Che materia stai cercando?

Storia Contemporanea - Corso completo Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia contemporanea del prof. Biagio Longhitano sui seguenti argomenti: Bismark e l’unificazione tedesca di Michael Stùmer; Le nuove realtà del lavoro di Alain Dewerpe; Movimento operaio e socialismo di Renè Remond; Il liberalismo introvabile. Economia politica e capitalismo... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. B. Longhitano

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

fino ad allora inaccessibili. Lo sviluppo economico non dipendeva più dalla localizzazione

delle principali arterie commerciali, in quanto queste potevano essere orientate dalla volontà

dell’uomo verso i depositi ed i mercati più convenienti. Dunque, lo sviluppo delle ferrovie

causò in Gran Bretagna una rivoluzione geografica ed una redistribuzione della

popolazione. Il difetto maggiore nella diffusione dei trasporti ferroviari in Gran Bretagna fu

provocato dalla mancata previsione dei gravi inconvenienti connessi alla carenza di un

organico sistema ferroviario nazionale. Nella stessa località venivano infatti costruite linee

in concorrenza, vennero messe in funzione linee a diverso scartamento senza tenere conto

delle necessità future di un sistema unificato.

Nel decennio 1840-50, l’Inghilterra già disponeva dell’ossatura fondamentale del suo

moderno sistema ferroviario. Sul continente lo Stato svolse un ruolo molto più attivo nella

costruzione delle ferrovie, specialmente dopo che i vantaggi di carattere politico ad esse

connessi furono universalmente riconosciuti.

In Belgio, lo Stato intraprese la costruzione di strade ferrate nel 1834, ed in pochi anni

completò le due linee fondamentali del paese, una che correva da Nord a Sud e l’altra da

oriente a occidente. Inoltre dato che lo stato aveva fornito le attrezzature più costose, la porta

era ormai aperta al capitale privato per fornire il resto secondo i propri interessi locali. Le

ferrovie belghe costituiscono un esempio di impresa posseduta in comproprietà dai privati e

dallo Stato, in cui allo Stato va il compito di finanziare la parte che il capitale privato non ha

interesse o capacità di finanziare, e a quest’ultimo quello di provvedere alla costruzione di

quei rami per cui ha un interesse diretto.

Lo sviluppo ferroviario francese ha molti punti in comune con quello belga. I suoi inizi

furono caratterizzai da un ampio dibattito pubblico sui metodi di finanziamento e sulla

struttura di base. Il risultato fu un compromesso in base al quale lo Stato assicurava agli

imprenditori privati il suo aiuto purchè essi a loro volta accettassero un piano generale dello

Stato per la distribuzione dei tronchi ferroviari nel Paese e una certa forma di controllo

statale sulle tariffe per il trasporto di merci e passeggeri. Questa soluzione esprimeva il

chiaro disegno di fornire il Paese di 6 reti principali che partendo da Parigi, si irradiassero

in tutta la nazione, raggiungendo gli angoli più remoti e a cui potessero essere collegate sia

tutte le linee private già esistenti, sia quelle che eventualmente sarebbero state costruite.

Nella realtà il piano si dimostrò troppo costoso e si dovette chiedere la partecipazione del

capitale privato. Tuttavia l’offerta si mantenne bassa, finchè non intervennero gli speculatori

inglesi che fecero massicci investimenti di capitale in Francia. Di conseguenza, in Francia,

si assitè negli anni 40 a una rapida espansione della rete ferroviaria. Il progresso continuò

fino al 1847, allorché si verificò una pausa causata dalla crisi economica. Col ritorno al

potere in Francia delle forze conservatrici, nel 1851, la costruzione delle ferrovie riprese.

In Germania, la divisione del paese in un gran numero di Stati politicamente ed

economicamente indipendenti e la sua arretratezza industriale non resero possibile

l’immediato sfruttamento dei vantaggi che avrebbero potuto offrire le ferrovie. Le prime

linee vennero realizzate da imprenditori privati, con costi molto ridotti e per uso

esclusivamente locale. Eppure anche questa diffusione così limitata delle ferrovie apportò

vantaggi ai vari settori dell’industria tedesca.

Dal 1838 al 1847 le comunicazioni ferroviarie aumentarono notevolmente. Poi la crisi del

1847-50, provocò il crollo delle azioni ferroviarie, permettendo ai governi di acquistarne in

gran numero e ad un prezzo molto basso. Di conseguenza, intorno al 1850, lo stato

controllava circa il 55% delle linee ferroviarie tedesche. In quel periodo la rete ferroviaria

tedesca già superava per lunghezza quella francese. Nel periodo imperiale la tendenza ad

uniformare sempre più il sistema ferroviario fu rafforzata da Bismark; ma la sua politica

incontrò difficoltà negli stati meridionali della Confederazione Germanica. Una funzione

equilibratrice fu svolta dal Ministero delle Ferrovie, creato nel 1873, per coordinare i traffici

ferroviari tedeschi. Tra il 1880 e il 1890, fu costruita una linea che univa la Germania con

Genova sul Mediterraneo e con l’impero russo ad oriente, mentre il famoso orient-express,

collegava l’intero sistema europeo da Parigi a Costantinopoli. Verso la fine dell’800 il

sistema ferroviario dell’Europa settentrionale ed occidentale era quasi completato. Le

ferrovie stimolarono il movimento dei passeggeri in maniera senza precedenti. Tutto ciò

portò a una più rapida diffusione della cultura, ma aumentò anche la mobilità del lavoro. Il

progresso delle ferrovie comportò un’enorme espansione del trasporto delle merci. Fu

proprio in questo settore che le ferrovie apportarono il loro maggiore contributo allo

sviluppo dell’Europa continentale. In altre parole, rese possibile in un primo momento la

divisione nazionale del lavoro, e poi, dopo gli anni 1870-80, con lo sviluppo della

navigazione a vapore e dei metodi di conservazione dei cibi, quella internazionale ed infine

la specializzazione regionale.

14) Nella Francia della Terza Repubblica

di Paul M. Boujou e Henri Dubois

Alle elezioni di ottobre 1877, i repubblicani dipendono più che mai dai deputati di centro-

sinistra. Dopo la sottomissione di Mac-Maon, un nuovo governo Dufaure li riunisce tra

Leon Say e Freycinet. Con quest’ultimo la gioventù delle grandi scuole si siede sulle

poltrone ministeriali, destinate fino ad allora a Generali ed Accademici. E l’Ecole Libre des

Sciences Politiques, sarà il vivaio dell’alto personale repubblicano e liberale. Il ritiro di Mac

Maon non stupisce, ne la sua sostituzione con Grèvy. L’insediamento di questo antenato

del 1848, ribadiva la continuità del regime. Malgrado il gran numero di governi, ritroviamo

sempre gli stessi uomini, Say alle finanze, Freycinet al commercio o ai lavori pubblici.

Ferry non svolgerà nella direzione economica che un ruolo di secondo piano, tuttavia

introduce nella vita politica Meline, il padre dei repubblicani moderati, che orienterà

l’agricoltura verso la via del protezionismo. “La fine della crisi del 16 maggio deve segnare

l’inizio di un nuovo periodo di prosperità”, proclamava il primo governo repubblicano. I

repubblicani non potevano che promettere una ripresa degli affari; ripresa difficile e

impedita dalle fluttuazioni mondiali delle monete. Nel 1876, la Francia rinuncia al

bimetallismo e conserva l’argento solo come integrazione, ma la carestia di oro accentua il

calo dei prezzi; la concorrenza dei paesi nuovi, Stati Uniti e Australia, viene a turbare il

mercato del grano e lo sviluppo della Fillossera; le basi tradizionali dell’agricoltura, che era

l’essenziale del reddito nazionale, se ne trovano sconvolte. Era difficile per il governo

trovare rimedi. Il liberalismo economico era al potere con Leon Say. Freycinet, pensa di

stimolare l’economia attraverso ordini massicci di lavori. Si tratta di completare la rete

ferroviaria, attraverso la costruzione di linee trasversali. Lo sviluppo dell’economia

carbonifera del Nord rendeva urgente la costruzione di un nuovo sistema navigabile. Ma le

ferrovie diedero luogo a speculazioni molto estranee all’interesse comune. Nel frattempo, le

grandi imprese minerarie e metallurgiche, beneficiarie delle ordinazioni, e le banche che

intascavano fruttuose commissioni, spinsero alla costruzione di numerose linee condannate

anticipatamente al deficit. Si viveva in piena imprevidenza, costruendo delle linee, e non

sapendo chi le avrebbe gestite. La maggioranza disapprovava una gestione pubblica, ma

quando si propose il riscatto alle compagnie private, queste fecero presente le grandi spese

di gestione e la scarsa remuneratività. Ferry nel suo secondo governo regolò la questione: la

cessione era stata fatta senza alcun costo alle grandi società; le linee ancora da costruire

sarebbero state finanziate congiuntamente dalle compagnie e dallo stato. I benefici di

gestione alle imprese, il deficit alle finanze pubbliche, tale era il liberalismo degli ambienti

d’affari. Di queste operazioni politico-finanziarie, la destra ne fece le spese. Essa subisce le

ripercussioni della crisi agricola del 1889. Diminuendo il reddito della terra, i grandi

proprietari fondiari tentano di compensare queste perdite interessandosi degli affari

industriali. Le misure protezionistiche furono senza effetto e i prezzi continuarono a calare.

La creazione di un vasto impero appare come l’opera più stupefacente della terza

Repubblica. Ferry, creerà in Francia la dottrina classica dell’espansione coloniale nata dai

bisogni economici, dalle necessità militari di equilibrio e dal dovere morale di diffondere la

civiltà. L’uscita di Mac Maon era la consacrazione della vittoria politica del Repubblicani. Il

regime repubblicano era obbligato a prendere un’immagina politicamente liberale, una serie

di leggi si impiegarono a fornirgliela. Le difficoltà cominciarono con la libertà

d’associazione, proclamarla completa voleva dire estenderla alle congregazioni religiose.

L’anticlericalismo regnante non accettò che una legge amputata, che autorizzava la

formazione di associazioni professionali. Padroni del potere politico, i repubblicani

diminuirono ancora l’influenza dei notabili nei grandi corpi dello stato. Ma il dibattito

essenziale fu la denuncia del “clericalismo” da parte di Gambetta: era facile imputare alla

chiesa, alla sua intimità secolare con lo Stato, l’indebolimento della Francia nel mondo e il

suo crollo sotto i colpi della Germania. L’influenza clericale si esercitava soprattutto

attraverso la scuola, era naturale che la riforma si facesse in questo campo. L’istruzione

elementare ricevette il suo statuto attraverso una serie di leggi e di decreti scaglionati tra il

1881 e il 1886. Essa fu dichiarata gratuita, obbligatoria e laica, sa nei programmi che nel

personale

16) La competizione economica dopo il 1870. Gran Bretagna,

Germania, USA.

Di Marcello De Cecco

La prima rivoluzione industriale era stata, per la maggior parte, inglese. Al 1850, la Gran

Bretagna aveva acquistato il dominio assoluto nella produzione e nel commercio mondiale

delle manifatture. La seconda rivoluzione industriale, che iniziò attorno al 1870, fu tutt’altro

che monopolio dell’Inghilterra. Il fulcro viene incentrato nelle nuove tecniche di produzione

dell’industria pesante (la prima rivoluzione, aveva interessato l’industria leggera). Essa

aveva anche la caratteristica di rendere vaste quantità di macchinari, perfettamente

funzionanti, rapidamente obsoleti, quando intervenissero nuovi procedimenti tecnici, e di

richiedere la capacità di mobilitare ampie quantità di mezzi finanziari per destinarle ad

enormi concentrazioni industriali. In presenza di queste nuove condizioni il vantaggio

cominciò a passare dalla Gran Bretagna ad altre nazioni, La Germania e gli Stati Uniti.

Entrambi questi paesi avevano protetto le loro industrie nascenti dalla concorrenza inglese

dietro alte barriere doganali. L’efficienza dell’industria pesante, rendeva necessaria la

presenza di economie esterne di tipo particolare: una forza lavoro in possesso di un elevato

livello di educazione tecnica era necessaria per costruire e far funzionare le nuove macchine

e per costruire strutture organizzative. La concentrazione verticale e orizzontale, appariva

come la struttura organizzativa più adatta alla nuova rivoluzione industriale. Sia gli USA

che la Germania potevano sfruttare un’ulteriore economia esterna: un enorme allargamento

del mercato interno. L’unificazione tedesca e l’alto incremento naturale della popolazione, e

la immigrazione in massa dall’Europa verso gli USA, sono fenomeni molto diffusi in quel

periodo. La Gran Bretagna diveniva così soltanto il terzo paese, per quantità di popolazione,

in Occidente. E il suo predominio assoluto in altri campi veniva ugualmente smantellato. In

aggiunta, la produzione agricola inglese era stata colpita duramente da una serie di

scarsissimi raccolti nei primi 5 anni dell’ultimo decennio dell’800. La Gran Bretagna

acquistava quindi, in questo periodo, sempre più le caratteristiche di una export economy. A

partire dalla “Grande Depressione” degli anni 90, il commercio estero della Gran Bretagna

sperimenta una trasformazione profonda, in maniera particolare per quel che riguarda la

destinazione delle esportazioni inglesi. La depressione aveva infierito sull’industria inglese

maggiormente che su quelle tedesche e italiane. Per la struttura diversa del sistema bancario

tedesco, le industrie di quel paese, nei tempi magri, avevano potuto essere sostenute dal

credito industriale, assente in Gran Bretagna. Quando l’attività economica cominciò a

sollevarsi nei vari paesi, la Gran Bretagna si dimostrò incapace di reggere la concorrenza

tedesca e americana. La Germania era stata favorita dal completamento della rete ferroviaria.

Nel 1893, il conte Caprivi aveva concluso accordi doganali con molti paesi europei,

cosicché le barriere doganali contro le merci tedesche si erano ridotte. Ma le esportazioni

inglesi non riuscivano a reggere la concorrenza nemmeno su altri mercati. Questa incapacità

di competere doveva accentuarsi negli anni successivi. La Germania aveva acquistato in

quel periodo il quasi monopolio delle esportazioni di prodotti chimici, macchine elettriche,

strumenti di precisione. La propria diminuita capacità di competere con l’industria tedesca

l’Inghilterra la dimostrava sul suo stesso mercato, aperto ai prodotti di tutto il mondo. La

Gran Bretagna, perdeva terreno sui mercati europei, specialmente nei prodotti nuovi. Sui

mercati dell’America latina la G. Bretagna manteneva il suo primato; ma esso era intaccato

dalla concorrenza tedesca e nordamericana e così pure si poteva dire del commercio col

Giappone. Mentre l’Inghilterra perdeva terreno sui mercati concorrenziali, essa manteneva il

monopolio del commercio col suo impero. Il mantenimento di tale monopolio era questione

di vitale importanza per l’Inghilterra.Essa doveva mantenere un mercato sul quale riuscisse

a realizzare un surplus che permettesse di pagare i deficit con gli altri mercati. I paesi

dell’Impero britannico, e tra essi l’India, erano in grado di chiudere l’equazione del

commercio estero inglese. La concorrenza non riuscì a spuntarla sui mercati imperiali.

Chiaramente la G. Bretagna riusciva a tener lontana la concorrenza dai suoi mercati chiave

con metodi diversi dal protezionismo in senso proprio. Questo riusciva agevole perché il

commercio era esercitato tramite l’amministrazione imperiale, tutta diretta da cittadini

inglesi. Ciò era particolarmente vero nel caso dell’India. Inoltre l’amministrazione inglese

dell’India impedì la formazione di una struttura industriale autonoma in India. La completa

dipendenza del mercato indiano era altresì assicurata dalla politica monetaria e bancaria

dell’Amministrazione inglese.

17)L’organizzazione operaia e socialista nell’Europa di fine secolo

Di Wolfgang Abendroth

Quando l’Associazione Internazionale dei lavoratori suggerì nel 1871 agli operai dei paesi

sviluppati la costituzione di partiti operai nazionali, in Germania erano ormai date le

premesse di questa nuova forma di lotta del movimento operaio. Il diritto di coalizione, nel

1869 era stato concesso agli operai dal regolamento per le industrie e per i mestieri

approvato dal Bund della Germania del Nord. I due partiti operai esistenti in Germania:

l’Associazione generale tedesca degli operai di Ferdinand Lassalle, e il Patto operaio

socialdemocratico diretto da Bebel e Liebknecht, organizzavano solo una piccola parte della

classe operaia tedesca. Solo dopo l’unificazione, avvenuta a Gotha nel 1875 l’influsso del

partito socialista incominciò a crescere. La legge antisocialista dell’anno seguente potè

mettere fuori legge ma non distruggere il partito. Per poter respingere l’influsso crescente

della socialdemocrazia, il governo del Reich adottò alcuni provvedimenti di politica sociale.

Vennero istituite assicurazioni contro l’invalidità, l’infortunio e la malattia. Ma l’effetto che

si intendeva ottenere non si produsse. La socialdemocrazia tedesca, era diventata forte a

sufficienza per costringere il governo a importanti concessioni sociali. In tal modo essa potè

migliorare le condizioni e il tenore di vita della classe operaia. D’altro canto, il partito

sfruttava ogni possibilità di lotta legale, in tal modo assicurò alle organizzazioni sindacali la

possibilità di operare legalmente. Nel 1891 il partito formulò questa sua concezione nel

programma Erfurt; l’organizzazione cospirativa si trasformò in un partito di massa.I

sindacati liberi (socialisti), realizzarono il sistema delle organizzazioni centrali strutturate

secondo il criterio della professione, le quali facevano tutte capo a una commissione

centrale. I sindacati crebbero molto rapidamente.

La socialdemocrazia austriaca si sviluppò in modo analogo a quella che era stata

l’evoluzione in Germania. Nel 1872 si costituì in partito e si diffuse rapidamente nei centri

industriali dello Stato multinazionale. A partire dal 1881 gli operai di Vienna, sotto la guida

di Peukert, ricorsero a metodi anarchici di lotta che distrussero la loro unità e annullarono

quasi completamente l’influenza socialista sul movimento operaio austriaco. Solo negli

ultimi giorni del 1888 e nei primi del 1889, nel corso del congresso di Hainfeld, Viktor

Adler riuscì a superare la frantumazione sulla base di una piattaforma Marxista accettabile

per tutti i gruppi; da quel momento il numero degli iscritti alla socialdemocrazia austriaca

incominciò a crescere di continuo.

In Ungheria, i piccoli gruppi socialisti e democraticorivoluzionari rimasero a lungo isolati.

Nel 1880 i sindacati si associarono e si diedero un programma socialista. Un partito

socialista si costituì solo nel 1890, sul modello di quello austriaco.

Il movimento operaio francese si riprese solo molto tardi dalle conseguenze della sconfitta

della Comune. Nel 1879, attorno a Jules Guesde si costituì a Marsiglia la Federation du

parti des travailleurs socialistes. Ma già nel 1882 il giovane partito si scisse. I possibilisti,

diretti da Paul Brousse, intendevano perseguire una politica di alleanze elettorali con i

democratici borghesi e realizzare una federalizzazione comunale della Francia. Nonostante

questo caos organizzativo, l’influsso del movimento operaio crebbe ininterrottamente. Nel

1884 venne soppresso il divieto di coalizione e solo due anni più tardi, si costituì la

Federation Nazionale des Syndacats. Ma anche qui, nel movimento sindacale scoppiarono

presto profondi contrasti fra la minoranza socialista-marxista e la maggioranza sindacalista.

Sorse anche un terzo gruppo proudhonista ortodosso, minoritario, antipolitico. Anche in

Francia il tenore di vita del proletariato industriale venne migliorato. Nel 1894 venne varata

una legge sulle assicurazioni sociali per il settore minerario, nel 1898 una legge per la

protezione contro gli infortuni.

In Italia l’industrializzazione era progredita solo molto lentamente. Passarono molti anni

prima che, in seguito a una più massiccia industrializzazione dell’Italia del nord e dopo la

costituzione della rivista teorica dei socialisti italiani “ La critica Sociale”, si costituisse nel

1892 il partito socialista italiano.

In Spagna il contrasto tra la FAI anarchica e la CNT anarcosindacalista da un lato, e

l’UGT che organizzava i minatori asturiani e gli operai specializzati nell’industria, ha

continuato a sussistere. A fianco dell’UGT si collocava il partito socialista fondato nel 1879

da Pablo Iglesias. La repressione delle minoranza Basche e Catalane da parte del governo

centrale madrileno aveva favorito tendenza federalistiche nelle organizzazioni operaie.

L’atteggiamento medievale dei vescovi e dei monasteri cattolici avevano fatto

dell’anticlericalismo virulento, la condizione della libertà intellettuale. Per questi motiva la

Spagna è rimasta il solo paese europeo nel quale un movimento anarchico di massa ha

potuto sopravvivere fino ai giorni nostri.

In Belgio il processo di industrializzazione era iniziato molto presto. Nel corso della crisi

economica degli anni 80 si giunse poi al grande sciopero del 1886, il quale mobilitò gli

operai valloni per la conquista del suffragio universale. Esso venne schiacciato con

l’interveto dell’esercito. In seguito a ciò i gruppi blanquisti si staccarono dal partito e nel

1888 tentarono di ripetere lo sciopero. Nel 1889 venne definitivamente ristabilita l’unità tra

il movimento politico, il movimento cooperativo e quello sindacale. Nel 1892 venne

proclamato ancora una volta lo sciopero generale per la conquista del suffragio universale.

A partire dal 1894 il partito operaio belga diretto da Emil Vandervelde e Edouard Anseele,

fu rappresentato in parlamento da una frazione degna di nota.

In Olanda nel 1894 si costituì un partito socialdemocratico ispirato all’SPD ce accrebbe

rapidamente la sua importanza.

In Svezia, le idee del movimento operio vennero portate da August Palm. Nel 1889 venne

costituito un partito operaio socialdemocratico. Alla costituzione di un’organizzazione

sindacale autonoma si giunse solo nel 1898.

In Svizzera, nel 1873, i sindacati si unificarononella Lega operaia svizzera. La lega aderì

poi al partito socialdemocratico costituito nel 1888.

18) Problemi dell’industrializzazione italiana

di Stefano Fenoaltea

L’Italia rimane fino a tutta l’ultima guerra un paese con un’industria ma non industriale:

povero, debole anche militarmente, fonte di un’emigrazione massiccia. L’industria moderna

nasce nell’Inghilterra del tardo Settecento. I vantaggi che hanno favorito

l’industrializzazione in Inghilterra piuttosto che in Italia, sono innanzitutto la presenza del

carbone: non solo perché il carbone è stato per tutto il corso dell’ottocento il combustibile

per eccellenza, ma per via della bassa efficienza termica delle macchine e dei forni di allora.

L’altro vantaggio del Nord Europa è rappresentato dal clima freddo e piovoso. Le piogge e

l’abbondanza di acqua riducevano i costi dell’industria; riducevano i costi di trasporto,

perché i canali e i fiumi navigabili erano un tempo i soli a permettere un trasporto

economico anche nell’entroterra, e pure con la diffusione delle ferrovie rimasero i più

economici per le merci povere quali appunto il carbone. Nel caso dell’industria tessile,

l’umidità ambientale è necessaria a quell’elasticità della fibra che permette la lavorazione

meccanica. La tecnologia della prima industrializzazione era pertanto sfavorevole all’Italia,

povera di carbone, povera pure di acqua e ricca di malaria. Ma il progresso tecnico giocava

a favore dell’Italia. Già nel corso dell’800, l’aumentata efficienza termica riduceva il potere

attraente delle miniere di carbone; ridotto il peso del carbone consumato sotto a quello del

minerale di ferro, le stesse ferriere si spostarono dai bacini carboniferi alle vicinanze delle

miniere di ferro. Favorirono l’Italia anche le ulteriori macroinvenzioni, che fecero

dell’elettricità e della chimica le industrie guida della seconda rivoluzione industriale. E pure

quel progresso della medicina tropicale che scoprì l’efficacia del chinino nel controllare la

malaria. Elettricità e chimica favorirono l’Italia, soprattutto perché sia l’elettromeccanica che

la chimica erano a base scientifica e ad alto valore aggiunto, e pertanto attirate dalla

disponibilità di particolari capacità umane. Siccome poi queste capacità umane erano nuove,

non erano già disponibili nei paesi di prima industrializzazione, e i secondi arrivati poterono

qui competere con i primi senza handicap particolari. Di fatto il paese leader della seconda

industrializzazione non l’Inghilterra, ma la Germania unita, forte di un sistema scolastico

che favoriva l’apprendimento tecnico e scientifico. In Inghilterra la politica dell’educazione

continuò invece a favorire la preparazione umanistica delle èlites; e così pure in Italia, che

rimase per tutto il settore di alta tecnologia, periferia del centro tedesco.

Nell’Inghilterra dominavano infatti il potere politico i grandi proprietari terrieri che

mantenevano il protezionismo agrario. Nel 1846 quel protezionismo venne abolito, e

mettendosi sulla via del libero scambio l’Inghilterra sposò pienamente la sua vocazione

industriale. A fine secolo l’economia inglese era al centro di una vasta rete commerciale.

Dipendeva perciò dal suo commercio, garantito a sua volta dalla supremazia della sua

marina: non a caso il maggior nemico continentale, da secoli la Francia, diventò di colpo la

Germania del Kaiser quando questa decise di costruire una flotta di alto mare capace di

porre fine all’egemonia navale inglese. Nel primo periodo postunitario, la nuova Italia

partecipò al movimento libero-scambista. A differenza dell’industria Inglese,

liberoscambista perché senza rivali, quella delle periferie era protezionista, e l’industria

italiana già nel 1878 riusciva ad ottenere una relativa protezione.

La vera svolta protezionista venne in Italia a seguito del crollo del prezzo del grano dovuto

all’importazione d’oltremare con i nuovi mezzi a vapore. Alla vecchia pressione

protezionista dell’industria si aggiunse dunque quella nuova dei cerealicoltori. A differenza

dell’Inghilterra del 1846 rifiutò di sacrificare la cerealicoltura, e con i dazi sui prodotti

cotonieri e siderurgici alzò di molto quelli sul grano. Il dazio sul grano impedì all’azienda

italiana di mantenere la sua forza lavoro con il grano prodotto all’estero a costi bassi; la rese

pertanto meno competitiva e ne limitò la crescita, dirottando all’estero produzione e lavoro

che altrimenti sarebbero stati italiani. E per questo che il fallimento dell’Italia post-unitaria

sembra riconducibile precisamente al protezionismo agrario.

19) La Germania tra le grandi potenze

di Michael Stùrmer

Bismarck coniugò una politica estera pacifica e una politica interna aggressiva. Fare di

Berlino un centro di riferimento per tutta l’Europa, mettere da parte le lotte per il potere, far

affari a spese della Turchia, tener fuori l’impero dai conflitti internazionali, evitare le

divisioni del potere e schivare la scelta fra Oriente e Occidente, mediare fra Austria e

Russia: tutto ciò era parte di questa sua politica. Ma era ancora sua la politica di tener nelle

mani dello stato la questione sociale, indebolire il parlamento, spoliticizzare il liberalismo,

spazzar via i leader carismatici e addomesticare il nazionalismo, anzi statalizzarlo. Solo una

cosa non gli riuscì, far distogliere alla Francia lo sguardo dal profilo blu dei Vosgi in

direzione dell’Africa e tener al sicuro l’impero dalla Russia e dall’Inghilterra. Lo stato aveva

bisogno di solide forze di coesione interne e questo richiedeva maggior espansione e

affermazione internazionale, più pacificazione sociale e maggiori riforme sociali di quante

Bismarck volesse e potesse concederne. Il 17 Marzo 1890 il giovane imperatore accettò le

dismissioni del vecchio cancelliere. Alle elezioni generali per il parlamento del 1890 la

socialdemocrazia aveva avuto il 20% dei voti e il 10% dei seggi. La legge antisocialista non

fu più prorogabile, in assenza di una maggioranza in Parlamento. Tutti i partiti cercavano

una base nelle masse. Il mondo stava vivendo una rivoluzione quotidiana. Tutto cambiava

velocemente. Fra il 1885 e il 1895 l’industria superò l’agricoltura. Il New Kurs, introdotto

nel 1890 e già nel 1894 interrotto, puntava all’interno a promuovere la pacificazione sociale

e all’esterno a cercare un clima di fiducia. Il cancelliere Von Caprivi cercò un’intesa con

l’Inghilterra. L’isola di Helgoland fu scambiata con il protettorato sul sultanato di Zanzibar.

Con la Russia andò per la prima volta in porto un trattato commerciale. Cereali russi

giunsero a minor prezzo in Germania, mentre all’industria tedesca si riaprivano le porte al

mercato russo. Ma la lobby delle colonie protestò furiosamente contro l’accordo Zanzibar-

Helgoland con l’Inghilterra. Contro il grano russo per il mercato tedesco combattè il mondo

agricolo. Il Neue Kurs, che prese il posto della dura dirigenza di Bismark, aveva portato più

politica sociale, più economia industriale, più posti di lavoro e più sviluppo di quanto tutto

ciò non fosse compatibile con l’equilibrio interno dei poteri. E ora furono i grandi

proprietari terrieri e gli altiforni a ribellarsi. Caprivi dovette ritirarsi e cedere il posto al

grigio principe Hohenlohe. La politica di Caprivi aveva aperto alla Germania la strada verso

l’economia internazionale. Ora era la volta della politica mondiale. Nel 1898, incominciò la

costruzione della flotta da guerra, che il ministro di stato per la guerra von Tirpitz presentò

all’opinione pubblica come condizione e strumento del commercio internazionale tedesco e

dell’affermazione della Germania nel mondo per combattere il dominio inglese sui mari.

Annessione dell’Alsazia-Lorena e costruzione di una flotta da guerra: una politica tanto

popolare quanto pericolosa. Un’aria greve in campo politica incombeva sull’Europa dagli

inizi del nuovo secolo. Siaddensò con l’Entente Cordiale franco-britannica del 1904 e con

l’accordo russo-britannico del 1907. Il colloquio tra gli Stati maggiori di Francia e

Inghilterra nel 1911, illuminarono come un lampo il profilo della Grande Guerra alle porte.

La grande guerra non era inevitabile: ma lo furono i conflitti fra le potenze che la

provocarono. Fino al 1902 ci fu la possibilità di concludere un’alleanza con la Gran

Bretagna: ma la tensione scatenata dalla guerra anglo-boera nell’Africa meridionale e la

rivalità riguardo la Mesopotamia e le ferrovie turche divennero più forti. Nel 1905 la guerra

russo-giapponese mandò in aria l’alleanza francese conlo Stato Zarista. Dal 1908 le

corazzate tedesche furono spiazzate dalle dreadnoughts britanniche. Cominciarono le intese

fra Germania e Inghilterra per determinare le sfere d’influenza in Turchia: la linea

ferroviaria per Baghdad ai tedeschi, i bacini navali e i Dardanelli ai britannici, gli uni e gli

altri contro un mediterraneo orientale controllato dai russi. Le colonie portoghesi furono già

divise sulla carta fra Berlino e Londra. Nella guerra dei Balcani del 1912-13, Berlino e

Londra vegliavano assieme affinché le scintille del conflitto non incendiassero tutta

l’Europa. Le rotture che si aprivano nella politica provenivano fondamentalmente dalla

cultura e dalla società. Lo sviluppo e la via del progresso, aprivano a fine secolo il

panorama sullo stato autoritario e la guerra civile, sull’imperialismo e le riforme sociali,

sulla perdita d’identità e l’angoscia di massa. Stava nascendo quel nuovo sentimento della

vita proprio della “Belle Epoque”. A un livello più profondo produceva i suoi effetti la

scoperta della sessualità. Freud, non turbò solo gli esperti in psichiatria, ma ciò che diceva

mandava in aria i concetti di colpa e responsabilità. Mentre il nuovo slancio industriale

faceva salire i profitti e investimenti, salari e speranze nel futuro, e i tedeschi si assicuravano

vantaggi tecnologici con l’alta ricerca sistematica nel settore delle scienze naturali presso i

laboratori universitari e nell’industria, essi erano inquieti davanti alla grinta di tanta

modernità. I freni morali dello stato autoritario non avevano più molto effetto. Dal

sentimento di decadenza e dallo sbandamento nascevano visioni di guerra civile e di lotta

finale. Il darwinismo grossolano, che annunziava la sopravvivenza dei più forti, diventava

un sogno collettivo a occhi aperti. Da tutte le parti si faceva largo la percezione pratica che il

consenso di massa nella società industriale non aveva il suo humus nel terreno borghese,

bensì nelle manifestazioni in piazza e nelle selve di bandiere, nel passo di marcia e nello

spirito di gruppo, nel bisogno di un leader diverso e nuovo.

La storiografia predicava l’unicità dell’uomo e degli eventi. Era nata con la borghesia una

visione borghese del mondo. Fra il razionalismo di Hegel e il pragmatismo bismarckiano, la

storiografia neo-rankiana attorno alla svolta del secolo divenne un nuovo modo nazionale di

fondere un’identità. La fondazione dell’impero ad opera di Bismarck era, il necessario

punto d’arrivo nel cammino della Prussia per diventare una grande potenza.

20) Lo stato nella nuova Europa

di Michael Hanagan

L’accentramento statale, provocato dagli eserciti della rivoluzione francese e di Napoleone,

ricevette ulteriore impulso nella seconda metà del XIX secolo dalla crescente minaccia di

una guerra internazionale. In questo periodo, più che nella prima metà del XIX secolo

l’aumento del potere statale fu legato allo sviluppo industriale e all’espansione dei mercati.

Importante fu l’avvento della Seconda Riv. Industriale. Dopo il1850 varie zone del

continente uguagliarono e sorpassarono la crescita industriale britannica. Le nuove

tecnologie consentirono lo sfruttamento di giacimenti di carbone e ferro per la produzione

dell’acciaio. Le industrie a grande investimento di capitale si diffusero in tutto il continente.

Gli industriali della Seconda metà del XIX secolo erano diversi dai loro predecessori. La

prima rivoluzione industriale si ispirò al credo britannico del libero scambio e

dell’internazionalismo, ma i protagonisti della II rivoluzione industriale non vi si

convertirono. Nel 1890 i produttori tedeschi di ferro e acciaio sostenevano il protezionismo.

Altri gruppi importanti si volsero al protezionismo negli anni che presedettero il 1914.

Questo fenomeno riguardò tutti i paesi d’Europa tranne uno: il Regno Unito, rimasto fedele

al libero scambio. Gli interessi bancari della City giocarono un ruolo decisivo. La Banca

d’Inghilterra era il pilastro della parità aurea e la sterlina era la moneta degli scambi

internazionali. Di conseguenza gli equilibri commerciali si stabilivano a Londra. Nel

frattempo nasce una nuova figura: l’operaio industriale semi-specializzato che rimpiazzò il

lavoratore-artigiano nella milizia sindacale. Nel 1900 gli operai specializzati e semi-

specializzati sembravano volgersi verso un socialismo che ripudiava l’accentramento statale

e abbracciava l’internazionalismo. Ma le apparenze ingannano; malgrado aderissero a

un’Internazionale dei lavoratori, i militanti socialisti erano reclutati da ambienti politici

repubblicani e si mantenevano fedeli all’idea di una Nazione Democratica. I leader politici

socialisti erano propensi a considerare l’internazionalismo come un obiettivo a lungo

termine; essi riconoscevano il carattere nazionale della politica e si sforzavano di

democratizzare lo stato esistente. I socialisti ebbero un ruolo cruciale nell’organizzazione di

compatti partiti politici nazionali con adesioni formalizzate, una disciplina di partito e un

assetto democratico. Nel creare queste organizzazioni, i socialisti promossero anche

l’evoluzione in senso nazionale di una nuova serie di movimenti sociali d’ispirazione

operaia. Riformatori e rivoluzionari, all’interno del movimento sindacale, dibattevano la

natura dello Stato, ma non potevano negare il fatto che lo stato centralizzato era l’unico

quadro in cui la politica sociale potesse effettivamente realizzarsi. Inoltre i sentimenti

internazionali delle classi lavoratrici erano meno radicati di quanto apparisse.

L’internazionalismo operaio era fondato sull’antisemitismo: ciò significava che i suoi

fautori avversavano l’uso dell’esercito nella repressione degli scioperi, i costosi

investimenti in imprese militari e i sacrifici imposti alle famiglie con la coscrizione dei

giovani lavoratori. In questo contesto si svilupparono le nuovissime tecniche di protesta

rivoluzionaria, la più importante delle quali fu lo Sciopero generale. Negli anni che

presedettero il 1917 il ricorso allo sciopero si fece più massiccio. In Francia, in Germania,

Italia e Russia, le ondate di protesta erano la risposta a eventi politici. Il crescente peso

elettorale dei lavoratori e l’adesione agli scioperi, pose una sfida al potere dello stato e alle

strategie degli industriali. L’antimilitarismo socialista preoccupava i patrioti perché tutte le

principali potenze del continente europeo erano spinte a imitare il sistema di coscrizione

della Prussia, in virtù degli spettacolari successi ottenuti dal suo esercito. Tra il 1870 e il

1914 ogni paese dell’Europa continentale ridusse il periodo di ferma dell’esercito regolare,

ma prolungò il tempo speso nelle riserve ed estese la coscrizione obbligatoria al maggior

numero di giovani sostenibile dall’economia della nazione. Dopo il 1851, con l’aumento

della pressione fiscale e l’estensione della coscrizione militare, gli stati, a malincuore

concessero la cittadinanza allargata e i diritti fondamentali. Nel 1914 l’Ungheria, l’Italia e la

Russia erano le sole grandi potenze in cui i lavoratori maschi adulti non avessero ancora

votato in gran numero. In alcuni paesi, soprattutto dove i lavoratori poterono effettivamente

votare prima del 1914, i nuovi diritti fondamentali furono estesi anche alle classi lavoratrici.

Entro tale data, tutti i principali paesi europei, esclusa la Russia, avevano varato leggi

sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni. I programmi di previdenza sociale della

Germania e del Regno Unito fornivano la copertura più ampia e la più vasta gamma di

benefici. Subito dopo venivano l’Austria, la Francia e l’Italia, mentre la Russia occupava

l’estrema retroguardia. Nel 1914 ogni nazione possedeva una legislazione sulla scuola

elementare obbligatoria.

21) Darwinismo sociale ed elitismo nella cultura europea di fine800.

Di Arno Mayer

Il libro di Darwin, che ispirò il credo social-darwinista, fu pubblicato nel 1859. Marx ed

Engels plaudirono il fatto che il libro formulava una teoria causale unificata capace di dar

conto del processo dell’evoluzione. Simultaneamente, i marxisti cominciarono però a

criticare gli epigoni di Darwin, essi supponevano che la storia si muovesse in direzione di

una società emancipata e priva di conflitti, mentre i darwiniani pensavano che la società

fosse condannata a una condizione di eterna lotta. Con la rinascita dello statalismo l’accento

si spostò dalla concorrenza dell’economia e della politica del laissez-faire alla giustificazione

delle lotte disciplinate dell’imperialismo sociale. Sullo scorcio dell’800, la lotta organizzata

per la sopravvivenza tra le nazioni eclissava ormai i disordinati conflitti in seno alle singole

società nazionali. Questa trasposizione della conflittualità dalla sfera nazionale a quella

internazionale coincise con una trasformazione nela visione del mondo delle classi

dominanti e di governo, che da un tradizionalismo flessibile, passano a un conservatorismo

rigido. Le vecchie èlites furono pronte ad utilizzare il primato della politica estera ed

imperiale per rinforzare le loro posizioni in patria. I conflitti sociali, un tempo glorificati

come fonte di vigore, furono ora deplorati perché compromettevano la forza esterna della

nazione. Il darwinismo sociale fornì un sostegno pseudoscientifico alle vecchie classi

dominanti e di governo che stavano tornando alla ribalta. Si adattava alla loro mentalità

elitaria, nella quale l’idea di disuguaglianza aveva radici profonde. Il darwinismo sociale e

l’elitismo sfidarono e criticarono l’illuminismo ottocentesco, e le pressioni per la

democratizzazione politica e sociale. In tutta europa le teorie delle elites rispecchiavano

prassi di dominio correnti, e al tempo stesso servivano come arma nella battaglia contro il

livellamento politico, sociale e culturale. Il principale menestrello di questa battaglia fu

Nietzsche; il suo pensiero era antiliberale, antidemocratico, antisocialista. Nietzsche, non

simpatizzava con la dottrina di Darwin, rifiutava i presupposti progressisti della teoria

evoluzionistica, ma era un convinto socila-darwinista e persino in una versione pessimistica

e brutale. Per lui il mondo era caratterizzato dall’eterna lotta ma non per l’esistenza o la

sopravvivenza, ma per il dominio creativo, per lo sfruttamento e l’assoggettamento.

Nietzsche schernì la propria epoca, per lui la Grecia classica ed il Rinascimento sono

esempi luminosi di società d’Elites, in cui nobiltà ristrette avevano promosso l’alta cultura e

lo sdegno per le plebi. L’idea di Nietzsche era che in tutta Europa, con la sola eccezione

della Russia, volontàe autorità stessero degenerando sotto l’influenza della borghesia, a cui

andava il suo disprezzo. Nietzsche invocava l’espulsione dalla scena tedesca della

ristrettezza mentale e dei principi parlamentari inglesi. E un tale risultato poteva essere

raggiunto con la collaborazione della Russia, ch’egli ammirava perché sapeva mantenere

intatto il suo vecchio ordine. La sua speranza era che il regime zarista incitasse l’Europa

occidentale ad abbandonare la sua frammentazione politica per associarsi e diventare un

centro culturale paragonabile alla Grecia sotto il dominio romano. Per raggiungere questo

obiettivo, un’Europa unificata avrebbe dovuto produrre uno statista realmente grande ed

una casta dominante soprannazionale. Che se invece l’Europa fosse caduta nelle mani delle

folle e dei parlamenti, il suo nocciolo culturale sarebbe stato stritolato nella lotta tra ricchi e

poveri. I borghesi erano filistei, ed egli li disprezzava in quanto incapaci dell’impulso

dionisiaco e della tensione dialettica indispensabili all’autentica creatività. I filistei, inclusi,

tra loro, gli ebrei, erano il nucleo di una nuova elite che si sforzava di occultare le sue

comuni origini e il suo identico volto. Per arrestare l’assalto dei filistei, secondo Nietzsche

era necessario guardare ed una casta di padroni, di esseri superiori, alle èlites aristocratiche.

Egli esaltava il pregio estetico dall’alta cultura aristocratica e la brutalità della politica di

potenza aristocratica. Gli aristocratici autentici, erano sempre pronti alla crudeltà e a

sacrificare vaste schiere di esseri umani i quali dovevano essere umiliati e ridotti alla

condizione di umanità di rango inferiore, ad uno status di schiavi o di meri strumenti.

Questa spietatezza delle èlites era la forza motrice della vita medesima, la cui essenza stava

nella violenza, nell’oppressione, nello sfruttamento. Secondo Nietzsche, la crisi della

modernità aveva un duplice volto: la furibonda irruzione dell’uomo gregge e la decadenza

negativa in seno allo Stato; e tremende guerre, sollevazioni ed esplosioni all’esterno. La

guerra era altrettanto necessaria allo stato come la schiavitù alla società. Tra il 1890 e il

1914, le formule social-darwiniste e nietzschiane permearono le alte sfere delle istituzioni

politiche della società. I precetti social-darwinisti e nietzschiani minarono la tolleranza delle

classi superiori per la spontanea espansione della ragione, del progresso e della democrazia.

Ed invitarono elites ostinate ad impiegare il potere ed il mito per imbrigliare a scopi di

conservazione la collera istintiva delle masse. Le minoranze dominatrici erano presunte

possedere le capacità per prendere decisioni ponderate, razionali e morali: una capacità che

le masse non avrebbero mai potuto acquisire. Il borghese era inadatto a far parte della classe

politica perché non soltanto gli facevano difetto queste qualità, ma altresì sospettare di

istigare, di dar mano alla dissoluzione e alla decomposizione del vecchio ordine. Ma anziché

attaccare direttamente il borghese, i social-darwinisti ed i nietzschiani inveirono contro il

filisteo e l’ebreo. L’ebreo figurò come un comodo sostituto del borghese, egli incarnava

tutto ciò che era democratico, liberale, anticlericale, cosmopolita e pacifista. Inoltre, essendo

mercanti e trafficanti, gli ebrei erano visti come avidi e ingannatori. Il borghese, ebreo o

filisteo che fosse, non aveva titoli per esercitare la leadership politica e militare in un’epaca

di accentuata conflittualità tra le nazioni e gli imperi.


PAGINE

38

PESO

157.26 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia contemporanea del prof. Biagio Longhitano sui seguenti argomenti: Bismark e l’unificazione tedesca di Michael Stùmer; Le nuove realtà del lavoro di Alain Dewerpe; Movimento operaio e socialismo di Renè Remond; Il liberalismo introvabile. Economia politica e capitalismo nel secolo XIX di Pierre Ronsanvallon; L’egemonia inglese: punti forti e punti deboli; La rivoluzione dei trasporti e lo sviluppo economico; Nella Francia della Terza Repubblica; La competizione economica dopo il 1870. Gran Bretagna, Germania, USA.; L’organizzazione operaia e socialista nell’Europa di fine secolo; Problemi dell’industrializzazione italiana; La Germania tra le grandi potenze; Lo stato nella nuova Europa; Darwinismo sociale ed elitismo nella cultura europea di fine800; Le migrazioni internazionali del XIX secolo; Economia della frontiera e capitalismo; Modernizzazione del Giappone; Nella crisi dell’Impero Ottomano: il “modernismo” islamico e i nazionalismi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze storiche e politiche
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Longhitano Biagio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!