Riassunto completo di:
La nascita del cristianesimo
Enrico Norelli (Bologna, Il Mulino, 2018)
Introduzione
Parlare di “nascita” del cristianesimo fa pensare non solo ad una precisa data di inizio, ma anche ad un’entità
pienamente definita, cosa che il “cristianesimo” (il termine fu usato per la prima volta da Ignazio di Antiochia
nel 115/120) non è. La consapevolezza, da parte di coloro che si ispiravano agli insegnamenti di Gesù, di
essere gli adepti di una nuova religione nacque solo nel II secolo e la distinzione rispetto al giudaismo fu
applicata retroattivamente, enfatizzando il distacco di Gesù dalla tradizione ebraica.
Gli studi recenti hanno messo in discussione questa linea di confine, enfatizzando la giudeità di Gesù (e di
Paolo, che viene spesso considerato il padre della religione cristiana in quanto tale) e mostrando come il
cristianesimo si sia sviluppato inizialmente come ramo collaterale della religione ebraica.
Adriana Destro e Mauro Pesce hanno individuato tre elementi che definiscono una religione: un gruppo di
persone accomunate da vari criteri; una particolare (quindi distinta) concezione del mondo e del
soprannaturale; un particolare complesso di pratiche e norme. Questi sono dunque gli elementi da prendere
in considerazione per capire quando il cristianesimo si è nettamente distinto dal giudaismo (nel II secolo),
ricordando che una forte distinzione esisteva inizialmente (almeno fino al V secolo) anche tra i “cristianesimi”.
Questo libro, rifiutando ogni lettura provvidenzialista, teleologica o determinista, intende mostrare le
trasformazioni avvenute nel cristianesimo, che hanno determinato la sua sopravvivenza e il suo successo,
come il frutto di precise condizioni storiche, ma anche di scelte puramente umane.
Capitolo I – L’eredità di Gesù in terra d’Israele
1. Gesù non ritorna, il regno non arriva: eppure la sua causa prosegue
- L’azione e il messaggio di Gesù
Non ci si soffermerà sulla definizione della figura storica di Gesù e sul dibattito che la riguarda, ma verranno
elencati solamente gli aspetti più probabili. La sua predicazione era incentrata sull’annuncio del regno di Dio,
regno che si sarebbe basato sulla dissoluzione del Male e che aveva quindi iniziato ad affermarsi proprio con
Gesù (il quale espelle demoni, guarisce i malati, converte i peccatori).
Questi si presenta in primo luogo come portatore della Misericordia divina, piuttosto che come Figlio
dell’uomo, ovvero come quella figura potente e terribile, introdotta nel libro di Daniele, che sarebbe stata
arbitro nel giudizio finale.
Entrato in conflitto con la casta sacerdotale, Gesù fu consegnato ai romani come ribelle (in quanto presunto
Messia) e sbrigativamente condannato a morte. Tale morte fu presentata ai suoi seguaci come l’ultimo passo
verso il regno di Dio. Ma il regno non arrivò.
- Premesse di una continuazione
Prima e dopo Gesù, molti altri si presentarono come salvatori di Israele: Simone di Perea, Athronges, Teuda,
Giacomo e Simone figli di Giuda il Galileo, Gesù figlio di Anania. Il loro messaggio e il loro seguito, però, si
dispersero subito dopo la loro morte. Lo stesso non avvenne con Gesù, grazie a que sti tre fattori: dei discepoli
in grado di rielaborare e diffondere il messaggio, un messaggio di portata universale, un contesto sociale che
permetteva di applicarlo alla vita quotidiana.
- Un gruppo solido e articolato di seguaci
L’attività di Gesù si svolse prevalentemente nei villaggi della Galilea e solo in misura minore in Giudea e a
Gerusalemme (per i Vangeli sinottici Gesù vi compì un solo soggiorno, per Giovanni più di tre). Un gruppo di
persone scelse di condividere lo stile di vita itinerante di Gesù, abbandonando in maniera temporanea o
definitiva (come nel caso di Maria di Magdala) le loro famiglie. Questo gruppo contava sicuramente più di
dodici membri, ma tale numero è simbolico in quanto si ricollega alla storia di Israele.
I discepoli potevano essere chiamati da Gesù o unirsi spontaneamente, ma venivano comunque selezionati.
C’erano poi tre o quattro discepoli (Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni) che avevano maggiore intimità e
che ricevettero un’istruzione più approfondita. È probabile che Gesù si aspettasse una fine imminente del
mondo terreno e dunque i suoi insegnamenti non erano pensati per il lungo periodo, ma questa sua
cooptazione del gruppo (“messianesimo di gruppo”, Gerd Theissen) consentì al suo messaggio di durare.
C’erano poi i seguaci sedentari, che fornivano sostegno materiale: Marta, Maria e il loro fratello Lazzaro, che
erano intimi amici di Gesù, ma anche tutti gli altri personaggi citati nei Vangeli che offrirono un pasto al
gruppo.
- Un messaggio capace di sopravvivere al suo autore
Il messaggio di Gesù, che prospettava un avvento imminente del regno della giustizia, e poi quello dei primi
discepoli, che prometteva la “parusia” (ritorno glorioso) di Cristo, furono delusi e dovettero quindi essere
riadattati per una vita a lungo termine nel mondo presente. Lo stesso Gesù, tuttavia, indicando nella sua
venuta l’inizio del regno di Dio, permise ai suoi seguaci di non perdere le speranze.
- Reazione alla morte di Gesù
La morte violenta di Gesù spinse i suoi discepoli (come detto, capaci e adeguatamente istruiti) a raccogliere
tutte le memorie e a rilanciare il suo insegnamento. Il concetto di resurrezione non era pienamente
affermato, come dimostra il documento Q, fonte dei vangeli di Matteo e Luca.
2. La missione itinerante
- Una missione che non si fonda prioritariamente sulla resurrezione
Gesù lasciò detto ai suoi apostoli di proseguire l’azione missionaria rinunciando a borsa, bisaccia e bastone,
quindi muovendosi di casa in casa portando la Parola e la pace , curando i malati, mangiando quello che gli
viene offerto (senza guardare quindi alle prescrizioni alimentari). “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie
me accoglie colui che mi ha mandato”: i discepoli vengono investiti dello stesso carisma di Gesù.
Contro le città che non accolgono la parola vengono rievocate parole simili a quelle rivolte a Chorazin,
Betsaida e Cafarnao (Lc 10, 13.15; Mt 11, 21-23), luoghi dove doveva essersi concentrata l’attività di Gesù e
che vengono citati nel documento Q, prodotto probabilmente in Galilea. In questa regione dovevano infatti
essersi formate le prime comunità e doveva essersi conservata parte della famiglia di Gesù.
- Una missione che si fonda sulla resurrezione di Gesù
Per Paolo e per gli autori dei Vangeli, invece, la missione è stata fondata dalle manifestazioni del Risorto.
Paolo in particolare si legittima come missionario attraverso il racconto della rivelazione da lui vissuta.
Inizialmente infatti si pensava che il ritorno di Gesù dovesse avvenire nell’arco di una generazione, ma poiché
questo non avvenne si teorizzò un’azione del Risorto che si esprimeva attraverso lo Spirito Santo, portato
proprio dai suoi seguaci, che potevano compiere prodigi.
3. I gruppi stanziali e il culto di Gesù risorto
- Strutture stabili
I seguaci di Gesù continuarono a dividersi tra missionari carismatici e gruppi sedentari: nella “Didachè”, o
“Insegnamento dei dodici apostoli”, troviamo le norme per i primi, ma anche indicazioni rivolte ai secondi al
fine di riconoscere i falsi apostoli. Mentre i missionari erano degli individui sradicati socialmente, i fedeli
sedentari erano costituiti da famiglie (oikoi) più meno larghe. Furono queste “chiese domestiche” i pilastri
della diffusione della fede in Gesù: esse infatti iniziarono a essere dei luoghi di ritrovo per gruppi di credenti
- I racconti della cena e della Passione
A Gerusalemme dovevano trovarsi essenzialmente fedeli sedentari e fu in questi ambienti che, nei primi anni
dopo gli eventi, si formò e diffuse il racconto della Passione, della morte e delle successive apparizioni. Si
parla infatti di personaggi e luoghi estremamente precisi. Questa tradizione si fuse poi alla memoria dei detti
di Gesù (diffusa dagli itineranti) all’interno dei vangeli.
- Il primo nucleo della chiesa di Gerusalemme
Gli Atti contengono informazioni sulla prima comunità di Gerusalemme che devono però essere valutate,
poiché il testo fu scritto alcuni decenni dopo i fatti. Si racconta che i Dodici rimasero a Gerusalemme dopo
la morte di Gesù (Gv li fa tornare in Galilea) e si posero alla guida della comunità locale, insieme a Giacomo
il fratello di Gesù. (Paolo fornisce una visione diversa).
4. La famiglia o i discepoli?
- Chi è il successore di Gesù?
Il carisma è per definizione legato a una persona, dunque alla morte di Gesù occorreva trasferirlo ai suoi
successori, sia come singoli (missionari carismatici) che come comunità. In questo secondo caso, l’autorità si
concentrò nella chiesa di Gerusalemme (del resto era in questa città che si attendeva il ritorno di Cristo).
- La leadership di Gerusalemme verso il 35
Nelle sue lettere, Paolo dichiara di essersi recato più volte in città. La prima fu nel 35, per “consultare” Pietro
(Cefa): probabilmente questi deteneva un particolare prestigio all’interno della comunità, ma è improbabile
che Paolo gli riconoscesse una qualche autorità. Incontrò anche Giacomo, il quale era probabilmente il leader
di quei fedeli che intendevano continuare a osservare la Legge ebraica: una posizione a cui Paolo si opponeva
radicalmente.
- Giacomo, il fratello del Signore
Giacomo era uno dei fratelli di Gesù (v. Mc 6,3): fratello di sangue, nonostante le varie interpretazioni. Da
diversi passi dei vangeli canonici e apocrifi capiamo che Gesù non mantenne buoni rapporti con i suoi parenti
(“un profeta è disprezzato tra i suoi parenti e nella sua casa”, Mc. 6,4) e che considerava la sua vera famiglia
quella dei suoi seguaci.
Nel “Vangelo secondo Tommaso” si legge però che Gesù avrebbe affidato i suoi discepoli a Giacomo, e il
“Vangelo secondo gli Ebrei” racconta che fu Giacomo a vedere per primo Gesù risorto. Alcuni gruppi
riconobbero quindi quest’ultimo come erede di Cristo e il silenzio su di lui che troviamo nei vangeli canonici
potrebbe essere volto a esaltare invece l’autorità dei discepoli.
Nelle “Antichità giudaiche” di Flavio Giuseppe troviamo il racconto della morte di Giacomo: nel 62,
approfittando di un vuoto di potere, il gran sacerdote Anania fece lapidare il fratello di Gesù e altri, in quanto
trasgressori della Legge. Alcuni abitanti della città denunciarono questo gesto illecito alle autorità e Anania
fu deposto. Trattandosi di un autore non cristiano, possiamo reputare il racconto attendibile.
Nella “Prima apocalisse di Giacomo” (fine II sec.), il fratello di Gesù viene invece mostrato come il primo
martire (gli Atti attribuiscono invece a Stefano questo ruolo).
- L’autorità della famiglia di Gesù
Paolo parla dei “fratelli del Signore” come di un gruppo di missionari ben identificato e questa notizia viene
confermata da Sesto Giulio Africano (II-III secolo). Egesippo (riportato da Eusebio di Cesarea nella “Storia
ecclesiastica”) narra che dopo la morte di Giacomo fu il cugino Simeone a diventare “vescovo” di
Gerusalemme. Queste testimonianze derivano da una tradizione che vedeva nella linea dinastica di Gesù la
sua vera successione, in quanto profeta (cfr. Islam) o in quanto re. Probabilmente per contrapporsi a questa
idea, Marco (6,4) fa pronunciare a Gesù la frase sul “profeta disprezzato in casa sua”.
- La leadership di Gerusalemme verso il 48: famiglia e discepoli
Il secondo viaggio di Paolo a Gerusalemme avvenne nel 48/49 (At 15, Gal 2,1-10), per farsi riconoscere
l’attività missionaria svolta presso i gentili da lui e dai suoi collaboratori Barnaba e Tito. Ancora una volta
viene confermata l’autorità della chiesa gerosolimitana, rappresentata dalle tre “colonne”: Giacomo il
fratello di Gesù, Cefa/Pietro e Giovanni figlio di Zebedeo. Pietro e Giovanni erano stati sicuramente molto
vicini a Gesù, ma forse è anche la loro importanza all’interno della comunità di Gerusalemme ad aver
influenzato retrospettivamente il racconto evangelico.
Ad ogni modo, questo “triumvirato” fa pensare a un accordo tra il principio familiare e quello del discepolato,
ma anche tra i vari gruppi legati all’una o all’altra figura. Giacomo ha però ottenuto il primo posto: forse
perché Pietro, in quanto missionario, era spesso assente da Gerusalemme.
Capitolo II – Il messaggio fuori d’Israele
1. Gli “ellenisti” e gli inizi dell’annunzio ai Gentili
- Il messia e il Figlio dell’uomo
La prima comunità di credenti in Gesù era quindi una setta messianica giudaica, che riconosceva in Gesù il
messia. Questo termine deriva dall’ebraico masiah, “unto”, di cui khristos è la traduzione greca. A partire dal
I secolo a.C., questo termine iniziò ad indicare quelle figure di mediatori che avrebbero dovuto condurre
Israele a un mondo nuovo e alla salvezza, come ce ne furono tante prima e dopo Gesù. Egli non si definì mai
così, ma non rifiutò neanche l’appellativo quando altri glielo attribuirono.
Un epiteto che invece viene usato nel documento Q (una raccolta dei suoi detti circolante già prima degli
anni Cinquanta del I secolo, fonte per i vangeli di Matteo e Luca) e che ricorre 51 volte nei vangeli canonici,
sempre per bocca di Gesù, è quello di “Figlio dell’uomo”. Il termine poteva indicare un essere umano in
generale (quindi nel senso di “io”), ma il libro di Daniele (II sec. a.C.) precisa che il Figlio dell’uomo
rappresenta il popolo dei santi e “1 Enoch” lo presenta come il giudice universale.
Nei vangeli, l’epiteto si riferisce sia all’attività presente (perdono dei peccati), sia a quella futura (“quando
verrà nella gloria”). Non sappiamo se Gesù si identificasse nel Figlio dell’uomo, oppure se egli si considerasse
il portatore della misericordia prima che il Figlio dell’uomo portasse la giustizia. La Chiesa delle origini
abbandonò quindi il termine, preferendo appellativi quali “Figlio di Dio” e “Signore”.
- Ebrei di lingua greca
Tra i primi fedeli di Gerusalemme c’erano molti “ellenisti”, ovvero ebrei di lingua greca provenienti dalla
Diaspora (iniziata nel VI con Nabucodonosor e proseguita nei periodi persiano ed ellenistico). Anche se questi
avevano elaborato una religione basata sulla Legge e quindi più autonoma rispetto al Tempio, un certo
numero di loro si recava in pellegrinaggio a Gerusalemme periodicamente e alcuni vi si trasferivano
nell’ultimo periodo di vita, per essere seppelliti là. Avevano quindi le proprie sinagoghe in città.
- Il gruppo di Stefano
Un passo degli Atti (6,1) ci parla di due gruppi all’interno dei discepoli: gli ebrei e gli ellenisti (quindi lingua
aramaica e lingua greca: cfr. il racconto della Pentecoste). Questi ultimi si ritenevano sfavoriti e così i Dodici
istituirono una commissione di sette ellenisti (i diaconi) per organizzare la distribuzione di cibo per i pasti
rituali. Al capo di questa c’era Stefano, che per la sua predicazione fu condannato alla lapidazione e divenne
quindi il primo martire.
A quel punto gli ellenisti lasciarono Gerusalemme e un altro dei Sette, Filippo, predicò il vangelo in Samaria
(sarebbe la prima uscita della parola di Gesù da Israele) e poi a un eunuco etiope. Filippo aveva quattro figlie,
vergini e profetesse, che promossero la nuova fede in Asia Minore.
- I timorati di Dio
L’eunuco incontrato da Filippo, secondo gli Atti, stava tornando da un pellegrinaggio al Tempio di
Gerusalemme: era quindi uno dei tanti “proseliti” (citati più volte negli Atti) che, pur non essendo
etnicamente ebrei, abbracciavano il giudaismo.
Oltre a questi c’erano però anche i “timorati di Dio” (theosebeis): Gentili che simpatizzavano per il giudaismo,
ma che non osservavano tutta la Legge, limitandosi ai soli “comandamenti noachici” (Gen 9,1-11). La maggior
parte di essi erano persone di alto rango o comunque agiate, che cercavano delle norme morali senza però
essere costretti a rinunciare alle loro relazioni sociali.
I timorati di Dio (come i proseliti, del resto) rimasero però sempre in una posizione marginale rispetto agli
ebrei e si spiega quindi perché abbracciarono in gran numero la nuova fede cristiana, garantendo anche un
importante sostegno economico.
- Gli Atti degli Apostoli
Luca, presunto autore degli Atti, adotta una concezione storica (la sua genealogia di Gesù risale ad Adamo),
raccontando la diffusione del vangelo e facendo concludere il suo racconto con l’arrivo di Paolo (che è “il suo
eroe”) a Roma, il centro del mondo. La sua è però una storia lineare e teleologica, che tralascia molti dettagli
e appiattisce le tante divergenze che caratterizzavano i gruppi di credenti.
2. Le origini di due centri ecclesiastici pre-paolini
- Antiochia
Fondata nel 300 da Seleuco I, dal 64 a.C. fu capoluogo della provincia romana della Siria occidentale
(Celesiria), diventando la terza città dell’impero dopo Roma e Alessandria. Al suo interno viveva una
numerosa e potente comunità ebraica. Gli ellenisti fuggiti da Gerusalemme furono i primi a portare la parola
di Gesù. Visto il successo, la chiesa di Gerusalemme inviò là Barnaba e Paolo.
Assieme ad alcune incongruenze storiche, Luca riporta anche una lista di “profeti e maestri” di Antiochia che
non è sicuramente inventata (il primo di questi è p
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