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comunità e per questo motivo gli atti vennero letti anche in ambienti cristiani. Siccome gli

Atti si attenevano a molte convenzioni della storiografia greca e visto che l’autore chiama

narrazione il complesso della sua opera che comprendeva il Vangelo di Luca, non possiamo

negare che l’autore di Luca-Atti abbia costruito la propria opera come se fosse una storia. La

letteratura successiva di questo tipo continuò a raccontare le gesta degli apostoli, ma

chiaramente ebbe più in comune con la novellistica greca e si volse principalmente

all’edificazione e all’intrattenimento.

Le apocalissi ebbero un ruolo importante nell’uso cristiano dei primi due secoli. Questo è il

genere più usato in ambiente giudaico. Nel periodo del secondo tempio il pensiero apocalittico

giudaico promosse un’elaborata tradizione letteraria di cui restano molti prodotti. Non si deve

pensare che questo fosse un genere tipicamente provinciale.

Per concludere è necessario elaborare alcune osservazioni:

1. Raramente i primissimi testi cristiani dichiarano i genere a cui si rifanno; il genere

può essere desunto tramite analisi letteraria e comparazione dei testi, ma

raramente si arriva ad una precisa definizione;

2. La consapevolezza del genere è però fondamentale però essenziale per

comprenderlo, perché il lettore deve poter giudicare che tipo di scritto sta

leggendo.

3. Non possiamo affermare che i primi autori non fossero consapevoli di ogni

eventuale aspirazione letteraria.

4. Questi scritti non possono essere detti popolari o non letterari, se con ciò si

intende che nacquero da una cultura orale o dagli strati più bassi della società

greco-romana;

5. Gli autori furono istruiti altrimenti non avrebbero scritto nulla.

6. Nell’antichità la lettura avveniva ad alta voce e aveva luogo in una cornice

pubblica.

7. La letteratura protocristiana deve essere definita popolare.

La separazione che Overbeck vide nei primi scritti cristiani e la letteratura patristica è una

costruzione teorica, che è difficile da mantenere se valutiamo i testi concretamente. Il

cristianesimo non fu mai isolato dalla dimensione letteraria delle culture in cui venne a

confrontarsi. Gli scritti cristiani continuarono ad essere dominati da interessi principalmente

pratici:

1. Apologie

2. Trattati teologici

3. Ordinamenti ecclesiastici;

4. Commenti scritturistici

  15  

LIBRI CRISTIANI

Gli studi della prima letteratura cristiana spesso si concentrano sul contenuto dei suddetti

testi che l’hanno diffusa, ma raramente si soffermano ad esaminare la composizione e la

forma materiale del libro cristiano. Questo è quello che ci accingiamo ad esaminare.

LIBRO GRECO-ROMANO

Lettore moderno e lettore antico sono distanti l’uno dall’altra per due mutamenti decisivi:

1. Il passaggio da rotolo a codice, che avvenne tra il II e il IV secolo;

2. Il passaggio dal libro manoscritto al libro a stampa, che avvenne nel XV secolo.

Nell’antichità romana il libro tipico era il ROTOLO, che poteva essere realizzato con il papiro

o con la pergamena. Il papiro veniva prodotto da una pianta che porta lo stesso nome, era

diffuso in Egitto, che diventò il centro di manifattura e commercio del papiro e fu

sicuramente il mezzo scrittorio più diffuso nell’antichità. La pergamena, invece, era realizzata

attraverso la lavorazione delle pelli animali e sembra aver preso inizio nel III secolo. Il rotolo

è ben attestato nel giudaismo ed era la forma usata in età biblica e nella Scrittura giudaica

viene nominato spesso.

I primissimi libri cristiani conosciuti non hanno la forma del rotolo di papiro, ma quella di

codice di papiro, ossia di un libro a fogli, modello del libro moderno. Durante gli scavi in

Egitto fu trovato vario materiale, spesso molto frammentario e che presenta testi di natura

molto diversa:

a) Per la maggior parte sono documenti, come conti, ricevute, inventari, libri

scolastici;

b) Ci sono anche lettere, testi magici, testi giudaici, copie di opere greche e latine,

testi cristiani.

I primi testi cristiani appartengono al II secolo. La differenza di questi testi è la forma, che

spesso assume quella del codice, anziché quella del rotolo. In ogni caso, per capire in

profondità il passaggio da rotolo a codice bisogna ricordare come, nell’antichità, un codice non

era visto come un libro, bensì come un taccuino e le sue connotazioni erano private e pratiche.

Le caratteristiche del codice si possono trovare nella sua storia:

a) Il suo nome CAUDEX significava PEZZO DI LEGNO e denominava una tavoletta di

legno utilizzata per scrivere.

b) Il legno era tagliata sottile e sulla superficie levigata e sbiancata si poteva

scrivere con penna e inchiostro. Frequentemente la superficie era ricoperta di

cera e spesso era colorata per scrivere con uno stilo di metallo.

c) I romani distinguevano tra piccolo e grande formato. Le tavolette potevano essere

utilizzate per annotazioni di ogni genere. Per i romani avevano anche impieghi

archivistici.

  16  

d) Le tavolette vennero poi rimpiazzate da fogli di pergamena o di papiro legati

insieme.

La prima menzione di un taccuino in pergamena risale alla fine del I secolo e si deve a

membranae

Quintiliano che usa il termine . La sostituzione delle tavolette lignee con fogli di

pergamena o di papiro non modificò lo statuto del codice, che rimase comunque un taccuino.

Alla fine del I secolo il codice smise di essere un semplice taccuino e cominciò a sostituire il

rotolo tradizionale, anche se l’uso letterario era molto raro. Alla luce di quanto emerge dai

manoscritti superstiti e dalla loro datazione, alcuni studiosi hanno elaborato alcune teorie.

Roberts e Skeats affermano che i cristiani cominciarono a servirsi per primi e in misura

ingente dei codici per i loro scritti e con questa pratica furono controcorrente rispetto

alla consuetudine di altre civiltà antiche. Questa affermazione fu oggetto di numerose

contestazioni.

Joseph van Haestl obiettato che la datazione stimata al II secolo è troppo alta e molti

codici cristiani risalgono in realtà alla metà del II secolo e alcuni addirittura agli inizi

del III. Constata che il fenomeno di transizione non sia tipicamente cristiano e che il

fattore che contraddistingue l’ambito cristiano è solo la rapidità del cambiamento.

Ci sono vari motivi per cui noi riusciamo a dare una spiegazione a questa rapidità:

1. Motivazioni economiche: sicuramente il codice comportava un dispendio di denaro

minore, ma sicuramente non può questa essere la motivazione fondante, in quanto

dovremmo presupporre che tutti i cristiani appartenessero alla classe media-inferiore

e che utilizzassero il codice perché era una forma di libro più modesta. Non possiamo

però utilizzare questa motivazione della questione sociale.

2. Comodità di impiego: sono stati messi in evidenza alcuni aspetti vantaggiosi del codice

rispetto ad altri supporti scrittori. Era sicuramente più facile da usare, poteva essere

tenuto in una mano sola e non doveva necessariamente essere avvolto.

CODICE ROTOLO

Era compatto, meno ingombrante e il Il testo, soprattutto se lungo, richiedeva più

materiale era ridotto quasi della metà. rotoli ed era ingombrante.

Era capiente, perché in un solo oggetto si Per un testo erano a volte necessari molti

poteva contenere un testo lungo. rotoli.

Il codice per i cristiani era funzionale grazie

alla facilità di rinvio.

  17  

3. Causa materiale: si è supposto che uno scritto protocristiano fosse stato pubblicato

originariamente in un codice e che l’autorità del suo contenuto si sia trasferita al tipo

di libro in cui il testo era contenuto fino a far diventare il codice la forma normale del

libro cristiano.

Lo stesso Roberts avanzò anche un’altra ipotesi: suppose che il Vangelo fosse stato scritto

in un codice di pergamena, impiegato per prendere appunti. Per sostenere la sua idea,

egli richiamava l’attenzione sulla possibile origine romana del codice di pergamena e sulla

frequenza con cui Marco è stato associato a Roma.

Questa ipotesi è stata oggetto di molte contestazioni per la sua ingegnosità. Riconoscendo la

debolezza della sua ipotesi di partenza, allora, Roberts ha elaborato un’altra proposta per

camprendere la precoce e anomala prevalenza del codice nelle cerchie cristiane.

Roberts e Skeats cominciano con l’osservazione che nel giudaismo, vi siano attestazioni

che provano come singole disposizioni halakiche venissero annotate su tavolette cerate e

forse su codici di papiro. con questo precedente, ipotizzano che i primi cristiani possano

aver usato delle tavolette per trascrivere la legge orale pronunciata da Gesù. Una volta

diventata una sorta di vangelo, questa narrazione, a loro dire, sarebbe stata trascritta

in un codice e visto che esso avrebbe contenuto un testo autorevole, questo contribuì ad

affermare anche la forma del codice.

L’ipotesi continua a non essere plausibile: infatti per dimostrare l’uso di codici papiracei i due

studiosi danno falsa interpretazione di notizie vaghe e tarde. In breve, le loro ipotesi non

reggono e sono semplicemente campate per aria, ma il presupposto di partenza può essere

considerato valido: nella pubblicazione e circolazione dei primi scritti cristiani si deve

essere introdotto un mutamento decisivo che permise l’affermazione del codice nell’uso

cristiano ed è verosimile che questo cambiamento riguardi l’autorità assegnata a uno o

più testi.

Di nessuno dei vangeli possiamo dire che avesse raggiunto una reputazione consolidata e

generale superiore alla tradizione orale e agli altri scritti evangelici. Quello che è

diverso è la situazione delle epistole paoline.

le origini della raccolta rimangono oscure. Nel corso del II secolo furono realizzate due

distinte versioni della raccolta di epistole:

edizione usata da Marcione: 10 epistole in questo ordine

Galati;

Ø

  18  

1-2 Corinti;

Ø Romani;

Ø 1-2 Tessalonicesi;

Ø lettera ai laodicesi;

Ø Colossesi;

Ø Filippesi;

Ø Filemone.

Ø

Edizione sottesa alla maggior parte dei manoscritti greci: lettere in un ordine diverso

Romani;

 Corinti;

 Efesini;

 Galati;

 Filippesi;

 Colossesi;

 Tessalonicesi.

Vi sono però numerose testimonianze che ricordano anche una terza edizione antica delle

lettere di Paolo. Secondo un ipotesi citata da varie fonti antiche, Paolo aveva scritto a

sette chiese, ossia si era rivolto a tutta la chiesa. Ma, visto che non si è conservata

nessuna versione di queste sette chiese, possiamo solo ricavarne delle tracce ogni volta

che le lettere vengono enumerate per lunghezza decrescente:

1. Corinti;

2. Romani;

3. Efesini;

4. Tessalonicesi;

5. Galati;

6. Filippesi;

7. Colossesi.

È un ordine basato sulla lunghezza decrescente perché le due lettere ai Corinzi sono

considerate come unità, come anche quelle ai Tessalonicesi. Per comprovare l’esistenza di

questa edizione dobbiamo compiere una serie di osservazioni:

1. Esistenza di un’edizione della corrispondenza paolina come Lettere a sette chiese, si

collega strettamente a un problema avvertito dalla chiesa antica riguardo alle epistole,

quello della loro peculiarità. Paolo scriveva su argomenti di interesse immediato e

locale. Si pose poi il problema della circolazione delle epistole paoline in comunità a cui

non erano state indirizzate. La soluzione proposta fu cercare di generalizzarle, ma il

tentativo non fu fattibile. Questo è un problema impostosi nel I secolo e l’argomento è

a favore di una datazione alta.

2. Vi sono prove concrete di una relazione tra due edizioni, quella usata da Marcione e

quella delle sette chiese. Nella prima, le lettere non sono disposte in ordine di

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lunghezza decrescente almeno inizialmente, mentre, salvo queste eccezioni, il corpus

marcionita è regolato dalla lunghezza decrescente. Questa edizione non conteneva le

epistole pastorali e sembra la forma modificata di un’edizione più antica, basata

sull’idea che Paolo avesse scritto precisamente a 7 chiese e nella quale le lettere erano

disposte in ordine decrescente.

3. È interessante che alla fine del I secolo e all’inizio del successivo comparissero

negli ambienti cristiani altri due gruppi di lettere indirizzate a sette chiese:

lettere all’inizio dell’Apocalisse e le lettere di Ignazio di Antiochia. Il gruppo di

sette lettere nell’Apocalisse è una creazione letteraria dell’autore del libro,

mentre il gruppo di quelle di Ignazio è creazione letteraria di Policarpo. Nessuno

dei gruppi è imitazione dell’altro.

Si hanno quindi prove ingenti dell’esistenza di una raccolta paolina di dieci lettere,

disposte secondo il principio della lunghezza decrescente, che computava unicamente

quelle indirizzate a una singola comunità, sottolineando il fatto che Paolo avesse scritto a

7 chiese.

In che libro fu pubblicata la raccolta delle epistole paoline?

Se le lettere fossero state disposte in più rotoli, si sarebbe eclissato completamente il

messaggio paolino, giacché ogni lettere poteva essere presa singolarmente e perdersi in

questo modo. Non si possono fare ipotesi concrete riguardo il rotolo, perché uno solo sarebbe

stato sicuramente troppo ingombrante. In questo contesto, possiamo affermare con certezza

che il codice sia stato il miglior veicolo del Corpus paulinum.

In quest’ottica, l’adozione del codice da parte dei cristiani sarebbe stata un’attenta decisione

sui vantaggi che esso portava per veicolare quel testo. Sicuramente un secondo vantaggio fu la

facilità di rinvio, che poteva consentire un accesso casuale al testo.

La prima menzione di codice la riscontriamo in uno scritto greco, che appare nella tradizione

delle epistole paoline. Il termine che indica il codice, membranai, fa apparire due

problematiche:

Il senso sarebbe “i libri, specialmente le pergamene”; significato questo consueto

 all’espressione greca, da preferire;

“i libri, ossia le pergamene”.

Non è possibile dimostrare concretamente che il cristianesimo abbia inventato il codice, né

che i cristiani furono i primi a usarlo come qualcosa di più di un taccuino. Sappiamo solo che

essi ne favorirono la popolarità e vennero usati perché erano libri pratici per un uso quotidiano

da parte della comunità cristiana.

Il carattere pratico dei primi libri cristiani si deve soprattutto alla loro confezione e

scrittura. Partendo dagli esemplari che ci sono rimasti, possiamo sicuramente constatare che

  20  

fossero libri di dimensioni ridotte. I primi codici di papiro vengono confezionati con il sistema

del fascicolo unico:

si impila un gruppo di fogli;

• lo si piega verticalmente al centro;

• lo si cuce lungo una piegatura per formare un unico corpo.

Chiaramente questo tipo di codice porta con sé dei difetti evidenti, perché innanzitutto ha

una capienza limitata, dovuta al fatto che una capienza maggiore avrebbe comportato una

rottura della cucitura. In ogni caso, i primissimi libri cristiani avevano una capienza scarsa e

contengono normalmente una sola opera, giacché l’uso di unire testi diversi in un unico codice

era limitato. Questa fu la norma nei primi libri cristiani. Per quanto riguarda la copertura,

abbiamo scarse informazioni, ma 11 codici provenienti da Nag Hammadi, ci sono pervenuti

completi della loro:

di norma sono di cuoio o pelle di pecora;

ognuna è tagliata in un unico foglio e le sue dimensioni sono di poco superiori a quelle

dei fogli impiegati per confezionare il codice;

le coperture ritrovate non possono essere considerate la normale consuetudine di tutti

i codici, perché ne venivano usate anche altre.

Un altro punto interessante è sicuramente quello che riguarda le caratteristiche scrittorie

dei primi libri cristiani:

nei codici di papiro abbiamo di solito una sola colonna per pagina e vista la limitata

capienza del codice, difficilmente troveremmo due colonne.

I codici di pergamena, invece, erano scritti di solito, due colonne per pagina.

Lo scrivere implica anche l’utilizzo di specifiche caratteristiche scrittorie e nel nostro caso,

l’analisi verterà su due scritture:

1. Libraria: veniva usata di norma per libri di buona fattura, che avessero un contenuto

di tipo letterario. Era una scrittura molto accurata, formale, con lettere ben separate,

verticali, che si mantengono lungo il rigo e raramente ne vanno sopra o sotto.

2. Documentaria: questa serviva per gli usi quotidiani. Era tracciata più rapidamente

che quella libraria ed era formata da lettere di forma semplificata e meno

accurata, dall’uso di legature e dall’emergere di lettere sopra e sotto al rigo. Non

è particolarmente appropriata alla lettura e non ha un aspetto artistico.

Altri fenomeni concernenti il testo riguardano gli errori di trascrizione, la quantità scritta in

base allo spazio e il più interessante è il fenomeno dei NOMINA SACRA, quella convenzione

che consentiva ai copisti di abbreviare la grafia di un certo numero di parole, in

particolare quelle con una certa rilevanza religiosa. I termini erano abbreviati con criteri

ben precisi, SCRIVENDO SOLO:

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Prima e ultima lettere;

• Prime due lettere e l’ultima;

• Prima e ultime due;

• Prima e ultima sillaba.

Sopra di esse veniva scritta una lineetta orizzontale, per indicare l’abbreviazione e che

la parola non andava pronunciata come era scritta. Possiamo suddividere in tre gruppi le

parole in base alla frequenza della loro abbreviazione:

Dio, Gesù, Cristo, Signore;

• Spirito, uomo, croce;

• Padre, Figlio, salvatore, madre, cielo, Israele, Davide, Gerusalemme.

Nessun autore cristiano menziona questa abitudine nel trascrivere e gli scopi di questa

attività possono solo essere congetturati.

Solo nel IV secolo la produzione dei libri cristiani iniziò a rispondere a precisi livelli

professionale i letterari.

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PUBBLICAZIONE E CIRCOLAZIONE DELLA PRIMA LETTERATURA CRISTIANA

Tra i papiri ritrovati in Egitto, ci è pervenuto un frammento di un manoscritto del trattato

ADVERSUS HAERESES, scritto attorno al 180 da Ireneo. I frammenti sono datati

paleograficamente agli ultimi anni del II secolo e questo ci dimostra come un testo aveva

attraversato il mondo mediterraneo ed era sbarcato in Egitto. Questo è un caso simile a molti

altri testi, che hanno avuto la medesima sorte. La vicenda pone interessanti interrogativi sulla

circolazione, pubblicazione e trasmissione dei primi libri cristiani. Sono, tuttavia estranei

all’antichità i concetti di:

Pubblicazione

' Edizione

' Commercio librario.

'

Le pratiche erano molto differenti, dal momento in cui mancava un qualsiasi incentivo

economico e la produzione libraria era fruita principalmente da privati. Nessun autore antico

aveva interessi economici che lo spingessero a vendere ciò che egli scriveva e tra autore e

librai non vi era alcun accordo che riguardasse profitti derivati dalla vendita. Gli autori stessi,

infatti, speravano di guadagnare una reputazione attraverso la propria personalità letteraria e

il beneficio derivato dalla protezione di personaggi ricchi e influenti. Nel mondo antico, anche

la pubblicazione riguardava un atto perlopiù privato. Gli autori, che desideravano,

ciononostante, rendere pubblica la propria opera avevano diversi modi per farlo:

Potevano ricavare delle copie dell’opera e distribuirla tra gli amici, dai quali si

⇒ aspettava una lettura e una risposta privata, al fine di migliorare il proprio lavoro.

Poteva invitare un piccolo gruppo di amici a una lettura privata, in cui l’opera veniva

⇒ discussa assieme.

In questo modo l’autore faceva conoscere la propria opera ad una cerchia di persone in

sintonia con lui; l’opera rimaneva privata e sottoposta a continua revisione. Solo al termine di

questa costante revisione, l’autore metteva il testo a disposizione di un pubblico più vasto. I

testi letterari erano, dunque, resi pubblici attraverso l’esecuzione orale, una pratica che durò

fino al I secolo. Chiaramente, in seguito l’autore cominciò a desiderare che un pubblico sempre

più vasto potesse fruire del suo testo.

Con o senza lettura pubblica, un testo era pubblicato quando l’autore riproduceva delle

copie di esso e le distribuiva in dono agli amici.

Sovente, accadeva che l’opera era dedicata a qualcuno, normalmente una personalità di spicco,

che se fosse stata interessata all’opera, ne avrebbe favorito la divulgazione. Il dedicatario

riceveva in dono dall’autore una copia del testo. Chiaramente, offrendo copie della propria

opera, l’autore era consapevole della rinuncia che faceva sul proprio testo:

Il destinatario, infatti, poteva mettere la sua copia a disposizione di altri, che a

• loro volta potevano riprodurla.

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Ogni copia era unica e ognuno poteva disporne come meglio credesse.

In questo modo l’opera diventava pubblica e in questo modo le copie si diffondevano senza un

regola e attraverso una rete non organizzata, costituita da persone che erano venute a

conoscenza dell’opera. In questo modo, la circolazione avveniva in modo graduale e in maniera

casuale. La pubblicazione aveva luogo nel contesto delle relazioni sociali tra individui

interessati alla letteratura e le copie successive circolavano lungo i canali delle amicizie e

delle conoscenze. Nella prima età imperiale iniziò a svilupparsi un commercio librario che

agiva indipendentemente dalle relazioni sociali e con motivazioni differenti. Esso fornì

all’autore i mezzi per far arrivare la sua opera al grande pubblico. I commercianti di libri

sono citati nella letteratura dei primi due secoli d.C e di alcuni conosciamo anche i nomi:

1. Fratelli Sosii produssero le opere di Orazio;

2. Trifone, fu l’agente commerciale di Quintiliano;

3. Atrecto, viene nominato da Marziale come anche Pollio Valeriano;

4. Doro, ci viene riferito da Seneca.

Nell’assenza di informazioni migliori, gli studiosi sono riluttanti nel vedere TITO POMPONIO

ATTICO come editore commerciale antico e di considerare la sua attività l’emblema del

commercio librario. La corrispondenza con Cicerone aveva sicuramente lo scopo di procurargli

libri e di distribuire le sue opere. Era sicuramente un uomo molto ricco e colto, che aveva una

grande biblioteca e molti schiavi al suo servizio, dei quali si avvaleva per copiare dei testi.

Niente fa pensare che egli potesse produrre e distribuire libri, possiamo solo ipotizzare che

egli cercasse di aiutare gli amici letterati. Il suo caso non evidenzia alcun segno di commercio

librario. Il commercio era mosso dall’interesse economico, ma gli autori antichi non

dipendevano dal mercato dei libri e non dovevano sperare in un maggiore profitto. Sappiamo

che affidarono opere ai librai:

Marziale;

• Quintiliano;

• Plinio.

In questi casi, l’autore riceveva un profitto prestabilito e il mercante acquisiva il diritto di

riprodurre copie dell’opera e venderle. A volte, un autore poteva trarre vantaggio dal lavorare

con un venditore, proprio perché l’opera poteva raggiungere una certa notorietà più

rapidamente che se fosse stata letta solo nelle cerchie di amici. Per questo motivo andava

garantita la precisione del testo.

Tutte queste supposizioni sono malsicure, visto che sappiamo poco sull’attività dei librai: il

termine librarius indicava sia un venditore di libri sia un copista professionale, è quindi

possibile che gli stessi copisti intuissero le possibilità del mercato e cominciassero a

produrre copie da vendere al pubblico.

In ogni caso, la prassi ordinaria del commerciante fu quella di produrre copie singole per i

singoli clienti a un prezzo che potesse coprirne i costi e fruttasse un piccolo profitto. Il

mercato doveva comunque essere molto limitato per il libro:

  24  

1. I compratori potevano essere solo una minoranza di persone alfabetizzate che

avevano il denaro per acquistare libri;

2. Anche se un’opera possa essere disponibile presso solo un libraio, le copie da lui

vendute potevano essere copiate da qualcun altro, situazione non differente

dall’epoca moderna.

3. Il libraio avrebbe avuto solo poco speranze per una prospettiva a lungo termine

nella continuità delle vendite.

4. Normalmente, si ricorreva al libraio solo quando la via tradizionale non era

praticabile.

Chiaramente ci si chiede spesso quali fossero i tempi per la copiatura del testo e quali fossero

le condizioni per la copiatura. Ci sono alcuni elementi da considerare:

a) Si pensa che ci siano molti copisti impegnati contemporaneamente nei lavori di

trascrizione;

b) Si presuppone che il metodo di trascrizione fosse la dettatura, perché di norma

esisteva solo un esemplare da cui ricavare le copie e ci si prospettava una certa

velocità di produzione.

c) Gli errori di trascrizione possono aver avuto origine uditiva e visiva, perché

potevano esserci parole che avevano un suono simile più che una grafia simile.

d) Un argomento discusso è la postura del copista. Sembra non si usassero scrittoi,

infatti il copista poggiava il manoscritto sulla gamba e sul ginocchio, postura che

non ci fa pensare ad una copiatura visiva.

Gli scribi professionali erano artigiani qualificati, ma nel mestiere c’erano diversi livelli di

competenza. Alcuni calligrafi erano in grado di produrre una elegante scrittura libraria, altri

notai erano invece impiegati nella stesura di documenti, altri ancora erano esperti in

stenografia. Molte delle persone impiegate nel lavoro di copiatura erano schiavi colti, usati dai

padroni per la produzione libraria.

Comunque, anche se abbiamo poche informazioni sulla nascita del commercio librario, possiamo

stabilire che alla fine del I secolo, esso si era assicurato un ruolo nella circolazione della

letteratura. Ci furono diverse conseguenze:

a) Ci fu un cambiamento nella composizione del pubblico della letteratura. Il sorgere

del potere imperiale venne accompagnato da una maggiore differenziazione sociale

e dall’incremento delle occasione di mobilità sociale verso l’alto.

b) Il commercio librario trovò la sua occasione favorevole, perché riuscì ad indebolire

il controllo che l’aristocrazia esercitava sulla promozione sociale.

c) Gli autori scorsero il vantaggio rappresentato da un pubblico di lettori più vasto e

capirono l’abilità dei librai di inserirsi in questo mercato.

Non tutti i tipi di letteratura furono così popolari da suscitare interesse ad un largo pubblico:

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Poesia

• Biografia

• Satira

• Storia

• Oratoria

• Filosofia popolare

Avevano sicuramente più attrattiva rispetto alle monografie erudite e ai manuali tecnici.

La pubblicazione e la circolazione dei primi scritti cristiani venne riconsiderata all’interno di

questo contesto greco – romano. Nell’ambito cristiano dobbiamo sottolineare alcune

peculiarità:

I testi circolavano tra numerose comunità sparse nelle quali solo pochi erano

• alfabetizzati; esse si servivano dei testi non per scopi estetici ma per strumenti

pratici per i fini religiosi più diversi.

La situazione era complicata dalla composizione dei gruppi cristiani, in cui c’erano

• latinofoni e grecofoni e altrove prevalevano lingue provinciali come il siriaco e il

copto.

Si dovrebbe presumere che gli scritti cristiani sono stati prodotti e diffusi come

• l’altra letteratura che circolava nell’ambiente circostante.

In tutti i primi secoli sono pochi gli scritti cristiani che abbiano indicazioni su

• come siano divenuti di pubblico dominio presso i cristiani.

Particolare interesse rivestono i primissimi scritti cristiani, la maggior parte dei quali andò a

costituire il Nuovo Testamento. Per cominciare il percorso sulla letteratura è necessario

considerare l’insieme delle epistole paoline, perché ci danno un’idea chiara sulla prassi vigente.

Le epistole paoline hanno un carattere ufficiale che riesce a farle elevare rispetto alle

semplici lettere private. Paolo scrive come un uomo che fosse stato rivestito di una certa

autorità, infatti in esse richiama l’attenzione sulla sua dignità di apostolo e presuppone

sempre la sua autorità di apostolo. Non si rivolge a individui, ma a delle comunità che egli

cerca di istruire e consigliare su temi rilevanti. Esse erano considerate come degli strumenti

molto importanti della sua autorità apostolica, del suo insegnamento e del suo governo delle

comunità nell’ambito dell’attività missionaria. Queste stesse epistole indicano che Paolo

dettava la propria corrispondenza a un segretario, mentre altre indicano che Paolo scriveva di

proprio pugno. Ci sono buone ragioni per credere, però che le lettere venissero scritte sotto

dettatura da un segretario e questo parrebbe confermare la prassi vigente.

Mantenendo sempre presente il senso dell’atto di pubblicazione nell’antichità, le lettere in

questione erano considerate pubblicate, quando venivano lette e ricevute, situazione prevista

da Paolo, anche se raramente ne parla. La pubblicazione avvenne nel momento in cui l’epistola

  26  

era letta ad alta voce alla comunità riunita in un contesto culturale. Le modalità della lettura

erano le stesse della recitatio in vigore in alcuni circoli letterari:

Epistola letta ad alta voce di fronte ad un gruppo di conoscenti;

• Diventava in seguito, spesso, oggetto di discussione o commento;

• Quando il testo arrivava nelle mani dei destinatari non aveva più il controllo di

• Paolo.

Ci sono alcuni esempi che vale la pena riportare:

a) Lettera ai Galati: è indirizzata ad una comunità di una regione eterogenea. Ignoriamo in

quale modo Paolo abbia recapitato questa lettera ai destinatari, possiamo solo avanzare

numerose ipotesi.

b) Lettera ai Romani: abbiamo le stesse informazioni della lettera ivi descritta. La

questione si basava sul riuscire a far circolare una sola lettera fra i gruppi diversi che

costituivano i destinatari. È possibile che questo risultato sia stato raggiunto

riproducendo copie.

c) Lettera ai Colossesi: la situazione è sicuramente differente, perché non siamo sicuri

che la lettera sia autenticamente paolina. Sicuramente l’autore non si aspettava che lo

scambio sarebbe stato qualcosa di straordinario.

d) Lettera agli Efesini: è una lettera pseudonima, che affronta una situazione storica

concreta, ma non puramente locale. Era pensata sin dall’inizio per avere una larga

diffusione e offre testimonianza di come le lettere paoline circolassero anche al di

fuori delle comunità di destinazione.

Le lettere sicuramente saranno circolate singolarmente prima di essere unite in una raccolta.

Dopo la morte di Paolo, il fenomeno epistolare si produsse in larga scala e con mezzi maggiori,

grazie ai suoi discepoli. Tuttavia, questo non portò ad un allontanamento dai metodi di lavoro

di Paolo. I suoi collaboratori, infatti, possedevano parte della sua corrispondenza e Paolo

aveva l’abitudine di nominare oltre a sé altri suoi collaboratori in veste di mittenti. L’attività

epistolare post paolina fu sicuramente una continuazione ed elaborazione delle componenti

dell’attività di Paolo. Fin dai primi tempi, quindi, si cominciò a conoscere e leggere le lettere

di Paolo anche al di fuori delle chiese cui erano state inviate. Gli autori cristiani erano a

conoscenza di raccolte di epistole paoline:

a) Clemente romano e Ignazio di Antiochia avevano familiarità con molte lettere

dell’apostolo.

b) L’autore della seconda lettera di Pietro e Policarpo di Smirne si mostrano attenti

conoscitori dell’epistolario paolino.

c) Con Marcione compare un’edizione ben definita della raccolta di lettere di Paolo.

È un convinzione ben radicata il fatto che Paolo non sia intervenuto nella raccolta delle proprie

lettere e che coloro che compilarono le prime edizioni lo fecero riunendo copie o raccolte di

copie parziali che provenivano da tutte le chiese. Sembra poco credibile l’ipotesi che Paolo

  27  

abbia scritto un certo tipo di lettere senza conservarne nemmeno una copia. Probabilmente gli

originali saranno stati una grande risorsa per i suoi collaboratori che li raccolsero e li rividero,

fino a decidere di raccoglierli in un volume unico.

Se ci rivolgiamo, invece, ad un altro tipo di elaborato, i VANGELI, non troviamo alcuna

informazione sulle aspettative degli autori a proposito della circolazione e della pubblicazione.

Oggi si può analizzare più chiaramente come essi siano stati scritti in un contesto letterario,

con grande abilità e con una attenzione di carattere letterario per i lettori. il più

evidentemente dotato di sensibilità letteraria fu LUCA-ATTI:

Inizialmente nel prologo si rivolge al lettore, Teofilo, con la dichiarazione dei

• propri intenti letterari, ossia scrivere una narrazione che ordini gli argomenti per

consentire al lettore di conoscere la verità sulle vicende presentate.

Al dedicatario è probabilmente affidata la responsabilità di diffondere l’opera.

Ogni vangelo, comunque, rivela particolari sempre visti dalla prospettiva di chi lo ha scritto.

Anche nel campo della letteratura comincia ad aumentare la domanda e di conseguenza

l’offerta di libri. Tra la fine del I secolo e l’inizio del II cominciò una ricca proliferazione di

testi evangelici riguardanti Gesù. Tendenzialmente, i moderni sono propensi ad affermare che

i vangeli fossero destinati unicamente ad un uso interno presso i cristiani. Sempre più si tende

a riconoscere che essi sono stati scritti con precisi intenti missionari e propagandistici.

Questo, di fatto, comporta una circolazione anche al di fuori delle normali comunità cristiane,

proprio in vista di aumentare i proseliti. Il critico pagano CELSO nel suo attacco al

cristianesimo in DE VERA DOCTRINA, dimostra una certa efficacia e dimestichezza con la

letteratura cristiana, comprensiva anche di epistole e apologie.

Tra i primissimi scritti cristiani, l’APOCALISSE DI GIOVANNI, composto in Asia Minore

verso la fine del I secolo, è interessante per spiegare il fenomeno della pubblicazione e della

circolazione della letteratura protocristiana. Quest’opera ha un carattere epistolare:

Il testo è inserito in una cornice epistolare;

Comprende una serie di lettere a 7 chiese;

Nessun’altra apocalisse si presenta come lettera;

Si pone entro una precisa tradizione letteraria;

Dimostra che la lettera è diventata la forma per eccellenza nel campo

dell’insegnamento cristiano.

L’autore può essere considerato, nonostante grammatica e stile peculiare, il più

consapevole a comporre un testo.

L’autore pensa alla libera circolazione del testo anche fuori dal proprio controllo e

ad una sua diffusione nella comunità cristiana.

Emerge l’intenzione di far conoscere l’opera ad un grande pubblico di lettori.

  28  

Per concludere questo passo, possiamo dire che molti dei primissimi testi cristiani siano

pseudonimi e anche quelli che potevano essere autonomi, venivano associati ad uno degli

apostoli. L’importanza di ciò che veniva detto era in relazione con la personalità che aveva

espresso un determinato pensiero.

La letteratura cristiana del II e del III secolo deve essere valutata secondo i criteri di

CONTINUITÀ e di DISCONTINUITÀ rispetto ai primissimi testi cristiani per molti aspetti,

come: Generi

Contenuto

Pubblicazione

Circolazione

Per comprendere al meglio queste opere è necessario riportare alcuni esempi.

Il primo da segnalare è il PASTORE DI ERMA:

Scritto durante la seconda metà del II secolo;

Viene descritto Erma nell’intento di copiare un libretto contenente una rivelazione

divina, che gli era stato letto da una anziana signora. Incapace di distinguere le

lettere, Erma copia senza leggere il testo e solo in seguito gli viene rivelato il

vero contenuto. Erma riceve poi delle indicazioni: dovrà ricavare due copie

dall’originale e consegnarle, una a Clemente, segretario della corrispondenza e una

a Grapte. Infine Erma dovrà leggere nella chiesa di Roma il testo che porta con

sé.

Clemente sembra rappresentare una sorta di editore ecclesiastico che si occupava

della duplicazione e distribuzione dei testi nelle comunità.

L’opera ebbe rapida diffusione: circolava in Egitto, ad Alessandria, nelle aree

provinciali, era nota in Gallia e nel nord Africa.

Il secondo caso da segnalare è quello della RACCOLTA DI LETTERE di IGNAZIO DI

ANTIOCHIA:

Furono scritte dal vescovo mentre veniva trasferito a Roma, durante il regno di

Traiano;

Furono inviate alle chiese che si trovavano lungo il percorso.

Forniscono un evidente esempio di raccolta e diffusione di scritti in breve tempo.

Il terzo esempio e il più emblematico è quello della lettera di POLICARPO:

Venne inviata alla comunità di Filippi;

Egli risponde ad una lettere in cui gli veniva chiesta una copia delle lettere di Ignazio.

Egli fece inviare copia delle lettere.

Dimostra di essere intento a comporre una silloge delle epistole.

  29  

Da tutto ciò emerge un intenso traffico di lettere fra le chiese di quei territori e mostra

come la chiesa di Smirne avesse la possibilità di riprodurre e distribuire dei testi e che

questo avvenisse nei primi vent’anni del II secolo, periodo tradizionalmente considerato

prettamente orale e poco affascinato dalla parola scritta.

La primissima letteratura cristiana dimostra di essersi dedicata anche al genere apologetico,

che aveva come suo principale obiettivo quello di difendere il cristianesimo dalle critiche

mosse dai pagani. L’ipotesi più plausibile è che le prime apologie fossero delle lettere aperte

all’imperatore, ossia mandate a lui ma circolanti fra i cristiani e fra un pubblico generico.

Esempio significativo è l’apologia di Giustino:

Scritta intorno al 150;

Sembra essere stata presentata ad Antonino;

Fu letta anche da Celso;

il fatto che esse non fossero indirizzate solo ai cristiani si ripercorre anche sulla loro

pubblicazione e circolazione. Si deve supporre che i cristiani le riproducessero e le

introducessero fra i non cristiani. Di questo aspetto è possibile fare solo delle congetture.

Un testo che ci dà una visione completa delle peregrinazioni cristiane dei primi secoli è

sicuramente il MARTIRIO DI POLICARPO:

È una lettera della chiesa di Smirne a quella di FILOMELIO che rafforza ancora

una volta la convinzione sull’attività letteraria smirniana.

Le ipotesi più concrete sul periodo del martirio di Policarpo si aggirano tra il 156

e il 160.

Il resoconto fu redatto in risposta a una richiesta dei cristiani di Filomelio, che

ne chiedevano notizia.

La lettera presenta delle particolarità nella sua conclusione, rendendola complessa

e di difficile interpretazione. Di fatto troviamo: la data del martirio, un commiato

finale, una serie di colofoni dei copisti. Nulla di tutto ciò faceva parte della

lettera originale. Il materiale fu quindi aggiunto in momenti successivi e in una

fase remota dell’iter di trasmissione.

Tutte le informazioni raccolte fino a questo momento si possono mettere in relazione con una

notizia di Eusebio, che riguarda Dioniso, vescovo di Corinto nel 170. Egli afferma che il

vescovo si era reso utile con lettere indirizzate alle varie comunità e spiega che queste erano:

a) Sparta

b) Atene

c) Nicomedia

  30  

d) Gortina

e) Cnosso

f) Creta

g) Roma

Oltre ad esse, lo storico menziona l’esistenza di una lettera rivolta ad una donna cristiana,

tale Crisofora e di una lettera di Pinito, vescovo di Cnosso, in risposta alla lettera di Dioniso.

La perplessità si rivolge al termine “cattoliche” attribuito alle epistole, che erano rivolte

principalmente a delle singole chiese cristiane. Questo termine sappiamo essere legato non al

loro carattere, bensì alla loro circolazione e trasmissione. Possiamo quindi trarre delle

conclusioni interessanti:

a) Non si sa nulla di Dioniso oltre alle informazioni riportate da Eusebio;

b) Sappiamo che era un uomo conosciuto e rispettato, che esercitava la sua autorità

attraverso le epistole; (VIENE IN MENTE IL LAVORO DI CLEMENTE A ROMA

ATTRIBUITA DA ERMA)

c) Dioniso dimostra come le comunità cristiane fossero in grado di tenersi in contatto

anche attraverso aree estese.

d) Eusebio conosceva le lettere sicuramente in forma di raccolta.

La ricostruzione operata da Eusebio sembra farci trarre alcune conclusioni:

Dioniso scriveva a singole comunità e dava istruzioni di interesse generale e attuale per

loro;

Alcune epistole circolarono al di fuori dei destinatari;

Devono anche essere state copiate e per questo soggette ad interpolazioni e omissioni;

L’episodio dimostra come l’autore potesse avere timore di fronte alle manipolazioni che

il suo testo poteva aver subito.

Dioniso cercò di approntare un’edizione autorizzata e si avvalse della copia che aveva

conservato di quanto aveva spedito.

Fu Dioniso a intitolare la silloge EPISTOLE CATTOLICHE, perché circolassero nella

chiesa nella sua totalità.

In generale, è possibile affermare che nel mondo della letteratura vi siano molti casi analoghi

a quello ivi riportato. È esemplare anche la storia di pubblicazione di un altro testo cristiano

tra la fine del II secolo e gli inizi del III secolo.

ADVERSUS MARCIONEM di TERTULLIANO:

L’opera ci è giunta nella sua terza edizione(207 o 208);

L’autore si era persuaso che il primo testo dell’opera fosse troppo breve e quindi lo

ritirò per revisionarlo;

Completò poi la versione riveduta un anno dopo la prima edizione, ma la pubblicazione

abortì a causa di un furto letterario.

  31  

Decise poi di ampliare il testo, completandolo intorno al 211 e il 212.

Per cui la divulgazione di quest’opera avvenne in tre versioni differenti:

1. La prima fu ritirata dall’autore con effetti pratici limitati;

2. La seconda priva del permesso dell’autore ebbe una vasta diffusione;

3. La terza doveva soppianta le due precedenti e ci riuscì.

In questo modo si pone la questione sulle risorse su cui poteva contare la produzione materiale

dei testi cristiani. Per i primi tre secoli sulla questione si hanno informazioni scarse, tanto da

rendere ogni notizia preziosa; ne citiamo alcune:

La descrizione più completa concerne le risorse accessibili a Origene ad

⇒ Alessandria all’inizio del III secolo. Eusebio racconta che Ambrogio lo aveva

dotato di un gruppo di collaboratori per accrescere la rapidità e il volume della

produttività e diffondere le opere efficacemente. Prima della moltiplicazione delle

copie, Origene avrà riveduto gli esemplari. Lo scriptorium di Origene unico nelle

cerchie cristiane, perché era finanziato da un privato e inteso a sostenere l’opera

di uno scrittore.

È difficile stabilire quando nacquero gli scriptoria cristiani, il problema riguarda le definizioni

e le testimonianze. Se consideriamo lo scriptorium come centro di produzione dei testi è

possibile che ognuna delle comunità ne possedesse uno all’inizio del II secolo e qualcosa del

genere è immaginabile a Smirne. Se invece lo consideriamo come una struttura più definitiva

allora diventa difficile ritenere certe istituzioni si siano sviluppate presto. Lo scriptorium di

Origene è un caso speciale ed è il primo di cui abbiamo attestazioni specifiche. Sulla

situazione del II secolo è possibile fare solo delle congetture:

Si è affermato che uno scriptorium cristiano non fosse possibile prima del 200 d.C

a e che le copie eseguite fino a quel momento fossero realizzate dai singoli

privatamente.

Esiste qualche manoscritto che potrebbe essere il prodotto nel II secolo in uno

a scriptorium. Il numero di manoscritti trovati ad Ossirinco ci permette di supporre

questo.

  32  

Uno dei problemi che il lettore coscienzioso aveva a cuore era la correzione delle corruttele

testuali, visto che l’accuratezza di un testo era perennemente messa in dubbio dalle

vicissitudini causate da pubblicazione e trasmissione. In mancanza di controllo, un testo antico

acquisiva la sua importanza dall’autorità che lo aveva composto. Tuttavia, i testi conservati nel

corso del tempo erano tendenzialmente quelli più usati, che nei primi secoli diedero vita ad una

intensa tradizione testuale. Questo può essere il motivo principale della scarsa sopravvivenza

delle opere di Ippolito di Roma e questo lo attribuiamo a due fatti contingenti:

1. Il primo è che egli scrisse in greco, in un periodo in cui la chiesa romana stava

passando al latino;

2. Il secondo motivo fu che Ippolito venne coinvolto nella politica dell’episcopato

romano e si trovò escluso dalla corrente dominante del cristianesimo romano.

Questo limitò fortemente la circolazione dei suoi scritti. In netto contrasto con questi scritti

troviamo CIPRIANO.

Egli scrisse in latino e della sua produzione sono sopravvissuti tutti i trattati e molte

delle sue lettere. Nella VITA CYPRIANI, composta da un suo contemporaneo, troviamo

la lista completa dei suoi trattati, che sono disposti secondo l’ordine citato dalla

tradizione manoscritta. È interessante la situazione delle sue epistole:

Le lettere mostrano come lui ne promuovesse la copiatura e la circolazione;

“ Ad alcune aggiungeva gruppi di altre lettere da lui prodotte: 9 allegate a un gruppo, 13

“ ad un altro, e così via;

Auspicava fossero lette, copiate e diffuse;

“ Le raccolte più consistenti vennero realizzate solo in seguito, unendo gruppi minori.

“ La sua attività è simile a quella di Dioniso di Corinto.

“

Tutto quello che lui fa, riproduce la prassi vigente all’inizio del II secolo:

1. Traffico di lettere spedite ad altre comunità;

2. Produzione e conservazione di copie;

3. Formazione di raccolte;

4. Invio di testi in regioni straniere;

5. Promozione di una distribuzione secondaria.

Un altro fattore che testimonia la diffusione della letteratura cristiana in questo periodo è la

comparsa di TRADUZIONI di testi scritturistici cristiani in varie lingue delle province.

La traduzione delle Scritture in diverse lingue dal greco deve aver avuto luogo nel

contesto cristiano. Inizialmente le traduzioni furono orali e indirizzate allo scopo preciso

di essere lette nell’assemblea in greco e subito dopo nella lingua locale. La più antica in

latino fu la VETUS LATINA. Alla fine del II secolo si preparavano anche traduzioni in

siriaco. Un esempio ne è la VETUS SYRA. In ogni caso le prime traduzioni di quei testi nelle

lingue locali, ci testimoniano la volontà di renderli accessibili a tutti.

  33  

Le vicende del IV secolo ebbero profonde ripercussioni sulla vita della chiesa, ma soprattutto

sulla produzione e sulla distribuzione dei libri cristiani. Consideriamo anche un incremento

della domanda: infatti, la persecuzione di Diocleziano aveva causato un aumento dell’esigenza

di circolazione delle Scritture, dovuto alla continua distruzione dei testi cristiani. Gli scritti

cristiani del IV e del V secolo forniscono molte informazioni sulla pubblicazione e sulla

circolazione della letteratura cristiana. Abbiamo alcuni accenni in testimonianze concrete:

Nelle lettere e Retractationes Agostino accenna al modo in cui venivano pubblicati

“ e circolavano i suoi scritti. Emerge come fosse responsabilità dell’autore

distribuire inizialmente la propria opera, inviandola o disponendola a uno o più

amici.

Agostino pubblica le sue opere affidandole a Romaniano, un amico di famiglia. Le opere di

Agostino furono pubblicate mediante singole persone, secondo l’uso vigente. Tutte furono

inviate in copia ad un amico, che ne avrebbe fatto conoscere il contenuto, consentendo di

ricavarne copie.

Gerolamo rese accessibili i testi dei propri scritti tramite un ristretto gruppo di

“ amici. Marcella, Pammachio e Domnione furono i depositari nella diffusione delle

opere di Girolamo.

Entrambi facevano largo uso di stenografi e copisti, per Agostino:

1. Comporre consistette nel dettare e una volta trascritto il testo, correggerlo;

2. Dopo la correzione e trascrizione, i testi erano emendatiora exemplaria e da essi

si traevano le copie.

Dalle testimonianze esaminate, desumiamo che gli scritti cristiani furono sempre pubblicati

privatamente, attraverso canali interni al cristianesimo e circolarono attraverso l’opera di

copiatura privata. La documentazione rivela che gli autori cristiani miravano a un preciso

pubblico di lettori e che promuovevano e prevedevano la diffusione delle loro opere. La

letteratura cristiana si diffuse più rapidamente rispetto agli scritti non cristiani ed ebbe

molti lettori e molto numerosi. Non è difficile individuare i motivi:

In primo luogo, le comunità cristiane avevano una propensione per la parola

Ù scritta. Per i cristiani i testi non erano un divertimento, ma strumenti per la vita

  34  

cristiana. I testi avevano un’importanza regolativa per il pensiero e l’azione dei

cristiani. I testi venivano letti ad alta voce nel culto, interpretati nella

predicazione e nella catechesi, citati nei dibattiti apologetici, messi in campo nelle

dispute teologiche interne e studiati per edificare il personale. Erano essenziali

per la vita ordinaria.

In secondo luogo, i testi cristiani ebbero il vantaggio di una circolazione superiore

Ù a quella della letteratura non cristiana grazie alla dispersione delle comunità non

cristiane e dei rapporti che esse instaurarono.

La circolazione della letteratura cristiana fu di natura privata.

Ù

  35  

PRIME BIBLIOTECHE CRISTIANE

L’importanza assegnata ai testi fece sì che le comunità locali cercarono spesso di procurarseli,

con la conclusione di possedere vere e proprie raccolte di libri. Le raccolte, sempre più

fornite, formarono delle biblioteche, che dovevano assolvere per le singole comunità, esigenze

di tipo:

1. Ecclesiastico

2. Liturgico

3. Catechetico

4. Archivistico.

In centri cristiani molto grandi, invece, sorsero biblioteche più grandi, che erano fornite di

testi di vario genere, utili a studiosi e maestri cristiani. Anche nelle comunità monastiche

esistevano delle biblioteche e qualche credente aveva sicuramente una propria biblioteca

privata. Esse sono un aspetto significativo della letteratura protocristiana:

Da un lato, furono la conseguenza della pubblicazione e della circolazione dei libri;

• Dall’altro, diedero impulso a quel meccanismo e fornirono una ulteriore base di

• diffusione dei testi.

Il mondo mediterraneo, tuttavia, prima del cristianesimo aveva conosciuto molte tipologie di

biblioteca e, per valutare quelle cristiane è sicuramente necessario riferirle al contesto di

biblioteche greche, romane e giudaiche.

Le biblioteche delle comunità, che sono raccolte di testi accumulati e conservati nelle

comunità cristiane a scopi liturgici e archivistici, sono le più conosciute biblioteche cristiane.

Le notizie a riguardo sono molto scarse e sarà necessario riassumerne quelle disponibili:

Le prime notizie compaiono in racconti che risalgono alla persecuzione di

Diocleziano del IV secolo. Essa iniziò con degli editti contro i cristiani, il primo

tra tutti quello del 303, in cui si ordinava che i libri cristiani venissero confiscati

e bruciati da agenti imperiali. Abbiamo testimonianza di questo nei GESTA APUD

ZENOPHILUM, un resoconto degli avvenimenti nella città di Cirta.

Ciò che traspare da essi è in primo luogo il fatto che questa comunità possedesse moltissimi

libri, tanto che ne vengono menzionati 37. Non viene data alcuna informazione sulla tipologia di

testo, ma sappiamo che quando iniziò la persecuzione la città aveva a disposizione ben 7

lettori.

Sappiamo che esistevano altre biblioteche di comunità, che sono ricordate in alcuni

acta martyrum.

MARTIRIO DI SAN FELICE: narra gli effetti della persecuzione dopo l’editto a Tibiuca nel

303. Il vescovo della città rifiuto di consegnare i libri e fu condannato alla decapitazione. Egli

  36  

era il custode ufficiale della biblioteca della comunità, ma non sappiamo perché si sia assunto

la responsabilità dei libri.

MARTIRIO DI AGAPE, IRENE E CHIONE: Riferisce fatti accaduti a Tessalonica in

Macedonia nel 304. Contiene anche informazioni dettagliate sul possesso di libri da parte di

una comunità.

Non possiamo sapere con certezza il luogo di conservazione dei testi; possiamo pensare che

inizialmente essi fossero custoditi in cofanetti, armadi e casse, ma in un periodo successivo

siano stati spostati in apposite Domus Ecclesiae, anche se le testimonianze archeologiche non

ci permettono di fare congetture sulla presenza di biblioteche.

L’editto di Diocleziano ivi citato è sicuramente un documento di straordinaria importanza sia

per le sue premesse che per gli effetti successivi:

Diocleziano dava per scontato che ogni comunità cristiana avesse dei libri e sapeva

che essi erano il fondamento della sua sopravvivenza.

L’editto mostra, di fatto, come l’esistenza delle biblioteche di comunità fosse

ovvia ed evidente anche ai non cristiani.

Per quanto riguarda gli effetti dell’editto, possiamo ricordare come la cessione dei

libri alle autorità, fosse diventata centro della polemica donatista.

I  donatisti   considerarono  un   atto   di   abiura   la   consegna   delle   Scritture   e  

bollarono  i  membri  del  clero  che  se  ne  erano  macchiati  come  traditores.  

Emerge  in  questo  contesto  il  grande  valore  assegnato  alle  Scritture  e  la  

responsabilità  dei  vescovi  come  custodi  delle  biblioteche.  

Cosa possiamo dire delle biblioteche dei primi tre secoli?

Una testimonianza esplicativa è quella degli ATTI DEI MARTIRI SCILLITANI, testo più

antico della chiesa in lingua latina:

i martiri scillitani furono condannati e giustiziati il 17 luglio del 180.

“ Essi potrebbero dimostrare la presenza di libri nel II secolo anche in piccole

“ comunità, ma non abbiamo elementi sufficienti a sostenere questa ipotesi.

Si deve supporre che le singole comunità avessero a diposizione dei testi per il culto, dunque

delle biblioteche seppure minime, costituite per lo più da Scritture giudaiche e da qualche

scritto cristiano. Chiaramente per riuscire a compiere un’analisi completa sarà necessario

analizzare l’importanza della lettura liturgica della Scrittura:

b. La prima menzione di questa pratica la troviamo nelle lettere pastorali;

  37  


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dell'antichità: archeologia, storia, letterature
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jessicabortuzzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del cristianesimo antico e medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Colombi Emanuela.

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