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Storia Contemporanea - Corso completo

Appunti di Storia contemporanea del prof. Biagio Longhitano sui seguenti argomenti: Bismark e l’unificazione tedesca di Michael Stùmer; Le nuove realtà del lavoro di Alain Dewerpe; Movimento operaio e socialismo di Renè Remond; Il liberalismo introvabile. Economia politica e capitalismo... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. B. Longhitano

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classe. La rivolta violenta…Il rifiuto della macchina…L’assenteismo, infine lo sciopero,

diventa un modo di azione organizzata che appoggia rivendicazioni salariali, ma guarda

anche all’organizzazione del lavoro o alla sua durezza.

Il salario tende ad imporsi come unica fonte di reddito, pertanto la lotta sociale intorno al

salario, al suo livello come alle sue modalità, si intensifica, e il salario diventa la principale

delle fonti di contenzioso sul lavoro. A contestazioni deconcentrate, molto informali e

spesso individuali, si aggiungono forme collettive. Le lotte sfociano in un movimento

operaio insieme di mestiere, locale, nazionale e internazionale, attore del miglioramento della

condizione del mondo operaio.

Emerge nel frattempo la figura moderna dell’imprenditore, con il suo spirito d’iniziativa, la

sua capacità d’innovazione e di anticipazione dei bisogni, dei mercati e dei gusti, la sua

inclinazione alla competizione, ma anche la sua cura delle gratificazioni morali e materiali.

L’imprenditore propone così un’etica del lavoro, ideale collettivo imposto a tutti, e in

particolare agli operai, che esalta l’austerità, il risparmio, lo sforzo, il sacrificio e la riuscita.

Fuori dal lavoro industriale produttivo, l’industrializzazione trasforma il lavoro dei servizi,

modificando tanto quello degli impiegati delle aziende industriali, bancarie e commerciali,

quanto quello degli esperti delle mediazioni commerciale e tecnica.

Le competenze degli impiegati d’ufficio si trasformano in ragione della diffusione di nuovi

strumenti di gestione dell’impresa industriale. Negli uffici gli impiegati delle aziende

industriali familiarizzano con procedure più complesse e legislazioni finanziarie e

commerciali più ricche ma anche più costrittive. Si ispessisce un doppio movimento di

crescita di impieghi antichi e creazione di mestieri nuovi. Abbiamo la crescita di ingegneri e

l’affermazione del loro potere tecnico e sociale, o con l’espansione di attività di banca

rinnovate, agenti di borsa, banchieri. Creazione di nuovi mestieri legati ai prodotti, alla

moneta e soprattutto alla vendita.

Il lavoro contadino si apre al mercato, all’agricoltura specializzata e innovatrice. In Europa a

partire dagli anni 40, i contadini riattivano una pratica molto antica, la conquista delle terre:

vengono drenati e irrigati la Pianura Padana e il Basso Rodano. Il contadino diventa

agricoltore. Modernizzazione e meccanizzazione dell’agricoltura provocano una mutazione

importante delle condizioni e abitudini di lavoro. Queste evoluzioni testimoniano la vittoria

dell’individualismo agrario. Nell’Europa renana e scandinava o in Francia, questo

accompagna la crescita delle democrazie rurali di contadini piccoli proprietari indipendenti.

Diversamente va altrove. Le tensioni provocate dalle strutture agrarie delle agricolture

tradizionali dell’Europa mediterranea, centrale e orientale quanto dallo statuto dei contadini

sfociano in una crisi agraria. Lo statuto dei lavoratori è modificato dall’abolizione del

servaggio; Ma sulle strutture fondiarie grava pesantemente la grande proprietà. Così il peso

delle aristocrazie fondiarie, rimane talmente forte da fare della questione della proprietà un

nodo vivo del lavoro contadino: nelle campagne del secolo XIX, la questione della terra è

centrale, la legge agraria all’orizzonte, l’agitazione contadina, endemica. La rivolta agraria

degli anni 1850-1914 è in effetti aperta.

9) Movimento operaio e socialismo

Di Renè Remond

Il socialismo moderno è la risposta ai problemi nati con la rivoluzione industriale. In

origine, la riflessione dei fondatori delle scuole socialiste è stata suscitata da due

conseguenze della rivoluzione industriale, la miseria dei lavoratori e la durezza della

condizione operaia.

I fondatori della scuola socialista sono pure messi in allarme dalla frequenza delle crisi,

infatti il XIX secolo ha conosciuto crisi periodiche che ogni 9 o 10 anni interrompono

bruscamente lo sviluppo dell’economia, provocando disoccupazione, chiusura delle

fabbriche e spreco di ricchezze.

Vi è così all’origine del socialismo una doppia contestazione, di rivolta morale contro le

conseguenze sociali e di sdegno razionale contro l’illogicità delle crisi. I pensatori socialisti

tentano perciò di rispondere a questa duplice inquietudine. I due procedimenti sfociano nella

stessa critica al postulato del regime liberale, secondo cui bisogna lasciare una totale libertà

all’iniziativa individuale. Il primo significato della parola socialismo è una reazione contro

l’individualismo. L’accento si sposta dall’individuo alla società. Il socialismo fa dunque la

critica del liberalismo individualista e più precisamente della proprietà privata dei mezzi di

produzione, delle miniere, delle attrezzature, delle macchine, della terra, dato che

l’appropriazione individuale permette al possessore di esercitare un dominio su altri,

soprattutto sui lavoratori.

Il socialismo passa alla costruzione di un sistema positivo e propone una dottrina

dell’organizzazione sociale, non politica: all’inizio le scuole socialiste si presentano come

reazione contro le scuole politiche, mettendo l’accento sul sociale che contrappongono al

politico.

Le scuole socialiste intendono perciò situarsi su un piano diverso da quello dei partiti

politici. I socialisti così si tengono al di fuori delle lotte politiche e da questo punto di vista

nulla è più significativo dell’indifferenza di Proudhon tra il 1848 e il 1852.

Da allora la situazione si è modificata e il socialismo diventerà a poco a poco una forza

politica. Quest’evoluzione dal sociale al politico, dalla scuola al partito, è legata

all’evoluzione interna del socialismo. Le scuole socialiste si contano a decine nella metà del

XIX secolo. Se tutte queste scuole hanno come fondamento comune la critica al liberalismo

e come programma la sostituzione della proprietà socializzata alla proprietà privata,

divergono però sulle modalità pratiche e anche nella filosofia generale. Una di queste scuole

prenderà il sopravvento sulle altre e le soppianterà: il marxismo. Il socialismo si è

politicizzato, perché il marxismo ha prevalso. Un’aspra competizione si scatena ai congressi

dell’Internazionale. La prima Internazionale, fondata a Londra nel 1864, ha un carattere

molto composito perché associa i sindacati, le organizzazioni politiche vere e proprie e

perfino dei partiti che si propongono di liberare i loro paesi oppressi. In ciascuno di questi

congressi che si tengono tra il 1864 e il 1870 in Svizzera o in Belgio, si affrontano queste

varie scuole, finchè la minoranza marxista si rafforza, fino a diventare maggioranza verso la

fine del decennio. Anche nei singoli paesi si combatte la lotta d’influenze tra il marxismo e

le altre scuole socialiste.

In Francia, l’avversario principale per il marxismo è rappresentato dal pensiero di

Proudhon, in Germania è quello di Vassalle. Alcune circostanze di politica estera hanno

contribuito alla vittoria del marxismo, fra cui la guerra del 1870: la vittoria della Germania

ha indebolito la diffusione del socialismo francese. Circostanze di politica interna, come le

giornate di giugno 1848, poi la Comune, diminuiscono l’influenza dei socialismi. A partire

dal 1870-1880, i progressi del marxismo si accelerano, nella maggior parte dei paesi esso

diviene la filosofia riconosciuta del movimento operaio. Perché il marxismo suscita la

formazione di partiti che tentano di conquistare l’opinione pubblica e il potere, vengono

ormai a far parte del sistema delle forze politiche e i partiti socialisti, i quali non credono più

che sia possibile trasformare la società ignorando il potere.

Malgrado tutto, il movimento socialista si rafforza e dopo il 1900 nella maggior parte dei

paesi dell’Europa occidentale, centrale e orientale, costituisce una forza di primo piano.

Molto ridotto negli USA, assente nel resto del mondo, esso è ancora un fenomeno

circoscritto all’Europa, dove rappresenta una forza politica organizzata, con larghi mezzi e

giornali a forte tiratura. La diffusione del socialismo d’ispirazione marxista ha

profondamente modificato lo stile della vita politica. Il socialismo, che in nessun luogo

partecipa all’esercizio del potere, è dappertutto una forza d’opposizione e pertanto si schiera

a sinistra. Poiché combatte l’ordine istituito costituisce una forza d’opposizione politica alla

quale s’aggiunge un’opposizione di tutti i valori riconosciuti. Le scuole socialiste si sono

schierate contro il nazionalismo e lo Stato-Nazione. Sul piano delle idee, sono unanimi nel

pensare che il sentimento nazionale non sia che un alibi, un’illusione suscitata dalla

borghesia possidente per distogliere i proletari dai loro interessi di classe. Il socialismo si

organizza nelle Internazionali; la prima Internazionale, l’Associazione Internazionale dei

lavoratori, fondata nel settembre 1864 a Londra, non ha resistito alla guerra franco-

prussiana. La seconda Internazionale costituita nel 1889, è un’internazionale dei partiti che

raggruppa solo organizzazioni politiche, e i sindacati ne sono assenti.

I partiti politici che aderiscono alla seconda internazionale si rifanno tutti al socialismo

marxista. Dopo essersi convinto che i suoi alleati erano a sinistra e che aveva dei doveri

verso la democrazia politica, il socialismo è passato dalla neutralità all’appoggio delle

istituzioni democratiche. Attraverso il libero gioco delle elezioni e della rappresentanza

parlamentare, questi partiti sperano d’arrivare al potere e realizzare il loro programma.

Perché il socialismo incarna la causa della pace internazionale, alla vigilia del primo conflitto

mondiale, l’unione tra pacifismo e socialismo è quasi totale. Per le grandi masse, il

socialismo sembra incarnare sia una speranza di solidarietà, un’aspirazione alla pace, sia il

sogno d’una società più giusta e più fraterna. Il socialismo rappresenta, nel 1914, una forza

in costante aumento. Lo stato d’impotenza in cui i socialisti si sono trovati, nell’estate 1914,

la loro incapacità di arrestare la corsa alla guerra spiega la scissione del movimento

all’indomani del conflitto, e il fatto che gli spiriti più rigorosi siano stati attratti da un’altra

formula, quella di cui la Russia bolscevica propone l’esempio con la terza Internazionale.

10) Il liberalismo introvabile. Economia politica e capitalismo nel

secolo XIX

Di Pierre Ronsanvallon

Il XIX secolo ha segnato il trionfo del capitalismo liberale, tuttavia se si analizzano bene i

fatti, ci accorgiamo di come questa constatazione sia ambigua. Se il capitalismo infatti

impone la sua legge al mondo intero, il liberalismo è assente da questo movimento. A

livello degli scambi internazionali, il protezionismo è la regola e il libero scambio

l’eccezione. Solo la Gran Bretagna fa eccezione abolendo nel 1846 le barriere doganali sui

cereali e nel 1850 il celebre Atto di Navigazione, vietava l’importazione di merci di

provenienza coloniale su navi che non fossero inglesi. Ma l’Inghilterra è liberoscambista

perché è al culmine della sua potenza industriale. Il libero scambio è per essa un mezzo della

sua politica imperialista. Questo esempio dell’Inghilterra provocherà tuttavia una certa

tendenza a liberalizzare gli scambi in Europa nella seconda metà del XIX secolo; tuttavia

questo movimento sarà solo una breve parentesi, a trionfare è praticamente il protezionismo.

E’ anche nel XIX secolo che la maggior parte dei paesi europei sviluppano una politica di

colonizzazione ad oltranza, benché Adam Smith, avesse denunciato l’illusione coloniale dal

punto di vista economico. La Francia, la Germania, l’Inghilterra, si lanciarono in una

costosa competizione per dividersi il controllo dell’Africa. Anche in materia di politica

interna, il liberalismo sembra dimenticato. Il ruolo economico e sociale dello stato cresce

ovunque, soprattutto in Francia e in Germania. La domanda si Stato diventa una delle

rivendicazioni essenziali del movimento operaio. Parallelamente lo Stato si sviluppa

seguendo una logica politica propria. Il principio della libera concorrenza non resiste alla

formazione di trust e di cartelli potenti. Gli accordi e i monopoli dominano il mercato.

Nel XIX secolo, a trionfare non è il capitalismo liberale, ma il capitalismo selvaggio. Le

idee liberali sono ovunque combattute dalla classe dominante quando questa non può usarle

a suo profitto. L’efficacia delle teorie liberali si è limitata all’abolizione della legge di

Speenhamland, che garantiva una sorta di reddito minimo ad ogni individuo, e alla vittoria

di Cobden, alla testa dell’Anti-Corn-law league, per far abolire nel 1846 le barriere doganali

sui cereali. Proprio a quest’ultima azione si riferiranno lungo tutto il XIX secolo gli

economisti liberali per continuare a sperare nella forza riformatrice delle loro idee.

Il capitalismo è la risultante di pratiche economiche e sociali concrete. Esso designa una

forma di società nella quale i capitalisti, controllano l’economia e le forme di organizzazione

sociale che interferiscono con la vita economica. Questa definizione permette di rimuovere

un equivoco, quello che consiste nell’assimilare il capitalismo ad un’ideologia. L’utopia

liberale della società di mercato è estranea al capitalismo. Il capitalismo ha mantenuto di

questa utopia solo quello che gli fa comodo (l’affermazione della proprietà privata come

fondamento della società, per esempio); esso intrattiene un rapporto strumentale con il

liberalismo. Combatte lo Stato quando sfugge al suo controllo, ma lo rafforza in quanto è

una stato di classe al servizio dei suoi interessi. Non ha alcun senso dunque criticare il

capitalismo in quanto non si conforma fedelmente ai principi del liberalismo economico e

non realizza il programma dell’utopia liberale. La sola libertà che rivendica è quella del

capitale. Esso è in primo luogo un pragmatismo di classe. E’ questo ciò che rende gli

economisti classici incapaci di afferrare la natura del capitalismo: essi prendono per un

sistema ciò che altro non è che il risultato di una pratica sociale. Marx, nel suo discorso sul

libero scambio (1848), afferma che non serve a nulla opporre protezionismo e libero

scambio. Egli si pronuncia a favore del libero scambio e sostiene che il sistema

protezionista è conservatore, mentre quello del libro scambio è distruttore. Esso dissolve le

vecchie nazionalità e spinge all’estremo l’antagonismo tra la borghesia e il proletariato. In

breve, il sistema della libertà commerciale affretta la rivoluzione sociale. Ma nello stesso

tempo Marx resta prigioniero della sua concezione dell’ideologia, persistendo a prendere il

capitalismo come la realizzazione dell’ideologia liberale. Il capitalismo non realizza il suo

programma se non incarna l’utopia liberale. E’ in questa concezione che bisogna trovare

l’origine di tutte le critiche al capitalismo che consistono nell’accusarlo di non essere fedele

a se stesso ( essendo statalista o protezionista), e di esserlo troppo ( il liberalismo è la libertà

del solo capitale e il capitalismo selvaggio). Questa ambiguità è il prodotto

dell’incomprensione della differenza tra il capitalismo come risultante di pratiche sociali e il

capitalismo come sistema teorico. Sia la critica dell’economia politica classica sia la critica

della società capitalistica si trovano falsate. L’economia politica è presa per ciò che essa non

è, ossia il semplice riflesso dell’ideologia borghese. Il capitalismo e anch’esso preso per ciò

che esso non è: la realizzazione pratica dell’economia politica classica. Riprendiamo

l’esempio del protezionismo: esso è il doppio prodotto degli interessi della classe

capitalistica e della configurazione dei rapporti di forza tra classi sociali. Da questo punto di

vista, è il segno della forza politica degli ambienti contadini. Da un altro lato è la

manifestazione delle identità politiche nazionali di cui l’utopia politica liberale aveva creduto

di potersi sbarazzare facendo del legame economico il rapporto sufficiente tra gli uomini. Il

successo del protezionismo è così insieme la criticadell’economia politica classica e la

manifestazione della natura reale del capitalismo compreso come risultante di pratiche

sociali. Il liberalismo è dunque doppiamente introvabile. Il suo fallimento storico non è altro

che l’inverso della sua illusione teorica.

Il mercato non è più il concetto centrale a partire dal quale è compreso l’insieme delle

relazioni sociali: è solo un concetto teorico da costruire o un meccanismo economico da

correggere.

11) L’egemonia inglese: punti forti e punti deboli

do Paul Kennedy

L’ideologia della politica economica del laissez faire, che si sviluppò agli inzi

dell’industrializzazione, predicava pace eterna, basse spese governative(specialmente per la

difesa), e la riduzione del controllo dello Stato sull’economia e sull’individuo.

Presupponendo che la guerra fosse la soluzione estrema, i discepoli di Smith e di Cobden,

si sarebbero scandalizzati all’idea di organizzare lo Stato in funzione della guerra. Di

conseguenza la modernizzazione che ebbe luogo nell’industria non fu accompagnata da

miglioramenti dell’esercito. A metà dell’epoca vittoriana le misure mercantiliste furono

gradualmente eliminate e le spese militari furono mantenute ad un minimo assoluto. Anche

una guerra molto limitata come quella di Crimea mise duramente alla prova il sistema. I

Vittoriani, ritenevano che l’equilibrio tra le grandi potenze continentali rendesse inutile ogni

intervento militare da parte della Gran Bretagna. Fino alla metà del XIX secolo il Regno

Unito era una potenza di tipo diverso. Era effettivamente forte in alcuni altri campi, ognuno

dei quali era considerato dai britannici molto più importante del mantenimento di un grande

esercito. Il primo di questi era il campo navale; durante il secolo antecedente al 1815, la

marina britannica era stata considerata la più grande del mondo. Ma quel dominio marittimo

era stato spesso contrastato. La caratteristica essenziale degli anni che seguirono Trafalgar

fu che nessun altro paese minacciò seriamente il dominio marittimo britannico.

Nonostante una netta riduzione delle sue unità dopo il 1815, la Royal Navy ebbe spesso

una potenza effettiva pari alle 3 o 4 altre più forti marine messe insieme.

Il secondo campo in cui si manifestava la potenza britannica era il suo impero coloniale in

costante espansione. Ora, a parte qualche temporaneo allarme per movimenti francesi nel

Pacifico o incursioni Russe nel Turkestan, non rimaneva nessun serio rivale. Tra il 1815 e il

1880, gran parte dell’impero britannico sopravvisse grazie a un vuoto di politica di potenza,

ed è questo il motivo per cui il suo esercito potè essere mantenuto così poco numeroso. Ma

in molte zone tropicali, gli interessi britannici, non incontrarono altri stranieri che le

popolazioni indigene. Questa mancanza di pressioni esterne, insieme all’affermazione del

liberalismo del laissez faire in patria, indusse molti commentatori a concludere che le

acquisizioni coloniali fossero inutili, trattandosi solo di ulteriori pesi sulle spalle del già

sovraccarico contribuente britannico. Tuttavia l’impero continuò a crescere, espandendosi

tra il 1815 e il 1865.

Il terzo campo su cui si basava la forza britannica era quello della finanza. Questo elemento

difficilmente si può separare dal progresso industriale e commerciale del paese: il denaro era

stato necessario ad alimentare la rivoluzione industriale, che a sua volta aveva prodotto

ancora più denaro, sotto forma di utili sul capitale investito. E, il governo britannico sapeva

ormai da molto tempo come sfruttare il proprio credito sul mercato monetario e su quello

azionario.

La pace prolungata e la grande disponibilità di capitale che esisteva nel Regno Unito,

insieme ai miglioramenti nelle istituzioni finanziarie, spinsero gli inglesi a investire

all’estero come mai era accaduto prima. La maggior parte di questo denaro veniva

immediatamente reinvestito oltremare rendendo la Gran Bretagna più ricca che mai, dando

uno stimolo al commercio e alle comunicazioni a livello mondiale. Le conseguenze di questa

esportazione di capitale furono importanti. La prima era che gli utili sugli investimenti

all’estero ridussero il disavanzo commerciale sui beni visibili in cui la Gran Bretagna era

sempre incorsa. La seconda conseguenza, fu che l’economia britannica assorbiva grosse

quantità di materie prime e derrate alimentari e inviava fuori un gran numero di tessuti,

prodotti in ferro e altri manufatti. Questo scambio era completato dalla rete di trasporti

marittimi, contratti di assicurazione e collegamenti bancari. A ciò si aggiunse la graduale

accettazione del Gold Standard, lo sviluppo di un sistema internazionale dei cambi e un

meccanismo di pagamento basato su assegni emessi su Londra. Col tempo tutti avrebbero

riconosciuto la validità dell’economia liberista e le regole utilitaristiche del Governo. E’

possibile individuare almeno due conseguenze di questi cambiamenti economici strutturali

che avrebbero influenzato la relativa potenza britannica nel mondo. La prima era il odo in

cui il paese stava contribuendo allo sviluppo economico a lungo termine di altre nazioni, sia

fondando e facendo progredire le industrie e l’agricoltura straniere con frequenti

investimenti finanziari, sia costruendo ferrovie, porti, navi a vapore che avrebbero dato la

possibilità ai produttori d’oltre mare di fare concorrenza nei decenni successivi alla sua

stessa produzione.

La seconda debolezza derivava dalla crescente dipendenza dell’economia britannica dagli

scambi e, soprattutto, dalla finanza internazionali. Intorno alla metà del XIX secolo, le

esportazioni rappresentavano almeno un quinto del reddito nazionale totale. Ma anche le

importazioni stavano diventando importanti. Tuttavia era nel settore delle operazioni

bancarie, assicurative, di compravendita di merci e di investimenti all’estero, la dipendenza

del mercato mondiale era ancora più decisiva.

12) La rivoluzione dei trasporti e lo sviluppo economico

di Yehogachin S. Brenner

La rivoluzione nei trasporti trasformò l’intera struttura economica del continente tra il 1860

e il 1900. Nel primo venticinquennio dell’800 in Inghilterra alla rapida crescita del

commercio e dell’industria non aveva fatto seguito un pari progresso nel sistema stradale e

nella canalizzazione. Di conseguenza il costo dei trasporti era talmente aumentato da rendere

conveniente la costruzione di macchine a vapore sulle strade ferrate. All’inizio le strade

ferrate vennero utilizzate come raccordi per i canali e per permettere ai cavalli di trasportare

di trasportare pesi che sulle strade normali sarebbero risultati troppo eccessivi. Nelle

miniere le macchine a vapore erano già in uso da tempo per estrarre l’acqua dal sottosuolo,

pertanto proprio nelle miniere si ebbero le prime applicazioni del vapore al trasporto su

binari. Soltanto nel 1820 le macchine a vapore poterono sostituire i cavalli come forza

motrice nei trasporti su rotaie. L’età delle ferrovie ebbe realmente inizio solo nel 1830 con

l’apertura della linea Liverpool-Manchester per il trasporto regolare di merci e passeggeri.

Intorno al 1838 erano in funzione in Inghilterra circa 5.000 miglia di strade ferrate con treni

a vapore. Le ferrovie poterono finalmente liberare l’economia dall’attidunine sempre più

ricattatoria dei dirigenti delle compagnie che detenevano il monopolio dei trasporti sui fiumi

e canali, ma cosa più importante, potevano aprire la via a mercati e fonti d’energia ritenuti

fino ad allora inaccessibili. Lo sviluppo economico non dipendeva più dalla localizzazione

delle principali arterie commerciali, in quanto queste potevano essere orientate dalla volontà

dell’uomo verso i depositi ed i mercati più convenienti. Dunque, lo sviluppo delle ferrovie

causò in Gran Bretagna una rivoluzione geografica ed una redistribuzione della

popolazione. Il difetto maggiore nella diffusione dei trasporti ferroviari in Gran Bretagna fu

provocato dalla mancata previsione dei gravi inconvenienti connessi alla carenza di un

organico sistema ferroviario nazionale. Nella stessa località venivano infatti costruite linee

in concorrenza, vennero messe in funzione linee a diverso scartamento senza tenere conto

delle necessità future di un sistema unificato.

Nel decennio 1840-50, l’Inghilterra già disponeva dell’ossatura fondamentale del suo

moderno sistema ferroviario. Sul continente lo Stato svolse un ruolo molto più attivo nella

costruzione delle ferrovie, specialmente dopo che i vantaggi di carattere politico ad esse

connessi furono universalmente riconosciuti.

In Belgio, lo Stato intraprese la costruzione di strade ferrate nel 1834, ed in pochi anni

completò le due linee fondamentali del paese, una che correva da Nord a Sud e l’altra da

oriente a occidente. Inoltre dato che lo stato aveva fornito le attrezzature più costose, la porta

era ormai aperta al capitale privato per fornire il resto secondo i propri interessi locali. Le

ferrovie belghe costituiscono un esempio di impresa posseduta in comproprietà dai privati e

dallo Stato, in cui allo Stato va il compito di finanziare la parte che il capitale privato non ha

interesse o capacità di finanziare, e a quest’ultimo quello di provvedere alla costruzione di

quei rami per cui ha un interesse diretto.

Lo sviluppo ferroviario francese ha molti punti in comune con quello belga. I suoi inizi

furono caratterizzai da un ampio dibattito pubblico sui metodi di finanziamento e sulla

struttura di base. Il risultato fu un compromesso in base al quale lo Stato assicurava agli

imprenditori privati il suo aiuto purchè essi a loro volta accettassero un piano generale dello

Stato per la distribuzione dei tronchi ferroviari nel Paese e una certa forma di controllo

statale sulle tariffe per il trasporto di merci e passeggeri. Questa soluzione esprimeva il

chiaro disegno di fornire il Paese di 6 reti principali che partendo da Parigi, si irradiassero

in tutta la nazione, raggiungendo gli angoli più remoti e a cui potessero essere collegate sia

tutte le linee private già esistenti, sia quelle che eventualmente sarebbero state costruite.

Nella realtà il piano si dimostrò troppo costoso e si dovette chiedere la partecipazione del

capitale privato. Tuttavia l’offerta si mantenne bassa, finchè non intervennero gli speculatori

inglesi che fecero massicci investimenti di capitale in Francia. Di conseguenza, in Francia,

si assitè negli anni 40 a una rapida espansione della rete ferroviaria. Il progresso continuò

fino al 1847, allorché si verificò una pausa causata dalla crisi economica. Col ritorno al

potere in Francia delle forze conservatrici, nel 1851, la costruzione delle ferrovie riprese.

In Germania, la divisione del paese in un gran numero di Stati politicamente ed

economicamente indipendenti e la sua arretratezza industriale non resero possibile

l’immediato sfruttamento dei vantaggi che avrebbero potuto offrire le ferrovie. Le prime

linee vennero realizzate da imprenditori privati, con costi molto ridotti e per uso

esclusivamente locale. Eppure anche questa diffusione così limitata delle ferrovie apportò

vantaggi ai vari settori dell’industria tedesca.

Dal 1838 al 1847 le comunicazioni ferroviarie aumentarono notevolmente. Poi la crisi del

1847-50, provocò il crollo delle azioni ferroviarie, permettendo ai governi di acquistarne in

gran numero e ad un prezzo molto basso. Di conseguenza, intorno al 1850, lo stato

controllava circa il 55% delle linee ferroviarie tedesche. In quel periodo la rete ferroviaria

tedesca già superava per lunghezza quella francese. Nel periodo imperiale la tendenza ad

uniformare sempre più il sistema ferroviario fu rafforzata da Bismark; ma la sua politica

incontrò difficoltà negli stati meridionali della Confederazione Germanica. Una funzione

equilibratrice fu svolta dal Ministero delle Ferrovie, creato nel 1873, per coordinare i traffici

ferroviari tedeschi. Tra il 1880 e il 1890, fu costruita una linea che univa la Germania con

Genova sul Mediterraneo e con l’impero russo ad oriente, mentre il famoso orient-express,

collegava l’intero sistema europeo da Parigi a Costantinopoli. Verso la fine dell’800 il

sistema ferroviario dell’Europa settentrionale ed occidentale era quasi completato. Le

ferrovie stimolarono il movimento dei passeggeri in maniera senza precedenti. Tutto ciò

portò a una più rapida diffusione della cultura, ma aumentò anche la mobilità del lavoro. Il

progresso delle ferrovie comportò un’enorme espansione del trasporto delle merci. Fu

proprio in questo settore che le ferrovie apportarono il loro maggiore contributo allo

sviluppo dell’Europa continentale. In altre parole, rese possibile in un primo momento la

divisione nazionale del lavoro, e poi, dopo gli anni 1870-80, con lo sviluppo della

navigazione a vapore e dei metodi di conservazione dei cibi, quella internazionale ed infine

la specializzazione regionale.

14) Nella Francia della Terza Repubblica

di Paul M. Boujou e Henri Dubois

Alle elezioni di ottobre 1877, i repubblicani dipendono più che mai dai deputati di centro-

sinistra. Dopo la sottomissione di Mac-Maon, un nuovo governo Dufaure li riunisce tra

Leon Say e Freycinet. Con quest’ultimo la gioventù delle grandi scuole si siede sulle

poltrone ministeriali, destinate fino ad allora a Generali ed Accademici. E l’Ecole Libre des

Sciences Politiques, sarà il vivaio dell’alto personale repubblicano e liberale. Il ritiro di Mac

Maon non stupisce, ne la sua sostituzione con Grèvy. L’insediamento di questo antenato

del 1848, ribadiva la continuità del regime. Malgrado il gran numero di governi, ritroviamo

sempre gli stessi uomini, Say alle finanze, Freycinet al commercio o ai lavori pubblici.

Ferry non svolgerà nella direzione economica che un ruolo di secondo piano, tuttavia

introduce nella vita politica Meline, il padre dei repubblicani moderati, che orienterà

l’agricoltura verso la via del protezionismo. “La fine della crisi del 16 maggio deve segnare

l’inizio di un nuovo periodo di prosperità”, proclamava il primo governo repubblicano. I

repubblicani non potevano che promettere una ripresa degli affari; ripresa difficile e

impedita dalle fluttuazioni mondiali delle monete. Nel 1876, la Francia rinuncia al

bimetallismo e conserva l’argento solo come integrazione, ma la carestia di oro accentua il

calo dei prezzi; la concorrenza dei paesi nuovi, Stati Uniti e Australia, viene a turbare il

mercato del grano e lo sviluppo della Fillossera; le basi tradizionali dell’agricoltura, che era

l’essenziale del reddito nazionale, se ne trovano sconvolte. Era difficile per il governo

trovare rimedi. Il liberalismo economico era al potere con Leon Say. Freycinet, pensa di

stimolare l’economia attraverso ordini massicci di lavori. Si tratta di completare la rete

ferroviaria, attraverso la costruzione di linee trasversali. Lo sviluppo dell’economia

carbonifera del Nord rendeva urgente la costruzione di un nuovo sistema navigabile. Ma le

ferrovie diedero luogo a speculazioni molto estranee all’interesse comune. Nel frattempo, le

grandi imprese minerarie e metallurgiche, beneficiarie delle ordinazioni, e le banche che

intascavano fruttuose commissioni, spinsero alla costruzione di numerose linee condannate

anticipatamente al deficit. Si viveva in piena imprevidenza, costruendo delle linee, e non

sapendo chi le avrebbe gestite. La maggioranza disapprovava una gestione pubblica, ma

quando si propose il riscatto alle compagnie private, queste fecero presente le grandi spese

di gestione e la scarsa remuneratività. Ferry nel suo secondo governo regolò la questione: la

cessione era stata fatta senza alcun costo alle grandi società; le linee ancora da costruire

sarebbero state finanziate congiuntamente dalle compagnie e dallo stato. I benefici di

gestione alle imprese, il deficit alle finanze pubbliche, tale era il liberalismo degli ambienti

d’affari. Di queste operazioni politico-finanziarie, la destra ne fece le spese. Essa subisce le

ripercussioni della crisi agricola del 1889. Diminuendo il reddito della terra, i grandi

proprietari fondiari tentano di compensare queste perdite interessandosi degli affari

industriali. Le misure protezionistiche furono senza effetto e i prezzi continuarono a calare.

La creazione di un vasto impero appare come l’opera più stupefacente della terza

Repubblica. Ferry, creerà in Francia la dottrina classica dell’espansione coloniale nata dai

bisogni economici, dalle necessità militari di equilibrio e dal dovere morale di diffondere la

civiltà. L’uscita di Mac Maon era la consacrazione della vittoria politica del Repubblicani. Il

regime repubblicano era obbligato a prendere un’immagina politicamente liberale, una serie

di leggi si impiegarono a fornirgliela. Le difficoltà cominciarono con la libertà

d’associazione, proclamarla completa voleva dire estenderla alle congregazioni religiose.

L’anticlericalismo regnante non accettò che una legge amputata, che autorizzava la

formazione di associazioni professionali. Padroni del potere politico, i repubblicani

diminuirono ancora l’influenza dei notabili nei grandi corpi dello stato. Ma il dibattito

essenziale fu la denuncia del “clericalismo” da parte di Gambetta: era facile imputare alla

chiesa, alla sua intimità secolare con lo Stato, l’indebolimento della Francia nel mondo e il

suo crollo sotto i colpi della Germania. L’influenza clericale si esercitava soprattutto

attraverso la scuola, era naturale che la riforma si facesse in questo campo. L’istruzione

elementare ricevette il suo statuto attraverso una serie di leggi e di decreti scaglionati tra il

1881 e il 1886. Essa fu dichiarata gratuita, obbligatoria e laica, sa nei programmi che nel

personale

16) La competizione economica dopo il 1870. Gran Bretagna,

Germania, USA.

Di Marcello De Cecco

La prima rivoluzione industriale era stata, per la maggior parte, inglese. Al 1850, la Gran

Bretagna aveva acquistato il dominio assoluto nella produzione e nel commercio mondiale

delle manifatture. La seconda rivoluzione industriale, che iniziò attorno al 1870, fu tutt’altro

che monopolio dell’Inghilterra. Il fulcro viene incentrato nelle nuove tecniche di produzione

dell’industria pesante (la prima rivoluzione, aveva interessato l’industria leggera). Essa

aveva anche la caratteristica di rendere vaste quantità di macchinari, perfettamente

funzionanti, rapidamente obsoleti, quando intervenissero nuovi procedimenti tecnici, e di

richiedere la capacità di mobilitare ampie quantità di mezzi finanziari per destinarle ad

enormi concentrazioni industriali. In presenza di queste nuove condizioni il vantaggio

cominciò a passare dalla Gran Bretagna ad altre nazioni, La Germania e gli Stati Uniti.

Entrambi questi paesi avevano protetto le loro industrie nascenti dalla concorrenza inglese

dietro alte barriere doganali. L’efficienza dell’industria pesante, rendeva necessaria la

presenza di economie esterne di tipo particolare: una forza lavoro in possesso di un elevato

livello di educazione tecnica era necessaria per costruire e far funzionare le nuove macchine

e per costruire strutture organizzative. La concentrazione verticale e orizzontale, appariva

come la struttura organizzativa più adatta alla nuova rivoluzione industriale. Sia gli USA

che la Germania potevano sfruttare un’ulteriore economia esterna: un enorme allargamento

del mercato interno. L’unificazione tedesca e l’alto incremento naturale della popolazione, e

la immigrazione in massa dall’Europa verso gli USA, sono fenomeni molto diffusi in quel

periodo. La Gran Bretagna diveniva così soltanto il terzo paese, per quantità di popolazione,

in Occidente. E il suo predominio assoluto in altri campi veniva ugualmente smantellato. In

aggiunta, la produzione agricola inglese era stata colpita duramente da una serie di

scarsissimi raccolti nei primi 5 anni dell’ultimo decennio dell’800. La Gran Bretagna

acquistava quindi, in questo periodo, sempre più le caratteristiche di una export economy. A

partire dalla “Grande Depressione” degli anni 90, il commercio estero della Gran Bretagna

sperimenta una trasformazione profonda, in maniera particolare per quel che riguarda la

destinazione delle esportazioni inglesi. La depressione aveva infierito sull’industria inglese

maggiormente che su quelle tedesche e italiane. Per la struttura diversa del sistema bancario

tedesco, le industrie di quel paese, nei tempi magri, avevano potuto essere sostenute dal

credito industriale, assente in Gran Bretagna. Quando l’attività economica cominciò a

sollevarsi nei vari paesi, la Gran Bretagna si dimostrò incapace di reggere la concorrenza

tedesca e americana. La Germania era stata favorita dal completamento della rete ferroviaria.

Nel 1893, il conte Caprivi aveva concluso accordi doganali con molti paesi europei,

cosicché le barriere doganali contro le merci tedesche si erano ridotte. Ma le esportazioni

inglesi non riuscivano a reggere la concorrenza nemmeno su altri mercati. Questa incapacità

di competere doveva accentuarsi negli anni successivi. La Germania aveva acquistato in

quel periodo il quasi monopolio delle esportazioni di prodotti chimici, macchine elettriche,

strumenti di precisione. La propria diminuita capacità di competere con l’industria tedesca

l’Inghilterra la dimostrava sul suo stesso mercato, aperto ai prodotti di tutto il mondo. La

Gran Bretagna, perdeva terreno sui mercati europei, specialmente nei prodotti nuovi. Sui

mercati dell’America latina la G. Bretagna manteneva il suo primato; ma esso era intaccato

dalla concorrenza tedesca e nordamericana e così pure si poteva dire del commercio col

Giappone. Mentre l’Inghilterra perdeva terreno sui mercati concorrenziali, essa manteneva il

monopolio del commercio col suo impero. Il mantenimento di tale monopolio era questione

di vitale importanza per l’Inghilterra.Essa doveva mantenere un mercato sul quale riuscisse

a realizzare un surplus che permettesse di pagare i deficit con gli altri mercati. I paesi

dell’Impero britannico, e tra essi l’India, erano in grado di chiudere l’equazione del

commercio estero inglese. La concorrenza non riuscì a spuntarla sui mercati imperiali.

Chiaramente la G. Bretagna riusciva a tener lontana la concorrenza dai suoi mercati chiave

con metodi diversi dal protezionismo in senso proprio. Questo riusciva agevole perché il

commercio era esercitato tramite l’amministrazione imperiale, tutta diretta da cittadini

inglesi. Ciò era particolarmente vero nel caso dell’India. Inoltre l’amministrazione inglese

dell’India impedì la formazione di una struttura industriale autonoma in India. La completa

dipendenza del mercato indiano era altresì assicurata dalla politica monetaria e bancaria

dell’Amministrazione inglese.

17)L’organizzazione operaia e socialista nell’Europa di fine secolo

Di Wolfgang Abendroth

Quando l’Associazione Internazionale dei lavoratori suggerì nel 1871 agli operai dei paesi

sviluppati la costituzione di partiti operai nazionali, in Germania erano ormai date le

premesse di questa nuova forma di lotta del movimento operaio. Il diritto di coalizione, nel

1869 era stato concesso agli operai dal regolamento per le industrie e per i mestieri

approvato dal Bund della Germania del Nord. I due partiti operai esistenti in Germania:

l’Associazione generale tedesca degli operai di Ferdinand Lassalle, e il Patto operaio

socialdemocratico diretto da Bebel e Liebknecht, organizzavano solo una piccola parte della

classe operaia tedesca. Solo dopo l’unificazione, avvenuta a Gotha nel 1875 l’influsso del

partito socialista incominciò a crescere. La legge antisocialista dell’anno seguente potè

mettere fuori legge ma non distruggere il partito. Per poter respingere l’influsso crescente

della socialdemocrazia, il governo del Reich adottò alcuni provvedimenti di politica sociale.

Vennero istituite assicurazioni contro l’invalidità, l’infortunio e la malattia. Ma l’effetto che

si intendeva ottenere non si produsse. La socialdemocrazia tedesca, era diventata forte a

sufficienza per costringere il governo a importanti concessioni sociali. In tal modo essa potè

migliorare le condizioni e il tenore di vita della classe operaia. D’altro canto, il partito

sfruttava ogni possibilità di lotta legale, in tal modo assicurò alle organizzazioni sindacali la

possibilità di operare legalmente. Nel 1891 il partito formulò questa sua concezione nel

programma Erfurt; l’organizzazione cospirativa si trasformò in un partito di massa.I

sindacati liberi (socialisti), realizzarono il sistema delle organizzazioni centrali strutturate

secondo il criterio della professione, le quali facevano tutte capo a una commissione

centrale. I sindacati crebbero molto rapidamente.

La socialdemocrazia austriaca si sviluppò in modo analogo a quella che era stata

l’evoluzione in Germania. Nel 1872 si costituì in partito e si diffuse rapidamente nei centri

industriali dello Stato multinazionale. A partire dal 1881 gli operai di Vienna, sotto la guida

di Peukert, ricorsero a metodi anarchici di lotta che distrussero la loro unità e annullarono

quasi completamente l’influenza socialista sul movimento operaio austriaco. Solo negli

ultimi giorni del 1888 e nei primi del 1889, nel corso del congresso di Hainfeld, Viktor

Adler riuscì a superare la frantumazione sulla base di una piattaforma Marxista accettabile

per tutti i gruppi; da quel momento il numero degli iscritti alla socialdemocrazia austriaca

incominciò a crescere di continuo.

In Ungheria, i piccoli gruppi socialisti e democraticorivoluzionari rimasero a lungo isolati.

Nel 1880 i sindacati si associarono e si diedero un programma socialista. Un partito

socialista si costituì solo nel 1890, sul modello di quello austriaco.

Il movimento operaio francese si riprese solo molto tardi dalle conseguenze della sconfitta

della Comune. Nel 1879, attorno a Jules Guesde si costituì a Marsiglia la Federation du

parti des travailleurs socialistes. Ma già nel 1882 il giovane partito si scisse. I possibilisti,

diretti da Paul Brousse, intendevano perseguire una politica di alleanze elettorali con i

democratici borghesi e realizzare una federalizzazione comunale della Francia. Nonostante

questo caos organizzativo, l’influsso del movimento operaio crebbe ininterrottamente. Nel

1884 venne soppresso il divieto di coalizione e solo due anni più tardi, si costituì la

Federation Nazionale des Syndacats. Ma anche qui, nel movimento sindacale scoppiarono

presto profondi contrasti fra la minoranza socialista-marxista e la maggioranza sindacalista.

Sorse anche un terzo gruppo proudhonista ortodosso, minoritario, antipolitico. Anche in

Francia il tenore di vita del proletariato industriale venne migliorato. Nel 1894 venne varata

una legge sulle assicurazioni sociali per il settore minerario, nel 1898 una legge per la


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia contemporanea del prof. Biagio Longhitano sui seguenti argomenti: Bismark e l’unificazione tedesca di Michael Stùmer; Le nuove realtà del lavoro di Alain Dewerpe; Movimento operaio e socialismo di Renè Remond; Il liberalismo introvabile. Economia politica e capitalismo nel secolo XIX di Pierre Ronsanvallon; L’egemonia inglese: punti forti e punti deboli; La rivoluzione dei trasporti e lo sviluppo economico; Nella Francia della Terza Repubblica; La competizione economica dopo il 1870. Gran Bretagna, Germania, USA.; L’organizzazione operaia e socialista nell’Europa di fine secolo; Problemi dell’industrializzazione italiana; La Germania tra le grandi potenze; Lo stato nella nuova Europa; Darwinismo sociale ed elitismo nella cultura europea di fine800; Le migrazioni internazionali del XIX secolo; Economia della frontiera e capitalismo; Modernizzazione del Giappone; Nella crisi dell’Impero Ottomano: il “modernismo” islamico e i nazionalismi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze storiche e politiche
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Longhitano Biagio.

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