Capitolo XVI il comunismo sovietico
L’impero sovietico era “semplice” per la scarsa differenziazione sociale, cui faceva da controaltare un sistema politico altrettanto primitivo, fondato sull’autocrazia. I progressi relativi alla seconda metà dell’800 facevano risaltare la complessiva arretratezza dell’impero, moltiplicandone i conflitti, da cui si generarono le fazioni dei populisti e dei socialisti.
Nel 1903 i socialdemocratici si spaccarono in due correnti: la menscevica (più moderata) e la bolscevica (più radicale). La contraddizione provocata dalla grande differenza etnica delle popolazioni russe e la sconfitta col Giappone (1905) diedero il via alla rivoluzione del 1905 (S. Pietroburgo), terminata con la concessione da parte dello Zar di una costituzione e un parlamento (Duma), eletto però a suffragio ristretto. Intanto si andavano formando nelle città più attive i soviet, in cui molti videro l’abbozzo di una futura forma di governo popolare (a Mosca il leader era Trockij).
Lo zarismo deve la sua ripresa alla relativa passività del mondo contadino, mondo su cui facevano affidamento Lenin e Trockij per un’eventuale rivoluzione. La prima guerra mondiale sorprese il paese in un momento di transizione, per cui l’impatto del conflitto fu enorme. Nel febbraio del 1947 una nuova insurrezione esplose a Pietrogrado (nuova denominazione di SPB), divenendo in breve tempo una vera e propria rivoluzione popolare, rivoluzione che costrinse lo Zar all’abdicazione e alla ricostruzione dei soviet.
Il malcontento generato dal nuovo assetto politico (liberali al governo dopo il rifiuto dei socialisti) si manifestò nei soldati e nei contadini, servendo da input alle “tesi di aprile” di Lenin, secondo il quale bisognava sostenere la possibilità di una rivoluzione a guida socialista nell’arretrata Russia zarista (tesi a cui si avvicinò anche l’ex menscevico Trockij). Il dualismo creatosi nel frattempo tra i soviet e il governo provvisorio portò Kornilov (capo dell’esercito) a muovere un’offensiva verso Pietrogrado per sbarazzare la città dai reparti schieratisi con i bolscevichi. Quest’ultimi approfittando di questa situazione e della loro forza riuscirono a conquistare, all’inizio di settembre, la maggioranza nei soviet di Mosca e di S. Pietroburgo, rovesciando la più moderata leadership menscevica e socialista-rivoluzionaria.
Il programma su cui si basava la controffensiva dei bolscevichi era “tutto il potere ai soviet”. La vittoria nella rivoluzione d’ottobre fu ottenuta tra l’altro grazie anche all’appoggio del congresso panrusso degli stessi soviet. Si costituì pertanto un governo con a capo Lenin, appoggiato dai bolscevichi e dalla sinistra socialista-rivoluzionaria. Era questa una rivoluzione anti-centralista, che aveva portato al potere il gruppo più conseguentemente statalista dell’universo politico russo.
In realtà i soviet ebbero vita breve come forma di autogoverno popolare, e il potere si accentrò presto nelle mani del partito. Nel 1919 a Mosca nacque la Terza Internazionale, con il compito di coordinare i partiti comunisti che in tutto il mondo si andavano scindendo dai partiti socialdemocratici.
Le ambiguità dell’ottobre vennero presto a maturazione, sfociando nel 1917 in una guerra civile. Il primo atto di questo conflitto fu la formale dichiarazione di guerra della Russia sovietica al governo socialista ucraino, architettata da Lenin e Stalin. Dopo un’offensiva tedesca, il nuovo potere optò per la difesa dello Stato e concludere intanto una qualsiasi pace con i tedeschi, firmando quindi il trattato di Brest-Litovsk con gli imperi centrali (marzo 1918), che lasciava ai tedeschi il ruolo di arbitri del destino dell’Ucraina, della Polonia e dei paesi baltici. Questo trattato inaugurò la vicenda del potere monopartitico del bolscevismo.
Il primo passo fu la costruzione dell’armata rossa, seguita dalla formazione degli organi locali della polizia politica e dei comitati dei “contadini poveri”. A ciò fece seguito una serie di rivolte che misero in evidenza e segnarono la nascita del “comunismo di guerra”, basato sull’assoluta supremazia dello Stato. Successivamente, la “decosacchizzazione” e la “militarizzazione” scatenarono una ulteriore ondata di rivolte, culminate col grande sollevamento contadino di Tambov e con l’ammutinamento dei marinai di Kronstadt. Il regime fu allora costretto a varare una nuova politica economica, la NEP.
Il buon raccolto del 1922 segnò l’inizio della NEP, fondata su tre compromessi:
- Libertà di conduzione delle aziende famigliari
- Compromesso con le nazionalità in quanto tali (nascita di uno Stato Federale)
- Compromesso con gli “specialisti borghesi” rimasti nel paese
Malgrado il successo economico, la NEP mancava di vitalità politica. In seguito ad uno strisciante conflitto tra Lenin e Stalin ed alla morte del primo, malato da tempo, Stalin assunse di diritto anche la guida del regime. Dunque negli anni 20 si affermò nel partito la poco marxista ma molto ragionevole proposta staliniana di costruire il “socialismo in un paese solo”. Allo statalismo anticapitalistico ormai diffusosi, fece seguito una nuova crisi con la conseguente espulsione dal paese di Trockij.
La campagna di Stalin si diresse contro le grandi masse contadine, allo scopo di “liquidare i Kulak come classe”. La risposta dei contadini si fece più aspra provocando, attraverso l’uccisione volontaria di parecchi animali, la grande carestia del 1932. nel ’29 era stato intanto introdotto il lavoro forzato, che poneva le basi per la nascita di quello che il romanziere Solzenicyn avrebbe poi definito “l’arcipelago Gulag”.
La crisi del 1928-1933 venne superata con una ulteriore combinazione di ritirate, con la concessione di nuovi poteri ai quadri tecnici e amministrativi, e con forti misure repressive. Dopo cinque anni di guerra, i vecchi bolscevichi ed il nuovo ceto dirigente, emerso dalla collettivizzazione e dall’industrializzazione, chiedevano la tranquillità e la stabilità necessarie a godere dei frutti della vittoria e a svilupparne le potenzialità. Una volta varata la “Tavola dei ranghi”, tornò di moda il patriottismo. L’uccisone di Kirov (seguace di Stalin) dava l’avvio al processo che sarebbe culminato nelle grandi purghe del 36-38.
Nel marzo del ’36 il comitato centrale dava il via alle grandi purghe, colpendo la parte migliore dei ceti dirigenti. Trockij, il cui fantasma era stato evocato nel corso dei processi come grande manovratore di tutti i presunti complotti, sarebbe stato più tardi assassinato da sicari stalinisti durante il suo esilio in Messico (1940). La fine delle purghe si ebbe nel ’38, in occasione del XVIII congresso del partito.
Nel settembre 1939 Stalin stipulò con Hitler il Patto Molotov-Ribbentrop, i cui protocolli segreti fissavano la spartizione dell’Europa centro orientale tra i due stati e permettevano ad Hitler di aggredire la Polonia con l’approvazione sovietica. Pochi giorni dopo sarebbe iniziata la seconda guerra mondiale.
L’offensiva tedesca del ’41 (operazione Barbarossa) ruppe il patto, provocando in seguito la grande disfatta tedesca. Nell’inverno 42/43 la battaglia di Stalingrado segnò la sconfitta dei teutonici, dando il largo alla controffensiva russa culminata con l’occupazione di Berlino nel ’45. Decisivi furono le mobilitazioni popolari e i forti movimenti partigiani sorti in Bielorussia ed Ucraina con il sostegno di Mosca.
Gli ultimi anni di Stalin coincisero con la crescita dell’antisemitismo, la ripresa della repressione e delle purghe, e la chiusura dell’orizzonte culturale e dei contatti con il mondo occidentale, contatti che si erano ravvivati durante il grande conflitto. Dopo la morte di Stalin salì al potere Kruscev, ponendo così le basi per una “conduzione normale del paese”. Nel ’56, al XX congresso del partito, Kruscev attaccò gli eccessi dello stalinismo, difendendo collettivizzazione ed industrializzazione, elementi fondamentali del paese.
La rivolta polacca e l’insurrezione ungherese (entrambe avvenute nel 1956), legate agli insormontabili problemi economici del paese, furono la causa della “stagnazione”, contro cui cercò di lottare Gorbacev nell’ultimo tentativo di rigenerare un sistema nato dalla guerra, costruito per la guerra e corroso da 50 anni di relativa pace.
Capitolo XVIII l’età dell’oro dell’economia
Tra il 1950 e il 1973 si sviluppò un grandioso boom economico, tale da definire questo periodo “l’età dell’oro”. Il nome è giustificato dalla crescita notevole del reddito di ogni cittadino europeo, dall’inflazione molto contenuta, dal basso tasso di disoccupazione. Tra il 50 ed il 73 non ci sono cicli brevi di sviluppo economico, ma un lungo ciclo quasi 25ennale, dovuto anche all’ottimo andamento del debito pubblico e ad una più equa distribuzione dei redditi (il tutto fa riferimento all’economia degli USA).
Il “miracolo” è avvenuto grazie anche alla forte politica di cooperazione tra i paesi occidentali. Fondamentale è stata la teoria di Keynes, secondo il quale era inutile “scaricare guai sul vicino”. Keynes ottenne la sua particolare vittoria con gli accordi di Bretton Woods, fondati sulla cooperazione monetaria ed economica tra paesi. Particolare importanza ha avuto il Polo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Non a caso, per molti questo periodo è terminato nel 1971 con la fine della convertibilità del dollaro in oro, voluta dal presidente Nixon.
Gli accordi di BW ed in seguito il Piano Marshall, posizionarono gli USA nel ruolo chiave del boom, anche se tale Piano è stato visto da molti studiosi come la causa scatenante della Guerra Fredda e della nascita della NATO. I trattati più importanti sono stati quelli di Roma 1957, la creazione del GATT a Ginevra 1947, e il trattato di Parigi 1950 che ha portato alla creazione della CECA (comunità europea carbone e acciaio).
Particolare rilevanza rivestirono le esportazioni ed il commercio internazionale, la manodopera a basso costo, il coinvolgimento dello Stato sull’economia, l’attenuazione del potere dei grandi gruppi di interesse. Si diffuse il modello Fordista, modello di tipo economico-sociale basato sulle imprese di grandi dimensioni e sui consumi di massa standardizzati, sviluppatisi grazie alla definitiva affermazione della catena di montaggio. A metà degli anni 70, questo modello verrà superato da quello “Toyotista”, fondato sui sistemi delle imprese di piccole dimensioni.
Il boom europeo è da ricercare anche nel grave ritardo accusato nei confronti degli USA, “maggiore è il divario, tanto più rapidamente questo verrà colmato”, processo denominato catching up. Grande importanza hanno avuto le politiche pubbliche, il sostegno all’occupazione, la diffusione delle imprese pubbliche, la politica del Welfare (redistribuzione del reddito, uso del sistema fiscale come forma di autofinanziamento ...).
Il modello diffusosi nel periodo da noi preso in considerazione è quello “universalistico”, secondo il quale tutti i cittadini hanno diritto a ricevere i servizi erogati dallo Stato. Da rilevare invece la debolezza dei grandi gruppi di interesse. Parallelamente al boom si deve segnalare la creazione di un grande squilibrio tra aree avanzate ed aree in ritardo, cui fa riferimento la “teoria della dipendenza”, ed un veloce sviluppo dei “vantaggi relativi alla manodopera dei paesi sottosviluppati”, vantaggi derivanti dal basso costo di tale manodopera e dalla grande crisi ambientale cui si sarebbe andato incontro.
In conclusione la crescita economica è avvenuta per mezzo dei fattori appena elencati e per mezzo della crescita di un forte sentimento di “capacità sociale”, (manifestatasi nell’istruzione, nell’organizzazione delle imprese, nell’apertura internazionale dell’economia…).
Capitolo XIX- guerra fredda e decolonizzazione
Nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale il sistema internazionale si polarizzò intorno ai 2 grandi vincitori: USA-URSS, i quali inizialmente concordarono per una reciproca collaborazione (aprile-giugno 45-Conferenza di S. Francisco- nascita dell’Onu), per cominciare poi a diffidare presto l’uno dell’altro.
Le cause della guerra fredda sono da ricercare negli aiuti forniti dagli USA all’Europa occidentale e nel Piano Marshall. La crisi scoppiò decisa con il blocco (24/06/48) della parte occidentale di Berlino ad opera dei sovietici, blocco che fu tolto 11 mesi dopo e che permise la nascita della Repubblica Federale Tedesca.
Il Patto Atlantico stipulato il 4/4/49, se da un lato impegnava i firmatari alla reciproca difesa, dall’altro permise ai russi di trasformare tutto quello che apparteneva alla loro sfera di influenza in un blocco omogeneo di regimi comunisti, a cui fece opposizione la Jugoslavia di Tito (eresia di Tito), caratterizzata dalla mediazione tra gli stati slavi.
La divisione europea attraversava comunque un momento di intrinseca stabilità, almeno fino all’agosto del 49 (prima bomba atomica fatta esplodere dalla Russia) e al 2 ottobre dello stesso anno, quando Mao e i comunisti cinesi, a seguito della vittoria nella guerra civile, instaurarono la Repubblica Popolare Cinese. Credendo alla possibilità di un unico movimento comunista, gli USA inizialmente si contrapposero ai maoisti appoggiando il governo del Guomindang (partito nazionalista cinese) ed in seguito appoggiando la Corea del Sud (la Corea del Nord aveva trovato aiuti da Stalin e Mao).
Nel 1953 un armistizio segnò definitivamente la divisione delle due Coree. Il conflitto bipolare ormai era esteso anche al di fuori dell’Europa, e alla nascita della NATO si oppose l’alleanza militare del blocco sovietico, scaturita dal Patto di Varsavia del 1955.
La differenza ideologica tra i due poli era decisamente profonda, basti pensare al Maccartismo (McCarthy), movimento d’inquisizione negli USA, e alla campagna russa contro le ambizioni imperiali del capitalismo americano. Da ricordare la repressione sovietica del 1956 contro i rivoluzionari polacchi e gli insurrezionisti ungheresi.
Decolonizzazione
Sul finire degli anni 40, si stava completando la decolonizzazione del continente asiatico, processo che negli anni 50 andò ad abbracciare il Medio Oriente ed il Nord Africa. Da rilevare al riguardo, la nascita dello Stato di Israele, la fine del colonialismo inglese e francese (Indovina, Marocco, Tunisia), la guerra di liberazione algerina a la convulsa decolonizzazione dell’Africa sub-sahariana, dove oltre a quelle francesi, anche le colonie britanniche divennero Stati sovrani con una transizione relativamente pacifica.
Sorgeva così l’immagine di un Terzo Mondo che riusciva a far sentire la sua voce quanto più avanzava la decolonizzazione, Terzo Mondo che, in linea di massima si dichiarava non allineato con nessuna delle due superpotenze. Nel 1961, la costruzione del Muro di Berlino sigillò i confini tra i due poli, confini che nel 1975, ad Helsinki, sanzionavano gli assetti europei.
La Russia, con Kruscev, invocava una “coesistenza pacifica” che evitasse il pericolo di una nuova guerra, e Kennedy additava l’obiettivo di una “nuova frontiera” di crescita a cui l’America doveva guidare l’intera economia mondiale per ancorare le nuove nazioni asiatiche e africane all’occidente.
In questo contesto, si sviluppò nell’ottobre 1962, la “deterrenza”, scaturita dalla rivoluzione cubana, terminata poi con l’accettazione da parte di Cruscev a smantellare i missili situati a Cuba, in cambio dell’impegno americano a non invadere lo stesso paese centroamericano e a ritirare alcuni missili della NATO dall’Italia e dalla Turchia. Questa forma di “deterrenza” era basata sulla capacità di distruzione reciproca assicurata. Dal 1963 Mosca e Washington cominciarono a negoziare norme di controllo sulle armi nucleari, allo scopo di stabilizzare questo precario “equilibrio del terrore”.
Nei primi anni sessanta il governo del Vietnam del Sud era sfidato da quello del Nord, che si vide venir contro gli USA, il cui scopo era quello di testare la “credibilità internazionale della potenza americana”. All’inizio del ’68, durante il capodanno cinese (TET), gli americani furono sconfitti e ridicolizzati a tal punto che, Nixon (suc...