilio esistono la testimonianza di Liberato (Breviarium, XXIII) e di Cassiodoro (Institutiones, 1).

Ci si sarebbe aspettato che Domiziano e Teodoro Askidas, attraverso il loro rifiuto di condannare l'origenismo,

sarebbero caduti in disgrazia all'interno della corte; ma essi sottoscrissero tutto quello che gli venne chiesto di

firmare e divennero più potenti che mai. Askidas si prese anche una vendetta persuadendo l'imperatore a

condannare Teodoro di Mopsuestia, ritenuto nemico giurato di Origene (Liberato, Breviarium, XXIV; Facondo di

Ermiano, Defensio trium capitul, I, II; Evagrio, Historia, IV, XXXVIII). Il nuovo editto di Giustiniano, di cui non

resta alcuna copia diede il via ai lavori del quinto concilio ecumenico in cui furono condannati Teodoro di

Mopsuestia, Iba di Edessa, e Teodoreto di Cirro (553).

Conclusioni sulla vicenda origenista [modifica]

Origene e l'origenismo furono condannati dal concilio del 553? Molti scrittori lo credono, ma un egual numero lo

nega; la maggior parte degli autori moderni o è indecisa o risponde con delle riserve. Basandosi su recenti studi

sulla questione si può dire che:

• È certo che il quinto concilio ecumenico fu convocato esclusivamente per trattare l'affare dei Tre Capitoli, e

che né Origene né l'origenismo, ne siano stati la causa.

• È sicuro che, nonostante le proteste di papa Vigilio (537-555) che, sebbene si trovasse a Costantinopoli,

rifiutò di partecipare ai lavori, il concilio si aprì il 5 maggio 553 e che nelle otto sessioni conciliari (dal 5

maggio al 2 giugno), negli Atti dei quali siamo in possesso viene trattata solamente la questione dei Tre

Capitoli.

• Infine, è sicuro che solamente gli Atti riguardanti la quaestio dei Tre Capitoli furono sottoposti al papa per la

sua approvazione, che fu concessa l'8 dicembre 553 e il 23 febbraio 554.

• È un fatto che papa Vigilio, e i successori, Pelagio I (556-561), Pelagio II (579-590), Gregorio I (590-604), nel

trattare del quinto concilio si occuparono solamente dei Tre Capitoli, non facendo alcun riferimento

all'origenismo, e parlando come se non fossero a conoscenza della sua condanna.

• Si deve ammettere che prima dell'apertura del concilio, che era stata posticipata per le proteste del Papa, i

vescovi già riuniti a Costantinopoli dovettero giudicare, per ordine dell'imperatore, una forma di

origenismo che non aveva praticamente nulla in comune con Origene, ma che era seguita, come

sappiamo, da uno dei partiti origenisti della Palestina. Gli argomenti a supporto di questa ipotesi

possono essere trovati in Dickamp.

I vescovi certamente sottoscrissero i dieci anatemi proposti dall'imperatore ed è vero che un noto origenista,

Teodoro di Scitopoli, fu costretto a ritrattare. Ma non esiste alcuna prova che fu chiesta l'approvazione del papa

che, oltretutto, a quel tempo stava protestando contro la convocazione del concilio. È facilmente spiegabile il

fatto che questa proposizione extra-conciliare fosse confusa, in seguito, per una delibera ufficiale del concilio

ecumenico.  

    54  

CAPITOLO 4

Abbiamo considerato non priva di fondamento la notizia secondo cui solo una morte

prematura abbia effettivamente frenato Aureliano nel mettere in atto una politica ostile

verso la chiesa e ne abbia ravvisato la motivazione di voler compattare un impero dal

punto di vista di:

Organizzazione

o Pratica religiosa

o

Di fatto, questa volontà di ripristino dell’impero andava spesso a sfavore dei cristiani. La

stessa situazione si propose quando DIOCLEZIANO rinnovò le intenzioni politiche del suo

predecessore:

a) Non ne possedeva il genio militare;

b) Ebbe la fortuna di vivere a lungo e regnare a lungo;

c) Ebbe la possibilità di riorganizzare politicamente l’impero con la tetrarchia;

d) Ebbe modo di riformarlo dal punto di vista militare, economico, sociale,

religioso.

Era naturale che non vedesse di buon occhio i cristiani, considerati usurpatori dei valori

tradizionali. L’intellettualità pagana accentuò l’attività anticristiana, ma la imminente

diffusione di questa nuova fede:

Se da un lato, spaventava i pagani fino a spingerli a provvedimenti coercitivi;

o Dall’altro, sollevava i dubbi di chi comprendeva che una politica ostile

o potesse essere condotta solo con la violenza.

Non possiamo sapere con esattezza le ragioni che lo spinsero ad un atteggiamento ostile

nei confronti della chiesa, ma sappiamo che già in un rescritto del 295 egli faceva

menzione della sua volontà di riprendere gli antichi culti.

L’editto, pubblicato nel 297, colpiva i manichei e solo marginalmente colpiva i

cristiani; ma una serie di provvedimenti tra il 298 e il 302, di fatto li allontanava

dall’esercito. Infine nel 304 venne emanato il primo vero editto di persecuzione, in

cui tra i primi provvedimenti si adombrava quello di distruggere una chiesa non

lontana dalla residenza imperiale.

L’editto era moderato, in quanto comandava:

La distruzione delle chiese;

o La consegna e la relativa distruzione dei libri sacri;

o Non prevedeva punizioni a carico di persone, eccetto in caso di resistenza

o all’esecuzione degli ordini.

Un provvedimento di questo tipo, non era però in grado di distruggere la compagine delle

comunità cristiane e molti chierici non ebbero difficoltà a consegnare i libri sacri.

Successivamente, a causa di alcuni disordini nel periodo successivo all’emanazione di

questo editto, ne seguì un secondo, che ordinava l’imprigionamento dei capi delle chiese.

Durante il ventennale dell’impero di Diocleziano, come di consueto, venne proclamata

l’amnistia, ma i cristiani poterono beneficiarne soltanto a patto di sacrificare agli dei:

questo fu sentito dai cristiani come un terzo editto di persecuzione, al quale ne

seguì probabilmente un altro, che imponeva a tutti i cristiani l’obbligo di

sacrificare. In questo modo la persecuzione diventava generale, superando anche la

severità dei decreti di Valeriano. In oriente, la politica anticristiana venne applicata con

rigore, visto che Diocleziano si era convertito alle idee di Galerio: sia la moglie che la figlia

furono costrette a sacrificare, perché accusate di simpatizzare per i cristiani. In

occidente, l’applicazione fu severa in Italia e in Africa, dove il cristianesimo era più

  55  

diffuso. In Spagna, Gallia, Britannia, la persecuzione si ridusse alla distruzione di alcune

chiese. Mano a mano che la persecuzione diventava più pesante, la possibilità di

sottrarsi diventava sempre più aleatoria ad eccezione della fuga.

Nel 305 Diocleziano abdicò, mandando in pezzi il suo progetto di governo e favorendo lo

scoppio di guerre civili, che videro l’affermarsi di Costantino in Occidente e Licinio in

Oriente.

Questa vicenda a noi interessa solo per i riflessi che ebbe sull’andamento della

persecuzione:

In Palestina e in Egitto essa si prolungò fino al 311, perché Massimino Daia

o era di tendenza anticristiana;

Altri tetrarchi, fra cui Costantino, erano di diverso avviso;

o L’andamento della crisi, però, ispirava provvedimenti di clemenza, mirati a

o guadagnare appoggi nelle comunità cristiane, minoritarie ma consistenti.

È il caso di Massenzio, che mise subito fine alla persecuzione. Galerio, seppur

contrariato dalla persecuzione, si piegò alla realtà dei fatti e nel 311 emanò un

editto di tolleranza.

Le comunità cristiane riuscirono così a tornare alla normalità e alla pratica del loro culto,

anche se una persecuzione così lunga aveva sicuramente lasciato delle situazioni molto

dolorose. La questione principale da risolvere si era già proposta nel 250, ossia la

procedura di riammissione di quanti avessero ceduto alla persecuzione. Il fattore

aggiuntivo, in questo momento, era risolvere la questione relativa ai TRADITORES, ossia

i chierici che avevano consegnato i libri sacri. A Roma la situazione si era risolta con le

dimissioni di papa Marcellino, mentre in Africa e in Egitto, la situazioni si evolse in

maniera molto più grave.

All’editto di Galerio seguì all’inizio del 313, l’Editto di Milano:

Fu emanato da Costantino e Licinio;

⇒ Questo editto modificava e integrava quello di Galerio, dal momento che la

⇒ religione cristiana era riconosciuta e non soltanto tollerata, diventando così

tollerata alla pari dei culti dei pagani;

Disponeva la restituzione alle chiese dei beni che erano stati confiscati.

Mentre Licinio si atteneva alla lettera a questo testo, in occidente Costantino diede subito

inizio ad una politica di aperto favore nei confronti dei cristiani e della chiesa cattolica,

anche se mantenendo sempre il titolo di PONTIFEX MAXIMUS, che gli assicurava il

controllo su tutte le manifestazioni pagane. Questo atteggiamento di evoluzione

dell’imperatore verso la religione cristiana sembra essere dovuto alla visione che egli ebbe

alla vigilia della vittoriosa battaglia di Ponte Milvio nel 312, che lo consacrò signore di

tutto l’Occidente. Questo avvenimento lo incoraggiò a potenziare la politica filo -

cristiana. Questa fu definita la SVOLTA COSTANTINIANA, la nuova politica

dell’imperatore fu avvertita dai cristiani come vittoria sugli idoli pagani, fatto ricordato

anche nel DE MORTIBUS PERSECUTORUM di Lattanzio e in Eusebio di Cesarea.

L’imperatore era avvertito come potere religioso. Sappiamo che agli inizi del IV secolo i

cristiani continuavano a costituire una minoranza, anche se gli strumenti essenziali del

governo erano completamente o quasi pagani:

Esercito;

• Burocrazia.

Costantino con questa mossa appoggiò la parte più debole della società, convincendosi

che con questo atteggiamento potesse governare meglio di chi lo aveva preceduto. Egli,

  56  

malgrado avesse deciso di accogliere la religione cristiana e avesse cercato di mitigare

certi aspetti del sistema giudiziario e di quello religioso, continuò a permettere che i

pagani vivessero tranquillamente e continuò a servirsi di collaboratori pagani di ogni

specie. Cominciò quindi un periodo di transizione, che fu risolto attraverso leggi,

nonostante la cristianizzazione sia stata un fenomeno diffusosi molto più velocemente in

oriente. Si spiegano in questo senso alcuni provvedimenti presi da Costantino:

Sovente demandava al clero cattolico l’incarico di distribuire viveri, che

⇒ normalmente le autorità statali distribuivano alle classi meno abbienti;

Affidò al clero cattolico anche l’istituto della EPISCOPALIS AUDIENTIA, che

⇒ demandava ai vescovi il disbrigo di alcuni tipi di cause giudiziarie;

Fece in modo che la chiesa potesse avere il diritto di ricevere legati e che i

⇒ chierici potessero essere sgravati dai munera curiali;

Venne abolita la crocifissione per i peccati capitali.

L’imperatore fu anche propenso a far arricchire la chiesa attraverso la donazione di

edifici e la costruzione di chiese. Nonostante questo suo incremento della potenza della

chiesa, egli non volle aderirvi in forma ufficiale e solo in punto di morte fu battezzato.

Costantino si configurò sin da subito capo della chiesa: questa definizione, però, è

sensato se si considera l’intento dell’imperatore di poter gestire le questioni

ecclesiastiche rimanendo sempre al di fuori del gregge dei fedeli. Lo strumento da lui più

utilizzato per dirimere questioni religiose fu il concilio.

Nel 313, poco dopo la pubblicazione dell’editto, i donatisti si appellarono

all’imperatore, perché non ritenevano valida la nomina di Ceciliano sul soglio

vescovile a Cartagine. L’imperatore demandò a Milziade l’incarico di dirimere la

questione, anche se il papa si dimostrò a favore dell’elezione di Ceciliano,

convocando un vero e proprio concilio. I donatisti si rivolsero ancora all’imperatore

e questi indisse un concilio ad Arles, a cui parteciparono molti vescovi, ma il cui

responso non fece altro che confermare il precedente concilio.

Al di là dello svolgimento dei fatti, il significato della vicenda è particolarmente

importante: il papa prova ad affermare la sua autorità indicendo un concilio per dirimere

la questione, qui interviene allora l’imperatore con un secondo concilio che ribadisce la

sua autorità sulla chiesa. La decisione del concilio diventa operativa solo con la volontà

dell’imperatore. Circa 11 anni dopo queste vicende, il CONCILIO DI NICEA, riafferma

questa nuova organizzazione gerarchica di chiesa universale:

Il contenzioso questa volta è di natura dottrinale;

⇒ In casi come questo anche la scomunica della chiesa o le decisioni prese a

⇒ maggioranza potevano non risultare valide perché non erano accompagnate

da sanzioni civili o penale e chiunque prima cercava di affermare le proprie

convinzioni, poteva continuare a farlo anche in seguito.

intorno al 320, ARIO, un presbitero di Alessandria, aveva maturato una propria

interpretazione in senso subordinante della dottrina del Logos, di estrazione

alessandrina. Essa affermava che il Logos divino era estraneo alla sostanza del

Padre e non coeterno con lui, ma partecipe del mondo della creazione, creato

direttamente da Dio e artefice egli stesso della creazione di tutti gli esseri viventi.

Si parla quindi di un Dio in quanto creatore, ma una divinità inferiore ed estranea a

quella del Padre. Questa dottrina con il tempo venne considerata incompatibile con

la visione approvata ad Alessandria, ossia la dottrina delle tre ipostasi di linea

  57  

origeniana- dionigiana. Ario non modificò le sue interpretazioni e subì per questo

una scomunica, con condanna ratificata da un concilio di chiese di Libia ed Egitto.

Dopo una serie di contestazioni e la sconfitta al governo dell’imperatore d’oriente

Licinio, si giunse, non si sa per la decisione di chi, alla convocazione di un grande

concilio, il primo di tipo ecumenico, la cui sede designata fu NICEA.

Il 20 marzo 325 si arrivò all’apertura del concilio alla presenza dell’imperatore. Le nostre

conoscenze riguardo il concilio sono scarse, ma a grandi linee possiamo individuare le

posizioni prevalenti e le linee di pensiero:

Agli estremi si collocano le posizioni di ARIO e di MARCELLO DI ANCIRA,

⇒ che essendo monarchiano, sulla scia di Paolo di Samosata, considerava il

Logos, come una potenza non personale del Padre, da lui emessa per creare il

mondo e che in un momento seguente si era incarnata in Gesù, per essere

poi riassorbita, al momento della fine del mondo, nella monade paterna; in

questo modo il regno di Cristo sarebbe destinato ad avere una fine.

In posizione centrale si situava la posizione di Alessandro di Alessandria, che

⇒ continuava l’impostazione subordinante che era stata elaborata da Dionigi

sulla scia di Origene: Cristo, il Figlio di Dio, in quanto Logos, era stato

generato dal Padre ed è vero dio, da lui personalmente distinto e per suo

volere autore della creazione.

In posizione intermedia tra lui e Ario si situa l’interpretazione data da

⇒ Eusebio di Cesarea, più subordinante di Alessandro, ma senza arrivare

all’affermazione ariana della creaturalità del Logos.

Tra Alessandro e Marcello si situa EUSTAZIO DI ANTIOCHIA, che affermava

⇒ una sola ipostasi del Padre e del Figlio, articolata in due PROSOPA, ma che

rifiuta gli esiti del monarchianismo di Marcello.

Lo svolgimento del concilio dimostrò la debolezza dei sostenitori di Ario. Si ricorse alla

definizione che il Figlio è OMOOUSIOS con il Padre termine di significato

palesemente monarchiano, visto che se ne era già servito Dionigi di Alessandria in

polemica con Ario. Il termine poteva risultare ambiguo, visto che OUSIA poteva essere

inteso in significato individuale, ma anche in significato generico. Costantino impose

questo termine ad un concilio piuttosto riluttante, dopo opportune dispute e successivi

chiarimenti. Si giunse alla pubblicazione di una professione di fede, elaborata da

personaggi ignoti. Essa consta di due parti:

1. La prima è positiva e compendia il significato antiariano nella definizione

che il Figlio sia stato generato dalla OUSIA del Padre ed è costituito dalla

stessa OUSIA.

2. La seconda è negativa e condanna le principali affermazioni di Ario, ossia la

creaturalità e la non coeternità del Figlio.

Il risultato di questo concilio risultò in definitiva fortemente monarchiano. Al momento

della sottoscrizione della professione di fede i padri conciliari si piegarono quasi tutti:

Rifiutarono Ario e il presbitero Euzoio;

⇒ Rifiutarono due vescovi libici Secondino e Teona.

Furono tutti esiliati nell’Illirico. L’approvazione di Costantino diede valore di legge a tutto

quello che era stato decretato nel concilio, anche se la questione ariana non sembrava

ancora essersi risolta, dato che pochi anni dopo essa riuscì a ribaltare la fede nicea. Alla

base di questo cambiamento c’era l’idea che il credo niceno si fosse sbilanciato troppo a

  58  

favore dei monarchiani. Anche l’imperatore si convinse che le decisioni del concilio

fossero esageratamente antiariane, per questo motivo decise di favorire un movimento di

reazione che mettesse fuori gioco i principali esponenti dello schieramento antiariano.

Nelle vicende successive al rientro dall’esilio degli esiliati si collocano le vicende di

ATANASIO.

Egli fu diacono di Alessandro di Alessandria e fu eletto a succedergli ma per

svariati motivi, i meliziani non considerarono valida l’elezione.

Lo scisma meleziano [modifica]

La condotta di Melezio fu tanto più riprovevole, in quanto la sua insubordinazione fu quella di uno che ricopriva

un ufficio molto elevato. Sant'Epifanio e Teodoreto affermavano che Melezio era di rango immediatamente

inferiore a Pietro I di Alessandria, del quale era geloso e che, quando quest'ultimo fu costretto a fuggire ed a

vivere in clandestinità a causa della persecuzione dei cristiani, stava cercando di prenderne il posto. Secondo

Sant'Atanasio, non fu solo contro Pietro che Melezio mantenne le sue posizioni, ma anche contro i suoi

immediati successori: Achilla ed Alessandro.

Confrontando le informazioni ricavate dagli scritti di Sant'Atanasio con quelle fornite dai documenti sopracitati,

la data di inizio dello scisma meleziano può essere determinata con sufficiente precisione: sicuramente si può

collocare durante l'episcopato di Pietro, che occupò la sede di Alessandria dal 300 al 311. Sant'Atanasio nella

sua Epistola ad episcopos affermava che "i meleziani erano stati dichiarati scismatici più di cinquantacinque

anni fa". Sfortunatamente la data di questa lettera è controversa: fu scritta nel 356 o nel 361. Tuttavia,

Atanasio aggiungeva: "Gli ariani sono stati dichiarati eretici trentasei anni fa", vale a dire in occasione del

Concilio di Nicea (325). Apparentemente, quindi, Sant'Atanasio scriveva nel 361. Se si tolgono

cinquantacinque anni da questa data, per la condanna dello scisma si giunge al 306; poiché la persecuzione

di Diocleziano fu più virulenta tra il 303 ed il 305, gli inizi dello scisma potrebbero essere collocati nel 304 o nel

305 stesso.

Epifanio, vescovo di Salamina in Cipro, nella sua opera (Haereses lxviii) fornì un racconto circostanziato in

contraddizione con quanto detto in precedenza. Secondo quest'ultimo, lo scisma sorse da un disaccordo tra

Melezio e Pietro sulla ricezione di alcuni dei fedeli, particolarmente ecclesiastici che avevano abiurato la Fede

durante la persecuzione. Questa versione, preferita da alcuni storici alle dichiarazioni di Sant'Atanasio, è stata

superata dalla scoperta da parte del Maffei dei documenti citati in precedenza.

Come si spiega, allora, l'origine della versione riportata da Epifanio? Sembra fosse nata in questo modo: dopo

la morte di Pietro, Melezio fu arrestato ed inviato alle miniere; durante il viaggio, si fermò ad Eleuteropoli, dove

fondò una chiesa della sua setta; essendo Eleuteropoli la città natale di Epifanio, durante la sua infanzia,

quest'ultimo venne sicuramente in contatto con i meleziani. Essi, naturalmente, rappresentavano in una luce

più favorevole l'origine della loro setta e quindi la loro parziale e fuorviante versione fu successivamente

inserita da Epifanio nella sua opera sulle eresie. Infine, i riferimenti allo scisma meleziano di Sozomeno e di

Teodoreto di Cirro sono abbastanza in linea con i documenti scoperti a Verona e, più o meno, con gli scritti di

Sant'Atanasio su questo stesso tema. La soppressione dello scisma meleziano fu una delle tre importanti

questioni che vennero discusse di fronte al Concilio di Nicea. Il decreto sulla questione si è conservato nella

lettera sinodale indirizzata ai vescovi egiziani. Venne deciso che Melezio rimanesse nella città di Licopoli, ma

senza poter esercitare l'autorità o il potere di ordinare, inoltre gli fu vietato di recarsi nei dintorni della città o di

entrare in altre diocesi allo scopo di ordinare i suoi seguaci. Mantenne il suo titolo episcopale, ma gli

ecclesiastici che aveva ordinato dovettero ricevere nuovamente l'imposizione delle mani, pertanto, le

ordinazioni effettuate da Melezio erano considerata non valide. Nelle diocesi in cui furono trovati, coloro che

erano stati ordinati da lui dovevano sempre dare la precedenza a quelli ordinati da Alessandro e non potevano

fare nulla senza il consenso del vescovo. In caso di decesso di un vescovo o di un ecclesiastico non

meleziano, la sede vacante poteva essere affidata ad un meleziano solo a condizione che ne fosse degno e

che l'elezione popolare fosse ratificata da Alessandro. Quanto a Melezio stesso, in seguito fu privato delle sue

prerogative episcopali a causa della sua abitudine di creare confusione ovunque. Queste misure, tuttavia,

furono vane: i meleziani si unirono agli ariani diventando i peggiori nemici di Sant'Atanasio che, riferendosi a

questa unione, affermò: "Volesse Dio che ciò non fosse mai accaduto".

Intorno al 325 i meleziani potevano contare, in Egitto, su ventinove vescovi, compreso Melezio. In particolare,

ad Alessandria, c'erano quattro sacerdoti, tre diaconi ed un cappellano militare. La data della sua morte è

ignota. Tuttavia nominò un suo amico, Giovanni, suo successore. Teodoreto parlava di monaci meleziani

molto superstiziosi che praticavano l'uso ebraico delle abluzioni. La chiesa di Meleziano si estinse dopo la

metà del V secolo.

  59  

Essi provocarono la reazione del neo – eletto. Per due volte gli scismatici

protestarono con Costantino senza alcun esito. Nel frattempo Ario ed Euzoio

vennero richiamati dall’esilio, senza essere accolti a Alessandria. Cominciò una

contesa tra i meliziani e Ario, che ebbe come conseguenza l’istituzione di un

concilio tenutosi a Tiro nel 335. Il risultato fu la condanna di Atanasio e il suo

esilio a TREVIRI, senza che fosse assegnato un suo successore.

Nel 337 morì Costantino.

Alla morte dell’imperatore sorsero numerosi contrasti che portarono allo sterminio di

quasi tutti i suoi parenti. Al termine di questa crisi, nel 340, i due superstiti, i figli

COSTANTE e COSTANZO, si divisero l’impero:

A Costante spettò l’oriente;

⇒ A Costanzo l’occidente.

I due imperatori accentuarono l’azione antipagana del padre e vennero emanate delle leggi

che proibivano i sacrifici e ordinavano la chiusura dei templi. Senza dubbio la

cristianizzazione dell’impero in questo momento ebbe un momento di accelerazione. Essi

ebbero a che fare con i problemi della chiesa in particolare con le correnti:

Donatista;

• Ariana.

La svolta costantiniana della quale aveva beneficiato la chiesa, aveva favorito in Africa i

donatisti, che erano pronti a presentarsi come cristiani puri ed eredi della chiesa dei

martiri. Vista la situazione, nel 347 Costante rimise in vigore la legge del 316 contro

questa fede, alla quale fece seguito un periodo di forti violenze. L’unità della chiesa fu

imposta con la forza. Anche la controversia ariana ebbe le medesime conseguenze, ma

subì minore violenza.

Fino a quel momento, Roma, era rimasta assente nello svolgimento della controversia.

Tuttavia la nuova situazione politica permetteva alle chiese occidentali di operare senza il

timore di una reazione dell’imperatore, visto che Costante aveva interesse ad allineare la

sua posizione su quella del vescovo di Roma. La chiesa in questione aveva rifiutato la

dottrina delle tre ipostasi, fattore determinante per una possibile ostilità verso

l’arianesimo. Questa ostilità fu accesa da Atanasio e Marcello, che convinsero papa

Giulio di essere vittime degli ariani. Il papa approfittò di questo pretesto per ridare

prestigio alla sede romana, che Costantino aveva oscurato. Nel marzo del 341, Giulio

riunì a Roma un concilio per esaminare i casi di Atanasio e Marcello, ma gli orientali

rifiutarono di partecipare. Il risultato fu l’assoluzione dei due dalle condanne.

Per risolvere la situazione di stallo, Costante convinse Costanzo a indire un nuovo

concilio ecumenico, stavolta a Serdica, nel 343. Il concilio fallì senza arrivare ad una

riunione congiunta e le due parti si scomunicarono reciprocamente, pubblicando due

diverse versioni dei fatti, integrando due diverse professioni di fede. Altri momenti di

questa situazione furono:

Nel 344 una delegazione orientale si presentò a Milano con una professione

• di fede che ribadiva la posizione degli orientali. Questa ambasceria fu senza

esito.

  60  

Nel 350 Costante fu ucciso per i movimenti di usurpazione di Magnenzio.

• L’usurpazione non riuscì e unico imperatore rimase Costanzo, che nel 353

riunì tutto l’impero sotto il suo potere.

Costanzo fu educato cristianamente e il interesse per le controversie dottrinali derivava

dalla conoscenza tecnica del contenzioso, elemento che era mancato a suo padre. La sua

idea fu sempre quella di poter trovare un compromesso fra la fede di Nicea e

l’arianesimo, anche se il susseguirsi degli avvenimenti non facilitava la presa di posizione

costante e coerente.

Nel 350 Costante fu assassinato da Magnenzio; Costanzo rimase unico padrone dell'Impero. Atanasio perse il suo

potente protettore, ma la lotta tra Costanzo e Magnenzio per diventare unico Augustus dell'impero, assicurò un

periodo di relativa tranquillità alla Chiesa. Nonostante ciò, i vari sinodi indetti dall’imperatore tra il 351 e il 359

tenutisi a Sirmio (abituale residenza di Costanzo), non sanarono le divisioni interne sul tema cristologico. Si

andava dal termine più dissimile, quello degli Ariani che definivano Cristo ἀνόμοιος (anòmoios = dissimile dal

Padre), chiamati anomei, al termine più vicino a quello di Atanasio, ὁμοιούσιος (homoioùsios = simile nella

sostanza al Padre), sostenuto dagli "omeousiani", passando per il concetto intermedio degli "omei", che si

accontentavano di definire il Figlio ὅμοιος (hòmoios = simile al Padre). Eliminato l’usurpatore, Costanzo tornò

a tramare contro Atanasio, e prese a spunto delle sue ostilità il fatto che la sentenza emessa dal concilio di Tiro

non era mai stata revocata, e pertanto qualunque atto del vescovo poteva essere considerato illegittimo. Il

sostegno che Atanasio aveva ricevuto dalla Chiesa di Roma convinse però Costanzo a rinviare qualsiasi azione

finché non avesse ottenuto anche l’appoggio dei vescovi occidentali. Gli occorsero due anni di trattative, prima che

il problema del vescovo di Alessandria fosse nuovamente discusso nel sinodo di Arles e poi nel concilio di Milano

del 355[13]. Nel frattempo, però, il neoeletto papa Liberio si era reso conto, da parte sua, che le accuse nei

confronti di Atanasio celavano, in realtà, l’intenzione di colpire e demolire il Credo niceno, e che pertanto era

necessario ribadirne con forza il principio e confermarlo con autorità[14]. Ma le cose non andarono come il

pontefice aveva auspicato. La corruzione[15], i cavillosi sofismi dei vescovi ariani e le sollecitazioni dell’imperatore,

che prospettò la condanna di Atanasio come unico modo per riportare la pace nella Chiesa, ottennero il risultato

voluto dall’imperatore: il concilio di Arles si sciolse solo dopo che anche i vescovi occidentali ebbero sottoscritto un

documento di condanna e deposizione di Atanasio. I suoi più ardenti e fermi sostenitori, che avevano prima

addotto varie argomentazioni in difesa[16] e poi si erano rifiutati di firmare il documento, vennero allontanati dalle

proprie sedi ed esiliati con provvedimenti dell’imperatore, che sostenne di eseguire i decreti della Chiesa. Ai

vescovi assenti fu recapitato un modulo di consenso alle decisioni del concilio[17]. In precedenza, il 22 maggio del

353 un emissario imperiale aveva informato il patriarca che l'imperatore era disposto a concedergli un'udienza

personale; Atanasio, che non l'aveva mai richiesta, fiutò la trappola, e non si mosse dalla sua sede. Anzi, convocò

un sinodo di vescovi egiziani che, alla fine di maggio, fece pervenire a papa Liberio una lettera in suo favore,

sottoscritta da settantacinque (od ottanta) episcopi. Costanzo accusò pubblicamente il papa di non volere la pace

e di non tener conto della lettera di accuse dei vescovi orientali. Liberio rispose (Obsecro, tranqullissime imperator)

dichiarando di aver letto la lettera dei vescovi orientali di fronte ad un sinodo riunitosi a Roma (probabilmente un

sinodo di anniversario, il 17 maggio 353), ma di non averne potuto tener conto in quanto quella arrivata dall'Egitto

era sottoscritta da un numero superiore di vescovi, ed egli stesso non poteva essere in comunione con gli orientali,

poiché alcuni di loro rifiutavano di condannare Ario, ed appoggiavano il vescovo rivale Giorgio di Cappadocia, che

accettava i presbiteri ariani che papa Alessandro I aveva scomunicato molto tempo prima. Inoltre, si lamentava del

Concilio di Arles, ed implorava la convocazione di un altro concilio, attraverso il quale la fede esposta mediante il

Credo Niceno potesse essere rafforzata. Nella primavera del 355 si tenne dunque un altro concilio a Milano, ma il

disaccordo dei convenuti in merito all’accettazione delle delibere nicene sfociò in violenze e nell’intervento diretto

dell’imperatore, che ordinò l’unanime condanna di Atanasio e nuovamente l’esilio per i vescovi dissenzienti  

  61  

. Tra i destinatari dei provvedimenti di esilio anche papa Liberio, che fu mandato a Beroea in Tracia (attuale

Veria in Grecia) e sostituito dall’antipapa Felice II, e Osio di Cordova (già consigliere di Costantino I)[18]; la

loro fermezza fu però piegata dai rigori della condanna, ed in seguito entrambi capitolarono ed accettarono i

termini stabiliti dal concilio Questo breve e travagliato periodo fece pronunciare a San Girolamo la famosa

frase: «L’universo gemette nello sbalordimento di vedersi diventato ariano!». Ottenuto finalmente l’appoggio

forzato anche della Chiesa latina, Costanzo ingiunse ad Atanasio di abbandonare la sua sede episcopale, in

ottemperanza a quanto disposto dal concilio di Tiro. Osserva acutamente il Gibbon[19], che sebbene la

condanna fosse ormai stata universalmente riconosciuta, il timore che l’ordine potesse creare gravi disordini in

una città e una provincia così importanti dell’impero da parte del popolo deciso magari a difendere anche con

le armi il suo vescovo, indusse Costanzo a trasmettere l’ordine stesso solo verbalmente per mezzo di due suoi

ministri, anziché per scritto come sarebbe stato normale. Questa circostanza offrì ad Atanasio il pretesto per

contestare un ordine che si poneva in contrasto con le dichiarazioni precedenti dell’imperatore stesso. Le

autorità della provincia, costrette ad agire con prudenza, dovettero concordare con il partito del vescovo una

tregua finché non fosse stata resa nota con più chiarezza la reale volontà dell’imperatore. Ma nel frattempo un

esercito di 5.000 armati si avvicinò ad Alessandria ed occupò la città prima che potesse essere difesa. Per

quattro mesi si verificarono sommosse, profanazione di chiese e atti di violenza: il popolo insorto in difesa del

suo vescovo si opponeva alle truppe occupanti, appoggiate dal clero del partito avversario e,

successivamente, anche da quella notevole parte di popolazione non cristiana che, per quanto stimasse

Atanasio, cominciando a temere per la propria incolumità e per le eventuali possibili ritorsioni, si schierò dalla

parte di Giorgio di Cappadocia, il vescovo che la fazione ariana aveva designato come successore di Atanasio

e che venne finalmente insediato. Nella lettera di congratulazioni al nuovo vescovo, Costanzo dichiarò di voler

perseguire con tutti i mezzi i seguaci di Atanasio che, con la fuga dal meritato castigo aveva di fatto ammesso

le sue colpe[20]. In effetti il vescovo era riuscito a fuggire, protetto dai suoi fedeli, e fece perdere le sue tracce

per ben sei anni, nonostante le ricerche capillari, le promesse di ricompensa per chi ne avesse consentito la

cattura e le minacce nei confronti di chiunque gli avesse fornito aiuto e riparo. Sotto la protezione di eremiti in

monasteri sperduti nel deserto o di fidati amici in piccoli centri, Atanasio non cessò di far circolare scritti contro

l’imperatore e contro la Chiesa ariana, riuscendo a mantenere unito il partito della sua Chiesa.L’ultimo periodo

e la morte Morto Costanzo nel 361, il nuovo imperatore Giuliano, in seguito indicato dai cristiani come

l'"Apostata", con il suo editto di tolleranza nei confronti di tutte le fedi e confessioni religiose, emesso in quello

stesso anno, permise a tutti i vescovi cristiani di fede non ariana di rientrare dall'esilio. Ripreso possesso della

sua sede vescovile, Atanasio riuscì a convocare in Alessandria, nel 362, un concilio d'Oriente che pose fine a

tutte le dispute dogmatiche, semplicemente riaffermando i decreti del concilio di Nicea e rifuggendo da

qualsiasi discussione sui termini.

Morì nella sua città il 2 maggio del 373.  

 

Alla fine del 359 si riunirono a Rimini 400 vescovi, la cui presidenza fu assegnata a

Restituto. Fu letta una lettera di Costanzo che vietava ai convenuti di prendere decisioni a

riguardo dei vescovi orientali e imponeva di inviare una commissione di 10 membri per

riferire gli esiti del concilio. Si evidenziò la contrapposizione di due tendenze:

1. Una consistente maggioranza considerava il credo niceno;

2. Una minoranza di 80 vescovi votava per la formula sirmiense del 359.

Fu confermato il credo niceno, ma emersero alcuni problemi nel momento di invio della

commissione. I lavori ricominciarono in un clima particolarmente avverso, visto che la

commissione inviata a Costanzo fu fermata da Valente, che ragguagliò l’imperatore

sull’esito sfavorevole del concilio. Tornata a Rimini la commissione, tutti si piegarono alla

volontà di Costanzo, trasmessa da Valente. Gli ultimi a cedere furono i vescovi della

Gallia. La delegazione incaricata di riportare a Costanzo le decisioni prese si incontrò a

Costantinopoli con la delegazione del concilio di Seleucia.

Qui i lavori erano cominciati il 27 settembre. Erano presenti 160 vescovi. Dopo giorni

di discussioni venne riproposta la formula antiochena del 341 e fu respinto un testo,

proposto da Acacio, che riproponeva quello del 22 maggio e furono scomunicati i

  62  

capiparte degli omei e degli anomei. Entrambi gli schieramenti trasferirono una

delegazione a Costantinopoli, città in cui si tornò a discutere.

Per arginare la situazione nel 360 fu indetto un nuovo concilio a Costantinopoli, al quale

furono presenti tutti i vescovi di parte omea. Venne precisata la formula riminese secondo le

Scritture con la proibizione di far uso del termine OUSIA nelle professioni di fede e fu

rafforzata la condanna di Aezio, il rappresentante più in vista degli anomei.

Gli Anomei (greco: Ἀνομοίοι), Aeziani, o Eunomiani, furono una corrente teologica dell'Arianesimo creatasi a

seguito del concilio di Nicea e fiorita nel IV secolo. Antitrinitari, ritenevano che Gesù (il "Figlio") fosse di natura

diversa e dissimile da quella di Dio (il "Padre"); in questo si distinguevano dai Semi-ariani, i quali ritenevano il

Figlio di natura diversa ma simile al Padre. Gli Anomei credevano nelle opinioni di Ario, così come le aveva

formulate originariamente, e rigettavano le sue professioni di fede successive, che aveva adottato per essere

riammesso tra i trinitari.

Il nome "Anomei" deriva dal greco ἀ(ν)- "non" e ὅμοιος "simile", cioè "differente, dissimile"; i nomi "Aeziani" ed

"Eunomiani" derivano dai due principali esponenti di questa corrente, Aezio di Celesiria ed Eunomio di Cizico.

I Semi-ariani condannarono gli Anomei nel concilio di Seleucia, gli Anomei condannarono i Semi-ariani a propria

volta nei concili di Costantinopoli e di Antiochia. Gli Anomei cancellarono pure la parola ὁμοίος dalla formula di

Rimini e da quella di Costantinopoli, affermando che il Figlio non solo aveva una sostanza diversa, ma anche

una volontà diversa da quella del Padre, e per questo furono detti Ἀνομοίοι.

Nel V secolo il presbitero anomeo Filostorgio compose una Storia ecclesiastica dal punto di vista degli Anomei.  

omei (o omeisti) Gruppo degli ariani seguaci di Acacio di Cesarea. Il

nome deriva loro dal fatto che affermavano il Figlio «simile» (gr.

a Dio Padre.

ὅµοιος)

 

Costanzo in questo caso aveva trionfato e il suo trionfo era valido, perché la validità del

concilio ecumenico dipendeva da lui. Anche i vescovi che non avevano partecipato ai vari

concili avevano dovuto sottoscrivere la formula e, una volta repressi tutti i contrasti, il

monarca avrebbe potuto condurre una politica non più dottrinale. Proprio questo intento fu

negato a Costanzo. Già nel 360 suo cugino GIULIANO era stato eletto imperatore in

Occidente e Costanzo morì in seguito ad una malattia. Costui abbandonò la professione

cristiana per ritornare al paganesimo. Quando fu eletto imperatore, manifestò

apertamente la sua fede religiosa e progettò di rimettere in vigore la religione pagana a

discapito della religione cristiana. Seguirono dei provvedimenti che miravano ad

accrescere il sacerdozio pagano, con:

Valorizzazione della religiosità neoplatonica;

• Tentativo di trasferire in ambito paganio alcune caratteristiche

• dell’organizzazione ecclesiastica.

Ne risultava che il culto pagano si metteva in contrapposizione con quello cristiano,

mentre l’abrogazione delle condanne all’esilio proposte da Costanzo favoriva la ripresa

della controversia ariana. Il provvedimento più anticristiano preso da questo imperatore

fu quello de doctoribus et magistris, promulgato nel 362: la legge stabiliva che le

curie municipali scegliessero i maestri guardando anche alla moralità, oltre che alla

preparazione professionale. L’intenzione era quella di estromettere i maestri

cristiani. La morte prematura dell’imperatore in uno scontro contro i persiani mise fine

al suo progetto di restaurazione del paganesimo.

  63  

Furono cristiani i due militari che si succedettero dopo la morte di Giuliano:

Gioviano

“ Valentiniano, che affidò al fratello Valente il reggimento della parte orientale

“ dell’impero.

A Valentiniano successe il figlio Graziano, al quale fu associato l’altro figlio di

Valentiniano, VALENTINIANO II. Alla morte di Valente, Graziano si associò al trono il

generale spagnolo TEODOSIO. La cristianizzazione dell’impero con loro riprese vigore ed

entrambi rinunciarono al titolo di pontifex maximus.

Egli promosse la cristianizzazione dell’impero in senso niceno. Tra il 385 e il 392

vennero emanati una serie di provvedimenti:

Divieto di tutti i sacrifici;

“ Divieto di frequentare i templi;

“ Proibizione di ogni culto pubblico o privato che non sia cristiano;

“ La gerarchia ecclesiastica fu oggetto di una serie di privilegi di carattere fiscale e

“ giudiziario.

In Oriente, invece, l’atteggiamento dei monarchi apertamente ostile al paganesimo

incoraggiò un crescendo di violenze a danno degli avversari, provocando la distruzione di

molti templi. I pagani decisero di intervenire militarmente approfittando della situazione

instabile in Occidente.

Durante il IV secolo, il rapporto tra l’imperatore e la chiesa continua ad essere quello che

aveva instaurato Costantino: ossia l’imperatore, in quanto capo dello stato è anche capo

della chiesa, che fa parte dello stato. Nella seconda metà del IV secolo, però, la figura

dell’imperatore, comincia ad appannarsi a causa dei frequenti pronunciamenti militari e

dl deterioramento politico ed economico della res Romana, molto più consistente rispetto

all’Oriente. Chiaramente, a mano a mano che la compagine imperiale decadeva, era

molto più probabile che aumentasse il potere della Chiesa, che voleva andare a colmare il

vuoto lasciato dal potere imperiale.

Con l’editto di Tolleranza e il richiamo dall’esilio dei vescovi che erano stati mandati in

esilio da Costanzo, Giuliano aveva creato le premesse per la ripresa dei contrasti

intraecclesiali, ai quali il suo predecessore era riuscito a metter fine con molta difficoltà.

La controversia ariana non aveva atteso la morte di Costanzo per riprendere forza, dato

che già nel 360 l’occidente era sottoposto al dominio di Giuliano e Ilario si era messo a

capo della razione antiariana. Nell’estate di quello stesso anno, un concilio di vescovi

della Gallia, condannò i capiparte degli ariani in Occidente e adottò provvedimenti molto

miti a carico dei vescovi che avevano sottoscritto per costrizione la formula riminese.

Questi provvedimenti furono confermati da altri concili occidentali, con il risultato di

riuscire a ridurre i filoariani a una piccola minoranza. In oriente ci si cominciò a muovere

solo dopo la morte di Costanzo. Intanto, Atanasio aveva l’intenzione di prendere posizione

nel fronte antiariano per due motivi:

a) Per mantenere un atteggiamento moderato verso i firmatari di Rimini;

b) Per avere un chiarimento riguardo al problema delle ipostasi divine.

Atanasio fece approvare un chiarimento per cui si accettava sia l’affermazione di una

sola ipostasi trinitaria, sia le tre ipostasi, in modo da cercare un compromesso tra

omousiani e omeousiani in senso antiariano. Il chiarimento non risolveva la difficoltà

dottrinale e infatti, le intenzioni di Atanasia furono fermate dalla presa di posizione del

concilio di Alessandria in merito alla situazione antiochena. Qui si contavano tre

comunità importanti:

  64  

a) Quella maggioritaria era di MELEZIO, che era stato esiliato ma era molto

vicino alla dottrina omeusiana;

b) La formula riminese, caratterizzava la minoranza di EUZOIO, vecchio

compagno di Ario, che di quella formula dava un’interpretazione in direzione

ariana;

c) La terza comunità continuava la formula nicena del vescovo EUSTAZIO. Era

guidata da Paolino.

I padri conciliari cercarono un compromesso tra le comunità di Paolino e Melezio, ma

quest’ultimo non cercò nessun accordo con l’Alessandrino e dopo la morte

dell’imperatore, riunì ad Antiochia un piccolo concilio di vescovi di Siria e regioni

limitrofe, i quali approvarono il credo niceno, ma interpretando tutto in senso

omeousiano. Iniziò così una contrapposizione tra Atanasio e Melezio per detenere il

primato nella lotta contro gli ariani; visto che Melezio non cercò un compromesso con

Atanasio, quest’ultimo decise di approvare e confermare la comunione con la comunità di

Paolino. Nonostante ciò, la personalità destinata ad emergere rimaneva quella di Melezio.

La divisione dell’impero tra Valentiniano e Valente ebbe come conseguenza immediata la

separazione delle vicende che riguardavano oriente e occidente. L’imperatore, comunque,

non era interessato a porsi nel mezzo di questioni religiose. Sappiamo che due erano le

parti in contrasto:

a) Quella antiariana, capeggiata da Ilario, Eusebio di Vercelli e Liberio, che

controllava la maggior parte delle sedi episcopali e aveva ristabilito quasi

ovunque la fede nicena.

b) Gli avversari filoariani occupavano varie sedi nell’Illirico.

Solo con l’arrivo di Graziano i niceni saranno in grado di operare contro gli avversari. In

oriente la situazione è differente:

a) Gli omeousiani erano rappresentati quasi soltanto in Egitto;

b) Gli ariani radicali erano pochi;

c) Gli omei si sfaldavano confluendo nelle file degli ariani e i più in quelle degli

omeousiani.

(leggere da pag. 223 a pag 230)

ASPETTI DI VITA CRISTIANA

Quando Costantino inaugurò la nuova politica a favore del cristianesimo, questa

religione era già molto diffusa nella parte orientale dell’impero e in Africa. La diffusione,

dopo la persecuzione di Diocleziano, era ricominciata ma furono molti coloro che

aderirono alla nuova religione in vista di possibili benefici oppure per sottostare alla

volontà dell’imperatore. Possiamo comunque precisare che il cristianesimo continuava ad

essere molto più diffuso in oriente che in occidente, tra le donne più che tra gli uomini,

nelle città piuttosto che nelle campagne. Non mancò un’attività missionaria rivolta verso

l’esterno, ma fu frutto di iniziative individuali, per lo più ad opera di commercianti.

Quando una di queste iniziative aveva successo, la chiesa ufficiale interveniva e

regolarizzava questi esiti, anche se come istituzione non riteneva conveniente e

necessario dare inizio a una regolare missione tra i barbari. Per comprendere meglio

  65  

l’ambientazione della religione cristiana, possiamo descrivere le zone che ne videro

maggiore diffusione:

Cominciamo con l’Africa; essa era l’unica regione d’occidente in cui il

• cristianesimo si fosse molto diffuso e in cui in un secondo tempo si venne a

diffondere in modo decisivo il DONATISMO. Il donatismo si diffuse e trovò la

sua maggiore forza nelle campagne e si accontentava di proclamarsi la chiesa

dei martiri e di rifiutare la validità dei sacramenti in essa amministrati. Il

cristianesimo africano, verso la fine del IV secolo, ci si presenta bene

affermato nelle città e nelle campagne, ma diviso e rissoso e amministrato da

un clero di basso livello culturale e morale. Solo con Agostino le cose

cominceranno a cambiare.

Per la Spagna e per la Gallia la documentazione è scarsa, anche se per la

• seconda sicuramente abbiamo più informazioni a proposito di un certo

numero di episcopati. L’anonimato di queste regioni viene meno allorchè la

controversia ariana arriva fin qui. La Gallia sembra essere stata la più

coinvolta. Cogliamo in alcuni personaggi del periodo le premesse della

grande fioritura culturale e letteraria che caratterizzerà la Gallia cristiana tra

la fine del IV secolo e gli inizi del V secolo, proprio alla vigilia di essere

travolta dall’invasione dei barbari.

È soprattutto l’Italia settentrionale che si impone alla nostra attenzione per

• quantità e qualità di personaggi rappresentativi, come ad esempio EUSEBIO,

AMBROGIO,..

L’Italia significava soprattutto ROMA. A questo proposito abbiamo già

• rilevato come verso la metà del III secolo l’episcopato occidentale fosse

disposto a riconoscere il primato di dignità attribuito alla sede romana. Con

l’arrivo di Costantino la situazione si era ribaltata e il papa fu un subordinato

dell’imperatore proprio come gli altri vescovi. L’occasione per ripristinare la

situazione fu offerta dalla crisi ariana, ma soprattutto quando l’impero fu

diviso tra i due figli di Costantino (vicende di papa Giulio); la situazione

cambiò quando Costanzo diventò unico imperatore (vicenda di Liberio).

Succedette a Liberio, il diacono DAMASO, pronto a mettere le mani sulla

sede romana. Lo scisma che si profilava si diffuse in varie città dell’oriente e

dell’occidente, dove abbiamo ricordato leader come Gregorio di Elvira.

Damaso decise di operare al fine di migliorare la chiesa romana a livello

amministrativo, inaugurando una forte politica edilizia. Creò una chiesa in

grado di supportare le ambizioni di prestigio della sede romana. La sua

vicenda fu raccontata da uno storico pagano chiamato AMMIANO

MARCELLINO.

Della cristianizzazione di Pannonia, Illirico, Grecia siamo poco informati;

• sappiamo solo che nelle prime due fu attivo l’arianesimo.

Passiamo ora all’oriente, in cui la regione di maggiore diffusione del cristianesimo è

l’EGITTO, dove la religione cristiana ormai si sta diffondendo anche nelle campagne.

L’attività missionaria travalica i confini dell’impero e invade anche l’Etiopia. Come

sappiamo, il vescovo di Alessandria aveva il potere di consacrare vescovi in queste due

sedi: la crisi meliziana era stata provocata dal tentativo di inficiare questo potere; anche

la crisi ariana era sollecitata da una analoga aspirazione da parte di alcuni presbiteri.

Questo ambiente era inquieto e la crisi ariana andò ad accentuare questa inquietudine:

  66  

Gli anni in cui Atanasio fu lontano dalla sua sede modificarono l’assetto della

Ø chiesa egiziana, provocando confusione tra i fedeli. Se il suo atteggiamento gli

procurava vantaggi in occidente, lo stesso lo isolava dall’oriente, visto che la

motivazione dottrinale veniva completata con quella politica. Nel 362 i tentativi di

dirigere la lotta contro l’arianesimo in Oriente furono spenti, mentre la

riorganizzazione della chiesa egiziana fu completata con successo. In questo

ambito cominciamo sempre più a vedere la supremazia di Antiochia nei confronti

di Alessandria.

La svolta costantiniana diede numerosi benefici al cristianesimo palestinese,

Ø giacchè gli imperatori avevano particolari riguardi per la terra che aveva dato la

luce a Gesù e aveva creato la chiesa. Costantino restituì alla città il nome antico di

Gerusalemme, che si dimostrava ormai come una città completamente ellenizzata.

Il nome con il tempo avrebbe creato problemi di prestigio, in quanto la chiesa

attuale avrebbe potuto rivendicare il suo collegamento con la chiesa delle origini.

L’ammirazione dell’imperatore si manifestò con la costruzione di chiese, che resero

la città un luogo palesemente cristiano. Il cambiamento favorì l’incremento di

pellegrini non solo provenienti dall’Oriente, ma anche dall’occidente. Vennero

meno anche quelle tracce giudaiche che il cristianesimo palestinese aveva

mantenuto.

La SIRIA contendeva all’Egitto la qualifica di regione più cristiana d’Oriente. La

Ø chiesa si esprimeva in lingua siriaca e Antiochia era diventata una città in

maggioranza cristiana. Qui le comunità cristiane risentirono del clima di ostilità

che caratterizzava i rapporti tra romani e persiani. Un’area marginale era la Siria

interna che presentava un panorama dottrinale molto variegato ma gradualmente

fu conquistata dall’ortodossia cattolica. In seguito alla crisi nestoriana, le

comunità della Persia si staccarono dalla chiesa cattolica definitivamente.

In Asia Minore, la religione cristiana dava a vedere un aspetto molto variegato,

Ø lontano dal contrasto tra missione paolina e missione giovannea. La componente

giudaica ci si presenta ormai come una minoranza agli inizi del IV secolo. Anche il

monachesimo si diffonde in queste regioni.

La struttura comunitaria della chiesa resta nel IV secolo quella federativa del secolo

precedente:

Ogni città aveva una chiesa cristiana autonoma;

Ø Era diretta da un vescovo;

Ø Il vescovo era alla testa di un’organizzazione verticale articolata in presbiteri

Ø e diaconi, poi lettori, suddiaconi, esorcisti, accoliti.

Controlla e dirige ogni aspetto della vita comunitaria.

Ø

Ci furono una serie di novità, che vennero introdotte nel IV secolo:

Nell’ambito delle province il vescovo della chiesa del capoluogo viene

⇒ innalzato alla dignità di metropolitano;

Alcune sedi acquistano autorità anche al di fuori delle province, come Roma,

⇒ Costantinopoli, Alessandria, Antiochia. I vescovi di questi sedi presero il

nome di PATRIARCHI.

La nomina del vescovo continua a farsi secondo la procedura tradizionale,

⇒ ossia designazione dei fedeli della locale comunità e consacrazione dei

  67  

vescovi della provincia. Diventa obbligatoria l’approvazione del

metropolitano. Il vescovo diventa importante ovunque.

Molti concili cominciarono a pubblicare norme disciplinari che regolassero i

⇒ rapporti all’interno della comunità.

Di fronte a tutte queste novità, anche per la posizione del vescovo vennero prescritte una

serie di condizioni:

Il vescovo non poteva trasferirsi da una sede all’altra;

Ù Doveva essere scelto tra i membri della gerarchia, presbiteri o diaconi;

Ù Nella sua elezione non interferissero vescovi di altre province ecclesiastiche,

Ù Il vescovo morente non doveva designare il suo successore.

Ù

Nella designazione del vescovo, soprattutto nelle grandi città, potevano non essere

seguite le norme sopra elencate. Nelle grandi città il vescovo diventa la persona più

importante e la carica, che faceva gola a molti per i numerosi vantaggi, si poteva ottenere

anche elargendo favori e soprattutto denaro. Siamo al primo e debole sviluppo della

SIMONIA. Nonostante ci fossero numerosi privilegi, il vescovo era investito anche di una

serie di doveri:

a) Amministrazione dei beni della chiesa, comprese le distribuzioni agli

indigenti di ciò che veniva offerto dalle persone più abbienti;

b) Svolgimento dei riti liturgici;

c) Partecipazione a eventuali concili provinciali e regionali;

d) Amministrazione della giustizia ristretta a un contenzioso ben limitato.

A mano a mano che le comunità si ingrandivano, crescevano anche i compiti e le

prerogative dei presbiteri, perché nelle grandi comunità il vescovo era costretto a delegare

i propri compiti. Le loro funzioni vennero ad aumentare con incremento anche del

prestigio e del loro potere che il vescovo delegava a loro. I diaconi non celebravano riti

liturgici, ma coadiuvavano il vescovo nell’amministrazione dei beni della chiesa, anche

per loro ne conseguiva un incremento ingente del loro potere. Ne derivò che il clero

divenne una classe privilegiata di cittadini e già con Costantino vennero emanate delle

norme per limitare l’accesso indiscriminato al clero, che venne assolutamente vietato per

motivi economici ai componenti della classe medio - alta dei curiales. Ne risultò che una

buona parte del clero venne reclutata negli strati più bassi della cittadinanza, da cui

deriva la sua diffusa ignoranza.

MONACHESIMO ORIENTALE

Nel IV secolo il fenomeno caratteristico è quello del MONACHESIMO. Le origini le

riscontriamo in Egitto verso la fine del III secolo. In occidente, possiamo

constatare il solito ritardo nella diffusione di questo fenomeno e alla fine del secolo

i monaci costituiscono una realtà ancora modesta nel complesso della struttura

ecclesiastica. Il monachesimo è ancora oggi oggetto di ricerche. Possiamo

cominciare con il dire che esempi di vita comunitaria per motivazioni religiose si

conoscono già nel mondo giudaico, ma all’origine del monachesimo di tipo

cristiano c’è il fenomeno dell’ANACORETISMO: RITIRARSI DAL MONDO PER

CONDURRE VITA SOLITARIA NEL DESERTO (esistevano precedenti in Egitto).

Rispetto ai precedenti, il monaco cristiano si caratterizza in virtù del suo ritirarsi nel

deserto, che vuole essere una volontaria rottura con il mondo civile e religioso. All’inizio

fu un fenomeno principalmente ascetico, in quanto il deserto era considerato come un

luogo infestato dai demoni e perciò un luogo per un costante esercizio; in seguito ad una

  68  

mondanizzazione della chiesa, il deserto rappresenterà l’ambiente in cui meglio è

possibile condurre meglio l’esempio di vita angelica. Qui si impongono due diverse

considerazioni:

1. Cercare la perfezione cristiana tra le privazioni e le tentazioni del deserto

rappresentava una via d’interpretazione parziale dell’ideale di vita

evangelico.

2. Diverse erano le motivazioni che spingevano alla vita solitaria del deserto e

la contestazione al mondo poteva assumere forme svariate.

Il monachesimo fu tutt’altro che un fenomeno esclusivamente rurale e di basso livello,

infatti il miscuglio di livelli sociali si riscontra praticamente sin da subito. Il monaco con

un po’ di cultura sentiva l’esigenza di avere una guida e in poco tempo furono disponibili

gli scritti di Origene. Origene diventò tra i monaci anche segno di contraddizione e questo

contrasto si sviluppò in toni accesi. Negli ultimi decenni del secolo, EPIFANIO, cominciò

la sua battaglia contro Origene, perché valutava con preoccupazione l’uso dei suoi scritti

presso i monaci d’Egitto. Uno degli aspetti maggiormente caratterizzanti del fenomeno

monastico fu l’INTOLLERANZA, sentimento provato anche da una grande parte dei

cristiani. Era inevitabile che questa sfociasse in violenza a danno dei pagani e di chi era

dottrinalmente avverso, riconosciuto come eretico. I monaci erano difensori

dell’ortodossia, intendendo con essa la posizione dottrinale di chi riusciva a tirarli dalla

propria parte e convincerli. Abbiamo già accennato alla contrapposizione tra:

Ideale monastico cristiano: esso affonda le proprie radici nel ripudio del mondo

• considerato nei suoi aspetti più appariscenti ed esso continuava una tradizione

cristiana che si imparentava con la morale platonica orientata in senso spiritualista.

Paideia greca: erano opposti agli ideali della tradizione classica come radicalismo,

• l’esasperazione e l’intolleranza.

A questa varietà di aspetti faceva riscontro la varietà di reazioni nel mondo esterno:

Avversione da parte dei pagani;

• Avversione di molti cristiani culturalmente esigenti e convinti che l’ideale

• evangelico non fosse tanto incompatibile con quello della paideia greca.

Nei cristiani comuni il sentimento prevalente era di ammirazione verso i

• monaci proprio per la loro scelta con cui volevano vivere secondo l’ideale di

vita evangelica.

I monaci erano poco propensi all’ubbidienza verso la gerarchia ecclesiastica, dal

momento che nei primi tempi non era ben visto il chierico che abbracciava l’ideale

monastico.

MONACHESIMO OCCIDENTALE

In occidente il monachesimo cominciò a prendere piede molti decenni più tardi

rispetto all’oriente e sicuramente si sviluppò molto più lentamente. Ebbe un

carattere molto meno estremista e contestatore e tra i suoi primi adepti troviamo

anche personaggi illustri del calibro di PAOLINO DI NOLA. Anche qui gli avversari si

manifestarono apertamente e nel mezzo di questi contrasti, è necessario ricordare

l’EPISODIO DI PRISCILLIANO.

Egli cominciò a predicare una dottrina ascetica molto rigida. La sua predicazione riscosse

molto successo, ma provocò l’opposizione della gerarchia ecclesiastica. La vicenda si

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dell'antichità: archeologia, storia, letterature
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jessicabortuzzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del cristianesimo antico e medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Colombi Emanuela.

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